
di Andrea Musacci
Notte tra il 9 e il 10 marzo, l’ultima prima dell’entrata in vigore dello “stato d’eccezione” su tutto il territorio nazionale per fronteggiare l’emergenza causata dalla diffusione del Covid-19. Notte in bianco, di tensione e di attesa, come se la mente e il corpo volessero iniziare ad abituarsi a un tempo dilazionato, a un limbo nel quale galleggiare. O meglio, a prepararsi a vivere ore, giorni e settimane non in apnea ma come tempi da riconquistare agli affetti, alla memoria, alla pazienza.
Anche in quelle ore è maturata la decisione di continuare le nostre pubblicazioni e di dedicare, nei prossimi numeri (previsioni più precise non le azzardiamo), ampi spazi a racconti, riflessioni, testimonianze dalle vostre case (o dai vostri luoghi di lavoro, per chi, ancora può e deve recarcisi) su questo tempo più che mai incerto e assurdo.
In questo numero vogliamo dare avvio a una polifonia di “voci”, a un grande racconto collettivo di questo periodo che – inevitabilmente, nel bene e nel male – rimarrà nella storia, anche in quella, piccola, della nostra Arcidiocesi. Raccontare: quindi interrogarsi su come cambiano le nostre relazioni, il rapporto dei nostri corpi con gli spazi, con i corpi e le libertà degli altri. Se a vincere sarà il “bene”, quel che di positivo c’è nella realtà, oppure la frustrazione, l’impotenza. Se le conseguenze delle nostre “dipendenze” – dal lavoro, da determinati riti sociali, dagli spostamenti – si mostreranno nella loro acutezza. Sarà, in ogni caso, un periodo di cernita tra l’essenziale e il superfluo, di dis-cernimento. Ad esempio, che conseguenze sta avendo, e avrà, l’impossibilità dei contatti fisici più elementari, spontanei? L’affetto e l’amore vietati se non tra le mura domestiche? Come ne usciremo? Si può azzardare una qualche, pur lieve, forma di “mutazione antropologica”? Tanto il ricordo quanto la promessa di un “dopo” non del tutto immaginabile, riacquisteranno una propria potenza? Cosa rimpiangeremo e cosa no, sia del periodo pre-emergenziale sia di questa quarantena?
Ciò che abbiamo di fronte è – paradosso totale – l’invisibile, l’ignoto, l’inaspettato. Un impalbabile che ci trasforma in potenziali vettori di male, muta i nostri corpi esposti, ne intensifica la fragilità e la pesantezza: insomma, in un mondo sempre più animato dal virtuale, torna tragicamente al centro il corpo, la carne. E il virtuale diviene virale. Il potere stesso, anche quello “tradizionale”, novecentesco, delle istituzioni riscopre a un tempo la propria virtualità, i propri dispositivi immateriali, e rafforza le proprie appendici repressive (ben poco postmoderne). Da una parte, quindi, i nostri corpi sono minacciati dall’invisibile virale, dall’altra sono controllati e regolamentati da un potere “solido”. Fra i diversi divieti ai quali ci stiamo abituando, uno in particolare penso sia particolarmente straziante: quello dell’“ultimo abbraccio”, l’impossibilità delle esequie. Un risvolto tragico, particolarmente angosciante, che rimanda senza retorica ad altre pandemie. I morti di coronavirus non solo, nelle ultime ore di vita, non hanno potuto avere vicino a sé i propri cari, ma questi non hanno nemmeno potuto dar loro l’estremo saluto. È la solitudine più tremenda, che non avremmo mai voluto raccontare. E la solitudine è una delle cifre di questa “quarantesima”: i dati Istat (al 1° gennaio 2019) dicono che in Italia il numero medio di componenti delle famiglie è passato da 2,7 (media 1997-1998) a 2,3 (media 2017-2018), soprattutto per l’aumento delle famiglie unipersonali che in venti anni sono cresciute di oltre 10 punti: dal 21,5 per cento nel 1997-98 al 33,0 per cento nel 2017-2018, ovvero un terzo del totale delle famiglie. In quanti saranno in grado di sopportare almeno tre settimane di quasi assoluto isolamento?
Ma l’eccezionalità di queste settimane può anche dare un volto nuovo ai piccoli gesti d’attenzione, a inedite forme di socializzazione (basti pensare al fenomeno dei “concerti” collettivi dai balconi delle case) e di comunione a distanza, di riscoperta del silenzio non come dimensione del vuoto ma del profondo. Per continuare con le speranze – che speriamo diventino e stiano già diventando carne viva in questi giorni: forse sperimenteremo una ridefinizione del concetto di “mancanza” (di spazi, incontri e possibilità), una privazione improvvisa e inaspettata che, chissà, può dare nuovo ossigeno a gesti e pensieri abbandonati se non ignoti. Tante sono le buone pratiche che già nascono anche a Ferrara: giovani di alcune parrocchie (come San Giacomo apostolo all’Arginone o gli scout in zona Doro-Barco), che portano la spesa ad alcuni anziani; o, come nell’Unità Pastorale di Borgovado, i volontari del Centro di Ascolto che portano a casa a chi ne ha bisogno i Moduli per l’autocertificazione. E poi le tante iniziative di singole persone o piccoli gruppi nelle parrocchie – e non – che formano una rete invisibile e capillare, ma importantissima, di sussidiarietà più che mai fondamentale. Anche e soprattutto così, con questa mutualità dal basso, si riannodano i fili spezzati della rete sociale. Senza dimenticare, per la liturgia e la preghiera, l’utilizzo da parte di diverse parrocchie delle “nuove” tecnologie – da You Tube ai vari social.
Tutto ciò è già, qui e ora, un modo nuovo di vivere, una promessa già matura, che cambia il presente. E’ una Presenza reale. Un racconto concreto seppur silenzioso. Qualcosa di davvero molto fecondo.
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2020
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Chiesa di Vigarano Pieve, Scuola d’infanzia di Quacchio e complesso dei “Gesuati” di via Madama a Ferrara: nelle ultime settimane vi abbiamo aggiornato su alcuni lavori recentemente conclusi nella nostra Arcidiocesi, o su alcuni interventi appena partiti, come nel caso della chiesa di Santo Spirito a Ferrara (v. “la Voce” del 28 febbraio). In questo numero, invece, insieme a don Stefano Zanella, Responsabile dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano, facciamo il punto sui principali cantieri ancora in corso. Una parrocchia che da due anni convive con i lavori in corso è quella del complesso di San Giacomo Apostolo all’Arginone (foto) di Ferrara. “La speranza – ci spiega don Zanella – è di riuscire a completarli entro l’estate, in modo che a settembre tutto sia tutto”. Il nuovo complesso – lo ricordiamo – è nato grazie a uno dei “progetti-pilota” della CEI, i concorsi nazionali per la progettazione di nuovi complessi parrocchiali. Nel 2011 la nostra Arcidiocesi è stata scelta per la progettazione di uno di questi in un territorio di espansione della città. Requisiti individuati nella zona sud-ovest di Ferrara. Quello che sta nascendo – e che vi presentiamo anche con foto aggiornate del cantiere – “è un esempio – sono ancora parole di don Zanella – importante di arte e di architettura contemporanee, che daranno nuovo lustro alla nostra Chiesa locale. Voglio ringraziare la Tiziano costruzioni, impresa capofila, la parrocchia e l’asilo antistante per la pazienza e anche per la bellezza che i nostri occhi potranno contemplare”.
Due grandi musei omaggiano il pittore ferrarese Filippo De Pisis. Dallo scorso ottobre al prossimo giugno due mostre a lui dedicate sono in programma nelle città dove l’artista ha abitato per alcuni anni. E parte delle opere provengono dall’archivio delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. Le esposizioni, in un certo senso tra loro complementari, vogliono rendere omaggio a de Pisis a più di trent’anni dalla storica mostra di Palazzo Reale a Milano. Il prestito del Museo d’arte moderna e contemporanea “de Pisis” di Ferrara è frutto della proficua collaborazione avviata già da tempo con il Museo del Novecento che ha più volte prestato proprie importanti opere alle rassegne di Palazzo dei Diamanti. Dal 4 ottobre fino al 1° marzo, il Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano (dove de Pisis ha vissuto tra il ’39 e il ‘43) ha ospitato – per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon – oltre 90 dipinti dell’artista, dieci dei quali provenienti dal GAM ferrarese: “Natura morta ‘alla dolce Patria’ ” (olio su tela, 1932), “Natura morta con melanzana (Natura morta con frutta sulla credenza)” (olio su tela, 1943), “La lepre” (olio su tela, 1933), “La bottiglia tragica” (olio su cartone, 1927), “La Coupole” (olio su cartone, 1928), “Natura morta col martin pescatore” (olio su cartone, 1925), “Natura morta davanti alla finestra (Natura morta sul tavolo)” (olio su tela, 1951), “Il gladiolo fulminato” (olio su cartone incollato a compensato, 1930), “Ritratto di Allegro” (olio su cartone incollato su tavola, 1940), “La falena” (olio su cartone applicato su tavola, 1945). Il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma (a pochi passi da Piazza Navona) – città dove l’artista ha vissuto dal 1919 al ’25 -, avrebbe invece dovuto inaugurare (fino al 21 giugno) la mostra curata da Pier Giovanni Castagnoli e Alessandra Capodiferro con 26 dipinti e diverse opere su carta e acquerelli. Per questa seconda esposizione, dal GAM di Ferrara, oltre alle ultime cinque opere sopraelencate presenti anche a Milano, provengono sette opere su carta: “Gambe e torso di nudo seduto” (s.d.), “Ritratto di ragazzo (Chicchi)” (1930), “Ritratto di ragazzo” (1930), “IV: Nudo sulla pelle di tigre (Robert)/ V: Nudo sulla pelle di tigre” (c. 1931), “Ritratto di ragazzo (il dalmata)” (1930), “Gambe di nudo disteso (Emile)”, (1928), “Gambe di nudo disteso”, (1928).


Nella contemplazione artistica o nell’immersione letteraria, si ha spesso l’impressione che a sfuggire dalle dita e dalla mente sia quello che comunemente e “ragionevolmente” indichiamo con “realtà”. E, in maniera speculare, spesso capita che, una volta destati dal sonno, continuiamo a sperimentare una persistente consistenza di brani di esperienze oniriche vissute nelle ore notturne.
Gauguin, di sicuro, non rappresentava un modello esemplare di uomo virtuoso: temperamento irascibile e melanconico, spesso schivo e molto “ambiguo” in alcune scelte di vita. Di certo, uno spirito anticonformista ma, scrive la Guidi, “probabilmente antipatico a tutti perché scontroso, insofferente ai discorsi, adescatore incallito di ogni sottana di passaggio, indifferente alle critiche dei superiori, presuntuoso, potente nell’arroganza inimitabile, nelle decisioni improvvise”. Nel 1890 lo scrittore Charles Morice di Gauguin sottolineava l’“altezzosa nobiltà” ma anche il sorriso, che “non mancava di una dolcezza straordinariamente ingenua”. Una dolcezza infuocata, stordente, inebriante. Come le sue tele: vita e pittura si confondono, si richiamano e sovrappongono: “Paul era la Pittura, l’urgenza dell’anima”, scrive ancora la Guidi. “Paul metteva voglia e paura. Era il centro di un uragano dal quale Leonor era stata un giorno travolta”. “La pittura di Gauguin, per la protagonista, era il punto di partenza e di ritorno della propria anima, quell’anima senza tempo che sorvola sulle nostre misere quotidianità e si rivolge al sogno come unico frammento accettabile di realtà. La pittura di Gauguin era il luogo estetico dove vivere”. Come ha scritto la critica Anna Maria Damigella, l’arte per Gauguin era “un assoluto, il valore primario e il cardine della vita, il luogo dove si compongono i conflitti irrisolti nell’esistenza materiale e affettiva”. Non a caso, dunque, questo libro della Guidi è anche, e soprattutto, un libro sulla pittura, sul dipingere non tanto come “tecnica” ma come espressione di spiritualità, gesto profondamente umano, manifestazione concreta dell’anima. “Mi affaccio sull’orlo dell’abisso”, scrive Gauguin in “Noa Noa”, a Tahiti, pochi anni prima di morire. “Una terribile smania d’ignoto mi fa compiere follie. Quando finalmente gli uomini comprenderanno il senso della parola ‘libertà’? Voglio fare un’arte semplice, correre, perdere il fiato e morire follemente. Che mi importa della gloria? Sono forte, perché faccio ciò che sento dentro di me”. Le risponde, in un certo senso, con la propria pittura, con la propria esistenza, Isabella Guidi. Una risposta dolorosa perché impossibile, ma elargita nelle pagine del libro: “Sentivo – fa dire a Leonor – che voleva credere di non essere il solo a credere”. Al pittore e amico Émile Schuffenecker, Gauguin, col suo modo irruento, una volta disse: “non dipingete troppo dal vero. L’arte è un’astrazione, traetela dalla natura sognando davanti ad essa e pensate piuttosto alla creazione che ne risulterà; è il solo mezzo per salire verso Dio, facendo come il nostro Divino Maestro: creare”. Una salita, quella dello spirito, immensamente più difficoltosa di quella sugli scogli di granito delle coste bretoni. “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” è il nome pieno di tormento assegnato dal pittore a uno dei propri capolavori: un’opera struggente, sconvolgente, nata – per usare le parole dello stesso Gauguin – da “uno stato di vaga sofferenza e sensazione dolorosa di fronte al mistero incomprensibile della nostra origine e dell’avvenire”. Tutt’altro che un’infantile defezione dalla vita attraverso un inganno di sogni o un autoesilio in terre esotiche: quella di Gauguin è stata una ricerca sofferta, una tensione fin snervante che Isabella Guidi ha avuto il merito di raccontarci attraverso la dolce mestizia delle sue parole. “La pittura mi fa piangere” – fa dire nel libro a Leonor. “Mi consola, mi tormenta, mi manca, mi appaga, mi travolge, mi sconvolge”. Non male come “fuga” dalla vita.
In occasione del Giorno della Memoria, l’Eurispes ha reso noto il suo “Rapporto Italia” 2020, nel quale emerge anche un dato inquietante, seppur non del tutto nuovo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, e il 15,6% la nega. Ritornano puntuali, e necessari, dunque, riflessioni su ciò che è stato e sull’utilità di cerimonie e incontri pubblici sempre più simili a stanchi rituali da “consumare” quasi per dovere. La memoria della Shoah, infatti, non può mai diventare “ordinarietà”: “è nella natura delle cose – ricordava Hannah Arendt ne “La banalità del male” – che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato”.
Crocifisso sì o no? E l’ora di religione è giusto mantenerla nella sua forma attuale? Su problematiche come queste, particolarmente delicate e complesse, il confronto diretto può aiutare, se non a dare soluzioni definitive, perlomeno a chiarire le rispettive posizioni. E’ quello che è accaduto nel pomeriggio dello scorso 1° febbraio, quando in Sala della Musica di via Boccaleone a Ferrara si è svolto il dibattito, organizzato dall’UAAR Ferrara sul tema “Scuola laica: diritto allo studio ed alla libertà religiosa”. Si sono confrontati – moderati dalla giornalista Tania D’Ausilio – Roberto Grendene (segretario nazionale UAAR), Lidia Goldoni (presidente del Comitato Insegnanti Evangelici in Italia), mons. Vittorio Serafini (direttore del Servizio diocesano Insegnamento della Religione Cattolica) e Paola Lazzari (insegnante di religione cattolica). S. Messa in orario scolastico Ha sollevato non poche polemiche la S. Messa celebrata lo scorso 20 dicembre all’IC Perlasca di Ferrara in orario di lezione. “La normativa non la prevede – ha commentato mons. Serafini -, se non in orari diversi da quelli delle lezioni e se richiesto da genitori o dal Consiglio d’Istituto. Spesso presidi e insegnanti di religione non conoscono le leggi e i regolamenti, per questo lo stesso Vescovo mi ha consigliato di predisporre un vademecum al riguardo”. La scelta è stata giudicata “non pertinente” da Grendene e “inopportuna” da Lazzari. Crocifisso nelle scuole pubbliche “Il crocifisso è segno di generosità e dedizione, per cui non va certo imposto”, ha invece commentato su questo tema mons. Serafini. “Se non è nel cuore, non ha senso appenderlo al muro”. “Una scuola non è più o meno laica se nelle proprie aule accoglie il crocifisso”, è stato invece il commento di Lazzari. “Detto questo, è differente il lasciarlo quando c’è o volerlo appendere laddove non è presente”. “Gesù non ha mai voluto imporre la propria presenza”, è stata la riflessione di Goldoni. “La Chiesa cattolica dovrebbe protestare contro questa strumentalizzazione, contro questo modo empio di usare il crocifisso”. Per Grendene il fatto che nelle scuole pubbliche non siano presenti simboli né religiosi né politici è “di semplice giustizia”. L’ora di religione Al riguardo mons. Serafini ha ribadito come l’ora di religione “è un diritto e riguarda una scelta personale”, e ci ha tenuto a sottolineare come “gli insegnanti di religione normalmente sono seri professionisti, persone molto preparate e la loro competenza, ad esempio nella nostra Diocesi (dove sono un centinaio, ndr), è spesso riconosciuta dai presidi”. Detto questo, “l’ora alternativa non può essere lasciata a casaccio, come purtroppo spesso accade”. “E’ giusto che esista l’ora alternativa – sono state parole di Lazzari – ma l’ora di religione non è né catechismo né indottrinamento: in essa spesso vengono spiegate anche le altre religioni, e i loro legami con altre discipline”. “Noi insegnanti evangelici – è intervenuta Goldoni – proponiamo di usare meglio e in altri modi l’ora alternativa a quella di religione” e “non accettiamo che ad esempio la storia nostra confessione venga insegnata da un insegnante cattolico o comunque non evangelico”. Infine, per Grendene “esistono non pochi casi in cui durante l’ora alternativa o si approfondiscono materie curricolari o si fanno utili proposte formative differenti. In ogni caso, non è giusto che sia il Vescovo a indicare gli insegnanti di religioni, stipendiati dallo Stato”.
Il realismo del sogno e il conseguente perturbante sentimento di una visione notturna: Samuel Moretti è un promettente artista originario di Mesola, che fino al prossimo 23 febbraio espone una serie di incisioni nella Galleria del Carbone di Ferrara. Nel tardo pomeriggio di sabato 1° febbraio, l’inaugurazione della mostra con la presentazione di Laura Gavioli, che ha redatto anche il testo in catalogo (disponibile in Galleria). Nell’esposizione intitolata “La libertà dello sguardo e la persistenza dell’emozione”, è possibile ammirare una ventina di opere a puntasecca di quest’artista classe ’80, diplomato al Conservatorio Frescobaldi e approdato all’arte grazie a Pietro Lenzini. Dieci anni fa il debutto in diverse collettive a Ferrara, Reggio Emilia, Milano. Dal 2010, tante le partecipazioni a collettive e alcune personali. L’anno scorso nella chiesa di Santa Maria della Misericordia a Castel Bolognese ha esposto la sua mostra dal titolo “Percorsi di luce. Le 14 stazioni della Via Crucis”. In parete al Carbone si possono trovare i “luoghi dell’anima” di Moretti: spaccati del bosco della Fasanara, il Castello di Mesola, ma anche alcuni relitti lignei spiaggiati.