Conversione ecologica integrale: prendersi cura del prossimo e dell’intero creato per salvare le future generazioni

7 Set
foto di Laura Magni

La mattina del 5 settembre nella sede di Bonifiche Ferraresi si è svolto il Convegno in occasione della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. “La terra è un sacramento”, ha detto l’Arcivescovo

di Andrea Musacci

L’emergenza legata alla crisi pandemica ancora in corso non ha fatto che rendere ancora più urgente l’importanza di una visione integrale dell’uomo sul creato, abbandonando un modello di sviluppo predatorio per progettare una società capace di riscoprire la sobrietà e la condivisione in
Su questo ha riflettuto la Chiesa italiana nel corso del Convegno pubblico svoltosi nella mattina di sabato 5 settembre nell’Auditorium all’interno della sede di Bonifiche Ferraresi a Jolanda di Savoia. Convegno che ha rappresentato il primo importante appuntamento della 15esima Giornata Nazionale per la Custodia del Creato (incentrata sul tema “ ‘Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà’ (Tt 2,12). Per nuovi stili di vita”), a cui è seguita il giorno dopo, il 6, la S. Messa in diretta su Raiuno alle ore 11 dalla Concattedrale di Comacchio, presieduta dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Gian Carlo Perego.
E proprio mons. Perego è intervenuto a Jolanda nel Convegno moderato dal giornalista Alberto Lazzarini e che ha visto un’ampia partecipazione di pubblico: «Importante è non solo la tutela dell’ambiente ma un nuovo modo di abitare la terra, nuovi stili di vita», ha spiegato il Vescovo. La terra, come dice il Papa nel suo Messaggio per la Giornata del 1° settembre, «è la casa di Dio», «la terra è un sacramento – ha spiegato mons. Perego -, dove quindi cogliamo di continuo la Sua presenza, il luogo dove Lui abita insieme a noi e a tutto il creato». Abitare la terra casa di Dio significa quindi «assumere uno stile di vita nuovo, fondato sulla responsabilità, che abbia al centro un progetto di comunità, un progetto di bene comune che tenga uniti – in modo integrale – l’ambito sociale con quello economico, del lavoro e dell’ambiente». Solo in questo modo capiremo l’importanza di «riconsegnare la casa di Dio a ognuno dei nostri fratelli e sorelle e alle nuove generazioni».
Generazioni penalizzate da scelte scellerate attuate negli ultimi decenni, come ha riflettuto don Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio Problemi Sociali Lavoro della CEI: «il modello di sviluppo degli ultimi decenni ha fallito perché centrato solo sulla quantità e non sulla qualità delle relazioni sociali e personali». Tutto ciò ha portato alla «crisi ecologica e a forti disuguaglianze globali». «Senza fraternità», perciò, «non esiste libertà»: un accenno centrale, quello alla fraternità, fatto proprio in contemporanea all’annuncio alla stampa della firma il prossimo 3 ottobre ad Assisi da parte di Papa Francesco della nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale. Mentre per il consumismo, ha riflettuto ancora don Bignami, «tutto è a portata di mano, tutto è usa&getta», al contrario è «responsabilità di ognuno trasformare i propri stili di vita all’insegna della sobrietà», una sobrietà che «non può non essere fondata sulla giustizia».
Atteso era anche l’intervento di Stefano Zamagni, Docente di Economia Politica all’Università di Bologna e Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali: in Italia – come fatto negli anni ’50 del secolo scorso da Adenauer in Germania – sarebbe necessario modificare la Carta Costituzionale inserendo «la responsabilità di ogni scelta del Governo come decisiva per le future generazioni, soprattutto per le conseguenze ecologiche».
Quattro sono dunque le transizioni fondamentali per rendere concreto questo sviluppo integrale: «la transizione energetica»; quella «economica, verso un modello di produzione circolare e non più lineare»; quella «culturale, per passare da un modello neo-consumista predatorio a un modello che soddisfi la condizione essenziale della sobrietà giusta e felice». È importante, infatti, ha posto l’accento Zamagni, «far capire alle persone che il risultato di questo percorso sarà una vita più felice. La felicità è uno degli obiettivi di un’esistenza autentica fondata sulla sobrietà». L’ultima transizione, decisiva per attuare le prime tre, è «la transizione antropologica»: nella Laudato si’ Papa Francesco ne parla attraverso il concetto di “pace interiore”, «possibile solo riscoprendo la centralità dell’essere umano». Il rischio, infatti, è che le prime tre transizioni acquistino – ha spiegato Zamagni – «una connotazione tecnocratica», nella quale la dignità della persona venga persa di vista come finalità principale.
Tutto ciò si potrà raggiungere, quindi, «non solo con la responsabilità delle imprese ma di ogni singolo cittadino/consumatore», basti pensare alla piaga della “fast fashion”, cioè della produzione nell’ambito dell’abbigliamento secondo il criterio dell’usa&getta. Responsabilità personale da considerarsi non solo come «imputabilità» ma soprattutto come «prendersi cura del prossimo, del creato, delle relazioni. Non dimenticando – l’ha sottolineato a più riprese Zamagni – come ognuno sia responsabile anche del bene che avrebbe potuto fare ma non ha fatto».
Una responsabilità, quella di ogni persona, che affonda le proprie radici nel ruolo affidatogli da Dio all’atto della creazione. E proprio dal libro di Genesi è partita la biblista e docente Silvia Zanconato per la propria riflessione, in particolare sull’insistenza non casuale nel testo sulle «diversità di ogni specie» (Gen 1,11-25), l’importanza quindi di «non omologare, ma di specificare le diversità una per una», riconoscendone la dignità. La crisi contemporanea – ha proseguito Zanconato – trova una delle cause proprio «nell’incapacità di molte persone di nominare le bellezze del creato, di saperle distinguere e quindi valorizzare. Spesso la natura è considerata «solamente una massa indistinta, omogenea, al massimo distinguibile in modo generico», attraverso generalizzazioni. Questa «indifferenza alla distinzione delle cose, ce le rende invisibili, mentre il saperle riconoscere nella loro specificità e quindi il saperle nominare è un dono di Dio per insegnarci a dare spazio a ogni creatura nella nostra mente e nel nostro cuore». Di questo perciò c’è bisogno: di «una nuova visione – ha proseguito -, un allargamento del nostro sguardo, di rielaborare la nostra auto-concezione di “signori del mondo”, vedendoci invece come creature fra le creature».
Un ragionamento, questo, strettamente correlato a uno dei concetti chiave della Giornata, quello di «pietà», un sentimento che ha a che fare col «riconoscimento del nostro posto e del posto degli altri», dell’intero creato, e «col rispetto». Per «conversione ecologica» dobbiamo quindi intendere «un cambiamento radicale del nostro modo di pensare, di vedere le cose», mentre l’opposto di questo atteggiamento sta nel perseverare «nell’indifferenza e con un comportamento predatorio e superbo nei confronti del creato»: è ora, insomma, di «un cambio di paradigma». Riprendendo un passo del Talmud, la Zanconato ha concluso spiegando come l’uomo deve abituarsi a non consumare senza prima aver pensato agli altri, al prossimo, alle altre specie, cioè alle conseguenze delle proprie azioni sull’intero creato.

Altrettanto netto e radicale è stato l’intervento di Atenagora Fasiolo, Archimandrita e Responsabile del Vicariato arcivescovile di Toscana e Liguria della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta: «oggi il primo obiettivo dell’umanità non è quello della qualità della vita, del suo benessere, ma della sua conservazione». Vale a dire della sua sopravvivenza. Fasiolo ha ricordato come Papa Francesco nella sua enciclica dedichi spazio alle parole e all’azione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo (Laudato si’ 7, 8 e 9), per poi spiegare come la Chiesa Ortodossa fin dagli anni Ottanta del secolo scorso abbia prestato un’attenzione sempre maggiore al tema della cura del creato, tramite proposte concrete, diversi documenti, conferenze internazionali ed encicliche (la prima nel 1989, che istituisce anche la Giornata annuale del 1° settembre). La custodia dell’ambiente è, dunque, «un dovere umano e religioso», un tema dalla «forte valenza spirituale e teologica», e ha «la giustizia sociale come suo elemento portante». Rispettare l’ambiente – ha proseguito Fasiolo – significa «rispettare l’umanità integralmente, senza rendere le persone schiave di sistemi fondati su ideologie fondamentaliste».
«La crisi pandemica che stiamo vivendo – ha concluso – non ha fatto che dimostrare in maniera ancora più urgente il carattere antropico dell’equilibrio ecologico. Il creato non ci è stato donato da Dio per essere utilizzato e sfruttato a piacimento ma è un atto eucaristico offerto all’uomo per essere custodito».
Paolo Bruni, Presidente di CSO ITALY – Centro Servizi Ortofrutticoli ha fatto gli onori di casa al posto di Federico Vecchioni, Amministratore delegato di Bonifiche ferraresi (BF), che non ha potuto essere presente. Bruni ha spiegato come in particolare negli ultimi anni BF abbia deciso di unire ambiti come quello agricolo, industriale e della distribuzione, «prima in conflitto tra loro», senza dimenticare che «il bene centrale rimane l’uomo», in particolare i giovani: «da noi – ha spiegato -, sono 100 su 500 dipendenti totali».
In rappresentanza del territorio, oltre al Sindaco di Jolanda Paolo Pezzolato e al Presidente regionale Nicola Bertinelli, che hanno portato i saluti rispettivamente del Comune e di Coldiretti, è intervenuto Carlo Ragazzi, Presidente del Consorzio Uomini di Massenzatica: «siamo uno dei rari casi – ha spiegato quest’ultimo – in cui una comunità è proprietaria di un bene condiviso», una forma né privata né pubblica, ma una terza via originale. «Anche per questo consideriamo centrale il concetto di responsabilità intergenerazionale», frutto di «una visione di insieme, di comunità appunto».
Una Comunità, invece, quella specificatamente cristiana, che continuerà a ritrovarsi su questi temi anche a ottobre, con gli altri appuntamenti del Tempo del Creato – aperti a tutta la cittadinanza -, di cui daremo notizia prossimamente. Per ora è confermato il momento di preghiera ecumenico il 1° ottobre.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 settembre 2020

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Ma siamo davvero connessi con la realtà?

31 Ago

Post lockdown: fine delle illusioni o nuovo inizio?

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di Andrea Musacci

Quanto ci sono sembrati lontani, in questa folle e irresponsabile estate, gli “abbracci spezzati” a causa del coronavirus, i canti corali dai balconi, gli ottimismi a basso prezzo, le promesse bagnate da lacrime troppo sommarie? Quel ripetere che “andrà tutto bene” nelle drammatiche settimane di fine inverno, quell’illusione del “nulla sarà come prima” nelle nostre piccole esistenze, nelle nostre priorità valoriali?

Eppure questi mesi di post lockdown – in parte anticipati già a maggio man mano che i cortei con le bare di Bergamo si opacizzavano nella nostra memoria – sono esplosi nella loro doppia natura: da una parte, in maniera feroce, rivelandosi come fine delle illusioni maturate o sbandierate durante la quarantena; dall’altra, con un’ingenuità ipocrita se letta in controluce, fondando la propria superficialità, dimentica di quei mesi infernali, sull’auto-illusione che l’autunno ormai prossimo possa, anzi “debba”, gettare nell’oblio la clausura e le sue presunte psicosi. Ma la realtà non sempre è manipolabile dalle nostre percezioni, dalle nostre bizze, dai nostri miseri egocentrismi. In questo crescere vertiginoso dei contagi, le sfere del lavoro, della formazione, come le nostre abitudini e le ripercussioni a livello psicologico, ci appaiono più che mai non rifrazioni scollegate ma tra loro intimamente connesse. Un’unica grande preoccupazione, un solo grande punto interrogativo le tiene insieme nella carne delle nostre vite, con note sempre più marcatamente minacciose e malinconiche. Ma proprio per questo, di parole e di luoghi di non velleitaria coesione, di amalgami non costruiti a tavolino, di uno sguardo quanto più pieno sulle persone e i loro drammi, c’è più che mai bisogno. E proprio di un cammino unitario, anche e innanzitutto del nostro popolo – (corpo in continua “costituzione”) riflette, ancora una volta, il nostro Arcivescovo nella sua Lettera alla nostra Chiesa locale che pubblichiamo integralmente.

Durante il lockdown – tante volte l’abbiamo raccontato sul nostro Settimanale – anche nella nostra Diocesi non poche persone grazie a parrocchie, associazioni e movimenti cattolici hanno proseguito la propria missione all’interno dei confini sempre più stretti delineati dalle rigide norme emergenziali: spesa a casa per gli anziani, acquisto di farmaci, mascherine, beni di prima necessità, collette per i più bisognosi, vicinanza tramite social e nuove piattaforme digitali. Una carità più o meno carsica ma mai interrotta, sempre attenta a non “disconnettersi” dalla sua fonte primaria, Cristo, e dalle gioie e dai dolori delle sorelle e dei fratelli incontrati, se non cercati, sul proprio cammino. «Tutto è connesso» è una delle frasi centrali del papato di Francesco e di quell’ecologia integrale ultima forte interpretazione della visione cristiana della persona e del creato. Un concetto sviluppato in particolare nella Laudato si’, che di nuovo la nostra Diocesi avrà modo di porre al centro delle proprie riflessioni ospitando la Giornata nazionale per la custodia del creato i prossimi 5 e 6 settembre.

E allora, che la quarantena con le sue tante parole spese, con le sue retoriche – più o meno innocue – ci rimanga nel cuore, diventi parte centrale delle nostre storie personali e collettive come lungo (perché ancora non superato) periodo di sofferenza e smarrimento, ma anche come tempo da trasformare e non da subire, tempo profondo di “riconnessione” con la realtà. Realtà che spesso non riusciamo a illuminare di speranza e che sempre ha dura la cervice, ma che di continuo ci domanda di non evaderla, ma di interpretarla e di vivificarla, di rivestirla di senso. Non di un attivismo vitalistico, o, come detto, di leziosi o rabbiosi discorsi, dunque, abbiamo bisogno. Ma di «uno sguardo contemplativo, che crea una coscienza attenta, e non superficiale, della complessità in cui siamo e ci rende capaci di penetrare la realtà nella sua profondità» (Messaggio per la 15ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato 2020). E di nuovi stili di vita, segnati dalla tenerezza e da una sempre rinnovata capacità di stupore. La speranza è che nel cuore di ognuno non venga mai meno il desiderio di un’umanità sempre nuova, un’umanità intesa come «promessa permanente, nonostante tutto», «ostinata resistenza di ciò che è autentico» (Laudato si’ 112).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 settembre 2020

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Covid ed ecologia, un legame stretto

31 Ago

“Ecologia integrale dopo il coronavirus” è il nuovo libro di mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana: «Fronteggiare con criteri nuovi – offerti da scale di valori non appiattite sull’economico, sul denaro, sulla tecnica assolutizzati – il dopo coronavirus»

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di Andrea Musacci

Uno dei paradossi dell’attuale pandemia riguarda una delle cause principali della crisi ecologica che sta divorando il nostro pianeta: le emissioni di gas serra.

È del 21 agosto scorso, infatti, la diffusione da parte dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) dei dati riguardanti il primo semestre del 2020: quest’anno le emissioni nel nostro Paese «sono previste inferiori del 7,5% rispetto al 2019», un netto calo «a causa delle restrizioni alla mobilità dovute al Covid-19». «L’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (-8,2%), per la minore domanda di energia e alla riduzione dei consumi energetici anche negli altri settori, industria (-7,5%), trasporti (-13,3%) a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e riscaldamento (-6,0%) per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali». Dati, dunque, solo relativamente positivi, in quanto legati a una grave crisi socio-economica e che sicuramente torneranno a salire data la ripresa totale delle attività produttive e del traffico su strada.

Sul legame tra crisi ecologica e pandemia da COVID-19 riflette nel suo ultimo libro, “Ecologia integrale dopo il coronavirus” (Ed. Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, 2020), mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza-Modigliana. «La COVID-19 – scrive – ci mette di fronte ad un’emergenza urgente: l’impatto che l’uomo ha sul pianeta dev’essere ridotto sempre di più e con rapidità. L’attuale distruzione degli ecosistemi è una grave minaccia per la salute umana e del nostro pianeta». Un ragionamento portato avanti nelle scorse settimane anche da Carlo Alberto Redi, zoologo dell’Università di Pavia e presidente del Comitato Etico di Fondazione Umberto Veronesi: «La devastazione di interi ecosistemi ha come conseguenza sia la distruzione totale di tanti e diversi habitat sia la forzata migrazione di specie in altri luoghi nel tentativo di adattarsi a nuovi ambienti, ammassandosi nelle vicinanze di centri urbani. Ciascuna delle recenti infezioni – prosegue – è causata da spillover (salto di specie, ndr) riconducibili al progressivo e massiccio sfruttamento degli habitat naturali di diverse specie animali, venute così a stretto contatto con l’uomo. (…) Il nostro stile di vita non è più sostenibile dalla Terra» (fonte: http://www.fondazioneveronesi.it).

libro toso copertinaTornando al libro, mons. Toso elenca tre principi fondamentali che l’essere umano dovrebbe seguire per rispettare le leggi della natura: il «principio di entropia», che richiama l’irreversibilità di tutti i processi naturali, il «principio della minimizzazione di ogni forma di impatto ambientale» e il «principio di precauzione», affinché non siano procurati danni, soprattutto se a lungo termine o irreversibili. «Gli equilibri del pianeta rischiano di alterarsi qualora i popoli e le istituzioni non siano sollecitati a combattere il cambiamento delle temperature, della pioggia, dell’aria, del suolo, quando siano in circolazione miliardi di virus, la cui maggior parte è ospitata da animali. L’impreparazione dimostrata dai vari continenti e governi» nell’affrontare la pandemia da COVID-19 – è la denuncia del prelato -, «sollecita ad una revisione urgente delle strategie e delle politiche, come anche al superamento di una cultura antropocentrica, di una visione consumistica della vita umana, di un capitalismo rapace. È evidente che è del tutto mancata una politica preventiva sia in Europa sia nel mondo». Oltre a ciò, secondo mons. Toso è stata praticata una politica «irresponsabile» per i vari «tagli irrazionali alla sanità» e perché «si è lesinato nella ricerca e sulla formazione di medici ed infermieri». La vera, prima, rivoluzione da attuare, secondo il Vescovo, è dunque a livello metafisico ed etico: per il futuro «non potrà mancare l’apporto di un pensiero pensante, non strumentale, come quello sinora prevalso», scrive. «Solo così potrà essere disponibile un nuovo umanesimo sapienziale, una nuova progettualità, la visione di uno sviluppo integrale, solidale, sostenibile, inclusivo, strutturato in termini di trascendenza». Questa «conversione ecologica» – riflette mons. Toso – per i cristiani «comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Ovvero le conseguenze della riconciliazione con il creato, con i fratelli e, quindi, un modo alternativo di intendere la qualità della vita, la scelta di una felice sobrietà, la gioia della gratuità e del dono, della condivisione, la pace interiore, il ringraziamento a Dio per i suoi doni, nuovi stili di vita, una fraternità universale, l’impegno sociale e politico a favore del bene comune e di un’ecologia integrale». Più che mai è necessario diventare «protagonisti di una nuova evangelizzazione dell’ecologia» – con l’«organizzazione della connessa attività pastorale» – e di un «nuovo umanesimo integrale, sociale, anch’esso ecologico, capace di integrare storia, cultura, economia, architettura, vita quotidiana nelle città e nelle aree rurali», coniugando «la giustizia ecologica (degrado degli ecosistemi)» e la «giustizia sociale (debito ecologico tra Paesi; carenza di solidarietà intergenerazionale; crescente impoverimento delle popolazioni più deboli)». Infine, nel volume ampio spazio è dedicato anche al ruolo della famiglia nell’ecologia integrale e alle tematiche specifiche riguardanti il diritto fondamentale per ogni essere umano all’alimentazione, all’utilizzo dell’energia sostenibile e all’acqua, seguendo il principio della destinazione universale dei beni.

Nel finale, l’autore lancia una proposta interessante, da prendere in considerazione in particolare in un territorio come il nostro ancora profondamente agricolo: «è necessario che le Chiese istituiscano – scrive mons. Toso -, là ove non esistono, o rafforzino l’Ufficio o il Centro diocesano per la pastorale sociale del mondo agricolo-rurale, che agisca in maniera coordinata con gli altri Uffici o Centri diocesani dediti all’evangelizzazione del sociale».

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 settembre 2020

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La magia di Ferrara in bianco e nero

20 Lug

image00015Le fotografie di Sandra Boccafogli esposte alla Galleria del Carbone

I caldi e antichi scorci della Ferrara medievale e rinascimentale sono i protagonisti del nuovo percorso espositivo della Galleria del Carbone.

Si intitola “Prospettive ferraresi” la personale di fotografia di Sandra Boccafogli che inaugura oggi, martedì 14 luglio, alle ore 17 nello spazio di via del Carbone, 18/a.

Nella nostra città due sono le Prospettive “ufficiali”, entrambe del XVIII secolo: quella della Ghiara (di via XX settembre) e quella della Giovecca (dell’omonimo corso). Ma, in senso lato, le piazze e le strade, diurne e notturne, immortalate in bianco e nero dall’artista nella loro affascinante regolarità, sono molteplici. Le splendide geometrie di spazi ed edifici vengono quindi colte attraverso uno sguardo asciutto ma mai distaccato, ordinato ma non banale. Così, dalle Mura a Corso Martiri della Libertà, dalle assolate giornate alle sere nebbiose, le opere in mostra ci restituiscono le varie sfaccettature del volto di Ferrara, quei luoghi iconici che la rendono, anche per chi la conosce e vive da tempo, città misteriosa ma sempre capace di fascinazione.

La mostra è visitabile fino al prossimo 31 luglio da martedì a sabato dalle ore 17 alle 20, domenica e lunedì chiuso.

Andrea Musacci

Oltre la natura: la mostra di Vaccari a Ferrara

20 Lug

Olio su tavola 12x32 cm “ verso casa”

Una tecnica minuziosa, dolcemente “ossessiva” nel delineare i minimi dettagli della natura, che invita l’osservatore a immergersi in essa e a spalancare l’immaginazione per vedere oltre.

Da alcuni giorni nello spazio “La Pazienza” di Ferrara (in via de’ Romei, 38) è possibile visitare la personale di Alessio Vaccari dal titolo “Humus. Una finestra sul cortile”, inizialmente programmata per lo scorso aprile, e inaugurata venerdì 17 luglio alla presenza dell’artista livornese.

Dalla sua casa subito fuori Livorno, a Rosignano Solvay, Vaccari, classe ’77, ci dona una ventina di opere: un’esperienza sublime in una natura incontaminata, almeno nell’occhio dell’artista, ma che di fatto si trova in una delle zone d’Italia, per via della multinazionale chimica che dà il nome alla località, più inquinate della Penisola. Una terra, dunque, ricca di contraddizioni, di una natura rigogliosa, che l’artista, riprendendo certo naturalismo, fa vivere di una luce splendente, vivace, a tratti onirica, ma sempre sussurrata. Una tecnica sopraffina che gli permette di spaziare da particolari microscopici a vedute più ariose.

Come ci spiega Valentina Lapierre, che gestisce “La Pazienza”, nel territorio livornese “sopravvive una forte tradizione legata all’acquisto di opere d’arte contemporanee”. Un costume da noi sempre più abbandonato, ma che nella terra del cacciucco permette invece anche a un artista validissimo come Vaccari di farsi conoscere e di avere i “palcoscenici” che merita.

In parete è possibile ammirare opere realizzate negli ultimi anni, buona parte proprio negli ultimi mesi, anche nelle settimane della quarantena: in spazi dove l’opera dell’uomo è rara e marginale, e dove l’ozio indolente e la possibilità di osservare la fanno da padroni, sembra di rivivere la quiete di lunghe giornate insolitamente solitarie. E così, ad esempio, la finestra diviene elemento che, nel facilitare lo sguardo, la contemplazione, divide l’interno obbligato dall’esterno spopolato. Un fuori, seppur limitato, ma che nel caso di Vaccari diviene microcosmo popolato di insetti, di uccelli, addirittura della sua placida – seppur inquietante – lupa cecoslovacca.

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Nessun cedimento, però, come si potrebbe pensare, a certo stucchevole verismo o a freddi iperrealismi. Le opere di Vaccari, infatti, riescono a ingannare l’osservatore, quasi mimetizzando simboli e particolari “fantastici”, a tratti surreali, che rompono una solo apparente linearità, divertissement che suggeriscono, spesso in modo spiazzante, di cogliere il magico nella realtà consueta. Una caratteristica, questa, ci spiega Lapierre, “che ritrovo spesso in tanti talentuosi illustratori contemporanei”, italiani e non. Come, ad esempio, Joanna Concejo, artista polacca residente a Parigi, che a settembre inaugurerà la sua personale a “La Pazienza” sul tema del mare.

La mostra di Vaccari è visitabile fino al 5 settembre negli orari di apertura della libreria (da martedì a sabato 10.30-13, 16-19, lunedì 16-19, chiuso domenica).

Andrea Musacci

Brindisi, Licata e Rubbi nella collettiva a Idearte

20 Lug

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Dopo la personale di Massimo Rubbi, l’Idearte Gallery di Ferrara (via Terranuova, 41) propone per l’intero periodo estivo una collettiva di artisti. Il pittore di maggior spicco, presente in parete con ben 4 opere, è Riccardo Licata (foto), torinese di nascita e veneziano d’adozione, con i suoi originali simboli e tratti grafici, moderni geroglifici.

L’esposizione raccoglie anche opere di altri artisti significativi, ferraresi e non: Remo Brindisi, Gianni Guidi, Carlo “Alo” Andreoli, Giuliano Trombini, Daniele Cestari, Andrea Biscaccianti, Massimo Rubbi.

Tutte le opere sono in vendita.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 17 luglio 2020

Gli anni ’60 e il boom: mostra di collezionismo per riaprire il MAF

13 Lug

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Un periodo della storia recente del nostro Paese che continua a influenzarne l’immaginario negli ambiti più svariati.
Stiamo parlando degli anni ‘ 60 del secolo scorso, decennio al quale è dedicata la prima esposizione al MAF – Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco, dopo la chiusura per il coronavirus. Da domenica 12 luglio sarà visitabile “Il Boom… Costume e società nell’Italia degli anni ’60”, mostra curata dal collezionista bondenese Marco Dondi.
Attraverso immagini e oggetti, i temi affrontati spaziano dalla cultura allo sport (con le Olimpiadi di Roma), dagli ormai leggendari “spaghetti-western” di Sergio Leone (con le musiche di Ennio Morricone, recentemente scomparso) alle manifestazioni canore, dalla moda rivoluzionaria simbolizzata dalla “minigonna” ai nuovi balli. Un’esplosione di vita e creatività accompagnata, dall’altra parte, anche da drammi collettivi come il disastro della diga del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966 o la strage di Piazza Fontana.
Filo conduttore dell’esposizione è una notissima rivista dell’epoca, “La Domenica del Corriere”, le cui copertine scandiscono eventi, luoghi e personaggi.
La mostra – promossa dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’Associazione omonima – è a ingresso libero e sarà visitabile fino al prossimo 15 settembre negli orari di apertura del Museo: da martedì a venerdì: 9.00-12.00; i festivi: 16.00-19.00.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 12 luglio 2020

Lacerba continua il percorso web: mostra di Alfredo Pini

12 Lug

Protagonisti i paesaggi silenziosi della quarantena

Paesaggi urbani e campestri immersi in una nebbia di silenzio, riscoperti nella loro magia spesso dimenticata o trascurata. Il periodo della quarantena ha modificato il punto di vista di un artista come Alfredo Pini, abituato a scorci urbani frenetici. Da oggi sul sito della sua Galleria Lacerba – http://www.lacerba.com – è possibile ammirare la nuova personale dal titolo “Tempo sospeso”: «A causa della recente pandemia causata dal Covid-19 – spiega Pini –, ci siamo ritrovati a vivere una situazione mai provata in precedenza, una lunga quarantena in isolamento, in cui lo stato emotivo di ciascuno di noi è stato messo alla prova, sollecitato da sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Un tempo, che non è ancora terminato e che indubbiamente lascerà una traccia profonda. Di questo momento – prosegue –, voglio soprattutto dare un volto al silenzio, ad un mondo che incredibilmente sembra si sia fermato, ad un mondo sospeso che non sa se guardarsi dentro o guardare timoroso al domani, ad una vaga sensazione catartica che aleggia nell’aria, sopra tutti noi. E voglio dipingere la luce di questi giorni, non quella reale ma quella interiore, quella che vive dentro di noi, contrastante, ambigua. E voglio dipingere i miei luoghi, la mia terra… la mia anima».

Un’anima avvolta come da un impercettibile ma pesante drappo di malinconia, che risuona nei cieli tormentati dei dipinti, ambiguamente indefinibili (sono albe o tramonti?). Una prospettiva differente rispetto al retorico refrain ottimista sulla vita dopo la quarantena, e differente anche rispetto ad alcuni angoli ben noti di Ferrara. Ricordiamo che la Galleria Lacerba si trova in via Goretti 5/7 a Ferrara e che un’ampia vetrina di immagini di opere disponibili dell’artista è visibile anche sul sito http://www.alfredopini.com. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 10 luglio 2020

Ferrara, salotto o luna park? Un anno d’amore con Fabbri&co.

29 Giu

Piazza Verdi presidiata prima dell’ “occupazione” (12 giugno 2020)

di Andrea Musacci

Un anno di Giunta Fabbri. Proprio 55 anni dopo l’uscita di “Un anno d’amore” dell’immortale Mina. Ed è stato un anno d’amore tra la nuova Giunta e la città “d’arte e cultura”? “Cosa vuol dire un anno d’amore”? Chiediamocelo.

Partiamo dalla fine. Anzi, dal centro. Dopo anni di incessante martellamento sulla criminalità in Zona GAD, eccola scomparire. No, non la zona GAD ma la criminalità. O meglio, non proprio la criminalità dalle strade, purtroppo, ma per ora solo dalle parole dei neoamministratori cittadini.

E quindi spazio al centro: dopo litigate con gruppi di universitari alticci nella famigerata zona Mayr / Verdi, e minacce di recinzione, si è arrivati, causa (o scusa) emergenza covid e necessità di distanziamento, alla chiusura di piazza Verdi. Chiusa, recintata, manco fossimo in zona GAD. Movida non sicura, “sicurissima”. E l’intera zona – pubblica! – chiusa il mercoledì, venerdì e sabato sera per evitare assembramenti e schiamazzi, con tanto di dispiegamento di decine tra steward privati (scelti dai cinque maggiori locali della via ma pagati dal Comune), vigili, carabinieri e finanzieri a controllo dei varchi. Per la cronaca, chi scrive è potuto transitare a piedi attraverso questa “zona rossa” alle 22.30 di venerdì 12 giugno, nonostante il mancato patto di sangue con uno dei 5 locali prescelti, solo per gentile concessione di uno steward di 4 metri quadri. Perché la zona, immaginata per ospitare 900 avventori (contati) ne ospitava forse 100. Ottimo risultato, insomma.

Ma l’ “industria del divertimento” ideata da “Mayr+Verdi” e dalla nuova Giunta non demorde e andrà avanti almeno tutto luglio. Almeno. Perché “anche quando l’emergenza pandemica sarà rientrata – ha spiegato il 2 giugno l’Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi -, la nostra idea è quella di mantenere (ad libitum?, ndr) questo progetto di ‘Movida sicura’ ”. Altro che ruspa. Di solito si dice: si nasce incendiari, si muore pompieri. Qui, invece, si nasce “ruspanti” e si muore brindanti.

E dopo aver donato piazza Verdi ai 5 locali orbitanti la piazza stessa, – con buona pace dell’uso collettivo della città e della possibilità di ravvivarla con iniziative teatrali, proiezioni di film, letture pubbliche, presentazioni letterarie o eventi solidali -, ora anche il Giardino delle Duchesse è stato sacrificato ad altrettanti locali dei dintorni, che possono trattarlo come il proprio “giardino di casa”, ad uso esclusivo per i propri affari.

Questo è il salotto. Ma passare dal salotto al trastullo è un attimo. Se salotto dev’essere perché faticare per arrivarci. Misteri del nuovo corso (politico), soprattutto la mattina, in pieno centro, sono triplicati, tra il divano e il comò del salotto urbano, macchine e furgoni di ogni tipo, parcheggiate anche sui marciapiedi di un altro corso, non quello politico, ma Martiri della Libertà. E proprio da quel marciapiede lo scorso dicembre il busker Jiri è stato cacciato (nella città dei buskers), per un alterco col vicino banchetto del partito di maggioranza relativa in città. Disturbo alla quiete, dissero.

Quello che evidentemente non ha provocato il corteo danzante del 1° maggio (ma fatto il giorno 5) dal Vice Sindaco Lodi per le vie della città (nel salotto e non) per ridare vigore e speranza al popolo affranto, forse confondendo la Festa del Lavoro con la Festa del Raviolo. Pazienza se il Prefetto Campanaro non ha dato il nulla osta all’evento essendo un po’ tutti – sai com’è – ancora in lockdown. Comunque, tra un Albano e un Pappalardo, con un dispiegamento di polizia urbana che manco sotto i Grattacieli, grande è stata la festa, con finale “brindante” a S. Martino. E ruspa in garage. E anche qui amen per il fracasso subito da tanti concittadini chiusi “a casa loro”. Il luna park deve andare avanti.

Se si deve marciare, allora non può non esserci un trenino itinerante, il City Red Bus, annunziato in pompa magna lo scorso novembre e tornato a mordere l’asfalto del salotto cittadino dal 6 giugno scorso. Per la gioia di turisti assetati di cultura&libertà, con la possibilità – com’è scritto sul sito dell’azienda promotrice – di “un noleggio esclusivo per festa di laurea, compleanno, matrimonio o un evento speciale a bordo dei nostri mezzi”, con “itinerari personalizzati”, “possibilità di scegliere punti di partenza e arrivo” e “di decorare e personalizzare il mezzo con striscioni o teli, addobbi floreali, palloncini, musica a bordo”.

Se qualcuno non fosse ancora convinto sul progetto “Ferrara luna park”, ecco un bel “brand” come si deve per vendere qualsiasi cosa purchessia: “Ferrara feel the event”, per raccogliere “le iniziative di svago e i momenti culturali e artistici della città destinati ad attrarre e coinvolgere nuovi visitatori e turisti”, spiega l’Assessore preposto e gongolante. E dentro ci sta pure il festival giornalistico di Internazionale come la mostra di Banksy, quello street artist per antonomasia contro il “decoro ubano” ma che se lo imbalsamiamo e impacchettiamo dentro un museo, sai che giro di soldi per la città?

E il Castello poteva rimanere fuori dal parco giochi? Certo che no. E allora il prossimo 31 ottobre, per il secondo anno consecutivo, si ripeterà il “Monsterland Halloween Festival”, con dj glitterati, zombie e streghe a più non posso, perché, come recita la presentazione di “Ferrara feel the event”, “la città, oggi, chiede di essere guardata con occhi nuovi”. Più chiaro di così.

Ah, ultima cosa: dopo anni di lotte contro il potere ghibellino al grido “Basta con gli amici degli amici degli amici ecc. che controllano mezza Ferrara, cultura compresa!”, i neoguelfi si sono detti: “molti nemici, molto onore”… o meglio: “pochi amici, così stiamo anche più larghi”. Anzi, meglio uno, il presidente di Ferrara Arte, la cui Fondazione Cavallini Sgarbi a inizio anno ha stipulato una convenzione col Comune di Ferrara, che, “a fronte del prestito della collezione (Cavallini Sgarbi, ndr), corrisponderà alla Fondazione una royalty su ogni biglietto di ingresso al museo del Castello”: una percentuale sui ricavi pari al 20%.

Un atto d’amore che sigilla, lo possiamo dire, un anno d’amore. Ma tra chi?

(29 giugno 2020)

“Usciamo dalla crisi ancora più uniti”: parla l’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego

26 Giu

L’insegnamento della quarantena, povertà e lavoro, paritarie e universitari: ecco le prossime sfide della nostra Chiesa

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a cura di Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2020

 

Pandemia e risposta della Chiesa

Mons. Perego, veniamo da mesi difficili, spesso di isolamento, angoscia e incertezza. Secondo lei questo periodo ha permesso di riscoprire l’importanza delle relazioni, della prossimità soprattutto ai più deboli, del non dimenticarsi degli altri? Oppure ha non solo distanziato fisicamente tra loro le persone ma le ha allontanate a livello relazionale, le ha alienate e rese più impaurite e diffidenti?

Certamente questo tempo di Covid è stato un tempo in cui abbiamo riscoperto il valore delle relazioni e la povertà dell’autoreferenzialità e dell’individualismo. Al tempo stesso abbiamo scoperto i nostri limiti, in questa era scientifica e tecnologica che ci ha abituati a sentirci i padroni del mondo e a dimenticare i limiti della nostra creaturalità. Come anche abbiamo scoperto i limiti di un modello politico ed economico globale fondato sull’economia e sul profitto e poco attento ai mondi della fragilità e della salute, della gratuità e del volontariato, che abbiamo scoperto fondamentali in tempo di Covid.

La Chiesa universale ha saputo essere sorella e compagna di viaggio delle donne e degli uomini in questo periodo emergenziale? È riuscita, davanti a quei cortei di carri militari con le bare nelle nostre città, a dire una parola di speranza, di vicinanza nel dolore, nel timore e nella morte, una parola che potesse emergere nel frastuono mediatico?

La Chiesa è nel mondo, condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce della gente, soprattutto dei più poveri (cfr. G. S. 1) e lo ha fatto anche in questo tempo, condividendo le stesse paure e le stesse ansie delle persone e delle famiglie. Ogni sacerdote è rimasto accanto alla sua gente, soprattutto agli anziani e alle persone sole, anche utilizzando le nuove tecnologie comunicative (telefonate, messaggi, incontri in streaming…). Come ha potuto ha offerto conforto, ha continuato a pregare e celebrare anche in una chiesa vuota. La Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali non hanno mai cessato di dare i loro aiuti, anzi sono raddoppiate in Italia e anche a Ferrara le persone e le famiglie in difficoltà che sono state aiutate. Il mondo associativo e del volontariato cattolico ha inventato forme di vicinanza e di supporto: per la spesa – come ad esempio gli scout -, per le pulizie, per l’accompagnamento… Come Chiesa Diocesana abbiamo cercato di riflettere insieme, di pregare insieme; le mie lettere mensili avevano lo scopo di accompagnare la riflessione e la preghiera comune, per non perdere l’orientamento dentro la confusione causata dal rincorrersi delle notizie e dal prevalere della paura.

Che Chiesa locale ha visto in questo periodo di emergenza forzata, sia nella risposta del nostro popolo alla sofferenza del dover rinunciare all’Eucarestia (e a tutti i momenti comunitari) sia nella volontà di trovare, o meglio sviluppare, forme alternative di comunione, di essere Chiesa?

La fantasia della carità e della condivisione, la voglia di comunità, ha portato a inventarsi – nelle nostre parrocchie – nuove forme di preghiera comunitaria, momenti di ascolto della Parola, celebrazioni eucaristiche in streaming. I giovani spesso sono stati i protagonisti di queste alternative di comunione, nate in tempo di isolamento e di sofferta privazione della catechesi e della celebrazione eucaristica. Tutto questo non è avvenuto a scapito della realtà, ma proprio per non farci perdere il desiderio della realtà e della necessità dell’incontro e delle celebrazioni comunitarie.

Leggi l’intervista integrale sul sito de “la Voce”: https://www.lavocediferrara.it/post/usciamo-dalla-crisi-ancora-pi%C3%B9-uniti-parla-l-arcivescovo-mons-gian-carlo-perego