Che questa lunga attesa possa essere feconda

16 Mar

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di Andrea Musacci

Notte tra il 9 e il 10 marzo, l’ultima prima dell’entrata in vigore dello “stato d’eccezione” su tutto il territorio nazionale per fronteggiare l’emergenza causata dalla diffusione del Covid-19. Notte in bianco, di tensione e di attesa, come se la mente e il corpo volessero iniziare ad abituarsi a un tempo dilazionato, a un limbo nel quale galleggiare. O meglio, a prepararsi a vivere ore, giorni e settimane non in apnea ma come tempi da riconquistare agli affetti, alla memoria, alla pazienza.

Anche in quelle ore è maturata la decisione di continuare le nostre pubblicazioni e di dedicare, nei prossimi numeri (previsioni più precise non le azzardiamo), ampi spazi a racconti, riflessioni, testimonianze dalle vostre case (o dai vostri luoghi di lavoro, per chi, ancora può e deve recarcisi) su questo tempo più che mai incerto e assurdo.

In questo numero vogliamo dare avvio a una polifonia di “voci”, a un grande racconto collettivo di questo periodo che – inevitabilmente, nel bene e nel male – rimarrà nella storia, anche in quella, piccola, della nostra Arcidiocesi. Raccontare: quindi interrogarsi su come cambiano le nostre relazioni, il rapporto dei nostri corpi con gli spazi, con i corpi e le libertà degli altri. Se a vincere sarà il “bene”, quel che di positivo c’è nella realtà, oppure la frustrazione, l’impotenza. Se le conseguenze delle nostre “dipendenze” – dal lavoro, da determinati riti sociali, dagli spostamenti – si mostreranno nella loro acutezza. Sarà, in ogni caso, un periodo di cernita tra l’essenziale e il superfluo, di dis-cernimento. Ad esempio, che conseguenze sta avendo, e avrà, l’impossibilità dei contatti fisici più elementari, spontanei? L’affetto e l’amore vietati se non tra le mura domestiche? Come ne usciremo? Si può azzardare una qualche, pur lieve, forma di “mutazione antropologica”? Tanto il ricordo quanto la promessa di un “dopo” non del tutto immaginabile, riacquisteranno una propria potenza? Cosa rimpiangeremo e cosa no, sia del periodo pre-emergenziale sia di questa quarantena?

Ciò che abbiamo di fronte è – paradosso totale – l’invisibile, l’ignoto, l’inaspettato. Un impalbabile che ci trasforma in potenziali vettori di male, muta i nostri corpi esposti, ne intensifica la fragilità e la pesantezza: insomma, in un mondo sempre più animato dal virtuale, torna tragicamente al centro il corpo, la carne. E il virtuale diviene virale. Il potere stesso, anche quello “tradizionale”, novecentesco, delle istituzioni riscopre a un tempo la propria virtualità, i propri dispositivi immateriali, e rafforza le proprie appendici repressive (ben poco postmoderne). Da una parte, quindi, i nostri corpi sono minacciati dall’invisibile virale, dall’altra sono controllati e regolamentati da un potere “solido”. Fra i diversi divieti ai quali ci stiamo abituando, uno in particolare penso sia particolarmente straziante: quello dell’“ultimo abbraccio”, l’impossibilità delle esequie. Un risvolto tragico, particolarmente angosciante, che rimanda senza retorica ad altre pandemie. I morti di coronavirus non solo, nelle ultime ore di vita, non hanno potuto avere vicino a sé i propri cari, ma questi non hanno nemmeno potuto dar loro l’estremo saluto. È la solitudine più tremenda, che non avremmo mai voluto raccontare. E la solitudine è una delle cifre di questa “quarantesima”: i dati Istat (al 1° gennaio 2019) dicono che in Italia il numero medio di componenti delle famiglie è passato da 2,7 (media 1997-1998) a 2,3 (media 2017-2018), soprattutto per l’aumento delle famiglie unipersonali che in venti anni sono cresciute di oltre 10 punti: dal 21,5 per cento nel 1997-98 al 33,0 per cento nel 2017-2018, ovvero un terzo del totale delle famiglie. In quanti saranno in grado di sopportare almeno tre settimane di quasi assoluto isolamento?

Ma l’eccezionalità di queste settimane può anche dare un volto nuovo ai piccoli gesti d’attenzione, a inedite forme di socializzazione (basti pensare al fenomeno dei “concerti” collettivi dai balconi delle case) e di comunione a distanza, di riscoperta del silenzio non come dimensione del vuoto ma del profondo. Per continuare con le speranze – che speriamo diventino e stiano già diventando carne viva in questi giorni: forse sperimenteremo una ridefinizione del concetto di “mancanza” (di spazi, incontri e possibilità), una privazione improvvisa e inaspettata che, chissà, può dare nuovo ossigeno a gesti e pensieri abbandonati se non ignoti. Tante sono le buone pratiche che già nascono anche a Ferrara: giovani di alcune parrocchie (come San Giacomo apostolo all’Arginone o gli scout in zona Doro-Barco), che portano la spesa ad alcuni anziani; o, come nell’Unità Pastorale di Borgovado, i volontari del Centro di Ascolto che portano a casa a chi ne ha bisogno i Moduli per l’autocertificazione. E poi le tante iniziative di singole persone o piccoli gruppi nelle parrocchie – e non – che formano una rete invisibile e capillare, ma importantissima, di sussidiarietà più che mai fondamentale. Anche e soprattutto così, con questa mutualità dal basso, si riannodano i fili spezzati della rete sociale. Senza dimenticare, per la liturgia e la preghiera, l’utilizzo da parte di diverse parrocchie delle “nuove” tecnologie – da You Tube ai vari social.

Tutto ciò è già, qui e ora, un modo nuovo di vivere, una promessa già matura, che cambia il presente. E’ una Presenza reale. Un racconto concreto seppur silenzioso. Qualcosa di davvero molto fecondo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2020

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La Voce di Ferrara-Comacchio

Cantiere diocesano: tra nuove chiese e antichi edifici da ristrutturare

9 Mar

Il punto sui principali lavori in Diocesi: compie due anni il cantiere del nuovo complesso di via Arginone. Prosegue l’iter sul Duomo di Ferrara, aggiudicati i lavori per l’Arcivescovado. Concluso il cantiere a Cocomaro di Focomorto, diversi invece quelli aperti nel bondenese

IMG-20200306-WA0011Chiesa di Vigarano Pieve, Scuola d’infanzia di Quacchio e complesso dei “Gesuati” di via Madama a Ferrara: nelle ultime settimane vi abbiamo aggiornato su alcuni lavori recentemente conclusi nella nostra Arcidiocesi, o su alcuni interventi appena partiti, come nel caso della chiesa di Santo Spirito a Ferrara (v. “la Voce” del 28 febbraio). In questo numero, invece, insieme a don Stefano Zanella, Responsabile dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano, facciamo il punto sui principali cantieri ancora in corso. Una parrocchia che da due anni convive con i lavori in corso è quella del complesso di San Giacomo Apostolo all’Arginone (foto) di Ferrara. “La speranza – ci spiega don Zanella – è di riuscire a completarli entro l’estate, in modo che a settembre tutto sia tutto”. Il nuovo complesso – lo ricordiamo – è nato grazie a uno dei “progetti-pilota” della CEI, i concorsi nazionali per la progettazione di nuovi complessi parrocchiali. Nel 2011 la nostra Arcidiocesi è stata scelta per la progettazione di uno di questi in un territorio di espansione della città. Requisiti individuati nella zona sud-ovest di Ferrara. Quello che sta nascendo – e che vi presentiamo anche con foto aggiornate del cantiere – “è un esempio – sono ancora parole di don Zanella – importante di arte e di architettura contemporanee, che daranno nuovo lustro alla nostra Chiesa locale. Voglio ringraziare la Tiziano costruzioni, impresa capofila, la parrocchia e l’asilo antistante per la pazienza e anche per la bellezza che i nostri occhi potranno contemplare”.

Palazzo Arcivescovile e Cattedrale di Ferrara

Riguardo alla lunga e spinosa questione del Duomo cittadino, don Zanella ci spiega come “siano state attuate tutte le richieste da parte della Regione e della Commissione per valutare gli interventi strutturali ai pilastri, e, queste, inviate i primi di marzo al Commissario per la ricostruzione e alla Sopraintendenza: siamo in attesa di una valutazione. Ci auguriamo di iniziare i lavori dentro l’edificio al più presto, segno della riapertura quanto prima del tempio più importante della nostra Diocesi”. Ricordiamo che prima di Natale era stata ventilata l’ipotesi di poter riaprire – con limitazioni di orario e di spazio importanti – la parte del transetto corrispondente all’Altare della Madonna delle Grazie. In generale, la speranza – ma, lo ripetiamo, la tempistica è incerta – è che entro fine 2020 / inizio 2021 dovrebbero iniziare i lavori sul campanile della Cattedrale, e a fine 2021 quelli sulla facciata e sul protiro. Riguardo al vicino Arcivescovado, non sono ancora stati aggiudicati i lavori di ripristino con rafforzamento locale sull’edificio. Il bando di gara ha visto come termine il 7 gennaio scorso. “Sarà un intervento significativo (l’importo è di quasi 2 milioni di euro, ndr) a causa dei danni del sisma del 2012 – riflette don Zanella -, che vedrà per due anni coperta da impalcatura la facciata su corso Martiri della libertà, oltre a lavori significativi al tetto e alle altre facciate”.

Altri cantieri in Diocesi

Nel frattempo si è conclusa la gara per il Convento (ex chiostro) della Basilica di Santa Maria in Vado a Ferrara, per il quale inizieranno a breve i lavori di ripristino con miglioramento sismico. E’ la ditta “AHRCOS” di Bologna ad essersi aggiudicata i lavori, che vedono un importo di quasi 1milione e 700mila euro. Per quanto riguarda invece la chiesa di Mizzana, “siamo in attesa di alcuni riscontri su alcuni aspetti dei lavori che andranno rivisti”, mentre per la chiesa di Burana “i lavori sono ancora in fase di ultimazione: la speranza è di riaprirla a settembre”. Già iniziati i lavori anche nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine e nell’Oratorio di san Domenico a Stellata di Bondeno con la ditta “Cooperativa Edile Artigiana” di Parma. Discorso simile per la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Bondeno, dov’è impegnata la ditta “Cooperativa Muratori” di San Felice sul Panaro, e per la non facile ricostruzione della chiesa dell’Assunzione di Maria Santissima di Ponte Rodoni. Infine, conclusi i lavori sulla chiesa di Cocomaro di Focomorto: obbligatorio, però, in questo periodo, il rinvio – a data da destinarsi – della riapertura ufficiale.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2020

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De Pisis, doppio omaggio a Roma e Milano

9 Mar

Per il pittore ferrarese due importanti retrospettive: da ottobre scorso al 1° marzo al Museo del Novecento di Milano; rimandata, invece, l’inaugurazione prevista il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma

ritratto di allegroDue grandi musei omaggiano il pittore ferrarese Filippo De Pisis. Dallo scorso ottobre al prossimo giugno due mostre a lui dedicate sono in programma nelle città dove l’artista ha abitato per alcuni anni. E parte delle opere provengono dall’archivio delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. Le esposizioni, in un certo senso tra loro complementari, vogliono rendere omaggio a de Pisis a più di trent’anni dalla storica mostra di Palazzo Reale a Milano. Il prestito del Museo d’arte moderna e contemporanea “de Pisis” di Ferrara è frutto della proficua collaborazione avviata già da tempo con il Museo del Novecento che ha più volte prestato proprie importanti opere alle rassegne di Palazzo dei Diamanti. Dal 4 ottobre fino al 1° marzo, il Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano (dove de Pisis ha vissuto tra il ’39 e il ‘43) ha ospitato – per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon – oltre 90 dipinti dell’artista, dieci dei quali provenienti dal GAM ferrarese: “Natura morta ‘alla dolce Patria’ ” (olio su tela, 1932), “Natura morta con melanzana (Natura morta con frutta sulla credenza)” (olio su tela, 1943), “La lepre” (olio su tela, 1933), “La bottiglia tragica” (olio su cartone, 1927), “La Coupole” (olio su cartone, 1928), “Natura morta col martin pescatore” (olio su cartone, 1925), “Natura morta davanti alla finestra (Natura morta sul tavolo)” (olio su tela, 1951), “Il gladiolo fulminato” (olio su cartone incollato a compensato, 1930), “Ritratto di Allegro” (olio su cartone incollato su tavola, 1940), “La falena” (olio su cartone applicato su tavola, 1945). Il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma (a pochi passi da Piazza Navona) – città dove l’artista ha vissuto dal 1919 al ’25 -, avrebbe invece dovuto inaugurare (fino al 21 giugno) la mostra curata da Pier Giovanni Castagnoli e Alessandra Capodiferro con 26 dipinti e diverse opere su carta e acquerelli. Per questa seconda esposizione, dal GAM di Ferrara, oltre alle ultime cinque opere sopraelencate presenti anche a Milano, provengono sette opere su carta: “Gambe e torso di nudo seduto” (s.d.), “Ritratto di ragazzo (Chicchi)” (1930), “Ritratto di ragazzo” (1930), “IV: Nudo sulla pelle di tigre (Robert)/ V: Nudo sulla pelle di tigre” (c. 1931), “Ritratto di ragazzo (il dalmata)” (1930), “Gambe di nudo disteso (Emile)”, (1928), “Gambe di nudo disteso”, (1928).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 marzo 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

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E se riscoprissimo la parola e la dimora? Una riflessione tra Quaresima e quarantena

9 Mar

di Andrea Musacci

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In queste settimane di emergenza per il coronavirus abbiamo avuto modo di constatare come la “quarantena” derivata da cause sanitarie abbia coinciso con la Quaresima in vista della Pasqua. Quaranta giorni (simbolici o non) nei quali l’isolamento più o meno coatto rispetto a specifici luoghi del consorzio umano si è sovrapposto al periodo di preghiera e raccoglimento. E nel quale – sempre in un’irreale atmosfera buñueliana – gli inutili assalti ai supermercati per riempire quanto più possibile i nostri “granai” hanno coinciso col periodo per antonomasia dedicato al digiuno. Quaresima e quarantena richiamano due modi di intendere il rapporto col tempo e lo spazio tra loro correlati: da una parte, l’insostituibile calore della dimora, del perimetro familiare, del proprio universo valoriale – non soggetto alle mode e alle opinioni -, della casa come luogo d’identità; dall’altra, il calore della parola poetica (in senso lato), la bellezza del dialogo inteso come ricerca, comune e sofferta, di una verità da abitare. Due dimensioni purtroppo sempre meno di moda, nell’epoca delle violenze verbali sempre più diffuse sui social, spesso pseudo luoghi di verà “socialità”.

Chi si ferma è perduto!

Nell’ultimo saggio di un giovane filosofo francese, François-Xavier Bellamy, dal titolo “Dimora” (Itaca, 2019 – che avrebbe dovuto presentare a Ferrara il 27 febbraio), modernità e contemporaneità sono criticate in quanto epoche del culto del movimento fine a se stesso, quindi di ciò che più è antitetico all’idea di “casa” e di bellezza della parola. Una deriva, questa, che pare inarrestabile, dove prudenza e discernimento sono viste come inutili resistenze al dominio della dromocrazia, di cui parlava già Paul Virilio nel 1977. Pare di sentire, ancora oggi, infatti, pur in forme diverse, le grida di oltre un secolo fa dei futuristi: “La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno” (…). Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente” (“Manifesto del Futurismo”, F. Marinetti, 1909).

La casa come compimento di sé

“Comprendere” qualcosa, senza lasciarsi travolgere da quel “movimento aggressivo”, richiama il “contenere in sé”, l’abbraccio. Rimanda, quindi, inevitabilmente, alla casa, simbolo concreto di solidità, di consistenza e di permanenza, il contrario dell’“alloggio”. “Abbiamo bisogno di una dimora – sono parole di Bellamy nel libro sopracitato -, di un luogo dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi. La casa è il centro costruito dalla libertà, da una memoria, da un’esperienza e intorno al quale si organizza la consapevolezza dell’universo intero”. Trasmettere ed ereditare un universo affettivo e valoriale è ciò che di più essenziale una persona può raggiungere nella propria vita. Obiettivo difficile se i territori dove viviamo sono sempre più invasi da quello che l’antropologo Marc Augé quasi trent’anni fa in un suo celebre libro definiva “nonluoghi”, qualcosa per definizione dove non può formarsi identità, quindi né relazioni reciproche né una storia comune. Torna alla mente un romanzo di Milan Kunder, “L’identità”, nel quale il tormentato rapporto tra due coniugi, Jean-Marc e Chantal, si gioca in buona parte sull’incapacità di lei di definirsi: all’inizio, cercando lo sguardo degli estranei (“gli uomini non si voltano più a guardarmi”, corsivo mio, ndr); nel finale, nell’alcova matrimoniale, dove Chantal da (non) osservata diventa osservatrice, ma di Jean-Marc (“non staccherò più gli occhi da te” – corsivo mio, ndr). Questo, però, solo dopo aver compiuto un lungo, faticoso e coinvolgente peregrinare, che la farà diventare una persona diversa e ri-comprendere davvero come lo sguardo del marito su di lei sia quello che maggiormente può aiutarla a definirsi: lo sguardo che può farla sentire a casa.

La Parola da riscoprire e abitare

“Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla / verso la casa di Dio, / tra i canti di gioia e di lode / d’una moltitudine in festa” (Salmo 42)

E allora la comprensione di sé e dell’altro-da-sé dovrebbe trovare, oggi, terreni più fertili dove potersi sviluppare – in modo libero, non predeterminato, creativo e non dato – ma il più possibile pieno. Una dromomania violenta tipica dei nostri tempi – come accennavamo all’inizio – è quella riguardante la comunicazione, sempre più fagocitante e spersonalizzante: “in un mondo invaso dall’onnipresenza del digitale e dalla liquefazione della parola – scrive Bellamy sempre in “Dimora” -, mi sembra che la massima emergenza politica sia quella della risurrezione del linguaggio”. Riaffiorano alla mente parole di Heidegger: “nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora” (“Lettera sull’umanismo”, 1946). “Più lento, più profondo, più dolce”, suggeriva invece Alexander Langer come nuovo modo di abitare non solo le nostre case, ma il nostro mondo, compreso quello comunicativo. La parola – poetica, letteraria o della preghiera – evoca il mistero, lo invoca, richiama la bellezza, facendola ogni volta riaffiorare dall’oblio sempre incombente. Il dominio della tecnica moderna, diceva già nel ’63 Augusto Del Noce, porta, invece, “alla perdita della nozione tradizionale di otium; (…) abolisce il tempo sacro; (…) sostituisce la preoccupazione del fare a quella di essere” (“Appunti sull’irreligione occidentale”). Andrebbe quindi – a rischio di passare per folli – ridimensionata questa bulimia comunicativa, questa invasione di informazioni e immagini; e andrebbe, invece, rivalutata la ricerca personale e collettiva, lo studio, il discernimento, la contemplazione immersiva nel bello. Dovremmo tentare di far rifiorire il linguaggio come espressione dell’anima e dei suoi abissi, e il dialogo e l’ascolto della parola (scritta e non) come luogo reale d’accoglienza dell’altro: in questo, infatti, potremmo scorgere quel punto d’incontro fra il bisogno mai sopito di una dimora nella quale trovare pace e identità, e quel desiderio di mettersi in cammino per cercare, mai sazi, l’altro e noi stessi (come nel sopracitato romanzo di Kundera), ben diverso da certo errare evanescente ed eteroindotto. Seguiamo quindi, in questa Quaresima, l’invito del Papa a riscoprire l’importanza del Vangelo: “Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi” (Messaggio per la Quaresima 2020, 2). Coinvolgimento che può diventare parte irrinunciabile del nostro cammino di comprensione, un cammino continuo e incerto che compiamo coscienti di essere diretti verso la “casa del Padre” (Gv 14, 2).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

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L’amore ai tempi del coronavirus

24 Feb

coronavirus

“Sospensione” è uno dei termini chiave di queste giornate surreali nelle quali buona parte delle nostre normali, frenetiche attività è interrotta, annullata o rinviata. Sospesa, appunto, in attesa.

Una situazione emergenziale che mette, ancora una volta, a nudo la nostra condizione umana, di esseri esposti alla malattia e alla morte, ma che noi, nelle nostre piccole “superbie” di uomini moderni ci convinciamo a non considerare possibile. Oppure, che ci illudiamo di poter sempre prevenire ed evitare. Qualcosa, che al massimo, avremmo potuto seguire a distanza, nascendo e perlopiù colpendo popolazioni – come quelle della Cina – distanti da noi oltre 7mila km.

Eppure questa condizione di “inaspettata” – assurdamente “inaspettata” – riscoperta della nostra fragilità, e di conseguente sospensione, ci spiazza, facendo riemergere ombre irrazionali dentro di noi che ugualmente pensavamo di non possedere, che non potessero appartenere a un mondo come il nostro fondato sul calcolo e il controllo.

Una condizione di sospensione, dunque, nuova ma in realtà antica come il mondo, e che porta a un’altra conseguenza: la possibilità di nuovi tempi dilatati di silenzio nelle nostre quotidianità, di maggior decantazione di azioni e pensieri, in una solitudine che trascenda l’“isolamento” obbligatorio ma diventi occasione per una riscoperta di relazioni gratuite, di quiete e meditazione. Una possibilità di iniziare il tempo quaresimale un po’ più liberi dalle usuali “tentazioni” delle nostre frenesie, urgenze e routine.

Nel Vangelo della domenica appena trascorsa (Mt 5, 38-48) abbiamo letto le ben note parole di Gesù: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano… ». In questa irreale atmosfera di suspense, riscopriamo, quindi, da un lato la bellezza della prossimità non casuale, l’amore come attenzione e fiducia nell’altro a noi vicino – non possibile “untore” di cui diffidare ma potenziale “alleato” nella difficoltà che tutti accomuna. Dall’altro, ridiamo un senso non banale all’amore per il “lontano”, così spesso additato, in quanto tale, come “nemico” più o meno potenziale, ma in realtà come noi segnato da una simile – umanissima – angoscia. Ripensiamoci, dunque, fratelli e sorelle in questa quotidianità ancora una volta messa alla prova, in questa sempre nuova attesa, che possa essere non di timore ma di speranza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

e sul Sir: https://www.agensir.it/chiesa/2020/02/28/lamore-ai-tempi-del-coronavirus/

La Voce di Ferrara-Comacchio

I Gesuati, nuova casa delle universitarie

24 Feb

a cura di Andrea Musacci e Nicola Mantovani

Il problema dell’insufficienza degli alloggi per le iscritte e gli iscritti al nostro Ateneo ha visto anche l’impegno della nostra Arcidiocesi: Il Complesso di via Madama a Ferrara (di proprietà del Seminario) da alcuni mesi accoglie alcune decine di studentesse del nostro Ateneo. Ecco i lavori fatti e quelli da completare nei prossimi mesi

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Un complesso conventuale quattrocentesco, per cinque secoli abitato prima dai Gesuati poi dai Carmelitani Scalzi, da alcuni mesi è diventato un Collegio universitario femminile. Parliamo dell’immobile detto “San Girolamo dei Gesuati” di via Madama 40 a Ferrara, di proprietà del Seminario Arcivescovile, il cui alto e lungo muro di cinta copre buona parte della breve strada a due passi dalla Basilica di S. Maria in Vado. Le antiche celle dei frati, così, sono diventate le camere da letto di una struttura ricettiva più che mai necessaria in una città come Ferrara sempre più alla ricerca di nuovi posti dove poter ospitare i numerosissimi studenti universitari.

Cos’è stato fatto…

“Lo scorso maggio ho preso la decisione di utilizzare a questo scopo l’immobile”, ci spiega don Paolo Valenti, Rettore del Seminario. E’ bastato il passaparola: “prima di ferragosto, le stanze erano già tutte prenotate, il 1° settembre l’edificio era già pronto per accogliere le ragazze”, dopo aver rinfrescato, per le stanze del primo piano, le tinte dei muri e adeguato l’impiantistica alle normative vigenti. Ma il lavoro più importante, sia dal punto di vista delle lavorazioni che economico, si è svolto al piano terra, dove si è dovuto provvedere al rifacimento di tutta l’impiantistica elettrica, di sicurezza e parzialmente anche idraulica, irrimediabilmente compromesse dall’umidità accumulata nei muri precedentemente alle demolizioni e poi dalle demolizioni stesse. Si sono quindi realizzati i nuovi intonaci con materiali idonei, selezionati insieme alla Direzione Lavori e con la consulenza di ditte specializzate. Le ragazze che alloggiano nel complesso di via Madama – alcune decine – sono perlopiù iscritte a Medicina e Biotecnologia e provengono da ogni parte della Penisola – dalla Calabria al Trentino, dalla Puglia al Veneto, solo per citarne alcune. Vivono in stanze singole, alcune al piano terra e la maggior parte al primo piano e hanno a disposizione ampi e ariosi spazi comuni, tutti ristrutturati: all’entrata un ambiente principale con, oltre alla reception, la sala mensa dove poter mangiare e studiare. E ancora, la cucina (arredata per essere autogestita), parte di un chiostro – utilizzato e molto apprezzato come zona studio comune –, una sala televisione, la lavanderia attrezzata con strumentazione a gettone, oltre agli spogliatoi per i dipendenti. Le studentesse possono inoltre usufruire di un parcheggio, di posti per le biciclette e wi-fi e prima colazione gratuiti. E di vivere in una zona tranquilla, centralissima, e vicina alle fermate dei principali mezzi pubblici lungo corso Giovecca. Per qualsiasi necessità possono rivolgersi ai loro due “angeli custodi”, Sergio e Cristina, che si occupano della reception, della pulizia degli spazi comuni e della manutenzione ordinaria.

…e cosa verrà fatto

Ma a un anno dall’ingresso delle prime ragazze, don Valenti conta di finire un’altra tranche di lavori: “per il prossimo 1° settembre – ci spiega – contiamo di terminare gli intonaci in alcune stanze e nel chiostro già parzialmente utilizzato. Nell’ala nord-est (quella su via Savonarola) concluderemo i lavori nell’antico refettorio, per ricavarci una sala conferenze e studio”, facendola così tornare all’uso che aveva prima dei lavori. Una sala stupenda, questa, con al centro del soffitto il monogramma raggiato di Cristo (ideato da S. Bernardino) e, nella parete in fondo, i dipinti di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Anche le salette attigue diventeranno aule studio. Entro il 1° settembre, inoltre, sarà aperta una nuova e più ampia sala tv e verranno restaurate altre stanze da letto e il chiostro piccolo, quello confinante con il convento dei padri carmelitani. Da settembre, infine, sarà realizzata una palestra al primo piano, restaurata una scala secondaria e completato il sistema di videosorveglianza. Infine, per il rifacimento degli intonaci del porticato esterno si dovrà attendere ancora un anno.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 febbraio 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

L’arte davanti al “mistero incomprensibile”: un dialogo con Gauguin

17 Feb

Isabella Guidi dedica un libro al pittore francese, suo Maestro: uno sguardo “religioso” sul rapporto tra vita e pittura

di Andrea Musacci

buonjour ms gauguinNella contemplazione artistica o nell’immersione letteraria, si ha spesso l’impressione che a sfuggire dalle dita e dalla mente sia quello che comunemente e “ragionevolmente” indichiamo con “realtà”. E, in maniera speculare, spesso capita che, una volta destati dal sonno, continuiamo a sperimentare una persistente consistenza di brani di esperienze oniriche vissute nelle ore notturne.

Sensazioni, queste, che ci sentiamo di condividere con Isabella Guidi – pittrice ferrarese cresciuta sulle spalle di giganti come don Franco Patruno, Marcello Tassini e Gianni Vallieri – che recentemente ha scelto di esporre una quarantina di sue opere, realizzate dal 2006 in poi, nella personale “Avrei voluto dire: Bonjour Ms Gauguin. Omaggio alla Bretagna”, dal 18 gennaio al 16 febbraio nel Centro Culturale Mercato di Argenta. Mostra accompagnata da un libro omonimo realizzato dalla stessa Guidi, una sorta di diario/romanzo attraversato da poesie e riflessioni sull’essenza dell’arte. Sì, perché, come tradisce il titolo, la storia raccontata è quella, immaginaria, dell’incontro fra due artisti, uno realmente vissuto, Paul Gauguin (1848-1903), e l’altra di fantasia, Leonor Lescaut, alterego dell’autrice e che, probabilmente, nel nome richiama la pittrice Leonor Fini, e, nel cognome, la “Manon Lescaut” protagonista del romanzo di Prevost del 1731. In ogni caso, con questa pubblicazione la Guidi concretizza, seppur attraverso la letteratura, il sogno di incontrare il suo Maestro, Gauguin, in un luogo da entrambi prediletto e spesso visitato: “amo la Bretagna – scrisse l’artista francese -, in essa trovo un che di selvaggio, di primitivo. Quando i miei zoccoli risuonano su questo suolo di granito, sento il tono sordo, opaco e possente che cerco nella pittura”. Regione, la Bretagna, in cui Gauguin vivrà in quattro periodi diversi, fra il 1886 e il 1901 (soprattutto a Pont Aven).

Dalla solitudine a una comunione fra anime

Il libro inizia con la solitudine della protagonista sulla spiaggia bretone, una solitudine fatta di malinconica rassegnazione, di abbandono dolce ma non privo di sofferenza. Condizione, però, che Leonor sa tramutare in una contemplazione introspettiva: “rimaneva solo il dialogo fitto e sussurrato delle cose con l’orizzonte e un silenzio che predisponeva all’ascolto”, scrive la Guidi. A un certo punto, la “visione”: nell’acqua compare un uomo, Gauguin, in una scena grottesca e irreale, che volutamente l’autrice colloca fuori dal tempo. Quasi un’apparizione: “Poi alzò lo sguardo / e incrociò i suoi occhi / e tutto non fu più così / incomprensibile…”.

Per i lettori e le lettrici sarà facile immaginarsi questa continua e sottile commistione di realtà e fantasia, questa sospensione del ritmo e della pesantezza del reale (nel senso più immediato e razionale): luoghi, gesti e particolari, parte della reale esperienza della Guidi, si intrecciano con luoghi e gesti generati dall’immaginazione. Una sorta di “Midnight in Paris” trasferita sulla costa nordoccidentale della Francia, dove il sogno e l’arte sopperiscono all’uggia ordinaria di una società competitiva, gretta, calcolante. “In questo tempo – fa dire la Guidi a Gauguin nel libro (parafrasando in modo fedele pensieri da lui scritti nei suoi libri o nelle lettere) – l’individuo si muove seguendo l’idea comune, quella che semplifica di più la propria esistenza, non quella che la rende più vera. Non si fa troppe domande”. “Io – prosegue il Gauguin che nel libro dialoga con Leonor – mi prendo il tempo di capire! Capire, dedicando la vita a capire! (…) Acquisire sapere. L’impegno, la fatica, il coraggio di dire ‘devo imparare’. Saper guardare, saper ascoltare…saper mettersi in relazione con il mondo, saper capire. L’umiltà farà la differenza”.

E nel libro, la relazione è ciò che muove ogni cosa, non solo con i luoghi, coi quali i protagonisti vivono un forte rapporto fisico: i due personaggi si cercano tra loro di continuo, a tratti quasi si rincorrono, nelle reciproche presenze e assenze. Quest’intima comunione non appare in contraddizione con la pur desiderata e necessaria solitudine tanto di Gauguin quanto della Guidi. Come se a scandire i silenzi e i vuoti fosse un ritmo unico, lo stesso cosciente del fatto che la relazione con la verità passa, sempre, attraverso l’altro, uno sguardo amico (e mai invadente), uno sguardo profondo da condividere.

“Una terribile smania d’ignoto”

copertina libro isaGauguin, di sicuro, non rappresentava un modello esemplare di uomo virtuoso: temperamento irascibile e melanconico, spesso schivo e molto “ambiguo” in alcune scelte di vita. Di certo, uno spirito anticonformista ma, scrive la Guidi, “probabilmente antipatico a tutti perché scontroso, insofferente ai discorsi, adescatore incallito di ogni sottana di passaggio, indifferente alle critiche dei superiori, presuntuoso, potente nell’arroganza inimitabile, nelle decisioni improvvise”. Nel 1890 lo scrittore Charles Morice di Gauguin sottolineava l’“altezzosa nobiltà” ma anche il sorriso, che “non mancava di una dolcezza straordinariamente ingenua”. Una dolcezza infuocata, stordente, inebriante. Come le sue tele: vita e pittura si confondono, si richiamano e sovrappongono: “Paul era la Pittura, l’urgenza dell’anima”, scrive ancora la Guidi. “Paul metteva voglia e paura. Era il centro di un uragano dal quale Leonor era stata un giorno travolta”. “La pittura di Gauguin, per la protagonista, era il punto di partenza e di ritorno della propria anima, quell’anima senza tempo che sorvola sulle nostre misere quotidianità e si rivolge al sogno come unico frammento accettabile di realtà. La pittura di Gauguin era il luogo estetico dove vivere”. Come ha scritto la critica Anna Maria Damigella, l’arte per Gauguin era “un assoluto, il valore primario e il cardine della vita, il luogo dove si compongono i conflitti irrisolti nell’esistenza materiale e affettiva”. Non a caso, dunque, questo libro della Guidi è anche, e soprattutto, un libro sulla pittura, sul dipingere non tanto come “tecnica” ma come espressione di spiritualità, gesto profondamente umano, manifestazione concreta dell’anima. “Mi affaccio sull’orlo dell’abisso”, scrive Gauguin in “Noa Noa”, a Tahiti, pochi anni prima di morire. “Una terribile smania d’ignoto mi fa compiere follie. Quando finalmente gli uomini comprenderanno il senso della parola ‘libertà’? Voglio fare un’arte semplice, correre, perdere il fiato e morire follemente. Che mi importa della gloria? Sono forte, perché faccio ciò che sento dentro di me”. Le risponde, in un certo senso, con la propria pittura, con la propria esistenza, Isabella Guidi. Una risposta dolorosa perché impossibile, ma elargita nelle pagine del libro: “Sentivo – fa dire a Leonor – che voleva credere di non essere il solo a credere”. Al pittore e amico Émile Schuffenecker, Gauguin, col suo modo irruento, una volta disse: “non dipingete troppo dal vero. L’arte è un’astrazione, traetela dalla natura sognando davanti ad essa e pensate piuttosto alla creazione che ne risulterà; è il solo mezzo per salire verso Dio, facendo come il nostro Divino Maestro: creare”. Una salita, quella dello spirito, immensamente più difficoltosa di quella sugli scogli di granito delle coste bretoni. “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” è il nome pieno di tormento assegnato dal pittore a uno dei propri capolavori: un’opera struggente, sconvolgente, nata – per usare le parole dello stesso Gauguin – da “uno stato di vaga sofferenza e sensazione dolorosa di fronte al mistero incomprensibile della nostra origine e dell’avvenire”. Tutt’altro che un’infantile defezione dalla vita attraverso un inganno di sogni o un autoesilio in terre esotiche: quella di Gauguin è stata una ricerca sofferta, una tensione fin snervante che Isabella Guidi ha avuto il merito di raccontarci attraverso la dolce mestizia delle sue parole. “La pittura mi fa piangere” – fa dire nel libro a Leonor. “Mi consola, mi tormenta, mi manca, mi appaga, mi travolge, mi sconvolge”. Non male come “fuga” dalla vita.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 febbraio 2020

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Responsabilità e speranza: è questo il “fare” memoria

10 Feb

Free picture (Symbol of memory) from https://torange.biz/symbol-memory-17417In occasione del Giorno della Memoria, l’Eurispes ha reso noto il suo “Rapporto Italia” 2020, nel quale emerge anche un dato inquietante, seppur non del tutto nuovo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, e il 15,6% la nega. Ritornano puntuali, e necessari, dunque, riflessioni su ciò che è stato e sull’utilità di cerimonie e incontri pubblici sempre più simili a stanchi rituali da “consumare” quasi per dovere. La memoria della Shoah, infatti, non può mai diventare “ordinarietà”: “è nella natura delle cose – ricordava Hannah Arendt ne “La banalità del male” – che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato”.

Se la memoria è azione

Per noi cattolici la memoria è essenza della nostra fede: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me», sono le parole di Gesù nell’ultima cena (Lc 22, 19). Papa Francesco in “Lumen Fidei” parla della trasmissione della fede nella Chiesa, attraverso la dottrina, la vita e il culto: “La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa”. Per questo, “il credente – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” – è fondamentalmente ‘uno che fa memoria’ “. È su questo “fare” tipico della memoria (del credente e non), che vorrei soffermarmi. Etimologicamente, la memoria è legata alla sollecitudine, e richiama quindi un essere attivo del soggetto, una cura, un’“apprensione”. Hans-Georg Gadamer in “Verità e metodo” definiva la memoria non come una “semplice disposizione o facoltà” ma come qualcosa che appartiene alla “costitutiva storicità dell’uomo”, quindi come qualcosa di non meccanico, ma che presuppone una ricerca da parte del soggetto. “Mèmore” è colui che, attivamente, conserva il ricordo di un fatto, e lo conserva non solo nella mente ma anche nel cuore (oltre che in modo continuo). Memoria è dunque capacità di “ritenere”, nel senso di trattenere qualcosa prendendosene cura, perché ciò che è stato è per sua natura fragile, “corruttibile”: è qualcosa che non si mantiene in vita da sé, ma dev’essere di continuo ravvivato.

L’importanza del discernimento

E’ – inoltre – sempre in un presente che si fa memoria, l’eredità del passato va sempre ri(tradotta) in una situazione diversa. “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnalo, per possederlo” scriveva Goethe nel Faust. Ritradurre nel presente, quindi, significa fare un’azione di discernimento, letteralmente di “scegliere separando”, tra ciò che va trattenuto e curato, e ciò che invece va non rimosso ma non ripetuto, “ri-tenuto” nel presente. E’ un atto insieme di libertà e responsabilità che non spetta solamente alla collettività ma anche e soprattutto a ogni persona. E per far questo, è necessario rimparare la pazienza: la memoria, infatti, non richiede solo il distacco temporale dai fatti in oggetto, ma un ulteriore periodo necessario per discernere.

Fiducia e speranza, antidoti ai revisionismi

Sempre Gadamer nell’opera sopracitata scriveva: “il ‘ricordo’ (come oggetto) (…) ha in sé qualcosa di prezioso, perché mantiene presente per noi il passato in quanto è una parte di esso che non è passata”. Il passato, dunque, non si perde, ma “rimane presente” grazie al ricordo che lo tiene in vita, non lo fa “passare” del tutto, non lo fa essere “superato”. Nel mantenere i ricordi, naturalmente, le moderne tecnologie legate alla riproduzione di voci e immagini aiutano, e non poco. Ma non sono sufficienti, soprattutto in un’epoca come la nostra contrassegnata da una paura, quella delle cosiddette fake news, una paura “sana” e giustificata ma che ha come propria deformazione quella del “complottismo” come forma di revisionismo: un sospetto che, se diventa ossessione, porta a tragiche e ben note conseguenze. In un’epoca in cui il revisionismo è un pericolo concreto, tornano utili – pur nella loro radicalità – le parole di Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione”: la memoria, scriveva, può essere “sovversiva” perché “richiama il terrore e la speranza dei tempi passati”. Terrore e speranza: per riconoscerli come tali serve lucidità, serve la ricerca storica: seppur ci si muova nell’ambito delle scienze “inesatte”, non tutti possono essere “scienziati”, non tutti possono indagare allo stesso modo ogni documento, ogni segno del passato. Per questo, nella trasmissione della memoria vi è sempre, inevitabilmente, una parte di affidamento, di fiducia nell’onestà e nelle competenze di chi ce l’ha tramandata. Il resto sta a noi, quell’azione fondamentale del “fare” memoria spetta a ognuno, il saper sviluppare il più possibile una capacità di discernimento di ciò che riceviamo. Per questo, appunto, la memoria è sempre un gesto attivo, una scelta, una responsabilità. E la responsabilità è qualcosa di rivolto anche all’avvenire. Papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei” parla della fede di Abramo come di “un atto di memoria” della promessa fattagli da Dio. Memoria che, però “non fissa nel passato”, scrive il Pontefice, ma “diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via”: la fede è, dunque, “memoria del futuro, memoria futuri”, è “strettamente legata alla speranza”. Una speranza attiva, per impedire che gli orrori del passato non si ripetano più, certi che il male non avrà l’ultima parola.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Laicità nella scuola: confronto tra cristiani e atei

3 Feb

Lo scorso 1° febbraio mons. Serafini (IRC diocesano) ha dialogato con insegnanti cattolici ed evangelici e con il responsabile nazionale UAAR su crocifissi e ora di religione nella scuola pubblica

OLYMPUS DIGITAL CAMERACrocifisso sì o no? E l’ora di religione è giusto mantenerla nella sua forma attuale? Su problematiche come queste, particolarmente delicate e complesse, il confronto diretto può aiutare, se non a dare soluzioni definitive, perlomeno a chiarire le rispettive posizioni. E’ quello che è accaduto nel pomeriggio dello scorso 1° febbraio, quando in Sala della Musica di via Boccaleone a Ferrara si è svolto il dibattito, organizzato dall’UAAR Ferrara sul tema “Scuola laica: diritto allo studio ed alla libertà religiosa”. Si sono confrontati – moderati dalla giornalista Tania D’Ausilio – Roberto Grendene (segretario nazionale UAAR), Lidia Goldoni (presidente del Comitato Insegnanti Evangelici in Italia), mons. Vittorio Serafini (direttore del Servizio diocesano Insegnamento della Religione Cattolica) e Paola Lazzari (insegnante di religione cattolica). S. Messa in orario scolastico Ha sollevato non poche polemiche la S. Messa celebrata lo scorso 20 dicembre all’IC Perlasca di Ferrara in orario di lezione. “La normativa non la prevede – ha commentato mons. Serafini -, se non in orari diversi da quelli delle lezioni e se richiesto da genitori o dal Consiglio d’Istituto. Spesso presidi e insegnanti di religione non conoscono le leggi e i regolamenti, per questo lo stesso Vescovo mi ha consigliato di predisporre un vademecum al riguardo”. La scelta è stata giudicata “non pertinente” da Grendene e “inopportuna” da Lazzari. Crocifisso nelle scuole pubbliche “Il crocifisso è segno di generosità e dedizione, per cui non va certo imposto”, ha invece commentato su questo tema mons. Serafini. “Se non è nel cuore, non ha senso appenderlo al muro”. “Una scuola non è più o meno laica se nelle proprie aule accoglie il crocifisso”, è stato invece il commento di Lazzari. “Detto questo, è differente il lasciarlo quando c’è o volerlo appendere laddove non è presente”. “Gesù non ha mai voluto imporre la propria presenza”, è stata la riflessione di Goldoni. “La Chiesa cattolica dovrebbe protestare contro questa strumentalizzazione, contro questo modo empio di usare il crocifisso”. Per Grendene il fatto che nelle scuole pubbliche non siano presenti simboli né religiosi né politici è “di semplice giustizia”. L’ora di religione Al riguardo mons. Serafini ha ribadito come l’ora di religione “è un diritto e riguarda una scelta personale”, e ci ha tenuto a sottolineare come “gli insegnanti di religione normalmente sono seri professionisti, persone molto preparate e la loro competenza, ad esempio nella nostra Diocesi (dove sono un centinaio, ndr), è spesso riconosciuta dai presidi”. Detto questo, “l’ora alternativa non può essere lasciata a casaccio, come purtroppo spesso accade”. “E’ giusto che esista l’ora alternativa – sono state parole di Lazzari – ma l’ora di religione non è né catechismo né indottrinamento: in essa spesso vengono spiegate anche le altre religioni, e i loro legami con altre discipline”. “Noi insegnanti evangelici – è intervenuta Goldoni – proponiamo di usare meglio e in altri modi l’ora alternativa a quella di religione” e “non accettiamo che ad esempio la storia nostra confessione venga insegnata da un insegnante cattolico o comunque non evangelico”. Infine, per Grendene “esistono non pochi casi in cui durante l’ora alternativa o si approfondiscono materie curricolari o si fanno utili proposte formative differenti. In ogni caso, non è giusto che sia il Vescovo a indicare gli insegnanti di religioni, stipendiati dallo Stato”.

Cos’è l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti

Lo scorso 25 gennaio in via Contrada della Rosa, 42 a Ferrara è stato inaugurato il nuovo circolo dell’UAAR, il cui coordinatore locale è Gregorio Oxilia, Paleoantropologo ed evoluzionista all’Università di Bologna. L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti è un’associazione che, formalmente, non si pone contro le religioni in quanto tali, ma, a suo dire, per il rispetto di una vera laicità. Fra le sue battaglie storiche più famose, quello per lo “sbattezzo”, contro i crocifissi e l’ora di religione nelle scuole pubbliche, contro il meccanismo di assegnazione dei fondi dell’8×1000, o per essere riconosciuta al pari di una confessione religiosa e quindi ottenere un’intesa formale con lo Stato Italiano. “Attualmente nel circolo di Ferrara – ci spiega Oxilia – abbiamo una trentina di iscritti, di cui otto attivisti: sono perlopiù docenti, ricercatori e studenti”. Riguardo all’incontro, pur nelle non irrilevanti diversità, col mondo cattolico, recentemente Oxilia è stato ricevuto in Arcivescovado da mons. Perego per un cordiale confronto. “Sono sicuro – prosegue Oxilia – che questo sarà l’inizio di un’interessante collaborazione culturale che dimostrerà come la diversità di idee sia utile a generare collaborazioni costruttive per dare alla società spunti di riflessione per crescere senza pregiudizi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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Visioni oniriche in bianco e nero: la mostra di Samuel Moretti al Carbone

3 Feb

Fino al 23 febbraio la Galleria del Carbone ospita la personale di incisioni del mesolano Samuel Moretti

samuel morettiIl realismo del sogno e il conseguente perturbante sentimento di una visione notturna: Samuel Moretti è un promettente artista originario di Mesola, che fino al prossimo 23 febbraio espone una serie di incisioni nella Galleria del Carbone di Ferrara. Nel tardo pomeriggio di sabato 1° febbraio, l’inaugurazione della mostra con la presentazione di Laura Gavioli, che ha redatto anche il testo in catalogo (disponibile in Galleria). Nell’esposizione intitolata “La libertà dello sguardo e la persistenza dell’emozione”, è possibile ammirare una ventina di opere a puntasecca di quest’artista classe ’80, diplomato al Conservatorio Frescobaldi e approdato all’arte grazie a Pietro Lenzini. Dieci anni fa il debutto in diverse collettive a Ferrara, Reggio Emilia, Milano. Dal 2010, tante le partecipazioni a collettive e alcune personali. L’anno scorso nella chiesa di Santa Maria della Misericordia a Castel Bolognese ha esposto la sua mostra dal titolo “Percorsi di luce. Le 14 stazioni della Via Crucis”. In parete al Carbone si possono trovare i “luoghi dell’anima” di Moretti: spaccati del bosco della Fasanara, il Castello di Mesola, ma anche alcuni relitti lignei spiaggiati.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

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La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Pino Cosentino)