Scuole paritarie, grave la situazione nel ferrarese

16 Giu

paritarieLe parole di Missanelli (FISM): “la scuola di Jolanda a rischio chiusura, più contributi e rivedere il modello formativo”

In questi giorni inizia l’iter di conversione in legge del decreto Rilancio, che approda alla commissione Bilancio della Camera per la votazione degli emendamenti. Fin dalle prime bozze, sono state molto critiche le 50 associazioni cattoliche e non, tra cui la FISM – Federazione Italiana Scuole Materne, per le scarse risorse destinate alle scuole paritarie. Per quanto riguarda il nostro territorio provinciale (con tre Diocesi coinvolte: Ferrara-Comacchio, Ravenna e Bologna), la scuola paritaria è composta da 56 scuole e servizi nidi, di cui 22 strutture nel Comune capoluogo, per un totale di oltre 3mila bambini e 408 dipendenti di cui 261 insegnanti ed educatori. “La situazione delle scuole di Ferrara è molto fragile”, commenta a “la Voce” Biagio Missanelli, Presidente FISM Ferrara. “Si proviene da anni di sussistenza dove le scuole erano lasciate a se stesse, alla buona volontà dei parroci, o di gruppi di genitori volenterosi. Solo da pochi anni sono comparse nella gestione delle scuole, le cooperative sociali, con un altro modello gestionale che però manifesta anch’esso molte criticità. In particolare nel ferrarese, negli ultimi dieci anni diverse scuole hanno chiuse per il calo demografico e attualmente solo 3 istituti superano le 6 sezioni, mentre la gran parte ne hanno 2 e 5 sono le monosezioni, cioè scuole con meno di 20 bambini. “In questi anni, se non in rarissimi casi – prosegue Missanelli -, l’attenzione dell’Amministrazione Pubblica, in particolare dei Comuni, è mancata. I Sindaci, per una visione poco lungimirante o per vizi ideologici, non hanno valorizzato la scuola paritaria, elargendo contributi molto inferiori alla media regionale. Questo negli anni ha depauperato le scuole che hanno continuato a mantenere rette basse, e non essendoci una preparazione gestionale adeguata, molte scuole si sono dovute chiudere. Per risparmiare sui loro bilanci – prosegue Missanelli -, i Comuni hanno richiesto l’apertura di nuove scuole statali, invece di potenziare il sistema integrato. Un esempio per tutti, ma sono numerosi nella nostra provincia, la chiusura della scuola di Berra pochi anni fa. Una scuola con cento anni di storia, locali e spazi esterni molto ampi, che non poteva reggere il confronto economico con due scuole statali a pochi chilometri di distanza. E ora anche la scuola paritaria di Jolanda di Savoia rischia la chiusura, poiché a fianco vi è una scuola statale che per diverse vicissitudini ha ampliato le sezioni pur non avendo i requisiti necessari. Su questi territori, quindi, non vi sarà più una pluralità di scelta per le famiglie, una diversità di modelli educativi da proporre, due spazi differenti vivacizzati dalla presenza dei bambini. Ci si appiattirà al modello unico, quello statale”. Ma vi sono anche modelli positivi, come Terre del Reno, dove “si è riconosciuto al paritario un valore complessivo e se ne è fatto il modello per il proprio territorio. La dialettica è molto presente, la qualità educativa è elevata, il risparmio economico per il Comune è evidente e le scuole hanno risorse sufficienti per condurre le proprie attività. È giunto il tempo anche nella nostra provincia, per rivedere il modello dell’offerta formativa”, conclude Missanelli. “Non possiamo più far finta che il calo demografico non sia l’elemento devastante, ma che potrebbe anche essere l’elemento scatenante per una nuova modalità educativa e del fare scuola. Così come lo è stato e lo sarà l’emergenza Covid 19. Al centro mettiamo i bambini, ma attorno, i genitori, gli insegnanti, gli operatori, i gestori, la politica, gli ambienti, gli spazi, devono coordinarsi ed offrire situazioni di crescita che contribuiscano a formare cittadini capaci di lasciare il mondo un po’ meglio di come glielo stiamo lasciando”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

Antica sacrestia del Duomo, rinnovata bellezza

8 Giu

L’ambiente fra il campanile e l’abside della Cattedrale di Ferrara sarà presto riaperto

di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa graduale rinascita della Cattedrale di Ferrara a breve conoscerà un’ulteriore importante tappa: nei prossimi mesi, infatti, l’antica sacrestia settecentesca a fianco del campanile tornerà al suo antico splendore. Dopo la ripartenza dei lavori all’interno del Duomo, sono quasi giunti a conclusione quelli di riparazione dei danni post sisma e miglioramento sismico della porzione di edificio affacciante da un lato su Piazza Trento e Trieste, dall’altro sulla zona absidale. Una volta ultimati, l’ampio ambiente sarà probabilmente utilizzato per la celebrazione di Messe feriali. Ma è ancora tutto da decidere. Fondamentali e doverosi, in ogni caso, sono stati i lunghi e complessi lavori non solo strutturali ma sugli imponenti armadi e sull’altare, che ridonano luce a un pezzo irrinunciabile della storia della nostra Chiesa locale. Nel terribile secondo bombardamento del 28 gennaio 1944, che colpì la città causando la morte di 202 persone, almeno 12 delle quali rifugiatesi nel campanile, oltre ai danni ingenti subiti dall’abside, venne colpita l’allora sede del Capitolo e l’antica sacrestia venne in seguito abbandonata. Da allora, fu sempre e solo usata come magazzino e ripostiglio. La lunga attesa è stata di recente ulteriormente prolungata per il rinvio dell’inaugurazione prevista tra marzo e aprile scorsi causa lockdown. I lavori di restauro, che hanno visto l’ex Amministratore del Capitolo della Cattedrale mons. Marino Vincenzi come primo promotore, sono stati progettati e diretti dall’arch. Maria Chiara Montanari, col cantiere diretto dal geom. Daniele Chiereghin della IBF Emilia di Ferrara, la supervisione tecnica dello studio “Struttura” srl e la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio. I lavori strutturali sull’edificio sono stati eseguiti con i finanziamenti del MUDE (i contributi post sisma 2012, gestiti dal Comune di Ferrara), quasi 200mila euro spesi per consolidamento delle fondazioni, cuci/scuci delle murature, consolidamento, con iniezioni, dei muri, della volta, della parte strutturale della copertura, e per l’inserimento di un sistema di catene a due livelli. Tutti gli altri lavori sono stati, invece, finanziati dal Capitolo della Cattedrale, per un’ulteriore spesa di poco inferiore rispetto a quella del MUDE.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQueste le operazioni svolte: restauro e pulizia del lampadario con aggiunta dell’argano a motore per calarlo in occasione delle necessarie operazioni di pulizia; restauro e pulizia dell’altare e degli apparati decorativi; rifacimento dell’intero impianto di illuminazione, con utilizzo di luci al led, e dell’impianto dell’acqua; nuovo impianto di sorveglianza (anche video) e nuovo impianto di riscaldamento a pavimento; rifacimento del pavimento stesso, restauro delle due porte (la prima, d’accesso e la seconda nella parete di fronte) e delle quattro finestre (due delle quali, una da un lato e una dall’altro, con comando elettrico); tinteggiatura interna (delle pareti e del soffitto) ed esterna con ripresa dei colori originali; infine, rifacimento del manto di copertura. Riguardo ai maestosi armadi in noce, in passato nella parte superiore ospitavano grandi candelabri, croci, paramenti, ostensori e reliquiari di grandi dimensioni, mentre gli scomparti più piccoli nella parte inferiore, soprattutto paramenti. Il loro restauro è avvenuto grazie alla CBM di Asolo, ditta trevigiana specializzata proprio nei restauri di mobili per le chiese. A inizio lavori, nell’autunno del 2017, gli addetti della CBM hanno interamente smontato gli armadi per portarli nei propri laboratori, dove è stata eseguita anche una prova di montaggio prima del ricollocamento lo scorso febbraio. Fra le operazioni, oltre alla finitura a cera e al trattamento antitarlo, sono state rifatte alcune serrature, cerniere, chiavi e maniglie in bronzo, e ridipinti gli interni. Infine, un’altra buona notizia per “riconsegnare” pur parzialmente gli ambienti esterni dell’area del Duomo: a breve è prevista la riapertura, pur con un percorso obbligato, dell’accesso della p.zzetta San Giovanni Paolo II da piazza Trento e Trieste.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 giugno 2020

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Duomo, riparte il cantiere interno

8 Giu

Don Zanella (Ufficio Tecnico diocesano): “non sappiamo ancora quando riaprirà”. In autunno i lavori nel Palazzo Arcivescovile

a cura di Andrea Musacci

F 2 - crocifisso rotot nel sisma 2012È ufficiale: l’8 giugno, dopo quasi un anno di sospensione, ripartono i lavori all’interno della Cattedrale di Ferrara. In questo periodo di emergenza legato al Coronavirus, tutti i cantieri hanno dovuto fermarsi. Solo un mese fa, dal 27 aprile, e molto gradualmente, sono stati un po’ alla volta riaperti. Ora tocca anche ai lunghi e complessi lavori riguardanti il nostro Duomo, chiuso al pubblico, lo ricordiamo, da marzo 2019. È una notizia tanto attesa e che non può che ridare speranza. L’incertezza del periodo non può però che riguardare anche le prossime tappe degli interventi. In ogni caso, come ci spiega don Stefano Zanella, Direttore dell’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano, “gli Uffici della Regione Emilia-Romagna e della Soprintendenza hanno continuato a lavorare autorizzando così il progetto presentato dall’Arcidiocesi e che riguarda i primi due pilastri della Cattedrale”. Gli interventi consistono nella “spicconatura, bendaggio e pulitura dei due soggetti ad oggi indagati e nel rafforzamento – tramite barre filettate iniettate all’interno – del pilastro che è stato identificato come pilota. Si proseguirà anche con l’indagine nei restanti di questi elementi architettonici per perfezionare questo tipo di lavoro su ogni parte dell’edificio. Indagando sui primi due pilastri – sono ancora parole di don Zanella -, agli antipodi della Cattedrale uno rispetto all’altro, si è potuto valutare un comportamento differente e proprio per questo si è adattato l’intervento unitario alle due specificità”. Dalla prima indagine era infatti emerso come i pilastri vennero costruiti attorno alle antiche colonne medievali (foto in basso a destra). Pilastri che, però, essendo tutti differenti fra di loro, richiedono di essere analizzati singolarmente. Per questo motivo, “i lavori che verranno successivamente realizzati sono conservativi e di rafforzamento locale per riuscire a restituire alla mole della basilica la solidità necessaria per poterla riaprire al culto. “Non siamo ancora in grado di stabilire date certe per la ripresa della normale vita liturgica e delle visite all’interno del massimo tempio cittadino – prosegue -, ma come accaduto già all’inizio di questo lungo percorso di recupero, continuiamo a cercare soluzioni fattibili e di sicurezza per venire incontro alle esigenze di tutti: sacerdoti, fedeli e turisti. Ringraziamo oggi – come otto anni fa – la competenza e l’attenzione da parte dei tecnici dell’Agenzia per la Ricostruzione e il Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli della Regione Emilia-Romagna. Non manchiamo di sottolineare anche la presenza competente e collaborativa dei tecnici della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna oltre che del Segretariato Regionale per i Beni Culturali”. In questi giorni ricorre il doloroso anniversario del sisma che nel 2012 colpì anche le nostre terre. “Da quei fatidici 20 e 29 maggio di otto anni fa – riflette don Zanella -, anche se con rammarico non sempre siamo stati in grado di restare al passo con i tempi burocratici, comunque come Ufficio Tecnico Amministrativo siamo riusciti a seguire le procedure di gare d’appalto e rendicontazione richieste dalla legislazione vigente”. Riguardo ai lavori sul campanile della Cattedrale, “richiamati” dall’impalcatura ancora presente sui vari lati, essendo, come per la facciata del Duomo, Stazione appaltante il Comune di Ferrara, la tempistica è differente. Per quanto riguarda, invece, gli interventi all’interno del Palazzo Arcivescovile, ci spiega don Zanella, “si sta completando la gara d’appalto. Molto probabilmente i lavori inizieranno il prossimo autunno”. Il pensiero, infine, va anche ai tanti altri progetti in Diocesi: “c’è ancora molto da realizzare, penso ad esempio alle parrocchie di Porotto o di Vigarano Mainarda che sono ferme in fase di progettazione e di autorizzazione. L’Ufficio Tecnico Amministrativo diocesano con impegno, perseveranza e professionalità, continua a sollecitare i tecnici incaricati ed i funzionari affinché quanto prima si possano vedere realizzati i cantieri e i lavori per restituire anche questa preziosa parte di patrimonio ecclesiastico alla comunità”.

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Cronistoria dei “tormentati” lavori sui pilastri

È ormai passato un anno e mezzo da quando è stata aggiudicata la gara d’appalto (vinta dallo Studio Leonardo s.r.l. di Bologna) e sono iniziati i lavori sugli otto pilastri del Duomo ferrarese. Tra novembre e dicembre 2018, interrotte le operazioni sulla facciata, partì il cantiere interno all’edificio, che rimase aperto al pubblico fino al marzo successivo. Si è iniziato dal cosiddetto “pilone prova”, che, come toccherà agli altri, ha subito un intervento invasivo, una “svestizione” totale da intonaco, affreschi, fregi e statue, per riuscire a vedere e a rafforzare il pilastro originario, com’era cioè nella costruzione o almeno nell’ultimo secolo e mezzo. I lavori sono durati alcuni mesi e a fine luglio scorso è stato presentato il progetto – poi approvato – per il restauro alla Commissione congiunta, con i risultati sui primi pilastri. Ricordiamo anche come lo scorso ottobre, dopo tre anni e mezzo, buona parte dell’impalcatura della facciata (ad eccezione del protiro) venne rimossa insieme al telone artistico realizzato da Lorenzo Cutùli, non sapendo quando potranno essere ripresi i lavori. Infine, lo scorso dicembre un’altra speranza, pur con tutte le cautele del caso, era stata data da don Zanella nel corso della conferenza stampa di fine anno: quella di poter riaprire (in alcuni giorni, in alcuni orari) nei primi mesi del 2020 la parte del transetto dell’Altare della Madonna delle Grazie. Il lockdown ha tolto ogni dubbio.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2020

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“Gianni Cerioli ha svolto a pieno la propria missione”

8 Giu

Il 27 maggio a Coronella le esequie del critico d’arte. Don Mbalanga: “mi auguro che un giorno i ricordi su di lui vengano raccolti in un libro”

Erano un’ottantina le persone che nel pomeriggio dello scorso 27 maggio si sono ritrovate nella chiesa di Coronella per l’ultimo saluto a Gianni Cerioli, per tanti anni preside della De Pisis di Ferrara e protagonista del mondo artistico e culturale del nostro territorio. Presenti tra gli altri Daniele Garuti, Sindaco di Poggio Renatico, artisti ed ex colleghi di scuola. “Quando muore un uomo importante, nella mia terra d’origine si dice che è morto un baobab, un grande albero”, sono alcune delle parole pronunciate nell’omelia da don Celestin Mbalanga, sacerdote della Zona Pastorale di Vigarano Mainarda, che ha celebrato insieme a don Paolo Bovina. “E, aggiungo, quando cade un albero così grande, fa ‘rumore’: i tanti ricordi che si sono susseguiti dopo la diffusione della notizia della sua morte sono questo ‘rumore’ ”. Testimonianze di amici e colleghi che, ha proseguito don Mbalanga, “mi auguro un giorno vengano raccolte in un libro”. “Uomo generoso e di grande cultura, mai teneva qualcosa per sé”, ha proseguito. “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”, ha poi citato dal Salmo 90 il sacerdote, aggiungendo: “in Gianni ho visto un cuore saggio. Importante, infatti, è ciò che ognuno fa nel tempo della propria vita. Gianni, nella sua umiltà, possiamo dire che ha svolto la propria missione. Ora tocca a ciascuno di noi raccontare ciò che ha fatto in vita e ringraziare il Signore per avercelo donato”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

Troppe incertezze sul futuro, il festival artistico “Cardini” rimandato al 2021

8 Giu

cardiniGli organizzatori del festival “Cardini Atelier Aperti”, inizialmente previsto il 21 e 22 marzo, poi spostato al 23 e 24 maggio, hanno deciso di rinviarlo al 2021. Sì, perché il festival in questione (promosso e co-organizzato da CNA Ferrara in collaborazione con un team di professionisti esperti di arte contemporanea) è alquanto particolare, presupponendo un peregrinare tra le vie della città, da uno studio di artista all’altro, da un laboratorio all’altro, per scoprire in un fine settimana “i luoghi più intimi della creazione artistica”. Le date di fine maggio, però, in un certo sono rimaste, solo l’appuntamento è andato online, con due Webinar sulla pagina Facebook del festival (“Cardini Atelier Aperti a Ferrara”). “Non si è trattato della versione di Cardini online – ci spiegano gli organizzatori -, ma di un piccolo gesto per confermare il nostro impegno in quella data, il nostro modo di esserci ora, in un momento in cui non è possibile realizzare il festival come immaginato assicurando le corrette condizioni sanitarie per la salvaguardia di tutti. Abbiamo dunque optato per un paio di ‘incontri virtuali’, ‘chiaccherate’ con alcuni artisti e artigiani che avrebbero partecipato alla seconda edizione di Cardini, per mantenere l’impegno con il pubblico del festival nelle date concordate”. Perché non ‘spostare’ il festival dopo l’estate?”, chiediamo. “Cardini è un festival che anzitutto si basa sulle persone”, ci rispondono gli organizzatori. “La particolare incertezza ad oggi sulla ripresa e sulle modalità con cui si svolgeranno le attività scolastiche dell’anno 2020-2021, rende difficile programmare lo slittamento dell’evento nella sua forma originale entro il 2020”. L’ambito scolastico è, infatti, l’altro pilastro del progetto, che rimane dunque vincolato alla ripresa delle scuole: “gli studenti del Liceo Artistico Dosso Dossi (una classe quarta e una classe quinta, quest’anno 4A-5A), con un percorso formativo dedicato, hanno avuto modo di conoscere artisti e artigiani partecipanti al festival, di studiare la loro poetica e i loro atelier/laboratori, per poterli presentare al pubblico e per poterli aiutare durante il weekend di Cardini. Non escludiamo però la possibilità di iniziative ‘altre’ targate Cardini dopo l’estate”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 giugno 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Studenti disabili, sempre più interventi in presenza. Per la Didattica a Distanza abbiamo fatto il possibile”: intervista all’Assessora Kusiak

25 Mag

“Il Servizio domiciliare, tra casa e cooperative, ha riguardato 30 studenti disabili. Abbiamo anche aperto il Parco della Vita. E la Didattica a Distanza non potrà mai sostituire la scuola”

a cura di Andrea Musacci

OLYMPUS DIGITAL CAMERASiamo in una fase di passaggio, e per questo, sotto diversi aspetti, ancora più complicata da organizzare, da vivere e definire. Il discorso vale anche per il mondo dell’istruzione e in particolare per la didattica riguardante gli studenti con disabilità. Abbiamo rivolto alcune domande a Dorota Kusiak, Assessora alla Pubblica Istruzione e Formazione del Comune di Ferrara, per capire le misure messe in atto e quelle in programma.

Assessora Kusiak, nell’emergenza com’è cambiata la didattica per gli alunni con disabilità?

È stata implementata la Didattica a Distanza per garantire ai bambini e ai ragazzi la continuità e per portare a termine il programma scolastico senza rientrare più in aula. I valori che fanno parte del nostro agire quotidiano come il semplice stare insieme, improvvisamente non erano più possibili. La socialità, però, è uno degli elementi fondamentali del fare la scuola. La Didattica a Distanza non potrà mai corrispondere a tutti i bisogni dei nostri giovani perché la scuola non è un semplice apprendimento di nozioni e concetti, ma rappresenta una vera e propria palestra di vita per le nuove generazioni dove i ragazzi imparano ad affrontare le difficoltà, costruiscono relazioni e legami con i propri coetanei e i professori, condividono la quotidianità, le emozioni, le scoperte e crescono ed imparano insieme.

Ausili, sussidi, dispositivi per gli studenti sono stati forniti dalle scuole?

Le scuole ferraresi hanno fatto lo sforzo di dare agli alunni in difficoltà ad uso gratuito praticamente tutta la strumentazione informatica che possedevano. E per questo va un grande riconoscimento a tutti i presidi, i docenti e gli educatori che sono sempre rimasti vicini ai loro alunni mantenendo vivo il legame che li unisce e supportandoli nelle difficoltà legate all’emergenza. A questo si aggiungono azioni coordinate dall’Istituzione Scolastica, attraverso l’U.O. Integrazione e in collaborazione con il consorzio Factory Grisù, che ha coinvolto aziende private ed associazioni di volontariato nella raccolta e nella donazione di diversi computer a favore dei ragazzi privi di strumentazione adeguata per la didattica a distanza. Le nostre azioni ovviamente non si sono esaurite e stiamo portando avanti altri progetti, sostenuti dalla Regione e dal Ministero dell’istruzione, volti al superamento del digital divide attraverso uno stretto raccordo con gli istituti scolastici e con l’obiettivo di garantire le stesse opportunità di studio a tutti i bambini e ragazzi indipendentemente dalle condizioni di vita, familiari, sociali ed economiche.

Gli studenti con disabilità sono in contatto anche con gli altri docenti? Se sì, come e con quale frequenza?

Il contatto con i docenti e i referenti degli istituti scolastici per l’integrazione scolastica non solo non si è mai interrotto ma, anzi, si è intensificato per analizzare al meglio i nuovi bisogni dei ragazzi con disabilità e studiare modi e soluzioni per dare continuità ai loro percorsi. Gli educatori insieme ai docenti statali hanno elaborato proposte creative e innovative per i ragazzi, hanno lavorato ai progetti ad hoc per passare gradualmente dalla didattica a distanza agli interventi in presenza, anche in previsione dell’apertura dei servizi estivi.

A inizio aprile lei aveva dichiarato che sarebbe stato ampliato il Servizio Domiciliare per i minori disabili: cosa ci può dire al riguardo?

Grazie all’estensione del Servizio domiciliare sono stati coinvolti circa una trentina di ragazzi in percorsi avviati nella maggioranza dei casi presso le strutture messe a disposizione dalla cooperativa che gestisce il servizio e in alcuni casi presso il domicilio, sempre nel rispetto delle prescrizioni e con l’adozione di specifici protocolli operativi.

Vi è stata dunque la possibilità di didattica in presenza personalizzata per gli studenti con disabilità?

Abbiamo ampliato gradualmente l’impegno degli educatori di sostegno che operano nelle scuole di ogni ordine e grado chiedendo loro di elaborare progetti specifici per i bambini e i ragazzi con l’obiettivo di passare dalla Didattica a Distanza a degli interventi in presenza. Con l’allentamento delle misure adottate dal Governo, si stanno aprendo nuove possibilità di intervento in presenza per i ragazzi con disabilità. Il Comune di Ferrara ha sostenuto il progetto promosso dal Comitato Area Disabili insieme all’Anffas che ha previsto l’apertura del Parco della Vita per accogliervi le persone con disabilità accompagnate dai loro familiari, per offrire loro un’opportunità di sollievo e di svago in questo difficile momento di chiusura delle scuole e dei servizi socio-assistenziali. Con le dovute precauzioni, stiamo inoltre progettando le attività per implementare sempre più gli interventi in presenza, anche in previsione dell’apertura dei campi estivi, predisponendo gli spazi delle scuole e nel pieno rispetto delle prescrizioni di sicurezza ed adottando specifici protocolli operativi ed organizzativi che tutelano la salute degli operatori, dei ragazzi e le loro famiglie.

Cosa si prevede, invece, in vista dell’inizio del prossimo anno scolastico?

Non conosciamo ancora eventuali modifiche organizzative per il nuovo anno. Ma in ogni caso l’attenzione dell’amministrazione è massima, cureremo tutti i dettagli del complesso impianto di integrazione scolastica per gli alunni con disabilità e lavoreremo intensamente con i soggetti gestori con i quali collaboriamo da anni.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Gianni Cerioli, la sua scomparsa lascia un grande vuoto nella cultura ferrarese

25 Mag

cerioli 3La notte tra il 22 e 23 maggio scorsi è deceduto a 77 anni l’ex preside della De Pisis, critico e curatore d’arte instancabile. Lo scorso autunno la collaborazione con la nostra Arcidiocesi per la III edizione della Biennale “don Patruno” per giovani artisti

di Andrea Musacci

La notizia della sua scomparsa ha lasciato allibiti e costernati amici, colleghi ed ex allievi. In poche settimane, dopo Renzo Melotti, se ne va un altro grande del mondo artistico ferrarese: Gianni Cerioli, 77 anni, è venuto a mancare per un infarto nella sua abitazione di Coronella la notte tra il 22 e il 23 maggio scorso. Curatore e critico d’arte, autore, indimenticato preside della scuola media “De Pisis” di viale Krasnodar, lascia la moglie Antonia e il figlio Tito Manlio. Tra i tantissimi incarichi, tra le molteplici collaborazioni in ambito artistico-culturale, alcune delle quali portava ancora avanti, ricordiamo quelle nell’Unicef provinciale, con la Fondazione Caricento, di cui era membro nel Comitato di Indirizzo, e per cui coordinava il Premio letterario riservato proprio all’infanzia. Ma collaborava anche con il Vergani, l’Istituto di Storia Contemporanea, il Museo Magi 900 di Pieve di Cento, con varie gallerie artistiche cittadine – fra cui il Carbone e, fino alla chiusura, Cloister -, oppure Al Tréb dal tridèl, solo per citarne alcuni. Lo scorso ottobre Cerioli aveva curato l’esposizione della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, ospitata dall’Istituto di Cultura “Casa G. Cini” di Ferrara.

cerioli artisti 2La mostra, inaugurata il 10 ottobre ed esposta fino al 25 dello stesso mese, è stata sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, in collaborazione con il Comune di Cento e con il patrocinio della nostra Arcidiocesi. Mostra che poi, da metà dicembre a metà gennaio scorso, è stata ospitata al Magi 900. Ricordiamo alcune delle parole che Cerioli pronunciò durante il vernissage della mostra: “sono contento di essere riuscito a far tornare don Franco qui a Casa Cini. Questa Biennale è stata pensata da anni per essere ospitata in questo luogo, che sta tornando sempre più ad accogliere attività culturali e artistiche”. Grande è stata la passione che aveva messo anche in questo progetto: il suo pensiero era costantemente rivolto ai giovani artisti, nella volontà di farli emergere. E sempre vivo era il suo ricordo dell’amico e collega don Patruno. Forte era il suo desiderio di portare, anche quest’anno, la Biennale a Casa Cini e di organizzare insieme altre proposte in questo luogo da lui amato. Non ne ha avuto il tempo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Mostra di Banksy a Ferrara. Ma l’artista non l’ha autorizzata

25 Mag

banksySul sito del celebre writer inglese, la mostra di riproduzioni di sue opere annunciata da Sgarbi per fine maggio a Palazzo dei Diamanti, compare tra quelle dichiarate “fake”, “false” dall’artista

Banksy, artista dall’identità ignota, arriva a Ferrara. O meglio arrivano riproduzioni di alcune sue opere. Ma senza il suo consenso. Quella che sembrerebbe una situazione surreale, è realtà. Il Comune di Ferrara, insieme agli organizzatori Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con Associazione Culturale MetaMorfosi, hanno ufficializzato che Palazzo Diamanti dal 30 maggio al 27 settembre 2020 ospiterà, come ha dichiarato il Direttore di “Ferrara Arte” Vittorio Sgarbi, “la prima mostra italiana dedicata a un autore così noto ad aprire” dopo la chiusura per l’emergenza (corsivo nostro, ndr). Mostra dal titolo “Un artista chiamato Banksy”, che già riporta, sulla locandina ufficiale, il timbro con la scritta “Unauthorized” (“Non autorizzata” dall’autore). Il writer inglese, originario di Bristol, considerato uno dei maggiori esponenti della Street Art, è noto per le sue corrosive incursioni in alcuni musei e sui muri di grandi città. Ma non è nuovo anche per partecipare, sempre indirettamente e nell’anonimato, a dispute con musei che ospitano mostre con sue opere. Due anni fa sul suo profilo Instagram dichiarò: “Non faccio pagare per vedere la mia arte, ma non penso di essere la persona giusta per lamentarsi se qualcuno pubblica qualcosa senza permesso”. Sul suo sito web (https://www.banksy.co.uk/shows.asp) compare una lista di esposizioni col suo nome da lui dichiarate “fake”, “false”. Questo il testo che accompagna la lista: “Il pubblico dovrebbe essere consapevole del fatto che c’è stata una recente ondata di mostre su Banksy, nessuna delle quali è consensuale. Sono state tutte organizzate senza che l’artista ne fosse a conoscenza o senza che fosse stato coinvolto. Vi preghiamo quindi di approcciarvi a queste mostre di conseguenza”. Fra queste, da un po’ di tempo il writer ha inserito anche quella di Ferrara. In attesa che la polemica monti anche nella nostra città, ricordiamo un caso simile col MUDEC (Museo delle Culture) di Milano. Gli organizzatori della mostra “Banksy. A visual protest”, in programma da novembre 2018 ad aprile 2019 – anch’essa nella “black list” sul suo sito -, furono citati in giudizio dalla Pest Control, società che detiene il diritto di agire per conto dell’artista, per utilizzo non autorizzato del nome, riferendosi in particolare al merchandising legato all’esposizione. Il Museo meneghino si difese affermando: “non sono presenti lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata”. Sulla questione si pronunciò il giudice del Tribunale di Milano, che diede ragione alla Pest Control per quanto concerne l’utilizzo del nome dell’artista sui gadget, venduti nel bookshop del museo, che furono quindi immediatamente ritirati. In tribunale è stato portato anche il catalogo della mostra, a causa delle riproduzioni fotografiche delle opere presenti su di esso, ma in questo caso la questione è più complessa, in quanto non sarebbe possibile dimostrare che, insieme al diritto di proprietà, sia stato ceduto anche quello di riproduzione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

“Negli USA da sempre alcune vite sono considerate sacrificabili. Per questo la pandemia ha fatto meno impressione”: parla Massimo Faggioli

18 Mag

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a cura di Andrea Musacci

Razzismo, diseguaglianze sociali, costose assicurazioni sanitarie, forte crisi occupazionale (gli ultimi dati parlano in questo periodo di circa 30 milioni di posti di lavoro persi). E una Chiesa purtroppo ancora divisa. Drammi all’interno del grande, inarrestabile dramma della pandemia da Coronavirus che ormai da tempo registra gli Stati Uniti come il paese col più alto numero di contagiati e morti al mondo. Ne abbiamo parlato con Massimo Faggioli, storico e teologo nato a Codigoro 49 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, anno in cui si è trasferito negli USA, dove è docente ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University (Philadelphia).

Partendo in generale dalla situazione negli Stati Uniti, dove si contano quasi 90mila decessi e oltre 1.500.000 contagiati per il COVID, che giudizio dà dell’operato del Presidente Trump nell’affrontare questo dramma?

La presidenza Trump è una tragedia nella tragedia, ovviamente. Ma c’è anche la crisi del sistema-paese con uno scontro tra livello federale e livello degli stati, e il crollo della capacità della politica di prendere decisioni politiche e di politica industriale capaci di fronteggiare l’emergenza. Gli Stati Uniti sono arrivati impreparati, insieme a molti altri paesi occidentali. Ma ci sono differenze importanti rispetto a questi altri paesi. Una prima differenza è che negli USA c’è ancora la tendenza a considerarsi il paese migliore del mondo – che è una cosa che ovviamente non è più vera, specialmente dal punto divista del sistema sanitario e dell’aspettativa di vita. Questa tendenza rende incapaci di imparare dagli altri. Una seconda differenza è che negli USA la pandemia colpisce come le altre malattie colpiscono negli USA: in maniera radicalmente diversa a seconda delle etnie e razze, perché alla stratificazione etnica del paese corrisponde ancora – e sempre di più – una stratificazione economico-sociale con gli afroamericani e i latinos in fondo alla scala. Quelli in fondo alla scala socio-economica muoiono prima e più facilmente, in tempi normali come anche in questa emergenza. Una terza differenza è che in America si è abituati a sentire notizie di morti che si potevano evitare (dovuti a mancanze del sistema sanitario, ma anche le sparatorie nelle scuole). Da questo punto di vista, qui in America la pandemia ha fatto meno effetto rispetto ad altri paesi perché da sempre alcune vite vengono viste come meno importanti e quindi sacrificabili sull’altare della politica e dell’economia. Su questo alcuni vescovi, ma non tutti, hanno parlato in modo chiaro.

Vi è anche il problema di un sistema sanitario complessivo non adatto a situazioni come l’attuale?

Il sistema sanitario privato è ottimo, ma solo per chi se lo può permettere grazie a costose assicurazioni sanitarie. La riforma sanitaria di Obama ha migliorato la situazione ma non l’ha cambiata in modo strutturale. Uno dei paradossi della situazione attuale è che la pandemia ha sospeso le procedure non urgenti, che sono quelle che fanno reddito nel sistema sanitario privato. Il risultato è che nel bel mezzo della pandemia un numero spropositato di personale medico e paramedico ha perso il lavoro negli Stati Uniti.

In genere, i cittadini come hanno reagito e come stanno reagendo?

In America c’è un culto della libertà che è diventato una cultura libertaria, per cui tutto quello che le autorità impongono come limite alla mia libertà (specialmente libertà economica e di impresa) diventa totalitarismo o comunismo. Le immagini più scioccanti sono state quelle di bande armate (legalmente) che hanno occupato parlamenti locali chiedendo di sospendere le misure anti-pandemia. Sono minoranze estremiste, ma purtroppo sono sostenute da gran parte del partito repubblicano e anche dal presidente Trump. Questa cosa in Italia non c’è stata.

La Chiesa, invece, come si organizza nel sostegno e nell’aiuto alle drammatiche conseguenze sociali, economiche e psicologiche che si hanno e si avranno?

C’è un grande sforzo di venire incontro ai bisogni straordinari generati dalla crisi. Ma c’è anche un ostacolo diverso rispetto all’Italia e all’Europa, dove molte chiese sono “chiese di stato” e quindi ricevono aiuti dallo stato. Qui in America ogni chiesa deve sopravvivere sul mercato delle religioni con le donazioni dei membri, e quindi le capacità di aiutare sono molto diverse a seconda delle chiese. La crisi economica significherà per alcune parrocchie cattoliche come anche per altre chiese un crollo delle donazioni e quindi renderà impossibile la loro sopravvivenza.

“La realtà è che non ci sono abbastanza risorse per curare tutti, anche nella prima economia del mondo. Non abbiamo abbastanza ventilatori e non abbiamo sufficienti posti letto in terapia intensiva e questo ha costretto e costringerà gli operatori sanitari a scegliere”. L’analisi è di Charlie Camosy, professore associato di bioetica all’università di Fordham. Che dimensioni sembra avere questo fenomeno? E come sta rispondendo la Chiesa?

La chiesa ha reagito in ordine sparso perché per un certo numero di cattolici l’istinto politico è quello di proteggere il presidente Trump e il partito repubblicano in quanto partito anti-abortista. Il problema è che quella cultura politicamente anti-abortista non significa necessariamente una cultura a favore della vita. Una serie di prese di posizione di cattolici repubblicani pro-Trump hanno criticato gli eccessi di prudenza e hanno spinto per una riapertura di tutte le attività. La voce della chiesa cattolica statunitense è divisa anche nell’emergenza pandemia: ci sono cattolici che hanno abbracciato una posizione scettica rispetto alla scienza – una posizione più vicina a quella di certe chiese fondamentaliste.

Qual è la sua impressione riguardo a come il popolo cattolico ha reagito e sta reagendo all’impossibilità a partecipare alle celebrazioni? E come la questione è affrontata a livello di dibattito teologico?

Quello che manca è una certa creatività pastorale: ci si limita a messa e rosario online. Qui in parrocchia speriamo di poter fare di più, come per esempio la catechesi per bambini e la lectio divina per giovani e adulti. Ma tutto si è focalizzato sulla messa, come in una equazione tra liturgia e messa, come se non ci potesse essere liturgia senza messa. In Italia, in confronto, c’è stato un dibattito e contributi di pensiero e pubblicazioni molto più interessanti rispetto agli USA.

Spostiamoci ora nello specifico della comunità dove vive, quella di Philadelphia: qual è la situazione del contagio, e quella socio-economica in questo periodo? La Chiesa locale come si è organizzata per venire incontro ai bisogni materiali e spirituali?

Noi viviamo nei sobborghi di Philadelphia in cui quasi tutti sono bianchi o asiatici, e la malattia ha colpito in modo marginale. Ma abbiamo avuto un certo numero di casi anche nella nostra comunità parrocchiale. La situazione è ben diversa in città, con molti più casi, ma anche nella vicina comunità residenziale dei gesuiti alla St. Joseph’s University, a quattro chilometri da qui, dove sono morti sei padri gesuiti. La chiesa locale si è attrezzata bene. La nostra parrocchia ha creato una task force (di cui faccio parte) per immaginare la riapertura: tra chiesa, cimitero e scuola (dai 3 ai 14 anni, la scuola che frequentano i nostri figli), la parrocchia ha quasi cento impiegati.

Lei e la sua famiglia – in particolare i bambini – come state vivendo questo periodo?

I bambini (che hanno 8 e 5 anni, ndr) intuiscono che è molto improbabile la nostra venuta in Italia questa estate. È la cosa più dolorosa per noi perché è l’appuntamento a cui guardano e di cui parlano nel resto dell’anno. Ci stiamo attrezzando per fare scuola di italiano a casa, dopo che avranno finito la loro scuola online – che per me e mia moglie è la cosa più complicata e stancante di tutte in questo periodo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Fragilità da quarantena: conseguenze psicologiche del lockdown e problemi di riadattamento

18 Mag

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Inchiesta sui risultati dalle varie forme di supporto dell’ASL a operatori sanitari, giovani, famiglie e persone con dipendenze patologiche nei primi due mesi dell’emergenza Coronavirus

a cura di Andrea Musacci

A distanza di due mesi dall’inizio dell’emergenza da Coronavirus, col conseguente lockdown e la quasi totale limitazione delle attività cosiddette “in presenza”, quali sono le prime analisi a livello psicologico che si possono tentare nel nostro territorio? E quali ipotesi si possono iniziare a fare – per le prossime settimane e i prossimi mesi, in vista di un sempre maggiore ritorno alla “normalità” – riguardo alle difficoltà di determinate persone a “riadattarsi” o a superare fragilità emerse o acutizzatesi in quarantena? Partendo da queste domande fondamentali, abbiamo rivolto alcuni quesiti specifici ai diversi referenti delle Aree del Dipartimento Salute Mentale e dello “Spazio Giovani” dell’AUSL di Ferrara. I dati e le analisi raccolte si riferiscono indicativamente al periodo compreso tra il 16 marzo e il 9 maggio scorsi e riguardano precisi ambiti di utenza: in questa prima fase dell’emergenza, infatti, ogni Area ha predisposto, quasi sempre a distanza, forme differenti di sostegno psicologico.

Sostegno psicologico per gli Operatori Sanitari

Protagonisti della “Fase 1” dell’emergenza (e, in parte, anche della “Fase 2”) sono gli Operatori Sanitari. Nonostante la nostra provincia continui a registrare un numero di deceduti e di contagiati inferiore rispetto al resto della Regione (al 16 maggio, sono 978 i positivi e 155 i deceduti ferraresi), per limitare il disagio e lo stress di medici, infermieri e OSS direttamente coinvolti nell’emergenza, il servizio di Psicologia Clinica Territoriale Adulti dell’Azienda USL (afferente all’Area psichiatria adulti del Dipartimento Salute Mentale) ha organizzato una forma di “sostegno psicologico online”. Sono stati 25 gli Operatori che hanno contattato il servizio, di cui oltre il 90% di sesso femminile. La metà dei contatti si è risolta con la prima telefonata di consultazione (della durata di circa 30-40 minuti e l’acquisizione di informazioni utili). La restante metà, invece, ha richiesto interventi successivi (contenimento emozionale, individuazione di strategie di fronteggiamento del problema, psicoeducazione per affrontare la situazione). Le situazioni che hanno richiesto più attenzione si riferiscono a Operatori che sono entrati in uno stato d’ansia quando è stato comunicato loro che sarebbero andati in un reparto COVID: il timore di non essere adeguati al nuovo compito ha inizialmente prevalso. In particolare, si è registrato un numero consistente, fra i 25 in questione, con il timore di essere contagiati e di portare il contagio in famiglia ai propri cari. In alcune situazioni l’ansia si è trasformata in un vero e proprio panico con blocco psicomotorio. Altre chiamate sono poi rappresentative di un carico emotivo eccessivo determinato dalla situazione, con l’ansia come stato d’animo prevalente. Dal servizio ci riferiscono anche della possibilità che da qui a qualche mese ci possa essere in alcuni operatori sanitari più direttamente coinvolti nell’emergenza un effetto di rimbalzo, cioè “un disturbo post traumatico da effetto di ritorno”. Uno scenario, più in generale, caratteristico di tutte le situazioni eccezionali e portatrici di uno stress fuori dalla norma.

Supporto psicologico nella popolazione in generale

Se la solitudine è stata una delle cifre di questo periodo, soprattutto in negativo nei termini di isolamento, le soluzioni per affrontare questo aspetto non potevano mancare. Per questo, il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL ferrarese ha attivato una collaborazione con la “Società Ferrarese di Psicologia” dal 16 marzo fino al 9 maggio e con l’associazione “Progetto San Giorgio” dal 14 aprile per garantire supporto a distanza a chi in questa fase poteva particolarmente soffrire il venir meno di relazioni e contatti diretti con famigliari, amici, colleghi o con la schiera di persone che normalmente si incontrano nella quotidianità. 90 i primi contatti totali, perlopiù ripetutisi fino a tre volte, avvenuti via telefono, mail o social (Facebook) a cui sono seguite sia telefonate sia videochiamate a seconda delle possibilità tecniche dell’utente e delle sue competenze. “La richiesta più frequente – ci spiegano dal servizio – è sicuramente la paura del contagio con lo sviluppo a volte di paure irrazionali o manifestazioni ipocondriache. Una buona parte delle reazioni ansiose o depressive si sono manifestate in persone che avevano qualche forma di fragilità emotiva. Per una piccola parte dei contatti – proseguono nell’analisi – si può immaginare una difficoltà di ripresa nella seconda fase. Sono quelle persone che hanno sviluppato reazioni depressive e che faticano a staccarsi dal supporto psicologico dopo il numero di chiamate concordato con lo psicoterapeuta”. La “Società Ferrarese di Psicologia”, che sta portando a conclusione i casi in essere, ha attivato una consulenza comprendente tre colloqui della durata di un’ora ognuno, con la possibilità di replicare il ciclo. “Ad oggi 54 utenti ci hanno contattato – ci spiegano – grazie soprattutto alla promozione effettuata attraverso i social network, e abbiamo svolto oltre 200 consulenze con una media di 4 colloqui a persona”. Le 38 donne e i 16 uomini – dai 27 agli 80 anni, e di ogni estrazione sociale – che si sono rivolti al servizio hanno evidenziato “sintomi di natura ansiogena (attacchi di panico, paura per il futuro, paura della contaminazione), un senso di solitudine rispetto al fenomeno del distanziamento sociale, l’elaborazione del lutto traumatico da COVID e sintomi depressivi”. Attraverso colloqui di carattere psicoeducativo (telefonici o via Skype), la “Società Ferrarese di Psicologia” ha “cercato di sostenere una rielaborazione emotiva e di stimolare una ‘pensabilità’ resiliente. Abbiamo offerto un contatto con una modalità di caring (‘prendersi cura’), per accompagnare le persone a dare un senso a ciò che stavano vivendo”. “La maggioranza delle richieste di supporto – ci spiegano invece dal “Progetto San Giorgio” – sono state avanzate da donne, di età e stato civile differenti. Molte di queste hanno chiamato da 1 a 3/4 volte. La solitudine, i ritmi rallentati, il silenzio hanno dato voce alle paure, ai demoni, al mal di vivere di tante persone. Alcune sono operatori sanitari operanti prevalentemente negli ospedali di Cento e Argenta; alcune di loro a casa infettati in quarantena, o familiari degli stessi”. “I casi di Covid positivo, in quarantena – proseguono – hanno sviluppato disturbi d’ansia con frequenti attacchi di panico, difficoltà nella regolarità dei pasti, dimagrimento importante e disturbi del ritmo sonno-veglia”. Riguardo, invece, alle donne in generale rivoltesi al servizio, “molte hanno evidenziato un bisogno di ascolto e di supporto esasperato dalla quarantena, alcune in condizioni di solitudine esistenziale, con a carico un familiare invalido o malato, altre sposate ma non considerate nella loro ansia e paura dai mariti o dai figli; altre ancora, sfiancate dall’abbattimento dei confini tra ruolo di madre, moglie e donna che lavora”.

Supporto psicologico per persone con dipendenze patologiche

Il Servizio per la Prevenzione e cura delle Dipendenze Patologiche (Ser.D) del Dipartimento di Salute Mentale nel periodo di lockdown ha attivato un nuovo servizio per aiutare le persone con dipendenze patologiche, pur mantenendo, a differenza degli altri Supporti (tornati attivi non solo a distanza da lunedì 18 maggio, in forma contingentata e controllata), il servizio in presenza. “In questi ultimi due mesi – ci spiegano – il Ser.D ha registrato un notevole aumento delle telefonate di pazienti, per la necessità di quella presenza fondamentale che gli aiutasse a non crollare del tutto. Sono inoltre aumentate le visite a domicilio, in particolare per i pazienti le cui condizioni fisiche, compromesse da anni di uso di sostanze, non erano compatibili con gli spostamenti, e per non esporli al rischio di contagio”. Infine, l’isolamento forzato ha “paradossalmente” abbattuto il ricorso al gioco d’azzardo, per l’impossibilità di recarsi in bar o tabaccherie. Il problema si ripresenta ora che questi esercizi sono riaperti”.

Sostegno Psicologico alle famiglie con minori

Per offrire un sopporto alle famiglie di minori in difficoltà, gli Psicologi della U.O. di Neuropsichiatria Infanzia Adolescenza del Dipartimento Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche dell’ASL, si sono resi disponibili alle famiglie con minori attraverso un nuovo servizio di consulenza telefonica. Sono state 22 le chiamate di genitori preoccupati per la difficoltà di gestione dei figli minori in questo periodo di convivenza “forzata”. Si è trattato spesso di interventi di “psicoeducazione” al genitore, nei quali l’aiuto pratico e immediato si è accompagnato a consigli specifici. “Un lavoro psicoeducativo – ci spiegano – è stato effettuato anche su 3 ragazze adolescenti che hanno contattato il servizio, con forme diverse di somatizzazione conseguenti al timore di essere state contagiate, e quindi accompagnate al Pronto Soccorso”. Infine, vi sono state anche chiamate relative a violenza assistita all’interno dell’ambito famigliare, quindi da parte di donne vittime dell’aggressività del coniuge o convivente in presenza dei figli. Casi, questi, in parte dirottati al Centro Donna Giustizia.

Supporto psicologico “Spazio Giovani”

Per tutti i giovani dai 14 ai 24 anni – e relativi adulti di riferimento – è stato rafforzato il Consultorio dello “Spazio Giovani”, con l’apertura di uno spazio di ascolto online. “Abbiamo raccolto 25 richieste tramite telefono o videochiamata – ci spiegano – da studentesse e studenti fra i 17 e i 23 anni. Tutti hanno deciso, successivamente, di proseguire i colloqui. Il bisogno prevalente emerso è stato quello dell’ascolto e della richiesta relazionale, ma sono emersi anche problemi di ansia, tristezza, depressione e disturbi dell’umore. La domanda dei familiari, invece, riguarda soprattutto aspetti di comunicazione coi propri figli”. Anche in questo caso, “per alcuni dei giovani utenti si teme un problema di riadattamento al periodo successivo”. Per questo, in collaborazione con il Tavolo Provinciale Adolescenti, si stanno individuando progetti, strategie e modalità dirette e fruibili per raggiungere il più possibile gli adolescenti, considerato anche il termine dell’attività scolastica. Infine, “i giovani già in carico prima dell’emergenza sono monitorati con colloqui programmati in base al bisogno”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it