L’incontro dei Coordinatori diocesani: confronto tra una 40ina di persone. Sabato 12 febbraio la Giornata del Laicato dedicata al Sinodo
Da Vigarano a Comacchio, da Pontelagoscuro a Santa Maria Codifiume. Gli estremi della nostra Diocesi si sono toccati per una sera, in occasione del secondo incontro dei Coordinatori del Sinodo.
Una bella immagine di comunione, di desiderio di confrontarsi, di guardarsi negli occhi e lasciarsi interrogare. Il 4 febbraio una 40ina di persone si sono collegate con don Michele Zecchin, Responsabile per il Sinodo in Diocesi, e con altri presenti nella chiesa di Sant’Agostino.
Don Zecchin ha introdotto illustrando brevemente alcune delle tappe dei prossimi mesi, a partire da quattro incontri nel periodo quaresimale che vedranno coinvolti l’Associazione Viale K, i Ricostruttori nello Spirito, Comunione e Liberazione e la Città del Ragazzo. Appuntamenti di cui vi parleremo in modo più dettagliato più avanti.
Circa a metà aprile, poi, dovrebbe avvenire la consegna dei risultati dei vari gruppi di lavoro, di cui il Coordinamento diocesano farà una sintesi che invierà, come tutte le Diocesi, ai Vescovi italiani. Sintesi che, ha proposto Cecilia Cinti, può essere anche inviata ai gruppi e diffusa nell’intera Diocesi (proposta, questa, subito confermata da don Zecchin).
Il percorso sinodale, pur andando avanti, di certo non procede senza ostacoli. I motivi sono diversi e intuibili: l’emergenza sanitaria che rallenta e rende difficili gli incontri, la disaffezione diffusa verso la Chiesa, le divisioni e le incomprensioni all’interno della Chiesa stessa. Ma il Sinodo – come ha detto Patrizia Trombetta dell’equipe sinodale – «è un’esigenza, un’urgenza. Dobbiamo cercare di suscitare entusiasmo e speranza nelle persone».
Invito raccolto: «stiamo vivendo una bella esperienza di confronto tra parrocchiani dell’Unità pastorale», ha riferito don Luciano Domeneghetti di Ostellato. «C’è voglia di raccontarsi ed è importante riscoprire la bellezza del dialogare e del ritrovarsi, soprattutto in presenza. C’è sconforto ma anche desiderio di un cammino di comunione». Importante è che «questo confronto non arrivi solo agli “addetti ai lavori”: la percezione è che coloro che non vivono un cammino di fede, non siano dentro questo dinamismo».
«Nell’Unità pastorale Borgovado – ha spiegato Daniela Salvi – abbiamo pensato di concentrarci su due categorie: le famiglie giovani che si stanno avvicinando alle parrocchie, e i giovani che sono passati nelle nostre parrocchie ma che poi le hanno lasciate, non trovando altrove alternative, luoghi di speranza».
Un’altra “categoria” di persone da cercare di riavvicinare è quella dei genitori dei bambini del catechismo, «la maggior parte dei quali non frequenta la Chiesa», ha riflettuto Rita da Pilastri-Burana. «Anche noi stiamo cercando di avvicinare questi genitori», ha spiegato don Stefano Zanella della parrocchia cittadina dell’Immacolata. «Abbiamo pensato di fare un incontro con loro dopo avergli inviato alcune domande» sulla Chiesa e sulla fede, «per poi rifletterci insieme».
Un sempre difficile rapporto tra il “dentro” e il “fuori” la Chiesa, quindi, dove spesso gli stessi confini sono labili. Una tensione ben descritta da Alberto Mambelli di S. Caterina Vegri (UP dei Borghi fuori le Mura): «dobbiamo essere coscienti dell’importanza del dialogo innanzitutto fra noi nella Chiesa, per poi aprirci di più all’esterno». Apertura che significa anche «comunicazione, integrata e più incisiva», come sottolineato da Alberto Lazzarini, e rapporto con le forze sociali, economiche e del volontariato, come emerso dagli interventi di Enrico Ghetti (S. Maria Codifiume), don Zecchin e di altri.
Sempre nella consapevolezza che i “lontani” non si raggiungono con le riunioni o i grandi eventi, ma col contatto personale, al massimo con piccoli gruppi nei quali potersi conoscere e sentirsi liberi di parlare e di mettersi in gioco.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022
Si è dovuti attendere l’ottava votazione per eleggere il “nuovo” Presidente della Repubblica. Lo stesso Mattarella in più occasioni l’aveva escluso con chiarezza. Quella proposta PD sulla non rieleggibilità
di Andrea Musacci
Tanto rumore per nulla. O meglio, per lasciare (più o meno) tutto così com’è. Sergio Mattarella, 80 anni, è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica Italiana. La più alta carica dello Stato, quindi, almeno per questa volta, non andrà al sempre papabile Giuliano Amato, alla “vecchia volpe” Pierferdinando Casini, né agli e alle outsider Elisabetta Belloni, M. Elisabetta Alberti Casellati, Sabino Cassese o Carlo Nordio (solo per citare quelli maggiormente presi in considerazione la scorsa settimana).
Un secondo mandato che, a detta di tutti i leader politici che gli hanno chiesto di rimanere al Quirinale, non sarà “a termine” ma pieno. Ciò vorrebbe dire che Mattarella sarà – prima volta assoluta in Italia – Capo dello Stato per 14 anni consecutivi. L’unico precedente di un Presidente della Repubblica rieletto è quello di Giorgio Napolitano che, entrato in carica una prima volta nel 2006, fu rieletto obtorto collo nel 2013 ma dimettendosi nemmeno due anni dopo.
La Costituzione italiana, ricordiamolo, afferma che la durata del mandato del capo dello Stato è di 7 anni, ma non si esprime sull’eventualità di una rielezione, che quindi è legittima. I padri costituenti, però, come si può immaginare, vedevano come di gran lunga preferibile per uno Stato democratico il settennato, dunque l’alternanza non solo dei parlamentari e dei membri del Governo, ma anche della carica più importante.
Appena un anno fa, nel febbraio ’21, nel messaggio in memoria del Presidente Antonio Segni (per i 130 anni dalla nascita), Mattarella citava un suo messaggio alle Camere del 1963, nel quale espresse «la convinzione che fosse opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del Presidente della Repubblica. In quell’occasione Segni definiva “il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato”». Inoltre – aggiungeva Segni – “la proposta di modificazione vale anche ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del Capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”. Di qui l’affermazione che, “una volta disposta la non rieleggibilità del Presidente, si potrà anche abrogare la disposizione dell’articolo 88 comma 2° della Costituzione, che toglie al Presidente il potere di sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato”.
Questa nuova smentita dei padri costituenti è il segno di una grave crisi del sistema politico e di rappresentanza nel nostro Paese. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi: da una parte, un eccesso di atteggiamenti di fatto “provocatori”: il candidare a ripetizione personalità anche con incarichi istituzionali importanti (e a volte a loro insaputa), per mettere alla prova le altre forze politiche; il tutto in nome di una travisata idea di trasparenza. Dall’altra parte, un eccesso di prudenza e di attendismo, forma sempreverde di “gattopardismo”; più che tatticismo, vera e propria mancanza di coraggio e incapacità di riconoscere come valide, proposte provenienti dai partiti avversari, che pure ci sono state. Perlopiù, e non è un particolare da poco, perché ha riguardato alcune donne, impedendo così quella piccola “rivoluzione” di una Presidente a capo della nostra Repubblica.
Tra l’altro, stupisce scoprire come lo scorso novembre due senatori del Pd – Luigi Zanda e Dario Parrini – abbiano presentato una proposta di riforma della Costituzione in cui si afferma che il mandato del capo dello Stato potrà essere solo uno, di 7 anni. Niente rieleggibilità, quindi. Chissà se quella proposta almeno ora andrà in porto.
«Tra otto mesi il mio incarico termina, come sapete l’incarico di Presidente della Repubblica dura 7 anni: io sono vecchio, tra qualche mese potrò riposarmi». Così il capo dello Stato Sergio Mattarella rispondeva lo scorso maggio alle domande di alcuni bambini in una scuola primaria di Roma che gli chiedevano del suo futuro.
Parole che risuonano oggi ancor più forti, a dire della scelta difficile e anomala, pur compiuta da convinto servitore delle istituzioni quale sempre ha dimostrato di essere.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 febbraio 2022
FERRARESI NEL MONDO / terza parte. Nel 2000 fu tra i costruttori delle Torres El Faro, le più alte dell’Argentina, Paese dov’è nato. Tifoso del Boca Juniors, la sua famiglia gestiva la trattoria “Al vintiùn” in via Carlo Mayr: «che nostalgia per i cappellacci...»
Italiano, anzi ferrarese, ma nato a Buenos Aires nel difficile secondo dopoguerra.
È la storia di Carlos Alberto Montanari, nato nel 1951 da Leonella Bizzotto e Rinaldo Montanari, sposato con Graciela Lopez dal 1980 e padre di due figlie, Luciana Carla, nata nel 1984 (Architetta) e Maria Florencia, nata nel 1988 (Ingegnera del software).
È lui a raccontarci la sua storia famigliare dove, però, il legame con la città è rimasto sempre molto forte. «Finita la seconda guerra mondiale, mio padre Rinaldo, nato a Ferrara il 16 luglio 1924, si trasferisce a Roma nel ‘29 con i suoi genitori (Carlo Alberto 1892-1981 e Alice Zampini 1897-1976, nata a Rovigo), e sua sorella Maria Luisa 1920-2020. Mio nonno Carlo Alberto (nato a Ferrara nel borgo San Giorgio) non trova lavoro, così una sorella di mia nonna gli trova un impiego come portinaio in un palazzo in via Marsala dietro la Stazione Termini. Mio nonno era uno degli otto figli di Tommaso Montanari (Masin), e Anna Faghetti». Una stirpe di ferraresi doc. «Mio nonno ha fatto il soldato nella guerra del 1914 e nel 1939 e mi ha insegnato a suonare l’ocarina…».
Con una punta di commozione mal celata, Carlos ci spiega come fosse «gente molto povera di soldi ma miliardaria di affetti, amore e tante altre cose che il denaro non può comprare.
Il padre Rinaldo – che si fermerà alle Elementari – fa una scelta ancora più drastica di quella del nonno: «nel 1946 emigra a Buenos Aires perché in Italia dopo la guerra non era facile trovare un lavoro e una sicurezza economica». Due anni dopo lo raggiunge tutta la famiglia: Carlo Alberto, Alice, Maria Luisa con sua figlia Mirella Masti, nata a Roma.
Il lavoro nelle costruzioni, tradizione di famiglia
A Buenos Aires il nonno Carlo inizia a lavorare nei cantieri, svolgendo la mansione di ferraiolo in una ditta specializzata in cemento armato di due fratelli piacentini, Pietro e Lino Bertoncini. Carlos ripercorre i loro racconti del periodo della guerra, vissuto da partigiani. Nel 1955 anche il padre Rinaldo inizia a lavorare per loro, in mansioni di ufficio. Ci lavorerà fino al 1969, quando morirà per cancro a soli 44 anni. Carlos, 18enne, una volta finite le scuole, segue la tradizione di famiglia e inizia a lavorare con i fratelli Bertoncini, iscrivendosi nel frattempo a Ingegneria all’Università Tecnologica Nazionale (Universidad Tecnológica Nacional) di Buenos Aires. Nel ’79 si laurea e continua a lavorare con i Bertoncini fino al 1996, anno di chiusura dell’impresa.
Da lì inizia una nuova vita, una nuova storia. «Allora ho compreso che fosse arrivato il momento di aprire una mia impresa con altri due ingegnieri, Giulio Cesare Leonardi e Osvaldo Gabriel Pugliese, oltre a un quarto socio, Julian Alles, oggi scomparso. La ditta si chiamava INGEPLAM S.A. che sta per “Ingegneri Pugliese, Leonardi, Alles e Montanari”. In quattro anni siamo cresciuti molto, al punto tale che nel 2000 abbiamo realizzato due grattacieli di 170 m di altezza, chiamati Torres El Faro a Puerto Madero, Buenos Aires». Non due torri qualsiasi, ma le più alte dell’intera Argentina, con 46 piani di appartamenti e un’altezza di 170 metri.
«Era il nostro primo cantiere importante», prosegue Carlos. «Poi, abbiamo realizzato molti altri grattacieli e palazzi, fino alla grave crisi economica del 2008 a causa della quale la nostra impresa è andata in crisi. Ma senza piangere né lamentarci, abbiamo incominciato da capo. Oggi, abbiamo un’altra ditta, Orqui Construcciones S.A., che sta andando bene».
La trattoria in via Carlo Mayr
Ma l’esistenza di Carlos rimarrà sempre intrecciata alla storia di Ferrara. «I fratelli di mio nonno Carlo gestivano una trattoria in via Carlo Mayr 21 a Ferrara», dove ora c’è l’Osteria Rosafante. «Si chiamava “Al vintiùn” (“Il ventuno”)». Mara Montanari, una cugina di Carlos, lavorò in questa storica trattoria di famiglia, dai 12 ai 34 anni d’età. Ai fornelli c’erano le sorelle del nonno.
«Nel 1974 ho trascorso 15 giorni a Ferrara. Non ho mai mangiato così bene in vita mia: il pane, il grana, i cappelletti, e tante altre cose che mi hanno riportano alla mia infanzia, dove la domenica si mangiavano cappelletti, cappellacci, passatelli e altri tipi di pasta. Tutti a lavorare dal sabato per mangiare la domenica. In Italia, poi, sono tornato nel 1980 e nel 2015».
Carlos ci lascia perché ha un appuntamento importante con una sua grande passione, il calcio: «vado a vedere in tv la partita del Boca Juniors, squadra che tifo da quando ero bambino». È la squadra più forte di Buenos Aires insieme al River Plate. Ma il saluto che ci consegna, prima di lasciarci è inequivocabile del suo legame, indelebile, con Ferrara: «Forza Spal!».
Andrea Musacci
(I primi due racconti di ferraresi nel mondo sono usciti nei due numeri precedenti)
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 febbraio 2022
In aumento i casi di violenze, fisiche e verbali, contro gli ebrei: i dati e alcuni episodi. La polemica sul “Festival delle memorie” al Teatro Abbado: perché è pericoloso diluire la memoria della Shoah
di Andrea Musacci Troppo spesso, da troppo tempo, da più parti si compie un errore che può portare a conseguenze gravi: parlare dell’antisemitismo solo come qualcosa che appartiene a un passato da condannare, ma che non si ripeterà. Il punto è che si sta già ripetendo. Gli episodi di antisemitismo, infatti, sono in aumento da anni, agevolati da un muro di omertà costruito nei decenni in buona parte grazie alla demonizzazione dello Stato di Israele. Una forma moderna di antisemitismo travestito da antisionismo.
Gli ebrei “sterminatori”
E a proposito di antisemitismo camuffato da critica politica, ha giustamente indignato molti (ma mai abbastanza) l’affermazione di Vittorio Sgarbi, Presidente della Fondazione Ferrara Arte, durante la presentazione del discusso “Festival (pardon, Settimana) delle memorie”. «Di uno sterminio [Moni Ovadia], per pudore, non si occupa: è quello dei palestinesi. Sarebbe una provocazione troppo grave aggiungere anche quello sterminio che lo Stato di Israele è venuto facendo in questi anni, per ragioni che si possono discutere, ma che sono indiscutibili rispetto al fatto». Da queste affermazioni, Ovadia non ha mai preso le distanze perché, com’è risaputo, rispecchiano a pieno le sue idee. Opinioni esecrabili in quanto paragonano lo sterminio pianificato di 6 milioni di ebrei con la difesa di un piccolo Stato democratico com’è Israele dalle continue minacce di un nuovo sterminio. Fortunato Arbib, Presidente della Comunità Ebraica ferrarese, ha rilevato come l’opinione di Sgarbi «fa eco all’usuale propaganda del Fronte di Liberazione Palestinese e di Hamas per giustificare il continuo lancio di razzi su una popolazione di civili inermi in Israele».
Sul “Festival delle memorie”
«Il rischio è che con il Festival si abbia un effetto di banalizzazione, diluizione e di spettacolarizzazione di una tragedia unica per finalità, dimensione sia numerica che territoriale, modalità e scientifica ferocia», ha detto Arbib nel sopracitato comunicato. E così, il Festival che tanto vorrebbe unire le coscienze in uno sdegno universale, divide ancor prima di nascere e riduce la Shoah a una delle tante tragedie della storia. Come se gli ebrei dovessero, arrivati a un certo punto, farsi da parte, “fare posto” alle altre vittime, non monopolizzare la memoria. Argomentazioni, queste, tipiche degli antisemiti. Questa china “diluzionista” potrebbe davvero portarci un giorno a trasformare il 27 gennaio nel “Giorno delle memorie”?
Il 23 gennaio rav Amedeo Spagnoletto, Direttore del MEIS, ha comunicato che il 30 gennaio non prenderà parte alla presentazione del libro di Piero Stefani “La parola a loro” alla quale era stato invitato insieme a Ovadia. «Questo – ha detto – per non rischiare che il senso dei reali obbiettivi che hanno sempre mosso le scelte istituzionali del MEIS, in particolar modo sul tema così sensibile della Shoah e della memoria, possa essere frainteso».
Nuovo vecchio antisemitismo
Il recente Rapporto sull’antisemitismo dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) parla di «nuovi miti antisemiti e teorie cospirazioniste che incolpano gli ebrei della pandemia». Il documento segnala un aumento degli episodi antisemiti nei paesi membri dell’Ue. In ItaliaNel Rapporto che incrocia, invece, i dati dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), con il contributo dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dell’Osservatorio antisemitismo del Cdec, si legge: «gli incidenti antisemiti registrati sono aumentati per due anni consecutivi, nel 2018 e 2019, prima di diminuire leggermente nel 2020. La tendenza generale per il periodo 2010-2020 mostra un aumento del numero di incidenti antisemiti registrati». L’Italia, con 101 episodi identificati si piazza al quarto posto dopo Germania, Paesi Bassi e Francia. Ma proprio la raccolta dei dati è una delle questioni su cui secondo l’Agenzia Ue è necessario che i Paesi Ue intervengano con maggiore sollecitudine. Si registra, infatti, una sottostima rispetto agli episodi antisemiti, in tanti casi non denunciati. Cito a mo’ di esempio un caso recente. Roma, gennaio 2022:i carabinieri indagano sulla scritta antisemita “Zurolo giudeo” fatta trovare sul portone di un palazzo in via Eleonora d’Arborea, vicino piazza Bologna. La vittima è l’ex portiere dello stabile, Carmine Zurolo, già direttore del giornale “La voce di tutti”.
Nel Regno Unito
Agosto 2021: Il Community Security Trust (CST) ha pubblicato un rapporto semestrale che dimostra come gli episodi d’odio nei confronti gli ebrei siano fortemente aumentati nel Paese durante i fatti avvenuti a maggio tra Israele e Gaza. Come riporta anche il Guardian, sono stati registrati 1.308 episodi di antisemitismo da gennaio a giugno 2021, il 49% in più rispetto ai primi sei mesi del 2020, quando erano 875.
Negli USA
Due settimane fa l’attentato in Texas: il sequestro degli ostaggi alla sinagoga “Beth Israel” di Colleyville non ha prodotto vittime innocenti. Dei quattro sequestrati, uno è stato liberato durante le undici ore di assedio e tre sono riusciti a fuggire in mezzo all’azione della polizia, in cui è stato ucciso solo l’attentatore. Negli Usa gli attacchi alle sinagoghe sono numerosi e spesso mortali. Difficile dimenticare, per esempio, la strage del 2018 alla sinagoga Etz Haim di Pittsburgh, in cui un terrorista uccise 11 fedeli in preghiera. Secondo un report dell’American Jewish Committee, circa il 25% degli ebrei americani ha sperimentato sulla propria pelle una forma di antisemitismo. Il 17% ha dichiarato di essere stato insultato di persona, l’8% anche più di una volta. Il 12% è stato minacciato online o sui social, il 7% più volte. Il 3% ha subito attacchi fisici e di questi il 2% più volte. Nel mirino gli ebrei tra i 18 e i 49 anni.
In Palestina l’odio contro gli ebrei è insegnato anche a scuola
Secondo un Rapporto inedito commissionato dall’Ue nel 2019 all’Istituto tedesco Georg Eckerte, per due anni tenuto nascosto al grande pubblico, i libri di testo dell’Autorità Palestinese incoraggiano la violenza contro gli israeliani, il popolo ebraico e includono messaggi antisemiti. Lo scrive in un’inchiesta il Jerusalem Post.
Un Rapporto di quasi 200 pagine che prende in esame 156 libri di testo e 16 guide didattiche per insegnanti, pubblicati dal Ministero dell’Istruzione palestinese tra il 2017 e il 2020. Da questi testi emerge come i bambini palestinesi vengano educati in classe «con slogan antisemiti e incitamenti alla violenza finanziata dall’Ue». Numerosi gli esempi: dal libro che elogia la strage del ’72 alle Olimpiadi di Monaco, a quello di studi religiosi che chiede agli studenti di discutere i «ripetuti tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto», fino a un libro di testo arabo per la quinta elementare che glorifica la terrorista Dalal Mughrabi che, insieme ad altri combattenti di Fatah, nel ’78 in Israele uccise 38 civili israeliani, tra cui tredici bambini. O il libro di testo che collega la zia di Maometto che bastonò a morte un ebreo a una domanda agli studenti sulla fermezza delle donne palestinesi di fronte all’«occupazione sionista ebraica».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022
FERRARESI NEL MONDO / seconda parte. Residente a Évreux, in Normandia, per tanti anni ha vissuto a Longwy, nel nord est del Paese. A 7 anni è emigrata con la famiglia da Portorotta, vicino Portomaggiore, in cerca di fortuna. «Ci chiamavano “macaroni”, non è stato facile»
«Mi chiamo Piera Wolf Ruiba, sono nata il 1° marzo 1949 a Portorotta vicino Portomaggiore». Così inizia il racconto di un’insegnante emigrata, suo malgrado, 65 anni fa con la famiglia, quando ancora era una bambina.
«Mio padre aveva una zia in Francia, emigrata col marito nei primi anni del fascismo a Longwy, nel nord est del Paese, dove c’era tanto lavoro grazie all’industria siderurgica. Nel 1956 trascorre un anno con loro mentre cerca un lavoro e un alloggio per la famiglia». Poco dopo, la decisione di trasferirsi. «Il 3 gennaio 1957 siamo partiti io, i miei genitori e il mio fratellino Michele di 15 mesi».
Un’emigrazione totalmente economica, quindi, causata dalla mancanza di speranza nei confronti del nostro Paese. Dopo pochi anni, forse, il boom economico gli avrebbe fatti desistere dal partire. «Ma i miei genitori volevano essere sicuri di pagare gli studi a me e a mio fratello se ce ne fosse stata la necessità». Non fu facile per una bambina di 6 anni: «lo sradicamento fu duro per tutti. Grande fu la mia sofferenza nel dover lasciare le mie nonne, il resto della famiglia, le mie amiche…». A Longwy arrivano di domenica, «e il giorno dopo mio papà mi porta subito a scuola. Fu un trauma per me. Per fortuna la scuola mi piaceva, e forse perché parlavo già due lingue (il ferrarese e l’italiano) ho imparato il francese in soli due mesi. Forse è anche questa una delle ragioni che hanno contribuito al mio amore per le lingue, specialmente l’inglese, che poi ho studiato all’università». Ma integrarsi ed essere accettati non è stato per nulla semplice. «Quando siamo arrivati in Francia, in quella cittadina che a me sembrava sempre in fiamme, ho vissuto nel dolore e nella paura. E noi italiani eravamo anche vittime di razzismo, i francesi ci chiamavano “macaroní”. Anche per quello sono rapidamente diventata la migliore alunna della scuola».
Piera, poi, si laureerà, 20enne, all’università di Nancy-Metz, e inizierà subito a insegnare l’inglese. A Longwy vivrà fino al 1983, anno in cui sceglierà di seguire il marito in Normandia, dove ancora vive, per la precisione a Évreux, una cittadina a 100 km da Parigi e altrettanti dal mare. «La mia casa ricoperta di canne è tipica della Normandia rurale. Nelle città se ne vedono poche e sono sempre più rare, dato che al giorno d’oggi questo tipo di tetto costa moltissimo ed è molto difficile trovare la mano d’opera specializzata». A Évreux insegna dal 1983 al 2002, quando viene messa in pensione anticipata per problemi di salute. «Sono ancora in contatto con una decina dei miei ex studenti e almeno cinque di loro sono diventati anche loro professori d’ inglese. Bella soddisfazione!».
Il trauma nel dover lasciare la propria terra
«Dell’Italia che ho lasciato da bambina, mi manca tutto. Ho sofferto moltissimo della nostra emigrazione. Al giorno d’oggi si direbbe che ho sofferto di depressione e di trauma. Ma negli anni ‘50 e ‘60 non era ancora di moda la psicoterapia…», ci racconta con mestizia. «Ho lasciato un paesino dove tutta la gente si conosceva e dove avevo molti parenti, specialmente le mie nonne, con cui ero cresciuta molto più che con i miei genitori. Finché ho vissuto a Portorotta tutte le case erano come se fossero le mie case e tutta la gente era la mia famiglia».
A Portorotta e nella zona di Portomaggiore Piera ci è ritornata, fino al 1970, per le vacanze, e successivamente due o tre volte all’anno, portando con sé amici e amiche. «Nel 2015 – ci racconta – per la Fiera di Portomaggiore abbiamo organizzato una riunione dei Ruiba, la “Ruibata”, e ci siamo ritrovati in più di 40 per una bella festa. L’ultima volta che sono andata a Portomaggiore è stata nel 2017. Adesso la mia salute rende difficile il viaggio. E quando mi sposto vado a Stoccolma dove mia figlia Julia e la mia nipotina Eva abitano da otto anni.
Ho ancora tanti amici e parenti nella zona dove sono nata, e adesso che non mi sposto più, siamo in contatto per telefono e tramite FaceTime. Sono un’incurabile nostalgica, sarà anche per questo che non mi sono mai dimenticata né l’italiano né il ferrarese».
Andrea Musacci
(Sul prossimo numero, il terzo racconto di ferraresi nel mondo. Il primo, dedicato alla storia di Luca Azzolini, è uscito sul numero del 21 gennaio scorso)
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022
L’interessante confronto tra i movimenti e le associazioni della nostra Diocesi sul percorso sinodale
Mescolarsi, concretizzare, uscire. Sono questi i tre verbi che ricorrono nel confronto in atto nella nostra Diocesi sul tema del Sinodo.
L’incontro on line della Consulta delle aggregazioni laicali svoltosi lo scorso 11 gennaio (di cui in parte abbiamo già parlato nel numero scorso) ha confermato da più parti la volontà profonda di dialogare sull’anima e la missione della Chiesa, contaminandosi appunto – nel giusto equilibrio tra unità e rispetto delle differenze -, pensando a iniziative comuni e rivolgendosi, com’è nello spirito sinodale, a chi la Chiesa non la conosce, non la vive o l’ha abbandonata.
Tanti i presenti all’incontro dell’11: Massimo Minichiello (CVX), Francesca Ferretti (Agesci), Monica Rivaroli, Giorgio Maghini, Marcello Musacchi (Uffici pastorali diocesani), Pia Rovigatti (Cooperatori Salesiani), Massimo Martinucci (Unione Preghiera Beato Carlo), Franca Malini Poggi (Movimento dei Focolari), Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Alberto Mambelli, Grazia Fergnani (Rinascita Cristiana), Umberto D’Antonio, Luciano Giuriola, Chiara Benvenuti (Le Bissarre), Alice Baserga (Incontro Matrimoniale), Lorenzo Lipparini (Neocatecumenali, presenti per la prima volta), Grazia Ansaloni (Ass. Suor Veronica), Chiara Ferraresi (AC), Carlo Tellarini (CL).
Conoscersi, mescolarsi
«L’invito è a mescolarsi nel rispetto di ogni carisma ed esperienza, per far circolare le varie ricchezze o povertà verso la scoperta di una nuova forma di Chiesa», ha esordito Minichiello. Tema ripreso anche da Martinucci: «quando si parte per camminare insieme non si parte mai dall’inizio perché tutti noi stavamo già camminando, non occorre ricominciare da capo. Faccio presente che sul tema della famiglia, esiste già qualcosa che si è mescolato in questi anni: il Forum delle Associazioni Famigliari». Ferraresi ha rimarcato: «Mi piacerebbe il fatto di mescolarsi e di lavorare in piccoli gruppi», quest’ultima, fase che potrebbe partire dopo la Giornata del Laicato (GdL) di febbraio. E a proposito della GdL, Maghini ha spiegato come «la Giornata del Laicato potrebbe favorire questo incontro tra noi». Sul delicato equilibrio tra comunione e valorizzazione delle differenze, positivo è stato l’intervento di Malini Poggi: «è un’occasione bellissima per continuare a conoscerci. Questo Sinodo dovrebbe essere l’occasione per approfondire certi argomenti, per conoscerci di più e dire le nostre esperienze». «Da una parte non c’è cammino se non si tiene conto delle singole esperienze», ha incalzato Musacchi. «Dall’altro, si deve tenere conto che quello che le singole realtà fanno diventa un cammino comune, nello stile sinodale. Non è semplice, perché mettere insieme le cose non viene automatico».
Nel quotidiano
Riconoscersi, non mescolarsi, ha puntualizzato Tellarini: «è il dialogo di Cristo con l’uomo che ci interessa». «Mi piacerebbe – ha proseguito, introducendo il secondo verbo, quello del concreto dell’esperienza – che quando ci incontriamo si potesse anche entrare nel merito e fare emergere la diversità e la particolarità con cui oggi la nostra Chiesa vive l’incontro con l’uomo. Negli ambienti che viviamo quotidianamente, come la nostra presenza è segno di Cristo?». Di «lavoro costruttivo e non semplice condivisione di esperienze» ha parlato Gallotta, riflettendo anche sull’importanza di «definire verso dove vogliamo camminare e che cosa vogliamo raggiungere». Sulla stessa linea, Mambelli: «dovremmo cercare di dirci la fatica della nostra fede, la fatica dell’affrontare ogni giorno i problemi. Cosa ci aspettiamo dalla nostra Chiesa? Come noi siamo Chiesa? Dobbiamo ragionare sull’uomo di oggi».
E fuori dalla Chiesa?
Il Sinodo nasce soprattutto per ripensare nuove forme per far conoscere Cristo (e la sua Chiesa) a chi non lo conosce o lo rifiuta. «Mi ha spinto a partecipare a questi incontri l’idea di portare l’annuncio al di fuori dalla Chiesa», ha spiegato Lipparini. «Per molti la porta è chiusa, per altri è necessario mettere il piede per tenerla aperta». «Dobbiamo avvicinarci alle motivazioni di chi si è allontanato dalla Chiesa», ha ripreso D’Antonio».Un mondo spesso ostile o inesplorato è quello giovanile. «Attenzione ai contenuti che si sceglieranno, se li vogliamo vicini ai giovani», è il pensiero di Ferretti. «La Giornata del Laicato non riscuote molto successo tra i giovani, possiamo fare qualcosa?». «Certamente la nostra Diocesi ha bisogno di incontrare e capire i giovani, si gioca lì il nostro futuro e il nostro essere Chiesa», ha riflettuto Rovigatti. «Certamente, può essere il caso di leggere le tematiche del Sinodo in un’ottica di futuro e di coinvolgimento dei giovani. Occorrono rapporti e tempo, non basta invitarli alle nostre iniziative».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022
FERRARESI NEL MONDO /prima parte. Luca Azzolini, 27 anni, insegna inglese nel Vietnam, oltre a scrivere poesie in dialetto ferrarese. È il primo racconto che vi proponiamo di ferraresi con la valigia, generazioni diverse che per scelta o per necessità hanno deciso di rifarsi una vita lontano dall’Italia. Tra gioia e nostalgia
A cura di Andrea Musacci L’amore per le lingue orientali, il sogno di partire per terre lontane, dall’altra parte del mondo e, insieme, la nostalgia insuperabile per Ferrara. Luca Azzolini, 27 anni, poliglotta con una passione per il continente asiatico, da oltre due anni vive in Vietnam, per la precisione a Haiphong, importante città portuale e commerciale nel nord-est del Paese. È lui a raccontare a “La Voce” la sua storia di emigrato.
«Sono nato a Ferrara nel 1994 e fin dalle Elementari mi sono sentito attratto da studi umanistici e linguistici, in particolare per la scrittura, soprattutto fino ai primi anni del liceo». In questo periodo nasce il suo interesse per le lingue occidentali prima, e quelle orientali poi. «Il Liceo classico Ariosto mi ha dato la possibilità, con i suoi diversi indirizzi di studio, di approcciarmi, oltre alla lingua inglese, anche allo spagnolo e al francese. All’età di 15 anni, grazie anche al web, mi appassiono alla lingua e cultura giapponese, dalla quale mi trovo presto “assuefatto”, in un certo senso, ma non in maniera esclusiva: come l’amore per l’inglese mi aveva spinto a scoprire altre lingue europee, il giapponese mi apre una sorta di finestra sulle lingue dell’Asia orientale». Decide così di studiare lingue all’università, con il giapponese come lingua principale, iscrivendosi alla Ca’ Foscari di Venezia. Qui «seguo corsi di giapponese, ma anche di coreano e cinese mandarino, entro in contatto ravvicinato per la prima volta, tramite una conferenza, con il Vietnam, Paese in via di sviluppo collocato nel Sudest asiatico, con una ben nota tragica storia di guerra conclusasi nel 1975 con la ritirata statunitense dalla città di Saigon, ma di molto meno noto (almeno a molti italiani) pacifico presente di stabile crescita economica e imprenditoriale. Un Paese spesso definito “piccolo”, sebbene la sua superficie superi di una manciata di kilometri quadrati quella complessiva del nostro Stivale». La decisione di vivere in Vietnam, però, non era ancora matura, e prima della laurea magistrale in giapponese si reca due volte nel Sol Levante.
Nel Vietnam
«Il desiderio di poter avviare una carriera lavorativa e poter fare esperienza formativa di alcuni mesi all’estero – prosegue Luca -, alla fine della Magistrale mi fa scegliere di espandere le mie conoscenze del continente asiatico. Desideravo crescere dentro, dimostrando a tutti e a me stesso di potermela cavare da solo in un Paese di cui non conoscevo ancora la lingua se non a livello marginale, e di cui dovevo ancora imparare molto della cultura». Influirà, su questa scelta, se non in maniera decisiva, anche la difficoltà di trovare un’occupazione stabile in Italia.
Conclusa la Laurea Magistrale e seguendo l’esempio di alcuni amici partiti per un tirocinio lavorativo all’estero tramite un’organizzazione studentesca, l’AIESEC, chiede di essere collocato in Vietnam. «Dopo un primo colloquio via Skype con un’azienda con sede a Haiphong, sono stato assunto dalla stessa, un English Center, ossia una scuola pomeridiana privata dove i bambini migliorano il proprio inglese studiando tramite giochi e attività. Il mercato degli English Center è tutt’altro che trascurabile in questo Paese asiatico». L’apprendimento della lingua inglese ricopre, infatti, «un ruolo fondamentale per la società, sempre più competitiva, ma che trova sempre più imprescindibile per l’inserimento nel mondo del lavoro la conoscenza di questa lingua, tanto distante dalla propria». Arriva a Haiphong il 13 dicembre 2019. «Da allora non sono mai tornato a casa», ci racconta con amarezza. «Le frontiere sono state chiuse appena è iniziata la pandemia, eccetto per lavoratori altamente qualificati sponsorizzati da aziende molto facoltose».
«Dopo poco dal mio arrivo, svolgo un colloquio con una seconda agenzia, che recluta insegnanti stranieri per insegnare l’inglese nelle scuole pubbliche, con esito positivo. Attualmente e da quando sono arrivato nel Paese insegno, quindi, per un centro di inglese chiamato “New Star English” e, da dicembre 2020, in diverse scuole elementari, medie e asili della provincia di Haiphong». Attualmente, come molti, è costretto a insegnare on line.La pandemia continua a rendere estremamente complicato qualsiasi viaggio internazionale, e impossibile quindi, al momento, per Luca un eventuale rientro in Vietnam. Per questi motivi, «gli iniziali sei mesi di durata prevista della mia esperienza si sono trasformati ormai in quasi due anni di permanenza nel Paese, ma anche in tante esperienze di vita e di crescita personale. È forse superfluo dire che, nonostante il mio amore per il Vietnam, manchi un po’ tutto di casa: la famiglia e gli amici in primis, ma anche la nostra cucina, i sapori e i profumi della nostra terra, insieme a tante piccole abitudini della nostra quotidianità, e che ogni qualvolta che trovi qualcosa di italiano qui, mi senta riempire d’orgoglio e di nostalgia».
Scrittore dialettale: «le radici sono ciò di cui siamo fatti dentro»
Il legame con Ferrara è rappresentato anche da un profondo amore per il suo dialetto: «ho sempre provato un certo attaccamento nei suoi confronti, essendo il principale mezzo linguistico di espressione della generazione dei miei nonni. L’argomento della mia tesi di laurea magistrale (un confronto sociolinguistico del panorama dialettale giapponese con quello italiano), tuttavia, ha contribuito a far maturare in me una coscienza più profonda circa il suo attuale stato di crescente disuso, e alla responsabilità di ognuno perché possa venire trasmesso alle generazioni future, rappresentando la “prova vivente” della nostra storia e dell’immenso patrimonio culturale del nostro Paese. La produzione letteraria è soltanto una delle necessità del nostro dialetto al fine di farlo sopravvivere a queste generazioni quasi esclusivamente italofone, loro malgrado, al fine di modificare un atteggiamento linguistico profondamente negativo nei suoi confronti, in cui la popolazione risulta spesso convinta che “il dialetto è volgare”, esclusivamente per l’uso scurrile che molti ne fanno».
Questi motivi lo hanno spinto, durante e dopo la stesura della tesi, a produrre alcuni componimenti in ferrarese, «per dare il mio modesto contributo alla sua sopravvivenza, e ad entrare in contatto con i membri del “Cenacolo di cultura dialettale ferrarese” Al Tréb dal Tridèl, al quale il nostro dialetto a mio avviso deve davvero molto». Luca, anche se saltuariamente, continua a scrivere poesie in dialetto ferrarese. Un altro modo per superare, sublimandola nell’arte letteraria, la mancanza della sua amata terra estense.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 gennaio 2022
Il grande pittore e scrittore ferrarese raccontato attraverso un suo lato poco noto, quello di fervente cattolico. Membro di una famiglia profondamente religiosa, nei suoi libri racconta la sua fede, a un tempo mistica e popolare. La visione del Corpus Domini, l’ex voto alla Madonna e la richiesta dell’Eucarestia in punto di morte
di Andrea Musacci
Eccentrico e vanesio, omosessuale e libertino, instancabile viaggiatore senza quiete. A chi non verrebbero in mente queste definizioni per caratterizzare la personalità di Filippo de Pisis (al secolo Luigi Filippo Tibertelli), pittore e scrittore nato a Ferrara l’11 maggio 1896 nella casa al numero 61 di via Mortara, da Giuseppina Donini, di origini bolognesi, e dal nobiluomo Ermanno, terzo di sette fratelli (sei maschi e una femmina, Filippo era il terzo).
Eppure, Filippo, di famiglia cattolica, ha serbato sempre nel proprio cuore la fiamma della fede, quel fascino per il Mistero, il legame con Cristo e con la sua Chiesa. Una fede, la sua, legata molto alla memoria, ai genitori, alla sua Ferrara. Fede che non perderà mai. Una fede viscerale, fatta di radici, di nostalgia, di intensa commozione.
Nella Ferrara piccolo-borghese e perbenista – anche nel suo anticlericalismo di inizio Novecento – Filippo dava scandalo col suo abbigliamento stravagante, volutamente provocatorio, che sicuramente denotava una personalità incandescente, sensibile fino allo stremo, bisognosa di vivere di un’intensità e di una pienezza che valessero tutto il dolore, il senso di vergogna, tutti gli scherni subiti in un’intera esistenza. Un’incomprensione vissuta fin dall’adolescenza, ma che in lui non represse quel senso di incomprensione del Mistero eterno che è nelle cose, e di desiderio non di comprenderlo, ma di viverlo.
Una storia dentro la Chiesa
Il padre Ermanno appartiene alla nobiltà vaticana, da giovane era stato cameriere segreto di cappa e spada del pontefice Leone XIII, ed è patrono dell’Istituto delle Povere Figlie delle S.S. Stimmate. In quegli anni di già forte anticlericalismo, Filippo inizia a sentirsi un diverso. E in più lui e la sua famiglia vengono mal giudicati da molti cattolici critici verso l’amico Giovanni Grosoli che tenta di superare il non expedit papale. Luigi Filippo, chiamato Gigi in famiglia, non frequenta scuole pubbliche o collegi, ma i suoi studi, come quelli dei suoi fratelli, sono affidati ad alcuni precettori (tra cui mons. Campi del Seminario di Ferrara) che ne curano l’educazione a casa. Ernesta, l’unica sorella, di appena un anno maggiore di lui, ha una notevole importanza nella sua formazione.
L’educazione religiosa che riceve è totale. Fra i giochi dei bambini, c’è un altarino in miniatura con cui lui e i fratelli possono simulare una celebrazione. Attorno al 1904 inizia a disegnare sotto la guida del professor Odoardo Domenichini. Nell’autunno 1906 la famiglia Tibertelli lascia il palazzo di via Mortara e trasferisce la propria residenza a Palazzo Calcagnini, di proprietà del conte Grosoli, in via Montebello, 33. Qui quest’ultimo, dopo la morte della moglie, ci viveva solo con la madre e gli bastava un appartamento al pianterreno, dove in altri tempi abitò il cardinale Calcagnini. Grosoli è anche presidente dell’Arciconfraternita delle Stimmate, a cui la famiglia era molto legata. Lo stesso Filippo, «non mancava mai di intervenire all’annuale processione, in cui sfilava incappucciato e con un cero in mano» (1) e compie ricerche sull’Arciconfraternita.
Fuori da casa, Filippo frequenta le Case del Popolo, istituzione fondata da Grosoli per riunire in un’unica sede le associazioni cattoliche della città. Grosoli fonda anche l’Unione Giovanile Cattolica, movimento meno confessionale dell’allora Azione Cattolica, alla quale Filippo si iscrive. Il conte lo considera un figlio adottivo e una nuova leva della cultura cattolica ferrarese e italiana. Per questo, inizia a fargli scrivere nei giornali locali di sua proprietà. A Ferrara il giovane Filippo tiene le sue prime conferenze, prima su argomenti religiosi e poi sull’antica cultura ferrarese. Famigliarizza un po’, in questo ambiente, con Italo Balbo, di umile famiglia cattolica: «veniva a trovarlo per farsi fare i temi d’italiano e per giocare a palline con tutti noi», ricorda il fratello (2).
Come racconta Zanotto (3), da adolescente scrive per sé dei “Propositi morali” come questo: «Esser puro e non macchiare la mia coscienza e la purezza dell’anima con schifose macchie di colpe abominevoli». Negli anni successivi, allontanandosi dal cattolicesimo, scrive “Le visioni di un agnostico”, opera filosofica di carattere esoterico.
Epifanie ferraresi
Ne “La città dalle 100 meraviglie” (4), pubblicato per la prima volta a Roma nel 1923, ma ambientato nella Ferrara del 1917 e degli anni immediatamente successivi, prima del trasferimento nella capitale, de Pisis racconta di questo suo legame viscerale con la “città metafisica”. La residenza dei de Pisis in via Montebello si trova di fronte alla chiesa di Santo Spirito, allora retta dai Frati Minori: «Rinchiudendo il battente del portone del palazzo dove abito – scrive – ò visto la chiesa secentesca chiara sotto il cielo nuvoloso, tenera, patetica, parallelepipeda. Una leggera vertigine forse mi à preso e il desiderio di sole occiduo, e, sotto l’androne, delle grosse scale rosse e bianche e dei pali alzati contro le pareti, con le ombre nere precise mi ànno incantato come uom nuovo sulla terra. Ho fatto in fretta gli scalini perché sentivo quasi la testa girarmi» (5).
Racconta il fratello Pietro (6): «Da nostro padre aveva anche ereditato il sentimento religioso rimastogli sempre vivo, che lo spingeva sovente a entrare in chiesa a godersi l’ombra delle navate, la luce rossastra delle candele accese sugli altari, il profumo dell’incenso sempre presente nell’aria, e tutto l’apparecchio sacro che stimola la mistica pietà». «Stamattina, prima chiara e azzurra di questo autunno clemente, sono entrato nella linda chiesina delle Cappuccine. Non c’era nessuno», scrive Filippo riferendosi alla chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca (7).
O, nella non lontana chiesa di San Carlo, scrive ancora (8), «il pellegrino, il sognatore guarda e il cuore gli si gonfia, il respiro gli si fa affannoso. Egli sente che la vita è sogno e contemplazione per chi voglia dimenticare il gramo corpo e forse, senza accorgersene, si getta in ginocchio sul gradino di marmo rosso di Verona o sulla tomba illagrimata e mestissima di qualche antico e si mette a pregare. E le campane suonano nella città triste». Flânuer del sacro, de Pisis nello stesso libro racconta anche dei «rosei ippogrifi leonini del duomo» che «mi guardano talora con grandi occhi rotondi sporgenti, dilatati in un loro vago millenario dolore. Con la loro solidità massiccia mi confortano».
Un’altra apparizione lo coglie sulle Mura cittadine: «in un ardente pomeriggio estivo (i castani d’India son tutti verdi e fioriti) in un viale più deserto, sulle mura di “Porta degli Angeli”, ti capita invece di trovare un foglietto rigato di quaderno dove con grafia chiara, femminile, un po’ torta, trovi scritto: Lezione 5° – (Il tempo e il modo della Risurrezione)» (9). Seguono gli appunti da lui meticolosamente trascritti. «Tu quasi non credi ai tuoi occhi. Quelle parole profetiche e misteriose ti sembrano riecheggiare intorno nell’aria pulita. Il rosignuolo canta monotono nella siepe, e la cicala trilla e i piccoli coleotteri nascosti fra l’erba tenera e i fiorini colorati, ma a te sembra che squillino trombe lucenti nel sole, sopra il grande campo dei morti, sopra i pennoni della Certosa rossa e solenne. Trombe che vengono a scuotere gli spiriti dal letargo (gli uomini dormono nelle loro camere buie sui letti sfatti), a scuotere dalle fondamenta la città pentagona. A glorificare il tuo spirito che vigila».
Il Corpus Domini: «O antiche processioni, tornate…»
Ma una visione in particolare dice della profonda affezione di de Pisis a Cristo e alla sua Chiesa, come Mistero, sacramento, storia concreta: «Nella via più lunga e maestosa della “città nobile” (Corso Ercole I d’Este, ndr)» De Pisis nota a lato del marciapiede «alcuni pezzi di marmo bianco con un vuoto parallelepipedo nel mezzo; servivano per infiggervi le aste che reggevano il telone per la solenne processione del Corpus Domini». Memorie antiche che rievoca nella propria fantasia. Egli rivive la processione del SS. Corpo e Sangue di Cristo «fra nugoli d’incenso e tremolar di torce accese», «crani e barbe lucenti, tremule bocche oranti, la porpora del Cardinale e l’oro dell’ostensorio e delle cappe ricamate e il bianco dei rocchetti inamidati». «Hai tanto bisogno – prosegue –, in quest’aria vile e cieca, d’amore, di canti, di fede, di credere in qualcosa almeno, di risentire sia pure l’aria patetica e implorante del Te Deum o del Vexilla che ti fasci l’anima dolcemente, come la carezza della madre: perché, senza spirito, l’uomo non vive e la carne, anche satollata, infine si ribella, perché non si vive, in questa città metafisica e religiosa, senza canti e senza campane».
«O antiche processioni, tornate», continua con forte struggimento: «non solo il poeta, ma l’uomo buono, che si macera per l’amore che non trova, vi invoca; oh, antiche processioni, tornate e tu torna o Cristo almeno in immagine a benedire il tuo popolo, così egli creda, fermamente creda per la sua salvezza che Tu sei vivo e presente, nella specie del Pane consacrato e lanci la sua voce a benedirti
“O vivo Pan del Ciel Gran Sacramento!”
“Insegnami, o Signore, a portare la tua Croce, perché essa sia, più che peso, sostegno”.
“Magnìficat ànima mea Dòminum
et exultavit spìritus meus in Dèo salutàri meo…
…Fecit potentiam in brachio suo; dispèrsit superbo mente cordis sui”.
Qual canto più puro, più solenne, più consolante?» (10).
Ho voluto citarlo quasi integralmente per renderne quanto possibile l’intensa passione mistica. È una visione che forse de Pisis attinge anche dalla memoria delle processioni annuali davanti a S. Spirito ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio. Riflettendo sul Risorgimento subito dopo scrive: «Sangue e lotta dunque ci vuole per redimere il mondo!? Ma sangue che lavi, che purifichi, non sangue che sia seme d’odio». E ripensa alla visione del Corpus Domini: «e tu, lo scettico, il frigido, l’ironista, ti trovi ad aver gli occhi pieni di lagrime e un brivido per tutta la persona…».
L’ex voto a Rimini
In uno dei suoi frequenti momenti di depressione in cui si sente «anche più misero e tristo del solito» (11) – nel settembre 1941, mentre è in villeggiatura a Rimini -, gli viene un’idea: «dipingere una specie di tavoletta votiva, come quelle che si vedono nei santuari attorniare l’immagine venerata della Vergine (…). In alto la Vergine sul dolce sfondo di cielo che apre il mantellone, pronta nella sua infinita misericordia ad accogliere anche il più indurito peccatore, purché sinceramente pentito; ai suoi piedi io in ginocchio a mani giunte indossando la veste di confratello della S. S. Stimmate (antica e gloriosa confraternita di Ferrara alla quale ò l’onore di appartenere)». Già si vede «come un povero bimbo derelitto, sotto il grande manto. Quasi mi venivano le lacrime agli occhi». La tavoletta non solo la realizzerà – inserendoci anche il suo amato pappagallo Cocò – ma la donerà al vicino convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori di S. Antonio: «pensai di regalarla (già più volte il gentile direttore mi aveva chiesto qualcosa) al piccolo museo annesso a un convento di un santuario celebre su un ridente colle, non lungi dalla città. Allora il demone della fantasia (…) si destò. Bisogna organizzare una processione!». L’opera si ispira al “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca (1445-1462 ca.).
Questa sua tavoletta, “Ex voto alla Madonna delle Grazie” (“Mater Dei ora pro me”) era griffata, nel retro, Philippus De Pisis fecit in Arimino A. D. MCMXLI – Mater Dei ora pro me. Donato per p. al Museo delle Grazie VII.IX-1941. Purtroppo, però, fu rubata dal Museo nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1985. Fu un furto mirato, in quanto null’altro fu sottratto. Non fu mai più ritrovata. L’opera fu anche esposta nella 2^ Mostra nazionale d’arte sacra contemporanea – Premio Fratelli Canova a Bologna, dal 1° ottobre al 1° novembre 1956 (12).
Eucarestia in punto di morte
Una fede sincera, umile, quella di de Pisis, con venature mistiche. Espressa nel silenzio non per paura del giudizio altrui, ma nella consapevolezza che fosse qualcosa di tanto bello, puro e vero che andasse preservato, di cui prendersi cura senza vanti.
Una fede schietta e profonda, fatta di un immaginario artistico-popolare attinto a piene mani, a occhi sgranati nelle chiese semibuie e silenti della sua Ferrara, città non più pontificia ma in cui l’eco di secoli di forte e chiara religiosità si propaga ancora negli animi come il suo, che alla grettezza del materialismo non volevano cedere. Una religiosità, quella di de Pisis, che mai scade nella piaggeria o nell’intellettualismo, che sempre si immerge nel grande mare della pietà, del perdono (la stessa pietà che chiedeva agli altri), dell’anelito che vorrebbe farsi grido d’amore a Dio, e lo diventa, ma senza dare inutile scandalo, continua prova di sé.
Il 17 aprile 1948, quand’è già malato, scrive: «Aiutami o Signore a portar la mia croce perché essa sia più che peso, sostegno». Negli ultimi tempi si sente sempre più depresso, dice di meditare anche il suicidio. Una depressione che l’ha sempre accompagnato e che da giovane gli fa scrivere pensando alla sua vecchiaia: «Mi figurerò in qualche chiesa taciturna fresca d’estate, tepida d’inverno e aspetterò con l’animo scarnito e con la bocca amara la fine» (13).
«Un giorno dei suoi ultimi (circa due mesi dopo sarebbe morto) – scrive il fratello Pietro (14) – lo trovai insieme con padre Favero (o Favaro?), venuto a porgergli i saluti di padre Poggeschi che, prima d’entrare nella Compagnia di Gesù, era stato pittore a Parigi; stavano recitando la poesia “Benedizione”, dedicata alla mamma (…). Alla fine, gli occhi velati di tenere lacrime, Gigi disse che avrebbe desiderato accostarsi all’Eucaristia invaso da quei ricordi». Per la madre, dopo la sua morte, fa celebrare ogni anno una Messa di suffragio.
Affetto da un’irreversibile malattia psichica, de Pisis viene internato spesso in manicomio. Polinevrite è ciò che gli viene diagnosticato. Per tutta la vita deve fare i conti con questo disturbo che lo conduce alla morte il 2 aprile 1956. I funerali religiosi vengono celebrati a Milano e dopo la salma viene trasportata a Ferrara, dove arriva alla Certosa. Il 5 aprile avviene il funerale solenne nella sua città, con il feretro portato a spalla dagli allievi del Dosso Dossi. Pochissime persone assistono alle esequie.
(1) “Filippo de Pisis ogni giorno”, Sandro Zanotto, Neri Pozza, Vicenza, 1996.
(2) “Mio fratello de Pisis”, Pietro Tibertelli de Pisis, Guarnati, Milano, 1957.
(3) “Filippo de Pisis ogni giorno”, op. cit.
(4) “La città dalle 100 meraviglie”, Filippo de Pisis, Abscondita, Milano, 2009.
(5) Ibid.
(6) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.
(7) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.
(8) Ibid.
(9) Ibid.
(10) Ibid.
(11) “Confessioni”, Filippo de Pisis, Le lettere, Firenze, 1996.
(12) Fonte: Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori, Bologna.
(13) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.
(14) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022
Una riflessione sull’unità nelle differenze all’interno della Chiesa
di Andrea Musacci
Il card. Zuppi nelle esequie per mons. Negri ha riflettuto molto sul tema della comunione nella Chiesa. Una scelta maturata, immaginiamo, nella consapevolezza di quanto sia forte oggi (anche nella nostra comunità locale), la tendenza ad accentuare le diversità fino a trasformarle in solchi insormontabili, in incomprensioni aprioristiche, in mancanza di curiosità, di quello spirito fraterno che, se viene meno, ci porta a vedere l’altro – a partire dal fratello o dalla sorella nella Chiesa – come semplicemente in errore e non, invece, come un “pungolo”, un’alterità necessaria. Se qualcosa ci ha insegnato mons. Negri nel suo breve periodo a Ferrara, è stata questa postura. Scomoda, certo, fatta di possibili fraintendimenti, di lontananze di visioni, di scontri. Ma, come diceva Victor Segalen, poeta e medico viaggiatore, «non c’è mistero in un mondo omogeneo».
Precisiamo subito un punto. La divisione fatta di rancore, nella mancanza di curiosità e desiderio dell’altro, viene dal demonio. È quella di cui tante volte ha parlato Papa Francesco: «Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte tra noi, no! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, uniti sempre, che quella è la strada di Gesù! L’unità è superiore ai conflitti, l’unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione» (1). Nella Messa per il Palio del 2016 mons. Negri – parlando in generale, ma il discorso era rivolto anche alla comunità ecclesiale – sottolineò l’importanza di amare la propria storia di popolo «per costruire una società meno disumana, che accolga le diversità nell’impegno di maturare un cammino comune nella chiarezza dell’identità».
Ma lo stile del cristiano – dentro la Chiesa (e non solo) – non è nemmeno quello ammantato di ipocrisia, di facili consensi, di convivenze vissute forzatamente. Il suo modello dev’essere quello del poliedro. Scrive il Papa in Evangelii Gaudium che il poliedro «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (n. 236).
No alle divisioni, quindi, che feriscono il corpo di Cristo, ma nemmeno alle false unità che non fanno crescere ognuno di noi e le nostre comunità.
La Chiesa, dunque, deve vivere di un’inquietudine sana, utile per nascere sempre a vita nuova. Lasciamoci, quindi, trasformare dallo Spirito. Anche nei conflitti. Scriveva Michel De Certeau: «attraverso i conflitti, come un tempo mediante il fulmine, le pestilenze e le sconfitte che colpivano Israele», Dio «spezza le sicurezze, dilata gli orizzonti, rinnova la fede». «Le critiche e le divergenze – scriveva ancora il francese – rappresentano la maniera in cui ciascuno si vede opporre ciò che non sa del mondo in cui vive e ciò che non sa del suo Dio» (2). Ciò che non sa del suo Dio. Così si evitano idolatrie, competizioni, atteggiamenti arroganti.
Nella Messa del 2017 a S. Chiara per il suo amico e maestro don Giussani, mons. Negri disse: la periferia «ci viene incontro sempre, non va cercata in qualche luogo preciso ai margini delle città, ma essa è il mondo senza Dio: noi cristiani, infatti, non viviamo per rispondere solamente ai bisogni dei poveri, ma per dire Cristo, che comprende tutto, anche l’assistenza materiale».
Dire Cristo. Sta a ognuno di noi, fratelli e sorelle nella fede, provocare sempre in noi, e in chiunque incontriamo, quella scintilla perché tutti possano incontrarLo. Facciamolo uniti, pur nelle nostre dissonanze.
(1) Udienza generale, 18 giugno 2019.
(2) M. De Certeau, “Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza”, Qiqajon, Magnano (Bi), 1993.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022
Fino al 6 marzo al PAC di Ferrara è possibile ammirare la mostra di Sergio Zanni “Volumi narranti”
di Andrea Musacci
«Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 16 febbraio 1936)
Epica Etica Etnica Pathos: viene in mente il titolo di un album dei CCCP ammirando le opere di Sergio Zanni. Sì, perché nelle sue magnifiche creazioni ci sono le quattro categorie fondamentali di un’arte che non si sfalda in astrusi concettualismi ma rimane “pesante”, “novecentesca” e per questo autentica, capace di colpire gli occhi e la mente di chi la guarda senza inutili astuzie.
Si intitola “Volumi narranti” la mostra inaugurata il 18 dicembre scorso al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara e visitabile fino al 6 marzo dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Zanni, classe ’42, si forma all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e dagli anni Sessanta sceglie di passare, anche se non in maniera esclusiva, dalla pittura alla scultura. Nel ’73 si tiene la sua prima personale al Centro Attività Visive del Palazzo dei Diamanti. Dal ’67 al ’95 ha insegnato all’Istituto d’arte “Dosso Dossi” di Ferrara e nel 2011 ha partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Timore dell’assoluto
Della ponderosità delle sue creazioni, dicevamo. Il peso del corpo, in una società come la nostra, dematerializzata e quindi transumana (termine usato dallo stesso Zanni), è una forma di difesa e di speranza. È una pesantezza, quella delle sue sculture, che richiama l’assoluto, il maestoso, l’incommensurabile. Ammirandole, si viene come catturati dal loro misterioso stare. Timore e tremore, un eterno senza mutamento, una verticalità vertiginosa. I particolari dove risiede l’espressività – il volto, le mani – sono ridotti, miniaturizzati rispetto al busto e alle gambe. Come una coltre oscura i cappotti avvolgono la massa del corpo. Le figure, dunque, stagliandosi come enigmi perturbanti, sembrano oltrepassare l’umano strettamente inteso, senza assurgere, però, del tutto al divino che pur richiamano.
Basi solide e forti
Da questo senso di deferenza che le figure trasmettono, ne viene, però, un primo riflesso positivo. Gli uomini che paiono piantati nel terreno, ben saldi e identificabili, hanno una storia, possiedono corpi levigati dalla vita e dalle esperienze. Come zia Jole e zio Gabriele, famigliari di cui Zanni racconta nel catalogo della mostra, che in lui richiamano il dolore e la bellezza dell’infanzia, figure forti e cariche di passato, il cui ricordo ridona anima e sangue, pone un legame forte con la terra, con la tradizione. Un equilibrio, quello antico da lui stesso narrato, oltre che rappresentato nelle sue creazioni, fermo ma non passivo.
Fragilità e Desiderio
Sono corpi ingombranti, infatti, ma anche “deformi”, sproporzionati, volutamente imperfetti. Ciò li rende tutt’altro che simili a sfingi, gelidi oracoli, ma corpi desideranti. Sono pesanti ma paiono leggerissimi, quasi volatili, sostenuti da un vento, da uno spirito ignoto. Come in sogno, vivono le contraddizioni tra le proporzioni e nelle forme, nei simboli oscuri, negli occhi commoventi perché tanto irreali da sembrare troppo reali. Questi giganti malinconici e meditabondi, sempre ambigui nel loro oscillare tra terrore e dolcezza, sembrano a un tempo serafici e sconsolati, riflessivi e placidi. In sé serbano chissà quali ricordi e chissà quale avvenire possibile. Ma nel nulla che sembra circondarli, c’è un punto, di là dall’orizzonte, invisibile e forse inaccessibile, che cercano, e che rende i loro occhi pieni di uno struggente Altrove.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)