FERRARESI NEL MONDO / seconda parte. Residente a Évreux, in Normandia, per tanti anni ha vissuto a Longwy, nel nord est del Paese. A 7 anni è emigrata con la famiglia da Portorotta, vicino Portomaggiore, in cerca di fortuna. «Ci chiamavano “macaroni”, non è stato facile»
«Mi chiamo Piera Wolf Ruiba, sono nata il 1° marzo 1949 a Portorotta vicino Portomaggiore». Così inizia il racconto di un’insegnante emigrata, suo malgrado, 65 anni fa con la famiglia, quando ancora era una bambina.
«Mio padre aveva una zia in Francia, emigrata col marito nei primi anni del fascismo a Longwy, nel nord est del Paese, dove c’era tanto lavoro grazie all’industria siderurgica. Nel 1956 trascorre un anno con loro mentre cerca un lavoro e un alloggio per la famiglia». Poco dopo, la decisione di trasferirsi. «Il 3 gennaio 1957 siamo partiti io, i miei genitori e il mio fratellino Michele di 15 mesi».
Un’emigrazione totalmente economica, quindi, causata dalla mancanza di speranza nei confronti del nostro Paese. Dopo pochi anni, forse, il boom economico gli avrebbe fatti desistere dal partire. «Ma i miei genitori volevano essere sicuri di pagare gli studi a me e a mio fratello se ce ne fosse stata la necessità». Non fu facile per una bambina di 6 anni: «lo sradicamento fu duro per tutti. Grande fu la mia sofferenza nel dover lasciare le mie nonne, il resto della famiglia, le mie amiche…». A Longwy arrivano di domenica, «e il giorno dopo mio papà mi porta subito a scuola. Fu un trauma per me. Per fortuna la scuola mi piaceva, e forse perché parlavo già due lingue (il ferrarese e l’italiano) ho imparato il francese in soli due mesi. Forse è anche questa una delle ragioni che hanno contribuito al mio amore per le lingue, specialmente l’inglese, che poi ho studiato all’università». Ma integrarsi ed essere accettati non è stato per nulla semplice. «Quando siamo arrivati in Francia, in quella cittadina che a me sembrava sempre in fiamme, ho vissuto nel dolore e nella paura. E noi italiani eravamo anche vittime di razzismo, i francesi ci chiamavano “macaroní”. Anche per quello sono rapidamente diventata la migliore alunna della scuola».
Piera, poi, si laureerà, 20enne, all’università di Nancy-Metz, e inizierà subito a insegnare l’inglese. A Longwy vivrà fino al 1983, anno in cui sceglierà di seguire il marito in Normandia, dove ancora vive, per la precisione a Évreux, una cittadina a 100 km da Parigi e altrettanti dal mare. «La mia casa ricoperta di canne è tipica della Normandia rurale. Nelle città se ne vedono poche e sono sempre più rare, dato che al giorno d’oggi questo tipo di tetto costa moltissimo ed è molto difficile trovare la mano d’opera specializzata». A Évreux insegna dal 1983 al 2002, quando viene messa in pensione anticipata per problemi di salute. «Sono ancora in contatto con una decina dei miei ex studenti e almeno cinque di loro sono diventati anche loro professori d’ inglese. Bella soddisfazione!».
Il trauma nel dover lasciare la propria terra
«Dell’Italia che ho lasciato da bambina, mi manca tutto. Ho sofferto moltissimo della nostra emigrazione. Al giorno d’oggi si direbbe che ho sofferto di depressione e di trauma. Ma negli anni ‘50 e ‘60 non era ancora di moda la psicoterapia…», ci racconta con mestizia. «Ho lasciato un paesino dove tutta la gente si conosceva e dove avevo molti parenti, specialmente le mie nonne, con cui ero cresciuta molto più che con i miei genitori. Finché ho vissuto a Portorotta tutte le case erano come se fossero le mie case e tutta la gente era la mia famiglia».
A Portorotta e nella zona di Portomaggiore Piera ci è ritornata, fino al 1970, per le vacanze, e successivamente due o tre volte all’anno, portando con sé amici e amiche. «Nel 2015 – ci racconta – per la Fiera di Portomaggiore abbiamo organizzato una riunione dei Ruiba, la “Ruibata”, e ci siamo ritrovati in più di 40 per una bella festa. L’ultima volta che sono andata a Portomaggiore è stata nel 2017. Adesso la mia salute rende difficile il viaggio. E quando mi sposto vado a Stoccolma dove mia figlia Julia e la mia nipotina Eva abitano da otto anni.
Ho ancora tanti amici e parenti nella zona dove sono nata, e adesso che non mi sposto più, siamo in contatto per telefono e tramite FaceTime. Sono un’incurabile nostalgica, sarà anche per questo che non mi sono mai dimenticata né l’italiano né il ferrarese».
Andrea Musacci
(Sul prossimo numero, il terzo racconto di ferraresi nel mondo. Il primo, dedicato alla storia di Luca Azzolini, è uscito sul numero del 21 gennaio scorso)
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022
L’interessante confronto tra i movimenti e le associazioni della nostra Diocesi sul percorso sinodale
Mescolarsi, concretizzare, uscire. Sono questi i tre verbi che ricorrono nel confronto in atto nella nostra Diocesi sul tema del Sinodo.
L’incontro on line della Consulta delle aggregazioni laicali svoltosi lo scorso 11 gennaio (di cui in parte abbiamo già parlato nel numero scorso) ha confermato da più parti la volontà profonda di dialogare sull’anima e la missione della Chiesa, contaminandosi appunto – nel giusto equilibrio tra unità e rispetto delle differenze -, pensando a iniziative comuni e rivolgendosi, com’è nello spirito sinodale, a chi la Chiesa non la conosce, non la vive o l’ha abbandonata.
Tanti i presenti all’incontro dell’11: Massimo Minichiello (CVX), Francesca Ferretti (Agesci), Monica Rivaroli, Giorgio Maghini, Marcello Musacchi (Uffici pastorali diocesani), Pia Rovigatti (Cooperatori Salesiani), Massimo Martinucci (Unione Preghiera Beato Carlo), Franca Malini Poggi (Movimento dei Focolari), Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Alberto Mambelli, Grazia Fergnani (Rinascita Cristiana), Umberto D’Antonio, Luciano Giuriola, Chiara Benvenuti (Le Bissarre), Alice Baserga (Incontro Matrimoniale), Lorenzo Lipparini (Neocatecumenali, presenti per la prima volta), Grazia Ansaloni (Ass. Suor Veronica), Chiara Ferraresi (AC), Carlo Tellarini (CL).
Conoscersi, mescolarsi
«L’invito è a mescolarsi nel rispetto di ogni carisma ed esperienza, per far circolare le varie ricchezze o povertà verso la scoperta di una nuova forma di Chiesa», ha esordito Minichiello. Tema ripreso anche da Martinucci: «quando si parte per camminare insieme non si parte mai dall’inizio perché tutti noi stavamo già camminando, non occorre ricominciare da capo. Faccio presente che sul tema della famiglia, esiste già qualcosa che si è mescolato in questi anni: il Forum delle Associazioni Famigliari». Ferraresi ha rimarcato: «Mi piacerebbe il fatto di mescolarsi e di lavorare in piccoli gruppi», quest’ultima, fase che potrebbe partire dopo la Giornata del Laicato (GdL) di febbraio. E a proposito della GdL, Maghini ha spiegato come «la Giornata del Laicato potrebbe favorire questo incontro tra noi». Sul delicato equilibrio tra comunione e valorizzazione delle differenze, positivo è stato l’intervento di Malini Poggi: «è un’occasione bellissima per continuare a conoscerci. Questo Sinodo dovrebbe essere l’occasione per approfondire certi argomenti, per conoscerci di più e dire le nostre esperienze». «Da una parte non c’è cammino se non si tiene conto delle singole esperienze», ha incalzato Musacchi. «Dall’altro, si deve tenere conto che quello che le singole realtà fanno diventa un cammino comune, nello stile sinodale. Non è semplice, perché mettere insieme le cose non viene automatico».
Nel quotidiano
Riconoscersi, non mescolarsi, ha puntualizzato Tellarini: «è il dialogo di Cristo con l’uomo che ci interessa». «Mi piacerebbe – ha proseguito, introducendo il secondo verbo, quello del concreto dell’esperienza – che quando ci incontriamo si potesse anche entrare nel merito e fare emergere la diversità e la particolarità con cui oggi la nostra Chiesa vive l’incontro con l’uomo. Negli ambienti che viviamo quotidianamente, come la nostra presenza è segno di Cristo?». Di «lavoro costruttivo e non semplice condivisione di esperienze» ha parlato Gallotta, riflettendo anche sull’importanza di «definire verso dove vogliamo camminare e che cosa vogliamo raggiungere». Sulla stessa linea, Mambelli: «dovremmo cercare di dirci la fatica della nostra fede, la fatica dell’affrontare ogni giorno i problemi. Cosa ci aspettiamo dalla nostra Chiesa? Come noi siamo Chiesa? Dobbiamo ragionare sull’uomo di oggi».
E fuori dalla Chiesa?
Il Sinodo nasce soprattutto per ripensare nuove forme per far conoscere Cristo (e la sua Chiesa) a chi non lo conosce o lo rifiuta. «Mi ha spinto a partecipare a questi incontri l’idea di portare l’annuncio al di fuori dalla Chiesa», ha spiegato Lipparini. «Per molti la porta è chiusa, per altri è necessario mettere il piede per tenerla aperta». «Dobbiamo avvicinarci alle motivazioni di chi si è allontanato dalla Chiesa», ha ripreso D’Antonio».Un mondo spesso ostile o inesplorato è quello giovanile. «Attenzione ai contenuti che si sceglieranno, se li vogliamo vicini ai giovani», è il pensiero di Ferretti. «La Giornata del Laicato non riscuote molto successo tra i giovani, possiamo fare qualcosa?». «Certamente la nostra Diocesi ha bisogno di incontrare e capire i giovani, si gioca lì il nostro futuro e il nostro essere Chiesa», ha riflettuto Rovigatti. «Certamente, può essere il caso di leggere le tematiche del Sinodo in un’ottica di futuro e di coinvolgimento dei giovani. Occorrono rapporti e tempo, non basta invitarli alle nostre iniziative».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022
FERRARESI NEL MONDO /prima parte. Luca Azzolini, 27 anni, insegna inglese nel Vietnam, oltre a scrivere poesie in dialetto ferrarese. È il primo racconto che vi proponiamo di ferraresi con la valigia, generazioni diverse che per scelta o per necessità hanno deciso di rifarsi una vita lontano dall’Italia. Tra gioia e nostalgia
A cura di Andrea Musacci L’amore per le lingue orientali, il sogno di partire per terre lontane, dall’altra parte del mondo e, insieme, la nostalgia insuperabile per Ferrara. Luca Azzolini, 27 anni, poliglotta con una passione per il continente asiatico, da oltre due anni vive in Vietnam, per la precisione a Haiphong, importante città portuale e commerciale nel nord-est del Paese. È lui a raccontare a “La Voce” la sua storia di emigrato.
«Sono nato a Ferrara nel 1994 e fin dalle Elementari mi sono sentito attratto da studi umanistici e linguistici, in particolare per la scrittura, soprattutto fino ai primi anni del liceo». In questo periodo nasce il suo interesse per le lingue occidentali prima, e quelle orientali poi. «Il Liceo classico Ariosto mi ha dato la possibilità, con i suoi diversi indirizzi di studio, di approcciarmi, oltre alla lingua inglese, anche allo spagnolo e al francese. All’età di 15 anni, grazie anche al web, mi appassiono alla lingua e cultura giapponese, dalla quale mi trovo presto “assuefatto”, in un certo senso, ma non in maniera esclusiva: come l’amore per l’inglese mi aveva spinto a scoprire altre lingue europee, il giapponese mi apre una sorta di finestra sulle lingue dell’Asia orientale». Decide così di studiare lingue all’università, con il giapponese come lingua principale, iscrivendosi alla Ca’ Foscari di Venezia. Qui «seguo corsi di giapponese, ma anche di coreano e cinese mandarino, entro in contatto ravvicinato per la prima volta, tramite una conferenza, con il Vietnam, Paese in via di sviluppo collocato nel Sudest asiatico, con una ben nota tragica storia di guerra conclusasi nel 1975 con la ritirata statunitense dalla città di Saigon, ma di molto meno noto (almeno a molti italiani) pacifico presente di stabile crescita economica e imprenditoriale. Un Paese spesso definito “piccolo”, sebbene la sua superficie superi di una manciata di kilometri quadrati quella complessiva del nostro Stivale». La decisione di vivere in Vietnam, però, non era ancora matura, e prima della laurea magistrale in giapponese si reca due volte nel Sol Levante.
Nel Vietnam
«Il desiderio di poter avviare una carriera lavorativa e poter fare esperienza formativa di alcuni mesi all’estero – prosegue Luca -, alla fine della Magistrale mi fa scegliere di espandere le mie conoscenze del continente asiatico. Desideravo crescere dentro, dimostrando a tutti e a me stesso di potermela cavare da solo in un Paese di cui non conoscevo ancora la lingua se non a livello marginale, e di cui dovevo ancora imparare molto della cultura». Influirà, su questa scelta, se non in maniera decisiva, anche la difficoltà di trovare un’occupazione stabile in Italia.
Conclusa la Laurea Magistrale e seguendo l’esempio di alcuni amici partiti per un tirocinio lavorativo all’estero tramite un’organizzazione studentesca, l’AIESEC, chiede di essere collocato in Vietnam. «Dopo un primo colloquio via Skype con un’azienda con sede a Haiphong, sono stato assunto dalla stessa, un English Center, ossia una scuola pomeridiana privata dove i bambini migliorano il proprio inglese studiando tramite giochi e attività. Il mercato degli English Center è tutt’altro che trascurabile in questo Paese asiatico». L’apprendimento della lingua inglese ricopre, infatti, «un ruolo fondamentale per la società, sempre più competitiva, ma che trova sempre più imprescindibile per l’inserimento nel mondo del lavoro la conoscenza di questa lingua, tanto distante dalla propria». Arriva a Haiphong il 13 dicembre 2019. «Da allora non sono mai tornato a casa», ci racconta con amarezza. «Le frontiere sono state chiuse appena è iniziata la pandemia, eccetto per lavoratori altamente qualificati sponsorizzati da aziende molto facoltose».
«Dopo poco dal mio arrivo, svolgo un colloquio con una seconda agenzia, che recluta insegnanti stranieri per insegnare l’inglese nelle scuole pubbliche, con esito positivo. Attualmente e da quando sono arrivato nel Paese insegno, quindi, per un centro di inglese chiamato “New Star English” e, da dicembre 2020, in diverse scuole elementari, medie e asili della provincia di Haiphong». Attualmente, come molti, è costretto a insegnare on line.La pandemia continua a rendere estremamente complicato qualsiasi viaggio internazionale, e impossibile quindi, al momento, per Luca un eventuale rientro in Vietnam. Per questi motivi, «gli iniziali sei mesi di durata prevista della mia esperienza si sono trasformati ormai in quasi due anni di permanenza nel Paese, ma anche in tante esperienze di vita e di crescita personale. È forse superfluo dire che, nonostante il mio amore per il Vietnam, manchi un po’ tutto di casa: la famiglia e gli amici in primis, ma anche la nostra cucina, i sapori e i profumi della nostra terra, insieme a tante piccole abitudini della nostra quotidianità, e che ogni qualvolta che trovi qualcosa di italiano qui, mi senta riempire d’orgoglio e di nostalgia».
Scrittore dialettale: «le radici sono ciò di cui siamo fatti dentro»
Il legame con Ferrara è rappresentato anche da un profondo amore per il suo dialetto: «ho sempre provato un certo attaccamento nei suoi confronti, essendo il principale mezzo linguistico di espressione della generazione dei miei nonni. L’argomento della mia tesi di laurea magistrale (un confronto sociolinguistico del panorama dialettale giapponese con quello italiano), tuttavia, ha contribuito a far maturare in me una coscienza più profonda circa il suo attuale stato di crescente disuso, e alla responsabilità di ognuno perché possa venire trasmesso alle generazioni future, rappresentando la “prova vivente” della nostra storia e dell’immenso patrimonio culturale del nostro Paese. La produzione letteraria è soltanto una delle necessità del nostro dialetto al fine di farlo sopravvivere a queste generazioni quasi esclusivamente italofone, loro malgrado, al fine di modificare un atteggiamento linguistico profondamente negativo nei suoi confronti, in cui la popolazione risulta spesso convinta che “il dialetto è volgare”, esclusivamente per l’uso scurrile che molti ne fanno».
Questi motivi lo hanno spinto, durante e dopo la stesura della tesi, a produrre alcuni componimenti in ferrarese, «per dare il mio modesto contributo alla sua sopravvivenza, e ad entrare in contatto con i membri del “Cenacolo di cultura dialettale ferrarese” Al Tréb dal Tridèl, al quale il nostro dialetto a mio avviso deve davvero molto». Luca, anche se saltuariamente, continua a scrivere poesie in dialetto ferrarese. Un altro modo per superare, sublimandola nell’arte letteraria, la mancanza della sua amata terra estense.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 gennaio 2022
Il grande pittore e scrittore ferrarese raccontato attraverso un suo lato poco noto, quello di fervente cattolico. Membro di una famiglia profondamente religiosa, nei suoi libri racconta la sua fede, a un tempo mistica e popolare. La visione del Corpus Domini, l’ex voto alla Madonna e la richiesta dell’Eucarestia in punto di morte
di Andrea Musacci
Eccentrico e vanesio, omosessuale e libertino, instancabile viaggiatore senza quiete. A chi non verrebbero in mente queste definizioni per caratterizzare la personalità di Filippo de Pisis (al secolo Luigi Filippo Tibertelli), pittore e scrittore nato a Ferrara l’11 maggio 1896 nella casa al numero 61 di via Mortara, da Giuseppina Donini, di origini bolognesi, e dal nobiluomo Ermanno, terzo di sette fratelli (sei maschi e una femmina, Filippo era il terzo).
Eppure, Filippo, di famiglia cattolica, ha serbato sempre nel proprio cuore la fiamma della fede, quel fascino per il Mistero, il legame con Cristo e con la sua Chiesa. Una fede, la sua, legata molto alla memoria, ai genitori, alla sua Ferrara. Fede che non perderà mai. Una fede viscerale, fatta di radici, di nostalgia, di intensa commozione.
Nella Ferrara piccolo-borghese e perbenista – anche nel suo anticlericalismo di inizio Novecento – Filippo dava scandalo col suo abbigliamento stravagante, volutamente provocatorio, che sicuramente denotava una personalità incandescente, sensibile fino allo stremo, bisognosa di vivere di un’intensità e di una pienezza che valessero tutto il dolore, il senso di vergogna, tutti gli scherni subiti in un’intera esistenza. Un’incomprensione vissuta fin dall’adolescenza, ma che in lui non represse quel senso di incomprensione del Mistero eterno che è nelle cose, e di desiderio non di comprenderlo, ma di viverlo.
Una storia dentro la Chiesa
Il padre Ermanno appartiene alla nobiltà vaticana, da giovane era stato cameriere segreto di cappa e spada del pontefice Leone XIII, ed è patrono dell’Istituto delle Povere Figlie delle S.S. Stimmate. In quegli anni di già forte anticlericalismo, Filippo inizia a sentirsi un diverso. E in più lui e la sua famiglia vengono mal giudicati da molti cattolici critici verso l’amico Giovanni Grosoli che tenta di superare il non expedit papale. Luigi Filippo, chiamato Gigi in famiglia, non frequenta scuole pubbliche o collegi, ma i suoi studi, come quelli dei suoi fratelli, sono affidati ad alcuni precettori (tra cui mons. Campi del Seminario di Ferrara) che ne curano l’educazione a casa. Ernesta, l’unica sorella, di appena un anno maggiore di lui, ha una notevole importanza nella sua formazione.
L’educazione religiosa che riceve è totale. Fra i giochi dei bambini, c’è un altarino in miniatura con cui lui e i fratelli possono simulare una celebrazione. Attorno al 1904 inizia a disegnare sotto la guida del professor Odoardo Domenichini. Nell’autunno 1906 la famiglia Tibertelli lascia il palazzo di via Mortara e trasferisce la propria residenza a Palazzo Calcagnini, di proprietà del conte Grosoli, in via Montebello, 33. Qui quest’ultimo, dopo la morte della moglie, ci viveva solo con la madre e gli bastava un appartamento al pianterreno, dove in altri tempi abitò il cardinale Calcagnini. Grosoli è anche presidente dell’Arciconfraternita delle Stimmate, a cui la famiglia era molto legata. Lo stesso Filippo, «non mancava mai di intervenire all’annuale processione, in cui sfilava incappucciato e con un cero in mano» (1) e compie ricerche sull’Arciconfraternita.
Fuori da casa, Filippo frequenta le Case del Popolo, istituzione fondata da Grosoli per riunire in un’unica sede le associazioni cattoliche della città. Grosoli fonda anche l’Unione Giovanile Cattolica, movimento meno confessionale dell’allora Azione Cattolica, alla quale Filippo si iscrive. Il conte lo considera un figlio adottivo e una nuova leva della cultura cattolica ferrarese e italiana. Per questo, inizia a fargli scrivere nei giornali locali di sua proprietà. A Ferrara il giovane Filippo tiene le sue prime conferenze, prima su argomenti religiosi e poi sull’antica cultura ferrarese. Famigliarizza un po’, in questo ambiente, con Italo Balbo, di umile famiglia cattolica: «veniva a trovarlo per farsi fare i temi d’italiano e per giocare a palline con tutti noi», ricorda il fratello (2).
Come racconta Zanotto (3), da adolescente scrive per sé dei “Propositi morali” come questo: «Esser puro e non macchiare la mia coscienza e la purezza dell’anima con schifose macchie di colpe abominevoli». Negli anni successivi, allontanandosi dal cattolicesimo, scrive “Le visioni di un agnostico”, opera filosofica di carattere esoterico.
Epifanie ferraresi
Ne “La città dalle 100 meraviglie” (4), pubblicato per la prima volta a Roma nel 1923, ma ambientato nella Ferrara del 1917 e degli anni immediatamente successivi, prima del trasferimento nella capitale, de Pisis racconta di questo suo legame viscerale con la “città metafisica”. La residenza dei de Pisis in via Montebello si trova di fronte alla chiesa di Santo Spirito, allora retta dai Frati Minori: «Rinchiudendo il battente del portone del palazzo dove abito – scrive – ò visto la chiesa secentesca chiara sotto il cielo nuvoloso, tenera, patetica, parallelepipeda. Una leggera vertigine forse mi à preso e il desiderio di sole occiduo, e, sotto l’androne, delle grosse scale rosse e bianche e dei pali alzati contro le pareti, con le ombre nere precise mi ànno incantato come uom nuovo sulla terra. Ho fatto in fretta gli scalini perché sentivo quasi la testa girarmi» (5).
Racconta il fratello Pietro (6): «Da nostro padre aveva anche ereditato il sentimento religioso rimastogli sempre vivo, che lo spingeva sovente a entrare in chiesa a godersi l’ombra delle navate, la luce rossastra delle candele accese sugli altari, il profumo dell’incenso sempre presente nell’aria, e tutto l’apparecchio sacro che stimola la mistica pietà». «Stamattina, prima chiara e azzurra di questo autunno clemente, sono entrato nella linda chiesina delle Cappuccine. Non c’era nessuno», scrive Filippo riferendosi alla chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca (7).
O, nella non lontana chiesa di San Carlo, scrive ancora (8), «il pellegrino, il sognatore guarda e il cuore gli si gonfia, il respiro gli si fa affannoso. Egli sente che la vita è sogno e contemplazione per chi voglia dimenticare il gramo corpo e forse, senza accorgersene, si getta in ginocchio sul gradino di marmo rosso di Verona o sulla tomba illagrimata e mestissima di qualche antico e si mette a pregare. E le campane suonano nella città triste». Flânuer del sacro, de Pisis nello stesso libro racconta anche dei «rosei ippogrifi leonini del duomo» che «mi guardano talora con grandi occhi rotondi sporgenti, dilatati in un loro vago millenario dolore. Con la loro solidità massiccia mi confortano».
Un’altra apparizione lo coglie sulle Mura cittadine: «in un ardente pomeriggio estivo (i castani d’India son tutti verdi e fioriti) in un viale più deserto, sulle mura di “Porta degli Angeli”, ti capita invece di trovare un foglietto rigato di quaderno dove con grafia chiara, femminile, un po’ torta, trovi scritto: Lezione 5° – (Il tempo e il modo della Risurrezione)» (9). Seguono gli appunti da lui meticolosamente trascritti. «Tu quasi non credi ai tuoi occhi. Quelle parole profetiche e misteriose ti sembrano riecheggiare intorno nell’aria pulita. Il rosignuolo canta monotono nella siepe, e la cicala trilla e i piccoli coleotteri nascosti fra l’erba tenera e i fiorini colorati, ma a te sembra che squillino trombe lucenti nel sole, sopra il grande campo dei morti, sopra i pennoni della Certosa rossa e solenne. Trombe che vengono a scuotere gli spiriti dal letargo (gli uomini dormono nelle loro camere buie sui letti sfatti), a scuotere dalle fondamenta la città pentagona. A glorificare il tuo spirito che vigila».
Il Corpus Domini: «O antiche processioni, tornate…»
Ma una visione in particolare dice della profonda affezione di de Pisis a Cristo e alla sua Chiesa, come Mistero, sacramento, storia concreta: «Nella via più lunga e maestosa della “città nobile” (Corso Ercole I d’Este, ndr)» De Pisis nota a lato del marciapiede «alcuni pezzi di marmo bianco con un vuoto parallelepipedo nel mezzo; servivano per infiggervi le aste che reggevano il telone per la solenne processione del Corpus Domini». Memorie antiche che rievoca nella propria fantasia. Egli rivive la processione del SS. Corpo e Sangue di Cristo «fra nugoli d’incenso e tremolar di torce accese», «crani e barbe lucenti, tremule bocche oranti, la porpora del Cardinale e l’oro dell’ostensorio e delle cappe ricamate e il bianco dei rocchetti inamidati». «Hai tanto bisogno – prosegue –, in quest’aria vile e cieca, d’amore, di canti, di fede, di credere in qualcosa almeno, di risentire sia pure l’aria patetica e implorante del Te Deum o del Vexilla che ti fasci l’anima dolcemente, come la carezza della madre: perché, senza spirito, l’uomo non vive e la carne, anche satollata, infine si ribella, perché non si vive, in questa città metafisica e religiosa, senza canti e senza campane».
«O antiche processioni, tornate», continua con forte struggimento: «non solo il poeta, ma l’uomo buono, che si macera per l’amore che non trova, vi invoca; oh, antiche processioni, tornate e tu torna o Cristo almeno in immagine a benedire il tuo popolo, così egli creda, fermamente creda per la sua salvezza che Tu sei vivo e presente, nella specie del Pane consacrato e lanci la sua voce a benedirti
“O vivo Pan del Ciel Gran Sacramento!”
“Insegnami, o Signore, a portare la tua Croce, perché essa sia, più che peso, sostegno”.
“Magnìficat ànima mea Dòminum
et exultavit spìritus meus in Dèo salutàri meo…
…Fecit potentiam in brachio suo; dispèrsit superbo mente cordis sui”.
Qual canto più puro, più solenne, più consolante?» (10).
Ho voluto citarlo quasi integralmente per renderne quanto possibile l’intensa passione mistica. È una visione che forse de Pisis attinge anche dalla memoria delle processioni annuali davanti a S. Spirito ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio. Riflettendo sul Risorgimento subito dopo scrive: «Sangue e lotta dunque ci vuole per redimere il mondo!? Ma sangue che lavi, che purifichi, non sangue che sia seme d’odio». E ripensa alla visione del Corpus Domini: «e tu, lo scettico, il frigido, l’ironista, ti trovi ad aver gli occhi pieni di lagrime e un brivido per tutta la persona…».
L’ex voto a Rimini
In uno dei suoi frequenti momenti di depressione in cui si sente «anche più misero e tristo del solito» (11) – nel settembre 1941, mentre è in villeggiatura a Rimini -, gli viene un’idea: «dipingere una specie di tavoletta votiva, come quelle che si vedono nei santuari attorniare l’immagine venerata della Vergine (…). In alto la Vergine sul dolce sfondo di cielo che apre il mantellone, pronta nella sua infinita misericordia ad accogliere anche il più indurito peccatore, purché sinceramente pentito; ai suoi piedi io in ginocchio a mani giunte indossando la veste di confratello della S. S. Stimmate (antica e gloriosa confraternita di Ferrara alla quale ò l’onore di appartenere)». Già si vede «come un povero bimbo derelitto, sotto il grande manto. Quasi mi venivano le lacrime agli occhi». La tavoletta non solo la realizzerà – inserendoci anche il suo amato pappagallo Cocò – ma la donerà al vicino convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori di S. Antonio: «pensai di regalarla (già più volte il gentile direttore mi aveva chiesto qualcosa) al piccolo museo annesso a un convento di un santuario celebre su un ridente colle, non lungi dalla città. Allora il demone della fantasia (…) si destò. Bisogna organizzare una processione!». L’opera si ispira al “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca (1445-1462 ca.).
Questa sua tavoletta, “Ex voto alla Madonna delle Grazie” (“Mater Dei ora pro me”) era griffata, nel retro, Philippus De Pisis fecit in Arimino A. D. MCMXLI – Mater Dei ora pro me. Donato per p. al Museo delle Grazie VII.IX-1941. Purtroppo, però, fu rubata dal Museo nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1985. Fu un furto mirato, in quanto null’altro fu sottratto. Non fu mai più ritrovata. L’opera fu anche esposta nella 2^ Mostra nazionale d’arte sacra contemporanea – Premio Fratelli Canova a Bologna, dal 1° ottobre al 1° novembre 1956 (12).
Eucarestia in punto di morte
Una fede sincera, umile, quella di de Pisis, con venature mistiche. Espressa nel silenzio non per paura del giudizio altrui, ma nella consapevolezza che fosse qualcosa di tanto bello, puro e vero che andasse preservato, di cui prendersi cura senza vanti.
Una fede schietta e profonda, fatta di un immaginario artistico-popolare attinto a piene mani, a occhi sgranati nelle chiese semibuie e silenti della sua Ferrara, città non più pontificia ma in cui l’eco di secoli di forte e chiara religiosità si propaga ancora negli animi come il suo, che alla grettezza del materialismo non volevano cedere. Una religiosità, quella di de Pisis, che mai scade nella piaggeria o nell’intellettualismo, che sempre si immerge nel grande mare della pietà, del perdono (la stessa pietà che chiedeva agli altri), dell’anelito che vorrebbe farsi grido d’amore a Dio, e lo diventa, ma senza dare inutile scandalo, continua prova di sé.
Il 17 aprile 1948, quand’è già malato, scrive: «Aiutami o Signore a portar la mia croce perché essa sia più che peso, sostegno». Negli ultimi tempi si sente sempre più depresso, dice di meditare anche il suicidio. Una depressione che l’ha sempre accompagnato e che da giovane gli fa scrivere pensando alla sua vecchiaia: «Mi figurerò in qualche chiesa taciturna fresca d’estate, tepida d’inverno e aspetterò con l’animo scarnito e con la bocca amara la fine» (13).
«Un giorno dei suoi ultimi (circa due mesi dopo sarebbe morto) – scrive il fratello Pietro (14) – lo trovai insieme con padre Favero (o Favaro?), venuto a porgergli i saluti di padre Poggeschi che, prima d’entrare nella Compagnia di Gesù, era stato pittore a Parigi; stavano recitando la poesia “Benedizione”, dedicata alla mamma (…). Alla fine, gli occhi velati di tenere lacrime, Gigi disse che avrebbe desiderato accostarsi all’Eucaristia invaso da quei ricordi». Per la madre, dopo la sua morte, fa celebrare ogni anno una Messa di suffragio.
Affetto da un’irreversibile malattia psichica, de Pisis viene internato spesso in manicomio. Polinevrite è ciò che gli viene diagnosticato. Per tutta la vita deve fare i conti con questo disturbo che lo conduce alla morte il 2 aprile 1956. I funerali religiosi vengono celebrati a Milano e dopo la salma viene trasportata a Ferrara, dove arriva alla Certosa. Il 5 aprile avviene il funerale solenne nella sua città, con il feretro portato a spalla dagli allievi del Dosso Dossi. Pochissime persone assistono alle esequie.
(1) “Filippo de Pisis ogni giorno”, Sandro Zanotto, Neri Pozza, Vicenza, 1996.
(2) “Mio fratello de Pisis”, Pietro Tibertelli de Pisis, Guarnati, Milano, 1957.
(3) “Filippo de Pisis ogni giorno”, op. cit.
(4) “La città dalle 100 meraviglie”, Filippo de Pisis, Abscondita, Milano, 2009.
(5) Ibid.
(6) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.
(7) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.
(8) Ibid.
(9) Ibid.
(10) Ibid.
(11) “Confessioni”, Filippo de Pisis, Le lettere, Firenze, 1996.
(12) Fonte: Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori, Bologna.
(13) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.
(14) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022
Una riflessione sull’unità nelle differenze all’interno della Chiesa
di Andrea Musacci
Il card. Zuppi nelle esequie per mons. Negri ha riflettuto molto sul tema della comunione nella Chiesa. Una scelta maturata, immaginiamo, nella consapevolezza di quanto sia forte oggi (anche nella nostra comunità locale), la tendenza ad accentuare le diversità fino a trasformarle in solchi insormontabili, in incomprensioni aprioristiche, in mancanza di curiosità, di quello spirito fraterno che, se viene meno, ci porta a vedere l’altro – a partire dal fratello o dalla sorella nella Chiesa – come semplicemente in errore e non, invece, come un “pungolo”, un’alterità necessaria. Se qualcosa ci ha insegnato mons. Negri nel suo breve periodo a Ferrara, è stata questa postura. Scomoda, certo, fatta di possibili fraintendimenti, di lontananze di visioni, di scontri. Ma, come diceva Victor Segalen, poeta e medico viaggiatore, «non c’è mistero in un mondo omogeneo».
Precisiamo subito un punto. La divisione fatta di rancore, nella mancanza di curiosità e desiderio dell’altro, viene dal demonio. È quella di cui tante volte ha parlato Papa Francesco: «Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte tra noi, no! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, uniti sempre, che quella è la strada di Gesù! L’unità è superiore ai conflitti, l’unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione» (1). Nella Messa per il Palio del 2016 mons. Negri – parlando in generale, ma il discorso era rivolto anche alla comunità ecclesiale – sottolineò l’importanza di amare la propria storia di popolo «per costruire una società meno disumana, che accolga le diversità nell’impegno di maturare un cammino comune nella chiarezza dell’identità».
Ma lo stile del cristiano – dentro la Chiesa (e non solo) – non è nemmeno quello ammantato di ipocrisia, di facili consensi, di convivenze vissute forzatamente. Il suo modello dev’essere quello del poliedro. Scrive il Papa in Evangelii Gaudium che il poliedro «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (n. 236).
No alle divisioni, quindi, che feriscono il corpo di Cristo, ma nemmeno alle false unità che non fanno crescere ognuno di noi e le nostre comunità.
La Chiesa, dunque, deve vivere di un’inquietudine sana, utile per nascere sempre a vita nuova. Lasciamoci, quindi, trasformare dallo Spirito. Anche nei conflitti. Scriveva Michel De Certeau: «attraverso i conflitti, come un tempo mediante il fulmine, le pestilenze e le sconfitte che colpivano Israele», Dio «spezza le sicurezze, dilata gli orizzonti, rinnova la fede». «Le critiche e le divergenze – scriveva ancora il francese – rappresentano la maniera in cui ciascuno si vede opporre ciò che non sa del mondo in cui vive e ciò che non sa del suo Dio» (2). Ciò che non sa del suo Dio. Così si evitano idolatrie, competizioni, atteggiamenti arroganti.
Nella Messa del 2017 a S. Chiara per il suo amico e maestro don Giussani, mons. Negri disse: la periferia «ci viene incontro sempre, non va cercata in qualche luogo preciso ai margini delle città, ma essa è il mondo senza Dio: noi cristiani, infatti, non viviamo per rispondere solamente ai bisogni dei poveri, ma per dire Cristo, che comprende tutto, anche l’assistenza materiale».
Dire Cristo. Sta a ognuno di noi, fratelli e sorelle nella fede, provocare sempre in noi, e in chiunque incontriamo, quella scintilla perché tutti possano incontrarLo. Facciamolo uniti, pur nelle nostre dissonanze.
(1) Udienza generale, 18 giugno 2019.
(2) M. De Certeau, “Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza”, Qiqajon, Magnano (Bi), 1993.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022
Fino al 6 marzo al PAC di Ferrara è possibile ammirare la mostra di Sergio Zanni “Volumi narranti”
di Andrea Musacci
«Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 16 febbraio 1936)
Epica Etica Etnica Pathos: viene in mente il titolo di un album dei CCCP ammirando le opere di Sergio Zanni. Sì, perché nelle sue magnifiche creazioni ci sono le quattro categorie fondamentali di un’arte che non si sfalda in astrusi concettualismi ma rimane “pesante”, “novecentesca” e per questo autentica, capace di colpire gli occhi e la mente di chi la guarda senza inutili astuzie.
Si intitola “Volumi narranti” la mostra inaugurata il 18 dicembre scorso al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara e visitabile fino al 6 marzo dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Zanni, classe ’42, si forma all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e dagli anni Sessanta sceglie di passare, anche se non in maniera esclusiva, dalla pittura alla scultura. Nel ’73 si tiene la sua prima personale al Centro Attività Visive del Palazzo dei Diamanti. Dal ’67 al ’95 ha insegnato all’Istituto d’arte “Dosso Dossi” di Ferrara e nel 2011 ha partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Timore dell’assoluto
Della ponderosità delle sue creazioni, dicevamo. Il peso del corpo, in una società come la nostra, dematerializzata e quindi transumana (termine usato dallo stesso Zanni), è una forma di difesa e di speranza. È una pesantezza, quella delle sue sculture, che richiama l’assoluto, il maestoso, l’incommensurabile. Ammirandole, si viene come catturati dal loro misterioso stare. Timore e tremore, un eterno senza mutamento, una verticalità vertiginosa. I particolari dove risiede l’espressività – il volto, le mani – sono ridotti, miniaturizzati rispetto al busto e alle gambe. Come una coltre oscura i cappotti avvolgono la massa del corpo. Le figure, dunque, stagliandosi come enigmi perturbanti, sembrano oltrepassare l’umano strettamente inteso, senza assurgere, però, del tutto al divino che pur richiamano.
Basi solide e forti
Da questo senso di deferenza che le figure trasmettono, ne viene, però, un primo riflesso positivo. Gli uomini che paiono piantati nel terreno, ben saldi e identificabili, hanno una storia, possiedono corpi levigati dalla vita e dalle esperienze. Come zia Jole e zio Gabriele, famigliari di cui Zanni racconta nel catalogo della mostra, che in lui richiamano il dolore e la bellezza dell’infanzia, figure forti e cariche di passato, il cui ricordo ridona anima e sangue, pone un legame forte con la terra, con la tradizione. Un equilibrio, quello antico da lui stesso narrato, oltre che rappresentato nelle sue creazioni, fermo ma non passivo.
Fragilità e Desiderio
Sono corpi ingombranti, infatti, ma anche “deformi”, sproporzionati, volutamente imperfetti. Ciò li rende tutt’altro che simili a sfingi, gelidi oracoli, ma corpi desideranti. Sono pesanti ma paiono leggerissimi, quasi volatili, sostenuti da un vento, da uno spirito ignoto. Come in sogno, vivono le contraddizioni tra le proporzioni e nelle forme, nei simboli oscuri, negli occhi commoventi perché tanto irreali da sembrare troppo reali. Questi giganti malinconici e meditabondi, sempre ambigui nel loro oscillare tra terrore e dolcezza, sembrano a un tempo serafici e sconsolati, riflessivi e placidi. In sé serbano chissà quali ricordi e chissà quale avvenire possibile. Ma nel nulla che sembra circondarli, c’è un punto, di là dall’orizzonte, invisibile e forse inaccessibile, che cercano, e che rende i loro occhi pieni di uno struggente Altrove.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022
La Galleria del Carbone ospita una retrospettiva dell’artista scomparso nel marzo 2020
L’ambivalenza e la profondità delle opere di Emidio De Stefano non smettono mai di stupire. L’artista originario di Oria, vicino Brindisi, legato a Ferrara per oltre 30 anni, è omaggiato con una mostra retrospettiva dal titolo “Paesaggi” ospitata dal 18 dicembre al 6 gennaio nella Galleria del Carbone. Un’occasione per ammirare opere di diversi periodi realizzati dall’artista deceduto nel marzo 2020.
Una mostra fortemente desiderata dalla moglie Simona Rizzardi e dalla figlia Camilla per questa personalità che a Ferrara ha lasciato un segno indelebile in tre decenni di insegnamento all’Accademia “San Nicolò” di Ferrara e come Presidente del Club “Amici dell’arte”. De Stefano, classe 1950, a Oria ha compiuto studi classici per poi partire per Roma dove, negli anni ’70, ha vissuto come artista di strada iniziando a fare ritratti sulla gradinata di Piazza di Spagna e frequentando i pittori di via Margutta (Schifano, Tardia – morto lo scorso novembre -, Guttuso). Poi ha vissuto a Firenze, Venezia, Parigi, Monaco di Baviera, Lido degli Estensi (dove ha conosciuto Remo Brindisi), e ha studiato all’Accademia di Belle Arti a Ravenna. A Ferrara si è trasferito negli anni ’90 e qui ha deciso di rimanere.
Una pittura di paesaggio, la sua, originale e per nulla leziosa, da uno stile figurativo a uno sempre più complesso, che si avvicina anche all’astratto. Un vero viaggio nel paesaggio dell’anima. La sua anima di uomo dedito alla ricerca del bello e allo spirito della sua amata e struggente terra salentina. Una tecnica introspettiva, quella di De Stefano, che denota una forte affezione a quelle radici ineliminabili, che come solchi segnano, nel bene e nel male, l’esistenza di una persona. Moti profondi vissuti con intensità per anni, radici non assenti ma invisibili nei suoi paesaggi. La realtà sensibile non possiede nessuna presunta “oggettività”. L’interpretazione – in questo caso dell’artista – è inevitabilmente soggettiva, creatrice, svelatrice non di un già dato, ma di alcuni riflessi dell’interiorità dell’artista stesso. Artista che, quindi, inevitabilmente informa di sé il reale. Una realtà, dunque che, come nel caso dei “Paesaggi” di De Stefano, è immagine, sguardo, proiezione imprevedibile delle sue idee, delle sue emozioni, del suo inconscio. L’artista, quindi, non a caso, più che creativo, è creatore: non crea un’immagine, ma una realtà. Così è, ad esempio, in De Stefano per quelle stesure monocrome, quei “campi di colore” che ricordano Rothko. Campi di colore che forse, nel caso dell’artista salentino, erano anche “campi di dolore”, bagnati come sono da quella luce bassa e tesa, nelle cromie così accese o in quelle pesantemente cupe.
Come quel campo infuocato di rosso, terra che arde di sangue, di vita e che pare difficile da attraversare, simile a certi dipinti di Andrew Wyeth per quel taglio dal basso che rende minuscolo e inafferrabile il luogo desiderato. Ma quelle lunghe crepe che sembrano non finire mai, più che abissi sono fughe che guidano, nella loro luce dorata, il viandante. Così, anche nelle tele verticali, il senso di vertigine di quel cielo, pur luminoso ma lontano, non rappresenta uno scacco per chi guarda ma un invito a seguirlo strabordante oltre la tavola, al di là di tutto. Al di là delle nuvole.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022
Masi Torello, chiesa gremita e tredici fra sacerdoti e diaconi per l’addio alla scultrice Grilanda. La promessa del Sindaco: «Le opere che ci ha lasciato verranno onorate»
Un’intera comunità, quella masese, e una grande famiglia, quella dell’Arcidiocesi, ieri pomeriggio hanno dato l’estremo saluto a una figlia affezionata. La chiesa di Masi Torello era gremita per i funerali di Alberta Silvana Grilanda, scultrice e artista poliedrica, membro del coro parrocchiale “Ruah”, per tanti anni impegnata nelle più disparate iniziative artistiche, culturali e religiose in paese e a Ferrara, deceduta all’improvviso lo scorso giovedì a 68 anni.
Alberta Silvana Grilanda
«Silvana non è morta di vecchiaia ma per le sofferenze interiori», lei donna sensibile «sempre vicina ai dolori e alle povertà delle persone», ha riflettuto nell’omelia il parroco e amico don Giuseppe Crepaldi che ha celebrato insieme ad altri 12 fra diaconi e sacerdoti, tra cui il Vicario generale mons. Massimo Manservigi. «Era impegnata nella famiglia e aveva una grande fede, il suo volto era sempre gioioso, mi era stata molto vicina anche quando ero stato operato di cataratta». Con commozione don Crepaldi alla fine della cerimonia ha confidato: «mia è la gioia e insieme il pianto: pianto per un dispiacere così grande, gioia nel vedere così tanta solidarietà. Grazie, sarai sempre una di noi».
«Oggi sono qui soprattutto come “Riccardo”: così Silvana mi ha sempre chiamato, fin dai primi giorni da Sindaco nel 2014», ha ricordato il primo cittadino Riccardo Bizzarri. «Era intelligente, colta, intuitiva». E affidabile: «ogni volta che le veniva assegnato un incarico, ero sicuro che ne sarebbe uscito un capolavoro. Faccio una promessa – ha proseguito -: «le opere che ci ha lasciato verranno onorate, saranno la testimonianza della sua persona e un omaggio a lei. La sua morte lascia un grande vuoto in me e nella nostra comunità».
Un vuoto riempito almeno in parte dall’enorme affetto per Grilanda, per il marito Pino e il figlio Michele. Una forte riconoscenza espressa, ad esempio, nelle parole pronunciate da Renato Veronesi del Gruppo Scrittori Ferraresi, nella presenza dell’AVIS col presidente comunale di Ferrara Sergio Mazzini e di una rappresentanza della sezione locale, dell’Azione Cattolica e del gruppo diocesano dei “Genitori in cammino”, a cui Grilanda e il marito si sono uniti dopo la morte prematura del figlio Antonio nel 2004.
«Ci hai lasciato così, Silvana – è stato l’ultimo saluto del marito -, con un dolore talmente grande da essere oltre ogni immaginazione. Ma la fede ci sostiene».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Nuova Ferrara” l’8 dicembre 2021
È morta improvvisamente lo scorso 2 dicembre a 68 anni. Scultrice di Masi Torello impegnata anche nella pittura e nell’incisione, lascia il marito e un figlio. L’impegno nell’Azione Cattolica e l’appartenenza ai “Genitori in cammino”
di Andrea Musacci
Lo sgomento che diventa commozione, il dolore che, pur rimanendo, assume i tratti della gratitudine profonda e della preghiera nell’affidamento al Signore.
Ha lasciato un oceano di affetto e riconoscenza Alberta Silvana Grilanda, deceduta improvvisamente la mattina del 2 dicembre scorso a 68 anni. I funerali sono stati celebrati nel pomeriggio del 7 dicembre nella chiesa di Masi Torello, paese dove risiedeva. Scultrice impegnata anche nella pittura e nell’incisione, lascia il marito Pino Cosentino – fotografo del nostro Settimanale – e il figlio Michele, il secondo dei due avuti dalla coppia: nel 2004, infatti, morì giovane il loro Antonio, mai dimenticato, dramma che li fece avvicinare al gruppo diocesano dei “Genitori in cammino” allora guidato da mons. Mario Dalla Costa. Un’appartenenza, quest’ultima, decisiva per Silvana e Pino, ma non esclusiva all’interno della Chiesa: lei, infatti, era attiva nell’Azione Cattolica e nel Coro Ruah della parrocchia di Masi Torello, partecipava ad alcune attività del Circolo Laudato si’, si impegnava per il “Progetto diga – Emergenza Zimbawe”. Silvana amava la sua Chiesa, di cui si sentiva parte integrante e attiva, tanto da donare negli anni anche alcune sue opere: l’ultima, lo scorso maggio, la Via Crucis realizzata per la nuova chiesa di Ponte Rodoni, parrocchia guidata da mons. Dalla Costa. Ma come non ricordare, ad esempio, anche la “Madre della Sofferenza”, terracotta policroma donata a Papa Francesco; la “Via Crucis” in terracotta alla parrocchia di S. Caterina Vegri a Ferrara, “Gesù e la Madre coronati da spine” donata al Santo Padre Benedetto XVI. O il “S. Francesco”, scultura di terracotta presente nel Seminario Arcivescovile di Ferrara; “Il Signore della Vita”, paliotto di terracotta nella chiesa di Cassana; e il “S. Leonardo Abate”, altorilievo di terracotta nella chiesa di Masi Torello.
Tutte opere che Grilanda realizzava nel suo studio situato dove un tempo sorgeva l’officina del padre fabbro ferraio (foto). Opere che continuava a creare grazie a una vena artistica mai sopita: oltre a essere spesso invitata al MAF di S. Bartolomeo in Bosco, nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al 12 dicembre una sua incisione, “La forza della terra”, è esposta nella collettiva dal titolo “L’albero della conoscenza”. Sempre col Carbone, lo scorso luglio e agosto ha partecipato a una collettiva di artisti ferraresi nella “Kreis Gallerie” di Norimberga. E col Carbone «diversi erano i progetti per il futuro», ci spiega Lucia Boni. Collaborava anche col Club Amici dell’Arte. Socia del Gruppo Scrittori Ferraresi, Grilanda lo scorso giugno è stata protagonista, con la sua opera “La Tenda”, della copertina dell’Ippogrifo. Tra le sue ultime opere ricordiamo anche l’acquerello “Villa Estense di Medelana” per la copertina del libro “La ‘mia’ Delizia” di Gabriele Barboni, da poco uscito. Innumerevoli le mostre, i riconoscimenti e le pubblicazioni in tanti anni di attività.
Tempo fa, come testimonianza della loro esperienza coi “Genitori in cammino”, Silvana e il marito Pino scrissero in un passaggio: «Gesù ci dona la capacità di andare avanti e l’angoscia, la solitudine, lo sconforto e le nostre fragilità vengono da Lui accolte, sostenute e trasformate in un cammino verso Dio». È l’augurio che rivolgiamo ai suoi cari.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 dicembre 2021
Sant’Antonio in Polesine. Visite guidate grazie ad alcuni studenti del Dosso Dossi come “apprendisti ciceroni”. Il Monastero benedettino dal 22 al 26 novembre è stato animato dal progetto del FAI. In tutto, 250 bambini e ragazzi in visita
di Andrea Musacci Un afflusso tranquillo ma comunque anomalo per il Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Un’apertura eccezionale per permettere a tanti bambini e ragazzi di conoscere meglio questo angolo di Cielo nel cuore antico della nostra città.
Da lunedì 22 a venerdì 26 novembre, dalle 9 alle 12, il Monastero che ospita le Monache Benedettine ha aperto le proprie porte a circa 250 alunni e ad alcuni loro insegnanti in occasione della decima edizione delle “Giornate Fai per le scuole”, che in tutto il Paese (nelle altre località fino al 27) prevedevano visite esclusive a luoghi di interesse storico, artistico e naturale a cura degli “apprendisti ciceroni”. La delegazione ferrarese del FAI ha organizzato visite riservate alle classi “Amiche FAI” e gestite da studenti formati dagli stessi volontari del Fondo Ambiente Italiano insieme ai docenti. A Ferrara gli “apprendisti ciceroni” sono stati gli alunni della classe 3 B/E del Liceo Artistico “Dosso Dossi”, impegnati per l’occasione nell’attività di PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (l’alternanza scuola-lavoro) e coordinati dalla prof.ssa Donatella Palchetti, docente di italiano e referente del progetto, da lei curato insieme alla collega Patrizia Massarenti, docente di Storia dell’arte.
Le ragazze e i ragazzi della 3 B/E hanno accolto e accompagnato, per visite di 45 minuti, in alcuni ambienti del Monastero bambini e ragazzi appartenenti a 13 classi di alcuni istituti cittadini: Istituto Comprensivo Alda Costa, I. C. Dante Alighieri, I. C. Boiardo, I.I.S. Luigi Einaudi e dello stesso Dosso Dossi, dalle classi IV delle Primarie fino al III° anno delle Superiori.
Viviana Babacci, volontaria del FAI impegnata in questo progetto insieme a Cristina Bignami e Marcella Pivano, ci spiega come dopo la stipula della convenzione tra il FAI e il Liceo, il progetto ha preso avvio tra fine settembre e inizio ottobre, per poi, a fine ottobre, iniziare la settimana di preparazione con lo studio del materiale, la redazione dei testi per le visite e una prima visita preparatoria al Monastero insieme alla Madre abbadessa Maria Ilaria Ivaldi.
I “ciceroni” del Dosso sono stati divisi in tre gruppi: uno si occupava di illustrare l’ingresso, lo spazio accoglienza e il chiostro; il secondo il sepolcro della Beata – la cui tomba in marmo i ragazzi hanno potuto vedere “gemmata” dalle “lacrime” della Beata Beatrice II d’Este, che normalmente è possibile ammirare fino a marzo -, il coro e le tre cappelle; il terzo, la chiesa.
Lorenzo Baroni e Marta Montanari sono due dei “ciceroni” incaricati di accogliere e guidare i gruppi di studenti nell’ingresso del Monastero per la prima parte della visita. «All’inizio – ci spiega Lorenzo – è stato difficile comprendere un luogo così particolare, così distante da quelli che normalmente viviamo. Prima di riuscire a spiegarlo, ho dovuto cercare di capirlo. E c’è voluto un po’ di tempo». La chiusura e il silenzio un po’ intimoriscono e spiazzano anche Marta, comunque ammaliata, come Lorenzo e i loro compagni, dalla bellezza e dal fascino del luogo. «Importante – aggiunge Marta – è anche il confronto con persone diverse» in questa che assomiglia a una prima esperienza lavorativa: «mi sento più matura», ci confida.«Le monache bevono l’acqua del pozzo?«. È una delle domande bizzarre rivolte ai “ciceroni” da alcuni bambini, più curiosi e spontanei rispetto ai loro omologhi adolescenti. «È bello spiegare da studente a studenti», ci spiega ancora Lorenzo, e «di volta in volta adattare i termini e il linguaggio in base alle età di chi mi ascolta, non usando o spiegando meglio alcuni termini più difficili».
Nell’ultima tappa in chiesa incontriamo, invece, Linda Rouhani e Caterina Brunaldi, interessate in particolare alla parte esterna della chiesa, alle decorazioni e agli affreschi. «La vita delle monache – riflette con noi Linda – la immagino difficile da seguire, così staccata dal mondo, mentre noi adolescenti siamo abituati ad ambienti caotici». Il luogo, però, concorda anche Caterina, è «davvero molto bello e tranquillo». «Il Miracolo – per Caterina – può sembrare inventato, ma dall’altra parte bisogna ammettere che è qualcosa di davvero inspiegabile».
Storia di un luogo davvero unico
Primo monastero femminile nella città estense, il complesso di S. Antonio fu creato per accogliere Beatrice d’Este, figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este, e le giovani che, come lei, intendevano seguire la regola benedettina. Già intorno all’anno Mille si erano insediati sull’isoletta tra i terreni paludosi, monaci agostiniani devoti a S. Antonio: il marchese acquistò dai padri l’area e gli edifici nel 1257. L’anno seguente Beatrice e le sue compagne si trasferirono nel complesso, oggetto di importanti lavori, che Beatrice non riuscì a vedere completati poiché fu colta dalla morte nel 1262. Nel 1413 il vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, consacrò la chiesa. Le benedettine separarono la chiesa in due spazi, uno per i fedeli, l’altro per le loro preghiere. Già dal 1473, infatti, si ottennero, dividendo l’edificio, le due chiese attuali. La chiesa esterna ebbe nel secolo seguente un splendido organo, opera di Giovanni da Cipro, dal 1796 sistemato nella chiesa del Suffragio. Nel ‘600 la chiesa esterna fu abbellita da nuovi altari e da grandi tele e venne ridipinto il soffitto della chiesa esterna, ad opera di Francesco Ferrari, supportato forse dal figlio Felice. Il tema prescelto per la decorazione fu la Madonna col Bambino in gloria ed i Santi Antonio e Benedetto sistemati tra ricchi motivi ornamentali, e sei immagini di santi benedettini.
Si deve a interventi operati nel XVIII secolo la sistemazione della selciata della corte, come attestano le perizie coeve. Furono queste le ultime opere eseguite prima del tracollo del monastero, provocato dall’arrivo degli eserciti francesi: nel 1796 S. Antonio il Polesine ebbe chiuso il tempio, e il convento fu ridotto a reclusorio.La ripresa ufficiale dell’abito monastico si ebbe solamente nel 1924, tra vicende alterne che videro pure sistemare il nuovo altare del SS. Sacramento (1806) e creare una sorta di cappella, decorata da una statua della Beata.Nel 1910 l’ala delle novizie fu adibita a Caserma. Nello stesso anno il Comune di Ferrara acquistò tutto il complesso affidandolo alla custodia delle benedettine. All’entrata del monastero ci si trova nell’ala settentrionale del chiostro, in cui si venera il sepolcro della beata fondatrice dalla cui tomba in marmo periodicamente stilla un’acqua miracolosa detta le “Lacrime della Beata”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 dicembre 2021
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)