Lorenzo Cappellari, 61 anni, medico Chirurgo, è stato tra i primi a offrirsi volontario per affiancare i colleghi in uno dei reparti dedicati ai malati di coronavirus. Ecco la testimonianza di quelle tre settimane indimenticabili: la paura di contagiare pazienti e famigliari, l’impossibilità di rapporti umani pieni, l’affidamento al Signore

A cura di Andrea Musacci
Quando la Direzione Generale dell’Ospedale di Cona si è rivolta anche al suo reparto di Chirurgia d’Urgenza, per richiedere medici e infermieri che svolgessero tre settimane nei nuovi reparti COVID, il dott. Lorenzo Cappellari non ha impiegato molto a decidere di offrirsi volontario. O meglio, ha voluto prima confrontarsi con Silvia, sua moglie, e con Marcello, loro figlio. E da entrambi, pur nel timore, il sostegno non è mai mancato. Cappellari ha 61 anni, vive a Ferrara, quartiere Quacchio, è impegnato nella sua parrocchia dove, dal 2013, presta servizio anche come accolito. “Quando è scoppiata l’emergenza – spiega a “la Voce” -, all’Ospedale di Cona c’è stata una rivoluzione nell’assetto dei reparti: è stata bloccata la Chirurgia in elezione, e mantenuti invece gli interventi improcrastinabili, ad esempio in oncologia. Come Chirurgia d’Urgenza abbiamo continuato la nostra attività ma c’è stato un calo degli accessi, in particolare per quanto riguarda la traumatologia, evidentemente legato al blocco della circolazione e delle attività lavorative. La Direzione Generale – prosegue Cappellari – ha dunque chiesto anche a noi la disponibilità, per periodi limitati, ad aiutare i colleghi internisti nei nuovi reparti COVID, per non trovarsi impreparati di fronte all’eventuale arrivo di molti pazienti. Richiesta che era nell’aria da giorni, ma è arrivata con estrema urgenza: io mi sono offerto, sono stato tra i primi a rendermi disponibile. Ho chiesto aiuto ogni giorno al Signore, che mi desse la forza e che non contagiassi nessuno, né in ospedale né a casa”.
Dal 21 marzo al 13 aprile Cappellari ha prestato servizio nell’ultimo reparto COVID aperto, il “COVID 3”. Poi si è fermato per due giorni, e da giovedì 16 ha ripreso il suo servizio a Chirurgia d’Urgenza, lasciando il posto ad altri colleghi che vi staranno per altre tre settimane. “La gestione del paziente COVID è complicata”, ci racconta: “mantenere le distanze, toccare il meno possibile malati e oggetti. Senza considerare che vi sono anche pazienti dializzati. E sapendo che se, in un reparto COVID, può entrare poco, praticamente nulla vi può uscire. Anche la nostra vestizione è alquanto complessa, dovendo seguire un iter ben preciso. Ognuno di noi lavora su turni di 6 ore, dalle 8 alle 14 o dalle 14 alle 20. Alla mattina noi medici ci ritroviamo per fare il punto della situazione dei pazienti ricoverati, poi ci rechiamo nelle stanze per visitarli: il giro dei malati viene svolto da due medici, un internista e un altro dei colleghi in affiancamento. L’organizzazione prevede che al di fuori del reparto vi siano altri medici in un ambiente ”pulito” (il cosiddetto open space) in collegamento con i medici dentro al reparto COVID, per la gestione della parte burocratica (cartelle cliniche, richiesta di esami, stampa dei referti, consulenze, materiali, contatti con i parenti, ecc.). Le cartelle cliniche – prosegue – rimangono nell’ambiente ‘pulito’ e vanno aggiornate con i dati che i medici dentro al COVID trasmettono telefonicamente, tramite la rete o via fax ai colleghi che sono fuori. Anche questa parte è resa difficoltosa dalla necessità di evitare ogni possibile contaminazione al di fuori del reparto COVID”.
La stessa svestizione è forse anche più complicata rispetto alla vestizione: ci si cambia completamente, seguendo vari passaggi prestabili, si scende per farsi la doccia e poi si torna su per la riunione conclusiva della mattinata, a favore di coloro che iniziano il turno pomeridiano. “Per quest’ultimo fondamentale passaggio, in realtà, il conteggio delle ore di lavoro, alla fine, non è mai otto ma circa dieci”. Ma l’aspetto maggiormente doloroso di questa drammatica situazione, è quella riguardante l’estrema difficoltà di ogni tipo di rapporto umano. Innanzitutto, tra i pazienti ricoverati e i famigliari: quest’ultimi non sono ammessi nei reparti COVID, ma almeno anche a Cona esiste la possibilità di utilizzare tablet per mettere in contatto i malati con i propri cari. Proprio nelle ultimissime settimane sono state donate alcune decine di questi dispositivi per i reparti COVID. “La solitudine qui è terribile, soprattutto per i ricoverati anziani, quindi che più facilmente si disorientano, soffrono il non aver qualcuno vicino”. È l’isolamento di chi è malato, di chi ha paura, di chi vive gli ultimi giorni, le ultime settimane senza più rapporti, non avendo la vicinanza dei propri cari. È la solitudine di chi muore solo. “Tra noi medici e tra noi e i pazienti – ci spiega Cappellari -, i contatti sono limitatissimi e inevitabilmente poco ‘umani’: si parla il meno possibile, a distanza, non c’è tempo, come prima, coi colleghi per un caffè o per fare due chiacchiere nelle pause. E il paziente di noi medici o infermieri vede a malapena gli occhi, perché il resto è coperto. E magari sono pure intimoriti nel vederci così coperti. Tutto ciò purtroppo li disorienta, soprattutto i più anziani”.
Inoltre, essendoci nei reparti COVID medici e infermieri da diversi reparti, gli stessi rapporti professionali sono stravolti: “io stesso – prosegue – diversi infermieri coi quali ho lavorato in quest’ultime settimane, prima non li conoscevo nemmeno. Anche nei loro occhi, che sono spesso l’unica parte del loro viso ad aver visto, tante volte ho letto tristezza, preoccupazione, anche perché infermieri e OSS sono davvero degli eroi, coloro che stanno a maggior contatto coi pazienti, che si occupano anche delle cure igieniche, stando quindi diverse ore al giorno a contatto con una carica virale davvero imponente”. Per non parlare del rischio di venire in contatto, fuori dal reparto COVID, con un paziente contagiato ma ignaro di esserlo. Una piccola luce di umanità Cappellari è riuscita a donarla, grazie anche al cappellano don Giovanni Pertile: “mi aveva consegnato alcune cartoline con gli auguri del nostro Arcivescovo, e sono riuscito a darne, a Pasqua e il Lunedì dell’Angelo, ad alcuni pazienti e colleghi che lo desideravano: li hanno accolti con grande gioia”.
(Foto: Cappellari insieme a Maria Grazia Cristofori, caposala del reparto COVID 3)
(Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 aprile 2020: http://www.lavocediferrara.it)



Chiesa di Vigarano Pieve, Scuola d’infanzia di Quacchio e complesso dei “Gesuati” di via Madama a Ferrara: nelle ultime settimane vi abbiamo aggiornato su alcuni lavori recentemente conclusi nella nostra Arcidiocesi, o su alcuni interventi appena partiti, come nel caso della chiesa di Santo Spirito a Ferrara (v. “la Voce” del 28 febbraio). In questo numero, invece, insieme a don Stefano Zanella, Responsabile dell’Ufficio Tecnico-Amministrativo diocesano, facciamo il punto sui principali cantieri ancora in corso. Una parrocchia che da due anni convive con i lavori in corso è quella del complesso di San Giacomo Apostolo all’Arginone (foto) di Ferrara. “La speranza – ci spiega don Zanella – è di riuscire a completarli entro l’estate, in modo che a settembre tutto sia tutto”. Il nuovo complesso – lo ricordiamo – è nato grazie a uno dei “progetti-pilota” della CEI, i concorsi nazionali per la progettazione di nuovi complessi parrocchiali. Nel 2011 la nostra Arcidiocesi è stata scelta per la progettazione di uno di questi in un territorio di espansione della città. Requisiti individuati nella zona sud-ovest di Ferrara. Quello che sta nascendo – e che vi presentiamo anche con foto aggiornate del cantiere – “è un esempio – sono ancora parole di don Zanella – importante di arte e di architettura contemporanee, che daranno nuovo lustro alla nostra Chiesa locale. Voglio ringraziare la Tiziano costruzioni, impresa capofila, la parrocchia e l’asilo antistante per la pazienza e anche per la bellezza che i nostri occhi potranno contemplare”.
Due grandi musei omaggiano il pittore ferrarese Filippo De Pisis. Dallo scorso ottobre al prossimo giugno due mostre a lui dedicate sono in programma nelle città dove l’artista ha abitato per alcuni anni. E parte delle opere provengono dall’archivio delle Gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. Le esposizioni, in un certo senso tra loro complementari, vogliono rendere omaggio a de Pisis a più di trent’anni dalla storica mostra di Palazzo Reale a Milano. Il prestito del Museo d’arte moderna e contemporanea “de Pisis” di Ferrara è frutto della proficua collaborazione avviata già da tempo con il Museo del Novecento che ha più volte prestato proprie importanti opere alle rassegne di Palazzo dei Diamanti. Dal 4 ottobre fino al 1° marzo, il Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano (dove de Pisis ha vissuto tra il ’39 e il ‘43) ha ospitato – per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon – oltre 90 dipinti dell’artista, dieci dei quali provenienti dal GAM ferrarese: “Natura morta ‘alla dolce Patria’ ” (olio su tela, 1932), “Natura morta con melanzana (Natura morta con frutta sulla credenza)” (olio su tela, 1943), “La lepre” (olio su tela, 1933), “La bottiglia tragica” (olio su cartone, 1927), “La Coupole” (olio su cartone, 1928), “Natura morta col martin pescatore” (olio su cartone, 1925), “Natura morta davanti alla finestra (Natura morta sul tavolo)” (olio su tela, 1951), “Il gladiolo fulminato” (olio su cartone incollato a compensato, 1930), “Ritratto di Allegro” (olio su cartone incollato su tavola, 1940), “La falena” (olio su cartone applicato su tavola, 1945). Il 20 marzo al Museo Nazionale di Palazzo Altemps a Roma (a pochi passi da Piazza Navona) – città dove l’artista ha vissuto dal 1919 al ’25 -, avrebbe invece dovuto inaugurare (fino al 21 giugno) la mostra curata da Pier Giovanni Castagnoli e Alessandra Capodiferro con 26 dipinti e diverse opere su carta e acquerelli. Per questa seconda esposizione, dal GAM di Ferrara, oltre alle ultime cinque opere sopraelencate presenti anche a Milano, provengono sette opere su carta: “Gambe e torso di nudo seduto” (s.d.), “Ritratto di ragazzo (Chicchi)” (1930), “Ritratto di ragazzo” (1930), “IV: Nudo sulla pelle di tigre (Robert)/ V: Nudo sulla pelle di tigre” (c. 1931), “Ritratto di ragazzo (il dalmata)” (1930), “Gambe di nudo disteso (Emile)”, (1928), “Gambe di nudo disteso”, (1928).


Nella contemplazione artistica o nell’immersione letteraria, si ha spesso l’impressione che a sfuggire dalle dita e dalla mente sia quello che comunemente e “ragionevolmente” indichiamo con “realtà”. E, in maniera speculare, spesso capita che, una volta destati dal sonno, continuiamo a sperimentare una persistente consistenza di brani di esperienze oniriche vissute nelle ore notturne.
Gauguin, di sicuro, non rappresentava un modello esemplare di uomo virtuoso: temperamento irascibile e melanconico, spesso schivo e molto “ambiguo” in alcune scelte di vita. Di certo, uno spirito anticonformista ma, scrive la Guidi, “probabilmente antipatico a tutti perché scontroso, insofferente ai discorsi, adescatore incallito di ogni sottana di passaggio, indifferente alle critiche dei superiori, presuntuoso, potente nell’arroganza inimitabile, nelle decisioni improvvise”. Nel 1890 lo scrittore Charles Morice di Gauguin sottolineava l’“altezzosa nobiltà” ma anche il sorriso, che “non mancava di una dolcezza straordinariamente ingenua”. Una dolcezza infuocata, stordente, inebriante. Come le sue tele: vita e pittura si confondono, si richiamano e sovrappongono: “Paul era la Pittura, l’urgenza dell’anima”, scrive ancora la Guidi. “Paul metteva voglia e paura. Era il centro di un uragano dal quale Leonor era stata un giorno travolta”. “La pittura di Gauguin, per la protagonista, era il punto di partenza e di ritorno della propria anima, quell’anima senza tempo che sorvola sulle nostre misere quotidianità e si rivolge al sogno come unico frammento accettabile di realtà. La pittura di Gauguin era il luogo estetico dove vivere”. Come ha scritto la critica Anna Maria Damigella, l’arte per Gauguin era “un assoluto, il valore primario e il cardine della vita, il luogo dove si compongono i conflitti irrisolti nell’esistenza materiale e affettiva”. Non a caso, dunque, questo libro della Guidi è anche, e soprattutto, un libro sulla pittura, sul dipingere non tanto come “tecnica” ma come espressione di spiritualità, gesto profondamente umano, manifestazione concreta dell’anima. “Mi affaccio sull’orlo dell’abisso”, scrive Gauguin in “Noa Noa”, a Tahiti, pochi anni prima di morire. “Una terribile smania d’ignoto mi fa compiere follie. Quando finalmente gli uomini comprenderanno il senso della parola ‘libertà’? Voglio fare un’arte semplice, correre, perdere il fiato e morire follemente. Che mi importa della gloria? Sono forte, perché faccio ciò che sento dentro di me”. Le risponde, in un certo senso, con la propria pittura, con la propria esistenza, Isabella Guidi. Una risposta dolorosa perché impossibile, ma elargita nelle pagine del libro: “Sentivo – fa dire a Leonor – che voleva credere di non essere il solo a credere”. Al pittore e amico Émile Schuffenecker, Gauguin, col suo modo irruento, una volta disse: “non dipingete troppo dal vero. L’arte è un’astrazione, traetela dalla natura sognando davanti ad essa e pensate piuttosto alla creazione che ne risulterà; è il solo mezzo per salire verso Dio, facendo come il nostro Divino Maestro: creare”. Una salita, quella dello spirito, immensamente più difficoltosa di quella sugli scogli di granito delle coste bretoni. “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” è il nome pieno di tormento assegnato dal pittore a uno dei propri capolavori: un’opera struggente, sconvolgente, nata – per usare le parole dello stesso Gauguin – da “uno stato di vaga sofferenza e sensazione dolorosa di fronte al mistero incomprensibile della nostra origine e dell’avvenire”. Tutt’altro che un’infantile defezione dalla vita attraverso un inganno di sogni o un autoesilio in terre esotiche: quella di Gauguin è stata una ricerca sofferta, una tensione fin snervante che Isabella Guidi ha avuto il merito di raccontarci attraverso la dolce mestizia delle sue parole. “La pittura mi fa piangere” – fa dire nel libro a Leonor. “Mi consola, mi tormenta, mi manca, mi appaga, mi travolge, mi sconvolge”. Non male come “fuga” dalla vita.