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Il Dio dell’impossibile e della misericordia: un incontro a Casa Cini

10 Giu

Silvia Zanconato e Piero Stefani hanno riflettuto sul Magnificat e sulla parabola del figliol prodigo

p6040464.jpg“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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Quella fragile e carnale umanità nelle opere di Marcello Darbo

10 Giu

La nuova personale dell’artista ferrarese, dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura”, inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nel suo studio in via Vittoria a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa nuova personale di Marcello Darbo dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura” – che inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nello studio dell’artista (via Vittoria, 22/b) – raccoglie una quindicina di opere su cartone, sfruttando in alcuni casi i diversi lati del supporto per dar vita a veri e propri “polittici”. Darbo torna a esporre dopo “Carne italiana” dell’estate 2017 e “Rifugi di Umanità”, esposta nel 2016 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno. Una gestualità, quella di Darbo, spesso rapida, decisa, un tocco quasi impetuoso, espressione di una forte tensione interiore, di chi non intende disperdere l’energia ma cerca di concentrarla, così da far emergere l’essenziale. Da questa grazia che innerva la mano dell’artista, di rendere con poche pennellate corpi umani disadorni ma mai impersonali, emerge una moltitudine che solo a uno sguardo superficiale può apparire seriale. Al contrario, l’invito è ad abbandonarsi all’incedere di queste figure – spesso nette nella propria virilità o femminilità, e perlopiù monocrome –, a questa costellazione carnale, per notare, di ognuna, l’ineliminabile alterità. Solo così, forse, si può in qualche modo far emergere l’essenza della condizione umana, senza fronzoli o inganni, ma ammirandone la natura caduca, al tempo stesso cruda e sobria. In questo risiede il fascino di questa esposizione: coinvolgere l’osservatore perché si appassioni a questi corpi fragili, ai loro movimenti e alle loro forme, lasciando che l’immaginazione e l’inconscio aggiungano storia, dinamicità, densità e bellezza. Simili a primitivi ammiratori di incisioni rupestri, proviamo dunque a farci prossimi a questi segni con occhi vergini, a denudarci di inutili sovrastrutture mentali per coglierne a pieno l’armonia, la voluttà, la commovente fragilità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 14 giugno 2019

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La natura trasfigurata nelle opere di Daniele Cestari

10 Giu

img_20190604_180245.jpgPaesaggi spettrali, incantati, composizioni di macchie dove una luce flebile, malata, spegne i contorni. Di estremo interesse l’ultima mostra personale del pittore Daniele Cestari, visitabile a Ferrara nella Sala Mediolanum in via Saraceno, 18/24 fino al 21 giugno. “Altri paesaggi” è il titolo del progetto espositivo dove atmosfere rarefatte convivono, come scrive il curatore Lucio Scardino nel catalogo, con strati di “fogli lacerati, spartiti musicali, registri contabili, frontespizi di vecchi libri, appunti manoscritti con bella calligrafia”. In parete è possibile ammirare ambienti naturali onirici, come evaporanti, che sembrano perdere la propria consistenza per divenire rappresentazione di un’inquietudine recondita. O le montagne, che ricordano quelle “incantate” di Michelangelo Antonioni nella propria metafisicità. Un’intuizione riuscita, dunque, quella di Cestari, capace di donare un’aura malinconica alle opere. Una malinconia, però, essa stessa indefinita, non mirata a un oggetto particolare, fonte di una vaga nostalgia, che avvolge in un senso di tedio e spaesamento profondi, difficilmente vincibili. Infine, un terzo “blocco” di tele – oltre a quello delle pianure e delle montagne – è rappresentato da alcuni monumenti della città di Ferrara (omaggiata anche con un’opera dedicata a San Giorgio e il drago): porte e portoni antichi, simboli arcani, inviti misteriosi ad accedere non in un luogo ma in una dimensione altra.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019

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“Contro la violenza sulle donne? Auto mutuo aiuto per rincominciare a vivere”

3 Giu

Alcuni mesi fa a Ferrara è nato il gruppo “Dire basta” per donne che hanno subito o subiscono violenza. Un gruppo fondato sulla fiducia, la riservatezza e la sospensione del giudizio. Per aiutare le vittime a superare il proprio trauma e a denunciare

violenza donne 4Aiutare se stesse e altre donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza fisica e psicologica. Da questo presupposto, apparentemente elementare, nasce l’idea, da sei mesi anche a Ferrara, di dare vita a un cosiddetto “Gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto” (A.M.A.), piccole comunità di donne, di qualsiasi età o provenienza, convinte di quanto sia fondamentale il confronto e il sostegno reciproco tra “pari”, tra donne vittime della violenza maschile. Un tipo di solidarietà “dal basso”, informale, che a Ferrara mancava, e che ora vede circa 11 donne partecipare agli incontri settimanali. “Dire basta” è il nome del piccolo gruppo A.M.A. nella nostra città, sostenuto da Agire Sociale, a cui, lo scorso dicembre, hanno dato vita Cristiana e Alla, cercando di replicare una simile esperienza presente a San Giovanni in Persiceto (BO), dove dal 2015 è attivo il gruppo “Mai più”, inizialmente composto da cinque donne, mentre oggi conta una 30ina di partecipanti. Da vittime di violenza a pioniere del mutuo-aiuto “Mai più” e “Dire basta” sono i primi due gruppi informali di Auto-Mutuo-Aiuto in Italia per donne che hanno subito o subiscono violenza. Esperienze simili, fortunatamente, stanno nascendo anche in altre città. Del gruppo nato 4 anni nel comune bolognese fanno parte donne di ogni età – anche 15enni – e di ogni provenienza. “Qui – ci racconta Cristiana – vi sono entrata dopo un lungo percorso di psicoterapia e mi sono sentita fin da subito compresa e ascoltata e soprattutto non giudicata”. Un ambiente “ideale” per trovare il coraggio di uscire dalla paura e dal senso di colpa, e per vincere quell’omertà che spesso si aggiunge, come una seconda violenza. “La violenza sulle donne è un mondo perlopiù sommerso, che difficilmente viene a galla. Inoltre – prosegue -, spesso la vittima è da molti giudicata, fatta sentire in colpa, costretta a doversi giustificare per quello che ha subito”. È un meccanismo micidiale, la donna invece che vittima si sente responsabile, inizia ad autocolpevolizzarsi, con ripercussioni psicologiche spesso devastanti. “Noi cerchiamo di rompere questo muro di isolamento che spesso rinchiude le donne. Il senso del gruppo sta nel condividere un dramma, un comune disagio – ci spiega Cristiana -, e al tempo stesso nel trovare le risorse per uscire dalla violenza stessa, in quanto ti senti aiutata a guardare avanti, capisci che non sei solo quello che ti è successo ma molto di più. E, inoltre, nel far questo, possiamo diventare anche un monito per altre donne”. La solidarietà tra loro è totale, lo si nota dall’affetto e dalla comprensione profonda, che trapela dai loro gesti e dalle loro parole. Ognuna non vive più solo per sé, col proprio dolore e nel proprio passato o presente terribile, ma ragiona, agisce, piange e ride sempre con le altre, sempre al loro fianco. “Ricordo, ad esempio – sono ancora parole di Cristiana -, il caso di una ragazza di 16 anni, a cui il gruppo di S. Giovanni ha dato la forza di denunciare”. “Qui – ci racconta invece Alla – per la prima volta dopo la violenza che ho subito, sono riuscita a piangere. Nel gruppo riesco ad affrontare tutto, del tuo dolore se ne fanno carico le altre, e quindi ti senti sollevata, e non poco. Alcune di noi diventano tra loro amiche anche al di fuori del gruppo, ci si chiama se si ha bisogno a qualsiasi ora del giorno o della notte. Nel gruppo – prosegue – non mi sento sola, mi sono liberata dalla paura e dal senso di colpa: aiuto le altre e aiuto me stessa. Un’altra cosa che ho imparato è a non essere indifferente e a non giudicare gli altri, ma a cercare di comprendere perché una persona si trova in una determinata situazione”. Le regole del gruppo sono poche ma assolutamente fondamentali per gli obiettivi per i quali nasce. Sono essenzialmente due: la riservatezza su ciò che viene raccontato al proprio interno, e la sospensione del giudizio, oltre alla partecipazione libera e spontanea e al rispetto dei tempi di ognuna ad aprirsi, a confidarsi alle altre. Si ascolta, si cerca di comprendere, si aiuta. Si dona la propria esperienza e umanità, evitando critiche o condanne. Questo permette alla fiducia di poter maturare fino a diventare piena, quindi alla persona di potersi aprire e provare, come bene descrive Alla, “quel senso di sollievo che si prova, tanto nel potersi sfogare quanto nell’ascoltare e prendere consapevolezza che non si è sole a vivere o ad aver vissuto certe situazioni”. L’obiettivo è che questo gruppo “duri nel tempo, che le donne sappiano che c’è qualcosa di sicuro nel caso ne abbiano bisogno”.

Gruppo “Dire basta” CONTATTI: Alla 377-2115127 ; Cristiana 345-7263679

—- LE TESTIMONIANZE —-

violenza donne 5Cristiana: “Il mio calvario dai 6 anni fino alla presa di coscienza che non avevo colpa”

“Ho subito abusi per oltre due anni”, è l’orribile racconto di Cristiana a “la Voce”, “dai 6 a oltre gli 8 anni d’età, da un vicino di casa. Molestava me e mia sorella. A 11 anni ne abbiamo parlato con i miei genitori, ma non hanno voluto affrontare la cosa. Negli anni ho iniziato a soffrire di ansia e depressione, ho ancora attacchi di panico, la mia vita quotidiana è stata compromessa, per anni ho avuto anche forti sensi di colpa. E c’è voluto tanto tempo per capire che ero la vittima, non la responsabile. Avevo sensi di colpa per non essere riuscita, io, bambina, a respingere quegli abusi. Ma negli anni ho capito che potevo uscirne e ho iniziato un percorso di psicoterapia che mi ha portato anche al gruppo di Auto-Mutuo-Aiuto”.

L’incubo di Adele: violenze e ricatti dal marito, anche davanti ai figli piccoli

“Con la nascita della mia prima figlia, a fine 2002, paradossalmente è iniziata la fine del mio matrimonio”, è il racconto sofferto di Adele (nome di fantasia), anch’essa parte della famiglia del gruppo A.M.A. “Dire basta” di Ferrara. “Persino la prima notte passata con mia figlia a casa dopo la sua nascita mi ha mortificato: la piccola, nutrita con latte artificiale in ospedale contro il mio espresso desiderio, faticava ad attaccarsi al seno, e il mio ex marito furioso, nel cuore della notte, mentre seduta sul letto cercavo di allattare la bimba, mi insultò e mi urlò che volevo far morire di fame sua figlia con le mie idee da ‘femminista di m…’. Non mi chiese mai scusa”. Tutt’altro. “Sei mesi dopo per una sciocchezza – continua Adele – mi strappò dalle braccia mia figlia, mi prese per lo scollo dell’abito strappandolo e mi chiuse in una camera fino a quando la bimba non ebbe bisogno di essere allattata: quella fu la prima volta che mi mise le mani addosso, la prima in cui mia figlia fu costretta – seppure molto piccola – ad assistere alla violenza fisica di suo padre. Con il senno di poi ora so che avrei dovuto chiudere lì il matrimonio ma non lo feci: me ne assumo ogni colpa”, è il suo rammarico. “Con la nascita del secondo figlio, che ora ha 14 anni, è stato chiaro che diverse opinioni sulla loro crescita e differenti progetti di vita stavano portando noi genitori alla separazione”, prosegue Adele. Nel frattempo, non cessano gli episodi di violenza psicologica, verbale, a volte fisica ai danni della donna, e si ripetono diversi “comportamenti totalmente irresponsabili da parte di lui anche nei confronti degli stessi bambini, tipico di una persona con disturbo antisociale di personalità. Dopo un altro episodio di violenza verbale e fisica sempre davanti ai miei figli, allora non più tanto piccoli, nel 2009 su consiglio di una psicologa gli comunicai la decisione di separarmi. La frase che mi disse, se allora la trovai crudelmente inutile e irrealizzabile, ora suona come una minaccia realizzatasi: ‘Se mi porti in tribunale, farò di tutto per portarti via i figli!’ ”. Continuano, negli anni successivi, le violenze di ogni tipo, le minacce, i ricatti. Adele, ora, denuncia, “da 43 mesi” può vedere la figlia “solo un’ora al mese” ed il figlio “2 ore ogni settimana”, in quanto “affidati a una parente del mio ex marito, e, di fatto, a lui stesso”. Un caso di alienazione parentale vissuto con indicibile sofferenza da Adele, e, dice, “fondato su accuse assolutamente false contro di me”.

“Io, sopravvissuta a un femminicidio, alle vittime dico: ‘denunciate subito’ ” : la testimonianza di Alla

“Nel 1995 mi sono trasferita dal mio Paese d’origine, la Russia, in Italia. Sarei dovuta rimanere per soli tre mesi ma scelsi di viverci, perché mi ero innamorata di lui”. Lui è l’uomo, un modenese, che sposerà, e che col quale avrà una figlia, oggi 23enne, e un figlio di 15 anni. Lei è Alla, laureata in ingegneria elettronica, viva per miracolo dopo essere stata pestata, gettata in un canale, rinchiusa nel bagagliaio di un’auto e nuovamente percossa dal suo ex marito. “Prima, mi sentivo colpevole – ci racconta -, perché ero innamorata di lui e quindi non comprendevo quel filo sottile che separa l’amore dalla possessività e dalla violenza, anche psicologica e verbale. Ti abbandoni a lui, stai a casa perché lui vuole così, non lavori, non esci nemmeno il pomeriggio a prendere un caffè o la sera a mangiare una pizza con un’amica, perché, lui mi diceva, ‘sono le puttane che escono la sera da sole’ ”. Da sole. Cioè senza un uomo a controllarle. “In 18 anni di matrimonio non sono mai uscita a mangiare una pizza con le amiche. Aveva plagiato me e i miei figli. Mi considerava un suo oggetto”. “Il primo schiaffo – ci racconta ancora – me l’ha dato quand’ero incinta di mia figlia di sei mesi, perché avevo messo una camicetta che secondo lui era troppo sexy. Mi disse: ‘se vuoi andartene, prima abortisci e poi vai via’. Ma feci l’errore di perdonarlo, quella volta e tante altre, perché ogni volta mi chiedeva scusa. Poi ha iniziato a dirmi: ‘Sei grassa come una mucca, ma come sei brutta. Ti sei guardata allo specchio? ’, e mi faceva sempre sentire in colpa per ogni minima cosa. Nel 2001 ho iniziato a soffrire di depressione. Anni dopo, nel 2008 ho scoperto che aveva un’altra donna e un altro figlio, che naturalmente manteneva, mentre da noi i soldi non bastavano mai. Quando l’ho affrontato, lui mi ha minacciato di nuovo e mi ha picchiato. Non l’ho denunciato, ma sono andata dal mio medico. Ma cos’altro potevo fare? Avevo tre figli, un mutuo sulle spalle. Come sarei potuta andare avanti da sola, con i miei lavoretti part time? Io volevo solo dare la miglior vita possibile ai miei figli. Per quello ho iniziato a sopportare: per i miei figli”. Nel 2014 l’incubo diventa totale, avviene l’episodio in cui Alla rischierà seriamente di essere uccisa da quest’uomo: “una notte, era luglio, mi ha svegliato tirandomi per i capelli e urlando. All’inizio non capivo cosa volesse. Mi ha buttato giù per le scale e trascinato in mezzo alla strada, sempre picchiandomi: mi accusava di tradirlo. Capivo bene che rischiava di ammazzarmi. A un certo punto mi ha preso e buttato in un canale lì vicino. Approfittando del fatto che se n’era andato, sono uscita dal canale e ho iniziato a camminare lungo la strada principale per chiedere aiuto. Ma lui mi ha visto, allora sono scappata, ma sono rimasta impigliata cercando di scavalcare un guardrail. Lui mi ha raggiunto, mi ha tirato per i capelli e mi ha buttato nel bagagliaio della macchina. Mi ha preso a sprangate le gambe: ‘così non corri più’, disse. Ogni tanto fermava la macchina e tornava a picchiarmi. Mi ha salvato il fatto che lui abbia chiamato al telefono un cliente del bar, convinto che fosse il mio amante. Ha iniziato a picchiarmi mentre era in vivavoce con lui, voleva che io confessassi il tradimento. Alla fine, ho anche provato a confessare questa cosa non vera, speravo di placare così la sua rabbia, non sapevo più che fare. Dall’altra parte della linea, quella persona è riuscita a chiamare i Carabinieri ma non sapeva dove eravamo. Intanto mio marito mi aveva rinchiuso nel bagagliaio e aveva ricominciato a guidare. Lì dentro ho realizzato che ormai mi mancava poco. Non ho ’visto’ la morte in faccia, ho ‘sentito’ la morte. Gli ho chiesto di farmi salutare i miei figli, era il mio unico pensiero prima di morire. Una volta arrivata in casa, mi ha ripreso dall’auto e buttato dentro. Ha ricominciato a picchiarmi. Ormai non sentivo più nemmeno il dolore. Dopo un’ora e quaranta minuti, i Carabinieri mi hanno trovata e portata in ospedale in ambulanza, a Bologna. Poi l’ho denunciato, al processo ha avuto il rito abbreviato e poi il patteggiamento: gli hanno dato appena un anno e dieci mesi, è stato libero subito. Dopo 2 mesi di carcere e 4 ai domiciliari, era di nuovo libero”. L’incubo non era finito. “Una notte è entrato in casa e ha provato a strangolarmi. Non voleva che chiedessi la separazione, voleva togliermi i figli, vittime anch’essi di violenza assistita. Non ho sporto di nuovo denuncia: se dopo quello che era successo aveva avuto solo un anno e dieci mesi, cosa gli avrebbero fatto ora solo per qualche livido che mi aveva lasciato sul collo? Mi sono rivolta agli assistenti sociali, ora sono separata ma c’è ancora una causa civile, perché c’è di mezzo un figlio minorenne. Lui ha gli stessi miei diritti. Con il procedimento penale c’è il patrocinio gratuito, ma con il civile no. Lì bisogna pagare e tanto. Come faccio a pagare il consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice? Per trovare duemila euro, devo lavorare tre mesi. Anche questa è violenza economica”. Insomma, conclude amaramente Alla, “per molti uomini la libertà di una donna ha un prezzo. Se lo paghi, alla fine sei libera”. Un costo alto, fatto di violenza fisica e psicologica, a volte pagato con la stessa vita. “Mi considero una sopravvissuta di femminicidio. Per questo alle donne vittime di violenza dico: ‘denunciate subito’ ”. Ora Alla gestisce un bar a Pieve di Cento. “Da cinque anni dormo sul divano con la tv accesa per la paura, devo controllare la porta d’ingresso, se qualcuno cerca di entrare, tengo con me sempre uno spray al peperoncino, e ho fatto un corso di autodifesa. Non riesco a fare la spesa da sola, per esempio, in quanto soffro di attacchi di panico. Ma ho un nuovo compagno”. Nel portafoglio conserva una foto che un’amica le scattò appena arrivata in ospedale, distesa sul lettino, il volto tumefatto e pieno di terrore. “Perché la tengo? Perché a volte ho avuto la tentazione di mollare tutto. Sono troppe le spese per l’avvocato, troppa la paura. Ma voglio andare avanti”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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La viva tensione in quei corpi che paiono nulla

3 Giu

Si intitola “La materia in sottrazione” l’importante personale dell’artista bolognese Adriano Avanzolini, esposta nella Galleria del Carbone di Ferrara fino al prossimo 9 giugno

dsc00014Il combattimento interiore della persona, ridotta a cosa fra le cose, eppur viva nella connaturata vocazione alla ricerca e a un approdo di senso. E’ denso di significati di smisurata profondità, il quarantennale percorso artistico di Adriano Avanzolini, artista bolognese classe ’45 la cui ultima personale, dal titolo “La materia in sottrazione”, una sorta di mini antologica, è ospitata fino al prossimo 9 giugno negli spazi della Galleria del Carbone di Ferrara. Nell’esposizione – a cura di Sandro Malossini e con presentazione in catalogo di Pasquale Fameli – sono presenti un ciclo di sculture in terracotta e lavori su carta e tela ad acrilico di grande dimensione. “E’ una pittura – spiega lo stesso artista nel testo in catalogo – dove il nero domina spesso, a spatolate larghe, come una ricerca di chiarezza che corrisponde al desiderio di sintesi e misura. Sperimento le infinite possibilità degli in-croci, dell’unione di espressioni artistiche vicine che accentuano la trasparenza in una meditazione espressiva silenziosa, sulla soglia che divide l’inizio dalla fine, dove tutto, insieme, esalta il discorso artistico”. In molte opere – soprattutto degli anni ’70, e alcune più recenti – spiega ancora Avanzolini, “rendo manifesto il luogo dove l’uomo esprime se stesso, mentre aspira ad una realtà superiore o si annichilisce. Passioni umane, torbidi mescolii, si fondono con elementi domestici inconsapevoli a fare un tutt’uno di simbolo e immagine concreta, teatrale”. Una quotidianità, come la definisce il critico Fameli, “squallida e insignificante”. Con il “Teatro del quotidiano” (1974), prosegue Fameli, “l’artista inscena e orchestra infatti i gesti di un’umanità oggettualizzata, ridotta a simulacro di se stessa, logorata dall’incrocio tra conflitti privati e collettivi. […] La collocazione di figure anonime e malinconiche in ambientazioni scarne, fatte di vecchie sedie in legno, poltroncine sdrucite, brande e tavolacci, assume nella ricerca di Avanzolini una più spiccata valenza metafisica”. I corpi fortemente sessuati, le pose e i gesti scabrosi riempiono la “scena”. Questa sorta di “cupio dissolvi” che sembra pervadere i residui di volontà di questi corpi relittuali agisce dentro una tensione che pare irrisolvibile, così da acquistare pienezza anche se mutilati, sensualità nella propria immobilità, soggettività nella paralisi. Sono attori, seppur di un palcoscenico assurdamente muto. Proprio questi “scarti” di vita, dove sembrano indicare una nullificazione, richiamano invece scintille di passioni forse non del tutto sopite, scampoli di tensioni soffocate, fossilizzate e scomposte, eppure magmaticamente vive. Come scrive lo stesso Avanzolini, “forme di vuota apparenza sono utili a prefigurare uno stato d’animo che, compenetrato nelle tenebre terrene, conduce chi guarda verso più alte aspirazioni. Lo spettatore è parte dell’opera, superandola, e tale pensiero non contribuisce a rendere più vivibile la vita”. Negli anni ’80 questa de-composizione raggiungerà una radicalità quasi estrema, la quale, pur non arrivando all’informalità, minimalizzerà comunque forme e linee, fino a svuotarle, per riempirle di nuova luce ed energia. Queste forme povere ed esangui riacquisteranno anima in alcune opere degli anni ’90 e 2000, dove simboli religiosi – anche cristiani, come la croce o il vincastro – e mitici o arcaici, faranno la loro comparsa. “Le croci – scrive ancora l’artista -, dove i vuoti prevalgono, definiscono lo spazio della scultura, la mia scultura, alla fine del millennio. Ho spogliato l’involucro carnale, accontentandomi della semplice trama che non arma il cemento, ma lo spazio. […] E’ stata emendata la scultura da ogni sensualità, ridotta all’osso. Ciò che avvicina è la vocazione al senso”. La mostra, che ha il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà visitabile fino al 9 giugno con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì dalle ore 17 alle ore 20; sabato e festivi dalle ore 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20; lunedì e martedì chiuso.

 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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Sr. Elena Ester, che ha scelto di “stare nel grembo di Dio”

3 Giu

La mattina del 1° giugno nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara si è svolta la celebrazione per la professione temporanea di una giovane novizia

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna tappa indimenticabile del cammino vocazionale di una novizia. La mattina del 1° giugno scorso sr. Elena Ester ha professato i “voti semplici” nel Monastero delle clarisse del Corpus Domini di via Campofranco. Particolarmente emozionante il momento della consegna del velo, della Regola e del crocifisso alla giovane suora. Nell’omelia, Fra Enzo Maggioni – ministro provinciale dei frati minori francescani del Nord Italia, che ha presieduto la liturgia – ha preso le mosse da una domanda apparentemente scontata: “tutti nasciamo in un grembo caldo e accogliente, quello materno, e al tempo stesso siamo nel grembo della storia, di un tempo nel quale ci è dato vivere”. Siamo anche in un grembo più grande, “in Dio, che ci ha creati per puro dono, per pura grazia, la matrice originaria di ognuno è un dono assoluto, immeritato”. Per questo possiamo fare “esperienza di essere dentro una vita bella, che non viene dal nulla, ma da un dono e va verso un dono”. La vita è dunque questa “gestazione, questo processo che ci porta a essere davvero noi stessi, sempre alla luce di Gesù Cristo”. Solo da qui può scaturire quella “speranza vera, che nessuno può toglierci, anche se, certo, il cammino è faticoso”. Per questo è importante non dimenticarsi di porci davanti al Signore pregando così: “Signore, i tuoi desideri sono i miei”, cercando cioè di essere “in comunione con Lui”. “Le nostre sorelle, anche quelle di questo Monastero – ha concluso -, hanno il compito di rendere evidente ciò che è importante per ognuno, cioè di renderci attenti alla dimensione della fede, senza abbandonarci al materialismo oggi così diffuso”. Prima della conclusione della Messa, sr. Elena Ester ha salutato e ringraziato tutti i presenti. A seguire, vi è stato un piccolo rinfresco nel giardino del Monastero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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Sperimentare insieme linguaggi nuovi per testimoniare Cristo

3 Giu

Il 1° giugno alla Città del Ragazzo si è svolta la terza e ultima tappa della Giornata del Laicato dell’anno pastorale: dal prossimo autunno, torna il Laboratorio della Fede e prende avvio la “Bottega della Parola”, fucina di progetti da realizzare a livello diocesano. L’intervento del nostro Arcivescovo sul tema della missione

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Conoscersi, prendere consapevolezza, discernere insieme e fare proposte per l’intera Chiesa locale. Questi i momenti che hanno scandito nel corso dell’anno il lungo e complesso lavoro di ricerca e progettazione comunitaria delle laiche e dei laici nella nostra Arcidiocesi. Un cammino fatto di diversi incontri, e di tre tappe fondamenali, le giornate del Laicato svoltesi il 29 settembre il 9 febbraio e il 1° giugno scorsi. Giorgio Maghini, uno degli organizzatori della Giornata del Laicato (GdL) ha posto fortemente l’accento sulla “sperimentazione” di linguaggi e forme nuove dell’evangelizzazione, “per cercare di dare alle verità eterne un linguaggio comprensibile alle realtà di oggi”. I frutti del lavoro di un anno riguardano innanzitutto “un metodo”, utile affinché “l’attitudine all’ascolto reciproco potesse avvenire in maniera ordinata”. Il secondo frutto – ha proseguito Maghini – è rappresentato dalle 180 proposte emerse dalle schede raccolte nella GdL del 9 febbraio scorso, mentre gli altri due, non meno importanti, “da una maggiore conoscenza di quanta vita c’è nella nostra Diocesi, e dalla consapevolezza dello spirito di servizio della GdL nei confronti delle realtà della nostra Diocesi”. Tutto ciò all’interno di una cornice magisteriale che riconosce al laicato il suo ruolo dentro la Chiesa e, di conseguenza, il suo “diritto-dovere” di partecipare e non più delegare: da alcuni documenti del Concilio Vaticano II a “Evangelii Gaudium” (si pensi ad esempio al n. 41), oltre alle due lettere pastorali di mons. Perego, in attesa della terza per il prossimo anno, nella quale centrale sarà il tema della vocazione dei laici. E, sempre pensando al prossimo anno, in autunno prenderà avvio in Diocesi la nuova Scuola di teologia pastorale, che si è scelto di intitolare a Laura Vincenzi, e della quale parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

Cos’è emerso dalle schede dei laici

Un primo tema frequente in diverse schede riguarda l’ambito della comunicazione della fede: a tal proposito, una proposta ricorrente è stata quella di promuovere gruppi sulla Parola di Dio. In generale, ha spiegato ancora Maghini, “siamo chiamati a uno sforzo comunicativo maggiore e più incisivo, a pensare anche a strumenti diversi o a migliorare quelli già esistenti”. Inoltre, è importante che “la nostra comunicazione dialoghi maggiormente con il resto della comunicazione del territorio della Diocesi, evitando un’ottica di contrapposizione”. Due sono le proposte di lavoro presentate, base della progettazione pastorale del 2019/2020: la prima rigurarda la ripresa dell’esperienza del Laboratorio della fede, già svoltosi lo scorso anno, un progetto di formazione e discussione comunitaria richiesto a gran voce da molti laici. Necessarie sono alcune modifiche: innanzitutto decntrarlo maggiormente (in modo che non sia solo cittadino), attuarlo in collaborazione con realtà diocesane già esistenti, e che concretamente sia luogo di lavoro corresponsabile tra laici e consacrati. L’altra proposta è quella della “Bottega della Parola”, una fucina di progetti concreti – per ora solo ipotizzati – per (ri)tradurre in linguaggi sempre nuovi la Parola di Dio. Una ventina i progetti scelti fra i tanti proposti nelle schede: percorsi condivisi tra parrocchie e insegnanti di religione, la partecipazione a eventi di “volontariato” non diocesani, laboratori di teatro per raccontare la fede e la tradizione della Chiesa, momenti di festa aperti a tutti, non solo ai membri della comunità ecclesiale, percorsi tra le riccheezze artistiche del nostro territorio, un concorso di arte sacra per giovani artisti; e ancora, incontri interculturali e interreligiosi, una commissione mista per pensare a nuove forme liturgiche, scuole di formazione politica e sociale, o nell’ambito della comunicazione. Chiunque lo desideri, può rendersi disponibile a collaborare al Laboratorio della fede o alla “Bottega della Parola” inviando una mail a gdlcollaboro@gmail.com.

Uno stile cristiano fondato sulla missionarietà: l’intervento di mons. Perego

Fare sintesi dell’anno pastorale che sta per concludersi, anche grazie alle riflessioni emerse dalla GdL, e al tempo stesso gettare le basi per il prossimo. Su questo si è concentrato mons. Perego nel suo intervento alla Giornata del Laicato del 1° giugno, anche in vista della Tre giorni del clero in programma nei giorni successivi, e di cui parleremo nel prossimo numero. Gli stili di vita cristiani saranno al centro del prossimo anno pastorale, tema centrato in modo forte sul concetto di missionarietà: “la Chiesa della comunione e della corresponsabilità – ha spiegato il Vescovo – non interpreta questi stili di vita solamente all’interno di essa, ma anche e soprattutto all’esterno, per generare qualcosa di nuovo nella società”. Non a caso, il prossimo anno pastorale prenderà avvio in ottobre, scelto come Mese missionario straordinario dal Santo Padre in occasione dei 100 anni dalla Lettera Apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV, dedicata proprio all’“attività svolta dai missionari nel mondo”. Una questione, quella della missionarietà, più che mai necessaria in un periodo storico come il nostro, dove, in particolare in Occidente e si pensi anche, nello specifico, alla nostra Chiesa locale, “scarseggiano sempre più missionari, fidei donum, seminaristi” e in generale sacerdoti. Senza però dimenticare, dall’altra parte, i tanti laici che scelgono di vivere periodi di volontariato in varie parti del mondo, o i tanti sacerdoti che sempre più, soprattutto dall’Africa, si trasferiscono nelle Diocesi italiane. Contro la tentazione di alcuni cristiani di chiudersi, il Papa propone dunque un rinnovato spirito missionario, tanto nelle nostre città quanto in altri Paesi, con il Mese straordinario e con l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, in programma dal 6 al 27 ottobre prossimi. “Il tema della missionarietà – ha proseguito il Vescovo – caratterizzerà inoltre il prossimo quinquennio della Chiesa italiana”. Ma una nuova presenza missionaria esige “una nuova forma della missione e della vita della Chiesa, forma che prende spunto dalle esperienze che troviamo negli Atti degli Apostoli. La missione – sono ancora parole di mons. Perego – nasce quindi dal superamento della tentazione della sterilità pastorale, dell’autoreferenzialità, della nostalgia del passato fine a se stessa. Spesso fatichiamo a ripensare noi stessi, il nostro essere Chiesa, a ripensarci insieme, proprio in ordine alla missione, a immaginare una forma diversa della Chiesa. Questa nuova forma ecclesiale, perciò, non richiede solo un cambio delle strutture fisiche, ma anche e soprattutto delle strutture mentali di ognuno: la GdL serve proprio ad aiutare questa trasformazione”. Dalla GdL, sempre nel solco dell’“Evangelii Gaudium”, per mons. Perego è emersa dunque “l’importanza della soggettività del popolo di Dio e l’evangelizzazione come scelta pastorale fondamentale”, scelta che, per essere autentica, “deve mutare il volto delle nostre parrocchie e delle nostre comunità”, che non devono essere introverse ma estroverse, rivolte al “bene dell’intera comunità”, non solo di quella ecclesiale, “ritornando sempre alla novità di Gesù Cristo, accompagnando le persone, ogni persona, nel rispetto della dignità e in uno spirito di solidarietà”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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Una nuova Casa dell’accoglienza a Ferrara

27 Mag

La sede di IBO Italia inaugurata ufficialmente lo scorso 23 maggio in via Boschetto nell’ex Scuola Banzi: la scommessa di chi vuole coniugare legalità e solidarietà

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn anno fa nasceva la non facile fase di ristrutturazione dell’ex edificio scolastico all’inizio di via Boschetto, zona San Giorgio. Una genesi alquanto travagliata, avvelenata da polemiche utili solo alla propaganda di alcune forze politiche. Ma con tenacia e pazienza, Dino Montanari, Direttore di IBO, e i tanti operatori e volontari, si sono rimboccati le maniche e mese dopo mese hanno ridonato bellezza e agibilità a quella che fino a una ventina di anni fa era la Scuola Banzi, già di per sé dunque luogo di educazione, legalità e accoglienza. Ora “Casa IBO” è ufficialmente un nuovo, pacifico “avamposto” di educazione alla bellezza dell’incontro con l’altro, di costruzione, seppur lenta e mai facile, di relazioni, dal “vicino di casa” poco “dialogante” fino a persone bisognose in ogni angolo del mondo. Da metà aprile scorso, IBO quindi è di fatto operativo nella struttura di via Boschetto, ma solo giovedì 23 maggio scorso si è svolta la cerimonia ufficiale d’inaugurazione. Dopo lo scoprimento della targa all’ingresso, da parte del Presidente IBO Alberto Osti, il taglio del nastro da parte del Sindaco Tiziano Tagliani e la benedizione di don Emanuele Zappaterra, Assistente Spiriturale dell’Associazione, Montanari ha presentato il progetto e lasciato spazio a diversi interventi. A partire proprio da quello dell’ormai ex primo cittadino Tagliani, che ha posto l’accento su questa “scommessa”, per ora vinta, di una nuova sede in una zona differente (la precedente, lo ricordiamo, era in via Montebello). “Oggi inauguriamo – ha spiegato – un centro importante per l’intera città e per sviluppare relazioni in tutto il mondo. Non esistono barriere, siamo qui per sottolineare anche l’importanza della ricchezza culturale, in una città come la nostra aperta a diversi contributi, in un mondo composto da realtà diversificate, a volte contrapposte tra loro: ma proprio per questo è importante imparare le regole della convivenza”. Don Zappaterra ha invece elogiato lo “spirito che accompagna questi giovani e volontari” e “l’importanza di costruire relazioni”. Dopo l’intervento di Alessandra Genesini, Dirigente del Servizio Patrimonio del Comune di Ferrara, ha preso la parola Laura Roncagli, presidente di Agire Sociale: “oggi il termine solidarietà non va di moda, incredibilmente le ONG vengono considerate come qualcosa di negativo”. Anche per questo è importante un luogo come “Casa IBO”, “la cooperazione si concretizza in ogni parte del mondo, anche in situazioni di povertà estrema, grazie a un volontariato formato, giovane, che vuole mettersi in gioco, nel rispetto delle culture e delle tradizioni. Siamo tutti cittadini del mondo – ha concluso -, penso ad esempio a Sofia, volontaria IBO a Panciu”, in Romania. A seguire sono stati ringraziati Giorgia Fregatti, volontaria IBO, alcuni rappresentanti della contrada di San Giorgio, don Onesimo Venansio, in rappresentanza dell’omonima parrocchia, e un pensionato residente su via Comacchio, a pochi passi da Casa IBO. Presenti all’inaugurazione anche una rappresentanza del Comando provinciale dei Carabinieri, della Polizia di Stato, don Paolo Cavallari e diversi assessori e consiglieri comunali. Il Presidente Osti ha preso dunque la parola per sottolineare come ormai “siamo entrati integralmente nel quartiere, i residenti nel tempo hanno imparato ad accoglierci”, prima di citare una frase di don Primo Mazzolari: “è pagano nell’anima chi accetta l’ingiustizia e l’oppressione col segreto proposito di riuscire a mettersi tra i privilegiati e gli oppressori”. Infine, ha preso la parola una vera e propria istituzione di IBO Italia, il suo fondatore ed ex presidente, Padre Angelo Marcandella, che nel 1957 portò anche nel nostro Paese l’esperienza nord europea di Soci Costruttori. “Spero che in questa sede – ha spiegato – si realizzino tante cose belle, iniziative in aiuto ai più deboli, per andare incontro a chiunque ha bisogno, indifferentemente dal colore della pelle o dalla nazionalità”. “Con grande piacere abbiamo visto la rinascita di questo luogo, per noi è un pezzo di cuore”, raccontano, invece, a “la Voce”, Santina e Fiorella, madre e figlia, dal ’63 residenti in via Boschetto nel condominio di fronte all’ex Banzi. “Ci ricordiamo del lungo periodo di degrado in cui versava”, proseguono, “IBO invece rappresenta qualcosa di davvero positvo in ambito sociale. La paura di alcuni residenti della zona – prosegue Fiorella – nasce da pregiudizi e da un clima oggi putroppo dominante. Noi abbiamo parlato con Dino [Montanari, ndr], ci siamo informate sul progetto di Casa IBO. Alcuni nostri vicini hanno cambiato in meglio la propria opinione su questo progetto, altri no. Noi addirittura stiamo pensando di chiedere di poter fare in questa sede le nostre riunioni condominiali”. Entusiasta della nuova sede è anche la volontaria Giorgia Fregatti: “lavoro qui vicino, alla Fitofarmaci San Giorgio, e mia nonna abita poco distante. Il prossimo 24 giugno partirò per un’esperienza di volontariato a Catania”. Rosa, invece, è originaria di Manfredonia, nel Gargano, ed è iscritta a Scienze dell’educazione all’Università di Ferrara. “A fine febbraio scorso – spiega a “la Voce” – ho iniziato il Servizio civile in IBO, dove mi occupo di social media e comunicazione. Era da tempo che volevo fare un’esperienza di volontariato e qui è proprio un bell’ambiente, c’è un clima accogliente”. Infine, Eugenio, fresco di laurea all’Ateneo di Bologna su una tesi dedicata agli interventi educativi per minori, svolge incontri e laboratori nelle scuole medie e superiori della città: anche lui da febbraio svolge il suo anno di Servizio Civile con IBO, per fare esperienza e un giorno poter lavorare in ambito educativo. La mattinata inaugurale si è conclusa con un rinfresco a cura dell’associazione “Lo Specchio”. Il giorno seguente, venerdì 24, nel pomeriggio si è tenuta l’Assemblea Annuale dei Soci di IBO Italia, mentre sabato 25 è stata interamente dedicata all’accoglienza delle numerose persone accorse per visitare la sede e conoscere i volontari. La mattina stessa è stata celebrata la Santa Messa, seguita dal pranzo con i volontari e cooperanti IBO partiti per il Burundi e altri paesi africani dagli anni ’70 agli anni ’90.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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Clima, grave è la situazione sotto il cielo (ma non irrisolvibile)

27 Mag

Il “meteorite” Homo Sapiens ha provocato e continua a provocare danni enormi all’ecosistema. Ma c’è ancora speranza. Un Seminario il 25 maggio in Municipio a Ferrara per denunciare, proporre azioni concrete e immaginare un’informazione differente

climaIl giusto equilibrio tra l’urgenza di una denuncia e di una sensibilizzazione che sia forte, e, dall’altra parte, la necessità di non creare paralizzanti timori nelle persone, ma di far loro comprendere come la situazione del nostro pianeta è sì molto seria ma non per questo affrontabile e migliorabile. E’ stata questa la linea che i diversi relatori alternatisi la mattina di sabato 25 maggio in Municipio a Ferrara, hanno privilegiato. Nella Sala del Consiglio Comunale si è svolto il Seminario pubblico dal titolo “Cambiamenti climatici e informazione: i ruoli e le azioni possibili di istituzioni, cittadini e media”. L’incontro, moderato dal Responsabile Ufficio Stampa del Comune, Alessandro Zangara, è stato organizzato dall’Ordine Giornalisti e della Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna insieme all’Ufficio Stampa stesso e in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e il Museo civico di Storia Naturale di Ferrara. “Il clima, certo, da sempre subisce modificazioni significative, anche nel nostro territorio, ma in questo periodo storico è importante analizzare i co-effetti dell’azione della natura e di quella dell’uomo”, ha esordito Stefano Mazzotti, ricercatore e responsabile del Museo di Storia Naturale locale. “Dagli anni ’80 del secolo scorso l’uomo ha immesso nell’atmosfera molta più CO2 rispetto a prima”. Per questo, gli scienziati dovrebbero “alzare la voce”, farsi sentire di più riguardo a questa vera e propria “crisi climatica, a questa situazione davvero drammatica, descritta come tale da innumerevoli riviste scientifiche almeno dal 2015. Sempre più frequenti e acute saranno situazioni come quelle vissute nel nostro Paese di bruschi cali di temperatura in stagioni primaverili, o, al contrario, com’è accaduto a inizio maggio, di temperature di 30° in Siberia e di 15° in Groenlandia. Fino al 2050 è previsto a livello globale un aumento di 2°, ma potrebbero essere anche di più”, ha proseguito Mazzotti. “E’ già in atto l’estinzione di diverse specie animali (insetti, anfibi, piccoli mammiferi e coleotteri, ad esempio), con tutte le ulteriori conseguenze di ciò sull’ecosistema. Risulta poi che l’estinzione di alcune speci di vertebrati sia 114 volte più veloce rispetto al passato. L’Homo Sapiens – ha concluso – è paragonabile a un meteorite sul pianeta terra per quello che sta scatenando”. Alessandro Bratti, direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), ha scelto, invece, di porre maggiormente l’accento sui cambiamenti positivi da parte di cittadini e istituzioni nell’affrontare il problema. “L’Unione Europea – ha spiegato – si è posta l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti di almeno il 20% entro il 2020 e di almeno il 40% entro il 2030 (per l’Italia del 33%, in quanto varia da Paese a Paese), rispetto al 1990. Nel 2017 la temperatura media in Italia risultava maggiore di 1,30° (+1,20° a livello globale), mentre dal 1981 l’aumento era di 0,36°”. Due, però, sono i dati positivi: “nel nostro Paese nel primo trimestre del 2019 si registra una diminuzione di emissioni di gas serra pari allo 0,4%, grazie soprattutto al decremento dei consumi di gas a livello domestico e dei trasporti, e nonostante il lieve aumento del PIL (+0,1%). Inoltre, nella nostra penisola è in aumento la quota di energia da fonti rinnovabili (dati 2016-’17). Gli effetti positivi di tutto ciò, è normale, si vedranno a distanza di anni, di decenni”. Gli ultimi due interventi della mattinata si sono concentrati sul ruolo fondamentale dell’informazione e della comunicazione. Elena Stramentinoli, redattrice della RAI, già inviata del programma d’inchiesta “Presa Diretta”, ha spiegato com’è “molto bassa la percentuale di notizie sui media riguardanti l’ambiente, e di queste una buona parte riguardano il meteo, o la cronaca”. Di solito, poi, l’informazione tratta questa tematica usando “toni catastrofici, allarmistici, calcando molto sull’emotività, mentre sarebbe importante apporofondire, spiegare meglio i vari nessi causa-effetto, non giocando sulle reazioni di angoscia e di sconforto dei cittadini” che non fanno comprendere come il tema sia complesso, la situazione grave, ma affrontabile e risolvibile. Per questo sarebbe utile proporre esempi e azioni positive, concrete, e, non meno importante, “supportate scientificamente”. Infine, l’ultimo intervento è spettato a Sergio Gessi, giornalista e docente del corso di “Etica della comunicazione” all’Università di Ferrara, il quale, fra le varie riflessioni, ha ragionato sull’importanza di avere nelle redazioni dei giornali esperti di tematiche ambientali.

“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: anche a Ferrara il secondo “Sciopero globale per il clima”

2“Come vivi senza colpevolezza se hai consapevolezza?”: così recitava uno dei tanti cartelli issati da alcuni giovani studenti ferraresi la mattina di venerdì 24 maggio per il secondo “Sciopero globale per il clima”. Circa 200 ragazze e ragazzi – molte meno rispetto al primo Sciopero, a metà marzo, ma non meno “agguerriti” – sono scesi lungo le strade della nostra città per la seconda mobilitazione di “Fridays for future” volta a sensibilizzare sull’emergenza climatica, sulle cause che l’hanno provocata e sulle possibili soluzioni. Il corteo è partito da piazza Castello diretto al parco Giordano Bruno, passando per Largo Castello, corso Giovecca, via Palestro, Porta Mare, corso Ercole I d’Este, pedonale dalla Casa del Boia, viale Belvedere, corso Porta Po, via Cittadella, attraversamento viale Cavour, corso Isonzo e via Poledrelli.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 maggio 2019

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Partecipazione, cura e convivialità: ecco la “Rete” del civismo ferrarese

20 Mag

Nato nel seno dell’Urban Center cittadino, il progetto di coordinamento delle esperienze virtuose di cittadinanza dal basso è stato presentato lo scorso 13 maggio nella sede dell’ex Mof. La sinergia col “Forum Civism” di Firenze

facebook_1557927188707Può l’informalità strutturare un’azione costante nel tempo, senza scadere nello spontaneismo? E può l’orizzontalità diventare principio basilare, senza che ne risentano la concretezza e l’efficienza? Sono alcune delle sfide raccolte dalla neonata Rete che a Ferrara, grazie all’appello di un gruppo di cittadini, intende sviluppare un coordinamento tra le esperienze civiche locali nate negli ultimi anni. Il tutto con il supporto fondamentale dell’Urban Center comunale. Già pronta la “Carta dei principi, finalità e funzionamento”, unico strumento necessario data l’informalità del soggetto. Soggetto che è stato presentato pubblicamente lo scorso 13 maggio nella sede dell’ex Mof di corso Isonzo da Chiara Porretta e Ilenia Crema dell’Urban Center, da alcuni anni attivissime – insieme all’Assessorato con delega alla Rigenerazione Urbana, guidato da Roberta Fusari – nel promuovere e coordinare esperienze locali di cittadinanza attiva, mutuale e dal basso. Sono dodici i membri del nodo operativo di questa Rete nata formalmente lo scorso 29 novembre e sul cui nome gli stessi aderenti – che possono essere singoli (attualmente una cinquantina) e gruppi/associazioni (per ora una ventina) – hanno già avanzato diverse proposte. Gli albori del progetto è, però, giusto farli risalire al 2011 quando l’Amministrazione dà vita a “èFerrara Urban Center”, al quale sono seguite una 70ina di iniziative e proposte sparse in tutto il territorio comunale, tra cui “Un tavolo lungo un parco”, “Insieme per il Quartiere Giardino”, “Gas K”, “Condominio solidale”, “Ricostruiamo l’Aquilone”, “Ferrara mia”, “Web Radio Giardino”, “Officina dei saperi”. Altra tappa importante è stata, nel 2016, la redazione della Carta dei Beni Comuni, manifesto di principi e azioni prioritarie condiviso dalle comunità di pratiche coinvolte nel progetto Urban Center. Il 13 maggio sono state presentate, attraverso interviste video o testimonianze dal vivo, cinque delle pratiche virtuose nate negli anni: la festa di strada su via Zemola (illustrata da Paola Giatti), ripetuta quest’anno il 19 maggio; il “ParcoLibro” a S. Bartolomeo in Bosco, spiegato da Stefano Padovani; il percorso partecipato nato intorno alla Scuola elementare “Bruno Ciari” di Cocomaro di Cona per la riqualificazione del giardino della struttura, presentato da Paola Onorati; “Krasnopark” (illustrato da Silvia Ridolfi), e infine il progetto di cura e valorizzazione di un parchetto pubblico in zona via Comacchio (a cura di Massimo). A seguire, sono intervenuti tre studenti della Facoltà di Economia del nostro Ateneo, membri del “Comitato Piazzale Circolare” che sta organizzando il primo festival di Green Economy nella nostra città – la “Giornata dell’economia circolare” – in programma il prossimo 27 giugno alla Factory Grisù di via Poledrelli, con stand, workshop e conferenze. Ma il progetto dell’Urban Center e della Rete crescono anche alla sinergia con realtà simili presente in altre città, in modo particolare con il “Forum Civism Beni Comuni”, presentato nell’incontro pubblico da una delle portavoci, Annalisa Pecoriello. Il progetto “Civism” nasce nel 2015 per promuovere nuove forme di benessere collettivo attraverso la condivisione tra persone che vivono in situazione di prossimità (condomini, quartieri ecc.). Da qui è poi nato il “Forum”, sempre partendo dal principio dell’importanza – per creare nuove relazioni fra cittadini e con le istituzioni – della condivisione di oggetti, luoghi, tempi e competenze. Negli anni si sono perciò sviluppate e interconnesse comunità urbane e rurali, esperienze di microcredito, Gruppi di Acquisto Solidali, mercati contadini, Open Source, progetti di inclusione dei migranti e molto altro. In alcuni casi delicati (si pensi allo stabile Spin Time a Roma, v. articolo a fianco), “preferiamo parlare – ha spiegato la Pecoriello – di presidio e custodia di beni comuni, non di occupazione. Si tratta cioè di riappropriarsi di luoghi abbandonati dalle istituzioni, non facendone un uso esclusivo ma di tutti e per tutti”. Un esempio è Mondeggi Bene Comune di Bagno a Ripoli (Firenze), comunità attiva per l’autodeterminazione alimentare attraverso l’agroecologia e la libera condivisione dei saperi, e ispirata ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo. Uno dei tanti esempi concreti di superamento della dicotomia pubblico-privato, nella continua tensione verso quella “terza via” rappresentata appunto dal concetto di “bene comune”. Ciò che emerge da questa multiforme progettualità condivisa – a Ferrara come a Firenze e in tanti altri luoghi del nostro Paese – è che la città da luogo nel quale vivere sostanzialmente come ospiti, passando dalla lamentela alla passività, diventa un corpo in continua trasformazione. Una trasformazione inevitabilmente collettiva, partecipata, dal basso, che cambia in positivo non solo il volto del tessuto urbano, ma le sue stesse infrastrutture relazionali, ridefinendo il concetto di partecipazione e di cittadinanza.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

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