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Filippo de Pisis flâneur del sacro

13 Gen
Filippo de Pisis

Il grande pittore e scrittore ferrarese raccontato attraverso un suo lato poco noto, quello di fervente cattolico. Membro di una famiglia profondamente religiosa, nei suoi libri racconta la sua fede, a un tempo mistica e popolare. La visione del Corpus Domini, l’ex voto alla Madonna e la richiesta dell’Eucarestia in punto di morte

di Andrea Musacci

Eccentrico e vanesio, omosessuale e libertino, instancabile viaggiatore senza quiete. A chi non verrebbero in mente queste definizioni per caratterizzare la personalità di Filippo de Pisis (al secolo Luigi Filippo Tibertelli), pittore e scrittore nato a Ferrara l’11 maggio 1896 nella casa al numero 61 di via Mortara, da Giuseppina Donini, di origini bolognesi, e dal nobiluomo Ermanno, terzo di sette fratelli (sei maschi e una femmina, Filippo era il terzo).

Eppure, Filippo, di famiglia cattolica, ha serbato sempre nel proprio cuore la fiamma della fede, quel fascino per il Mistero, il legame con Cristo e con la sua Chiesa. Una fede, la sua, legata molto alla memoria, ai genitori, alla sua Ferrara. Fede che non perderà mai. Una fede viscerale, fatta di radici, di nostalgia, di intensa commozione.

Nella Ferrara piccolo-borghese e perbenista – anche nel suo anticlericalismo di inizio Novecento – Filippo dava scandalo col suo abbigliamento stravagante, volutamente provocatorio, che sicuramente denotava una personalità incandescente, sensibile fino allo stremo, bisognosa di vivere di un’intensità e di una pienezza che valessero tutto il dolore, il senso di vergogna, tutti gli scherni subiti in un’intera esistenza. Un’incomprensione vissuta fin dall’adolescenza, ma che in lui non represse quel senso di incomprensione del Mistero eterno che è nelle cose, e di desiderio non di comprenderlo, ma di viverlo.

Una storia dentro la Chiesa

Il padre Ermanno appartiene alla nobiltà vaticana, da giovane era stato cameriere segreto di cappa e spada del pontefice Leone XIII, ed è patrono dell’Istituto delle Povere Figlie delle S.S. Stimmate. In quegli anni di già forte anticlericalismo, Filippo inizia a sentirsi un diverso. E in più lui e la sua famiglia vengono mal giudicati da molti cattolici critici verso l’amico Giovanni Grosoli che tenta di superare il non expedit papale. Luigi Filippo, chiamato Gigi in famiglia, non frequenta scuole pubbliche o collegi, ma i suoi studi, come quelli dei suoi fratelli, sono affidati ad alcuni precettori (tra cui mons. Campi del Seminario di Ferrara) che ne curano l’educazione a casa. Ernesta, l’unica sorella, di appena un anno maggiore di lui, ha una notevole importanza nella sua formazione.

L’educazione religiosa che riceve è totale. Fra i giochi dei bambini, c’è un altarino in miniatura con cui lui e i fratelli possono simulare una celebrazione. Attorno al 1904 inizia a disegnare sotto la guida del professor Odoardo Domenichini. Nell’autunno 1906 la famiglia Tibertelli lascia il palazzo di via Mortara e trasferisce la propria residenza a Palazzo Calcagnini, di proprietà del conte Grosoli, in via Montebello, 33. Qui quest’ultimo, dopo la morte della moglie, ci viveva solo con la madre e gli bastava un appartamento al pianterreno, dove in altri tempi abitò il cardinale Calcagnini. Grosoli è anche presidente dell’Arciconfraternita delle Stimmate, a cui la famiglia era molto legata. Lo stesso Filippo, «non mancava mai di intervenire all’annuale processione, in cui sfilava incappucciato e con un cero in mano» (1) e compie ricerche sull’Arciconfraternita.

Fuori da casa, Filippo frequenta le Case del Popolo, istituzione fondata da Grosoli per riunire in un’unica sede le associazioni cattoliche della città. Grosoli fonda anche l’Unione Giovanile Cattolica, movimento meno confessionale dell’allora Azione Cattolica, alla quale Filippo si iscrive. Il conte lo considera un figlio adottivo e una nuova leva della cultura cattolica ferrarese e italiana. Per questo, inizia a fargli scrivere nei giornali locali di sua proprietà. A Ferrara il giovane Filippo tiene le sue prime conferenze, prima su argomenti religiosi e poi sull’antica cultura ferrarese. Famigliarizza un po’, in questo ambiente, con Italo Balbo, di umile famiglia cattolica: «veniva a trovarlo per farsi fare i temi d’italiano e per giocare a palline con tutti noi», ricorda il fratello (2).

Come racconta Zanotto (3), da adolescente scrive per sé dei “Propositi morali” come questo: «Esser puro e non macchiare la mia coscienza e la purezza dell’anima con schifose macchie di colpe abominevoli». Negli anni successivi, allontanandosi dal cattolicesimo, scrive “Le visioni di un agnostico”, opera filosofica di carattere esoterico.

Epifanie ferraresi

Ne “La città dalle 100 meraviglie” (4), pubblicato per la prima volta a Roma nel 1923, ma ambientato nella Ferrara del 1917 e degli anni immediatamente successivi, prima del trasferimento nella capitale, de Pisis racconta di questo suo legame viscerale con la “città metafisica”. La residenza dei de Pisis in via Montebello si trova di fronte alla chiesa di Santo Spirito, allora retta dai Frati Minori: «Rinchiudendo il battente del portone del palazzo dove abito – scrive – ò visto la chiesa secentesca chiara sotto il cielo nuvoloso, tenera, patetica, parallelepipeda. Una leggera vertigine forse mi à preso e il desiderio di sole occiduo, e, sotto l’androne, delle grosse scale rosse e bianche e dei pali alzati contro le pareti, con le ombre nere precise mi ànno incantato come uom nuovo sulla terra. Ho fatto in fretta gli scalini perché sentivo quasi la testa girarmi» (5).

Racconta il fratello Pietro (6): «Da nostro padre aveva anche ereditato il sentimento religioso rimastogli sempre vivo, che lo spingeva sovente a entrare in chiesa a godersi l’ombra delle navate, la luce rossastra delle candele accese sugli altari, il profumo dell’incenso sempre presente nell’aria, e tutto l’apparecchio sacro che stimola la mistica pietà». «Stamattina, prima chiara e azzurra di questo autunno clemente, sono entrato nella linda chiesina delle Cappuccine. Non c’era nessuno», scrive Filippo riferendosi alla chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca (7).

O, nella non lontana chiesa di San Carlo, scrive ancora (8), «il pellegrino, il sognatore guarda e il cuore gli si gonfia, il respiro gli si fa affannoso. Egli sente che la vita è sogno e contemplazione per chi voglia dimenticare il gramo corpo e forse, senza accorgersene, si getta in ginocchio sul gradino di marmo rosso di Verona o sulla tomba illagrimata e mestissima di qualche antico e si mette a pregare. E le campane suonano nella città triste». Flânuer del sacro, de Pisis nello stesso libro racconta anche dei «rosei ippogrifi leonini del duomo» che «mi guardano talora con grandi occhi rotondi sporgenti, dilatati in un loro vago millenario dolore. Con la loro solidità massiccia mi confortano».

Un’altra apparizione lo coglie sulle Mura cittadine: «in un ardente pomeriggio estivo (i castani d’India son tutti verdi e fioriti) in un viale più deserto, sulle mura di “Porta degli Angeli”, ti capita invece di trovare un foglietto rigato di quaderno dove con grafia chiara, femminile, un po’ torta, trovi scritto: Lezione 5° – (Il tempo e il modo della Risurrezione)» (9). Seguono gli appunti da lui meticolosamente trascritti. «Tu quasi non credi ai tuoi occhi. Quelle parole profetiche e misteriose ti sembrano riecheggiare intorno nell’aria pulita. Il rosignuolo canta monotono nella siepe, e la cicala trilla e i piccoli coleotteri nascosti fra l’erba tenera e i fiorini colorati, ma a te sembra che squillino trombe lucenti nel sole, sopra il grande campo dei morti, sopra i pennoni della Certosa rossa e solenne. Trombe che vengono a scuotere gli spiriti dal letargo (gli uomini dormono nelle loro camere buie sui letti sfatti), a scuotere dalle fondamenta la città pentagona. A glorificare il tuo spirito che vigila».

Il Corpus Domini: «O antiche processioni, tornate…»

Ma una visione in particolare dice della profonda affezione di de Pisis a Cristo e alla sua Chiesa, come Mistero, sacramento, storia concreta: «Nella via più lunga e maestosa della “città nobile” (Corso Ercole I d’Este, ndr)» De Pisis nota a lato del marciapiede «alcuni pezzi di marmo bianco con un vuoto parallelepipedo nel mezzo; servivano per infiggervi le aste che reggevano il telone per la solenne processione del Corpus Domini». Memorie antiche che rievoca nella propria fantasia. Egli rivive la processione del SS. Corpo e Sangue di Cristo «fra nugoli d’incenso e tremolar di torce accese», «crani e barbe lucenti, tremule bocche oranti, la porpora del Cardinale e l’oro dell’ostensorio e delle cappe ricamate e il bianco dei rocchetti inamidati». «Hai tanto bisogno – prosegue –, in quest’aria vile e cieca, d’amore, di canti, di fede, di credere in qualcosa almeno, di risentire sia pure l’aria patetica e implorante del Te Deum o del Vexilla che ti fasci l’anima dolcemente, come la carezza della madre: perché, senza spirito, l’uomo non vive e la carne, anche satollata, infine si ribella, perché non si vive, in questa città metafisica e religiosa, senza canti e senza campane».

«O antiche processioni, tornate», continua con forte struggimento: «non solo il poeta, ma l’uomo buono, che si macera per l’amore che non trova, vi invoca; oh, antiche processioni, tornate e tu torna o Cristo almeno in immagine a benedire il tuo popolo, così egli creda, fermamente creda per la sua salvezza che Tu sei vivo e presente, nella specie del Pane consacrato e lanci la sua voce a benedirti

“O vivo Pan del Ciel Gran Sacramento!”

“Insegnami, o Signore, a portare la tua Croce, perché essa sia, più che peso, sostegno”.

“Magnìficat ànima mea Dòminum

et exultavit spìritus meus in Dèo salutàri meo…

…Fecit potentiam in brachio suo; dispèrsit superbo mente cordis sui”.

Qual canto più puro, più solenne, più consolante?» (10).

Ho voluto citarlo quasi integralmente per renderne quanto possibile l’intensa passione mistica. È una visione che forse de Pisis attinge anche dalla memoria delle processioni annuali davanti a S. Spirito ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio. Riflettendo sul Risorgimento subito dopo scrive: «Sangue e lotta dunque ci vuole per redimere il mondo!? Ma sangue che lavi, che purifichi, non sangue che sia seme d’odio». E ripensa alla visione del Corpus Domini: «e tu, lo scettico, il frigido, l’ironista, ti trovi ad aver gli occhi pieni di lagrime e un brivido per tutta la persona…».

L’ex voto a Rimini

In uno dei suoi frequenti momenti di depressione in cui si sente «anche più misero e tristo del solito» (11) – nel settembre 1941, mentre è in villeggiatura a Rimini -, gli viene un’idea: «dipingere una specie di tavoletta votiva, come quelle che si vedono nei santuari attorniare l’immagine venerata della Vergine (…). In alto la Vergine sul dolce sfondo di cielo che apre il mantellone, pronta nella sua infinita misericordia ad accogliere anche il più indurito peccatore, purché sinceramente pentito; ai suoi piedi io in ginocchio a mani giunte indossando la veste di confratello della S. S. Stimmate (antica e gloriosa confraternita di Ferrara alla quale ò l’onore di appartenere)». Già si vede «come un povero bimbo derelitto, sotto il grande manto. Quasi mi venivano le lacrime agli occhi». La tavoletta non solo la realizzerà – inserendoci anche il suo amato pappagallo Cocò – ma la donerà al vicino convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori di S. Antonio: «pensai di regalarla (già più volte il gentile direttore mi aveva chiesto qualcosa) al piccolo museo annesso a un convento di un santuario celebre su un ridente colle, non lungi dalla città. Allora il demone della fantasia (…) si destò. Bisogna organizzare una processione!». L’opera si ispira al “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca (1445-1462 ca.).

Questa sua tavoletta, “Ex voto alla Madonna delle Grazie” (“Mater Dei ora pro me”) era griffata, nel retro, Philippus De Pisis fecit in Arimino A. D. MCMXLI – Mater Dei ora pro me. Donato per p. al Museo delle Grazie VII.IX-1941. Purtroppo, però, fu rubata dal Museo nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1985. Fu un furto mirato, in quanto null’altro fu sottratto. Non fu mai più ritrovata. L’opera fu anche esposta nella 2^ Mostra nazionale d’arte sacra contemporanea – Premio Fratelli Canova a Bologna, dal 1° ottobre al 1° novembre 1956 (12).

Eucarestia in punto di morte

Una fede sincera, umile, quella di de Pisis, con venature mistiche. Espressa nel silenzio non per paura del giudizio altrui, ma nella consapevolezza che fosse qualcosa di tanto bello, puro e vero che andasse preservato, di cui prendersi cura senza vanti.

Una fede schietta e profonda, fatta di un immaginario artistico-popolare attinto a piene mani, a occhi sgranati nelle chiese semibuie e silenti della sua Ferrara, città non più pontificia ma in cui l’eco di secoli di forte e chiara religiosità si propaga ancora negli animi come il suo, che alla grettezza del materialismo non volevano cedere. Una religiosità, quella di de Pisis, che mai scade nella piaggeria o nell’intellettualismo, che sempre si immerge nel grande mare della pietà, del perdono (la stessa pietà che chiedeva agli altri), dell’anelito che vorrebbe farsi grido d’amore a Dio, e lo diventa, ma senza dare inutile scandalo, continua prova di sé.

Il 17 aprile 1948, quand’è già malato, scrive: «Aiutami o Signore a portar la mia croce perché essa sia più che peso, sostegno». Negli ultimi tempi si sente sempre più depresso, dice di meditare anche il suicidio. Una depressione che l’ha sempre accompagnato e che da giovane gli fa scrivere pensando alla sua vecchiaia: «Mi figurerò in qualche chiesa taciturna fresca d’estate, tepida d’inverno e aspetterò con l’animo scarnito e con la bocca amara la fine» (13).

«Un giorno dei suoi ultimi (circa due mesi dopo sarebbe morto) – scrive il fratello Pietro (14) – lo trovai insieme con padre Favero (o Favaro?), venuto a porgergli i saluti di padre Poggeschi che, prima d’entrare nella Compagnia di Gesù, era stato pittore a Parigi; stavano recitando la poesia “Benedizione”, dedicata alla mamma (…). Alla fine, gli occhi velati di tenere lacrime, Gigi disse che avrebbe desiderato accostarsi all’Eucaristia invaso da quei ricordi». Per la madre, dopo la sua morte, fa celebrare ogni anno una Messa di suffragio.

Affetto da un’irreversibile malattia psichica, de Pisis viene internato spesso in manicomio. Polinevrite è ciò che gli viene diagnosticato. Per tutta la vita deve fare i conti con questo disturbo che lo conduce alla morte il 2 aprile 1956. I funerali religiosi vengono celebrati a Milano e dopo la salma viene trasportata a Ferrara, dove arriva alla Certosa. Il 5 aprile avviene il funerale solenne nella sua città, con il feretro portato a spalla dagli allievi del Dosso Dossi. Pochissime persone assistono alle esequie.

(1) “Filippo de Pisis ogni giorno”, Sandro Zanotto, Neri Pozza, Vicenza, 1996.

(2) “Mio fratello de Pisis”, Pietro Tibertelli de Pisis, Guarnati, Milano, 1957.

(3) “Filippo de Pisis ogni giorno”, op. cit.

(4) “La città dalle 100 meraviglie”, Filippo de Pisis, Abscondita, Milano, 2009.

(5) Ibid.

(6) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

(7) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(8) Ibid.

(9) Ibid.

(10) Ibid.

(11) “Confessioni”, Filippo de Pisis, Le lettere, Firenze, 1996.

(12) Fonte: Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori, Bologna.

(13) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(14) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022

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De Pisis, doppio omaggio a Roma e Milano

9 Mar

Per il pittore ferrarese due importanti retrospettive: da ottobre scorso al 1° marzo al Museo del Novecento di Milano; rimandata, invece, l’inaugurazione prevista il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma

ritratto di allegroDue grandi musei omaggiano il pittore ferrarese Filippo De Pisis. Dallo scorso ottobre al prossimo giugno due mostre a lui dedicate sono in programma nelle città dove l’artista ha abitato per alcuni anni. E parte delle opere provengono dall’archivio delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. Le esposizioni, in un certo senso tra loro complementari, vogliono rendere omaggio a de Pisis a più di trent’anni dalla storica mostra di Palazzo Reale a Milano. Il prestito del Museo d’arte moderna e contemporanea “de Pisis” di Ferrara è frutto della proficua collaborazione avviata già da tempo con il Museo del Novecento che ha più volte prestato proprie importanti opere alle rassegne di Palazzo dei Diamanti. Dal 4 ottobre fino al 1° marzo, il Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano (dove de Pisis ha vissuto tra il ’39 e il ‘43) ha ospitato – per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon – oltre 90 dipinti dell’artista, dieci dei quali provenienti dal GAM ferrarese: “Natura morta ‘alla dolce Patria’ ” (olio su tela, 1932), “Natura morta con melanzana (Natura morta con frutta sulla credenza)” (olio su tela, 1943), “La lepre” (olio su tela, 1933), “La bottiglia tragica” (olio su cartone, 1927), “La Coupole” (olio su cartone, 1928), “Natura morta col martin pescatore” (olio su cartone, 1925), “Natura morta davanti alla finestra (Natura morta sul tavolo)” (olio su tela, 1951), “Il gladiolo fulminato” (olio su cartone incollato a compensato, 1930), “Ritratto di Allegro” (olio su cartone incollato su tavola, 1940), “La falena” (olio su cartone applicato su tavola, 1945). Il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma (a pochi passi da Piazza Navona) – città dove l’artista ha vissuto dal 1919 al ’25 -, avrebbe invece dovuto inaugurare (fino al 21 giugno) la mostra curata da Pier Giovanni Castagnoli e Alessandra Capodiferro con 26 dipinti e diverse opere su carta e acquerelli. Per questa seconda esposizione, dal GAM di Ferrara, oltre alle ultime cinque opere sopraelencate presenti anche a Milano, provengono sette opere su carta: “Gambe e torso di nudo seduto” (s.d.), “Ritratto di ragazzo (Chicchi)” (1930), “Ritratto di ragazzo” (1930), “IV: Nudo sulla pelle di tigre (Robert)/ V: Nudo sulla pelle di tigre” (c. 1931), “Ritratto di ragazzo (il dalmata)” (1930), “Gambe di nudo disteso (Emile)”, (1928), “Gambe di nudo disteso”, (1928).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2020

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Museo Remo Brindisi, i Maestri del ‘900 a Lido di Spina

6 Set

In quanti sanno che a Lido di Spina, a due passi da una delle spiagge più frequentate dei Lidi Estensi, c’è una casa-museo che raccoglie creazioni dei più grandi artisti del ‘900?

E’ la casa-museo dell’artista Remo Brindisi (Roma, 1918 – Lido di Spina, 1996), che ospita, tra l’altro, opere di Giorgio de Chirico, Francis Bacon, Filippo de Pisis, Mario Sironi, Giò Pomodoro, Lucio Fontana, Pablo Picasso e Renato Guttuso.

Inaugurata e aperta al pubblico nel 1973, con il nome di “Museo Alternativo Remo Brindisi” la struttura, opera dell’architetto e designer Nanda Vigo (Milano, 1936), nasce come residenza estiva di Brindisi e della sua famiglia, e come museo per la sua ricca collezione.

“L’idea di dare vita al Museo Alternativo è nata da una prima esigenza di raccogliere le numerose opere d’arte che possedevo (e quelle che intendevo aggiungere alla collezione) in un ambiente appositamente costruito. Anni prima ero stato favorito dal vivere accanto a uomini straordinari, grandi amatori d’arte, che con molta spesa e anche maggiore azzardo divennero i pionieri in Italia del grande collezionismo dell’arte contemporanea. L’amicizia che esisteva tra me e questi professionisti mi consentì di vivere un po’ della loro avventura e di entrare in possesso di diverse opere di artisti che ritenevo interessanti. Certo i sacrifici non sono stati pochi. Era il periodo in cui il bisogno economico mi si manifestava in tutta la sua crudezza […]” (Remo Brindisi)

Andrea Musacci

L’arte meno conosciuta di de Pisis a Palazzo Turchi di Bagno

11 Feb

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Lucia Bonazzi, Roberto Polastri, Ursula Thun, Massimo Maisto, Pier Carlo Scaramagli, Lisa Brancaleoni e Ada Patrizia Fiorillo

[Qui la mia galleria fotografica della mostra e della conferenza stampa]

La natura e le ceramiche come tasselli dello sviluppo personale e artistico di Filippo de Pisis. La mostra “Strappati dalla terra e ridonati al sole. Le ceramiche graffite e le pagine di erbario del giovane Filippo de Pisis”, inaugura oggi alle 17 a Palazzo Turchi di Bagno, in c.so Ercole I D’Este, 32 a Ferrara, ed è stata presentata ieri da Roberto Polastri, Direttore Generale Unife, Ursula Thun Hohenstein, docente Scienze preistoriche e antropologiche di Unife e Presid.ssa Sistema Museale di Ateneo, il Vice Sindaco Massimo Maisto, Pier Carlo Scaramagli, Vice Presidente Fondazione Carife, e le curatrici Ada Patrizia Fiorillo, docente di Unife (per la parte artistica), Lucia Bonazzi (per le ceramiche), e Paola Roncarati (per gli erbari). Era inoltre presente anche la Responsabile dell’Erbario di Ferrara, Lisa Brancaleoni.

Mentre la Thun ha sottolineato il «complesso percorso interiore» di de Pisis tra i 15 e i 20 anni, Maisto ha insistito su quanto ancora ci sia «da conoscere e da capire» sull’artista, ricordando anche le sue quattro tele esposte a Diamanti per la mostra su De Chirico, e l’esposizione in Castello insieme a Boldini. Scaramagli si è invece soffermato sul “Cantico delle Creature” miniato da de Pisis a 15 anni, e ancora poco noto.

Il progetto espositivo, che nasce dalla tesi di dottorato di Lucia Bonazzi del 2012, mostra quindi anche la meticolosa passione dell’artista per la natura, che, ha spiegato la Roncarati, «si riverbera in tutta la sua produzione, filosofica, religiosa, poetica e artistica». Passione che ha portato avanti dal ’07 al ’17 nella ricerca di erbe da studiare, e dal ’12 al ’17 per le ceramiche antiche.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’11 febbraio 2016

Immagine

Agli albori del genio di de Pisis, scavando tra piante e ceramiche

10 Feb

[Qui potete leggere il mio articolo]

In anteprima le immagini della mostra oggettistico-documentaria “Strappati dalla terra e ridonati al sole”, che inaugura domani alle 17 a Palazzo Turchi di Bagno (in c.so Ercole I d’Este, 32 a Ferrara).

L’esposizione, curata da Lucia Bonazzi e Paola Roncarati, raccoglie le ceramiche antiche e le pagine di erbario collezionate dall’artista ferrarese tra il 1907 e il 1917, e che saranno protagoniste di diverse sue tele, tre delle quali presenti in mostra.

Alla conferenza stampa, oltre alle curatrici, erano presenti Roberto Polastri, Direttore Generale Unife, Ursula Thun Hohenstein, docente Scienze preistoriche e antropologiche di Unife e Presid.ssa Sistema Museale di Ateneo, il Vice Sindaco Massimo Maisto, Pier Carlo Scaramagli, Vice Presidente Fondazione Carife, e la Responsabile dell’Erbario di Ferrara, Lisa Brancaloni.

Qui maggiori approfondimenti.

Andrea Musacci

Metafisica, Montale e de Pisis in Castello

17 Dic

11108948-ferrara-emilia-romagna-italia--il-castello-medievale--quot-castello-estense-quot--14--secoloOggi alle 17 nella Sala dei Comuni del Castello di Ferrara avrà luogo la seconda delle quattro conferenze promosse dall’Associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi in collaborazione con Ferrara Arte in occasione della mostra “De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie” visitabile a Palazzo dei Diamanti.

Protagonista di oggi sarà Andrea Gareffi, il quale relazionerà sul tema “Montale e de Pisis verso la metafisica”, mentre il primo incontro svoltosi lo scorso 19 novembre ha visto Gianni Venturi intervenire sul tema “De Pisis narratore”, all’interno della traccia generale del ciclo, “De Pisis scrittore”. Gli incontri, a ingresso gratuito, riprenderanno nel mese di febbraio: l’11 con Carlo Sisi e “La metafisica come stato d’animo”, e il 18 con Paola Roncarati e Gianni Venturi che dialogheranno su “De Pisis collezionista”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 17 dicembre 2015

Zanzi espone alla MLB home gallery, tra Boldini e De Pisis

30 Gen

maria-livia-brunelli-home-gallery“La Bellezza della nostalgia. Un dialogo con Boldini e De Pisis” è il nome della personale di Federico Zanzi che la home gallery di Maria Livia Brunelli in C.so Ercole I d’Este, 3 propone in concomitanza con la mostra di Boldini e De Pisis in Castello. Oggi alle 18 l’inaugurazione, per riflettere sul tema del ritratto, che se in Boldini è celebrazione della bellezza e in De Pisis nostalgia per la fugacità della vita, in Zanzi è celebrazione della bellezza della nostalgia, per le nostre radici, gli odori delle case dei nonni e di quelli dolciastri degli abbracci dei parenti lontani.

A legare Zanzi con Giovanni Boldini è lo stesso timore per la caducità della vita, mentre il senso di nostalgia per gli ambienti del passato Zanzi lo ritrova anche nelle nature morte di Filippo De Pisis.

La mostra, ad ingresso libero, è visitabile fino al 5 Aprile: sabato e domenica dalle 15 alle 19 ingresso e visite guidate gratuite, gli altri giorni su appuntamento.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 30 gennaio 2015

Con Di Bello anche un omaggio all’arte dei grandi “ferraresi”

3 Nov

Di Bello surrealismo

“The augmented surrealism” è il titolo della personale di Paolo Di Bello inaugurata venerdì alla Porta degli Angeli in via Rampari di Belfiore, 1 a Ferrara. La mostra, nell’ambito della rassegna “Città territorio società” è promossa dall’Associazione Culturale Ferrara Pro Art in stretta collaborazione con RTA – Porta degli Angeli. Di Bello, classe ’55, è napoletano d’origine ma torinese d’adozione. Ex avvocato, ha esposto anche a Sofia, Londra e Napoli e nel 2014 esporrà a NewYork.

La sua esposizione è un omaggio non solo a Ferrara, città che ama, ma anche alla pittura metafisica che proprio nella città estense è nata e si è sviluppata. Dal 1916, infatti, diversi artisti scelgono Ferrara come città prediletta. Di Bello ha il merito di “aumentare” la realtà già complessa e onirica della metafisica grazie alle manipolazioni digitali. Le quattro opere più recenti sono un omaggio ai “ferraresi” Boldini, Carrà, De Pisis e De Chirico, mentre le altre spaziano dal sognante mondo arabo (“Istambul”) al tributo a Gursky, dal “Don Quixote without more mills” dedicato all’impotente “uomo 2.0”, al “Burning Naples” omaggio a Warhol e alla patria amata. Il tutto in un’affascinante Babele di sensazioni, di linguaggi, di tributi a grandi artisti, attraversati dalla nostalgia della bellezza perduta.

La mostra rimarrà aperta fino al 14 novembre, tutti i giorni, con il seguente orario: dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.30.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 03 novembre 2013

Alla Porta degli Angeli il surrealismo di Paolo di Bello

1 Nov

La città di Ferrara fu, dal 1916, patria della cosiddetta pittura metafisica, accogliendo tra le sue mura artisti del calibro di Filippo de Pisis, Giorgio de Chirico, Alberto Savinio (Andrea de Chirico, fratello di Giorgio de Chirico) e Carlo Carrà. La metafisica in quanto tale è ciò che trascende la realtà fisica, supera la mera percezione sensoriale. E così questo genere artistico vive nell’intento di raffigurare l’onirico, il surreale, l’inconscio.

In questo filone s’inserisce l’artista torinese Paolo di Bello, che oggi alle 17.30 alla Porta degli Angeli in via Rampari di Belfiore, 1 presenta la sua personale “The augmented surrealism”. Grazie all’arricchimento digitale, alle manipolazioni possibili, nelle sue opere il surrealismo raggiunge nuovi orizzonti.

Nel corso dell’inaugurazione è in programma un evento live condotto dal musicista Moreau, il quale eseguirà brani di musica elettronica, ispirati alle opere esposte. La mostra rimarrà aperta fino al 14 novembre, solo nel weekend, venerdì, sabato e domenica, con il seguente orario: dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.30.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 01 novembre 2013

Immagine: “The Archeolgist. A Tribute to Giorgio De Chirico”, Paolo di Bello 2013.

Pittura e fotografia nelle mostre di Idearte

18 Giu

Paesaggio Idearte

Per un mese, fino al 14 luglio all’Idearte Gallery in via Terranuova, 41 vi sarà l’esposizione fotografica “Nel Corpo e…Nell’Anima”, con immagini di Massimo Mercati e Vincenzo Tessarin, due fotografi ferraresi. La mostra, che ha inaugurato sabato scorso, ha preso il posto di quella dedicata al paesaggio, curata da Paolo Orsatti e Luca Ferrari. In quest’ultuma, tra gli artisti presentati si potevano trovare Mario Schifano, Filippo De Pisis, Ottone Rosai, Remo Brindisi e altri maestri del Novecento. Oltre a questi, i curatori hanno scelto alcuni paesaggi di artisti ferraresi come Mario Capuzzo, Renzo Piccoli, Marcello Tassini, Antenore Magri, Giorgio, Renzo Ferrari e Nemesio Orsatti. Tra le opere esposte risaltano una natura morta di De Pisis, originale nella sua ricchezza di colori, un “Campo di grano” a tecnica mista di Mario Schifano e un’opera di Renzo Ferrari (nella foto), padre del curatore Luca.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 18 giugno 2013