Tag Archives: Ferrara

“E’ importante che i suoi valori vengano messi in comune”

8 Apr

Lo scorso 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata la mostra “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, alla presenza dell’Arcivescovo e del Sindaco. La sera S. Messa a Tresigallo

miriam3La “casa dei ferraresi” fino a venerdì 12 aprile ospita la mostra dedicata alla vita e alla profonda esperienza di fede di Laura Vincenzi. Nel pomeriggio di giovedì 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata l’esposizione intitolata “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, realizzata da Laura Magni con la collaborazione di Giuliano Laurenti, entrambi impegnati nell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra diocesi, e col fondamentale coinvolgimento dei genitori e degli amici di Laura oltre che dell’Azione Cattolica di Ferrara-Comacchio, che da anni, insieme all’associazione ”Amici di Laura”, promuove il cammino per il riconoscimento canonico della sua santità. Chiara Ferraresi, Presidente dell’AC diocesana, nel suo saluto introduttivo ha sottolineato come “i valori coi quali Laura ha vissuto la propria vita – la semplicità, l’apertura all’altro, l’amicizia, il senso di responsabilità, un grande coraggio, il riuscire a trasformare la sofferenza in un’esperienza positiva per lei e per gli altri – siano un bene di tutti, valori da mettere in comune”. “Con Laura ho condiviso molti dei luoghi di appartenenza ecclesiale”, sono state le parol del Sindaco Tiziano Tagliani, che ha posto l’accento sul fatto che “questo spazio civico è aperto a diversi tipi di esperienza: il vero civismo infatti è quello che porta qui esperienze autentiche, di vita vera, e quella di Laura è una testimonianza vera, anche civile, perché il senso della sua sofferenza è dimostrazione di coraggio e di coerenza. “Alcuni giorni fa – è stato invece il richiamo dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego – abbiamo ricordato Bruno Paparella e Vittorio Bachelet, riflettendo anche sul tema della ’scelta religiosa’, che porta dentro la città, non fuori e quello di Laura è stato un modo di vivere la città, nel senso di partecipazione, impegno, valorizzazione di ciò che è importante”. Mons. Perego ha quindi richiamato la coincidenza con la pubblicazione, negli stessi giorni, dell’Esortazione di Papa Francesco, “Christus vivit” e come questa mostra sia ancora più importante in quanto proposta nel periodo che prepara alla Pasqua. A seguire, Chiara Ferraresi ha letto un messaggio inviato da mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro e dal 1974 al 1984 assistente nella nostra Diocesi e regione di Azione Cattolica Ragazzi. “Sarò presente in preghiera e un piena unità”, ha scritto, “la santità di Laura Vincenzi è messa sul candelabro per illuminare”, ricordandoci come “la chiamata alla santità è meta di popolo”, non individuale, e come “la santità è la prima missione”. “L’opposto del peccato – ha concluso – non è la virtù ma la fede: Laura ci ha detto davvero che tutto è grazia”. L’evento inaugurale è dunque proseguito con una breve visita alla mostra guidata da Miriam Turrini. Gli 11 pannelli allestiti sono su sfondo bianco, come fogli sui quali Laura ha scritto la propria vita, mentre l’altro colore dominante è l’azzurro, il colore della trascendenza. Tante le fotografie di Laura nelle varie fasi della sua vita, quasi mai da sola ma sempre in compagnia di amici e famigliari. La Turrini ha posto l’accento sulla “sua coscienza di essere sempre neonata nella fede e di dover quindi fare un lungo cammino, nella convinzione che tutto è dono e grazia”. Frequente ricorre nelle sue lettere la riflessione su “come coniugare una vita da vivere con passione e intensità, e al tempo stesso col giusto distacco”. Un’esistenza breve, la sua, ma nella quale centrale è stato il rapporto con l’Eterno, da lei stessa definito come “la realtà vera e propria a cui tutti siamo chiamati”. Un’immagine, infine, vogliamo richiamare: quella della preghiera da lei scritta e indirizzata all’allora Arcivescovo mons. Luigi Maverna, fatta stampare – con, sul retro, un ramo d’ulivo – e distribuita il giorno delle esequie, e letta dallo stesso Maverna nell’omelia. La mostra è visitabile con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 9-18. Ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18 sarà possibile la visita guidata. La sera del 4 aprile nella chiesa di Tresigallo è stata celebrata una S. Messa in memoria di Laura Vincenzi, di Riccardo Tagliati e dei giovani di Tresigallo tornati alla Casa del Padre.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

“La speranza è che ora tanti ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro”

8 Apr

Nei giorni immediatamente precedenti la riapertura della chiesa di San Benedetto, abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per rivolgerli alcune domande sul recente passato e sul futuro della parrocchia

S.Benedetto (8)L’amarezza nel vedere “una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie”, le difficoltà legate al sacramento della penitenza, ma al tempo stesso il fatto che “la parte di comunità che ha retto meglio” l’inaccessibilità della chiesa “è stata quella degli adolescenti e dei giovani”, e che tante attività e cammini di fede sono proseguiti. Abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per fare il punto della situazione sulla parrocchia affidatagli tre anni fa.

E’ una grande gioia tornare ad abitare questa Casa che è il Tempio di San Benedetto: a chi rivolge il primo pensiero in questi giorni di festa?
Se devo essere sincero, il primo pensiero lo rivolgo ai miei parrocchiani che da una decina d’anni hanno vissuto tre grandi sofferenze: la morte improvvisa del parroco don Pietro nell’aprile del 2007, l’incendio della chiesa nel giugno dello stesso anno, e il tremendo maggio 2012, col terremoto. Un prete, una comunità religiosa trova sempre nell’Eucarestia e nella preghiera una risposta, un laico forse fa più fatica. Alcune sere fa con alcuni responsabili delle commissioni del CPP stavamo preparando la Via Crucis del Venerdì Santo e alla frase “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi hanno chiesto una testimonianza da parte della comunità salesiana e mi domandavano: “come avete reagito nella fede a questo grido di dolore di Gesù nella situazione di disagio vissuta come comunità?”.

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha notato e vissuto in questi anni, legate alla chiusura della chiesa?
Anche qui la prima difficoltà l’ho vissuta contemplando la mia gente. Dopo quasi tre anni dal mio arrivo a Ferrara posso affermare di trovare una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie. In seconda istanza penso ai tanti passaggi della vita che possono essere occasioni per un’esperienza di fede – battesimi, catechesi della IC, matrimoni, funerali…Nella parrocchia siamo arrivati ad una percentuale di frequenza domenicale attorno al 5-7 %. Abbiamo il grande vuoto dai 25 ai 40 anni. E infine per tanti ragazzi, il crescere senza un’esperienza liturgico-ecclesiale.
Aggiungo che uno zoccolo duro ha continuato a frequentare nonostante tutto, e la parte di comunità che ha retto meglio è stata quella degli adolescenti e dei giovani. L’Oratorio e il Centro Giovanile hanno continuato con tenacia i loro itinerari e i cammini di fede, così pure le attività estive per i ragazzi sono sempre state organizzate con impegno ed entusiasmo. Le forze più a rischio sono quelle degli anziani che hanno sperimentato la fatica più grande. Un settore che ne è uscito frastornato è quello della penitenza, non ho confronti con il passato ma non avere la Chiesa ha quasi azzerato la domanda o la possibilità di celebrazione del sacramento della confessione. San Benedetto era una Chiesa di riferimento dentro la città grazie alla presenza di grandi e saggi sacerdoti quali don de Ponti e don Giuseppe.

Che cosa di positivo ha invece portato questa difficoltà? Ad esempio, ha “costretto” i parrocchiani a ripensare alcune attività, alcune modalità, a sentirsi tra loro maggiormente coesi?
Penso che positivamente abbia dato dei grandi doni, uno immediatamente e nei prossimi anni e il secondo in questi ultimi tempi. Appena successo il fatto, la comunità aveva reagito molto bene crescendo e ritrovandosi attorno a strutture semplici e povere ma che affinano il senso di appartenenza. Poi lentamente il tutto si è spento e raffreddato. In questi ultimi anni posso dire che ci si è resi maggiormente consapevoli dell’importanza delle relazioni e dei rapporti interpersonali sinceri.

A Lei invece cos’ha insegnato il dover affrontare una difficoltà di questo genere?
Ha insegnato l’arte dell’umiltà, della collaborazione, la fatica dell’attesa, il passare da una pastorale dei numeri a quella delle persone, il vedere che l’essenziale di una vita comunitaria è rimasto ed è Gesù. Lui è sempre stato presente e ci ha custoditi in tutti questi anni. Nei dieci anni di parroco a Bologna, avendo la chiesa più grande della diocesi, come parrocchia, l’obbedienza nell’arco di una settimana mi ha trasferito in una parrocchia sempre di 8000 anime ma senza strutture parrocchiali e tante volte mi sono chiesto il significato di ciò, e alla fine ho rimesso il tutto nel grande valore dell’obbedienza e della comunità religiosa.
Come confratelli l’esempio più bello è arrivato dalle due colonne don De Ponti e don Giuseppe che mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato ponendomi questa domanda: “Che cosa vuoi darci Signore in tutto questo?”. E avanti con coraggio.

Per il futuro: quali novità vi saranno?
L’unico vero progetto che penso di avere è quello di creare tante occasioni di incontri fra tutte le fasce della comunità perché lentamente ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Pino Cosentino)

“Nel dialogo emerge ciò che siamo”

2 Apr

Il 28 marzo in Biblioteca Ariostea Giuliano Sansonetti ha riflettuto sull’essenza del linguaggio

dialogoGiovedì 28 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara ha avuto luogo la conferenza di Giuliano Sansonetti (docente di Unife), parte del ciclo di incontri dal titolo “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Introdotto da Daniela Cappagli, il relatore ha cercato di spiegare, soprattutto attraverso alcuni grandi filosofi del Novecento, perché il linguaggio sia uno degli aspetti fondamentali che distingue l’essere umano dagli animali. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva Ludwig Wittgenstein, o, per dirla con Martin Heidegger, siamo da sempre “immersi” nel linguaggio. “Linguaggio che – ha spiegato Sansonetti – deve dire ciò che è, tenta cioè il più possibile di dire la cosa, cercando i termini più ’adatti’, che meglio si adattino a ciò che si intende esprimere”. In un certo senso si può dire che “il linguaggio istituisce il mio mondo, la realtà: se il mondo non riusciamo a dirlo, è come se non ci fosse. E’ quindi il nostro parlare che fa essere il mondo, è il linguaggio che porta significato alle cose, tenta di significare una determinata realtà”. Per questo motivo, come accennato sopra, solo l’essere umano ha propriamente un linguaggio, e non una mera emissione di suoni, “solo dell’uomo è il parlare, il bisogno di comunicare ciò che si è concepito. Questa capacità di articolazione di significati è propriamente il linguaggio”. Scrive Heidegger in “La poesia di Hölderlin”: “Noi siamo un colloquio, e questo vuol dire: possiamo ascoltarci l’un l’altro. […] Ma l’unità di un colloquio consiste nel fatto che di volta in volta nella parola essenziale è manifesto quell’uno e medesimo su cui ci troviamo uniti, sul fondamento del quale siamo uniti e siamo quindi autenticamente noi stessi. Il colloquio, con la sua unità, sorregge il nostro esserci”. Il filosofo austriaco arriverà ad affermare che “è il linguaggio stesso a parlare, in noi”. Per dar vita un colloquio, dunque, c’è bisogno di qualcosa che tenga unita i dialoganti. Così lo spiegava Hans-Georg Gadamer: “ciò che viene in luce nella sua verità è il Lógos stesso, che non è mio, né tuo, e che perciò sta al di là di ogni opinare soggettivo degli interlocutori, al punto che anche colui che guida il dialogo rimane sempre uno che non sa”. “Come nel gioco – ha proseguito Sansonetti -, dove, seppur l’obiettivo dei singoli giocatori può essere la vittoria, ciò che lo rende possibile sono le regole, cioè una base comune senza la quale il gioco non può esistere”. Questo ragionamento è fondamentale perché permette di comprendere come il partecipare a un dialogo autentico significa prendere consapevolezza che “chi dialoga non può non uscirne trasformato lui stesso, al di là che cambi o meno opinione”, per il fatto, come detto sopra, che il linguaggio istituisce, quindi trasforma il reale, quindi anche il soggetto, lo fonda, permettendoci così di “considerare seriamente le ragioni del nostro interlocutore”. È nel colloquio, dunque, nel dia-logos, nel “parlare-tra” che consiste l’autentico essere dell’uomo. Mai dimenticando, per concludere, che il linguaggio non può esprimere tutto (l’essenziale non è esprimibile), ma tutto ciò che può essere espresso, lo è attraverso il linguaggio.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

La mafia nigeriana e i suoi legami con le mafie italiane

2 Apr

Di questo ha parlato Sergio Nazzaro, autore del saggio “Castel Volturno”, intervenuto alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo: “in Italia la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane le ‘concedono’ i mercati della droga e della prostituzione”

sdrTrent’anni fa fu enorme il clamore suscitato dal brutale assassinio di Jerry Masslo, sudafricano, ucciso nel casertano (a Villa Literno) dove lavorava in nero nella raccolta dei pomodori. Tanto tempo è passato, tanta sofferenza ha continuato ad accumularsi grazie ad un sistema crimonoso diretto dalle mafie italiane ma, negli anni, sempre più “appaltato” a mafie d’importazione, in primis quella nigeriana. Anche di questo tratta il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana” (Einaudi 2013), che l’autore Sergio Nazzaro ha presentato alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo – con l’introduzione di Isabella Masina – in occasione degli eventi in programma per la XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, organizzati dal Coordinamento di “Libera” Ferrara insieme ad “Avviso Pubblico”. Ripercorrendo alcune tragiche vicende che hanno interessato il tristemente noto comun casertano – come la “strage di San Gennaro” del settembre 2008, causata dai Casalesi, che ha portato alla morte del pregiudicato Antonio Celiento e di sei innocenti immigrati africani, o dell’enorme scandalo abusivo di Villaggio Coppola – Nazzaro ha cercato di delineare i tratti principali della mafia nigeriana nel nostro Paese, non solo in Campania, e i rapporti della stessa con le mafie italiane. “La criminalità organizzata nigeriana nasce nei cult universitari, o confraternite, del Paese africano. Alcuni nigeriani, poi, emigrano in Italia e qui ’imparano’ a diventare mafia”. Nel caso specifico di Castel Volturno, negli anni “i nigeriani hanno sostituito marocchini e tunisini nello spaccio sulle strade, mentre la camorra si occupa sempre più di affari importanti, più grossi e redditizi, lasciando spaccio della droga e sfruttamento della prostituzione ai primi. In Italia, quindi, – ha proseguito – la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane – dalle quali mutua i tratti – le concedono questi mercati, quelli più rischiosi, ’poveri’, che, in ultima istanza, rimangono sotto il controllo delle mafie italiane”. Tra le due, “ugualmente pericolose”, vi è “un rapporto di amore-odio, fatto a volte di omicidi e rese dei conti, altre volte di collaborazioni”. Difficile trovare facili soluzioni a problemi così enormi e radicati, ma, secondo Nazzaro, “di sicuro non servono i militari, mentre invece sarebbe già molto fornire di maggiori dotazioni le forze dell’ordine”, e, ad esempio, cercare di arruolare nelle stesse anche immigrati di seconda o terza generazione. Inoltre, la mafia nigeriana può essere sconfitta o comunque indebolita “studiandola bene, dal di dentro”, andando cioè a cercare davvero chi tira le fila dei traffici illeciti. Altro problema fondamentale – sembra banale dirlo – è rappresentato proprio dai “consumatori di droga e dai clienti che sfruttano le donne prostituite: se non ci fossero, non ci sarebbe nemmeno il mercato della droga e della prostituzione”. Durante l’incotnro è intervenuto anche Simmaco Perillo, presidente della cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, che a Maiano di Sessa Aurunca (CE) dal 2008 gestisce il bene confiscato “Alberto Varone”, diversi ettari di terreno nei quali lavorano persone svantaggiate. Infine, ricordiamo che venerdì 12 aprile alle ore 21 nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di via Campofranco si terrà un incontro con Margherita Asta, attivista di “Libera”. Il 2 aprile 1985 Margherita, che ai tempi aveva 11 anni, sopravvisse alla strage di Pizzolungo, messa in atto da Cosa Nostra nel trapanese, in cui persero la vita la madre e i due fratelli gemelli di soli sei anni d’età.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Sempre più eroina tra i giovani ferraresi

2 Apr

La mattina del 26 marzo scorso un 27enne è stato trovato morto in zona Krasnodar per eroina. I dati confermano l’aumento del consumo. Sempre più persone, e sempre più giovani, si rivolgono ai servizi per problemi legati alla tossicodipendenza. “Tutte le droghe oggi sono più pericolose”: la dichiarazione di Luisa Garofani del Sert

droga2Lo hanno trovato riverso sul letto una mattina qualunque di inizio primavera, privo di vita, quella vita strappata dalla droga. Aveva solo 27 anni il ragazzo, B. M., che nelle prime ore del giorno del 26 marzo scorso è morto per overdose, trovato così, esanime, dal padre nella camera della loro casa in zona via Bologna, vicino al Centro Commerciale “Il Castello”. E’ successo a Ferrara, è successo a un ragazzo, in una famiglia non dissimile da tante altre, in un tranquillo quartiere della prima periferia cittadina. Immediatamente i genitori hanno dato l’allarme ai soccorsi del 118, giunti sul posto con un’ambulanza, ma il personale sanitario non ha potuto far altro che constatare il decesso del giovane, per “arresto cardiocircolatorio”, si pensa causata da una dose di eroina. Per una triste combinazione, tre giorni dopo, il 29, all’Ospedale S. Anna di Cona era in programma l’incontro sul tema “Uso ed abuso di sostanze psicotrope nei giovani. Quali strategie a Ferrara”, nel quale sono stati coinvolti i diversi professionisti impegnati nell’ambito del consumo e delle dipendenze da sostanze stupefacenti.

I dati

In Emilia-Romagna la cannabis è stata la sostanza psicoattiva illegale maggiormente sperimentata dalla popolazione 15-65enne. Il 33,6% dei soggetti l’ha utilizzata almeno una volta nella vita, contro l’8,1% che ha utilizzato cocaina, il 4,5% stimolanti, il 3,9% allucinogeni e il 2,2% oppiacei. Più alti risultano i valori del consumo delle sostanze lecite, quali alcol (92,3%) e tabacco (62,8%). In generale risulta che i cittadini emiliano-romagnoli sono lievemente più esposti all’uso di sostanze rispetto alla media nazionale, soprattutto per i cannabinoidi, gli allucinogeni e i stimolanti. Negli ultimi 4 anni, nella provincia di Ferrara, le persone che si sono rivolte ai servizi sanitari per problemi legati al consumo problematico o alla dipendenza da stupefacenti o sostanze psicoattive sono passate da 2.114 a 2.421 con un incremento di periodo del 14,5%. La comparazione tassi di utenza complessiva colloca il territorio ferrarese al di sopra della media regionale, con un tasso standardizzato per età e sesso di 9,44 soggetti con dipendenza patologica ogni 1.000 abitanti contro l’8,78/1.000 della media regionale. La prevalenza della dipendenza patologica da droga nella popolazione generale vede ai primi posti il distretto Centro Nord con un tasso di 4,13 per 1.000 e il distretto Sud Est con 3,97 tossicodipendenti ogni 1.000 residenti di età compresa tra i 15 e i 64 anni. Il fenomeno del consumo di droga nel distretto Ovest continua negli anni ad avere un impatto minore rispetto alle altre realtà territoriali, infatti si rileva un tasso di 2,90 tossicodipendenti ogni 1.000 abitanti di età compresa tra i 15 e i 64 anni, collocandosi così al di sotto della prevalenza media provinciale che è di 3,80 casi ogni 1.000 residenti. Le sostanze primarie maggiormente consumate continua ad essere: l’eroina utilizzata da 628 pazienti pari al 73,3%, per il 96,4% con la modalità d’uso endovenoso; la cocaina utilizzata da 123 pazienti pari al 14,4% (3,6% con uso endovenoso); la cannabis utilizzata da 90 pazienti pari al 10,5%. L’analisi temporale del rapporto tra utenti distinti per sostanza primaria e popolazione target segue un trend in leggera decrescita per gli oppioidi (2,90/1.000, associato ad un incremento dei pazienti in trattamento per consumo problematico di cocaina (0,90/1.000) e di cannabinoidi (0,57/1.000). Nel tempo si conferma la tendenza selettiva per sesso della dipendenza da droghe: gli utenti in carico ai SerD sono in prevalenza maschi (M=84,5%; F=15,5%), con un rapporto di 5,4 maschi ogni femmina.

Adolescenti e giovani

A Ferrara, a partire dal 2000, si è assistito all’incremento costante dell’accesso ai servizi di adolescenti e giovani adulti (15-24 anni), che passano da 64 pazienti nel 2000 a 162 nel 2016, con un tasso di crescita di periodo del 153%. Il tasso di prevalenza età specifico passa da 4,6 per 1.000 nel 2007 a 6,2 per 1.000 nel 2016. L’età di accesso ai servizi si abbassa. Infatti la quota di soggetti con un’età compresa tra i 15 e i 19 anni di 31 utenti del 2007 raddoppia raggiungendo nel 2016 i 66 pazienti in trattamento. Questa nuova utenza assume comportamenti di consumo diversi rispetto al passato, infatti si incrementano le richieste di trattamento per abuso di eroina, 23,5% (fumata quotidianamente o per più giorni la settimana), di cocaina, 2,5% e per consumo problematico di cannabinoidi (37,0%). In generale gli adolescenti riferiscono di avere sperimentato molte sostanze (eroina, cocaina, amfetamine, ketamina, extasy, ice, sostanze allucinogene, ecc.) e di proseguire nel tempo nel poliabuso delle stesse. Tra le sostanze concomitanti all’uso primario va messa in luce la percentuale di consumo di cocaina che arriva al 35,6%. Nel 2016 sono stati 37 i minori (14-17 anni) che hanno seguito un percorso terapeutico dedicato; di questi 12 oltre al consumo di sostanze presentavano problematiche multidimensionali (sanitarie, familiari e sociali) e sono stati inseriti in team di co-progettazione socio-sanitaria che ha visto la collaborazione tra più servizi coinvolti sul caso (SerD, Uonpia, Psichiatria adulti, Asp). In risposta all’aumento del consumo di sostanze tra la popolazione giovanile, per facilitare gli accessi al sistema di cura, i servizi hanno attivato percorsi di presa in carico specifici diretti agli adolescenti attivando un’équipe multidisciplinare dedicata, al fine di agire precocemente, in una fase di uso non stabilizzato di sostanze psicoattive. In particolare l’intervento precoce dedicato ai giovani mira all’inquadramento diagnostico e al lavoro integrato con le famiglie e gli insegnanti ad orientamento cognitivo comportamentale. Da uno studio condotto a Ferrara su una coorte di pazienti di età inferiore ai 25 anni compiuti che hanno avuto accesso al Dipartimento di Emergenza di Ferrara (Ospedali di Cona, Ospedale del Delta, Cento e Argenta nel periodo compreso tra il 01/01/2012 e il 31/12/2016) con uno stato di agitazione psicomotoria, nel 27% del campione è stata fatta diagnosi di intossicazione correlata all’uso di sostanze compreso l’alcool. Il 67,1 % dei casi sono di sesso maschile contro il 32,9% del campione di sesso femminile.

“Tutte le droghe oggi sono più pericolose”: Luisa Garofani del Sert

“Quel che sappiamo e che si può dire è che il 27enne morto a Ferrara, in precedenza aveva consumato sostanze stupefacenti, e nell’ultimo periodo era stato lontano dai nostri servizi. Sul mercato ha trovato probabilmente un’eroina, com’è quella che si trova oggi, più potente ed incisiva anche negli effetti, in quanto addizionata con sostanze oppoidi o farmacologiche che la rendono anche molto meno controllabile, soprattutto da parte di chi, come probabilmente lui, non l’aveva mai provata, appunto perché da un po’ di tempo lontanto dal mercato”. A parlare a “la Voce” è Luisa Garofani, Direttrice del Sert di Ferrara. “Il giovane – prosegue – ha avuto dunque una recidiva, segnale di forte malessere, di mancanza di una prospettiva futura, nuovamente di ricerca di quel ’rifugio’ che è l’eroina. In generale, “come operatori in questo ambito, possiamo dire che oggi assistiamo a un’emergenza riguardante tre tipologie di consumatori di eroina, che successivamente hanno smesso di consumarla e poi ci sono ricascati: nel primo gruppo vi sono persone di una certà eta, che come servizi abbiamo seguito per un certo tempo e a volte hanno delle ricadute. Nel secondo gruppo vi sono appunto i giovani, che sperimentano un’eroina senza nessuna mediazione, da soli, magari con l’idea – che sta passando – che questa sostanza sia migliore rispetto a quella di una volta, basta non farsela in vena. Come detto prima, è vero il contrario, e questo vale anche se la si fuma. Infine, nel terzo gruppo vi sono persone che escono dal carcere, e che quindi vanno particolarmente attenzionate”. In generale, non solo a Ferrara, è in aumento il consumo di sostanze stupefacenti, anche di quelle considerate erroneamente ‘leggere’. “Erroneamente perché – sono ancora parole della Garofani -, la cannabis, ad esempio, se prima aveva un principio attivo del 4%, oggi quella che si trova sul mercato ha un principio attivo molto più elevato, addirittura del 20%. Non aiuta nemmeno il fatto che sia molto più facile reperirla, e che costi molto meno, così come le altre droghe, fatto che fa passare l’idea che siano più innocue”. La drammatica realtà è che le droghe, al contrario, “sono sempre più sintetiche, quindi molto più pericolose: il loro effetto è più potente, e il danno assolutamente incalcolabile”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

L’avvenire anticipato: il festival “Riaperture”

2 Apr

15 artisti dell’obiettivo ridanno luce a otto luoghi chiusi di Ferrara, fra cui la Caserma di Cisterna del Follo, l’attigua “Cavallerizza” e Palazzo Massari

cisterna12.1E’ una continua sfida immaginativa il percorso dell’edizione 2019 del festival fotografico “Riaperture”. Un entrare e uscire in edifici entro le Mura di Ferrara, tra abbandoni sedimentatisi in anni o in decenni. Eppure, per alcuni giorni (due fine settimana consecutivi, dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile), ci si possono concedere alcune ore per un insolito peregrinare fra ambienti spogli, pareti ammuffite, mobili impolverati. Luoghi nuovamente rinondati di luce naturale e di corpi, restituiti agli sguardi, ai passi e ai ricordi di ferraresi e non. Pellicole di polvere segno dell’incuria ma fondamentali per riavvolgere altre pellicole, quelle della memoria, e per crearne di nuove, storie ancora da raccontare. In questi luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, nella fissità di mura, antri e pavimenti, in questi spazi che assomigliano a cattedrali dell’incuria, proprio qui si può dunque decidere di immaginare un futuro, di aprire uno squarcio sul non-ancora, di accettare un “lasciapassare” per un avvenire che è e al tempo stesso non è, pronto a maturare, ad assumere forma, ma non del tutto prevedibile, decifrabile. Il visitatore può dunque investigare questi luoghi che erano, ammirarli lasciandosi catturare dalle fotografie esposte, sorprendenti nella loro bellezza. E così, ammirandole, essere assorbito dall’aura del luogo che le ospita, lasciandosi trasportare in un passato più o meno remoto. Il progetto “Riaperture” regala quindi a chi vuole esserne partecipe un nesso diretto fra tradizione e speranza, memoria e utopia. E proprio “utopia” è termine particolarmente calzante nella propria ambivalenza, in quanto non-luogo, dunque al tempo stesso mancanza, assenza, privazione (non-essere, non-più), e proiezione oltre il tempo del presente (non-ancora). “Riaperture” perciò anticipa un futuro dove questi luoghi potranno rifulgere di luce propria, di autoctona bellezza. E’ la speranza di ognuno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Una rete di legalità per combattere la mafia anche in Emilia-Romagna

25 Mar

Il 21 marzo era la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”: tanti gli incontri anche a Ferrara, organizzati da Avviso Pubblico, Libera e altre associazioni e istituzioni locali

sdr

“Spesso le mafie minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici: per questo è importante non lasciarli soli, ma creare una rete di supporto”. E’ questo l’impegno – che davvero dà senso a una vita – iniziato 22 anni da Avviso Pubblico (AP), Associazione che riunisce Enti locali e regioni antimafia, presentata a Ferrara lo scorso 21 marzo in occasione della XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. L’incontro svoltosi alla libreria Feltrinelli di Ferrara organizzato in collaborazione con il Coordinamento di “Libera” Ferrara, ha visto la presentazione del libro “Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico”, che raccoglie contributi, tra gli altri, di Rosy Bindi, don Luigi Ciotti e Agnese Moro. Forte è emersa ancora una volta la necessità di tenere sempre alta l’attenzione sulla mafia nella nostra Regione, teatro, negli anni scorsi, di due grandi processi, “Black Monkey” e “AEmilia”, doppia dimostrazione di come anche in Emilia-Romagna “vi siano (state) forti infiltrazioni di stampo mafioso”, ha spiegato Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale di AP. Nella nostra provincia, quattro sono i Comuni che hanno scelto di aderire ad Avviso Pubblico: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. Di quest’ultimo è vicesindaco Isabella Masina, che è anche giornalista, e che ha introdotto e moderato l’incontro a Feltrinelli, alternandosi in questo ruolo con Federica Pezzoli, volontaria e responsabile del settore informazione del Coordinamento di “Libera” Ferrara. Giulia Migneco, coautrice del volume e responsabile comunicazione di AP, ha spiegato come l’Associazione nasce proprio in questa Regione, grazie all’allora Sindaco di Savignano sul Panaro, Massimo Calzolari, il quale ebbe la grande intuizione di unire gli amministratori locali “che sentivano il bisogno di prevenire eventuali infiltrazioni mafiose nei propri Comuni, già presenti negli anni ’90, anche se in quegli anni quasi nessuno ne parlava. Nel ’96 in AP c’erano 14 amministratori locali, oggi siamo in 470. In più di vent’anni – ha proseguito – , nel nostro Paese sono stati oltre 300 i Comuni sciolti per mafia, dei quali uno in Emilia-Romagna nel 2016, Brescello”. “Le mafie – sono ancora sue parole – anche se uccidono di meno, sono sempre più forti, anche a livello economico – e in ambiti diversi, come quello del gioco d’azzardo, dell’agroalimentare o dei beni culturali -, e spesso minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici”. Una delle ultime, macabre, intimidazioni è quella rivolta due settimane fa a Sindaco, alla sua famiglia e a un assessore di Monte Sant’Angelo (FG) ed ente socio di AP, dove è stata fatta trovare una busta contenente un teschio umano. “Per questo è importante non lasciarli soli”, e AP nasce proprio come “rete di supporto che organizza anche progetti formativi, corsi di aggiornamento, avanza proposte per un’amministrazione trasparente, chiara, efficace e legale”, ha spiegato la Micele, oltre a monitorare l’attività parlamentare, “colmando così un vuoto lasciato dallo Stato e dalla crisi dei partiti”. L’obiettivo in provincia, e non solo, “è di ampliare il numero di Comuni aderenti ad AP, ma – ha spiegato Masina – stando molto attenti alla qualità e all’impegno degli stessi, evitando dunque collaborazioni o adesioni spot. Purtroppo bisogna constatare – ha riflettuto con amarezza – come l’anno scorso pochi erano gli amministratori locali presenti alle nostre iniziative in occasione della Giornata del 21 marzo”. Giornata che anche quest’anno ha visto e vedrà ancora diverse iniziative in provincia. Il 21 marzo scorso è iniziato con la lettura, nel Municipio di Ferrara, dei 1009 nomi delle Vittime di tutte le mafie, in contemporanea alla manifestazione nazionale tenutasi a Padova. Lettura alla quale hanno partecipato il Sindaco Tagliani e l’Assessore Sapigni, il Prefetto Campanaro, e rappresentanti dell’ISCO, Cgil, Emergency, Gruppo Scout S. Luca, Ail, Pro Loco Casaglia, Comitato Unicef Ferrara, Copresc Ferrara, Agire Sociale e singoli cittadini volontari. All’iniziativa era presente anche la classe V F del Liceo Scientifico A. Roiti di Ferrara, accompagnata dall’insegnante Andrea Celeghini. Poco prima della lettura è stata inaugurata la mostra di graphic novel “Vittime di mafia”, a cura dalla casa editrice Becco Giallo, allestita nell’atrio del Municipio. Sempre giovedì 21 nel Dipartimento di Giurisprudenza di Unife si è tenuto il seminario “Il diritto al viaggio”, mentre il giorno successivo nel “Punto 189” del Grattacielo di Ferrara si è svolto l’incontro dal titolo “Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità”, con testimonianze e racconti video a cura del gruppo Scout San Luca e del gruppo dei giovani della parrocchia cittadina dell’Immacolata. Infine, l’ultimo appuntamento è in programma venerdì 29 marzo quando alla Feltrinelli di Ferrara verrà presentato il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana”, con l’autore Sergio Nazzaro e Isabella Masina.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Minori, stranieri, soli: angeli custodi in carne e ossa li affiancano

25 Mar

Sono i tutori volontari (a Ferrara una 50ina), adulti formati che accompagnano fino ai 18 anni (e spesso oltre) giovani stranieri non accompagnati, evitando loro di cadere nelle fauci della criminalità

mnsaPunti di riferimento fondamentali per minori stranieri non accompagnati (MSNA), con alle spalle un vissuto di violenza e abbandono, e un pungolo per l’intera comunità ospitante affinché tutta intera diventi accogliente nei confronti di questi giovani. Non è per nulla irrilevante – men che meno in questo periodo, con le conseguenze del DL Sicurezza – il ruolo dei tutori volontari che affiancano e rappresentano legalmente fino ai 18 anni ragazze e ragazzi migranti accolti nella comunità SPRAR Minori di Ferrara. Di questo si è discusso la mattina di sabato 23 marzo nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara in occasione del seminario “Tutori nel tempo. Rappresentare e sostenere i minori stranieri soli nella nostra città”. L’incontro, moderato dal responsabile Ufficio stampa del Comune, Alessandro Zangara, ha visto come primo intervento quello di Clede Garavini, Garante dell’infanzia e dell’Adolescenza dell’Emilia-Romagna (figura che promuove la formazione dei tutori volontari per MSNA in Regione), la quale ha spiegato come in Regione al 31 dicembre 2018 i MSNA censiti isono 792 (è la terza regione in Italia dopo Sicilia e Lombardia), e attualmente sono circa 20 in meno. Solo due anni fa erano 1081, e sono diminuiti per il calo degli sbarchi che impedisce loro di arrivare in Italia, costringendoli a rimanere in Libia. Di questi, il 92,7% sono maschi e circa l’85% ha 16 o 17 anni. Nella nostra Regione sono 111 le comunità attrezzate per accoglierli, ai quali è offerta, tra le possibilità, di essere seguiti da un tutore volontario (che sono nominati dal Giudice tutelare e dal Tribunale per i minorenni, prima di prestare giuramento), che “per loro possono essere un punto di riferimento importante, anche in quanto rappresentanti della comunità locale, oltrechè una grande risorsa per la stessa, in quanto promotori di partecipazione e stimolo per le istituzioni”. Nelle comunità dove sono accolti, i MSNA studiano, imparano la lingua italiana, fanno laboratori manuali, formazione lavoro, tirocini formativi e attività esterne. Fra le criticità riscontrate dalle comunità stesse, vi sono “la difficoltà ad acquisire del tutto l’autonomia, la difficoltà ad accedere a tirocini lavorativi, quella a ricongiungersi con i propri famigliari all’estero”. Fra le proposte, invece, la Garavini ha sottolineato il “favorire maggiormente la loro inclusione, soprattutto con i coetanei già residenti, sensibilizzare i servizi sociali, promuovere l’accesso al mondo del lavoro, valorizzare le procedure per il ricongiungimento famigliare e promuovere la formazione di più tutori”. Da settembre 2017 a dicembre 2018 sono state oltre 300 le domande ricevute per partecipare a corsi di formazione per tutori volontari, che sono in prevalenza donne (73%), hanno meno di 45 anni (il 43%) – mentre il 15% ha invece fra i 25 e i 35 anni – e quasi 2/3 di loro sono laureati. A Ferrara e provincia, invece i MSNA sono 29, 15 sono le tutele volontarie avviate ad altrettanti MSNA, con più di 50 tutori volontari formati. Elena Buccoliero, sociologa e giornalista, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara oltre che giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, ha raccontato come sono nati a Ferrara i primi corsi per diventare tutori volontari, con il coinvolgimento, oltre che dell’ASP e del CSV, anche di Daniele Lugli – che è intervenuto -, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna negli anni 2008-13 con un impegno specifico per promuovere la tutela volontaria. “Già nel 2011 – ha spiegato – abbiamo iniziato ad occuparci nello specifico di MSNA, cercando di rispondere alla loro esigenza di libertà e sviluppo come persone”. Alcuni passaggi “storici” sono nel febbraio 2016 la prima nomina di una tutrice a favore di una bambina italiana e, nel novembre dello stesso anno, la nascita dell’associazione – prima in Regione di questo tipo – “Tutori nel tempo”, che contava 13 soci fondatori, ai quali se ne sono poi aggiunti 18. A nome dell’Associazione sono intervenuti Paola Mastellari e Massimo Sartori, che hanno posto l’accento sull’importanza di “accompagnare qualcuno che è in una situazione di bisogno, creando nel tempo un rapporto di fiducia, mettendosi in relazione diretta con la persona, in un rapporto di prossimità, per prevenire eventualmente anche situazioni di marginalità sociale”. A seguire, sono intervenuti Marco Orsini della coop. CIDAS, Valentina Dei Cas (Asp Ferrara), Giordano Barioni, che nell’Istituto don Calabria di Ferrara coordina la comunità SPRAR Minori (oggi SIPROIMI), con “una decina di operatori che seguono i ragazzi lungo l’intera giornata, pulendo i loro fiumi di rabbia e le loro frustrazioni. Dopo le tante violenze e i soprusi subiti – ha proseguito -, per avere fiducia in noi adulti ci vuole tempo, pazienza, continuando a dialogare con loro, ad accompagnarli, dandogli orizzonti. Per questo è importante il contributo dell’intera città”. Dopo il giornalista Sergio Gessi, Rita Canella ha letto una lettera indirizzata al Ministro degli Interni sul futuro dei MSNA dopo il DL Sicurezza, tema sul quale si è soffermata Paola Scafidi, avvocato esperto di immigrazione: “il principale motivo di preoccupazione è rappresentato dall’abolizione dell’istituto della protezione umanitaria, che riconosceva il permesso di soggiorno per un ventaglio ampio di motivazioni, tra cui la minore età e la possiblità di un buon percorso di integrazione, mentre il DL Sicurezza riduce fortemente le possibilità per ottenere il permesso, considerando solo casi più specifici, più limitati, più rigidi, aumentando così inevitabilemnte il numero di irregolari sul nostro territorio”. Un’altra conseguenza è che i minori che hanno ricevuto il permesso di soggiorno, quando compiranno il 18esimo anno di età, non potranno essere più seguiti. Senza dimenticare come il “Decreto Minniti-Orlando” del 2017 prevede che “per i migranti che hanno fatto ricorso contro un diniego per la richiesta di asilo venga soppressa la possibilità del secondo grado”. Infine, ha preso la parola prima Giuseppe Spadaro, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bologna, che ha ricordato come “accoglienza e solidarietà siano valori scritti nella nostra Costituzione, e punti di riferimento anche per i giudici”, e poi l’Assessore Chiara Sapigni che ha proposto, per aiutare i MSNA, di “alzare il limite d’età fino alla quale debono essere seguiti”, e ha invitato “le aziende del territorio a inserirli in percorsi di formazione lavorativa. Come dimostrato anche da testimonianze video proiettate durante la mattinata – ha concluso -, il ripetere ‘rimandiamoli a casa loro’ crea in questi ragazzi un clima di pesantezza e di paura che non meritano”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quattro passi nell’arte: percorsi guidati e visite negli atelier e nei laboratori

18 Mar

Sabato e domenica 23 e 24 marzo porte aperte negli studi di artisti e artigiani per “Cardini – Atelier Aperti”. Gli studenti del Dosso Dossi faranno da ciceroni

cQuattro passi nell’arte ferrarese, alla scoperta di chi, materialmente fa arte. E tutto nell’ambito di un progetto che, fisicamente, intende “scardinare” alcune porte, e, metaforicamente, alcuni pregiudizi riguardo alla Ferrara artistica.

E’ questo il filo conduttore di “Cardini – Atelier Aperti”, percorso di scoperta degli atelier creativi, novità assoluta per la nostra città. Un vero e proprio viaggio-passeggiata negli studi degli artisti.

Accadrà il 23 e 24 marzo, quando sarà dunque possibile visitare atelier, studi e laboratori di 31 artisti e 6 artigiani attraverso cinque percorsi esplorativi che si snodano entro le mura estensi. Per “scardinare” anche, come accennato, il doppio pregiudizio secondo cui, da una parte, l’arte a Ferrara sia solo quella ospitata a Palazzo dei Diamanti, e, dall’altra, in una città “provinciale” come la nostra non possano vivere e agire artisti e artigiani di assoluta qualità.

Un’idea di apertura e pluralità insita già nella stessa ideazione e organizzazione dell’evento, che nasce, come ipotesi, circa due anni fa, al confine tra gli ambienti universitari e altri disseminati in città. La stessa équipe alla guida di questo ambizioso progetto – sostenuto dall’Unione Cna Artigianato Artistico e Tradizionale e con il patrocinio del Comune di Ferrara – è eterogenea, giovane e quasi tutta al femminile: Caterina Pocaterra, Corradino Janigro, Ilaria Valoti, Rossella Ibba, Sara Ricci e Virginia Malucelli sono i sei organizzatori.

Per tutte le informazioni consultare il sito http://cardiniatelieraperti.it/ o la pagina Facebook /www.facebook.com/cardiniatelieraperti/

Andrea Musacci

L’articolo intero è pubblicato su “La Nuova Ferrara” del 18 marzo 2019