Francesco Vignarca (Rete Pace e Disarmo) e Simone Siliani (Finanza Etica) sono intervenuti a Ferrara: «i grandi fondi investono sempre più nell’industria bellica. Costruiamo alternative concrete di pace»
di Andrea Musacci
“Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”) recita un’antica locuzione latina, citata – fra gli altri – anche dalla Presidente del Consiglio Meloni lo scorso giugno in Senato. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è invece il ribaltamento non solo lessicale ma antropologico operato da padre Ernesto Balducci che così intitolò 40 anni fa i Convegni sul tema. E questo è il nome dato al partecipato incontro (oltre 50 i presenti) svoltosi lo scorso 11 marzo nella sede della CGIL Ferrara in piazza Verdi. Per l’occasione, Patrizio Fergnani (Movimento Nonviolento di Ferrara) ha introdotto e moderato gli interventi di Francesco Vignarca (Coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace Disarmo) e Simone Siliani (Direttore della Fondazione Finanza Etica). Prima dell’iniziativa in CGIL, Vignarca aveva incontrato anche quattro classi del Liceo “Roiti” di Ferrara.
Siliani ha esordito proprio ricordando come quei Convegni con padre Balducci l’abbiano segnato nel profondo: «Ma oggi – ha detto – l’Europa è il fulcro del riarmo globale». Riarmo che è anche «culturale e geostrategico», col «ritorno – come per gli USA con l’Iran – della teoria della cosiddetta “guerra preventiva”». Siliani ha poi citato il “Rapporto sulla competitività” presentato da Mario Draghi nel 2024 (dopo richiesta da parte della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen). Draghi, in un passaggio scrive: «L’industria della difesa necessita di investimenti massicci per recuperare il ritardo. Come riferimento, se tutti gli Stati membri dell’UE che sono membri della NATO e che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo del 2% lo facessero nel 2024, la spesa per la difesa aumenterebbe di 60 miliardi di euro. Sono inoltre necessari ulteriori investimenti per ripristinare le capacità perse a causa di decenni di investimenti insufficienti e per ricostituire le scorte esaurite, comprese quelle donate per sostenere la difesa dell’Ucraina contro l’aggressione russa». E Draghi suggerì di attingere per le spese in armi anche nei risparmi privati, compresi i fondi sostenibili. Detto, fatto: da quando la Commissione europea ha chiarito che investire nella difesa rientra nei parametri di sostenibilità promossi dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR – Regolamento europeo sugli investimenti sostenibili), l’esposizione dei fondi di investimento Esg, o “verdi”, al settore delle armi è cresciuta del 21%.
«Più che di riarmo io parlerei di “continu-armo” – ha detto Vignarca -, nel senso che le spese militari globali è dal 2001 che aumentano, e in questi 25 anni sono addirittura raddoppiate. E anche nell’ambito bellico – sempre più dominante – a comandare non sono nemmeno tanto più gli Stati nazionali, ma le élite transnazionali, in particolare i grandi fondi di investimento che sempre più puntano sul settore militare: «le principali aziende della difesa sono controllate in larga parte da mega fondi di investimento globali (BlackRock, Vanguard, Kkr…) che dominano i settori strategici dell’economia mondiale e rimangono in piedi anche grazie alla bolla creata dall’aumento costante di spesa militare», scriveva Vignarca sul Manifesto lo scorso 14 agosto. «Senza questo flusso garantito i loro profitti e la loro stessa centralità nei mercati globali verrebbero messi in discussione, perché il modello di business si fonda sulla costanza di rendimenti azionari legati a una spesa pubblica (come quella militare) che non subirà mai tagli improvvisi in contesti di “insicurezza permanente”. Il risultato è un circolo vizioso che si autoalimenta: le tensioni geopolitiche spingono i governi ad aumentare le spese militari, questi flussi di denaro rafforzano i bilanci delle industrie belliche aumentandone il valore azionario, gli azionisti di riferimento – che così hanno aumentato il proprio portafoglio – hanno grande interesse a consolidarne l’andamento finanziario per cui ogni passo verso la pace viene vissuto come una minaccia economica». Insomma, solo pochi ci guadagnano, e tanto, e i soldi vengono tolti al welfare, alla tutela dell’ambiente, al diritto alla casa, al lavoro. Senza pensare al cosiddetto riarmo nucleare, che riguarda tanti grandi Paesi, e non solo (si pensi a quelli baltici).
La guerra, insomma, in ultima analisi è «l’ideologia secondo cui si possono sacrificare vite umane a un “valore” più alto». Ed è «un’epidemia ideale, politica, culturale e pratica: da quando si è diffusa l’idea che la pace si difende armandosi, le guerre sono aumentate di numero». Guerra che è sempre «un punto di non ritorno», in quanto distrugge vite, luoghi, edifici, storie e relazioni.
Altro che “utopisti”: «i veri realisti siamo noi pacifisti», ha proseguito Vignarca. E la pace è un processo «continuativo e creativo», citando il sociologo norvegese Johan Galtung. Dobbiamo cioè «sempre difenderla e costruirla, e sempre più adattarla ai tempi in cui viviamo». Sempre vuol dire che la pace va costruita «ogni giorno», per un pacifismo «che non sia solo di cuore ma anche di testa e che alle analisi e alle critiche accompagni sempre anche proposte concrete alternative». Insomma, come ha detto Fergnani, «la pace non è solo disarmata e disarmante ma anche pratica e praticabile».
Ed è questo l’impegno quotidiano della Rete Italiana Pace e Disarmo, nata nel 2020 dall’unificazione della Rete della Pace (fondata nel 2014) con la Rete Italiana Disarmo (fondata nel 2004), a cui fin da subito si sono aggiunte numerose associazioni, organizzazioni, sindacati, movimenti della società civile italiana, molti di ispirazione cattolica. Un «mosaico della pace», come diceva don Tonino Bello, che «non annulla le differenze ma anzi le valorizza nella costruzione collettiva e politica del comune obiettivo, unendo globale e locale». Insomma, esiste sempre «un’alternativa, un’utopia concreta». Come il costruire «istituzioni di pace»: a tal proposito, questo lunedì (16 marzo) la Rete Italiana Pace Disarmo ha rilanciato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile, valorizzando il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile e un Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. E ancora: a UniFe una studiosa sta svolgendo – tramite la Rete Università per la Pace (RUNI PACE) – un Dottorato d’Interesse Nazionale (DIN) in Peace Studies, con una tesi sul rapporto tra giochi on line di guerra e sistema bellico. Dottorato, il suo, sovvenzionato in parte da Finanza Etica. E poi ci sono gli obiettivi, che possono riguardare anche il nostro territorio: nelle Diocesi, il dar vita a “Scuole di pace e non violenza”, e a Ferrara intitolare due ponti a Daniele Lugli e Pietro Pinna, protagonisti del movimento pacifista.
Spese militari: i numeri
Secondo i nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il 2016–2020 e il 2021–2025. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni ‘60 a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale. Inoltre, i 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%. E il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli USA. Infine, l’export italiano di armamenti è aumentato del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal 10° al 6° posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armi, davanti a Israele Regno Unito, Corea del Sud e Spagna.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 marzo 2026
Il 6 febbraio a San Giacomo ap. l’incontro organizzato dal laicato cattolico. 150 i presenti per non cedere alla propaganda della paura. Dati, analisi e speranze
In un’Europa e un Occidente sempre più dominati da nere nubi di guerra globale, di narrazioni tossiche sul riarmo e la necessità nucleare, servono momenti, luoghi parole di speranza;ma di una speranza concreta, fattiva, che smuova le singole coscienze e le collettività.
Un tentativo importante in questo senso è stato compiuto, ancora una volta, dalle laiche e dai laici cattolici della nostra città, che hanno organizzato per la sera del 6 febbraio scorso l’incontro pubblico “Armare la pace o disarmare la guerra?”. Nel salone parrocchiale di S. Giacomo ap. all’Arginone sono intervenuti Chiara Bonaiuti, ricercatrice all’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Toscana e presso OPAL (“Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa”), e Carlo Cefaloni, redattore di Città nuova (rivista del Movimento dei Focolari) e coordinatore del gruppo di lavoro “Economia disarmata”, promosso proprio dai focolarini. L’incontro promosso da Azione Cattolica Ferrara-Comacchio, Acli provinciali di Ferrara, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII – Ferrara, Masci Ferrara, Movimento dei Focolari, Pax Christi Punto pace Ferrara, ha visto un’ampia partecipazione, ca. 150 persone, fra cui un gruppo di giovani.
Dopo il saluto iniziale del Presidente diocesano di AC Alberto Natali, Dario Maresca ha introdotto gli interventi: «assistiamo al ritorno della violenza a livello globale», ha detto.La politica deve dunque «tornare protagonista», politica che è fatta «di tante piccole e grandi scelte», dall’alto e dal basso. «Non rassegniamoci alla deriva bellicista, ma scostiamo il velo della narrazione dominate, curåando le parole che usiamo».
Sono 2718 i miliardi di dollari spesi in armi nel mondo (dati 2024), di cui il 37% spesi dagli USA, il 17% dall’UE, il 12 dalla Cina e il 6 dalla Russia. Con questi dati drammatici ha esordito Bonaiuti. «Ed è in continua crescita anche la vendita di armi da USA e UE, anche verso Paesi dove i diritti umani non sono rispettati». Venendo al nostro Paese, dal 2014 al 2024 gli investimenti in armi sono aumentati del 190%, dati destinati a crescere grazie al piano RearmEurope e al 5% del PIL in armi che ci chiede la NATO. «Una percentuale – quest’ultima – normalmente spesa da un Paese in guerra». Nel complesso, ha dichiarato lo scorso ottobre il Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius, «noi europei investiremo, entro il 2035, circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva». Bonaiuti ha poi dimostrato come – secondo analisi scientifiche – investire in armi non faccia aumentare il PIL e non sia conveniente a livello occupazionale: «spendendo 1 miliardo in armi si creerebbero 3mila posti di lavoro; con la stessa cifra, se ne creerebbero il triplo tanto in ambito ecologico quanto in quello sanitario, e 11mila in istruzione». Al contrario, «nei Paesi UE-NATO nulla cresce come le spese militari, e anzi le spese per il welfare diminuiscono e aumentano le privatizzazioni». Insomma, alimentare l’industria delle armi vuol dire alimentare «un circolo ristretto, fatto di relazioni tra pochi e che richiedono soldi», delloStato, «sempre maggiori». Senza pensare come questa corsa al riarmo non faccia aumentare solo il peso economico-finanziario di queste industrie belliche ma anche «il loro peso nei confronti del potere politico, spingendolo sempre più a intraprendere iniziative militari». Senza dimenticare «il forte impatto ambientale dell’industria bellica, l’attenuarsi delle norme sulla responsabilità delle imprese e la sicurezza sul lavoro».A crescere sono i guadagni in Borsa dei grandi (enormi) fondi di investimento – BlackRock, Vanguard, State Street – nelle armi (di questi parliamo anche a pag. 13 riguardo al sistema immobiliare). Azioni che «aumentano non appena la Commissione UE annuncia nuovi investimenti nel settore».
Ma questa corsa al riarmo oltre che ingiusta – direttamente (per le vittime che crea) e indirettamente (per i soldi tolti a cura, istruzione e tutele sociali) – , è anche inutile, in quanto è stato dimostrato che «non ha nessun effetto deterrente», anzi «non fa che aumentare la tensione, avvicinare il rischio nucleare, impaurire i popoli vicini». Serve – ha concluso Bonaiuti – «immaginare pensieri, politiche, soluzioni alternative, un futuro diverso», per «non rassegnarsi al presente».
Dall’incubo nucleare è però partito Cefaloni:Lo scorso 5 febbraio «è scaduto – e non è stato rinnovato – il Trattato New Start tra USA e Russia», che «detengono quasi il 90% dell’arsenale globale». Ne consegue che le due parti «non sono più vincolate all’impegno di limitare il numero delle testate e ad accettare un complesso sistema di ispezioni, scambio di dati e comunicazioni reciproche». Oggi domina la «narrazione della paura, è difficile proporre una narrazione alternativa». Secondo alcune proiezioni, in caso di attacco nucleare, «inEuropa avremmo 85 milioni di morti solo nelle prime 3 ore». La stessa Italia da «arca di pace nel Mediterraneo», per citare La Pira, è diventata sempre più terra invasa dalle basi militari e dai cui porti partono sempre più armi verso fronti di guerra, compreso il Medio Oriente. Il Centro Studi della Fondazione “Machiavelli”, ad esempio, senza pudore nel 2018 parlava dell’importanza di vendere armi – dall’Italia – all’Arabia Saudita,Paese notoriamente non democratico e non rispettoso dei diritti umani fondamentali. Alla presentazione di quel report 8 anni fa partecipò anche l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto, allora Presidente dell’AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). Non a caso, nel gennaio 2025 il governo italiano ha firmato un accordo con l’Arabia Saudita da 10 miliardi di dollari, comprendente anche voci riguardanti la difesa (ricordiamo anche l’amicizia tra il principe saudita BinSalman e Matteo Renzi). Vecchia alleanza quella tra impresa e sistema bellico, da Ansaldo, Pirelli e FIAT che crebbero molto durante la Grande Guerra, a oggi, con Leonardo, Fincantieri, (e le relative joint venture), Ge Avio e Iveco, che investono sempre più nel comparto Difesa; e lo stesso avviene nella nostra Regione, con molte aziende della “Motor Valley” che convertono la propria produzione al settore bellico.
Tanti e appassionati gli interventi dal pubblico, preceduti da alcune riflessioni positive e propositive da parte di Cefaloni: «è importante influire sulle leve economico-finanziarie», ad esempio attraverso la finanza etica, sostenere le lotte dei lavoratori portuali e non contro la vendita di armi e la riconversione bellica, e fare sempre più formazione nonviolenta, per i giovani e non».
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 febbraio 2026
La guerra come «nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri»: la denuncia di Bersani (Stop Rearm Europe) e Pugliese (Rete pace E-R) a Ferrara
di Andrea Musacci
I numeri se isolati dalla realtà hanno il limite di non farla percepire nella sua drammaticità. Ciò è ancor più vero quando le cifre snocciolate sono quelle riguardante le spese per gli armamenti nel nostro continente e nel mondo. Il duro panorama del nostro presente ce l’hanno spiegato lo scorso 21 novembre Pasquale Pugliese (Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna) e Marco Bersani (Campagna Stop Rearm Europe), invitati dalla Rete per la Pace Ferrara nella Sala della Musica (via Boccaleone) e moderati da Elena Buccoliero, della stessa Rete, per l’incontro “Per la pace, per la nonviolenza, contro il riarmo”.
BERSANI: «IL GRANDO INGANNO DEL PIANO UE PRESERVING PEACE»
«Quelle contraddizioni già presenti nel 2001, anno dell’invasione USA dell’Afghanistan – ora sono venute al pettine,» ha spiegato Bersani: «siamo in una fase della storia che in futuro verrà studiata, col declino dell’impero USA e il culmine delle contraddizioni del sistema capitalistico»: sempre più forti disuguaglianze sociali, crisi ecologica, bolle speculative sono i fattori principali di «un modello di società non in grado di reggere», con l’Unione Europea che è «l’esempio principale del fallimento di tutte le politiche neoliberiste». Inoltre, come Europa non abbiamo più nessun rapporto con i Paesi del Mediterraneo, e non usiamo più la diplomazia».
«Se vivessimo in un mondo realmente democratico – ha proseguito -, faremmo decine di migliaia di assemblee ovunque per decidere del nostro futuro». Invece «le potenze politiche, economiche e finanziarie fan di tutto per mantenere questo sistema, anche se rispetto a 25 anni fa non hanno più il coraggio di dire che questo è il migliore dei mondi possibili, ma sanno che è l’unico possibile per loro».
Oggi «la ristrutturazione a livello globale si fa sui rapporti di forza» ed è la guerra «la nuova modalità geopolitica per ridisegnare gli equilibri». Siamo «Paesi combattenti, anche se non ancora con i soldati». In Europa, la corsa al riarmo da poco più di un mese prende il nome del Piano Preserving Peace – Defence Readiness Roadmpap 2030 (ex ReArm Europe ed ex Readiness 2030). Il Piano parte dall’idea che «come popoli europei siamo sotto una perenne minaccia,» di conseguenza sono previsti missili, sistemi d’artiglieria, munizioni, droni, uno Scudo Aereo Europeo, uno Scudo Spaziale di Difesa, senza parlare della cosiddetta “guerra elettronica”. Ma non solo: «corsi di formazione per i formatori» (leggi: propagandisti), «ingresso nelle scuole e nelle università con corsi ad hoc, esercitazioni». Il tutto per far diventare «consuetudine per ognuno la frequentazione delle Forze Armate». Un piano, questo, che vale più di mille miliardi di fondi pubblici, ed entro il 2035 – fra spese UE e spese dei singoli Stati – saranno investiti «circa 6.800 miliardi di euro nella difesa, di cui il 50% per quella effettiva», come detto un mese fa dal Commissario UE alla Difesa Andrius Kubilius. Sempre entro il 2035, l’Italia arriverà a una spesa pari a 700 miliardi per difesa, armi e settore industriale ad esse legate.
Tutto ciò, inoltre, permettendo – eccezionalmente – «anche all’Italia di spendere questi soldi una volta uscita dalla procedura d’infrazione – ma non per le spese sociali – e, per tutti gli Stati, con prestiti dall’UE che li indebiteranno in maniera consistente. Oltre all’utilizzo per armi e difesa anche di fondi strutturali UE e degli investimenti della Banca europea per gli investimenti, grazie a una recente modifica dello Statuto». Riguardo alla UE, Bersani ha anche accennato al cosiddetto “Pacchetto Omnibus sulla sostenibilità”, un’iniziativa di deregolamentazione radicale (v. anche art. sotto). In parole povere, «in nome della solita battaglia contro la burocrazia si eliminano vincoli sociali e ambientali che regolano il commercio delle armi». Ma non finisce qui: lo scorso luglio la Commissione Von der Leyen ha proposto un nuovo Bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 che prevede 131 miliardi destinati a difesa e spazio, «cinque volte più» del Bilancio 2021-2027.
Dietro questi numeri e queste realtà concrete c’è una propaganda non meno pericolosa: quella secondo cui «gli altri sono armati e noi non abbastanza per difenderci da loro», anche se la realtà dice che «l’UE oggi è il continente più armato del mondo e senza contare il Preserving Peace, non ancora partito…».
Nel finale, una nota positiva, quella delle mobilitazioni di massa degli ultimi mesi, movimento dal quale «credo stia nascendo una nuova generazione politica». E a proposito, l’incontro è partito con la proiezione del Documentario La strada più lunga del 2001, racconto di quel movimento pacifista rinato dopo l’invasione USA dell’Afghanistan, con la regia di Simone Diegoli, Cristina Squarzoni e Barbara Diolaiti. Nel video, i volti e le voci protagoniste in quel periodo nel Tendone del Forum Permanente per la Pace di Ferrara dell’autunno 2001 e in altri incontri nel centro cittadino con ospiti italiani ed internazionali, animato da quell’arcipelago di gruppi, movimenti, partiti e singoli cittadine/i da cui nacque la Rete per la Pace Ferrara.
PUGLIESE: «LA RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA-ROMAGNA»
«Oggi in armi si spende più del doppio rispetto al biennio 2001-2003, con l’annessa ideologia bellicista, secondo cui non la pace ma la guerra è l’obiettivo degli Stati: una “logica della deterrenza” che in realtà è un pensiero magico…», ha spiegato Pugliese. «Il sistema capitalistico europeo sta preparando questo scenario, mai così tragico dalla seconda guerra mondiale in poi. La nostra per la pace dev’essere una risposta strategica, organizzata, continuativa». E fondamentale: «tutti i diritti e le libertà sono possibili solo se c’è la pace». Un grido più che mai necessario, in un mondo con 185 conflitti armati e in cui le spese per le armi hanno raggiunto il record storico di 2719 miliardi di dollari, in aumento da anni e destinate ancora a crescere.
Pugliese si è poi concentrato sulla nostra Regione dove da febbraio 2022 (invasione russa dell’Ucraina) le reti pacifiste si sono mobilitate e unite il 5 ottobre dello stesso anno nella Rete Pace e Nonviolenza Emilia-Romagna. Fra le proposte, quello di un Assessorato regionale alla pace, oltre all’impegno assiduo – solo per citare le voci principali – per la nonviolenza come metodo e primo principio valoriale, per la costruzione e diffusione di una cultura della pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti; per lo stare, nei conflitti, sempre e solo dalla parte delle vittime – tutte –, degli obiettori di coscienza e dei disertori. E per proseguire la lotta contro l’uso del territorio regionale per basi militari e industrie belliche, col parallelo rafforzamento dell’alleanza coi sindacati come la CGIL.
Insomma, le battaglie di 25 anni fa, di 50 anni fa. Con una piccola differenza: un’altra catasta di morti e feriti nelle guerre, e una nuova ossessione dei potenti di tutto il mondo, non solo dell’Occidente. Un’ossessione che potrebbe avere un costo molto alto, per tutti.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 novembre 2025
Dal villaggio cooperativo all’associazione di genitori, dal gruppo delle donne a quello degli artisti…: sono tanti i luoghi concreti in Terra Santa dove israeliani e palestinesi convivono in armonia, costruendo giorno dopo giorno un futuro differente
Vi presentiamo alcuni esempi molto quotidiani e dal basso, di come, al di là dei conflitti, la pace fra le persone si stia già costruendo. Esempi da far conoscere e moltiplicare.
NEVE SHALOM – WAHAT AL-SALAM
Neve Shalom Wahat al-Salam (NSWAS) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana.
Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, il villaggio fu fondato nel 1972, dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo divenuto cristiano, e Anne Le Meignen. Il nome, che significa “Oasi di pace”, deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace”.
Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono circa 80 e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case.
I membri di Nevé Shalom – Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono coesistere. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico.
(www.oasidipace.org)
PARENTS CIRCLE
Il Parents Circle – Families Forum (PCFF) è un’organizzazione congiunta israelo-palestinese di cui fanno parte oltre 600 famiglie che hanno perso un familiare stretto a causa del conflitto tra Israele e Palestina. L’organizzazione fu creata nel 1995 da Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso nel 1994 da Hamas, insieme ad altre famiglie israeliane in lutto.
Nel 1998 il gruppo ha tenuto i suoi primi incontri con le famiglie palestinesi a Gaza; tuttavia, questa connessione fu interrotta a seguito della Seconda Intifada. Nel 2000, il PCFF è riuscito a ristabilire il suo legame con le famiglie palestinesi, incorporando famiglie della Cisgiordania.
(www.theparentscircle.org)
THE ROAD TO RECOVERY
Road to Recovery è un’organizzazione di volontari che ogni giorno aiutano le persone palestinesi a spostarsi in auto per raggiungere gli ospedali in Israele. Nel 1993 alcuni militari di Hamas uccisero un soldato israeliano, Udi, mentre stava tornando a casa dopo il servizio di riserva nella striscia di Gaza. In seguito a questa perdita, il fratello di Udi, Yuval Roth, iniziò a frequentare il Parents Circle, dove conobbe Muhammed Kabeh, arabo originario di una cittadina vicino Jenin, che un giorno gli chiese un favore: dare un passaggio a suo fratello malato di cancro dal check point fino all’ospedale. Yuval rispose di sì. L’esigenza di questo tipo di attività fu subito evidente.
Le persone palestinesi malate o con figli che avevano bisogno di cure potevano accedere agli ospedali in Israele ma non avevano modo di raggiungerli dai check point. Nacque così Road to Recovery, l’associazione di volontariato che oggi compie circa 10mila viaggi ogni anno.
(www.theroadtorecovery.org)
ALLIANCE FOR MIDDLE EAST PEACE
L’Alleanza per la Pace in Medio Oriente (ALLMEP) guida una rete in crescita di oltre 170 organizzazioni della società civile, con centinaia di migliaia di palestinesi e israeliani che vivono e lavorano nella regione.
L’Alleanza promuove la cooperazione, la fiducia, la giustizia, l’uguaglianza, la comprensione reciproca e la pace all’interno e tra queste comunità.
Fondata nel 2006 e con sede a Washington, ALLMEP immagina un Medio Oriente in cui la sua comunità di costruttori di pace palestinesi e israeliani guidi le proprie società verso e oltre una pace sostenibile. ALLMEP è convinta che i programmi di peacebuilding interrompono e invertono molti atteggiamenti e convinzioni che alimentano il conflitto. Dentro ALLMEP esiste anche un gruppo specifico formato da sole donne, Women’s Leadership Network.
Lo scorso autunno, una donna palestinese, Rana Salman e una israeliana, Eszter Koranyi hanno percorso l’Italia per presentare il gruppo da loro fondato, “Combatants for Peace” (“Combattenti per la pace”), associazione nata durante la Seconda intifada da una serie di incontri segreti a Betlemme tra miliziani palestinesi e soldati israeliani decisi a costruire un presente e un futuro possibili nell’unico modo realistico: insieme. Nel tempo, l’organizzazione si è aperta anche a chi non ha un “passato armato” ma vuole unirsi al combattimento per la pace.
(www.cfpeace.org)
CARTOONING FOR PEACE
Cartooning for Peace è una rete internazionale di vignettisti impegnati nella stampa che usano l’umorismo per lottare per il rispetto delle culture e delle libertà.
Si tratta di 344 fumettisti in 78 Paesi, fra cui due vignettisti di fama internazionale: il palestinese figlio di rifugiati Fadi Abou Hassan “Fadi Toon” e l’israeliano figlio di un sopravvissuto alla Shoah Michel Kichka, entrambi esponenti di punta della rete.
(www.cartooningforpeace.org)
RABBIS FOR HUMAN RIGHTS (RHR)
Fondata nel 1988, si dedica alla promozione e alla tutela dei diritti umani in Israele e nei Territori Palestinesi. Composta da rabbini e studenti di rabbinica provenienti da diverse tradizioni ebraiche, tra cui riformata, ortodossa, conservatrice e ricostruzionista, RHR è animata dai profondi valori ebraici di giustizia, dignità e uguaglianza.
(www.rhr.org.il)
WOMEN WAGE PEACE
Fondata all’indomani della guerra di Gaza/Operazione Margine Protettivo del 2014, Women Wage Peace (WWP) conta oggi 50.000 membri israeliani ed è oggi il più grande movimento pacifista popolare in Israele. La teoria del cambiamento di WWP riflette il conflitto israelo-palestinese e la sua risoluzione attraverso una lente di genere.
(www.womenwagepeace.org)
WOMEN OF THE SUN
Le donne palestinesi costituiscono più della metà della società palestinese, ma occupano meno del 12,5% delle posizioni di leadership in Palestina.
Per questo, nasce il movimento femminile “Women of the sun”. «Siamo le donne che si trovano di fronte al muro di ostacoli e difficoltà che, come donne palestinesi, affrontiamo per un futuro migliore», spiegano nel loro sito. «Pertanto, è necessario aumentare la partecipazione politica e il processo decisionale delle donne, far sentire la loro voce e chiedere il riconoscimento della legge, per ottenere l’indipendenza delle donne (socialmente, politicamente ed economicamente)».
(www.womensun.org)
IL LIBRO “ISRAELE E PALESTINA: LA PACE POSSIBILE”
Il volume è uscito alcuni mesi fa ed è a cura del caporedattore del mensile “Confronti”, Michele Lipori. Un volume scaturito dagli appuntamenti del pluridecennale progetto “Semi di pace” promosso dalla rivista e Centro studi interreligioso “Confronti” con i contributi dell’8xmille della Chiesa valdese.
Fra i testi presenti, le interviste a Rana Salman di Combatants for Peace, della suora egiziana Nabila Saleh della congregazione delle missionarie di Nostra Signora del Rosario da 13 anni a Gaza, della scrittrice Orna Akad, degli attivisti Mossi Raz di Peace Now e Yael Admi di Women Wage Peace.
Le Campagne attive nel nostro Paese: cancellare o ristrutturare i debiti ingiusti dei Paesi poveri per uno nuovo sviluppo; mettere al bando le armi nucleari; istituire un Ministero della Pace; non finanziare con le banche la produzione e il commercio di armi
di Andrea Musacci
La pace fa parte di un triangolo di P, che compone assieme alla parola “preghiera” e alla parola “poveri”. Ma potrebbe anche far parte di un rombo, aggiungendo la parola “prossimità”.
Parlare di pace, quindi, puà non essere uno stanco esercizio retorico o astratto ma il racconto in prima persona di progetti concreti, di vicinanza alle persone che alla pace anelano.
Una serata ricca di queste narrazioni è stata quella dello scorso 6 febbraio nella parrocchia di San Giacomo Apostolo a Ferrara (via Arginone), grazie all’incontro “Scelte di pace” promosso dal Settore Adulti dell’Azione Cattolica diocesana, dalle Acli provinciali, dall’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXXIII” e da CCSI (Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale) di UniFe, in collaborazione con la Scuola diocesana di Formazione politica.La serata, introdotta da Francesco Ferrari (AC diocesana) e moderata da Dario Maresca – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, molte delle quali giovani. Il prossimo incontro sul tema della pace è in programma il 29 marzo sul rapporto fra democrazia e fraternità. Nei prossimi numeri vi daremo ulteriori dettagli.
PACE SIGNIFICA DEMOCRAZIA
«Nel dibattito pubblico, ormai la guerra non suscita più lo sdegno che meriterebbe«, ha incalzato Maresca. «Secondo stime ONU, 1 bambino su 6 nel mondo vive in situazioni di conflitto armato. La pace – chiediamoci – è per noi cristiani “solo” una promessa escatologica o anche una speranza per l’oggi?».
A questo interrogativo ha cercato di rispondere Andrea Michieli, Direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della Pace “Giuseppe Toniolo”:«l’annuncio della pace – ha detto – è sia una prospettiva escatologica sia un impegno concreto da portare avanti, una scelta di campo».Nel concreto, però, cosa significa “lottare” per la pace? «La pace dovrebbe essere la prima bussola del nostro agire politico». Davanti a noi si pone un aut aut etico: «o costruiamo la pace o benediciamo la guerra, quindi l’uccisione. Ci è quindi richiesta una conversione».
Detto ciò, nelle politiche concrete, per Michieli, vi può essere una «gradualità», considerando quindi anche «la legittima difesa» come possibilità necessaria. Ma la teoria della “guerra giusta” già «viene scalfita nella Chiesa durante il Concilio Vaticano II con la “Pacem in terris”, ripresa, però, seriamente solo con la “Fratelli tutti” di Papa Francesco». In questo mezzo secolo . ha proseguito Michieli – si è passati dalla tensione della Guerra fredda «all’illusione post 1989 di un mondo senza conflitti grazie all’unificazione nel mercato globale e agli organismi internazionali. Non siamo, però, stati capaci di creare un mondo davvero multipolare». Andiamo, invece, nella direzione dei «vari imperialismi» – cinese, russo, turco, ad esempio – invece di andare «verso una convivenza e una democratizzazione sempre più ampie. Ma gli imperialismi rappresentano la morte del diritto internazionale e del diritto umanitario».
Una risposta a ciò risiede nella Costituzione Italiana pensata, in particolare nel suo articolo 11, per la «gestione del conflitto affinché non diventi armato»; ciò, «portandolo a livello costituzionale, quindi gestendolo, partendo dal concetto dossettiano di “democrazia sostanziale”». E a tal proposito, va denunciato il tentativo dell’attuale Governo italiano di riforma della legge 185/1990; legge nata 35 anni fa grazie alla mobilitazione dei missionari e della società civile, che regolamenta le esportazioni delle armi prodotte in Italia. E che ora rischia di essere smantellata.La seconda fase di questo grave tentativo di riforma è iniziato in Parlamento lo scorso 6 febbraio.
È dunque più che mai necessario – per Michieli – riprendere il discorso sulla «difesa nonviolenta della patria»: la guerra, infatti, «non è solo un discorso geopolitico»; e la pace, di conseguenza, è «strettamente legata alla democrazia e alla conflittualità latente nella società. Vanno quindi moltiplicati i momenti di dibattito su questi temi, per combattere l’indifferenza».
Micheli ha dunque accennato a quattro progetti concreti per costruire la pace con la democrazia dal basso e attraverso forme legali e costituzionali.
“Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza”
Innanzitutto, la campagna “Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza”, mobilitazione nazionale collegata alla campagna globale “Turn debt into hope” promossa da Caritas International. “Cambiare la rotta” mira a sensibilizzare sull’urgenza di ristrutturare o condonare i debiti dei Paesi poveri e a rimuovere l’iniquità dentro all’architettura finanziaria internazionale. «Un sistema che continua a sostenere modelli di produzione e consumo che causano il riscaldamento climatico, alluvioni e siccità, a danno soprattutto delle popolazioni più povere e vulnerabili», scrivono i promotori. La campagna si fonda su quattro punti essenziali: cancellazione e ristrutturazione dei debiti ingiusti e insostenibili, affrontando anche il debito da creditori privati; creazione di un meccanismo di gestione delle crisi di sovraindebitamento, con la costruzione di un sistema presso le Nazioni Unite; riforma finanziaria globale che metta al centro persone e pianeta, creando un sistema equo, sostenibile e libero da pratiche predatorie; rilancio della finanza climatica per sostenere la mitigazione e l’adattamento climatico nel Sud globale. Disinvestendo dal fossile, dall’economia speculativa, dalle industrie belliche.
La campagna è promossa da: Acli, Agesci, Aimc, AC, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, CVX, Earth Day Italia, Focsiv ETS, Fondazione Banca Etica, MCL, Meic, Missio, Movimento dei Focolari, Pax Christi, Salesiani per il sociale, Sermig. Media partner della campagna sono Agenzia SIR, Avvenire, Radio Vaticana – Vatican News, Famiglia Cristiana.
La campagna “Italia, ripensaci!” per la messa al bando delle armi nucleari è promossa dalla Campagna Senzatomica e dalla Rete Italiana “Pace e Disarmo”. È rivolta al Governo Italiano affinché trovi le modalità per aderire al percorso del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), con l’impegno dei promotori di sensibilizzare i Comuni e le istituzioni a manifestare il proprio sostegno alla ratifica del Trattato da parte dell’Italia sottoscrivendo l’ICAN Cities Appeal;invitando i parlamentari a sottoscrivere l’ICAN Parliamentary Pledge affinché il Parlamento italiano manifesti il proprio sostegno alla ratifica del Trattato; sottoscrivendo all’ICAN Cities Appeal e all’ICAN Parliamentary Pledge, le istituzioni e i parlamentari richiedono all’Italia di farsi parte attiva del dibattito internazionale sul disarmo nucleare partecipando alla terza Conferenza degli Stati parte del TPNW che si terrà a New York nel marzo 2025, alla quale l’Italia può partecipare come “osservatore. La Campagna “Italia, ripensaci” si coordina con le altre campagne nazionali a sostegno dell’entrata in vigore del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, in primo luogo con quelle portate avanti nei paesi la cui situazione è più simile a quella italiana: il Belgio, la Germania e i Paesi Bassi, tutti paesi europei membri della Nato e che ospitano armi nucleari statunitensi sul proprio territorio.
La proposta del “Ministero della Pace, una scelta di governo”, promossa dall’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, propone una “cabina diregia istituzionale” «per dar vita a un nuovo sistema nazionale per la promozione della pace». Il Ministero per la Pace – secondo i promotori – «potrebbe, in collaborazione con altri Ministeri e gli altri organi istituiti presso amministrazioni statali, individuare azioni coordinate nazionali e finalmente dare il nome ad una politica strutturale per la pace».
Il nuovo Ministro, agendo in maniera trasversale ed in collaborazione con gli altri ministeri, avrebbe competenza su: promozione di politiche di Pace per la costruzione e la diffusione di una cultura della pace attraverso l’educazione e la ricerca, la promozione dei diritti umani, lo sviluppo e la solidarietà nazionale ed internazionale, il dialogo interculturale, l’integrazione; disarmo, con il monitoraggio dell’attuazione degli accordi internazionali e promuovendo studi e ricerche per la graduale razionalizzazione e riduzione delle spese per armamenti e la progressiva riconversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa;Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, con particolare riguardo ai Corpi Civili di Pace al Servizio Civile quali strumenti di intervento nonviolento della società civile, nelle situazioni di conflitto e in contesti di violenza strutturale e culturale; prevenzione e riduzione della violenza sociale e promozione di linguaggi e comportamenti liberi dall’odio; qualificazione delle politiche di istruzione rispetto all’educazione alla nonviolenza, trasformazione positiva dei conflitti, tutela dei diritti umani e mantenimento della pace;infine, mediazione sociale, riconciliazione e giustizia riparativa, promuovendo misure concrete di “riparazione” alla società del danno commesso dal reo.
La Campagna di pressione alle “banche armate” è nata su iniziativa delle riviste “Missione Oggi”, “Mosaico di Pace” e “Nigrizia” nel gennaio del 2000 in occasione del Grande Giubileo della Chiesa Cattolica e della grande mobilitazione mondiale promossa dalla campagna internazionale “Jubilee 2000” che chiedeva la cancellazione del debito dei Paesi altamente indebitati.
«Il primo obiettivo – spiegano i promotori – è fare informazione, precisa e costante, circa il coinvolgimento degli istituti di credito nazionali ed esteri nella produzione ed in particolare riguardo all’esportazione di sistemi militari e di armi leggere italiane. Non si tratta, però, solo di informare e sensibilizzare, ma di promuovere cambiamento a diversi livelli. Innanzitutto a livello politico per richiedere a tutte le forze politiche, al parlamento e soprattutto al governo l’applicazione precisa e trasparente della legge n. 185/1990. L’obiettivo specifico e fondamentale resta comunque la richiesta agli istituti di credito, alle banche e al settore finanziario di non finanziare la produzione e la commercializzazione di armamenti e di armi comuni o, per lo meno, di definire delle direttive volte a autoregolamentare in modo rigoroso e trasparente la propria attività in questo settore».
Famiglie, migranti, contadini resistenti: Sant’Egidio e Giovanni XXIII in prima linea
Nel corso dell’iniziativa pubblica dal titolo “Scelte di pace”, svoltasi lo scorso 6 febbraio nel Salone della parrocchia San Giacomo Apostolo a Ferrara, i tanti presenti hanno potuto ascoltare in prima persona le commoventi e coraggiose testimonianze di due donne che con le loro vite rappresentano possibili incarnazioni della parola “pace”.
POVERI, MIGRANTI, PROFUGHI: LA COMUNITÀ SANT’EGIDIO
A Ferrara ha portato la propria testimonianza Alessandra Coin della Comunità Sant’Egidio di Padova:«sono entrata in questa Comunità nel 1991, cercando un modo di vivere concretamente il cristianesimo». Sant’Egidio aPadova nasce proprio in quegli anni «attraverso il contatto diretto coi poveri: conobbi prima una famiglia povera che viveva in miseria in un quartiere popolare, e poi via via altre realtà simili, con varie forme di disagio. Partimmo con un progetto di doposcuola, alla quale affiancammo» – con uno sguardo aperto al mondo – «una preghiera per il Mozambico».
La guerra civile in Mozambico – che ha provocato oltre 1 milione di morti – «è stata alimentata dalle strategie e dagli interessi geopolitici dominanti durante il periodo della Guerra Fredda», come giustamente spiega Silvia C. Turrin su missioniafricane.it . «Infatti, il FRELIMO, il Fronte di Liberazione del Mozambico, è in origine un partito di ispirazione marxista-leninista. All’epoca della guerra civile era appoggiato dall’allora Unione Sovietica. La RENAMO, acronimo di Resistenza Nazionale Mozambicana, è un partito conservatore, inizialmente sostenuto dall’allora governo razzista della Rhodesia (Zimbabwe dal 1979) e dall’allora Sudafrica in cui vigeva il sistema di apartheid. Sostenere la RENAMO significava contrastare le forze filo-comuniste in Mozambico, ma anche in Rhodesia e in Sudafrica». Nel 1990 incominciano a Roma le trattative di pace con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio e del governo italiano. Nel 1992 FreLiMo e ReNaMo firmarono gli accordi di pace di Roma, definendo congiuntamente una nuova costituzione di stampo multipartitico. Nelle elezioni libere tenute negli anni successivi, il FreLiMo si confermò sempre il primo partito del Mozambico. «Il metodo di Sant’Egidio, infatti, – ha spiegatoCoin – è di cercare ciò che unisce, non ciò che divide».
Lavorare per la pace non significa, però, solo lavorare negli scenari di guerra ma per i poveri e con i poveri, parlare con loro, passare del tempo con queste persone normalmente considerate “invisibili”: questa è una grande opera di pacificazione sociale».
Ma pace, per Sant’Egidio significa anche «creare corridoi umanitari per profughi e migranti; corridoi che tanti morti in mare hanno evitato in questi anni, assieme ai salvataggi in mare.
Ma come funzionano? I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il Governo italiano. Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei Paesi interessati dal progetto; predispongono, quindi, una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.
I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li promuovono: arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle stesse associazioni in strutture o case. Viene insegnato loro l’italiano e i loro bambini vengono iscritti a scuola per favorire l’integrazione nel nostro Paese e aiutarli a cercare un lavoro. Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate 7396 persone – siriani in fuga dalla guerra e rifugiati dal Corno d’Africa, dalla Grecia e da Gaza.
Il 6 febbraio a San Giacomo era presente anche Salif, giovane scappato anni fa dal suo Paese, il Mali, per fuggire alle persecuzioni che subiva dal potere. Arrivato in Libia ha subito diverse torture ed è stato ferito con un’arma da fuoco a una gamba; in quell’occasione, ha visto morire, allo stesso modo, un suo amico. Poi la traversata in barca per arrivare in Italia e la speranza concreta di una nuova vita.
Dal 1991 Sant’Egidio è presente anche in Ucraina. «Il radicamento nel paese e la vicinanza costante alla popolazione durante la guerra – scrivono dalla Comunità – hanno permesso a Sant’Egidio di avere un quadro articolato delle sofferenze e dei bisogni della società ucraina. Grazie alla presenza delle Comunità ucraine è stata realizzata un’estesa rete di aiuti umanitari, distribuiti sul territorio anche nelle zone più colpite dai combattimenti». Nei primi due anni di guerra, la Comunità ha distribuito in Ucraina 2000 tonnellate di aiuti umanitari. Sono attivi 5 Centri umanitari per sfollati interni, a Leopoli, a Ivano-Frankivsk e in tre quartieri di Kyiv, dove ogni mese vengono distribuiti 12.000 pacchi alimentari. 3000 vengono inviati nelle zone di guerra (regioni di Donetsk, Kharkiv e Dnipropetrovsk). Nel complesso hanno usufruito del sostegno alimentare di Sant’Egidio 370.000 persone, mentre si stimano in 2 milioni coloro che hanno ricevuto medicinali (circa 1 milione di confezioni inviate).
Un altro nome della pace, quindi, è «solidarietà», ha concluso Coin: «ciò che ti fa uscire dal gorgo della disperazione, che ti fa tornare a sperare».
COLOMBIA, OPERAZIONE COLOMBA PER LA DIFESA NONVIOLENTA
La serata a San Giacomo si è conclusa con la testimonianza di Silvia De Munari, rappresentante di “Operazione Colomba” (OC), il corpo nonviolento di Pace della Papa Giovanni XXIII (APG23), del quale fa parte dal 2013 stanco accanto alle persone che vivono loro malgrado la guerra civile in Colombia. La “Commissione per la verità” è parte del processo di pace promosso dal governo dell’ex presidente Juan Manuel Santos, che nel 2016 ottenne la deposizione delle armi e la smobilitazione della maggiore forza della guerriglia, le Farc. Come raccontato su cittanuova.it, nel luglio 2022 ha fatto un bilancio di quasi 60 anni di guerra interna: sono oltre 450 mila le persone assassinate tra il 1985 ed il 2018, ma potrebbero essere anche 800mila. Il bilancio stima inoltre in 7.752.000 le persone costrette a lasciare le proprie case e le terre che coltivavano per trovare rifugio. I sequestri di persona sono stati quasi 51mila, mentre oltre 121mila sono i desaparecidos di cui non sono stati ritrovati i corpi. Ma tale numero si riferisce solo alla ricostruzione possibile tra il 1985 ed il 2016, le stime fanno invece riferimento ad altre 210mila persone di cui non si sa dove e come siano scomparse. Inoltre, tra il 1990 ed il 2016, sono stati oltre 16mila le bambine, i bambini e gli adolescenti arruolati tra le forze in lotta.
Operazione Colomba nasce nel 1992 dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra. Inizialmente ha operato in ex-Jugoslavia dove ha contribuito a riunire famiglie divise dai diversi fronti, proteggere (in maniera disarmata) minoranze, creare spazi di incontro, dialogo e convivenza pacifica. L’esperienza maturata sul campo ha portato Operazione Colomba negli anni ad aprire presenze stabili in numerosi conflitti nel mondo, dai Balcani all’America Latina, dal Caucaso all’Africa, dal Medio all’estremo Oriente.
«Pace – ha spiegato a Ferrara De Munari – non significa solo dire “no” alla guerra ma costruire la giustizia, cioè soddisfare innanzitutto i bisogni primari delle persone»: terra, lavoro e libertà. Nel 1997, gruppi di contadini han dato vita alla Comunità di Pace di San José de Apartadó (CdP) nel dipartimento di Antioquia,Comunità di «resistenza civile nonviolenta con un sistema economico, relazioni sociali e sistema educativo alternativi. Diversi fra loro, per questo, sono stati massacrati dai gruppi armati paramilitari e dalla guerriglia»: gli ultimi a essere trucidati, nel marzo 2024, sono Nallely Sepúlveda ed Edinson David, rispettivamente di 30 e 15 anni.
Operazione Colomba è impegnata in Colombia dal 2009 e proprio dal ’97 i suoi volontari e le sue volontarie vivono nella Comunità di Pace di San José de Apartadó con l’obiettivo di «contribuire alla sua sopravvivenza e al proseguimento della sua esperienza di resistenza nonviolenta». Sono una «scorta civile internazionale», identificabile dalla maglia arancione. La forma di protezione più efficace di questa esperienza consiste, infatti, «nella presenza di civili internazionali che accompagnano i membri della CdP nello svolgimento delle loro attività quotidiane, monitorando le violazioni dei Diritti Umani e tutelando la loro incolumità. L’intervento dei volontari di OC, di deterrenza, è stato richiesto dalla stessa Comunità di Pace e risponde al suo bisogno primario di poter continuare a vivere in sicurezza sulle proprie terre». «Stiamo, quindi, al loro fianco, viviamo con loro», ha spiegato ancora De Munari: «abbiamo a cuore la loro vita. Loro vogliono verità e giustizia per i morti ammazzati, vogliono sapere non solo chi sono gli esecutori ma soprattutto i mandanti dei tanti omicidi». Mandanti «che van cercati nelle stesse istituzioni statali colombiane». In quel potere dove la pace è un concetto del tutto sconosciuto.
Andrea Musacci
Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 febbraio 2025
Conferenza del Gramsci nel 60° dell’enciclica: ecco alcune criticità
Un importante momento di dialogo fra credenti e non credenti è stato rappresentato dalla conferenza “L’enciclica Pacem in terris e il laboratorio fiorentino” svoltasi lo scorso 22 settembre in Biblioteca Ariostea a Ferrara. Organizzata dall’Istituto Gramsci Ferrara all’interno del ciclo “Anatomia della pace”, è stata pensata in collaborazione con Isco Ferrara, CGIL Ferrara, Biblioteca Ariostea, Runipace e con il patrocinio di UniFe e Comune di Ferrara.
Ricorre quest’anno il 60° anniversario della pubblicazione dell’enciclica di San Giovanni XXIII, ultimo suo testo prima del ritorno alla Casa del Padre.
Nella relazione introduttiva, Alessandra Mambelli ha ripercorso brevemente le vicende di Pax Christi a Ferrara e i 30 anni di Convegni di “Teologia della pace” organizzati dallo stesso movimento, interrottisi nel 2019 (nella speranza che possano riprendere quanto prima). L’intervento principale è stato quello di Fiorenzo Baratelli (Istituto Gramsci Ferrara), il quale ha anche ricordato alcune figure del cattolicesimo fiorentino di quegli anni – Giorgio La Pira, padre Ernesto Balducci, Mario Gozzini e Gian Paolo Meucci.
TERRA E CIELO
«La Pacem in terris – ha riflettuto Baratelli – parla di un mondo da costruire, cercando di leggere i segni dei tempi e guardando lontano, con una sconvolgente attualità profetica». Cinque, secondo il relatore, gli ambiti “rivoluzionari” del testo. Il primo: il trattare «della terra, della carne, della storia», e non dell’aldilà. Concetto opinabile, questo, se riguarda una fede, come quella cristiana, nella quale da una parte l’Incarnazione è centrale – con tutto ciò che ne consegue – e, dall’altra parte, altrettanto imprescindibile è la consapevolezza che la pace che dobbiamo costruire qui e ora è sì una necessaria preparazione del Regno ma non sarà mai la Pace piena della Comunione con Dio. La stessa Pacem in Terris inizia così: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio». E nella parte finale (n. 90), Giovanni XXIII spiega come la costruzione della pace sulla terra è «impresa tanto nobile e alta, che le forze umane (…) non possono da sole portare a effetto», ma «è necessario l’aiuto dall’alto».
QUALE DIGNITÀ?
Secondo: il concetto di “dignità” che «lega tra loro pace e giustizia, pace e libertà».Concetto, per la Pacem in Terris centrale, ma che andrebbe letto in questi termini (n. 5): se «si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande» (corsivo nostro). Terzo: l’indicare nei «rapporti di dominio l’ostacolo principale alla realizzazione della pace e alla valorizzazione della dignità».E ancora: i cosiddetti «segni dei tempi», e l’importanza di «abbattere i muri distinguendo tra ideologie e movimenti reali».
GUERRA GIUSTA/LEGITTIMA DIFESA
Da qui, le parole chiare dell’enciclica sul disarmo e sul «superamento – secondo Baratelli – del concetto di guerra giusta». Ma nella Gaudium et spes (n. 79), Costituzione fondamentaledel Concilio Vaticano II, è scritto: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa». Ed è utile anche ricordare come nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2309 si parli delle «strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente: che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare».
Venendo all’attualità, lo stesso Papa Francesco nel Messaggio in occasione del Convegno sulla Pacem in terris organizzato dall’Accademia delle Scienze Sociali, scrive: «La preoccupazione per le implicazioni morali della guerra nucleare non deve far passare in secondo piano i problemi etici sempre più urgenti sollevati dall’uso nella guerra contemporanea delle cosiddette “armi convenzionali”, che dovrebbero essere utilizzate soltanto a scopo difensivo e non dirette ad obiettivi civili».
Spunti utili per proseguire anche la riflessione sulla guerra d’invasione russa in Ucraina, cercando di non dimenticare chi è l’invasore e chi l’invaso, e come il primo rifiuti da oltre un anno e mezzo ogni accordo che non leda ulteriormente la dignità e la libertà del secondo.
Mao Valpiana è intervenuto il 22 novembre a Casa Cini per raccontare le Carovane della pace
Al centro di Kiev, nel giardino botanico “Oasi della pace” svetta una statua del Mahatma Gandhi. Due mesi fa ai suoi piedi si sono ritrovati i pacifisti ucraini e quelli italiani per la Giornata mondiale della nonviolenza. È, questa, l’immagine simbolo di quello che i Movimenti nonviolenti stanno cercando di costruire al di là degli attori del conflitto russo-ucraino.
Ne ha parlato lo scorso 22 novembre a Casa Cini a Ferrara Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento in Italia, invitato dal Collettivo 25 settembre e dal Movimento Nonviolento ferrarese in collaborazione con la Rete Pace di Ferrara, per l’incontro moderato da Elena Buccoliero (foto).
La tappa di Kiev è stata una delle due tappe della quarta, e finora ultima, Carovana della Pace (organizzate dalla rete “Stop the war now”) nel Paese vittima dell’invasione russa, Carovana partita il 26 settembre e ritornata il 3 ottobre scorso, con sei mezzi tra camper e pulmini dello stesso Movimento Nonviolento e di “Un ponte per”.
All’inizio le prime Carovane della pace avevano soprattutto uno scopo umanitario oltre a quello di portare in salvo persone fragili, donne e bambini in Italia (oltre 1000 grazie alle Carovane stesse). L’ultima “missione”, invece, «ne aveva anche uno più strettamente politico: quello, cioè, di rafforzare relazioni e organizzare progetti comuni assieme agli obiettori russi e a quelli ucraini, facendo anche da cerniera fra i due gruppi», ha spiegato Valpiana. Fra i progetti, quello di aprire un corso di studi sulla pace a Cernivci assieme a 200 universitari ucraini e a RuniPace, la rete italiana degli Atenei per la pace. Dopo Cernivci, la Carovana si è spostata a Kiev in treno, passando per Leopoli. Qui i nostri connazionali hanno incontrato l’Ambasciata italiana, la Nunziatura Apostolica di Kiev e altre realtà associative, fra cui appunto il Movimento degli obiettori. E a proposito di obiettori, Valpiana ha raccontato la storia di Ruslan Kotsaba, giornalista e presidente del Movimento pacifista ucraino, obiettore denunciato per “alto tradimento”, che per questo rischia 15 anni di carcere. Ma la sua lotta, almeno per ora, ha deciso di proseguirla fuori dall’Ucraina. Molto attivi, seppur minoritari, anche gli obiettori russi che aiutano chi vuole rinunciare alle armi a non cadere nelle trappole o a non essere vittime dei soprusi di chi dovrebbe garantire il minimo diritto all’obiezione di coscienza. E da Ghandi, dal quale è partito, Valpiana è arrivato al maestro italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, la cui “Teoria della nonviolenza” è stata tradotta e distribuita in Ucraina proprio grazie al Movimento Nonviolento italiano.
Il Vescovo: legame fra guerra e migrazioni
«Costruire relazioni di pace, porre al centro il dialogo: questo è il tema centrale. Da questo è partito il nostro Arcivescovo nel suo intervento, nel quale ha anche ricordato, nei suoi viaggi, in passato, in Ucraina, «quei 20enni arruolati che andavano a morire nel Donbass, alcuni anche il primo giorno sul fronte».
Mons. Perego ha affrontato il tema della protezione umanitaria per chi fugge dalla guerra, dalla miseria, dalla non vivibilità del proprio ambiente. Protezione, ha denunciato, «spesso non utilizzata, nonostante i 34 conflitti nel mondo ufficialmente riconosciuti, altrettanti non riconosciuti, e i 50 milioni di migranti nel mondo nel 2021 per crisi ambientali». Anche riguardo ai rifugiati ucraini in questi primi 9 mesi di conflitto (1600 solo a Ferrara e provincia), mons. Perego ha fatto notare come l’accoglienza sia stata resa possibile «grazie alle Caritas, alle parrocchie, all’associazionismo, alle famiglie, ma non grazie allo Stato e ai Comuni, che non hanno messo a disposizione nemmeno un appartamento». Un tema importante, che intreccia guerra, migrazioni e accoglienza, mostrando così ancora una volta, come la pace si costruisca sempre dal basso, sempre negli intrecci quotidiani, ogni volta dai gesti concreti intessuti nel dialogo e nell’ospitalità.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022
A quasi 9 mesi dall’invasione russa in Ucraina, anche in Italia non si placa il dibattito su una risoluzione giusta del conflitto: cosa dice il Catechismo, la nostra Costituzione, le vicende dei partigiani cattolici e il confronto su resa e resistenza
di Andrea Musacci
La guerra è ancora, nel XXI secolo, una drammatica costante dell’umanità. Secondo Caritas italiana vi sono almeno 22 guerre ad alta intensità, 6 in più rispetto al 2020, quando erano 15, a cui si è aggiunta quest’anno quella in Ucraina. Se si considerano anche le crisi croniche e le escalation violente, si arriva a 359 conflitti.
La feroce guerra scatenata dalla Russia di Putin in seguito all’invasione dell’Ucraina, ha finora causato la morte di quasi 8mila civili ucraini (ma potrebbero essere di più, se venissero scoperte altre fosse comuni), di cui 430 bambini, e 11mila feriti, come reso noto alcuni giorni fa dal Difensore civico ucraino, Dmytro Lubinets. Oltre 64mila i soldati russi uccisi, secondo il governo di Zelensky. I bimbi deportati in Russa sono invece 10.570, 14 milioni di persone sono rimaste senza casa, 6,2 milioni di cittadini sono diventati sfollati interni, 11,7 milioni sono rifugiati o hanno ricevuto protezione temporanea al di fuori dell’Ucraina.
In questo orribile conflitto l’opinione pubblica italiana, come quella europea e mondiale, si trova, fin da febbraio, drammaticamente divisa. Il desiderio di pace si confronta con le ragioni della legittima difesa della dignità, della libertà e dei confini di un popolo martoriato come quello ucraino. Ma vediamo cosa dice la Chiesa al riguardo.
Legittima difesa e vera pace
Nel Catechismo della Chiesa cattolica si legge al n. 2263: «L’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale: “Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita […]”» (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae) (n. 2264). Ma la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un dovere: «La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità» (n. 2265). Parole chiare, per quanto vadano interpretate a seconda dei casi concreti.
Costituzione e Resistenza
Sul delicato tema della liceità morale e giuridica dell’uso della violenza come risposta a un’aggressione, è utile anche andare a vedere alcuni testi su cui poggia una sana convivenza. Innanzitutto a livello globale. Lo Statuto delle Nazioni Unite (giugno 1945), all’articolo 51 recita così: «Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Si parla, quindi, in modo netto, di «diritto naturale di autotutela» collettiva. Lo stesso articolo 11 della Costituzione italiana sottolinea come il nostro Paese «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ciò che ha fatto la Russia ai danni dell’Ucraina. E, prosegue, «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Fondamentale è anche questo passaggio dove «pace» e «giustizia» vanno di pari passo. Come a ribadire che non vi può essere l’una senza l’altra.
Mi lego alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo per citare alcune riflessioni dello storico Daniele Menozzi riguardanti la difficilissima scelta, da parte dei partigiani cattolici, di usare violenza contro l’invasore. «Il partigiano cattolico – scrive – (…) può uccidere come il soldato, in quanto lo fa senza odio», soprattutto perché, «per amore di Cristo, giunge a rigettare quell’estetica della violenza e del sangue purificatore che caratterizza i nazisti ed è stata pienamente introiettata dai fascisti». Le varie formazioni cattoliche, continua, erano poi convinte che ciò servisse per «difendere la patria, la Chiesa, la comunità di provenienza», e per «preservare le condizioni per la prossima ricostruzione di una società cristiana». (Nonviolenza e legittima difesa, “Il Regno”, settembre 2021).
Ucraina: il dibattito su male minore e male necessario
Né cinici né ingenui: viene da pensare, quindi, che il giusto atteggiamento da avere sia questo. La vita, propria e degli altri, va difesa e tutelata, ma è necessario, sempre, in una situazione critica di conflitto, come ogni giorno, essere “artigiani di pace”. Coltivare la pace, amare i propri nemici, e, facendo questo, già non considerarli più come tali. Al tempo stesso, far crescere dentro di sé quella forza interiore, quell’equilibrio, quella profondità spirituale che ci permetta di riconoscere il male, di non ignorarlo né sottovalutarlo, ma di saperlo combattere con le armi di volta in volta più consone, urgenti e necessarie.
Non si tratta di non credere nel bene e nella pace, ma di non coprire con finta ingenuità o buona fede, una mancanza di senso della realtà, di capacità di comprenderla, pur nella sua radicale complessità. Complessità che ha scatenato, forse come non mai, anche nel nostro Paese, un dibattito acceso con posizioni differenti anche all’interno delle stesse Chiese o aree politiche.
«È essenziale schierarci per la pace», scrive Marco Tarquinio su “Avvenire” del 5 novembre scorso. E «farlo con tutta la possibile capacità di resistenza al fascino dello scontro armato e senza quartiere, condotto sino in fondo con l’orgoglio delle proprie ragioni. Lo dico ancora una volta: le guerre hanno sempre ragioni, ma non hanno ragione. E, come dice il Papa, sono ormai pura atrocità e pura follia. L’unica vittoria possibile è solo far finire il massacro».
Una posizione, questa di Tarquinio, in parte differente rispetto a quella di altri opinionisti, sia laici che cattolici. «Dichiarare che ci si deve arrendere all’aggressore, al male, perché così fa meno male, non corrisponde né alla teoria del “male minore”, né a quella della “nonviolenza”», scrive Gianfranco Brunelli. «Oggi il male minore è aiutare gli ucraini a difendersi; e la nonviolenza è essere presenti come resistenza attiva, ancorché non armata, per aiutarli a sopravvivere. Sono queste le scelte possibili. Il pacifismo che chiede la resa agli aggrediti, che cerca di dare ragioni a Putin per una trattativa indifferente a ogni valore in gioco è un pacifismo finto» (Un’altra “inutile strage”, “Il Regno”, aprile 2022). Sulla stessa lunghezza d’onda, Furio Colombo: «Siamo rapidamente discesi, lungo una scala bene organizzata, dal livello dell’invasione armata di un Paese indifeso a quello della difesa deliberatamente messa in atto perché ci sia più guerra. Ovvio che questa incredibile situazione non è un progetto del pacifismo come valore e come speranza», ma «un trappolone» di chi è rimasto legato al vecchio antiamericanismo (Ucraina-Russia, chi dimentica le vittime, “Repubblica”, 4 giugno 2022).
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 novembre 2022
«La prima cosa che ho capito, tessendo le risposte che ho ricevuto da nord a sud, da est a ovest, da soldati e civili, da attivisti e bambini è che pace, lì [in Ucraina], sia una parola imperfetta (…). Perché, in una guerra di invasione, val la pena ricordarlo a chi scende in piazza, funziona così. Sono gli invasi che vivono nei bunker, scendono in metropolitana con i sacchi a pelo per paura di morire schiacciati dal tetto di casa, solo da un lato del confine si vive con le sirene antiaeree nelle orecchie dal 24 febbraio, è per questo che da un lato del confine non può esserci pace senza giustizia».
(Cari pacifisti, vi scrivo: venite in Ucraina e capirete, Francesca Mannocchi – inviata in Ucraina – “La Stampa”, 5 novembre 2022)
Don Vasyl (a destra) e alcuni uomini della comunità ucraina ferrarese prima della spedizioni di aiuti in Ucraina
Ferrara a fianco del popolo ucraino e in appoggio alla comunità cattolica ucraina guidata da don Vasyl Verbitskyy: la possibilità di donare cibo e medicine da spedire in Ucraina, le bandiere solidali realizzate dalla parrocchia di Comacchio, la preghiera in piazza a Ferrara, quelle nella chiesa di via Cosmè Tura e a Copparo, il sit in della Rete per la Pace…
di Andrea Musacci
La rabbia e l’orgoglio di un intero popolo, la risposta solidale e nella preghiera della città di Ferrara e dell’intera Arcidiocesi.
Anche nel nostro territorio i circa 3500 ucraini residenti vivono giorni di angoscia e di paura per i tanti cari in Ucraina e per il loro amato popolo. Oltre alla nostalgia della terra lontana, grande è ora il dolore per l’invasione russa scatenata il 24 febbraio dal Presidente Vladimir Putin.
Cibo e medicine: chi vuole può donare
La comunità cattolica ucraina di Ferrara da giovedì scorso sta raccogliendo generi alimentari a lunga conservazione (pasta piccola, sughi, biscotti, latte, tonno, caffè, zucchero, carne in scatola ecc.), medicinali (antidolorifici tipo oki, tachipirina, ibufrofene e similari) e materiali di primo soccorso (garze, bende, cerotti, disinfettanti ecc.) da spedire in Ucraina. Tutto quanto raccolto verrà trasportato via terra attraverso corridoi sicuri già attivi, che possono garantire il recapito diretto, il tutto in sinergia con Caritas diocesana e Caritas italiana. Sabato sera sono partiti i primi tre furgoni carichi di donazioni, arrivati alla chiesa della comunità greco-cattolica a Ternopil, nell’ovest del Paese. Altri sono partiti domenica. Come ci spiega don Vasyl, «una famiglia che conosciamo porterà parte dei beni raccolti con un pulmino alla dogana sul confine con la Polonia. La maggior parte del materiale raccolto, invece, verrà portato in Ucraina grazie alla Caritas dell’Esarcato apostolico ucraino in Italia», il cui Direttore don Volodymyr Medvid risiede a Cattolica.
Il materiale da donare si può portare nella chiesa di via Cosmé Tura oppure si può far avere chiamando don Vasyl al 366-3958892.
Anche diversi studenti universitari di Unife in questi giorni stanno aiutando gli ucraini nella raccolta del materiale e nella chiusura degli scatoloni da spedire. Il Comune, inoltre, si sta organizzando tramite le Farmacie comunali per donare farmaci, mentre Iper Tosano e altri supermercati cittadini doneranno alimentari.
Il gesto da Comacchio: bandiere e foulard fatti a mano
Il desiderio di aiutare il popolo ucraino ha stimolato la creatività di molti. Da Comacchio don Guido Catozzi ci spiega l’idea di alcune parrocchiane di realizzare a mano bandiere dell’Ucraina e foulard con gli stessi colori che chiunque può acquistare a offerta libera. Il ricavato verrà dato a don Vasyl per l’acquisto di beni alimentari e medicine da inviare in Ucraina. Un’iniziativa, questa, portata avanti dalla comunità di Comacchio insieme alle Chiese di Cervia, Cesenatico e di altre della Romagna.
S. Maria dei Servi santuario di pace
Da giovedì 24 febbraio la chiesa di Santa Maria dei Servi in via Cosmé Tura, 29 a Ferrara è diventata il punto di riferimento non solo per i tanti ucraini in città ma anche per tanti non ucraini che hanno scelto di esprimere la loro vicinanza. Anche questa settimana la chiesa è sempre aperta, dalla mattina alla sera. Lo scorso fine settimana dalle ore 9 alle 22 non è mai mancata una presenza. Si sono susseguite le preghiere per la pace, i Rosari, la Divina Liturgia. Sabato pomeriggio la preghiera ha visto anche la presenza di don Giacomo Granzotto, Responsabile dell’Ufficio liturgico diocesano, di p. Massimiliano Degasperi (parroco di S. Spirito) e di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio ecumenico.
Anche i Campanari Ferraresi hanno portato il proprio contributo suonando una volta al giorno da venerdì a domenica.
Domenica c’è stata anche una preghiera speciale, quella delle “Mamme in preghiera”, un gruppo della comunità ucraina ferrarese che da oltre 10 anni prima della Messa domenicale si ritrova per leggere e meditare un brano del Vangelo e per rivolgere una preghiera per i propri figli e nipoti in Ucraina. Un gesto che in questi giorni assume un significato ancora maggiore.
Ma non solo: mercoledì 2 marzo alle ore 19.30 nella chiesa di Copparo don Vasyl parteciperà a una preghiera per la pace invitato dal parroco don Daniele Panzeri. A Copparo da tanti anni risiede un nutrito gruppo di persone di origine ucraina. La sera del 25 febbraio diversi giovani si sono trovati a Casa Cini con don Paolo Bovina per un Rosario per la pace. Domenica 20 febbraio la comunità ucraina ferrarese si era ritrovata nella chiesa di S. Agostino per una veglia di preghiera trasmessa in tutto il mondo. In tante chiese in Diocesi si susseguono preghiere per la pace. La mattina di domenica 27 altro sit in spontaneo di una 30ina di ucraini in piazza Municipale.
«Non ci abbandonate!»
Nel tardo pomeriggio di venerdì 25 febbraio oltre 200 persone si sono ritrovate in piazza Repubblica per un momento di preghiera organizzato dalla comunità ucraina cattolica di tradizione bizantina guidata dal Cappellano don Vasyl Verbitzskyy. Lui stesso ci confessa che da quel maledetto giovedì non dorme, e come lui, tanti. Il pensiero è sempre al suo Paese, in particolare ai suoi genitori che vivono nell’ovest dell’Ucraina. Nei giorni scorsi, don Vasyl e altri si sono trovati di sera, di notte: «nessuno di noi riusciva a dormire, così invece almeno ci facevamo compagnia e ci sostenevamo a vicenda».
Il 25 presenti anche il Sindaco, il suo vice e alcuni Assessori. L’orgoglio patriottico e la profonda fede degli ucraini hanno trovato una spontanea espressione nei canti – civili e religiosi – intonati dai tanti presenti, molti fra le lacrime. Molti anche i bambini e i giovani, e tante quelle bandiere blu e gialle del loro amato Paese, gli stessi colori coi quali è stata illuminata la fontana della piazza.
Oltre all’orgoglio, però, c’è la rabbia. «È una vergogna che l’Europa non ci appoggi», grida una signora squarciando il silenzio fattosi pesante. «Non state zitti, ci sentiamo abbandonati. Ascoltate l’Ucraina!». Il suo grido è quello di un popolo martoriato che combatte fino alla morte contro l’invasore russo. “Stop alla guerra!”, urlano i presenti, una guerra non cercata né provocata.
«Siamo qui per testimoniare la nostra volontà di pace», ha detto don Vasyl. «Il popolo ucraino è il popolo cristiano. Vi invito a pregare insieme a noi nella chiesa di via Cosmé Tura. Dio vi aspetta. Con Dio ci può essere la pace perché Dio è pace».
Sit in per la pace (26 febbraio 2022) – Foto Andrea Musacci
Il sit in della “Rete per la pace”
Tantissime le persone che nel pomeriggio del 26 febbraio hanno riempito piazza Castello per il sit-in per la pace promosso dalle confederazioni sindacali e da diverse associazioni e partiti. Toccante, in particolare, la testimonianza di una donna ucraina che tra le lacrime ha raccontato di suo figlio soldato in Ucraina, richiamato nell’esercito lo scorso gennaio.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022
Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”
a cura di Andrea Musacci
Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.
Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”
Il saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.
La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse
Nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.
Con S. Francesco per amare i doni di Dio
Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)