Mostra di Banksy a Ferrara. Ma l’artista non l’ha autorizzata

25 Mag

banksySul sito del celebre writer inglese, la mostra di riproduzioni di sue opere annunciata da Sgarbi per fine maggio a Palazzo dei Diamanti, compare tra quelle dichiarate “fake”, “false” dall’artista

Banksy, artista dall’identità ignota, arriva a Ferrara. O meglio arrivano riproduzioni di alcune sue opere. Ma senza il suo consenso. Quella che sembrerebbe una situazione surreale, è realtà. Il Comune di Ferrara, insieme agli organizzatori Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea in collaborazione con Associazione Culturale MetaMorfosi, hanno ufficializzato che Palazzo Diamanti dal 30 maggio al 27 settembre 2020 ospiterà, come ha dichiarato il Direttore di “Ferrara Arte” Vittorio Sgarbi, “la prima mostra italiana dedicata a un autore così noto ad aprire” dopo la chiusura per l’emergenza (corsivo nostro, ndr). Mostra dal titolo “Un artista chiamato Banksy”, che già riporta, sulla locandina ufficiale, il timbro con la scritta “Unauthorized” (“Non autorizzata” dall’autore). Il writer inglese, originario di Bristol, considerato uno dei maggiori esponenti della Street Art, è noto per le sue corrosive incursioni in alcuni musei e sui muri di grandi città. Ma non è nuovo anche per partecipare, sempre indirettamente e nell’anonimato, a dispute con musei che ospitano mostre con sue opere. Due anni fa sul suo profilo Instagram dichiarò: “Non faccio pagare per vedere la mia arte, ma non penso di essere la persona giusta per lamentarsi se qualcuno pubblica qualcosa senza permesso”. Sul suo sito web (https://www.banksy.co.uk/shows.asp) compare una lista di esposizioni col suo nome da lui dichiarate “fake”, “false”. Questo il testo che accompagna la lista: “Il pubblico dovrebbe essere consapevole del fatto che c’è stata una recente ondata di mostre su Banksy, nessuna delle quali è consensuale. Sono state tutte organizzate senza che l’artista ne fosse a conoscenza o senza che fosse stato coinvolto. Vi preghiamo quindi di approcciarvi a queste mostre di conseguenza”. Fra queste, da un po’ di tempo il writer ha inserito anche quella di Ferrara. In attesa che la polemica monti anche nella nostra città, ricordiamo un caso simile col MUDEC (Museo delle Culture) di Milano. Gli organizzatori della mostra “Banksy. A visual protest”, in programma da novembre 2018 ad aprile 2019 – anch’essa nella “black list” sul suo sito -, furono citati in giudizio dalla Pest Control, società che detiene il diritto di agire per conto dell’artista, per utilizzo non autorizzato del nome, riferendosi in particolare al merchandising legato all’esposizione. Il Museo meneghino si difese affermando: “non sono presenti lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata”. Sulla questione si pronunciò il giudice del Tribunale di Milano, che diede ragione alla Pest Control per quanto concerne l’utilizzo del nome dell’artista sui gadget, venduti nel bookshop del museo, che furono quindi immediatamente ritirati. In tribunale è stato portato anche il catalogo della mostra, a causa delle riproduzioni fotografiche delle opere presenti su di esso, ma in questo caso la questione è più complessa, in quanto non sarebbe possibile dimostrare che, insieme al diritto di proprietà, sia stato ceduto anche quello di riproduzione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

“Negli USA da sempre alcune vite sono considerate sacrificabili. Per questo la pandemia ha fatto meno impressione”: parla Massimo Faggioli

18 Mag

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a cura di Andrea Musacci

Razzismo, diseguaglianze sociali, costose assicurazioni sanitarie, forte crisi occupazionale (gli ultimi dati parlano in questo periodo di circa 30 milioni di posti di lavoro persi). E una Chiesa purtroppo ancora divisa. Drammi all’interno del grande, inarrestabile dramma della pandemia da Coronavirus che ormai da tempo registra gli Stati Uniti come il paese col più alto numero di contagiati e morti al mondo. Ne abbiamo parlato con Massimo Faggioli, storico e teologo nato a Codigoro 49 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, anno in cui si è trasferito negli USA, dove è docente ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University (Philadelphia).

Partendo in generale dalla situazione negli Stati Uniti, dove si contano quasi 90mila decessi e oltre 1.500.000 contagiati per il COVID, che giudizio dà dell’operato del Presidente Trump nell’affrontare questo dramma?

La presidenza Trump è una tragedia nella tragedia, ovviamente. Ma c’è anche la crisi del sistema-paese con uno scontro tra livello federale e livello degli stati, e il crollo della capacità della politica di prendere decisioni politiche e di politica industriale capaci di fronteggiare l’emergenza. Gli Stati Uniti sono arrivati impreparati, insieme a molti altri paesi occidentali. Ma ci sono differenze importanti rispetto a questi altri paesi. Una prima differenza è che negli USA c’è ancora la tendenza a considerarsi il paese migliore del mondo – che è una cosa che ovviamente non è più vera, specialmente dal punto divista del sistema sanitario e dell’aspettativa di vita. Questa tendenza rende incapaci di imparare dagli altri. Una seconda differenza è che negli USA la pandemia colpisce come le altre malattie colpiscono negli USA: in maniera radicalmente diversa a seconda delle etnie e razze, perché alla stratificazione etnica del paese corrisponde ancora – e sempre di più – una stratificazione economico-sociale con gli afroamericani e i latinos in fondo alla scala. Quelli in fondo alla scala socio-economica muoiono prima e più facilmente, in tempi normali come anche in questa emergenza. Una terza differenza è che in America si è abituati a sentire notizie di morti che si potevano evitare (dovuti a mancanze del sistema sanitario, ma anche le sparatorie nelle scuole). Da questo punto di vista, qui in America la pandemia ha fatto meno effetto rispetto ad altri paesi perché da sempre alcune vite vengono viste come meno importanti e quindi sacrificabili sull’altare della politica e dell’economia. Su questo alcuni vescovi, ma non tutti, hanno parlato in modo chiaro.

Vi è anche il problema di un sistema sanitario complessivo non adatto a situazioni come l’attuale?

Il sistema sanitario privato è ottimo, ma solo per chi se lo può permettere grazie a costose assicurazioni sanitarie. La riforma sanitaria di Obama ha migliorato la situazione ma non l’ha cambiata in modo strutturale. Uno dei paradossi della situazione attuale è che la pandemia ha sospeso le procedure non urgenti, che sono quelle che fanno reddito nel sistema sanitario privato. Il risultato è che nel bel mezzo della pandemia un numero spropositato di personale medico e paramedico ha perso il lavoro negli Stati Uniti.

In genere, i cittadini come hanno reagito e come stanno reagendo?

In America c’è un culto della libertà che è diventato una cultura libertaria, per cui tutto quello che le autorità impongono come limite alla mia libertà (specialmente libertà economica e di impresa) diventa totalitarismo o comunismo. Le immagini più scioccanti sono state quelle di bande armate (legalmente) che hanno occupato parlamenti locali chiedendo di sospendere le misure anti-pandemia. Sono minoranze estremiste, ma purtroppo sono sostenute da gran parte del partito repubblicano e anche dal presidente Trump. Questa cosa in Italia non c’è stata.

La Chiesa, invece, come si organizza nel sostegno e nell’aiuto alle drammatiche conseguenze sociali, economiche e psicologiche che si hanno e si avranno?

C’è un grande sforzo di venire incontro ai bisogni straordinari generati dalla crisi. Ma c’è anche un ostacolo diverso rispetto all’Italia e all’Europa, dove molte chiese sono “chiese di stato” e quindi ricevono aiuti dallo stato. Qui in America ogni chiesa deve sopravvivere sul mercato delle religioni con le donazioni dei membri, e quindi le capacità di aiutare sono molto diverse a seconda delle chiese. La crisi economica significherà per alcune parrocchie cattoliche come anche per altre chiese un crollo delle donazioni e quindi renderà impossibile la loro sopravvivenza.

“La realtà è che non ci sono abbastanza risorse per curare tutti, anche nella prima economia del mondo. Non abbiamo abbastanza ventilatori e non abbiamo sufficienti posti letto in terapia intensiva e questo ha costretto e costringerà gli operatori sanitari a scegliere”. L’analisi è di Charlie Camosy, professore associato di bioetica all’università di Fordham. Che dimensioni sembra avere questo fenomeno? E come sta rispondendo la Chiesa?

La chiesa ha reagito in ordine sparso perché per un certo numero di cattolici l’istinto politico è quello di proteggere il presidente Trump e il partito repubblicano in quanto partito anti-abortista. Il problema è che quella cultura politicamente anti-abortista non significa necessariamente una cultura a favore della vita. Una serie di prese di posizione di cattolici repubblicani pro-Trump hanno criticato gli eccessi di prudenza e hanno spinto per una riapertura di tutte le attività. La voce della chiesa cattolica statunitense è divisa anche nell’emergenza pandemia: ci sono cattolici che hanno abbracciato una posizione scettica rispetto alla scienza – una posizione più vicina a quella di certe chiese fondamentaliste.

Qual è la sua impressione riguardo a come il popolo cattolico ha reagito e sta reagendo all’impossibilità a partecipare alle celebrazioni? E come la questione è affrontata a livello di dibattito teologico?

Quello che manca è una certa creatività pastorale: ci si limita a messa e rosario online. Qui in parrocchia speriamo di poter fare di più, come per esempio la catechesi per bambini e la lectio divina per giovani e adulti. Ma tutto si è focalizzato sulla messa, come in una equazione tra liturgia e messa, come se non ci potesse essere liturgia senza messa. In Italia, in confronto, c’è stato un dibattito e contributi di pensiero e pubblicazioni molto più interessanti rispetto agli USA.

Spostiamoci ora nello specifico della comunità dove vive, quella di Philadelphia: qual è la situazione del contagio, e quella socio-economica in questo periodo? La Chiesa locale come si è organizzata per venire incontro ai bisogni materiali e spirituali?

Noi viviamo nei sobborghi di Philadelphia in cui quasi tutti sono bianchi o asiatici, e la malattia ha colpito in modo marginale. Ma abbiamo avuto un certo numero di casi anche nella nostra comunità parrocchiale. La situazione è ben diversa in città, con molti più casi, ma anche nella vicina comunità residenziale dei gesuiti alla St. Joseph’s University, a quattro chilometri da qui, dove sono morti sei padri gesuiti. La chiesa locale si è attrezzata bene. La nostra parrocchia ha creato una task force (di cui faccio parte) per immaginare la riapertura: tra chiesa, cimitero e scuola (dai 3 ai 14 anni, la scuola che frequentano i nostri figli), la parrocchia ha quasi cento impiegati.

Lei e la sua famiglia – in particolare i bambini – come state vivendo questo periodo?

I bambini (che hanno 8 e 5 anni, ndr) intuiscono che è molto improbabile la nostra venuta in Italia questa estate. È la cosa più dolorosa per noi perché è l’appuntamento a cui guardano e di cui parlano nel resto dell’anno. Ci stiamo attrezzando per fare scuola di italiano a casa, dopo che avranno finito la loro scuola online – che per me e mia moglie è la cosa più complicata e stancante di tutte in questo periodo.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Fragilità da quarantena: conseguenze psicologiche del lockdown e problemi di riadattamento

18 Mag

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Inchiesta sui risultati dalle varie forme di supporto dell’ASL a operatori sanitari, giovani, famiglie e persone con dipendenze patologiche nei primi due mesi dell’emergenza Coronavirus

a cura di Andrea Musacci

A distanza di due mesi dall’inizio dell’emergenza da Coronavirus, col conseguente lockdown e la quasi totale limitazione delle attività cosiddette “in presenza”, quali sono le prime analisi a livello psicologico che si possono tentare nel nostro territorio? E quali ipotesi si possono iniziare a fare – per le prossime settimane e i prossimi mesi, in vista di un sempre maggiore ritorno alla “normalità” – riguardo alle difficoltà di determinate persone a “riadattarsi” o a superare fragilità emerse o acutizzatesi in quarantena? Partendo da queste domande fondamentali, abbiamo rivolto alcuni quesiti specifici ai diversi referenti delle Aree del Dipartimento Salute Mentale e dello “Spazio Giovani” dell’AUSL di Ferrara. I dati e le analisi raccolte si riferiscono indicativamente al periodo compreso tra il 16 marzo e il 9 maggio scorsi e riguardano precisi ambiti di utenza: in questa prima fase dell’emergenza, infatti, ogni Area ha predisposto, quasi sempre a distanza, forme differenti di sostegno psicologico.

Sostegno psicologico per gli Operatori Sanitari

Protagonisti della “Fase 1” dell’emergenza (e, in parte, anche della “Fase 2”) sono gli Operatori Sanitari. Nonostante la nostra provincia continui a registrare un numero di deceduti e di contagiati inferiore rispetto al resto della Regione (al 16 maggio, sono 978 i positivi e 155 i deceduti ferraresi), per limitare il disagio e lo stress di medici, infermieri e OSS direttamente coinvolti nell’emergenza, il servizio di Psicologia Clinica Territoriale Adulti dell’Azienda USL (afferente all’Area psichiatria adulti del Dipartimento Salute Mentale) ha organizzato una forma di “sostegno psicologico online”. Sono stati 25 gli Operatori che hanno contattato il servizio, di cui oltre il 90% di sesso femminile. La metà dei contatti si è risolta con la prima telefonata di consultazione (della durata di circa 30-40 minuti e l’acquisizione di informazioni utili). La restante metà, invece, ha richiesto interventi successivi (contenimento emozionale, individuazione di strategie di fronteggiamento del problema, psicoeducazione per affrontare la situazione). Le situazioni che hanno richiesto più attenzione si riferiscono a Operatori che sono entrati in uno stato d’ansia quando è stato comunicato loro che sarebbero andati in un reparto COVID: il timore di non essere adeguati al nuovo compito ha inizialmente prevalso. In particolare, si è registrato un numero consistente, fra i 25 in questione, con il timore di essere contagiati e di portare il contagio in famiglia ai propri cari. In alcune situazioni l’ansia si è trasformata in un vero e proprio panico con blocco psicomotorio. Altre chiamate sono poi rappresentative di un carico emotivo eccessivo determinato dalla situazione, con l’ansia come stato d’animo prevalente. Dal servizio ci riferiscono anche della possibilità che da qui a qualche mese ci possa essere in alcuni operatori sanitari più direttamente coinvolti nell’emergenza un effetto di rimbalzo, cioè “un disturbo post traumatico da effetto di ritorno”. Uno scenario, più in generale, caratteristico di tutte le situazioni eccezionali e portatrici di uno stress fuori dalla norma.

Supporto psicologico nella popolazione in generale

Se la solitudine è stata una delle cifre di questo periodo, soprattutto in negativo nei termini di isolamento, le soluzioni per affrontare questo aspetto non potevano mancare. Per questo, il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL ferrarese ha attivato una collaborazione con la “Società Ferrarese di Psicologia” dal 16 marzo fino al 9 maggio e con l’associazione “Progetto San Giorgio” dal 14 aprile per garantire supporto a distanza a chi in questa fase poteva particolarmente soffrire il venir meno di relazioni e contatti diretti con famigliari, amici, colleghi o con la schiera di persone che normalmente si incontrano nella quotidianità. 90 i primi contatti totali, perlopiù ripetutisi fino a tre volte, avvenuti via telefono, mail o social (Facebook) a cui sono seguite sia telefonate sia videochiamate a seconda delle possibilità tecniche dell’utente e delle sue competenze. “La richiesta più frequente – ci spiegano dal servizio – è sicuramente la paura del contagio con lo sviluppo a volte di paure irrazionali o manifestazioni ipocondriache. Una buona parte delle reazioni ansiose o depressive si sono manifestate in persone che avevano qualche forma di fragilità emotiva. Per una piccola parte dei contatti – proseguono nell’analisi – si può immaginare una difficoltà di ripresa nella seconda fase. Sono quelle persone che hanno sviluppato reazioni depressive e che faticano a staccarsi dal supporto psicologico dopo il numero di chiamate concordato con lo psicoterapeuta”. La “Società Ferrarese di Psicologia”, che sta portando a conclusione i casi in essere, ha attivato una consulenza comprendente tre colloqui della durata di un’ora ognuno, con la possibilità di replicare il ciclo. “Ad oggi 54 utenti ci hanno contattato – ci spiegano – grazie soprattutto alla promozione effettuata attraverso i social network, e abbiamo svolto oltre 200 consulenze con una media di 4 colloqui a persona”. Le 38 donne e i 16 uomini – dai 27 agli 80 anni, e di ogni estrazione sociale – che si sono rivolti al servizio hanno evidenziato “sintomi di natura ansiogena (attacchi di panico, paura per il futuro, paura della contaminazione), un senso di solitudine rispetto al fenomeno del distanziamento sociale, l’elaborazione del lutto traumatico da COVID e sintomi depressivi”. Attraverso colloqui di carattere psicoeducativo (telefonici o via Skype), la “Società Ferrarese di Psicologia” ha “cercato di sostenere una rielaborazione emotiva e di stimolare una ‘pensabilità’ resiliente. Abbiamo offerto un contatto con una modalità di caring (‘prendersi cura’), per accompagnare le persone a dare un senso a ciò che stavano vivendo”. “La maggioranza delle richieste di supporto – ci spiegano invece dal “Progetto San Giorgio” – sono state avanzate da donne, di età e stato civile differenti. Molte di queste hanno chiamato da 1 a 3/4 volte. La solitudine, i ritmi rallentati, il silenzio hanno dato voce alle paure, ai demoni, al mal di vivere di tante persone. Alcune sono operatori sanitari operanti prevalentemente negli ospedali di Cento e Argenta; alcune di loro a casa infettati in quarantena, o familiari degli stessi”. “I casi di Covid positivo, in quarantena – proseguono – hanno sviluppato disturbi d’ansia con frequenti attacchi di panico, difficoltà nella regolarità dei pasti, dimagrimento importante e disturbi del ritmo sonno-veglia”. Riguardo, invece, alle donne in generale rivoltesi al servizio, “molte hanno evidenziato un bisogno di ascolto e di supporto esasperato dalla quarantena, alcune in condizioni di solitudine esistenziale, con a carico un familiare invalido o malato, altre sposate ma non considerate nella loro ansia e paura dai mariti o dai figli; altre ancora, sfiancate dall’abbattimento dei confini tra ruolo di madre, moglie e donna che lavora”.

Supporto psicologico per persone con dipendenze patologiche

Il Servizio per la Prevenzione e cura delle Dipendenze Patologiche (Ser.D) del Dipartimento di Salute Mentale nel periodo di lockdown ha attivato un nuovo servizio per aiutare le persone con dipendenze patologiche, pur mantenendo, a differenza degli altri Supporti (tornati attivi non solo a distanza da lunedì 18 maggio, in forma contingentata e controllata), il servizio in presenza. “In questi ultimi due mesi – ci spiegano – il Ser.D ha registrato un notevole aumento delle telefonate di pazienti, per la necessità di quella presenza fondamentale che gli aiutasse a non crollare del tutto. Sono inoltre aumentate le visite a domicilio, in particolare per i pazienti le cui condizioni fisiche, compromesse da anni di uso di sostanze, non erano compatibili con gli spostamenti, e per non esporli al rischio di contagio”. Infine, l’isolamento forzato ha “paradossalmente” abbattuto il ricorso al gioco d’azzardo, per l’impossibilità di recarsi in bar o tabaccherie. Il problema si ripresenta ora che questi esercizi sono riaperti”.

Sostegno Psicologico alle famiglie con minori

Per offrire un sopporto alle famiglie di minori in difficoltà, gli Psicologi della U.O. di Neuropsichiatria Infanzia Adolescenza del Dipartimento Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche dell’ASL, si sono resi disponibili alle famiglie con minori attraverso un nuovo servizio di consulenza telefonica. Sono state 22 le chiamate di genitori preoccupati per la difficoltà di gestione dei figli minori in questo periodo di convivenza “forzata”. Si è trattato spesso di interventi di “psicoeducazione” al genitore, nei quali l’aiuto pratico e immediato si è accompagnato a consigli specifici. “Un lavoro psicoeducativo – ci spiegano – è stato effettuato anche su 3 ragazze adolescenti che hanno contattato il servizio, con forme diverse di somatizzazione conseguenti al timore di essere state contagiate, e quindi accompagnate al Pronto Soccorso”. Infine, vi sono state anche chiamate relative a violenza assistita all’interno dell’ambito famigliare, quindi da parte di donne vittime dell’aggressività del coniuge o convivente in presenza dei figli. Casi, questi, in parte dirottati al Centro Donna Giustizia.

Supporto psicologico “Spazio Giovani”

Per tutti i giovani dai 14 ai 24 anni – e relativi adulti di riferimento – è stato rafforzato il Consultorio dello “Spazio Giovani”, con l’apertura di uno spazio di ascolto online. “Abbiamo raccolto 25 richieste tramite telefono o videochiamata – ci spiegano – da studentesse e studenti fra i 17 e i 23 anni. Tutti hanno deciso, successivamente, di proseguire i colloqui. Il bisogno prevalente emerso è stato quello dell’ascolto e della richiesta relazionale, ma sono emersi anche problemi di ansia, tristezza, depressione e disturbi dell’umore. La domanda dei familiari, invece, riguarda soprattutto aspetti di comunicazione coi propri figli”. Anche in questo caso, “per alcuni dei giovani utenti si teme un problema di riadattamento al periodo successivo”. Per questo, in collaborazione con il Tavolo Provinciale Adolescenti, si stanno individuando progetti, strategie e modalità dirette e fruibili per raggiungere il più possibile gli adolescenti, considerato anche il termine dell’attività scolastica. Infine, “i giovani già in carico prima dell’emergenza sono monitorati con colloqui programmati in base al bisogno”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it 

Banco Alimentare Ferrara, “cento famiglie in più chiedono assistenza”

13 Mag

Leggi l’intervento di Fabrizio Fabrizi, Presidente del “Centro di Solidarietà-Carità” di Ferrara, sul sito de “la Voce di Ferrara-Comacchio”

volontari 2Lavoratori stagionali del mare, piccoli artigiani, donne delle pulizie, colf, badanti, baby-sitter, ma anche giostrai, cassintegrati, donne e uomini che hanno perso il lavoro.

È la nuova – o meglio, sempre più folta – schiera dei cosiddetti “nuovi poveri”, persone che fino a prima dell’inizio dell’emergenza da Coronavirus nelle analisi e nelle statistiche ufficiali rappresentavano una porzione di quella fascia cosiddetta “a rischio povertà”. Ora che la crisi, sempre meno latente, fa sempre più paura, molti di loro sono costretti, per mantenere se stessi e le proprie famiglie a rivolgersi a quegli enti o associazioni benefiche dedite integralmente all’aiuto e alla vicinanza ai più poveri.

Una delle associazioni più importanti nel nostro territorio è il “Centro di Solidarietà-Carità”, che, collaborando col Banco Alimentare di Imola, da oltre 20 anni (a Comacchio da 16) rifornisce costantemente di generi alimentari numerose associazioni/enti caritativi convenzionati (attualmente 72, più della metà delle quali, Caritas parrocchiali), permettendo loro di raggiungere e assistere quasi 11.000 bisognosi nella nostra provincia. Ma il Centro di Solidarietà-Carità assiste anche direttamente diversi nuclei famigliari. Mai, però, tanti come quest’anno: l’anno scorso, dal magazzino presso il MOF di via Trenti, concesso gratuitamente dal Comune di Ferrara, sono transitati e subito distribuiti 755,780 kg di derrate alimentare per un valore commerciale stimato in 1.500.000 euro. Il Centro di Solidarietà-Carità, che nel 2019 assisteva direttamente 180 famiglie per un totale di 462 persone, nelle ultime settimane ha ricevuto richiesta di assistenza da parte di ulteriori 100 famiglie con più di 350 componenti. Quasi il doppio. Per fortuna l’impegno dei tanti volontari si è solo ridotto (per le comprensibili limitazioni), ma l’opera soprattutto di tanti giovani (delle Superiori e universitari) è continuo.

“E’ una emergenza, e non solo di cibo, a cui stiamo cercando di rispondere in forza di una presenza già esistente nella nostra Provincia”, ci spiega Fabrizio Fabrizi, Presidente del “Centro di Solidarietà-Carità” di Ferrara. L’emergenza di per sé non è buona, non è augurabile, ma è il frangente in cui il cuore dell’uomo la fa sua, rendendola occasione di un cambiamento”.

banco al 1 copiaCambiamento che in queste settimane è avvenuto anche nel cuore di molte persone: basti pensare a i tifosi della “Curva Ovest” della SPAL, che hanno raccolto e donato 2.500 euro in prodotti al Centro, ma anche alle donazioni pervenute da Rotary Club di Copparo, Dattero Luce Sas, ESA Professional, Gruppo Ferrante, Bauli Spa, Simoni Frutta Srl, Bia Spa, Azienda Agricola Vallier, amici dell’associazione “Giulia”, oltre a singoli cittadini. Infine, a inizio maggio un aiuto è arrivato anche dall’Amministrazione comunale di Ferrara, che ha ripartito 15mila euro fra tre diversi enti del Terzo settore: oltre ai 5 mila alla Caritas diocesana e i 2mila all’emporio “Il Mantello”, ben 8mila sono spettati al Centro di Solidarietà-Carità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” del 13 maggio 2020

 

Triplicati i poveri che chiedono aiuto a Viale K

11 Mag

Raffaele Rinaldi: “mensa, distribuzione pacchi viveri e dormitorio sempre attivi. Ma le istituzioni devono aiutarci”

viale k 3A due mesi dall’inizio dell’emergenza, la situazione di molti nuclei famigliari col passare del tempo si aggrava. Ad attutire, almeno in parte, questa “caduta” nelle vite di tante persone è la rete di solidarietà delle associazioni, di cui fa parte anche “Viale K”. “Da circa 20 sono diventate quasi 60 le persone che quotidianamente vengono a mangiare alla nostra mensa” alla Rivana, ci spiega il Direttore Raffaele Rinaldi, e lo stesso vale per la consegna dei pacchi viveri il venerdì pomeriggio. Questi nuovi assistiti sono perlopiù “persone che si mantenevano con qualche lavoretto, o la cui azienda dove lavoravano ha chiuso. Sono italiani e stranieri che hanno visto il Reddito di cittadinanza dimezzarsi – prosegue Rinaldi – o quelli che sono stati esclusi dai ‘buoni spesa’ del Comune di Ferrara” (a fine aprile dichiarati “discriminatori” dal Tribunale di Ferrara, ndr). L’Associazione, però, inizia ad accusare la fatica del periodo: nonostante l’innesto di quattro nuovi volontari e le donazioni di imprese e privati, il forte aumento di assistiti richiederebbe un numero maggiore di forze e più risorse dalle istituzioni. “Viale K – si rammarica Rinaldi – è stata esclusa dalle recenti risorse assegnate dall’Amministrazione Comunale”. Il riferimento è ai 15mila euro destinati lo scorso 5 maggio al Terzo settore (nello specifico, 8mila sono andati al Centro di Solidarietà-Carità, 5 mila alla nostra Caritas e 2mila al Mantello di Ferrara).

raffaele rinaldiAltro capitolo dolente è quello riguardante il Dormitorio ”Villa Albertina” in zona Mizzana: “la struttura ospita una ventina di persone, limite massimo – ci spiega ancora Rinaldi -, costrette anch’esse dalle limitazioni a stare chiuse, con tutte le conseguenze dal punto di vista psicologico per soggetti che spesso hanno problemi di dipendenze”. Nelle ultime settimane, 5 posti che si sono liberati, sono stati occupati da altrettanti “senza tetto”. E a proposito di persone che faticano o faticheranno a trovare una dimora, Viale K si è vista rifiutare, sempre dal Comune di Ferrara, un progetto per accogliere alcuni detenuti che, in questo periodo di emergenza, usufruiranno degli arresti domiciliari. “Alcune di queste persone se non trovano un alloggio, verranno comunque a chiederci aiuto”. Spostando la riflessione più in generale, Rinaldi riflette con noi su come quest’emergenza “stia facendo venir fuori le reali difficoltà della società, quindi chi sono i veri fragili”. Ciò che si può fare, grazie al contributo di ognuno – “è di tornare alla normalità, ma non quella malata di prima, che escludeva gli ultimi. Dovremmo, invece – conclude – ripensare l’intero welfare”. Esiste, anche a Ferrara, una fondamentale rete dal basso di associazioni di volontariato, “ma manca una vera politica sociale: non possono essere quasi solo le associazioni a reggere soprattutto in periodi come questo. Anche nella nostra città, il Comune faccia tesoro di questo patrimonio e lo porti a sistema, cercando fondi regionali e nazionali per sostenerlo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

“Smart working? Nell’Università di Ferrara già da anni è realtà”

11 Mag

Intervista al prof. Enrico Deidda Gagliardo: “nel nostro Ateneo abbiamo iniziato nel 2012 col telelavoro. Lo smart working non dev’essere uno strumento solo emergenziale ma può diventare un’opportunità strutturata”. Le proposte per affrontarne le criticità, fra cui il diritto alla disconnessione e quelle legate ai rischi per la salute, soprattutto in un periodo come questo

a cura di Andrea Musacci

smart 2Questa lunga fase emergenziale, di cui conosciamo l’inizio ma non ancora la fine, come tutte le crisi sta mostrando in maniera forte virtù e contraddizioni del nostro sistema sociale, produttivo e comunicativo. Al tempo stesso, sta accelerando la conoscenza e l’utilizzo di strumenti e pratiche, come ad esempio lo smart working, o lavoro agile, erede del telelavoro. Padre Francesco Occhetta su “Civiltà Cattolica” del febbraio 2017 spiegava: “Il lavoro agile non è semplicemente lavorare a casa, ma consiste nell’orientare la prestazione al risultato e non ‘al tempo’, garantire che il lavoratore cresca nella conoscenza, proteggere il professionista indipendente”. L’intento sarebbe dunque quello di “restituire al lavoratore autonomia, flessibilità e responsabilità sui risultati, mentre al datore di lavoro è richiesto di dare fiducia e ripensare le modalità del controllo”. Lo smart working in Italia è stato introdotto proprio tre anni fa, grazie alla Legge 81. La Direttiva 2/2020 della Funzione Pubblica, nata durante l’attuale emergenza, ha innovato profondamente il quadro, definendo il lavoro agile come “modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa”. In questo contesto eccezionale e in un certo senso obbligato, lo smart working ha raggiunto picchi elevati.

Per capire meglio di cosa si tratta e, nello specifico, come già da tempo viene utilizzato nell’Università degli Studi di Ferrara, abbiamo rivolto alcune domande al prof. Enrico Deidda Gagliardo, ordinario del Dipartimento di Economia e Management del nostro Ateneo, oltre che Prorettore Vicario e Prorettore delegato al bilancio, semplificazione organizzativa e valorizzazione delle risorse umane.

Professore, ci spieghi innanzitutto quali sono secondo lei i vantaggi dello smart working.

Lo smart working è una modalità agile, intelligente e innovativa di organizzazione del lavoro, volta ad ottenere vantaggi reciproci del tipo win-win: da un lato, il lavoratore ha l’opportunità di conciliare i tempi di vita e lavoro, dall’altro l’amministrazione ha l’opportunità di veder crescere produttività e risultati. Natiuralmente, lo smart working funziona solo se agisce sulla motivazione, se viene percepito e vissuto come una spinta gentile al miglioramento (c.d. nudge); la crescita della motivazione lavorativa porta al miglioramento della salute organizzativa che, a sua volta, costituisce il presupposto per il miglioramento delle performance di una Pubblica Amministrazione (PA) e, attraverso tale via, per la generazione di Valore Pubblico. Il Valore Pubblico è, infatti, il miglioramento del benessere (economico-sociale-sanitario) degli utenti esterni e del contesto in cui vivono (ambiente) poggiante sul miglioramento della salute interna dell’ente.

A Unife era già attivo prima dell’emergenza…

In effetti è così, il nostro Ateneo ha precorso i tempi: già nel 2012 avevamo avviato le prime attività per l’applicazione del telelavoro, grazie all’intuizione e all’impulso del Comitato Unico di Garanzia e del Consiglio di Parità di Unife. Lo stesso anno ci siamo dotati di un apposito regolamento, nell’ottica di migliorare la salute organizzativa e lavorativa della nostra Università. Siamo stati tra i primi firmatari dell’accordo che inserisce l’Università di Ferrara nel network del Progetto VeLA (VEloce, Leggero, Agile: Smart Working per la PA) e facciamo parte del tavolo di coprogettazione della Regione Emilia-Romagna, pioniera e leader in tema di smart working, per la condivisione di buone prassi.

Nell’emergenza in corso, quindi, non vi siete trovati impreparati…

Fin dai primi giorni dell’emergenza, l’Università di Ferrara è stata in grado di mettere in sicurezza il proprio personale concedendo, tra le prime in assoluto, la modalità di lavoro agile a gran parte del personale tecnico-amministrativo (oltre l’80%), precedendo i provvedimenti governativi che, successivamente, ne hanno incentivato l’applicazione nelle PA. Inoltre, Unife si è dotata a titolo volontario di un “Piano di semplificazione & digitalizzazione” che già dal 2016 ci ha consentito di rendere più veloci alcuni nostri processi e più efficaci diversi dei nostri servizi. In questi mesi, lo smart working è stata una necessità, ma ci siamo resi conto che esistono modi alternativi al lavoro in presenza, ci siamo accorti che la digitalizzazione della PA, ancora perfettibile, già oggi consente di lavorare a distanza.

Come, nel futuro più o meno prossimo, lo smart working cambierà l’Ateneo?

Nello spirito del pay off Unife (“nel futuro da sempre”), volgiamo lo sguardo verso l’orizzonte e, lavorando ad un nuovo Regolamento sullo smart working, intendiamo trasformare quest’ultimo da necessità a opportunità strutturata di miglioramento per chiunque, in Unife, la voglia cogliere. Per tutto questo mi fa piacere ringraziare, per il prezioso lavoro, l’Ufficio “formazione e benessere”, l’ “Ufficio personale amministrativo” la Dirigente del Personale e il CUG, nelle persone che con cuore e coraggio ci stanno aiutando ad affrontare questa sfida di civiltà e innovazione. E non dimentico il dialogo costruttivo con le Rappresentanze sindacali.

Cerchiamo, più nel dettaglio, di analizzare possibili rischi e criticità legate allo smart working. Innanzitutto, riguardo al fatto che in molti si sono trovati impreparati, non essendo per nulla o sufficientemente formati.

In Unife, già da tempo, diverse lavoratrici e lavoratori avevano scelto di svolgere il telelavoro per vari motivi: figli piccoli, genitori anziani che avevano bisogno di cure quotidiane, distanze importanti dal luogo di lavoro. Con questa pandemia si è innescata una sorta di autoformazione sul campo, anche per chi non aveva mai sperimentato questa modalità di lavoro. E il grande lavoro di semplificazione e digitalizzazione dei processi svolto in questi anni ha consentito di mantenere operativi molti dipendenti che, diversamente, non sarebbero stati in grado di lavorare in remoto. Stiamo costruendo, poi, percorsi formativi mirati per innovare le competenze dei nostri smart workers.

Ancora: non tutti dispongono di un’ottima connessione internet o di dispositivi efficienti.

La volontà dell’Ateneo di portare avanti il “Piano di semplificazione & digitalizzazione” ci ha consentito di affrontare questa sfida con diversi strumenti già pronti. Il resto lo ha fatto il nostro staff informatico, nelle sue diverse anime, che ha fornito un grande supporto operativo ed è riuscito anche a rendere disponibili strumenti hardware, software e dispositivi di connessione. Abbiamo cercato di non lasciare solo nessuno, trovando un grande aiuto nella risposta solidale da parte di molti colleghi.

Un’altra questione di cui si discute molto è quella legata al fatto che per molti, lavorando da casa, sembrano non esistere più orari fissi, rischiando così di lavorare molto di più rispetto a prima. Non dovrebbe esistere per tutti il diritto alla disconnessione?

In Unife la forma di telelavoro attivata in fase emergenziale ha previsto una fascia di contattabilità ampia e sappiamo che molti collaboratori stanno dimostrando un impegno che va oltre le ore previste dall’accordo di telelavoro. L’attento monitoraggio dei responsabili e forme di “galateo istituzionale” tra colleghi ci aiutano a garantire il diritto alla disconnessione che è un principio cardine del lavoro agile e che l’Ateneo ha inserito nei propri regolamenti in materia.

Infine, a livello di salute – soprattutto psicologica – vi possono essere conseguenze sul lavoratore, nei termini di stress e alienazione?

Misure di lavoro agile in frangenti emergenziali possono enfatizzare alcune difficoltà. Da noi il gap iniziale del personale è stato colmato dal supporto fornito dagli uffici, dalla formazione in itinere e dai momenti di incontro “virtuale” organizzati tra colleghi. Inoltre, abbiamo realizzato una specifica area sul sito di Ateneo con link utili per affrontare questo periodo. Ma la vera forza, in questo momento, è il senso di comunità.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

“Genitori in cammino”, da 25 anni insieme nel dolore e nella speranza

11 Mag

Il gruppo annualmente è in contatto con un migliaio di persone che hanno perduto prematuramente un figlio

di Andrea Musacci

Pellegrinaggio Sesto al ReghenaUn migliaio di genitori che hanno vissuto il dramma della perdita prematura di un figlio. È questo il numero di persone che annualmente, in modi diversi, più o meno indirettamente, vengono contattate dal gruppo diocesano dei “Genitori in cammino”. Gruppo che nel 2020 compie i 25 anni di vita. “Inizialmente, dopo l’avvenimento – ci spiega Ugo Marchesini, portavoce dei “Genitori in cammino” -, si è costituito un piccolo nucleo spontaneo, fino ad allora sconosciuto, con un colpo di telefono, per condividere il dolore. Nel febbraio ‘95 alcuni di noi hanno partecipato al primo ritiro spirituale nella Comunità Monastica di Bose (VC), dove abbiamo ricevuto una ‘sferzata’ positiva da Enzo Bianchi. Dopo un lungo percorso, ci siamo rivolti all’allora Arcivescovo Mons. Carlo Caffarra. I genitori colpiti dalla perdita di un figlio sono stati avvicinati dopo aver organizzato, in collaborazione con i parroci, sante Messe in suffragio in diverse Parrocchie della Diocesi. In seguito è stato un passaparola. Il vero cammino di fede è nato, quasi casualmente – prosegue -, dopo aver riflettuto sul fatto che l’accaduto non poteva essere imputato all’uomo, ma dovevamo rivolgerci un po’ più in Alto, così sono iniziati i nostri incontri di fede con la lettura, l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, in particolare con il commento del Vangelo secondo Giovanni”. Il gruppo dei “Genitori in cammino”, che ha mons. Mario Dalla Costa come Assistente spirituale, da sempre si ritrova nel Seminario di via G. Fabbri a Ferrara, seguendo anche i seminaristi nel loro percorso, anche se, riflette, “la loro scarsità è la realtà che manca di più, pensando in particolare alle coppie che si avvicinano per la prima volta”. Chiediamo a Marchesini con quale frequenza si incontravano in Seminario prima dell’attuale emergenza. “Fino al 31 gennaio ogni quindici giorni con un gruppo ristretto per l’ascolto e il commento della Sacra Scrittura di un brano commentato da don Michele Zecchin. L’ultimo sabato di ogni mese, invece, con un gruppo più consistente ci si trovava per l’ascolto di una riflessione su un tema spirituale trattato dal Rettore Mons. Valenti o da un sacerdote invitato appositamente, incontro che si chiudeva con la celebrazione della santa Messa”. In questi due mesi di lockdown, “la vicinanza – ci spiega ancora – è continuata con contatti telefonici e con messaggi individuali soprattutto con le persone rimaste sole, e tramite la creazione di un gruppo WhatsApp”. Domenica 10 maggio il nostro Arcivescovo Mons. Gian Carlo Perego ha presieduto la S. Messa annuale per il Gruppo “Genitori in cammino” dalla Basilica di San Francesco a Ferrara. Per l’occasione, la Messa è stata trasmessa in diretta streaming dal sito diocesano (https://arcidiocesiferraracomacchio.org/).

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Una città per bici e pedoni: proposte per l’emergenza (e non solo)

4 Mag

“MUF – Mobilità Urbana Ferrara” è il nome del progetto lanciato sui social da otto cittadini, che, entro due settimane, presenteranno al Comune diverse proposte: meno spazio per carreggiate e parcheggi, ripristino ZTL, piste ciclabili e doppi sensi per biciclette, parcheggi scambio auto-bici, e molto altro…Immaginando una città diversa per l’oggi e il domani

a cura di Andrea Musacci

muf3In questi ultimi due mesi ognuno ha potuto sperimentare direttamente cosa può significare – pur nell’eccezionalità – vivere in un ambiente urbano con meno traffico su ruota. Ferrara città delle biciclette? Bene, allora cogliamo l’occasione di questa fase emergenziale per riprogettare le nostre strade a misura di chi decide di muoversi a piedi o in bicicletta, incentivando il più possibile forme alternative di spostamento. E’ quello che hanno pensato in molti, fra cui otto persone accomunate dall’interesse per la mobilità sostenibile e il benessere urbano. Grazie ai social, si sono incontrati (a distanza…) e hanno dato vita al progetto “M U F // Mobilità Urbana Ferrara”. Abbiamo rivolto loro alcune domande (rispettando la richiesta di essere identificati come gruppo e non come singoli).

Com’è nata l’idea di questo progetto?

Il gruppo di lavoro “MUF – Mobilità Urbana Ferrara” è nato da un post sui social network che ha attirato l’interesse di alcune persone preoccupate per la modalità degli spostamenti di noi cittadini nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Nell’arco di qualche giorno ci siamo riuniti virtualmente, abbiamo creato la pagina Facebook e Instagram “M U F // Mobilità Urbana Ferrara” e organizzato un’assemblea aperta con un picco di 50 partecipanti. Nel Manifesto pubblicato su Facebook sono riportate una serie di proposte per implementare l’efficienza degli spostamenti urbani. Abbiamo chiesto agli interessati di focalizzarsi sui problemi di questa fase di emergenza e su possibili soluzioni da attuare in tempi brevissimi.

Chi sono gli ideatori?

Otto persone con l’interesse comune per la mobilità sostenibile e il benessere urbano, tra cui alcuni membri di FIAB Ferrara e altre associazioni cittadine, ciclisti urbani e sportivi, residenti a Ferrara.

A chi è aperto?

A tutti i cittadini di Ferrara interessati al tema della mobilità nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Si può prendere parte alla creazione di un piano di mobilità d’emergenza, ciascuno contribuendo con la propria esperienza personale e le proprie competenze.

Quante e quali proposte avete fino ad ora per Ferrara e dintorni?

Prima dell’assemblea del 30 aprile abbiamo condiviso un modulo dove chiedevamo di rilevare le principali minacce per la mobilità a partire dal prossimo 4 maggio e le proposte per un uso dello spazio in sicurezza. Abbiamo quindi individuato 4 macro-aree di lavoro: 1. Soluzioni infrastrutturali emergenziali / Urbanistica tattica nel centro urbano: pensiamo ad esempio ad azioni temporanee di restringimento di carreggiate, eliminazione di file di parcheggi, con segnaletica stradale orizzontale (coni, striscie) o cartelli, ripristino immediato della zona ZTL e zone 30km/h in tutto l’entro mura, doppio senso per le biciclette nel centro storico, stalli sicuri per le biciclette; 2. Mobilità frazioni – centro urbano: si potrebbe identificare una rete di aree da usare come parcheggi scambiatori temporanei in cui chi arriva possa lasciare l’auto e trovare biciclette a flusso libero per entrare nel centro urbano; 3. Campagna di sensibilizzazione per la mobilità sostenibile emergenziale: utile per fornire una rete di rivenditori, riparatori o coinvolgere le imprese per lavoratori che decidono di muoversi in bicicletta, spingere all’acquisto di sistemi di sicurezza personali, pensare a campagne di comunicazione per presentare le modalità più efficaci di spostamento; 4. Incentivi per la mobilità sostenibile: sviluppare un meccanismo locale di incentivi economici per l’acquisto di mezzi alternativi all’auto privata (biciclette, biciclette pedalata assistita, monopattini elettrici, ecc.) o per migliorare l’efficienza della propria bicicletta; 5. Integrazione con progetti già in atto: le azioni proposte in questa fase di transizione devono essere viste come proposte che danno una risposta concreta e misurabile ad un problema specifico. Ovviamente esistono altri strumenti e altre esperienze orientate allo sviluppo e alla gestione della mobilità sostenibile nel Comune di Ferrara: il PUMS – Piano Urbano Mobilità Sostenibile, Progetto Metrominuto e Bicipolitana (tempi di percorrenza in minuti a piedi e bici), Metropoli di Paesaggio per lo sviluppo di un sistema di mobilità integrata in tutto il territorio provinciale, Pedibus nelle scuole, Viaggia Play&Go (app per incentivare spostamenti sostenibili), FIAB – offerta formativa nelle scuole, Ciclisti Illuminati, e tutte le altre realtà che condividono la stessa visione.

Quando pensate di proporle all’Amministrazione comunale?

Ci siamo dati tempi molto ristretti per presentarle. Speriamo al massimo entro un paio di settimane di mettere a punto la proposta, con il supporto dei nuovi aderenti.

A quali modelli di mobilità vi ispirate?

Nell’ambito del progetto ci siamo ispirati alla lettera inviata dalle innumerevoli associazioni ambientaliste al Governo, “Urgente – Proposte di mobilità sostenibile urbana intra e post emergenza COVID-19” e al documento contenente le linee guida per la creazione di una rete di mobilità d’emergenza sul sito Bikeitalia.it. Altri esempi felici a cui guardare in Italia sono Milano, in cui hanno già cominciato la tracciatura di alcuni dei 35km di percorsi ciclabili, si è parlato di restringimento dello spazio dedicato alle auto a San Lazzaro di Savena e di incentivi sull’acquisto di mezzi sostenibili e attuazione anticipata del PUMS a Bologna. Anche in Europa gli esempi si sprecano: abbiamo apprezzato la sindaca di Barcellona per l’ampliamento di ZTL e zone pedonali, la realizzazione di un piano di collegamento delle direttrici della città, l’ampliamento dei marciapiedi, la campagna di sensibilizzazione a partire dai piccoli centri.

È un progetto che riguarda anche il post emergenza?

È un progetto strettamente correlato alla fase 2. Poi continueremo a supportare i progetti più a lungo termine in corso o già realizzati, sperando che nel tempo migliorino anche la qualità degli spostamenti e in generale l’educazione a uno stile di vita sostenibile.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it .

Addio a Renzo Melotti, amante dell’arte e filantropo

4 Mag

È deceduto il 15 aprile a Cona. Sua la collezione d’arte all’Ospedale (prima al vecchio Sant’Anna) e il presepe in Duomo. In passato la sua Galleria ha ospitato mostre di Ligabue, Picasso e Mirò. Aiutò anche l’arte nel post sisma

di Andrea Musacci

Melotti nella sua casa insieme a una scultura di Attardi

Uomo dolce e risoluto, dotato di una tempra decisa e concreta ma sempre sostenuta da un animo gentile, appassionato, da una posa attenta e mai corriva. La notte tra il 15 e il 16 aprile è deceduto (non per coronavirus) all’Ospedale di Cona Renzo Melotti, 86 anni, noto gallerista e collezionista d’arte di Ferrara. Le esequie si sono svolte in forma riservata alla Certosa. Sua la volontà che, nell’eventualità, si aspettasse la fine di aprile per diffondere la notizia della sua dipartita. Lascia tre figli, Antonella, Alessandra e Diego.

Una passione, quella per l’ambito artistico, in lui sempre strettamente allacciata a un profondo desiderio di aiutare la propria comunità, in particolare in quello che rappresenta uno dei luoghi privilegiati della fragilità: l’ospedale. Proprio in questo periodo di pandemia, in un silenzio estremo, quasi senza voler distogliere l’attenzione dai drammi legati al coronavirus, in una delle strutture del nostro territorio più legate all’emergenza sanitaria, ci ha lasciato dunque una grande figura di mecenate, forse una delle ultime incarnazioni nel nostro territorio. Ognuno ricorda i tanti dipinti che adornavano i corridoi del vecchio Sant’Anna in corso Giovecca e ora gli asettici spazi del nuovo Arcispedale di Cona. Opere che ora, qui, ci si augura rimarranno molto a lungo, a memoria di colui che ha intuito come la bellezza sia non un orpello ma una componente fondante le nostre vite, anche e soprattutto nei luoghi e nei momenti più delicati.

Nato ad Ambrogio di Copparo il 5 agosto 1933, da piccolo ha vissuto alcuni anni a Fiume, per poi tornare in paese e trasferirsi successivamente a Ferrara. Già dirigente commerciale della multinazionale “Star”, dove iniziò a lavorare negli anni ‘50, fin da giovanissimo si è interessato di arte figurativa. Grazie all’amicizia con il critico Mario De Micheli, entra in contatto con artisti come Levi e Manzù, e nel ’76 lascia il suo incarico dirigenziale. Nel ’78 dà avvio alla sua attività galleristica con una grande mostra di Ligabue nel suo “Studio d’arte Melotti”, rimasto attivo fino al 2003, quando l’ha ceduto ai fratelli Remigio e Rossano Surian. Nei 25 anni della sua gestione, la Galleria ha ospitato, fra gli altri, personali di Remo Pasetti, Tono Zancanaro, Renato Guttuso, Robert Caroll, Giorgio De Chirico, Linsday Kemp, Achille Funi, Pablo Picasso, Joan Mirò, Giò Pomodoro e Severo Pozzati. Nel 1984 Melotti dà vita anche al progetto editoriale legato al suo Studio, con la collana monografica “I grandi pittori a Ferrara”, che arriverà a contare 10 titoli. Negli anni ’90 nasce la “Fondazione Renzo Melotti”, che, grazie al coinvolgimento dei “Dieci artisti” per Ferrara, permette la creazione di un fondo di solidarietà per la nascita nel ‘92 del Reparto di Endoscopia pediatrica, a lui intitolato, al S. Anna. Proprio qui nel dicembre ’95 viene inaugurata la Galleria da lui donata, il “Lascito della quadreria d’arte contemporanea Renzo Melotti”, poi ampliata fino al 2002. Nello stesso anno finanzia il Fondo per la Ricerca in Chirurgia Pediatrica, dal 2000 al 2007 le borse di studio in Chirurgia Pediatrica Urologica, oltre a diverse missioni chirurgiche nel mondo.

Anche nel post sisma del 2012, Melotti è in prima linea, promuovendo l’iniziativa “L’arte per l’arte – collezione Renzo Melotti per l’Emilia”, un’esposizione di 109 opere di 76 artisti poi messe all’asta per finanziare i restauri dei capolavori emiliani danneggiati. Passano due anni, e iniziano le prime diatribe con la direzione dell’Ospedale cittadino: Melotti chiede la revoca della donazione per inadempienza contrattuale, non avendo l’Azienda spostato le sue opere nella nuova sede di Cona (aperta nel 2012). L’anno successivo, il 2015, il magnifico presepe napoletano di proprietà di Melotti, stile Settecento, con 86 statuine tra personaggi e animali, dopo 15 anni all’ingresso della struttura di corso Giovecca, deve trovare una nuova collocazione. Sarà una grande occasione per la nostra Arcidiocesi, che deciderà di installarlo permanentemente nella Cattedrale di Ferrara. Il giorno dell’Epifania del 2016, a conclusione della S. Messa serale, l’Arcivescovo benedice il presepe presentandolo ai tanti fedeli radunatisi. Ad aprile dello stesso anno, il 23, festa di San Giorgio, dopo la S. Messa nella Basilica fuori le Mura, lo stesso Arcivescovo consegna a Melotti il prestigioso titolo di “massaro” della Cattedrale di Ferrara. In ottobre, acuitisi i contrasti con la Direzione del Sant’Anna, Melotti dona le sue 157 opere all’Ulss 18 di Rovigo (due anni dopo diventate 169), esponendole, con grande inaugurazione pubblica, all’Ospedale Santa Maria della Misericordia. Nei corridoi della struttura rodigina si possono ammirare, tra le altre, opere di Annigoni, Aymone, Cattabriga, Brindisi, Fioravanti, Fiume, Mastroianni, Orsatti, Sughi, Vespignani e Zarattini. L’anno dopo, la città di Rovigo gli conferisce anche la cittadinanza onoraria. Nei mesi successivi Melotti dona un migliaio di copie del catalogo “Arte e scienza 4 in ospedale. Renzo Melotti per Rovigo”, curato insieme a Mons. Massimo Manservigi, a 500 ospedali italiani (i primi tre e il quinto volume di “Arte e scienza in ospedale” riguardano il Sant’Anna di Ferrara-Cona).

part. di un'opera all'ex s.anna

Chi scrive, in quel periodo ebbe l’onore di essere ospitato nella sua dimora ferrarese: “le opere d’arte – furono alcune delle sue parole – hanno anche un’importanza culturale e terapeutica. Ho cercato di migliorare un ambiente per sua natura triste, ma anche gioioso, per le nascite e le rinascite che ospita”. In quella piacevole mattinata, ricordò con affetto alcune figure a lui particolarmente care, come Maccari, De Micheli, Giò Pomodoro. Di quest’ultimo del quale fu amico per circa 20 anni, mi disse: “le sue uniche mostre personali, tre, le fece nel mio Studio d’arte. Ci siamo conosciuti, abbracciati, abbiamo litigato, ma siamo sempre rimasti uniti, anche se lontani fisicamente”. Nel 2018 inizia il riavvicinamento con l’Azienda Ospedaliero-Universitaria ferrarese, grazie a una prima donazione di 68 opere di 53 artisti contemporanei alla struttura di Cona: nel mese di marzo viene inaugurata la quadreria della Fondazione Renzo Melotti negli spazi dell’Arcispedale. Un momento importante per l’intera città, che metterà fine ad anni di polemiche e cause legali tra Melotti e l’ASL.

Ma Melotti rimase sempre legato al suo paese natìo. Copparo ospita parte della sua Collezione (e il Comune nel ’99 gli ha dato la cittadinanza onoraria): nella Galleria Civica d’Arte Contemporanea ex Carceri “Alda Costa” vi sono permanentemente esposte 110 opere del Novecento (sia di artisti locali sia internazionali) donate dal mecenate, instancabile appassionato della bellezza e della propria terra.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2020. Leggi e scarica gratuitamente l’intera edizione su http://www.lavocediferrara.it . Nel nuovo numero è possibile trovare anche un ricordo personale di Melotti scritto dagli amici Alberto e Mirella Golinelli.

(foto Andrea Musacci)

“Essere prossimi a chi soffre: questa la sfida”: testimonianza dal “COVID 1” di Cona

27 Apr

Giacomo Forini, giovane medico nel “COVID 1” di Cona: “mi colpisce lo sguardo smarrito e spaventato dei pazienti, ma anche l’umanità di tanti miei colleghi verso malati e famigliari”

giacomo forini(Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° maggio: leggi l’intero speciale con le testimonianze di medici e infermieri del “COVID 3″ di Cona, di Cecilia Turrini, Sara Frignani, protagonisti dell’emergenza COVID-19 su http://www.lavocediferrara.it )

A cura di Andrea Musacci

“Il vero dramma di questo periodo? Il non poter permettere al paziente e ai suoi parenti di portare l’un l’altro il peso del dolore e della malattia”. Dietro quella “strana armatura” – con la quale deve lavorare, come la chiama lui – si nasconde una riserva inesauribile di umanità. Giacomo Forini, 35 anni, è un medico di servizio nell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale di Cona, dove ora il reparto infetti si chiama “Pneumologia di coorte – COVID 1”. Specializzatosi nel 2018 in malattie dell’apparato respiratorio, ha frequentato Cona anche da specializzando, e dallo scorso agosto è stato assunto a tempo indeterminato. Ma il suo impegno travalica i confini del servizio ospedaliero: è, infatti, stato vicepresidente diocesano del Settore giovani di Azione Cattolica dal 2008 al 2014, mentre dal 2014 al 2020 è stato consigliere diocesano e presidente parrocchiale dell’AC di Porotto, frazione dove vive con la moglie e i due loro figli di 6 e 3 anni (e a giugno arriverà una sorellina…).

Forini, cosa del suo lavoro ordinario è cambiato, se non stravolto, in questo periodo?

Fino alla fine di febbraio l’attività a Cona era assolutamente regolare; guardavamo con molta attenzione e preoccupazione quello che stava accadendo a Codogno e a Vo’ Euganeo, ma eravamo ancora ignari delle dimensioni che avrebbe assunto l’epidemia. C’era in cuor nostro la speranza o l’illusione che il contagio potesse rimanere confinato, senza mai arrivare a Ferrara. Ai primi di marzo però la situazione è via via peggiorata e anche la sanità ferrarese si è preparata rapidamente all’arrivo del virus: sono stati predisposti reparti dedicati esclusivamente ai pazienti sospetti per COVID19 ed altri ai pazienti con malattia accertata. Il mio reparto, la Pneumologia, è stato coinvolto da subito nell’emergenza: dal 10 marzo scorso abbiamo preso in gestione 24 posti letto per pazienti COVID+ con insufficienza respiratoria grave e necessità di effettuare ossigenoterapia ad alti flussi o ventilazione non invasiva, ma abbiamo mantenuto anche la gestione di 16 posti letto per pazienti con patologie respiratorie, ma non affetti dall’infezione virale. Tutti i nostri sforzi si sono quindi concentrati nella gestione di queste degenze, sospendendo completamente l’attività ambulatoriale non urgente e annullando tutte le ferie e i congressi programmati. Ci siamo trovati improvvisamente faccia a faccia con una malattia nuova e sconosciuta, dotata di elevatissima contagiosità e dal comportamento subdolo: pazienti, anche giovani, capaci di diventare instabili nell’arco di poche ore, tanto da necessitare il trasferimento in terapia intensiva. Abbiamo dovuto abituarci a lavorare per tutto il turno coperti da una ‘strana armatura’ fatta di tuta, cuffia, calzari, doppi guanti, visiera e mascherina. Abbiamo imparato le delicate operazioni di vestizione e svestizione e abbiamo preso confidenza con l’uso di nuovi farmaci, utilizzati off label o in via sperimentale per la cura dell’infezione. Ci siamo confrontati, soprattutto i primi giorni, con la paura del contagio e con l’ansia di portare l’infezione nelle nostre famiglie.

Come si sono modificati i rapporti con i colleghi? E come quelli con i pazienti?

Questa esperienza sta riuscendo davvero a tirare fuori il meglio da ciascuno di noi: vedo grande impegno e dedizione da parte di tutti, siano essi medici, infermieri od operatori sanitari. Stiamo riuscendo a lavorare con affiatamento, in squadra, superando le tensioni che inevitabilmente ogni tanto possono crearsi. Ciascuno sta mettendo in campo la propria professionalità, ma anche la propria umanità: ho visto colleghi ed infermieri incoraggiare e consolare pazienti in lacrime, fermarsi ben oltre il proprio turno per dare una mano, comprare a proprie spese giornali o tessere per la tv da donare ai pazienti, portare ottime torte per risollevare il morale della truppa, scrivere per fare gi auguri di Pasqua ad un paziente dimesso con cui si è restati in contatto. Il COVID19 è una malattia terribile perché alla gravità dei quadri clinici che a volte provoca, associa anche un corollario di conseguenze logistiche che portano il paziente ad essere improvvisamente isolato dai propri parenti ed amici, ricoverato in una stanza con le porte chiuse ed in cui il personale entra completamente protetto, tanto che i diversi operatori sono riconoscibili solo dagli occhi e dalla voce. I primi giorni mi aveva infatti colpito moltissimo lo sguardo smarrito e spaventato dei pazienti COVID appena arrivati in reparto o di quelli a cui, per il peggiorare del quadro clinico, eravamo costretti a posizionarli dentro l’ormai tristemente famoso casco per supportare la respirazione.

A livello umano, dunque, che cosa vive come maggiormente drammatico? E come ciò la sta facendo riflettere sulla scelta della propria “missione” di medico?

La malattia, la sofferenza e la morte sono sempre un momento difficile e spesso tragico nella vita delle persone. Come detto, il vero dramma di questa nuova situazione sta nell’associare sofferenza e solitudine, nel non permettere al paziente e ai suoi parenti di poter portare l’un l’altro il peso del dolore e della malattia, nell’impedire la possibilità di accompagnare ed essere accompagnati dai propri cari nelle ultime ore di vita. Ciò che in questi giorni mi ha messo più alla prova è stato proprio questo trovarsi a dover “mediare” tra i pazienti e i loro parenti: gli aggiornamenti da dare al telefono ai parenti sulle condizioni di un malato, il dover comunicare il decesso di una persona cara, l’andare a dare una carezza o un saluto o un pensiero affettuoso a un paziente su esplicita richiesta dei suoi cari. E’ proprio in queste situazioni, però, che credo venga messa a nudo la grande sfida che il coronavirus ci ha messo davanti: saper essere accanto, prossimi, a chi è nella sofferenza e nella difficoltà. E’ ciò che viene chiesto in modo forte ed esplicito in questi giorni a chi, come me, ha scelto il lavoro di medico od infermiere, ma è una richiesta che interpella in modo forte ciascuno, indipendentemente dal proprio lavoro: dobbiamo riuscire a tenerci stretti, anche se il virus spinge per allontanarci e dobbiamo essere attenti a non perdere i più fragili e deboli. La solidarietà e la fratellanza dimostrate dalle persone in questi giorni in tanti piccoli gesti mi fa però guardare al domani con grande speranza.