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Una macchia rossa sul muro e l’impegno per non dimenticare

15 Apr

Un’orribile, assurda strage mafiosa avvenne il 2 aprile 1985 a Pizzolungo, vicino Trapani. A perdere la vita furono Barbara, 31 anni e i suoi due figli gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore. L’altra figlia, Margherita, “sopravvissuta”, ha raccontato la sua storia a Ferrara. Chiedendo che si arrivi a conoscere i veri mandanti e le vere motivazioni

0413“Mia madre Barbara Rizzo aveva 31 anni quand’è stata uccisa con i miei fratelli gemelli Giuseppe e Salvatore, di 6 anni, mentre li accompagnava a scuola in macchina, cancellati da un’autobomba preparata per colpire il magistrato Carlo Palermo”. E’ questo il cuore dello straziante racconto di Margherita Asta, che aveva 11 anni quando “sopravvisse”, la mattina del 2 aprile 1985, alla Strage di Pizzolungo nel trapanese. Una testimonianza ospitata la sera del 12 aprile scorso nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara, con introduzione di Dario Poppi e un breve e struggente momento musicale a cura di Roberto Berveglieri. Pochi giorni prima il giudice Palermo era giunto da Trento per indagare su una raffineria di eroina gestita dalla mafia nei pressi di Alcamo,vicino Trapani. Proprio nell’istante in cui Barbara Rizzo passa accanto ad un’auto parcheggiata sul ciglio della strada, un’altra auto, quella del sostituto procuratore, la supera: gli attentatori decidono di far esplodere comunque l’autobomba, convinti che la deflagrazione farà saltare in aria anche la vettura di Palermo. “Quella mattina – sono state le parole di Margherita – mi salvai perché decisi di recarmi a scuola accettando un passaggio da una nostra vicina di casa, dato che i miei fratelli ritardavano perché facevano capricci – stavano litigando per un paio di pantaloni – e perché Giovanni voleva finire di leggere, come ogni mattina, qualcosa assegnato dalla maestra. Quando già ero in classe, entrò una bidella per dirmi che dovevo uscire e andare a casa, dove trovai tanta gente, tra cui mia zia, sorella di mia madre, che mi disse che lei e i miei fratelli erano stati coinvolti in un ‘incidente’ e che ‘erano volati in Cielo’ ”. Nel tempo Margherita, captando spezzoni di frasi di parenti e amici, inizia a comprendere che non si trattava propriamente di “incidente”. “Quando andai sul luogo della strage – ha proseguito -, vidi il cratere provocato dall’enorme esplosione (il cui boato fu sentito anche a Trapani, a 6 km di distanza) e una macchia rossa sul muro bianco della villa di fronte”, il sangue innocente di uno dei due fratelli. Anni dopo, in quel luogo volevano costruirci uno stabilimento balneare, progetto fortunatamente mai portato a termine. A ricordo della strage, invece, è stata posta una stele con un gruppo bronzeo opera di Domenico Li Muli. Il padre di Margherita, Nunzio, è morto nel ’93, a 46 anni, per problemi cardiaci. Per quanto riguarda i processi, nel 2002 Totò Riina e Vincenzo Virga sono stati condannati all’ergastolo, stessa pena comminata due anni dopo anche a Baldassare Di Maggio mentre Antonino Madonia è stato assolto.

Barbara_Rizzo“Gli esecutori materiali – sono ancora parole di Margherita Asta – erano stati condannati in primo grado nel 1988, ma poi inspiegabilmente assolti nei due gradi successivi”. Due mesi fa a Caltanissetta è iniziato invece il quarto processo, il “Pizzolungo quater”: la Procura di Caltanissetta ha chiesto al gip il rinvio a giudizio del boss mafioso palermitano del rione Acquasanta, Vincenzo Galatolo, accusato dalla figlia Giovanna e dal pentito Francesco Onorato. La sentenza si avrà a fine 2019. “Spero – ha spiegato – che si scoprino i veri mandanti della strage e le vere motivazioni per la quale è stata decisa. Forse si scoprirà anche che ambienti massonici e politici sono fortemente coinvolti”. “Nel 2008 – ha poi proseguito – inizio il mio impegno con l’associazione ‘Libera’ ”. “Ciò che mi spinge ad andare avanti è il bisogno di conoscere la verità, il cercare di dare un senso alla morte di mia madre e dei miei fratelli, e del perché invece io mi sono salvata. Il mio fare testimonianza lo considero un contributo alla società, un modo per non chiudermi nel dolore, perché il sentirmi solo vittima mi sta stretto. Mi impegno – sono ancora sue parole – per ricostruire e ricucire quel patto sociale che si spezza ogni volta che viene commesso un reato, e per questo con ‘Libera’ facciamo progetti anche nelle carceri, comprese quelle minorili. Il senso quindi lo trovo in parte nell’incontro con l’altro, a contatto con i detenuti, col loro dolore. ‘Noi’, ‘speranza’, ‘oltre’, ‘educazione’ – ha concluso – sono i quattro punti cardinali, di cui richiamano le iniziali, che dovrebbero orientare l’azione di ognuno di noi”. Infine, vi sono stati i ringraziamenti da parte di don Andrea Zerbini, alla guida dell’Unità Pastorale Borgovado, e di Isabella Masina di “Libera”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Violenza sulle donne, un problema anche religioso

8 Apr

Un libro e un Osservatorio interreligioso – presentati a Ferrara lo scorso 5 aprile dalla loro ideatrice, Paola Cavallari – intendono stimolare discussioni e pratiche nuove sulle relazioni di genere anche dentro la Chiesa

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“Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne” (Effatà editrice, Cantalupa Torino 2018, pp. 144), è il nome dell’interessante e corale volume da poco disponibile nelle librerie e presentato anche a Ferrara (nella Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale) lo scorso 5 aprile, con l’intervento della curatrice Paola Cavallari che ha interloquito con Francesco Lavezzi. Il volume raccoglie riflessioni di donne e uomini, credenti e non credenti, sul tema del rapporto fra i generi e sulla correlazione di questo con la violenza maschile sulle donne.

Un Appello, tre tavoli e un Osservatorio

La maturazione recente di questo percorso decennale, inizia quattro anni fa con la stesura del patto intitolato “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia”, nato nel mondo evangelico e siglato da rappresentanti di dieci denominazioni cristiane il 9 marzo 2015 a Roma. Nel testo, fra l’altro vi è scritto: “il luogo principale dove avviene la violenza sulle donne è la famiglia: questo è un fatto accertato e grave. Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Più avanti: “le comunità cristiane in Italia sentono urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un’azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società”. Un limite dell’Appello, scrive la Cavallari nell’introduzione al volume, risiede però nel fatto che “non ospita alcun interrogativo sulla corresponsabilità storica delle istituzioni religiose nell’aver condiviso, legittimato e trasmesso un’antropologia e una visione politica che delle violenze sessiste sono state matrici”. Un appello, inoltre, purtroppo caduto nel vuoto, fatta eccezione per singole personalità di diverse confessioni cristiani e per il SAE – Segretariato Attività Ecumeniche di Bologna, che nei mesi di maggio del 2016, 2017 e 2018 ha organizzato nel capoluogo felsineo tre tavole rotonde interreligiose sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne. “La cultura secolarizzata dell’Occidente dà per lo più scontato che le religioni siano istituti nemici delle donne”, ma “ciò è coraggiosamente smentito nella costellazione delle forme del femminismo cristiano, ebraico, islamico che si autocomprendono come saperi/pratiche non scissi dalla fede, e riconoscono i doni dello Spirito come nutrimento e fonte di libertà, per donne e uomini. E’ questa la logica cui l’Osservatorio si ispira”, scrive sempre la Cavallari nel libro, riferendosi all’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne, nato lo scorso marzo. “Il nostro Osservatorio è dunque molto inclusivo – ha spiegato a Ferrara -, e si sta costituendo in gruppi territoriali”. Già attivi sono quelli dell’Emilia-Romagna, di Milano, del Trentino Alto Adige, di Cosenza e di Roma. “Nella nostra stessa Regione – ha proseguito – chiederemo alle diverse comunità ecclesiastiche o religiose che affrontino seriamente il problema, creando anche Commissioni specifiche sul tema della violenza maschile contro le donne e dell’identità di genere. La Chiesa Battista ha già iniziato a lavorare in questa direzione. Per ora siamo andati a parlare in alcuni istituti scolastici, cerchiamo di allargare il dibattito sulla stampa e abbiamo incontrato alcuni pastori, pastore e Vescovi, come quello di Bologna, mons. Zuppi. Per me è stata una vera e propria chiamata – ha confessato la Cavallari – quella che mi ha spinto a organizzare i tavoli, poi a dar vita all’Osservatorio e a curare il libro. E a una chiamata di questo tipo non si può sfuggire, non la si può non raccogliere… . Tutte le donne delle diverse confessioni religiosi – sono ancora sue parole – devono allearsi tra loro nella ricerca della libertà e di quella dignità a loro rubata, nei secoli, dagli uomini, e molto spesso anche dalle stesse donne, che hanno interiorizzato un certo senso di inferiorità. E’ importante quindi che le donne sentano il bisogno di studiare, ricercare, approfondire”.

Per una rilettura delle Sacre Scritture

copertina non solo reatoCome scrive lei stessa nel volume, l’intento di questo progetto consiste anche nel far comprendere come le offese alla dignità femminile non siano questioni “confinabili nell’etica, ma assolutamente intrinseche alla sostanza teologica”. Da qui l’importanza – riconosciuta in tutti i contributi del volume – di una diversa traduzione, interpretazione o legittimità assegnata ad alcuni passi o episodi delle Scritture, in particolare veterotestamentari, nei quali è esplicita e giustificata una concezione oppressiva della donna, e la violenza sulla stessa. “Sto lavorando a una pubblicazione su Eva – ha spiegato la Cavallari – nella quale intendo dare un’interpretazione alternativa, più positiva di questa figura”. In Genesi 2,18 è scritto: “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. “Aiuto”, secondo l’autrice, non indica, come spesso è stato interpretato, “qualcosa di servile, ma di molto importante, tanto che spesso nelle Scritture il termine è riferito a quello che Dio stesso dà ai suoi figli”. E’ infatti traducibile anche come “un aiuto che gli stia di fronte”, “evidenziando così ancor di più la parità, la simmetria tra uomo e donna, tra un ‘io’ e un ‘tu’”.

Necessità di un’autocritica

Se la riflessione e l’azione sono naturalmente tese nel presente e verso il futuro, fondamentale è una presa di coscienza totale di ciò che è stato, quindi anche degli abomini e delle violenze – fisiche e non – perpetrate, giustificate o nascoste nelle comunità ecclesiali, e di ciò che ancora avviene al loro interno. “Le chiese o comunità religiose – scrive ancora la Cavallari nell’introduzione al volume – non possono più persistere nel peccato di omissione, nell’ignorare il grido di dolore (come ebbe a dire il Cardinal Martini) che le donne innalzano; non possono sottrarsi con l’indifferenza, la banalizzazione, il paternalismo, con la riproposizione di una visione idealizzata – disincarnata, ingannevole – della donna. Inoltre non si domandano come mai la violenza si esercita soprattutto tra le pareti domestiche, in quei ‘focolari familiari’ che dovrebbero essere la cifra di una cellula benedetta”. La denuncia prosegue poi in modo ancor più netto: “le comunità religiose per lo più sono sorde, proprio loro che dovrebbero essere per eccellenza i luoghi di ascolto e accoglimento. Le donne violate e poi non credute avvertono un’immensa solitudine. I centri antiviolenza, e quasi mai le comunità religiose, forniscono quell’ascolto che fa sì che la donna abusata si senta non più delegittimata e finalmente riconosciuta”. “Siamo in una fase – ha spiegato a Ferrara – nella quale qualcosa si sta scardinando, anche nei confronti della stessa sessualità”, riferendosi ad esempio ad alcune riflessioni di Papa Francesco nella recente Esortazione “Christus Vivit” (n. 261).

Una liberazione di tutte/i

cavallari lavezzi“La cosiddetta teologia femminista è liberante non solo per le donne ma per tutti, anche per gli stessi uomini, e in particolare per tutte le minoranze e per tutte le classi subalterne”, ha tenuto a sottolineare la Cavallari, “non si desidera certo sostituire il potere degli uomini con quello delle donne”. Nel libro scrive a riguardo: “le donne non chiedono ciò per rivalsa, per crudeltà, per vendicarsi, o per scalzare gli uomini rimpiazzandoli negli spazi di potere – come viene maliziosamente insinuato; ma chiedono ciò che gli stessi cammini sapienzali e gli itinerari di fede hanno indicato per la vera conversione e il ristabilimento della giustizia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

“E’ importante che i suoi valori vengano messi in comune”

8 Apr

Lo scorso 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata la mostra “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, alla presenza dell’Arcivescovo e del Sindaco. La sera S. Messa a Tresigallo

miriam3La “casa dei ferraresi” fino a venerdì 12 aprile ospita la mostra dedicata alla vita e alla profonda esperienza di fede di Laura Vincenzi. Nel pomeriggio di giovedì 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata l’esposizione intitolata “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, realizzata da Laura Magni con la collaborazione di Giuliano Laurenti, entrambi impegnati nell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra diocesi, e col fondamentale coinvolgimento dei genitori e degli amici di Laura oltre che dell’Azione Cattolica di Ferrara-Comacchio, che da anni, insieme all’associazione ”Amici di Laura”, promuove il cammino per il riconoscimento canonico della sua santità. Chiara Ferraresi, Presidente dell’AC diocesana, nel suo saluto introduttivo ha sottolineato come “i valori coi quali Laura ha vissuto la propria vita – la semplicità, l’apertura all’altro, l’amicizia, il senso di responsabilità, un grande coraggio, il riuscire a trasformare la sofferenza in un’esperienza positiva per lei e per gli altri – siano un bene di tutti, valori da mettere in comune”. “Con Laura ho condiviso molti dei luoghi di appartenenza ecclesiale”, sono state le parol del Sindaco Tiziano Tagliani, che ha posto l’accento sul fatto che “questo spazio civico è aperto a diversi tipi di esperienza: il vero civismo infatti è quello che porta qui esperienze autentiche, di vita vera, e quella di Laura è una testimonianza vera, anche civile, perché il senso della sua sofferenza è dimostrazione di coraggio e di coerenza. “Alcuni giorni fa – è stato invece il richiamo dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego – abbiamo ricordato Bruno Paparella e Vittorio Bachelet, riflettendo anche sul tema della ’scelta religiosa’, che porta dentro la città, non fuori e quello di Laura è stato un modo di vivere la città, nel senso di partecipazione, impegno, valorizzazione di ciò che è importante”. Mons. Perego ha quindi richiamato la coincidenza con la pubblicazione, negli stessi giorni, dell’Esortazione di Papa Francesco, “Christus vivit” e come questa mostra sia ancora più importante in quanto proposta nel periodo che prepara alla Pasqua. A seguire, Chiara Ferraresi ha letto un messaggio inviato da mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro e dal 1974 al 1984 assistente nella nostra Diocesi e regione di Azione Cattolica Ragazzi. “Sarò presente in preghiera e un piena unità”, ha scritto, “la santità di Laura Vincenzi è messa sul candelabro per illuminare”, ricordandoci come “la chiamata alla santità è meta di popolo”, non individuale, e come “la santità è la prima missione”. “L’opposto del peccato – ha concluso – non è la virtù ma la fede: Laura ci ha detto davvero che tutto è grazia”. L’evento inaugurale è dunque proseguito con una breve visita alla mostra guidata da Miriam Turrini. Gli 11 pannelli allestiti sono su sfondo bianco, come fogli sui quali Laura ha scritto la propria vita, mentre l’altro colore dominante è l’azzurro, il colore della trascendenza. Tante le fotografie di Laura nelle varie fasi della sua vita, quasi mai da sola ma sempre in compagnia di amici e famigliari. La Turrini ha posto l’accento sulla “sua coscienza di essere sempre neonata nella fede e di dover quindi fare un lungo cammino, nella convinzione che tutto è dono e grazia”. Frequente ricorre nelle sue lettere la riflessione su “come coniugare una vita da vivere con passione e intensità, e al tempo stesso col giusto distacco”. Un’esistenza breve, la sua, ma nella quale centrale è stato il rapporto con l’Eterno, da lei stessa definito come “la realtà vera e propria a cui tutti siamo chiamati”. Un’immagine, infine, vogliamo richiamare: quella della preghiera da lei scritta e indirizzata all’allora Arcivescovo mons. Luigi Maverna, fatta stampare – con, sul retro, un ramo d’ulivo – e distribuita il giorno delle esequie, e letta dallo stesso Maverna nell’omelia. La mostra è visitabile con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 9-18. Ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18 sarà possibile la visita guidata. La sera del 4 aprile nella chiesa di Tresigallo è stata celebrata una S. Messa in memoria di Laura Vincenzi, di Riccardo Tagliati e dei giovani di Tresigallo tornati alla Casa del Padre.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

“La speranza è che ora tanti ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro”

8 Apr

Nei giorni immediatamente precedenti la riapertura della chiesa di San Benedetto, abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per rivolgerli alcune domande sul recente passato e sul futuro della parrocchia

S.Benedetto (8)L’amarezza nel vedere “una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie”, le difficoltà legate al sacramento della penitenza, ma al tempo stesso il fatto che “la parte di comunità che ha retto meglio” l’inaccessibilità della chiesa “è stata quella degli adolescenti e dei giovani”, e che tante attività e cammini di fede sono proseguiti. Abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per fare il punto della situazione sulla parrocchia affidatagli tre anni fa.

E’ una grande gioia tornare ad abitare questa Casa che è il Tempio di San Benedetto: a chi rivolge il primo pensiero in questi giorni di festa?
Se devo essere sincero, il primo pensiero lo rivolgo ai miei parrocchiani che da una decina d’anni hanno vissuto tre grandi sofferenze: la morte improvvisa del parroco don Pietro nell’aprile del 2007, l’incendio della chiesa nel giugno dello stesso anno, e il tremendo maggio 2012, col terremoto. Un prete, una comunità religiosa trova sempre nell’Eucarestia e nella preghiera una risposta, un laico forse fa più fatica. Alcune sere fa con alcuni responsabili delle commissioni del CPP stavamo preparando la Via Crucis del Venerdì Santo e alla frase “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi hanno chiesto una testimonianza da parte della comunità salesiana e mi domandavano: “come avete reagito nella fede a questo grido di dolore di Gesù nella situazione di disagio vissuta come comunità?”.

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha notato e vissuto in questi anni, legate alla chiusura della chiesa?
Anche qui la prima difficoltà l’ho vissuta contemplando la mia gente. Dopo quasi tre anni dal mio arrivo a Ferrara posso affermare di trovare una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie. In seconda istanza penso ai tanti passaggi della vita che possono essere occasioni per un’esperienza di fede – battesimi, catechesi della IC, matrimoni, funerali…Nella parrocchia siamo arrivati ad una percentuale di frequenza domenicale attorno al 5-7 %. Abbiamo il grande vuoto dai 25 ai 40 anni. E infine per tanti ragazzi, il crescere senza un’esperienza liturgico-ecclesiale.
Aggiungo che uno zoccolo duro ha continuato a frequentare nonostante tutto, e la parte di comunità che ha retto meglio è stata quella degli adolescenti e dei giovani. L’Oratorio e il Centro Giovanile hanno continuato con tenacia i loro itinerari e i cammini di fede, così pure le attività estive per i ragazzi sono sempre state organizzate con impegno ed entusiasmo. Le forze più a rischio sono quelle degli anziani che hanno sperimentato la fatica più grande. Un settore che ne è uscito frastornato è quello della penitenza, non ho confronti con il passato ma non avere la Chiesa ha quasi azzerato la domanda o la possibilità di celebrazione del sacramento della confessione. San Benedetto era una Chiesa di riferimento dentro la città grazie alla presenza di grandi e saggi sacerdoti quali don de Ponti e don Giuseppe.

Che cosa di positivo ha invece portato questa difficoltà? Ad esempio, ha “costretto” i parrocchiani a ripensare alcune attività, alcune modalità, a sentirsi tra loro maggiormente coesi?
Penso che positivamente abbia dato dei grandi doni, uno immediatamente e nei prossimi anni e il secondo in questi ultimi tempi. Appena successo il fatto, la comunità aveva reagito molto bene crescendo e ritrovandosi attorno a strutture semplici e povere ma che affinano il senso di appartenenza. Poi lentamente il tutto si è spento e raffreddato. In questi ultimi anni posso dire che ci si è resi maggiormente consapevoli dell’importanza delle relazioni e dei rapporti interpersonali sinceri.

A Lei invece cos’ha insegnato il dover affrontare una difficoltà di questo genere?
Ha insegnato l’arte dell’umiltà, della collaborazione, la fatica dell’attesa, il passare da una pastorale dei numeri a quella delle persone, il vedere che l’essenziale di una vita comunitaria è rimasto ed è Gesù. Lui è sempre stato presente e ci ha custoditi in tutti questi anni. Nei dieci anni di parroco a Bologna, avendo la chiesa più grande della diocesi, come parrocchia, l’obbedienza nell’arco di una settimana mi ha trasferito in una parrocchia sempre di 8000 anime ma senza strutture parrocchiali e tante volte mi sono chiesto il significato di ciò, e alla fine ho rimesso il tutto nel grande valore dell’obbedienza e della comunità religiosa.
Come confratelli l’esempio più bello è arrivato dalle due colonne don De Ponti e don Giuseppe che mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato ponendomi questa domanda: “Che cosa vuoi darci Signore in tutto questo?”. E avanti con coraggio.

Per il futuro: quali novità vi saranno?
L’unico vero progetto che penso di avere è quello di creare tante occasioni di incontri fra tutte le fasce della comunità perché lentamente ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Pino Cosentino)

“Nel dialogo emerge ciò che siamo”

2 Apr

Il 28 marzo in Biblioteca Ariostea Giuliano Sansonetti ha riflettuto sull’essenza del linguaggio

dialogoGiovedì 28 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara ha avuto luogo la conferenza di Giuliano Sansonetti (docente di Unife), parte del ciclo di incontri dal titolo “I colori della conoscenza. La lingua e i linguaggi”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Introdotto da Daniela Cappagli, il relatore ha cercato di spiegare, soprattutto attraverso alcuni grandi filosofi del Novecento, perché il linguaggio sia uno degli aspetti fondamentali che distingue l’essere umano dagli animali. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva Ludwig Wittgenstein, o, per dirla con Martin Heidegger, siamo da sempre “immersi” nel linguaggio. “Linguaggio che – ha spiegato Sansonetti – deve dire ciò che è, tenta cioè il più possibile di dire la cosa, cercando i termini più ’adatti’, che meglio si adattino a ciò che si intende esprimere”. In un certo senso si può dire che “il linguaggio istituisce il mio mondo, la realtà: se il mondo non riusciamo a dirlo, è come se non ci fosse. E’ quindi il nostro parlare che fa essere il mondo, è il linguaggio che porta significato alle cose, tenta di significare una determinata realtà”. Per questo motivo, come accennato sopra, solo l’essere umano ha propriamente un linguaggio, e non una mera emissione di suoni, “solo dell’uomo è il parlare, il bisogno di comunicare ciò che si è concepito. Questa capacità di articolazione di significati è propriamente il linguaggio”. Scrive Heidegger in “La poesia di Hölderlin”: “Noi siamo un colloquio, e questo vuol dire: possiamo ascoltarci l’un l’altro. […] Ma l’unità di un colloquio consiste nel fatto che di volta in volta nella parola essenziale è manifesto quell’uno e medesimo su cui ci troviamo uniti, sul fondamento del quale siamo uniti e siamo quindi autenticamente noi stessi. Il colloquio, con la sua unità, sorregge il nostro esserci”. Il filosofo austriaco arriverà ad affermare che “è il linguaggio stesso a parlare, in noi”. Per dar vita un colloquio, dunque, c’è bisogno di qualcosa che tenga unita i dialoganti. Così lo spiegava Hans-Georg Gadamer: “ciò che viene in luce nella sua verità è il Lógos stesso, che non è mio, né tuo, e che perciò sta al di là di ogni opinare soggettivo degli interlocutori, al punto che anche colui che guida il dialogo rimane sempre uno che non sa”. “Come nel gioco – ha proseguito Sansonetti -, dove, seppur l’obiettivo dei singoli giocatori può essere la vittoria, ciò che lo rende possibile sono le regole, cioè una base comune senza la quale il gioco non può esistere”. Questo ragionamento è fondamentale perché permette di comprendere come il partecipare a un dialogo autentico significa prendere consapevolezza che “chi dialoga non può non uscirne trasformato lui stesso, al di là che cambi o meno opinione”, per il fatto, come detto sopra, che il linguaggio istituisce, quindi trasforma il reale, quindi anche il soggetto, lo fonda, permettendoci così di “considerare seriamente le ragioni del nostro interlocutore”. È nel colloquio, dunque, nel dia-logos, nel “parlare-tra” che consiste l’autentico essere dell’uomo. Mai dimenticando, per concludere, che il linguaggio non può esprimere tutto (l’essenziale non è esprimibile), ma tutto ciò che può essere espresso, lo è attraverso il linguaggio.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

La mafia nigeriana e i suoi legami con le mafie italiane

2 Apr

Di questo ha parlato Sergio Nazzaro, autore del saggio “Castel Volturno”, intervenuto alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo: “in Italia la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane le ‘concedono’ i mercati della droga e della prostituzione”

sdrTrent’anni fa fu enorme il clamore suscitato dal brutale assassinio di Jerry Masslo, sudafricano, ucciso nel casertano (a Villa Literno) dove lavorava in nero nella raccolta dei pomodori. Tanto tempo è passato, tanta sofferenza ha continuato ad accumularsi grazie ad un sistema crimonoso diretto dalle mafie italiane ma, negli anni, sempre più “appaltato” a mafie d’importazione, in primis quella nigeriana. Anche di questo tratta il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana” (Einaudi 2013), che l’autore Sergio Nazzaro ha presentato alla Feltrinelli di Ferrara lo scorso 29 marzo – con l’introduzione di Isabella Masina – in occasione degli eventi in programma per la XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, organizzati dal Coordinamento di “Libera” Ferrara insieme ad “Avviso Pubblico”. Ripercorrendo alcune tragiche vicende che hanno interessato il tristemente noto comun casertano – come la “strage di San Gennaro” del settembre 2008, causata dai Casalesi, che ha portato alla morte del pregiudicato Antonio Celiento e di sei innocenti immigrati africani, o dell’enorme scandalo abusivo di Villaggio Coppola – Nazzaro ha cercato di delineare i tratti principali della mafia nigeriana nel nostro Paese, non solo in Campania, e i rapporti della stessa con le mafie italiane. “La criminalità organizzata nigeriana nasce nei cult universitari, o confraternite, del Paese africano. Alcuni nigeriani, poi, emigrano in Italia e qui ’imparano’ a diventare mafia”. Nel caso specifico di Castel Volturno, negli anni “i nigeriani hanno sostituito marocchini e tunisini nello spaccio sulle strade, mentre la camorra si occupa sempre più di affari importanti, più grossi e redditizi, lasciando spaccio della droga e sfruttamento della prostituzione ai primi. In Italia, quindi, – ha proseguito – la mafia nigeriana esiste e prospera perché le mafie italiane – dalle quali mutua i tratti – le concedono questi mercati, quelli più rischiosi, ’poveri’, che, in ultima istanza, rimangono sotto il controllo delle mafie italiane”. Tra le due, “ugualmente pericolose”, vi è “un rapporto di amore-odio, fatto a volte di omicidi e rese dei conti, altre volte di collaborazioni”. Difficile trovare facili soluzioni a problemi così enormi e radicati, ma, secondo Nazzaro, “di sicuro non servono i militari, mentre invece sarebbe già molto fornire di maggiori dotazioni le forze dell’ordine”, e, ad esempio, cercare di arruolare nelle stesse anche immigrati di seconda o terza generazione. Inoltre, la mafia nigeriana può essere sconfitta o comunque indebolita “studiandola bene, dal di dentro”, andando cioè a cercare davvero chi tira le fila dei traffici illeciti. Altro problema fondamentale – sembra banale dirlo – è rappresentato proprio dai “consumatori di droga e dai clienti che sfruttano le donne prostituite: se non ci fossero, non ci sarebbe nemmeno il mercato della droga e della prostituzione”. Durante l’incotnro è intervenuto anche Simmaco Perillo, presidente della cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, che a Maiano di Sessa Aurunca (CE) dal 2008 gestisce il bene confiscato “Alberto Varone”, diversi ettari di terreno nei quali lavorano persone svantaggiate. Infine, ricordiamo che venerdì 12 aprile alle ore 21 nella Sala del Coro del Monastero del Corpus Domini di via Campofranco si terrà un incontro con Margherita Asta, attivista di “Libera”. Il 2 aprile 1985 Margherita, che ai tempi aveva 11 anni, sopravvisse alla strage di Pizzolungo, messa in atto da Cosa Nostra nel trapanese, in cui persero la vita la madre e i due fratelli gemelli di soli sei anni d’età.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Sempre più eroina tra i giovani ferraresi

2 Apr

La mattina del 26 marzo scorso un 27enne è stato trovato morto in zona Krasnodar per eroina. I dati confermano l’aumento del consumo. Sempre più persone, e sempre più giovani, si rivolgono ai servizi per problemi legati alla tossicodipendenza. “Tutte le droghe oggi sono più pericolose”: la dichiarazione di Luisa Garofani del Sert

droga2Lo hanno trovato riverso sul letto una mattina qualunque di inizio primavera, privo di vita, quella vita strappata dalla droga. Aveva solo 27 anni il ragazzo, B. M., che nelle prime ore del giorno del 26 marzo scorso è morto per overdose, trovato così, esanime, dal padre nella camera della loro casa in zona via Bologna, vicino al Centro Commerciale “Il Castello”. E’ successo a Ferrara, è successo a un ragazzo, in una famiglia non dissimile da tante altre, in un tranquillo quartiere della prima periferia cittadina. Immediatamente i genitori hanno dato l’allarme ai soccorsi del 118, giunti sul posto con un’ambulanza, ma il personale sanitario non ha potuto far altro che constatare il decesso del giovane, per “arresto cardiocircolatorio”, si pensa causata da una dose di eroina. Per una triste combinazione, tre giorni dopo, il 29, all’Ospedale S. Anna di Cona era in programma l’incontro sul tema “Uso ed abuso di sostanze psicotrope nei giovani. Quali strategie a Ferrara”, nel quale sono stati coinvolti i diversi professionisti impegnati nell’ambito del consumo e delle dipendenze da sostanze stupefacenti.

I dati

In Emilia-Romagna la cannabis è stata la sostanza psicoattiva illegale maggiormente sperimentata dalla popolazione 15-65enne. Il 33,6% dei soggetti l’ha utilizzata almeno una volta nella vita, contro l’8,1% che ha utilizzato cocaina, il 4,5% stimolanti, il 3,9% allucinogeni e il 2,2% oppiacei. Più alti risultano i valori del consumo delle sostanze lecite, quali alcol (92,3%) e tabacco (62,8%). In generale risulta che i cittadini emiliano-romagnoli sono lievemente più esposti all’uso di sostanze rispetto alla media nazionale, soprattutto per i cannabinoidi, gli allucinogeni e i stimolanti. Negli ultimi 4 anni, nella provincia di Ferrara, le persone che si sono rivolte ai servizi sanitari per problemi legati al consumo problematico o alla dipendenza da stupefacenti o sostanze psicoattive sono passate da 2.114 a 2.421 con un incremento di periodo del 14,5%. La comparazione tassi di utenza complessiva colloca il territorio ferrarese al di sopra della media regionale, con un tasso standardizzato per età e sesso di 9,44 soggetti con dipendenza patologica ogni 1.000 abitanti contro l’8,78/1.000 della media regionale. La prevalenza della dipendenza patologica da droga nella popolazione generale vede ai primi posti il distretto Centro Nord con un tasso di 4,13 per 1.000 e il distretto Sud Est con 3,97 tossicodipendenti ogni 1.000 residenti di età compresa tra i 15 e i 64 anni. Il fenomeno del consumo di droga nel distretto Ovest continua negli anni ad avere un impatto minore rispetto alle altre realtà territoriali, infatti si rileva un tasso di 2,90 tossicodipendenti ogni 1.000 abitanti di età compresa tra i 15 e i 64 anni, collocandosi così al di sotto della prevalenza media provinciale che è di 3,80 casi ogni 1.000 residenti. Le sostanze primarie maggiormente consumate continua ad essere: l’eroina utilizzata da 628 pazienti pari al 73,3%, per il 96,4% con la modalità d’uso endovenoso; la cocaina utilizzata da 123 pazienti pari al 14,4% (3,6% con uso endovenoso); la cannabis utilizzata da 90 pazienti pari al 10,5%. L’analisi temporale del rapporto tra utenti distinti per sostanza primaria e popolazione target segue un trend in leggera decrescita per gli oppioidi (2,90/1.000, associato ad un incremento dei pazienti in trattamento per consumo problematico di cocaina (0,90/1.000) e di cannabinoidi (0,57/1.000). Nel tempo si conferma la tendenza selettiva per sesso della dipendenza da droghe: gli utenti in carico ai SerD sono in prevalenza maschi (M=84,5%; F=15,5%), con un rapporto di 5,4 maschi ogni femmina.

Adolescenti e giovani

A Ferrara, a partire dal 2000, si è assistito all’incremento costante dell’accesso ai servizi di adolescenti e giovani adulti (15-24 anni), che passano da 64 pazienti nel 2000 a 162 nel 2016, con un tasso di crescita di periodo del 153%. Il tasso di prevalenza età specifico passa da 4,6 per 1.000 nel 2007 a 6,2 per 1.000 nel 2016. L’età di accesso ai servizi si abbassa. Infatti la quota di soggetti con un’età compresa tra i 15 e i 19 anni di 31 utenti del 2007 raddoppia raggiungendo nel 2016 i 66 pazienti in trattamento. Questa nuova utenza assume comportamenti di consumo diversi rispetto al passato, infatti si incrementano le richieste di trattamento per abuso di eroina, 23,5% (fumata quotidianamente o per più giorni la settimana), di cocaina, 2,5% e per consumo problematico di cannabinoidi (37,0%). In generale gli adolescenti riferiscono di avere sperimentato molte sostanze (eroina, cocaina, amfetamine, ketamina, extasy, ice, sostanze allucinogene, ecc.) e di proseguire nel tempo nel poliabuso delle stesse. Tra le sostanze concomitanti all’uso primario va messa in luce la percentuale di consumo di cocaina che arriva al 35,6%. Nel 2016 sono stati 37 i minori (14-17 anni) che hanno seguito un percorso terapeutico dedicato; di questi 12 oltre al consumo di sostanze presentavano problematiche multidimensionali (sanitarie, familiari e sociali) e sono stati inseriti in team di co-progettazione socio-sanitaria che ha visto la collaborazione tra più servizi coinvolti sul caso (SerD, Uonpia, Psichiatria adulti, Asp). In risposta all’aumento del consumo di sostanze tra la popolazione giovanile, per facilitare gli accessi al sistema di cura, i servizi hanno attivato percorsi di presa in carico specifici diretti agli adolescenti attivando un’équipe multidisciplinare dedicata, al fine di agire precocemente, in una fase di uso non stabilizzato di sostanze psicoattive. In particolare l’intervento precoce dedicato ai giovani mira all’inquadramento diagnostico e al lavoro integrato con le famiglie e gli insegnanti ad orientamento cognitivo comportamentale. Da uno studio condotto a Ferrara su una coorte di pazienti di età inferiore ai 25 anni compiuti che hanno avuto accesso al Dipartimento di Emergenza di Ferrara (Ospedali di Cona, Ospedale del Delta, Cento e Argenta nel periodo compreso tra il 01/01/2012 e il 31/12/2016) con uno stato di agitazione psicomotoria, nel 27% del campione è stata fatta diagnosi di intossicazione correlata all’uso di sostanze compreso l’alcool. Il 67,1 % dei casi sono di sesso maschile contro il 32,9% del campione di sesso femminile.

“Tutte le droghe oggi sono più pericolose”: Luisa Garofani del Sert

“Quel che sappiamo e che si può dire è che il 27enne morto a Ferrara, in precedenza aveva consumato sostanze stupefacenti, e nell’ultimo periodo era stato lontano dai nostri servizi. Sul mercato ha trovato probabilmente un’eroina, com’è quella che si trova oggi, più potente ed incisiva anche negli effetti, in quanto addizionata con sostanze oppoidi o farmacologiche che la rendono anche molto meno controllabile, soprattutto da parte di chi, come probabilmente lui, non l’aveva mai provata, appunto perché da un po’ di tempo lontanto dal mercato”. A parlare a “la Voce” è Luisa Garofani, Direttrice del Sert di Ferrara. “Il giovane – prosegue – ha avuto dunque una recidiva, segnale di forte malessere, di mancanza di una prospettiva futura, nuovamente di ricerca di quel ’rifugio’ che è l’eroina. In generale, “come operatori in questo ambito, possiamo dire che oggi assistiamo a un’emergenza riguardante tre tipologie di consumatori di eroina, che successivamente hanno smesso di consumarla e poi ci sono ricascati: nel primo gruppo vi sono persone di una certà eta, che come servizi abbiamo seguito per un certo tempo e a volte hanno delle ricadute. Nel secondo gruppo vi sono appunto i giovani, che sperimentano un’eroina senza nessuna mediazione, da soli, magari con l’idea – che sta passando – che questa sostanza sia migliore rispetto a quella di una volta, basta non farsela in vena. Come detto prima, è vero il contrario, e questo vale anche se la si fuma. Infine, nel terzo gruppo vi sono persone che escono dal carcere, e che quindi vanno particolarmente attenzionate”. In generale, non solo a Ferrara, è in aumento il consumo di sostanze stupefacenti, anche di quelle considerate erroneamente ‘leggere’. “Erroneamente perché – sono ancora parole della Garofani -, la cannabis, ad esempio, se prima aveva un principio attivo del 4%, oggi quella che si trova sul mercato ha un principio attivo molto più elevato, addirittura del 20%. Non aiuta nemmeno il fatto che sia molto più facile reperirla, e che costi molto meno, così come le altre droghe, fatto che fa passare l’idea che siano più innocue”. La drammatica realtà è che le droghe, al contrario, “sono sempre più sintetiche, quindi molto più pericolose: il loro effetto è più potente, e il danno assolutamente incalcolabile”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

L’avvenire anticipato: il festival “Riaperture”

2 Apr

15 artisti dell’obiettivo ridanno luce a otto luoghi chiusi di Ferrara, fra cui la Caserma di Cisterna del Follo, l’attigua “Cavallerizza” e Palazzo Massari

cisterna12.1E’ una continua sfida immaginativa il percorso dell’edizione 2019 del festival fotografico “Riaperture”. Un entrare e uscire in edifici entro le Mura di Ferrara, tra abbandoni sedimentatisi in anni o in decenni. Eppure, per alcuni giorni (due fine settimana consecutivi, dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile), ci si possono concedere alcune ore per un insolito peregrinare fra ambienti spogli, pareti ammuffite, mobili impolverati. Luoghi nuovamente rinondati di luce naturale e di corpi, restituiti agli sguardi, ai passi e ai ricordi di ferraresi e non. Pellicole di polvere segno dell’incuria ma fondamentali per riavvolgere altre pellicole, quelle della memoria, e per crearne di nuove, storie ancora da raccontare. In questi luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, nella fissità di mura, antri e pavimenti, in questi spazi che assomigliano a cattedrali dell’incuria, proprio qui si può dunque decidere di immaginare un futuro, di aprire uno squarcio sul non-ancora, di accettare un “lasciapassare” per un avvenire che è e al tempo stesso non è, pronto a maturare, ad assumere forma, ma non del tutto prevedibile, decifrabile. Il visitatore può dunque investigare questi luoghi che erano, ammirarli lasciandosi catturare dalle fotografie esposte, sorprendenti nella loro bellezza. E così, ammirandole, essere assorbito dall’aura del luogo che le ospita, lasciandosi trasportare in un passato più o meno remoto. Il progetto “Riaperture” regala quindi a chi vuole esserne partecipe un nesso diretto fra tradizione e speranza, memoria e utopia. E proprio “utopia” è termine particolarmente calzante nella propria ambivalenza, in quanto non-luogo, dunque al tempo stesso mancanza, assenza, privazione (non-essere, non-più), e proiezione oltre il tempo del presente (non-ancora). “Riaperture” perciò anticipa un futuro dove questi luoghi potranno rifulgere di luce propria, di autoctona bellezza. E’ la speranza di ognuno.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Una rete di legalità per combattere la mafia anche in Emilia-Romagna

25 Mar

Il 21 marzo era la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”: tanti gli incontri anche a Ferrara, organizzati da Avviso Pubblico, Libera e altre associazioni e istituzioni locali

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“Spesso le mafie minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici: per questo è importante non lasciarli soli, ma creare una rete di supporto”. E’ questo l’impegno – che davvero dà senso a una vita – iniziato 22 anni da Avviso Pubblico (AP), Associazione che riunisce Enti locali e regioni antimafia, presentata a Ferrara lo scorso 21 marzo in occasione della XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. L’incontro svoltosi alla libreria Feltrinelli di Ferrara organizzato in collaborazione con il Coordinamento di “Libera” Ferrara, ha visto la presentazione del libro “Vent’anni di lotta alle mafie e alla corruzione. L’esperienza di Avviso Pubblico”, che raccoglie contributi, tra gli altri, di Rosy Bindi, don Luigi Ciotti e Agnese Moro. Forte è emersa ancora una volta la necessità di tenere sempre alta l’attenzione sulla mafia nella nostra Regione, teatro, negli anni scorsi, di due grandi processi, “Black Monkey” e “AEmilia”, doppia dimostrazione di come anche in Emilia-Romagna “vi siano (state) forti infiltrazioni di stampo mafioso”, ha spiegato Antonella Micele, vicesindaco di Casalecchio di Reno e coordinatrice regionale di AP. Nella nostra provincia, quattro sono i Comuni che hanno scelto di aderire ad Avviso Pubblico: Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera. Di quest’ultimo è vicesindaco Isabella Masina, che è anche giornalista, e che ha introdotto e moderato l’incontro a Feltrinelli, alternandosi in questo ruolo con Federica Pezzoli, volontaria e responsabile del settore informazione del Coordinamento di “Libera” Ferrara. Giulia Migneco, coautrice del volume e responsabile comunicazione di AP, ha spiegato come l’Associazione nasce proprio in questa Regione, grazie all’allora Sindaco di Savignano sul Panaro, Massimo Calzolari, il quale ebbe la grande intuizione di unire gli amministratori locali “che sentivano il bisogno di prevenire eventuali infiltrazioni mafiose nei propri Comuni, già presenti negli anni ’90, anche se in quegli anni quasi nessuno ne parlava. Nel ’96 in AP c’erano 14 amministratori locali, oggi siamo in 470. In più di vent’anni – ha proseguito – , nel nostro Paese sono stati oltre 300 i Comuni sciolti per mafia, dei quali uno in Emilia-Romagna nel 2016, Brescello”. “Le mafie – sono ancora sue parole – anche se uccidono di meno, sono sempre più forti, anche a livello economico – e in ambiti diversi, come quello del gioco d’azzardo, dell’agroalimentare o dei beni culturali -, e spesso minacciano o cercano di corrompere gli amministratori pubblici”. Una delle ultime, macabre, intimidazioni è quella rivolta due settimane fa a Sindaco, alla sua famiglia e a un assessore di Monte Sant’Angelo (FG) ed ente socio di AP, dove è stata fatta trovare una busta contenente un teschio umano. “Per questo è importante non lasciarli soli”, e AP nasce proprio come “rete di supporto che organizza anche progetti formativi, corsi di aggiornamento, avanza proposte per un’amministrazione trasparente, chiara, efficace e legale”, ha spiegato la Micele, oltre a monitorare l’attività parlamentare, “colmando così un vuoto lasciato dallo Stato e dalla crisi dei partiti”. L’obiettivo in provincia, e non solo, “è di ampliare il numero di Comuni aderenti ad AP, ma – ha spiegato Masina – stando molto attenti alla qualità e all’impegno degli stessi, evitando dunque collaborazioni o adesioni spot. Purtroppo bisogna constatare – ha riflettuto con amarezza – come l’anno scorso pochi erano gli amministratori locali presenti alle nostre iniziative in occasione della Giornata del 21 marzo”. Giornata che anche quest’anno ha visto e vedrà ancora diverse iniziative in provincia. Il 21 marzo scorso è iniziato con la lettura, nel Municipio di Ferrara, dei 1009 nomi delle Vittime di tutte le mafie, in contemporanea alla manifestazione nazionale tenutasi a Padova. Lettura alla quale hanno partecipato il Sindaco Tagliani e l’Assessore Sapigni, il Prefetto Campanaro, e rappresentanti dell’ISCO, Cgil, Emergency, Gruppo Scout S. Luca, Ail, Pro Loco Casaglia, Comitato Unicef Ferrara, Copresc Ferrara, Agire Sociale e singoli cittadini volontari. All’iniziativa era presente anche la classe V F del Liceo Scientifico A. Roiti di Ferrara, accompagnata dall’insegnante Andrea Celeghini. Poco prima della lettura è stata inaugurata la mostra di graphic novel “Vittime di mafia”, a cura dalla casa editrice Becco Giallo, allestita nell’atrio del Municipio. Sempre giovedì 21 nel Dipartimento di Giurisprudenza di Unife si è tenuto il seminario “Il diritto al viaggio”, mentre il giorno successivo nel “Punto 189” del Grattacielo di Ferrara si è svolto l’incontro dal titolo “Da Cosa Nostra a casa nostra: viaggio di scoperta, conoscenza e responsabilità”, con testimonianze e racconti video a cura del gruppo Scout San Luca e del gruppo dei giovani della parrocchia cittadina dell’Immacolata. Infine, l’ultimo appuntamento è in programma venerdì 29 marzo quando alla Feltrinelli di Ferrara verrà presentato il libro “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana”, con l’autore Sergio Nazzaro e Isabella Masina.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio