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Don Santo Perin che donò la vita per uno sconosciuto

9 Mag

Il docufilm di don Manservigi. A Santo Spirito la versione inedita de “L’unica via” con backstage e animazione. Ecco la storia di un martire del Vangelo, morto a 27 anni a Bando di Argenta.Il 13 maggio serata cinefila con tante sorprese

di Andrea Musacci

Il racconto del sacrificio estremo, quello della propria vita e – insieme – il racconto delle nostre terre e del nostro popolo durante la guerra. È stata una serata particolarmente toccante quella dello scorso 29 aprile al Cinema S. Spirito di Ferrara per la proiezione della versione inedita del docufilm “L’unica via” del regista don Massimo Manservigi e dedicato a don Santo Perin. La nuova versione è introdotta da scene inedite dal backstage e dal lavoro – anch’esso inedito – di Laura Magni per la grafica, il compositing e la titolazione, e della stessa Magni assieme a Giuliano Laurenti (entrambi dell’UCS – Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano) per l’animazione in video real grafica di diverse immagini della pellicola, oltre che di foto e filmati dell’epoca. La sera stessa, il Cinema di via della Resistenza ha ospitato due piccole mostre dedicate a don Perin, una delle quali inedita, e realizzate dallo stesso UCS Diocesano. La prima, fu ideata e creata nel 2010, dopo l’uscita del film; l’altra, rimarrà esposta fino all’11 maggio nella chiesa di Santo Spirito. Ricordiamo che questo del 29 è stato il secondo dei tre incontri del ciclo dedicato al cinema di don Manservigi, dal titolo “Ti ho ascoltato con gli occhi”, che si concluderà il 13 maggio (alle ore 21, ingresso gratuito, e alle ore 20 con buffet offerto ai partecipanti) con “Laboratorio di immagini. Come nasce un documentario tra narrazione e realtà”, con aneddoti legati ad alcuni film. Il primo incontro, tenutosi il 25 marzo, ha visto invece la proiezione dei documentari “Come il primo giorno” dedicato all’artista Giorgio Celiberti, e “Nzermu. Accesa è la notte”, dedicato a p. Anselmo Perri sj.

Tornando a “L’unica via”, la prima fu il 14 ottobre 2010 al Multisala Apollo di Ferrara, per l’occasione gremito di persone.E non pochi erano nemmeno i presenti  a S. Spirito. Qui, don Manservigi, nel presentare il film, ha posto ripetutamente l’accento sulla partecipazione di tante persone – soprattutto dell’argentano e di Ferrara – nella realizzazione della pellicola.Una partecipazione di non professionisti a titolo gratuito che ha dato vita, possiamo dire, a una comunità, «alla nascita o al rafforzarsi di relazioni di amicizia e di stima ancora oggi vive». Il film è, quindi, anche «un album di famiglia». Nel futuro, vi sarà anche la pubblicazione di un romanzo breve dedicato a don Perin, scritto da Barbara Giordano (Ufficio Comunicazioni Sociali Diocesano), co-sceneggiatrice del film.

Ricordiamo, fra gli altri protagonisti del progetto, Roberto Manuzzi per le musiche, Nicoletta Marzola per la scelta dei costumi d’epoca, Scolastica Blackborow per la fotografia di scena e Alberto Rossatti come voce narrante. Decisiva, già prima della realizzazione del film, anche la figura di Sergio Marchetti, Presidente del Comitato “Amici di Don Santo Perin”, che ha sposato Rosanna, una delle nipoti del sacerdote, e che ha svolto il ruolo di addetto al coordinamento durante le riprese. Il film inizia proprio con immagini inedite del backstage e interviste ad alcuni dei protagonisti, fra cui don Stefano Zanella – che interpreta don Perin -, allora sacerdote da appena 2 anni, e oggi parroco dell’Immacolata di Ferrara, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo Diocesano e neo Presidente del Museo della Cattedrale.

Nel docufilm si alternano parti di cronaca storica ad altre di narrazione della vita – interiore e non – di don Santo e delle persone di Bando di Argenta a lui affidate. Ad arricchire il racconto, testimonianze e ricordi di Dolores Filippi, sorella di Pino, il giovane morto con don Santo, Bruno Brusa, e diversi nipoti di don Santo, oltre allo storico Rino Moretti e a molti altri. Quella di don Perin – «figura piccola sul piano storico ma grande sul piano umano», come ha detto don Manservigi -, è una delle vittime di un gruppo specifico nella seconda guerra mondiale: 7 sono stati, infatti, i preti ferraresi, o attivi nella nostra provincia nella Seconda guerra mondiale, uccisi nello stesso periodo, su un totale di 123 sacerdoti e religiosi ammazzati in Emilia-Romagna negli stessi anni, come ha ricordato il nostro Arcivescovo mons. Perego nel saluto finale.

TUTT’UNO COL SUO POPOLO

Il docufilm di don Manservigi è anche un racconto popolare, della vita umile nelle campagne nel difficile periodo della guerra.E così la vita di don Santo è quella di una famiglia contadina, di un ragazzino presto dovutosi abituare al lavoro nei campi ma che non per questo non si innamorò dello studio, anzi.

Santo Perin nasce il  3 settembre 1917 a Trissino (Vicenza) da Crescenzio Luigi e Maria Miotti e 6 giorni dopo è battezzato al fonte della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo. Proprio nella località vicentina, l’Amministrazione, oggi, sta pensando di dedicargli una via. Nel ’24 la sua famiglia emigra ad Argenta, ma si pensa che alcuni Perin si siano recati lì già nel ’22 per valutare l’acquisto di alcuni terreni, e per l’occasione abbiano conosciuto quella che di lì a breve diventerà una delle prime vittime del fascismo: il parroco don Giovanni Minzoni. Passano 10 anni e il 28 novembre 1933 Santo decide, nonostante la giovane età, di iniziare il cammino che lo porterà al sacerdozio. Prima tappa, l’Istituto Missionario Salesiano “Cardinal Cagliero” di Ivrea (Torino). Nel ’36 muore il padre, stroncato da un infarto e un anno dopo Santo entra nel Seminario Arcivescovile di Ravenna dove il 5 dicembre 1943 riceve il diaconato e pochi mesi dopo, il 25 marzo 1944, l’ordinazione sacerdotale. Il 17 giugno dello stesso anno termina gli studi teologici e lascia il Seminario per essere destinato a Bando di Argenta come vicario cooperatore del parroco don Enrico Ballardini, che però, ormai molto anziano, muore pochi mesi dopo, lasciando al giovane l’intera responsabilità della parrocchia. Fin da subito, don Santo si dimostrerà un pastore attento a ogni singola persona a lui affidata; come ogni padre, capace di dosare tenerezza e fermezza, di rapportarsi ai più piccoli come ai più anziani, con una spiccata sensibilità che solo la fede nel Dio incarnato può donargli.

Il periodo non è di certo uno dei più facili, con la guerra che incombe e soffoca la vita delle persone. Guerra che nel film di don Manservigi innerva gesti, parole ed emozioni dei protagonisti, divenendo, delle loro esistenze, sfondo e ossatura, e intrecciandosi a quei riti quotidiani – una donna che impasta il pane, i bambini che giocano a calcio con un pallone di stracci -, come la nebbia che tutto avvolge e ovatta. Ma, scriveva il giovane parroco nel proprio diario, «sorriderò e il buio della mia anima si dissiperà»: incessante, infatti, è la sua preghiera al Padre, non tanto per sé ma, sempre, per questo suo popolo affidatogli; tanto che il paese si rappresentava in lui, e lui era il suo paese. Emblematica, a tal proposito, la scena della consegna da parte dei bandesi delle chiavi delle loro case a don Santo prima di sfollare nei campi. Don Perin scelse di vivere così il proprio servizio a Cristo e al suo pezzo di Chiesa: confortando i sopravvissuti, medicando i feriti come un buon samaritano, dando degna sepoltura ai morti. E svolgendo buona parte della propria missione sulla strada, da Bando a Filo, da Bando a Longastrino e ritorno, sempre inforcando la propria bicicletta, a portare i sacramenti e la prossimità, fisica e spirituale, del parroco, dell’amico, del Signore dei poveri e degli sfollati, medico per le ferite delle loro anime, capace anche di vincere il male di una guerra assurda e fratricida.

«Signore accetta la mia vita. Non avrò paura della morte. Il futuro è tuo», scriverà sempre nel suo diario. 

E così vivrà, fino all’ultimo: tra il 10 e il 18 aprile ’45, gliAlleati sferrano l’attacco definitivo contro le ultime difese tedesche, provocando rovina e morte anche a Bando, dove don Santo celebrerà il rito di benedizione per 40 vittime, aiutando lui stesso a scavare la fossa. Il 25 aprile 1945, quando il Ferrarese è già stato da alcuni giorni liberato dall’invasore, il giovane prete viene a sapere che lungo l’argine del canale Benvignante c’è il corpo di un soldato tedesco, e subito decide di andare a seppellirlo. Perché rischiare la propria vita per un morto, perlopiù “nemico”? Ma la logica che muove don Santo non è quella di questo mondo, ma quella del Regno: i nemici vanno amati, perché tali non sono, ma fratelli nostri. DonSanto parte, seguito da alcuni ragazzi che si offrono di aiutarlo. L’esplosione di una mina li investirà, dilaniando a morte il corpo del giovane Giuseppe “Pino” Filippi e riducendo in fin di vita don Santo, che morirà il giorno dopo all’ospedale di Argenta. Nel cimitero di questa località verrà sepolto, ma le sue spoglie mortali il 20 aprile 2002 saranno traslate nella chiesa parrocchiale di Bando. Nel cippo posto sul luogo della sua morte, sono incise le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Solo il Cristo Risorto può essere la fonte di questo amore assurdo.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 maggio 2025

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(Immagine: un frammento dal docufilm di don Manservigi)

Pieve di Argenta sommersa e invasa dalle acque

29 Ott

Il monumento più antico della provincia diventa simbolo 

L’acqua, fonte di vita, a volte può diventare funesta minaccia per le popolazioni, le case e per l’equilibrio ecologico. Lo sanno bene, ultimamente, i liguri e da alcuni anni gli emiliano-romagnoli. Nella città di Ferrara i danni sono stati molto limitati rispetto ad altre zone della Romagna e del bolognese ancora una volta duramente colpiti, escluso lo spavento per le aree in zona Po.

Ma nella nostra provincia i danni e i disagi  sono stati di sicuro più consistenti. E nel Ferrarese, fuori dalla nostra Arcidiocesi, c’è un’immagine-simbolo di questa eterna lotta tra l’uomo e la natura, che è – in un altro senso – anche l’eterna lotta tra il bene e il male.

È l’immagine dell’antica Pieve di San Giorgio ad Argenta sommersa in buona parte – e in parte invasa – dalle acque.  Le abbondanti precipitazioni di questo periodo hanno ingrossato i fiumi del territorio, facendo loro superare la soglia. L’Idice ha rotto l’argine, all’altezza della Chiavica Cardinala e le famiglie residenti in zona sono state evacuate. E nella Pieve di San Giorgio tecnici del Comune, Vigili del Fuoco e Carabinieri sono dovuti entrare per un sopralluogo. La chiusura dei ponti aveva isolato la chiesa di Sant’Antonio a Campotto, dove però non ci sono stati danni.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2024

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(Foto: https://www.comune.argenta.fe.it/)

«Intransigente nella fede e universale nell’amore»: Don Giovanni Minzoni, prete da riscoprire

6 Lug

Una sera di fine agosto del 1923 ad Argenta i fascisti uccidono barbaramente il parroco don Giovanni Minzoni. Ritratto di un uomo che ha scelto di dedicare la propria vita a Cristo e, quindi, sempre capace di chinarsi davanti al dolore delle persone. In ogni “trincea” in cui ha vissuto

di Andrea Musacci

Può capitare che alcune vicende decisive nell’esistenza di una persona portino i suoi biografi a costruirne, più o meno in buona fede, un ritratto non sempre aderente alla vita reale della persona stessa. Il rischio di ridurre personalità complesse a ruoli, pur nobili ma parziali, è dunque spesso dietro l’angolo.

Così è accaduto anche per don Giovanni Minzoni, sacerdote ravennate, parroco di Argenta fino alla morte, avvenuta per mano degli squadristi di Italo Balbo nel 1923. Una vita, la sua, scandita certamente da fasi differenti (Seminario-primi anni da prete; in trincea; anni ad Argenta), fra le quali è possibile individuare una chiara maturazione umana e spirituale. Può essere superficiale, però, non intravedere tra le varie fasi un filo rosso, segno del suo carattere sempre forte ed entusiasta, idealista ma non astratto, le cui inquietudini giovanili – pur nell’acerbità – sono nient’altro che quelle di un uomo che non cerca infingimenti rispetto alla condizione umana e, nello specifico, al proprio tempo. 

AMORE PER LA VERITÀ

Pur nella mancanza, nel periodo in Seminario e nei primissimi anni ad Argenta, prima della guerra, di un contatto diretto e quotidiano con la realtà concreta del suo popolo, don Giovanni dimostra nel suo Diario una lucidità non scontata verso la società nella quale è chiamato a vivere. Così, l’arroganza di un sapere tecno-scientifico slegato dalla realtà – oggi così drammaticamente attuale – era già ùin nuce: «Quante volte l’uomo chiede ad una scienza vana chi è Dio e quali siano le prove della sua esistenza, mentre poi la risposta la può dare solo la vita, ossia l’anima che compie il suo dovere, che lotta per il bene e vive e succhia tutto ciò che è puro! La scienza è una cosa troppo unilaterale in un problema così vitale» (8 aprile 1909).

E ancora: «Il fosco medio evo quanta luce, quanto più sole non faceva gustare all’ombra delle abbazie ai figli dei nostri avi, a quei figli che uscivano dalle scuole non scienziati, ma uomini» (4 ottobre 1909). La chiarezza delle posizioni non gli mancava nemmeno allora (manca, invece, spesso oggi in alcuni cattolici): «Noi dobbiamo attingere un’unica scienza, quella del Vangelo; l’unica, e non dimentichiamolo mai, che possa convertire la presente società» (18 giugno 1909).

AMORE PER IL PROSSIMO

Non solo una passione astratta, quella di don Minzoni, ma sempre con lo sguardo rivolto ai dolori e alle speranze delle persone: «Gesù è amato dalle anime tribolate (…), poiché egli è il primo martire dell’umanità: martire dell’amore» (13 ottobre 1909).

Il tormento più grande deriva dall’incapacità di vedere l’altro, di amare. Don Minzoni lo sa: riguardo a un giovane socialista «che sente disprezzo per me», scrive nel suo Diario: «Dio mio, se potessi baciarlo in viso quanto sarei felice! Vorrei fargli sentire che sotto questa veste v’è un cuore che ama ed ama fortemente; vorrei fargli sentire quanto io gli sia fratello; vorrei fargli comprendere che se sono intransigente nella fede sono però universale nell’amore!» (22 novembre 1909).

Il 28 dicembre dello stesso anno porta la Comunione a un vecchio morente: «in quell’ampia ma bassa stanza, annerita dal tempo e resa solenne dal rantolo di quell’esistenza che lentamente spegnevasi, ho provato un sentimento che non so esprimere, ma che tuttora sento in cuore, come un’eco dolce e mesta». Nello stesso momento, sente il vagito di un neonato proveniente da un’altra stanza: «la culla e la tomba parlavano il medesimo linguaggio: dolore!… Gesù, sospeso nelle mie mani sacerdotali, benediva ad entrambi!».

LA GUERRA: ORRORE E PIETÀ

La Storia catapulterà don Giovanni nell’inferno della prima guerra mondiale: nel 1916, poco dopo l’incarico ad Argenta, viene arruolato, prima in un ospedale militare di Ancona, poi è lui stesso a chiede di essere inviato al fronte. Lo spirito nazionalista, l’attaccamento alla Patria non fa però mai venir meno i suoi sentimenti più profondamente umani. Il 26 maggio 1918, riguardo al famoso combattimento aereo, avvenuto sul Montello, dove perde la vita l’eroico aviatore Francesco Baracca di Lugo, scrive: «Ai caduti del cielo ho impartito l’assoluzione: certo, in quel momento tragico precipitando nel grande vuoto e nel martirio delle fiamme, lo spirito deve essersi rifugiato in Dio con un grido di preghiera (…). Lì, in disparte, coperto da un telo da tenda, giaceva il martire del dovere (forse, lo stesso Baracca, ndr). Non aveva più forma umana, essendo in parte bruciato ed in parte disfatto. Nessuno si curava di lui; quasi lo calpestavano per vedere lo spettacolo (…). Mormorai una preghiera su quei miseri avanzi, pensai ad un cuore di madre lontana che forse nel presentimento materno già piangeva la sua creatura che precipitando dallo spazio era divenuto figlio del Cielo!».

CRISTO, VERA RISPOSTA AL DOLORE

Don Minzoni rimarrà sempre, al di là delle sue idee politiche e sociali, un sacerdote della Chiesa, colui che, anche nell’orrore della guerra, porta Cristo alle donne e agli uomini.

In una lettera a don Giovanni Mesini, amico e maestro di Ravenna, il 7 giugno 1917, così scrive: «I miei soldati sentono odor di polvere e, senza che io li spinga, vengono essi stessi in cerca del Cappellano. Non più tardi di ieri sera vedevo anche gli ufficiali che mi desideravano sia come amico, sia come sacerdote. Oh, che confessioni ho udito! Piene di lacrime e di propositi santi. Ho pianto io pure mentre cercavo di dire loro quella parola intima, forte e serena che solo può dire la Religione. Li ho baciati ad uno ad uno…speriamo bene (…). Penso a Dio, alla mia coscienza, alla sorte che mi potrà toccare ed ogni sera dico con cuore calmo e rassegnato: Signore sia fatta la vostra piena, paterna, inscrutabile volontà».

E ancora, sul suo Diario il 9 marzo 1918: «Vi sono (…) anime che in questo lungo e doloroso periodo della guerra sono diventate più profondamente religiose: la guerra ha fatto sentire maggiormente Iddio non in base ad un profondo ragionamento, ma attraverso l’onestà e la bontà della vita. Più l’uomo è venuto meno alla serietà, più queste anime sono andate a Dio e in Dio stanno incondizionatamente, perché al di fuori di Dio non trovano conforto».

«LA RELIGIONE NON AMMETTE SERVILISMI, MA IL MARTIRIO»

Tutta la vita, dunque, e anche la drammatica morte di don Minzoni sono sempre nella fede in Cristo Risorto. In un’altra lettera a don Mesini dell’agosto ‘23, così si esprime: «Gli avversari mi fanno colpa dell’influenza spirituale che ho nel paese…ma che debbo farci se il paese mi vuol bene? Come un giorno per la salvezza della Patria offersi tutta la mia giovane vita, felice se a qualche cosa potesse giovare, oggi mi accorgo che battaglia ben più aspra mi attende. Ci prepariamo alla lotta tenacemente e con un’arma che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà. Ritirarmi sarebbe rinunciare ad una missione troppo sacra. A cuore aperto, con la preghiera che spero mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo (…). La religione non ammette servilismi, ma il martirio».

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Una vita in prima linea

Giovanni entra in seminario nel 1897 (dove entra in contatto con Romolo Murri) e nel 1909 è ordinato sacerdote. Nel ’10 è nominato cappellano ad Argenta, dove rimane fino al ’12 per andare a studiare alla scuola sociale della Diocesi di Bergamo. 

Alla morte del parroco di Argenta nel gennaio 1916, viene designato a succedergli, ma dopo pochi mesi viene chiamato alle armi: prima opera in un ospedale militare di Ancona, ma poi chiede di essere inviato al fronte: vi giunge come tenente cappellano del 255º reggimento fanteria della Brigata Veneto. Durante la battaglia del solstizio sul Piave, viene decorato sul campo con la medaglia d’argento al valore militare. Al termine del conflitto torna ad Argenta e diviene parroco di San Nicolò, dove promuove la costituzione di cooperative tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria, il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschili e femminili. Grazie all’incontro con don Emilio Faggioli, si convince della validità dello scoutismo, per cui fonda un gruppo scout in parrocchia. Contrasta l’Opera Nazionale Balilla e l’Avanguardia giovanile fascista. 

La sera del 23 agosto 1923 viene ucciso a bastonate da alcuni squadristi facenti capo all’allora console di milizia Italo Balbo.

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Zuppi ad Argenta

Mercoledì 23 agosto alle ore 18 nel Duomo di Argenta si svolgerà la Commemorazione solenne del centenario del Martirio di don Giovanni Minzoni.

Concelebra il Presidente della CEI Card. Matteo Maria Zuppi.

Iniziativa organizzata dalla Parrocchia di Argenta in collaborazione col Comune di Argenta.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 luglio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Religioni e omosessualità: quale dialogo?

17 Gen

Incontro con la persona, nella verità e nella carità, e attenzione alla relazionalità: le parole di don Alessio Grossi

L’incontro con la persona, nella verità e nella carità, e la valorizzazione della sua dimensione relazionale. Da questo, non da altro, bisogna partire se si intende affrontare seriamente il delicato e complesso tema dell’omosessualità e della transessualità. 

Ed è questo l’approccio proposto da don Alessio Grossi, Direttore del Consultorio familiare “InConTra” della nostra Arcidiocesi, invitato a confrontarsi sulla questione lo scorso 13 gennaio al Centro Culturale Cappuccini di Argenta, per l’incontro “Dialogo: un ponte che unisce. È possibile un dialogo fra religioni e omosessualità?”. L’occasione è stata la – poco nota – “Giornata per il dialogo fra religioni e omosessualità”, in questo modo valorizzata dall’Assessorato organizzatore, quello per le politiche sociali.

La posizione di don Grossi si è posta ad un maggiore livello di profondità, non cadendo né in facili moralismi né in altrettanto pericolosi sentimentalismi. «In questi anni la Chiesa Cattolica – ha spiegato – sta vivendo un periodo di vitalità interna, con posizioni tra loro diverse e a volte contrastanti». Una posizione di chiusura e di mera condanna, ha proseguito, «spesso ha provocato molta sofferenza nelle persone omosessuali e nelle loro famiglie», trasformandosi in «vera e propria discriminazione, facendo sentire queste persone sbagliate». Un’esperienza, quella di don Grossi, diretta: «da psicanalista accompagno diverse persone o coppie omosessuali». Novità positiva, questa nella nostra Chiesa, che vive anche una «fioritura della ricerca teologica sul tema, e della pastorale». Il tutto con un unico grande fine: «il bene della persona e la ricerca della verità». Come riferimenti, don Grossi, oltre al testo “Che cos’è l’uomo” della Pontificia Commissione Biblica (dicembre 2019) ha citato “Amoris laetitia” di papa Francesco (in particolare il n. 250), nella quale «si riconosce la necessità di accogliere e accompagnare sia le famiglie con persone omosessuali sia le famiglie omosessuali», perché possano «vivere una vita veramente umana». Così, si ripensa la persona in un ambito relazionale (in quanto immagine e somiglianza di Dio): «gli atti non hanno un valore in sé ma dentro una dimensione relazionale», vale a dire «nella capacità di relazionarsi con l’altro, di non usarlo, nella capacità di progettazione e nella generatività». Anche le persone omosessuali, quindi, «sono capaci di amare e di una generatività diversa, in altre forme». Infine, don Grossi ha spiegato come a Ferrara ancora non esistano gruppi o associazioni cristiane di persone omosessuali o di genitori di persone omosessuali: ma in diverse parti d’Italia negli ultimi anni sono nate diverse realtà di questo tipo, centrate su un percorso condiviso di ricerca, preghiera e lettura della Parola.

Molto più liquidatorio l’approccio di Hassan Samid, Coordinatore del Centro culturale islamico di Ferrara: «l’omosessualità è peccato, quindi anche il matrimonio tra persone omosessuali non potrà mai essere riconosciuto nel mondo musulmano, perché nell’Islam il matrimonio è un contratto», non un sacramento, «importante per regolarizzare il rapporto sessuale. È tecnicamente impossibile, quindi, perché un peccato non si può regolarizzare». Per Samid alla base di certe idee vi è «un laicismo esasperato che considera ogni desiderio un diritto. Di questo passo si arriverà al poliamore». Non vi sono, quindi, per Samid, «i presupposti per un dialogo sull’omosessualità, perché le religioni non soddisfano ogni desiderio trasformandolo in diritto, ma al contrario, nell’Islam ogni aspetto della vita è regolato da dettami religiosi, dalla volontà di Dio». 

Un dibattito importante, quindi, questo svoltosi ad Argenta, e moderato da Piero Stefani. Dialogo che meriterebbe molte più occasioni, come ha auspicato Manuela Macario, presidente di Arcigay Ferrara, intervenuta anche per specificare come «la nostra associazione non fa differenze di credo religioso fra i propri iscritti», e per riflettere su quanto sia importante «il dialogo con persone omosessuali credenti che si pongono domande su come poter  vivere la loro fede». Insomma, è lo stile da modificare, perché un approccio sbagliato è anche quello che «a molti fa pensare l’omosessualità solo come comportamenti sessuali e non anche, e soprattutto, come dimensione sentimentale e relazionale». La tavola rotonda si è conclusa con gli interventi di Annalisa Felletti (Consigliera di parità della Provincia di Ferrara) e Walter Nania (Coordinatore Cidas Servizio Sistema Accoglienza Integrazione – Comune di Argenta).

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Ho fatto solo ciò che era giusto”: il film su don Giovanni Minzoni

15 Ott

Gli ultimi anni della vita del parroco di Argenta – ucciso dai fascisti di Balbo dopo il rifiuto di piegarsi al regime – raccontati nella pellicola di Marco Cassini, con Stefano Muroni protagonista. Alla prima nazionale a Ferrara, circa 600 i presenti al Cinema Apollo

di Andrea Musacci

don minzoni 1A Ferrara c’è una via centralissima a lui intitolata, fra il retro di una nota catena di fast food e il Museo della Cattedrale, fra corso porta Reno e San Romano, attraversando la Galleria Matteotti. Si poteva fare di più, qualcuno potrebbe pensare, ma vedendo come ciclicamente si torni a parlare dell’intitolazione a Italo Balbo, capo dello squadrismo padano, di vie o fantomatiche sezioni di musei, forse è meglio ritenersi soddisfatti. Soddisfatti e sempre vigili, perché a qualcuno non venga in mente nemmeno di fare di don Giovanni Minzoni un “inutile” santino, indebolendone la fortissima testimonianza, cristiana e civile, fino al martirio, in difesa della libertà delle donne e degli uomini. Di sicuro, il film dedicato agli ultimi anni della sua esistenza, “Oltre la bufera”, proiettato in anteprima nazionale al Cinema Apollo di Ferrara, aiuta la propria coscienza a rimanere ben desta (nella foto in alto, un fotogramma del film con a sinistra il fascista Augusto Maran e don Giovanni Minzoni). L’opera si presenta come una lunga sequela di immagini e parole che mozzano il fiato per l’alto livello di tensione che comunicano. La sera del 10 ottobre scorso, i gestori dello storico cinema di piazza Carbone sono stati obbligati a proiettare contemporanemante in Sala 1 (520 posti) e in Sala 4 (90 posti) la pellicola scritta e diretta da Marco Cassini (e prodotta da “Controluce”), per permettere ai tantissimi presenti di poterla ammirare. Un film fra l’altro decisamente ferrarese, a partire dall’interprete del sacerdote, l’attore Stefano Muroni, e dai luoghi dov’è stato girato dal 3 al 28 aprile 2018: Ferrara (negli interni di Palazzo Crema), Mesola (in diversi luoghi fra cui Piazza Umberto I° e il Consorzio di Bonifica), Ostellato (pieve di San Vito), San Bartolomeo in Bosco (al Centro di Documentazione del MAF – Mondo Agricolo Ferrarese) e Portomaggiore (nel Teatro Concordia). “Ho fatto solo ciò che era giusto”: è questa la prima battuta pronunciata nel film da Muroni alias don Minzoni. Il riferimento è al suo servizio come cappellano militare nel primo conflitto mondiale, ma la frase profetizza in modo sconvolgente quella che sarà la sua fine. Una lotta sempre combattuta a testa alta ma non scevra di delusioni e amarezze, come quelle provocate dal mancato appoggio da parte delle gerarchie ecclesiastiche: “mi stanno lasciando solo”, si sfogherà il sacerdote, ripetutamente ammonito dall’allora Vescovo ravennate Antonio Lega che nella pellicola spiega a un proprio collaboratore: “il fascismo si sta imponendo e noi dobbiamo adeguarci”.

Ma chi era don Minzoni?

Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, una volta ordinato sacerdote viene destinato ad Argenta, dove fin da subito dimostra solidarietà ai tanti e poveri braccianti agricoli. Cappellano militare volontario nella prima guerra mondiale, decorato di medaglia d’argento, al termine del conflitto torna ad Argenta divenendo parroco. Promuove la costituzione di cooperative sia di braccianti sia di operaie del laboratorio di maglieria, caso quest’ultimo, di una cooperativa femminile, rivoluzionaria per il mondo cattolico dell’epoca, in quanto strumento di emancipazione e di autonomia per le donne tramite il lavoro. In ambito educativo dà vita al doposcuola, al teatro parrocchiale, alla biblioteca circolante, a circoli maschili e femminili. Ma la libertà e l’amore resi carne e sangue da un testimone di Cristo sono considerati “eretici” dall’asfissiante e ottusa ideologia fascista: don Minzoni si oppone alle violenze delle “squadracce”, sostenute dai proprietari terrieri e capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 sono proprio loro a uccidere il sindacalista socialista Natale Gaiba, amico del parroco argentano. Parroco che nel 1923 rende esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano, divenendo ancor più punto di riferimento degli antifascisti di Argenta, ma, più in generale, esempio civile per l’intero paese (“chi mi conosce sa che il mio amore è per tutti”, sono sue parole), grazie anche all’idea di fondare un gruppo scout in parrocchia, scelta considerata “sovversiva” dalle belve in camicia nera, trattenute ma in realtà sempre difese da Balbo. Ma alla violenza endemica degli squadristi, dirà don Minzoni, “rispondiamo con una sola arma: il nostro cuore”. La sera del 23 agosto 1923, intorno alle 22:30, mentre stava rientrando in canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Minzoni è vittima di un agguato teso da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, facenti capo proprio a Balbo, responsabile morale dell’assassinio. Poco prima della morte, don Minzoni scrive: “a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo”. I responsabili materiali verranno condannati solo nel 1947 per omicidio preterintenzionale, ma gli imputati superstiti saranno scarcerati in seguito all’amnistia. Il film è, come detto, percorso da una profonda tensione etica, in lotta costante contro le tentazioni del male – della violenza, della resa all’odio e al potere -, tensione che è nettamente dominante nei volti e nei corpi, più che nei luoghi radi, asfittici, mai messi a fuoco né “esplorati” dall’occhio del regista. Dall’inizio nel quale in modo deciso è ribadita la volontà di fare il bene, nonostante tutto, la pellicola si conclude col passaggio del testimone a quei giovani che tanto ha amato e cercato di tutelare: “i nostri figli dovranno illuminare questa terra”, dirà don Minzoni, frase che richiama il passo evangelico di Matteo: “Voi siete la luce del mondo […]. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 14-16).

cast alla fineEmozione per la presentazione a Ferrara

Alla fine della proiezione a Ferrara, sul palco, oltre al regista, a Muroni e a Valeria Luzi della casa di produzione, sono saliti diversi attori e altri protagonisti di questo progetto artistico. “Prima che un antifascista, don Minzoni era un educatore”, ha spiegato Muroni. “Siamo qui per lui, per fare memoria”. “Don Minzoni ha saputo dire ‘no’ in un momento molto difficile”, sono state invece le parole del regista Cassini. “La sua storia la sentivo profondamente, per questo ho voluto fare il film”. Film che non ha avuto vita facile, non riuscendo all’inizio a reperire i finanziamenti necessari, poi arrivati grazie anche a un finanziamento collettivo. Un coinvolgimento “popolare” vi è stato anche durante la preparazione e le riprese, tanto che lo stesso Muroni lo ha definito “un film del territorio”. E a proposito di territorio, dopo la proiezione, dal pubblico è intervenuto anche il parroco di Argenta, don Fulvio Bresciani, “successore di don Minzoni”: “il vostro merito più grande è quello di aver mostrato i suoi veri valori. Il suo ‘no’ al fascismo è stato un ‘sì’ a Dio”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 ottobre 2019

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

Le “Dissezioni” di Romani in mostra ad Argenta

5 Dic

lorenzo romani

L’alienazione vissuta dall’individuo contemporaneo è al centro della riflessione artistica di Lorenzo Romani, giovane artista ferrarese classe ’88 che al Mercato Coperto di Argenta (in piazza Marconi) espone la sua nuova personale, “Dissezione”. “La mia ricerca attuale si focalizza attorno a paesaggi suburbani o solitari, in cui la presenza umana è assente”, spiega lui stesso. Per l’artista la stratificazione di diversi materiali e tecniche (pittura, stampa fotografica,collage, ecc.) “incide sulla materialità concettuale e fisica di un particolare luogo, oggetto, individuo. Tramite il processo creativo isolo gli elementi reali, trasfigurandoli in una dimensione differente da quella quotidiana”.
In parete ad Argenta fino al 13 gennaio, opere prevalentemente realizzate a tecnica mista su carta e acetato, e un paio di lavori a olio e acrilici su tela.
Una sintesi, quella realizzata da Romani, fra tradizione e originale interpretazione personale, che riesce nel duplice intento, da una parte di riconoscere dignità alla figurazione, dall’altra di scomporre l’immagine, appunto di “dissezionarla”, per rappresentare la poliedricità e la relatività del reale, la molteplicità interpretativa, inevitabile se si osserva più a fondo, abbandonando astratte “oggettività” a cui il linguaggio artistico è per sua natura allergico.
La mostra, inaugurata lo scorso 30 novembre con presentazione di Paolo Volta, è visitabile nei seguenti orari: martedì e mercoledì 9.30-12.30, giovedì, venerdì e sabato 9.30-12.30 15.30-18.30, domenica e festivi 15.30-18.30. Chiuso 25-26 dicembre, 1 gennaio.

Andrea Musacci

Il potere del Pop secondo Pasca, e molto altro: tutte le nuove mostre a Ferrara e provincia

7 Mag

bott

Un’opera di Riccardo Bottazzi

Un altro fine settimana ricco di inaugurazioni artistiche attende il nostro territorio, in particolare diverse località della provincia.
“Rosso di sera” è il titolo della nuova personale di Riccardo Bottazzi che inaugura oggi alle 18 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno (vicolo della Posta 9). Visitabile fino al 4 giugno, è organizzata insieme ad Associazione Bondeno cultura, Auxing e Galleria Carbone.
La personale di Massimo Pasca, “POP have the power” inaugura oggi alla stessa ora alla Porta degli Angeli (alla fine di corso Ercole I d’Este) a Ferrara. L’artista salentino espone quaranta tra illustrazioni e pitture. La mostra, visitabile fino al 14 maggio, fa parte del progetto Algorithmic, sostenuto da Evart con la curatela di Andrea Amaducci e Maria Ziosi. Durante l’inaugurazione si esibisce Juri Rizzati con i suoi sintetizzatori vintage.
Sempre oggi, stessa ora, nello show room La Tognazza a Palazzo Spisani a Ferrara (via Byron 10) per la rassegna “Arte&Vino” inaugura, con degustazione di vini, la personale “Il viaggio” di Andrea Pirani. La mostra, a ingresso gratuito, è visitabile fino al 14 maggio.
La personale fotografica itinerante “Maheela” (donna, in lingua nepalese), curata da Luca Chistè inaugura oggi alle 16 a Palazzo del Governatore a Cento nell’ambito della Festa del Volontariato. L’obiettivo è di avvicinare sempre più persone al piccolo Stato dell’Himalaya, grazie agli scatti del fotografo Giacomo D’Orlando.
All’ex Convento dei Cappuccini di Argenta, invece, oggi alle 17.30 inaugura “Ri-scatti d’acqua. Un percorso fra immagini e parole”, mostra di oltre 70 foto scattate dall’argentana Monica Zamboni, corredate da testi. La mostra rimarrà aperta fino al 28 maggio.
E sempre oggi, alle 17, nella sala Nemesio Orsatti di Pontelagoscuro (via Risorgimento, 4) inaugura la collettiva “Una tavolozza – Quindici pittori”, organizzata dal Laboratorio di pittura del Centro sociale culturale di Borgo di Vigarano Mainarda e Pro Loco Pontelagoscuro, nell’ambito delle iniziative del Maggio Pontesano. La mostra è aperta, a ingresso libero, da oggi al 21 maggio tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19, lunedì chiuso.

pasca

Massimo Pasca

Domani alle 16.30, invece, in occasione del “Maggio dei Libri” il Museo Magi ’900 di Pieve di Cento (Bo) ospita “Trame”, personale di Sara Bolzani, a cura di Valeria Tassinari e visitabile fino all’11 giugno.
Da ieri, invece, nella Galleria Portanova 12, a Bologna, è possibile ammirare la personale “evolve” del ferrarese Alessio Bolognesi, a cura di Massimiliano Sabbion e visitabile fino al 16 giugno nei giorni feriali dalle 16.30 alle 19.30.
Infine, da giovedì sul sito http://www.lacerba.com è possibile visitare la mostra on-line “Non solo pop” organizzata dalla Galleria Lacerba di Alfredo Pini, con sede in via Goretti 5/7, a Ferrara. In mostra, ed in vendita opere, fra gli altri, di Tommaso Cascella, Umberto Mariani e Marco Lodola.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 6 maggio 2017

Orologi diventano opere d’arte

4 Mag

Collettiva ad Argenta, a Ferrara c’è “Acquerelli” di Ektröm

17991484_2264895583735588_9066203967165881163_oLa Galleria del Carbone di Ferrara, diretta da Paolo Volta, questo fine settimana è protagonista di due importanti progetti espositivi. Innanzitutto, oggi alle ore 17.30 al Centro Culturale Mercato di Argenta (in Piazza Marconi) inaugura la mostra collettiva intitolata “Scandito ad arte 2. Suggestioni sulla misurazione del tempo”.
Dopo la prima parte di questo progetto, svoltasi a fine 2014 nella Galleria di via del Carbone, 18/a, ora l’esposizione raddoppia, con dodici artisti, e altrettante opere, oltre alla dozzina di tre anni fa. Creativi di provenienza e tendenze artistiche diverse sono intervenuti trasformando alcuni semplici orologi “industriali” in vere e proprie opere d’arte.
Una forma diversa dal solito per (ri)dare vita e conferire una nuova “destinazione d’uso” a oggetti altrimenti destinati all’oblio.
Il testo introduttivo al catalogo, di Franco Basile, è un contributo poetico alle “suggestioni sul concetto di tempo”, in perfetta sintonia con il sottotitolo della mostra.
In parete vi saranno opere di Lidia Bagnoli, Raoul Beltrame, Paola Bonora, Riccardo Bottazzi, Daniela Carletti, Gianni Cestari, Francesco Cornacchia, Domenico Difilippo, Flavia Franceschini, Gianfranco Goberti, Andrea Gualandri, Gianni Guidi, Stefano Masotti, Marco Moschetti, Gian Paolo Roffi, Lorenzo Romani, Giuseppe Tassinari, Ernesto Terlizzi, Giuliano Trombini, Simone Turra, Vito Tumiati, Gianfranco Vanni, Paolo Volta, Sergio Zanni. La mostra sarà visitabile fino al prossimo 28 maggio, da martedì a sabato dalle 9.30 alle 12.30, giovedì, sabato e domenica dalle 15.30 alle 18.30. Chiusura il lunedì.

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Un’opera di Ektrom

Nella stessa Galleria del Carbone a Ferrara, invece, ieri pomeriggio è stata presentata la personale “Acquerelli”, con opere su carta di Kjell Ektröm, carnettista finlandese che espone le sue opere frutto di innumerevoli viaggi ed altrettanti carnet di viaggio.
La mostra di Ekström vuole essere un’anteprima dell’evento organizzato dall’Associazione Adv (Autori Diari di Viaggio) in occasione del “Ferrara Festival Diari di Viaggio”, in programma dal 5 al 7 maggio tra il Palazzo della Racchetta di via Vaspergolo e lo Spazio Crema-Fondazione Carife in via Cairoli. Tutta la manifestazione del “Ferrara Festival Diari di Viaggio” gode del Patrocinio del Comune di Ferrara.
La mostra di Kjell Ekstrom rimarrà in parete fino al prossimo 7 maggio con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì, dalle 17 alle 20, sabato e festivi dalle 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 29 aprile 2017

Gli specchi profondi di Daniele Basso in mostra ad Argenta

26 Apr

basso con una sua opera

Daniele Basso ad Argenta

L’opera d’arte come specchio che, in senso fisico e figurato, riflette pulsioni, tensioni, desideri profondi. È una mostra di primissimo livello “Reflections” di Daniele Basso, inaugurata sabato ad Argenta in quattro sedi, Centro Mercato, Teatro dei Fluttuanti, Centro Culturale Cappuccini e Duomo, e visitabile fino al 28 maggio. 19 installazioni esaustive del percorso di Basso, per questa sua prima personale in Italia dopo quelle a New York e San Pietroburgo. Sculture perlopiù in acciaio a specchio, per un progetto sul tema della coscienza e dell’identità individuale e collettiva. Per riflettere, interpretare e dare forma e sostanza alle pieghe della nostra identità in una società liquida, Basso presenta le molteplici facce del reale, la gioia e la fantasia di un volto di bambino, il futuro insito in una maternità, il librarsi di un volatile o di un corpo femminile nudo.

artista, curatori, organizzatori e assessore

Basso, Finiguerra e gli organizzatori dell’esposizione argentana

Colpisce, dunque, il contrasto tra le sfaccettature poliformi delle varie superfici rifrangenti e la tensione, sempre presente, verso l’alto, una trascendenza materica e spirituale, ben espressa nella serie delle città (“Vertical Reflection”) o nel “Cristo Ritorto” presente in Duomo (unica opera inedita insieme a “Bimbo”). Uno slancio creativo e umano, dunque, «significato autentico di cos’è arte», ha commentato l’Assessore alla Cultura Giulia Cillani, che ha anche elogiato «la qualità tecnica unita al forte impatto emozionale, che speriamo richiamino anche pubblico fuori Argenta». Irene Finiguerra, curatrice della mostra, ha invece spiegato come «abbiamo allestito le opere in luoghi della quotidianità, perché pensiamo che l’arte sia vita».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 07 maggio 2017

Tra aria e acqua l’arte continua a essere in vetrina

22 Apr

fabula

Il gruppo di Fabula con le opere della Lamberti

“Sulle arie, sulle acque, sui luoghi” di Lucia Lamberti, che inaugura oggi alle 18 a Fabula Fine Art in via del Podestà, 11 a Ferrara, è la mostra di punta di questo fine settimana. Fabula, diretta da Giorgio Cattani, sceglie, dopo due esposizioni tra l’astratto e il concettuale, il ritorno alla figurazione con questo progetto della Lamberti, salernitana classe 1973, curato da Maria Letizia Paiato e in parete fino al 31 maggio. Una trentina di opere di serie diverse, una delle quali inedita, che hanno come soggetti dirigibili, navi da guerra, porti di città del nostro continente. Così l’artista attraverso un lavoro di ricerca negli archivi (fase concettuale) permette a mondi del passato di riaffiorare, come, nella serie delle città sull’acqua, il paesaggio“reale” del presente si specchia nella propria immagine storica, che riemerge“riflessa” nello specchio d’acqua del fiume. La narrazione pittorica della Lamberti è dunque viaggio, attrazione verso un oltre e al tempo stesso richiamo a un approdo originario.
Sempre oggi alle 18 inaugura “Anti-Logica” di Enrico Pambianchi nel duplice spazio di Gavioli Paolo Arredamenti (c.so Porta Mare, 8) e Hotel Annunziata (Piazza Repubblica, 5) a Ferrara. Si tratta di un’antologica che raccoglie 24 opere in un percorso apparentemente disarmonico. La mostra, visitabile fino al 22 giugno, è organizzata da Centro Studi Dante Bighi e Archivio Pambianchi e curata da Maurizio Bonizzi e Elena Bertelli.
Alle 17.30, invece, nel Liceo Dosso Dossi (via Bersaglieri del Po, 5/b) viene presentata “Paint e pixel” di Roberto Selmi e Marco Sgalla, tra pittura e arte digitale, in parete fino al 7 maggio.
Alle 19.45 vi sarà la chiusura della mostra di Cristina Maravacchio nel foyer del Teatro Nuovo di Ferrara, con degustazione di vini dell’enoteca Botrytis.

mostra Pambianchi

Un’opera di Enrico Pambianchi

Fuori città, “Reflections” è il nome dell’esposizione di Daniele Basso che inaugura oggi alle 18.30 ad Argenta in tre spazi, Centro Culturale Mercato, Teatro dei Fluttuanti e Centro Culturale Cappuccini, curata da Irene Finiguerra ed esposta fino al 28 maggio.
Oggi alle 11 nella Palazzina del Turismo dell’Abbazia di Pomposa inaugura la mostra dell’illustratrice Daniela Costa, “Così parlo io…”, visitabile fino al 21 maggio tutti i giorni, 9.30/13 e 15/18.30. Alle 16 a Portomaggiore il Centro Sociale “Le Contrade” di via Carducci, 11 inaugura la mostra dei lavori dei corsi di pittura 2016/2017.
Domani alle 17.30, per la personale di Daniele Degli Angeli alla Galleria del Carbone di Ferrara è previsto un incontro con l’autore, mentre alle 18 alla Porta degli Angeli, inaugurazione della mostra di Andrea Penzo e Cristina Fiore, visitabile fino al 1° maggio. Sempre domani, dalle 15 alle 19, è possibile visitare la mostra fotografica “Il risveglio di Ferrara”, allestita nell’emporio “Il Mantello” in via Mura di Porta Po, 9 a Ferrara, organizzata da studenti dell’Istituto “Vittorio Bachelet” come progetto di alternanza scuola-lavoro. Le foto di Nicole Capriati e Gianluca Giordani a fine giornata saranno messe all’asta e parte del ricavato devoluto al Mantello.
Fuori città, al Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco (via Imperiale, 265) domani alle 16 avrà luogo la presentazione della mostra fotografica e del catalogo di Antonella Stasi e Davide Occhilupo, “Oltre al mare… Manciate di Secoli”, in parete fino al 2 maggio.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 22 aprile 2017