Nel cuore dell’esodo: la situazione a Leopoli

17 Mar

Don Moreno Cattelan: «accoglienza e profughi al confine, ma intanto le bombe si avvicinano»

Don Moreno con una famiglia di profughi accolta

Quando riusciamo a metterci in contatto con lui via WhatsApp (l’11 marzo) la voce è sempre calma. Calma nonostante tutto. Da alcuni giorni erano sempre più chiare le intenzioni degli invasori russi: bombardare sempre più nell’ovest dell’Ucraina, verso la regione di Zhytomyr. E poche ore prima di parlare con don Moreno Cattelan, verso le 5.30 del mattino le forze di Mosca hanno lanciato un attacco con missili a lungo raggio ad alta precisione contro due aeroporti militari nelle città di Lutsk e Ivano-Frankivsk, distruggendoli, provocando morti e feriti. Lutsk si trova a 150 km a nord da Leopoli, dove don Moreno vive da alcune settimane con i suoi confratelli della comunità di “Don Orione”, mentre Ivano-Frankivsk è ancora più vicina, a 130 km verso sud. «Sono scattate le sirene, era ancora notte», ci racconta don Moreno. «Noi possiamo dirci ancora tranquilli, ma la paura e la tensione crescono». 

Inoltre, la notte tra il 12 e il 13 marzo i russi hanno colpito l’International Center for Peacekeeping and Security, di Yavoriv, a 30 km a nord ovest di Leopoli e a 25 km dal confine con la Polonia.

Continua l’afflusso di migliaia e migliaia di profughi da Kiev e dall’est del Paese verso Leopoli, per sfuggire alle bombe, ai combattimenti e alla miseria, per poi o rimanere lì oppure passare il confine ungherese, polacco o moldavo. «Ci sono 2 km di fila per entrare in stazione», per controllare ogni persona. Molti arrivano dalle campagne, da piccole località, gente semplice, che non si è mai spostata dal proprio paese, come la donna, ci racconta don Moreno, «che aveva con sé ancora il passaporto dell’URSS». Il flusso alle frontiere in questi giorni, però, diminuisce, chi voleva fuggire l’ha fatto la scorsa settimana.

«Nella nostra comunità “Don Orione” in questi giorni accogliamo 35 persone, siamo pieni e quindi le indirizziamo ad altri centri in città. Qui a Leopoli siamo ancora autonomi nell’approvvigionamento dei beni essenziali. Se a volte ci manca qualcosa per i nostri ospiti, chiediamo al centro di accoglienza allestito nella scuola qui vicina, e quando possono ci donano patate, polpette o altro». 

E poi il missionario padovano insieme ai confratelli don Egidio Montanari e Mykhailo Kostivdon continua a organizzare i viaggi per portare i profughi al confine ungherese. «Ad oggi abbiamo fatto 6 pullman, per un totale di circa 200 persone, e con un altro partiamo fra mezz’ora». Molti arrivano da Kiev (impiegando 3 giorni per fare 550 km), da Poltav, da Kharkiv. Su quest’ultimo pullman ci saranno bambini, disabili, malati, alcuni di loro si fermeranno all’ospedale “Burlo Garofalo” di Trieste. Altri arriveranno a Mestre per poi raggiungere altri profughi ucraini nelle comunità orioniane di Tortona e Fano, oppure a Milano, altri ancora andranno a Genova. «Abbiamo accompagnato al confine anche 7 famiglie italiane, indicateci dalla nostra Ambasciata», che a Leopoli si è trasferita, da Kiev, il 1° di marzo.

La guerra aiuta, per forza, anche a crescere in fretta, a volte troppo. È il caso, ad esempio, di due ragazzine ucraine di 16 anni che hanno raggiunto, da sole, le nonne in Italia, una a Trento l’altra a Novara.

Infine, a don Moreno, prima che raggiunga il pullman per un nuovo viaggio della sperranza verso l’Ungheria, gli chiediamo come stanno i ragazzi disabili che dal loro centro a Leopoli sono stati trasferiti due settimane fa nelle comunità di Fano e Tortona: «stanno bene, cercano di integrarli e di tenerli impegnati, gli fanno fare piccoli lavoretti, come realizzare collane con perline. Quand’erano qui a Leopoli facevano anche un laboratorio per realizzare icone». 

A Tortona, poi, è stato realizzato un piccolo reparto dove gli ospiti ucraini dispongono di una piccola cucina, in modo da essere autonomi, e tra loro solidali.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 marzo 2022

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A Drohobych aumenta la tensione e insieme la fede e il coraggio

17 Mar
Famiglia aiutata da padre Roman

Padre Roman Fedko, sacerdote cattolico di rito bizantino, ci aggiorna sulla situazione nell’ovest del Paese. Ogni giorno aumentano i profughi e i poveri ma la solidarietà regge

La paura, giorno dopo giorno, cresce anche nell’ovest dell’Ucraina. E di pari passo aumenta la solidarietà e la preghiera. Abbiamo ricontattato Padre Roman Fedko, sacerdote cattolico di rito bizantino che con la famiglia (la moglie e i tre figli) vive a Rychtyci, a pochi km da Drohobych, vicino al confine con la Slovacchia e la Polonia.

«Noi stiamo bene – ci dice l’11 marzo -, i generi di prima necessità si trovano ancora, ma ieri notte hanno bombardato i due aeroporti militari nelle città di Lutsk e Ivano-Frankivsk», quest’ultima a 120 km da Leopoli, la distanza che divide Ferrara da Reggio Emilia.

«Da qualche giorno qui gira una brutta voce», prosegue: «la Russia accusa l’Ucraina di voler usare armi chimiche. Non solo è una fake news usata dai russi ma di solito quando loro accusano gli altri di qualcosa significa che cercano un pretesto per compiere loro stessi quell’azione. È successo così in Siria, ad esempio. Temiamo, quindi, che prima o poi siano loro a usare armi chimiche contro il nostro popolo. E poi c’è il terrore che possa accadere qualcosa dalla centrale di Chernobyl», ora in mano agli uomini di Putin. 

Nonostante ciò, la zona non ha ancora conosciuto combattimenti o bombardamenti. «Abbiamo un po’ più di paura ma col tempo la gente si sta abituando anche a questa situazione straordinaria. In zona ci sono tanti profughi, scuole e altre strutture pubbliche vengono usate per dare alloggio a chi scappa da Kiev e da altre città. Molti decidono di non proseguire verso il confine polacco o ucraino perché si ritengono già fortunati di essere arrivati sani e salvi qui».  

Quasi quotidiana è l’opera di assistenza da parte di Padre Roman di poveri, anziani e profughi. «Oggi sono andato a Drohobych in una scuola allestita come centro di accoglienza che ospita oltre 200 profughi e ho portato riso e altri alimenti». Ieri, invece, «qui a Rychtyci sono tornato a trovare alcune famiglie povere con bambini, tra cui alcune di rom – di cui mi occupo da oltre 10 anni -, che naturalmente con la guerra hanno peggiorato la loro situazione. Poi, regolarmente faccio visita, sempre qui nel mio paese, a un hospice, un centro palliativo che ospita più di 20 anziani allettati». 

Continua anche la difesa territoriale, con tutti gli uomini dai 18 ai 75 anni d’età che si sono arruolati. Ogni giorno si vive col pensiero che la guerra possa iniziare, del tutto, anche qui. Anche le strategie di difesa come le barriere anti carro armato rispetto ai primi giorni vengono organizzate meglio e in maniera più efficace, con la supervisione dei militari. Prosegue anche la realizzazione di teli neri, spesso fatti con poveri stracci, per metterli sugli edifici e altri punti importanti in modo che i caccia russi non riescano a vedere bene dove eventualmente bombardare.

Poi, però, c’è il problema dei russi che «girano da civili, anche da prima della guerra, spacciandosi per ucraini e cercando di raccogliere informazioni importanti. Oppure «sappiamo di persone pagate dalla Russia per compiere attentati alle centrali elettriche o del gas».  

Infine, proseguono le veglie di preghiera: «aumenta sempre di più il flusso di persone che viene per pregare, il doppio rispetto a prima. E continuo il Rosario sul mio profilo Facebook, al quale si collegano circa 200 persone la mattina e 400 la sera. Per molte persone – conclude Padre Roman – venire in chiesa significa trovare un po’ di pace, riacquistare un po’ di tranquillità. Ogni giorno, poi, confesso circa 70 persone e tante altre mi chiamano per chiedermi aiuto, dei consigli, per parlare e sfogarsi, per chiedere come poter essere utili».  
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 marzo 2022

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«Accompagniamo famiglie e disabili al confine»: il racconto di don Cattelan da Leopoli

9 Mar
Profughi in partenza dalla Comunità “Don Orione” di Leopoli

Don Moreno Cattelan racconta a “La Voce” l’impegno nell’aiutare le persone a raggiungere la frontiera ungherese per poi arrivare in Italia. La loro comunità è diventata centro di accoglienza dei tanti profughi

Sono veri e propri viaggi della speranza quelli che migliaia di ucraini da giorni stanno compiendo per sfuggire alla furia distruttiva dell’invasore russo. Viaggi che non sarebbero possibili senza il forte spirito solidale della popolazione e, nello specifico, senza l’aiuto dei tanti sacerdoti e delle tante opere cristiane radicate sul territorio. 

Fra i più attivi in questo senso c’è don Moreno Cattelan, missionario padovano della congregazione di Don Orione, la “Piccola Opera della Divina Provvidenza”, opera presente dal 2000 nella periferia di Leopoli, impegnata nell’animazione giovanile e nell’accoglienza di giovani disabili. Lo abbiamo contattato telefonicamente per farci raccontare la situazione. «La notte tra il 25 e il 26 febbraio da Kiev mi sono trasferito a Leopoli insieme a don Egidio Montanari», presente in Ucraina dal 2000. Un viaggio durato 18 ore. «Qui, abbiamo raggiunto il chierico Mykhailo Kostiv, mentre don Fabio Cerasa», altro sacerdote orioniano, «è andato a Tortona per dare una mano all’accoglienza dei profughi e per tenere i contatti tra noi e le comunità in Italia. A Kiev io e don Egidio in questi due anni abbiamo cercato di iniziare la nostra missione, ma prima il covid e poi la guerra non ci hanno aiutato». In ogni caso, «qualche progetto nel nostro quartiere l’avevamo iniziato, soprattutto coi bambini».

Don Moreno Cattelan

A Leopoli il centro di accoglienza nel Monastero dispone di 30 posti letto e di un grande refettorio. In queste settimane è un flusso continuo di persone provenienti da ogni zona dell’Ucraina: alcuni si fermano, altri invece proseguono verso il confine con l’Ungheria per raggiungere l’Europa. 

E in questi viaggi verso il confine – finora un centinaio di persone hanno accompagnato da Leopoli -, in direzione dell’Italia e di altri Paesi europei, i due sacerdoti italiani sono attivi in prima linea. Solo nella giornata del 3 marzo, quando riusciamo a parlare per la prima volta con don Moreno, hanno portato al di là del confine 42 persone, di cui oltre la metà bambini. Ad attenderli, un pullman diretto in Italia: metà di loro, i ragazzi disabili ospitati nella comunità di Leopoli, sono stati accolti dal Centro “Mater Dei” di Tortona dell’Opera “Don Orione”, una decina in una struttura orioniana di Fano e altri a Torino. Altri ancora, invece, arrivati a Mestre, si sono fermati in zona da alcuni parenti. Domenica 6 hanno accompagnato al confine ungherese dieci bambini con le madri. 

Ma il viaggio da Leopoli all’Ungheria, normalmente di circa 7 ore, non è facile: «già per noi – ci racconta don Moreno – è stata un’odissea fuggire da Kiev», un lungo viaggio «su strade spesso bombardate». E ora questi viaggi quotidiani per portare i profughi al confine, spostamenti nei quali, «oltre alla difficoltà di trovare pullman disponibili, si aggiunge il fatto che molti sono sprovvisti di passaporto. «È gente umile, non abituata a viaggiare. Per fortuna, per loro scatta automaticamente la protezione umanitaria». Tra le persone che hanno accompagnato, anche una bimba di un anno e un mese provvista del solo certificato di nascita. E a proposito dei bambini, don Moreno sottolinea come da poche settimane avevano ripreso ad andare a scuola. «Quando li ho lasciati al confine diretti verso l’Italia, ci siamo promessi di rivederci fra una settimana. Ma sarà molto dura. In Italia vengono accolti e integrati bene», per ricostruirsi una normalità, ma per loro, soprattutto per loro, è stato uno sradicamento non da poco, feroce e improvviso. Ma le dogane sono intasate e quindi don Moreno ci spiega che stanno cercando altri punti di confine dove portare i profughi.

Non tutti però raggiungono la comunità orioniana di Leopoli per starci solo qualche giorno prima del viaggio verso il confine. Alcuni decidono di rimanervi, come le tre famiglie, tutte con bambini, fra cui un neonato nato i primi di febbraio, o alcune anziane, provenienti da Kiev e da Kharkiv, una delle città più martoriate dalla furia distruttiva russa. «Stasera – ci spiega don Moreno venerdì 4 – un’altra madre coi figli partirà da qui verso l’Ungheria, mentre il padre tornerà a Kiev per combattere con l’esercito di difesa cittadino. Alcune persone che arrivano qui da noi a Leopoli tremano dalla tensione, e dopo tre giorni senza aver mangiato. Qui si autogestiscono e si aiutano reciprocamente con la cucina e la lavanderia. C’è un forte senso di familiarità». 

Ma anche mentre scriviamo, tante sono le persone che continuano a raggiungere Leopoli, ormai centro di raccolta e smistamento delle migliaia di sfollati che lasciano le città di un Paese che il governo di Putin sta cercando di schiacciare e sottomettere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022

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«Uniti nella preghiera e nella resistenza»: il racconto di Padre Roman Fedko dall’Ucraina

9 Mar

Testimonianza da Drohobych a “La Voce”. «Qui ognuno è volontario, tutti aiutano in qualche modo»

di Andrea Musacci

Drohobych è una località nella zona occidentale dell’Ucraina, a quasi 80 km da Leopoli e vicina al confine con Slovacchia e Polonia. Qui vive Padre Roman Fedko, sacerdote cattolico di rito bizantino, sposato e con tre figli di 16, 10 e 4 anni. Parla bene l’italiano perché dal 2001 al 2009 ha studiato e conseguito la licenza e il dottorato all’Istituto Patristico Augustinianum dell’Università Lateranense di Roma. 

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare la situazione nella zona in cui vive. «Per il momento è relativamente tranquilla. Alle 4.30 del 24 febbraio scorso, primo giorno di guerra, siamo stati svegliati da missili esplosi a 25 km da qui. Solo dopo abbiamo saputo che ne sono stati lanciati quattro in una piccola zona militare», una delle tre del territorio. Missili che, però, hanno colpito anche tutti gli edifici circostanti, con diversi feriti. «Poi abbiamo visto aerei militari volare basso e velocissimi. Qui non se l’aspettava nessuno, fino al giorno prima si parlava di dialogo». Le giornate di padre Roman come di tutti gli abitanti di Drohobych sono impastate di paura, dolore, ma non di rassegnazione. «La notte, anche per due o tre volte sentiamo il suono delle sirene: le persone scappano nei sotterranei», negli scantinati, nei piani interrati. Padre Roman e la sua famiglia non ne hanno uno. «Ma anche i miei figli dopo più di una settimana di guerra in un certo senso si sono abituati».

«La popolazione qui è molto unita, tutti sono volontari: davvero enorme e commovente è stato il risveglio della gente. Tanti sono quelli che si arruolano volontari nell’esercito, c’è sempre la fila davanti alle sedi militari». Otto anni fa, durante la guerra in Crimea non fu così: «molti sentivano la guerra comunque come più lontana». Altri, invece, hanno combattuto anche in quel conflitto, e quindi hanno molta esperienza. Chi non impugna le armi prepara il cibo per chi ha bisogno, i pacchi con i beni di prima necessità, aiuta gli anziani di un ospizio, le famiglie povere, oppure costruisce barriere anti carro armato: «sono barricate con sacchi pieni di sabbia», ma anche veri e propri «blocchi di cemento armato che vengono posizionati su diverse strade che portano alla città per impedire ai carri armati russi di passare».

Per quanto riguarda, invece, l’accoglienza dei profughi, a Drohobych e Truskavets, quest’ultima nota città termale poco distante, «molti edifici, tra cui quelli termali, sono stati messi a disposizione dei profughi, e in tanti hanno aperto le porte delle proprie case alle famiglie che arrivano da Kiev o da altre zone». In molti, però, sono di passaggio, si fermano due giorni per proseguire verso il confine con la Polonia, nella speranza di arrivare in Europa. Ma la solidarietà e la resistenza si concretizzano anche in altri modi: «diverse donne della mia parrocchia realizzano reti, tende nere di diverse stoffe per mascherare gli edifici, in modo che gli aerei russi senza pilota non li possano vedere e colpire».

E naturalmente c’è la preghiera, diffusa, continua, popolare, 24 ore su 24: sia in chiesa sia on line sulla pagina Facebook di padre Roman, con collegate ogni giorno centinaia di persone. Ma i soldati, padre Roman, li aiuta anche confessandoli: «in questi giorni – ci racconta – avrò confessato e benedetto una 30ina di soldati. A ognuno di loro regalo anche il rosario. Ieri di rosari ne abbiamo benedetti un centinaio».

Insieme al dolore, da ogni parola di padre Roman si sente anche l’orgoglio. Quello di un popolo che i russi vogliono schiacciare. «O siamo uniti e resistiamo oppure l’Ucraina non ci sarà più. Ora i missili arrivano anche dalla Bielorussia (alleata di Putin, ndr), e temiamo che anche il loro esercito ci invada in appoggio alla Russia». Un ringraziamento nasce in lui spontaneo prima di lasciarci: «Grazie di cuore a voi ferraresi per tutto l’aiuto che ci state dando. E grazie all’Italia e all’Europa che ci sostengono».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022

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Nessuno può toglierci la nostra umanità, ci insegna Etty Hillesum

9 Mar

La mostra dalle Clarisse presentata il 1° marzo: «dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano, la positività nel reale»

Nulla ci viene strappato per sempre. Se immersi nell’orrore e nella miseria di un campo di concentramento, questa certezza è possibile solo grazie a un’assurda e smisurata fede.

È la fede di cui era piena Etty Hillesum, ebrea olandese deportata ad Auschwitz, dove muore il 30 novembre 1943 all’età di 29 anni. Di questo legame intimo con l’Assoluto, Etty lasciò traccia in un lungo Diario e in diverse Lettere (edite in Italia da Adelphi).

Fino al 9 marzo è possibile avvicinarsi al cammino di fede e di umanità di Etty grazie alla mostra realizzata dal Meeting di Rimini nel 2019 ed esposta nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara. La mostra è visitabile ogni pomeriggio dalle 15.30 alle 17.45. Per le visite guidate è possibile contattare Elisabetta Urban (cell. 351-5512283) o Giorgio Irone (3348045353), due giovani del CLU – Comunione e Liberazione Universitari di Ferrara. Negli stessi orari è possibile visitare la cappella del forno, alle ore 18 partecipare al Vespro e alle 18.30 alla Celebrazione Eucaristica. 

La mostra è stata presentata la sera del 1° marzo, davanti a una 40ina di persone, da uno dei curatori, il giornalista e scrittore Gianni Mereghetti, affiancato da Elisabetta Urban e Giorgio Irone. Proprio dal CLU è nata l’idea di portare l’esposizione dalle Clarisse. Una proposta nata grazie al fatto che da un po’ di tempo gli universitari di CL la Scuola di Comunità la svolgono proprio nel Monastero di via Campofranco.

Quello spiraglio di positività sempre da scoprire

Qualsiasi cosa accada non ci possono togliere nulla, non possono toglierci la nostra umanità: «questo pensava, viveva Etty Hillesum», ha spiegato Mereghetti.

«Etty ci insegna il metodo dell’ascoltare la realtà, per comprendere le cose vere», nella loro verità. «Un ascolto possibile solo nel pieno coinvolgimento».

Nel 1941 avviene l’incontro decisivo della propria vita, quello con lo psico-chirologo Julius Spier. È lui che la aiuterà ad ascoltarsi nel profondo, «ad aprirsi all’altro e a Dio in maniera autentica». Da qui la certezza che dentro la realtà «c’è sempre qualcosa di positivo, uno spiraglio di positività. Dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano». Di conseguenza, il compito che d’ora in poi si darà, sarà quello di «dissotterrare nel cuore dell’altro la positività della vita, di disseppellire Dio».

Nel campo di transito di Westerbork, dove Etty lavorerà come assistente sociale prima di essere deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello Mischa, «non troverà solo miseria e disperazione» ma anche, nelle persone lì costrette, «un desiderio di bene e una grande umanità». Un “ascolto”, anche questo, fatto col cuore, tipico di chi «ha sempre vissuto l’impatto col reale, non difendendosi da esso ma vivendolo fino in fondo».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022

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«Dio è pace, Slava Ukraini!»

2 Mar
Don Vasyl (a destra) e alcuni uomini della comunità ucraina ferrarese prima della spedizioni di aiuti in Ucraina

Ferrara a fianco del popolo ucraino e in appoggio alla comunità cattolica ucraina guidata da don Vasyl  Verbitskyy: la possibilità di donare cibo e medicine da spedire in Ucraina, le bandiere solidali realizzate dalla parrocchia di  Comacchio, la preghiera in piazza a Ferrara, quelle nella chiesa di via Cosmè Tura e a Copparo, il sit in della Rete per la Pace…

di Andrea Musacci

La rabbia e l’orgoglio di un intero popolo, la risposta solidale e nella preghiera della città di Ferrara e dell’intera Arcidiocesi.

Anche nel nostro territorio i circa 3500 ucraini residenti vivono giorni di angoscia e di paura per i tanti cari in Ucraina e per il loro amato popolo. Oltre alla nostalgia della terra lontana, grande è ora il dolore per l’invasione russa scatenata il 24 febbraio dal Presidente Vladimir Putin.

Cibo e medicine: chi vuole può donare

La comunità cattolica ucraina di Ferrara da giovedì scorso sta raccogliendo generi alimentari a lunga conservazione (pasta piccola, sughi, biscotti, latte, tonno, caffè, zucchero, carne in scatola ecc.), medicinali (antidolorifici tipo oki, tachipirina, ibufrofene e similari) e materiali di primo soccorso (garze, bende, cerotti, disinfettanti ecc.) da spedire in Ucraina. Tutto quanto raccolto verrà trasportato via terra attraverso corridoi sicuri già attivi, che possono garantire il recapito diretto, il tutto in sinergia con Caritas diocesana e Caritas italiana. Sabato sera sono partiti i primi tre furgoni carichi di donazioni, arrivati alla chiesa della comunità greco-cattolica a Ternopil, nell’ovest del Paese. Altri sono partiti domenica. Come ci spiega don Vasyl, «una famiglia che conosciamo porterà parte dei beni raccolti con un pulmino alla dogana sul confine con la Polonia. La maggior parte del materiale raccolto, invece, verrà portato in Ucraina grazie alla Caritas dell’Esarcato apostolico ucraino in Italia», il cui Direttore don Volodymyr Medvid risiede a Cattolica. 

Il materiale da donare si può portare nella chiesa di via Cosmé Tura oppure si può far avere chiamando don Vasyl al 366-3958892. 

Anche diversi studenti universitari di Unife in questi giorni stanno aiutando gli ucraini nella raccolta del materiale e nella chiusura degli scatoloni da spedire. Il Comune, inoltre, si sta organizzando tramite le Farmacie comunali per donare farmaci, mentre Iper Tosano e altri supermercati cittadini doneranno alimentari.

Il gesto da Comacchio: bandiere e foulard fatti a mano

Il desiderio di aiutare il popolo ucraino ha stimolato la creatività di molti. Da Comacchio don Guido Catozzi ci spiega l’idea di alcune parrocchiane di realizzare a mano bandiere dell’Ucraina e foulard con gli stessi colori che chiunque può acquistare a offerta libera. Il ricavato verrà dato a don Vasyl per l’acquisto di beni alimentari e medicine da inviare in Ucraina. Un’iniziativa, questa, portata avanti dalla comunità di Comacchio insieme alle Chiese di Cervia, Cesenatico e di altre della Romagna.

S. Maria dei Servi santuario di pace

Da giovedì 24 febbraio la chiesa di Santa Maria dei Servi in via Cosmé Tura, 29 a Ferrara è diventata il punto di riferimento non solo per i tanti ucraini in città ma anche per tanti non ucraini che hanno scelto di esprimere la loro vicinanza. Anche questa settimana la chiesa è sempre aperta, dalla mattina alla sera. Lo scorso fine settimana dalle ore 9 alle 22 non è mai mancata una presenza. Si sono susseguite le preghiere per la pace, i Rosari, la Divina Liturgia. Sabato pomeriggio la preghiera ha visto anche la presenza di don Giacomo Granzotto, Responsabile dell’Ufficio liturgico diocesano, di p. Massimiliano Degasperi (parroco di S. Spirito) e di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio ecumenico.

Anche i Campanari Ferraresi hanno portato il proprio contributo suonando una volta al giorno da venerdì a domenica.

Domenica c’è stata anche una preghiera speciale, quella delle “Mamme in preghiera”, un gruppo della comunità ucraina ferrarese che da oltre 10 anni prima della Messa domenicale si ritrova per leggere e meditare un brano del Vangelo e per rivolgere una preghiera per i propri figli e nipoti in Ucraina. Un gesto che in questi giorni assume un significato ancora maggiore.

Ma non solo: mercoledì 2 marzo alle ore 19.30 nella chiesa di Copparo don Vasyl parteciperà a una preghiera per la pace invitato dal parroco don Daniele Panzeri. A Copparo da tanti anni risiede un nutrito gruppo di persone di origine ucraina. La sera del 25 febbraio diversi giovani si sono trovati a Casa Cini con don Paolo Bovina per un Rosario per la pace. Domenica 20 febbraio la comunità ucraina ferrarese si era ritrovata nella chiesa di S. Agostino per una veglia di preghiera trasmessa in tutto il mondo. In tante chiese in Diocesi si susseguono preghiere per la pace. La mattina di domenica 27 altro sit in spontaneo di una 30ina di ucraini in piazza Municipale.

«Non ci abbandonate!»

Nel tardo pomeriggio di venerdì 25 febbraio oltre 200 persone si sono ritrovate in piazza Repubblica per un momento di preghiera organizzato dalla comunità ucraina cattolica di tradizione bizantina guidata dal Cappellano don Vasyl Verbitzskyy. Lui stesso ci confessa che da quel maledetto giovedì non dorme, e come lui, tanti. Il pensiero è sempre al suo Paese, in particolare ai suoi genitori che vivono nell’ovest dell’Ucraina. Nei giorni scorsi, don Vasyl e altri si sono trovati di sera, di notte: «nessuno di noi riusciva a dormire, così invece almeno ci facevamo compagnia e ci sostenevamo a vicenda».

Il 25 presenti anche il Sindaco, il suo vice e alcuni Assessori. L’orgoglio patriottico e la profonda fede degli ucraini hanno trovato una spontanea espressione nei canti – civili e religiosi – intonati dai tanti presenti, molti fra le lacrime. Molti anche i bambini e i giovani, e tante quelle bandiere blu e gialle del loro amato Paese, gli stessi colori coi quali è stata illuminata la fontana della piazza.

Oltre all’orgoglio, però, c’è la rabbia. «È una vergogna che l’Europa non ci appoggi», grida una signora squarciando il silenzio fattosi pesante. «Non state zitti, ci sentiamo abbandonati. Ascoltate l’Ucraina!». Il suo grido è quello di un popolo martoriato che combatte fino alla morte contro l’invasore russo. “Stop alla guerra!”, urlano i presenti, una guerra non cercata né provocata. 

«Siamo qui per testimoniare la nostra volontà di pace», ha detto don Vasyl. «Il popolo ucraino è il popolo cristiano. Vi invito a pregare insieme a noi nella chiesa di via Cosmé Tura. Dio vi aspetta. Con Dio ci può essere la pace perché Dio è pace». 

Sit in per la pace (26 febbraio 2022) – Foto Andrea Musacci

Il sit in della “Rete per la pace”

Tantissime le persone che nel pomeriggio del 26 febbraio hanno riempito piazza Castello per il sit-in per la pace promosso dalle confederazioni sindacali e da diverse associazioni e partiti. Toccante, in particolare, la testimonianza di una donna ucraina che tra le lacrime ha raccontato di suo figlio soldato in Ucraina, richiamato nell’esercito lo scorso gennaio.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022

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Un normale conflitto tra amici: a teatro l’opera di Serraute

2 Mar
Foto Marco Caselli Nirmal

Si intitola “Pour un oui ou pour un non”  l’opera di Nathalie Sarraute portata in scena lo scorso fine settimana al Teatro Comunale di Ferrara da Umberto Orsini e Franco Branciaroli. I confini tra amico e nemico sono sempre così netti? Le parole sono davvero così fondamentali per comprendersi, oppure spesso non sono controproducenti?

di Andrea Musacci

Un dramma travestito da commedia che inizia nel proprio epilogo, nella propria catarsi. Un uomo irrompe in casa di un amico, preoccupato (o solo curioso?) del fatto che quest’ultimo da un po’ non si faccia più sentire. Da qui erompono rancori sopiti, malumori, incomprensioni. Chi fra i due è l’accusato e chi l’accusatore?

Un’ora e dieci di vita distillata è “Pour un oui ou pour un non”, commedia di Nathalie Sarraute portata in scena lo scorso fine settimana al Teatro Comunale di Ferrara dagli attori Umberto Orsini e Franco Branciaroli.

Non comprendo quindi sono

Arriva l’amico, l’intruso irrompe. E dice: «io sento che…io voglio cercare…». È l’inquieto. Vuole capire il perché dell’assenza e del silenzio dell’altro che, placido, risponde, nega finché può (poco): «niente che si possa dire…». Cioè, nessuno può capire, può capirmi. Fin da subito, la questione si pone come radicale. O tutto o niente. O sì o no. D’ora in poi non varranno fughe, nascondimenti, ironie o virgolettati. La verità dovrà essere sbattuta sul tavolo, sezionata, osservata fino all’osso. Con lo scacco come inevitabile finale (che ne siamo o no consapevoli).

Insomma, l’inquieto che irrompe nella calma vita domestica dell’ospitante da “accusatore”, indagatore, si trasforma ora in “accusato”. È amico ma visto come hostis, nemico, non più hospes (ospite). Perché è lo stesso ospitante che si pone come ostile. Inizia una lotta, un processo reciproco, dove insieme, controvoglia o con acredine, ci si potrà ancora una volta illudere di poter fondare un’amicizia sulla totale comprensione. Non è così, mai. L’altro – amico o nemico poco importa – irrompe nella mia esistenza e in quanto altro non può non stravolgerla. La mia posizione per quanto prossima alla sua sarà sempre distinta, distante, altra.

Questo di Sarraute è, niente più niente meno, che un dramma, il dramma dell’uomo, “obbligato” a confrontarsi, a dialogare, quindi anche a fraintendersi e scontrarsi.

L’oggetto iniziale del contendere rimane, com’è normale, molto vago, indefinito, è qualcosa che riguarda incomprensioni sulle rispettive carriere. Ciò che importa è la vera sostanza di ogni dialogo: quella di muoversi – sempre, inevitabilmente – dal nulla dell’incomprensione, sul vuoto del non capire l’altro, di non poterlo afferrare. E da questo ni-ente mai del tutto potersi distaccare. 

«La vita è là». Ma dove?

A un certo punto l’ospite apre la finestra e fa entrare il mondo sotto forma di una musica dolce e malinconica che arriva dalla strada. Una nuova incomprensione si ha quando uno dei due cita (forse involontariamente) Verlaine: «La vita è là», dice indicando il mondo oltre l’appartamento. «Mio Dio, mio Dio, la vita è là / semplice e tranquilla, / questo rumore quieto / viene dalla città», sono in effetti alcuni versi del poeta francese.

Da qui il contrasto io–tu si fa contrasto «noi»-«voi», dove «voi» a dir dell’ospitante sarebbero quelli come l’amico: gli arrivati, gli ironici, gli uomini di mondo che il mondo, però, lo schematizzano, lo ingabbiano in categorie. Sono i superficiali. Per contrasto, la solitudine dell’ospitante diventa distacco, coscienza critica, ma anche, come detto, rancore. E degnazione: atteggiamento, questo, all’inizio affibbiato, al contrario, dall’ospitante all’ospite. 

I ruoli, dunque, sempre più si invertono, si confondono: l’accusatore diventa accusato, il distacco è quello dell’ospite inconsapevole o quello del solitario ospitante? Quest’ultimo da riservato e pudico si trasforma in viscerale, esplicito, costringendo l’altro invece a difendersi. Allora, dov’è la vera vita? Chi fra i due è più libero? L’ospite, leggero, vitale, realizzato ma in realtà inquieto, sempre deciso se indossare il proprio soprabito e andarsene, oppure l’amico ospitante, «inafferrabile», anch’esso inquieto ma forse più profondo?

Senza parole

Un’ora abbondante, dunque, in cui non si è parlato di nulla di concreto. Ma è proprio questo il punto: a prescindere dal tema specifico, dall’oggetto del contendere, ogni confronto si basa sul non comprendere, sul fraintendimento.

E allora in quest’ora così satura di parole, il finale lascia aperto un dubbio: vincerà quella musica dalla strada, quel richiamo divino nella propria inafferrabilità, nella sua non-necessità di parole, oppure l’atto estremo, la tentazione di risolvere l’irrisolvibile conflitto eliminando l’altro?

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022

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«Testimoni del giudizio» per non scivolare nel nulla

18 Feb

Centenario di don Giussani: mons. Santoro (Delegato Memores Domini) e Prosperi (Presidente CL) in dialogo su nichilismo e pienezza di vita. A partire dalla domanda: “Perché esisto?”

Come rispondere alle domande fondamentali dell’uomo? E soprattutto come viverle, diventando testimoni della verità in un mondo che sempre più sembra smarrire i criteri essenziali per interpretare la realtà?

Quesiti sui quali Comunione e Liberazione ha riflettuto la sera del 9 febbraio in un incontro che ha visto confrontarsi tra loro mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e dallo scorso settembre “delegato speciale” del Papa presso i Memores Domini, e Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di CL.

A Ferrara l’incontro, aperto a tutti, è stato trasmesso in diretta dalla Sala Estense. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di circa 150 persone, fra cui molti giovani.

I relatori, in particolare, hanno riflettuto sul testo, da poco edito, “Dare la vita per l’opera di un Altro”, che raccoglie gli ultimi interventi di don Luigi Giussani agli Esercizi della Fraternità, dal 1997 al 2004, e che costituisce il testo a partire dal quale si lavorerà durante le Scuole di comunità, per poi arrivare al prossimo appuntamento condiviso in programma il 23 marzo. 

Riscoprire il cuore dell’annuncio cristiano è, da sempre, ciò che muove il movimento di Comunione e Liberazione. Ma riscoprire quella «passione per il fatto cristiano» in un mondo sempre più desacralizzato e nichilista può sembrare una fatica di Sisifo. Partendo dal sopracitato testo di don Giussani, mons. Santoro ha tentato innanzitutto di ripercorrere quel momento nella storia – nel XVIII secolo, quello cosiddetto dei lumi -, in cui il razionalismo ha preso il sopravvento, illudendo «l’uomo che con la propria ragione potesse considerarsi misura di tutte le cose». Da quel momento Dio è espulso dalla vita personale e collettiva, dalla storia. «L’uomo cede alla tentazione di pensare che si fa da solo», con la conseguenza, inevitabile, «che nulla abbia reale consistenza».

La risposta della Chiesa fu di «arroccarsi», per difendere, giustamente, la morale del popolo. Ma così finì per «dare per scontata l’evidenza del contenuto dogmatico, obliterando la forza originaria del cristianesimo», cadendo nel duplice errore del moralismo e dell’azione a tutti i costi «a scapito dell’annuncio della “lieta notizia”, della passione per il fatto cristiano».

“Per chi si vive?”: questa è la domanda fondamentale da cui partire per fondare ogni azione e ogni morale. Ripensare al mistero della propria esistenza, alla domanda: “Chi è Dio per l’uomo?”. Dio e l’io al centro, quindi, insieme: che «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) e al tempo stesso «che l’io sia salvato come autocoscienza del cosmo e come colui che – unico nel creato – ha sete di Lui, desiderio di eternità». Riscoprendo, quindi, la domanda sul senso: «Perché esisto?». 

Il razionalismo, nelle sue due forme prevalenti del nichilismo e del panteismo, ha portato, invece, l’uomo a scivolare nel nulla. La conseguenza, inevitabile, della perdita di un fondamento, è che «l’uomo cada in balia del potere» e della competizione per raggiungerlo. Tutto è nel potere dell’uomo, a sua disposizione: così, egli diventa schiavo del potere, dell’effimero, di ciò che non può soddisfare la sua sete di Assoluto. Il peccato è questa «estraneità» a sé e al suo fondamento ultimo, «il non riconoscere ciò che è come coerente con Dio, il non domandare di essere, non anelare a un compimento», a una pienezza.

Abbiamo bisogno, invece, come ha riflettuto Prosperi, di «testimoni del giudizio», di persone capaci di riempire di senso ogni aspetto della nostra esistenza, di «testimoniare la verità» sull’uomo e sul mondo. Di mostrare con la propria vita che «lo star bene non è l’assenza di problemi e l’affidarsi solo a ciò che ci fa comodo» ma appunto «il sentirsi in Dio, nell’Essere», e alla Sua luce illuminare il nostro cammino e ogni nostra esperienza, anche quotidiana. 

Il «domandare l’Essere», come diceva don Giussani, è la domanda sulla verità, sul Mistero. Uno sforzo per nulla scontato, dato che la realtà nella sua dimensione più profonda non è immediatamente conoscibile, ma «velata, buia, è segno» che, appunto, rimanda ad altro. Quella nebbia si può, anche se non pienamente, diradare: serve, però, avere uno «sguardo colmo di stupore che ci permetta di vedere nella realtà l’Altro, Colui che l’ha creata nella sua Grazia». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022

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(Immagine: da “Il Vangelo secondo Matteo” di P. P. Pasolini, 1964)

Identità e speranza tra assimilazione e inculturazione: dialogo fra cattolici ed ebrei al MEIS

18 Feb

Partendo dall’esilio babilonese, confronto tra rav Caro e don Bovina. Con un occhio alle migrazioni contemporanee

Difesa della propria identità, del proprio credo e, dall’altra parte, la necessità di conservare la speranza senza alienarsi nel luogo dell’esilio.

Su questo difficile equilibrio si è mossa la discussione svoltasi nel pomeriggio del 10 febbraio in occasione della 33° Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.

Nel bookshop del MEIS si sono confrontati il Rabbino capo di Ferrara rav Luciano Caro e don Paolo Bovina, biblista e Direttore di Casa Cini, moderati dal Direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto. Tema del confronto, la “Lettera agli esiliati” del profeta Geremia (Ger 29,1-23). La registrazione video dell’incontro è disponibile sul canale You Tube “UCS Ferrara-Comacchio Ufficio Comunicazioni Sociali”.

Non chiudersi né assimilarsi

«“Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. (…) Vi farò tornare dalla vostra prigionia; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho cacciati”, dice il Signore; “vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti deportare”» (Gr 29, 10-14) 

Geremia, uno dei quattro grandi profeti d’Israele, nato verso il 650 a.C. vicino Gerusalemme, iniziò il suo ministero profetico sotto il regno di Giosia. Uomo mite, fu chiamato ad una missione profetica molto dura: quella di essere l’annunciatore e il testimone della rovina di Gerusalemme e del regno davidico di Giuda. In quegli anni scompariva definitivamente l’impero Assiro e si riaffermava la potenza di Babilonia, specie con il re Nabucodonosor, che fece pesare la sua autorità in Palestina. Geremia fu sempre contrario ad un’alleanza del popolo d’Israele con l’Egitto, consigliando sottomissione alla potenza babilonese. Gli avvenimenti gli diedero ragione. L’esilio o cattività babilonese – la deportazione a Babilonia dei Giudei di Gerusalemme e del Regno di Giuda al tempo di Nabucodonosor II – durò circa 70 anni.

Ma in questi decenni, come dimostra il passo sopracitato di Geremia, «Dio non si dimentica del suo popolo, che rimane nelle Sue mani, rimane quindi storia di salvezza», ha riflettuto don Bovina. «Dio non perde il controllo della storia, accompagnando il suo popolo ovunque». Al tempo stesso, però, questo «forte messaggio di speranza» impedisce agli ebrei di vivere come «alienati» il loro periodo di esilio («Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene» – Gr 29, 5-7). È importante, quindi, per don Bovina, «il vivere il presente, il luogo nel quale ci si trova, nonostante tutte le difficoltà. E questo fa venire in mente le parole di Papa Francesco sulla pandemia, pronunciate a fine maggio 2020: “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”». 

Spagnoletto, pur condividendo la posizione di fondo di don Bovina, ha sottolineato come non si debba dimenticare che per gli ebrei «l’esilio è segno di un castigo divino, e rappresenta il rischio dell’assimilazione, della perdita della propria tradizione, del proprio credo, della propria identità». Lo stesso invito “moltiplicatevi tra voi”, ha incalzato rav Caro, «è un invito a non assimilarsi. L’esilio è la cosa peggiore che può capitare agli ebrei, e a ogni popolo. Lo vediamo oggi con le migrazioni, quanti drammi e sofferenze portano a chi è costretto a lasciare la propria terra».

«Rinunciare alla propria identità in esilio sarebbe qualcosa di totalmente negativo, come gli stessi profeti dicono», ha ribattuto don Bovina. «Detto ciò, sarebbe sbagliato anche chiudersi in una fortezza e non essere sale, luce, lievito della terra che si abita, tutte categorie, per la nostra Chiesa, della missionarietà». Parole rafforzate dal breve intervento del nostro Arcivescovo, che ha assistito all’incontro: «è importante il concetto di inculturazione, cioè il rileggere l’identità dentro un contesto nuovo, particolare. Le migrazioni oggi, pur nelle sofferenze, debbono sempre portare con sé la cura di queste persone e quindi un messaggio di speranza».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022

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(Foto: da sx, Spagnoletto, rav Caro, don Bovina e mons. Perego)

Da San Benedetto al Fermilab di Chicago: la storia di Giulio Stancari

9 Feb

FERRARESI NEL MONDO / quarta parte. Da 13 anni il noto laboratorio di fisica delle alte energie ha tra i suoi collaboratori un ferrarese. Che ha “esportato” la passione per i cappelletti…

Il Fermilab di Batavia, vicino Chicago, è uno dei principali laboratori statunitensi di fisica delle alte energie, gestito da un consorzio internazionale di università. Dedicato all’italiano Enrico Fermi – che a Chicago ha lavorato ed è morto -, dal 2008 ha tra i suoi collaboratori più fidati un ferrarese, Giulio Stancari, diplomatosi al Monti, laureatosi a Ferrara e per tanti anni impegnato nella parrocchia cittadina di San Benedetto. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso di vita che lo ha portato negli USA, dove vive con la moglie Michelle, anche lei scienziata, e dalla quale ha avuto Nicholas, 18 anni e Arianna, 21, studentessa di biochimica all’Università del Minnesota a Minneapolis.

Cresciuto a Sambe

Dopo aver frequentato l’asilo delle suore di Corso Porta Po, la scuola elementare Canonici in Corso Biagio Rossetti e le scuole medie alla Boldini, alle superiori ha studiato come ragioniere programmatore all’Istituto Tecnico Vincenzo Monti per poi iscriversi alla Facoltà di Fisica dell’Università di Ferrara.

«Oltre alla fisica – ci spiega -, ho diverse altre passioni. Innanzitutto la musica, ma anche la fotografia, la letteratura e il podismo. Devo moltissimo a genitori, parenti ed insegnanti per avermi dato un ampio spettro di interessi da perseguire. Ho iniziato a strimpellare con gli amici di Sambe e poi ho studiato chitarra classica presso la scuola dell’Orchestra Gino Neri. Ora continuo a suonare con gli amici, soprattuto musica folk e rock, e a studiare chitarra classica e jazz. La parrocchia di Sambe – prosegue – è stata una parte importante della mia vita. Sono immensamente grato a quell’ambiente per essere stato una seconda famiglia e per aver forgiato alcune delle amicizie più importanti, che durano tuttora».

Da Ferrara all’Illinois

Nel 1994 inizia a viaggiare negli USA per partecipare ad esperimenti di fisica delle particelle assieme ad altri studenti e ai professori dell’Università di Ferrara presso il Fermilab, dove rra il 1998 e il 2000 completa il dottorato lavorando come ricercatore. Nel 2001 torna in Italia e tra il 2001e il 2008 lavora come ricercatore nella sezione ferrarese dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e nei Laboratori Nazionali di Legnaro, vicino Padova. Il nostro Paese lo lascia nel 2008, prima come professore con un incarico congiunto alla Idaho State University e al Jefferson Lab in Virginia e poi, dal 2009, di nuovo al Fermilab. «Ho lasciato l’Italia sia per motivi professionali che familiari, e per il desiderio di conoscere culture diverse. Occupandomi di fisica delle particelle e degli acceleratori, volevo essere vicino agli apparati sperimentali e agli esperti del settore. Dal punto di vista personale, essendo mia moglie americana, volevamo, assieme ai nostri figli, avere l’esperienza di vivere sia in Italia che negli Stati Uniti».

Dal 2009 risiede a Geneva, in Illinois, cittadina di circa 20mila abitanti sul fiume Fox, una 50ina di chilometri a ovest rispetto al centro di Chicago. Fisico sperimentale presso il Fermilab, Stancari qui dirige un piccolo gruppo di ricerca che si occupa di fisica degli acceleratori di particelle. Nel corso degli anni si è occupato di diverse aree della fisica, dalle particelle elementari alla fisica nucleare e all’ottica quantistica. 

«Nel quotidiano – ci spiega -, il mio lavoro comprende vari aspetti: lo sviluppo di modelli matematici, il progetto di esperimenti, le misure in laboratorio, l’analisi statistica dei dati, la scrittura di articoli, la supervisione di studenti, oltre a compiti amministrativi e partecipazione in vari comitati».

I cappelletti negli States

Gli chiediamo cosa di Ferrara è rimasto più nel suo cuore: «innanzitutto la famiglia: mio fratello, i miei zii e i miei cugini. Avendo perso i genitori abbastanza presto, ai parenti devo moltissimo. Quando si è lontani ed è difficile viaggiare, come in questo periodo, si perdono tante occasioni per condividere tappe importanti della vita, sia tristi che allegre. Poi mi mancano gli amici, i compagni di scuola e i compagni di avventure all’università. Con molti si è mantenuto un bel rapporto e cerchiamo di trovarci ancora quand’è possibile.

Di Ferrara mi mancano i cappelletti, il gelato del K2, le passeggiate in centro, Corso Ercole I° d’Este con la nebbia, le corse sulle Mura, le caldarroste in piazza, i concerti di Capodanno della Gino Neri, le espressioni in dialetto e mille altre piccole gioie. Inoltre, «come avevamo introdotto la tradizione americana del tacchino per il Ringraziamento con amici e parenti a Ferrara, abbiamo anche esportato qui negli Stati Uniti la tradizione dei cappelletti fatti in casa la vigilia di Natale».

Come per molti, anche per Stancari, la pandemia ha impedito il ritorno in Italia. «L’ultima volta che sono stato in Italia è stato tra dicembre 2019 e gennaio 2020. Spero di tornarci in vacanza quest’estate. Normalmente, tornavo in Italia una o due volte l’anno».

Andrea Musacci

(Gli altri racconti di ferraresi nel mondo sono usciti nei tre numeri precedenti)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022

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