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Salvia, un martire del dovere. Antonio Mattone: «quel giorno che incontrai Cutolo»

8 Mag
Claudio Salvia e Antonio Mattone

Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, fu ucciso nel 1981 per volontà del boss Raffaele Cutolo. Il 5 maggio a Ferrara la testimonianza del giornalista Mattone e del figlio Claudio

«Salvia era un martire del dovere, un integerrimo funzionario delloStato che incappò nel più grande delinquente italiano del secondo dopoguerra: Raffaele Cutolo. Ma che non si volle piegare alla sua prepotenza».

Sempre più persone iniziano a conoscere la straordinaria testimonianza di coraggio e di amore alla verità e alla giustizia rappresentata dalla vita e dalla morte di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso nell’aprile del 1981 per volere di Cutolo.

Due anni fa Antonio Mattone, giornalista napoletano, raccontò la sua storia nel libro “La vendetta del boss. L’omicidio di Giuseppe Salvia”, presentato la sera del 5 maggio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Un incontro voluto da Dario Poppi, insegnante in pensione, e organizzato dall’Unità Pastorale Borgovado. Un libro scritto sotto richiesta dei familiari di Salvia:della moglie Giuseppina e dei figli Antonino e Claudio. Quest’ultimo, che nell’81 aveva solo 3 anni (il fratello, 5) è intervenuto a Ferrara proprio insieme a Mattone, alla presenza di circa 80 persone. 

«TANTI AGENTI HANNO PAURA DI PARLARE»

Sono oltre trenta le presentazioni del libro di Mattone in giro per l’Italia, fra cui una col card. Zuppi, e tante nelle scuole. Qui, purtroppo, ha spiegato l’autore, «nessuno sapeva chi fosse Salvia, molti sapevano invece chi fosse Cutolo».

«Ho ascoltato 90 persone in diversi modi legate a Salvia: familiari,  agenti di polizia penitenziaria, terroristi, magistrati, inquirenti, forze dell’ordine, giornalisti». A proposito degli agenti di polizia penitenziaria, «alcuni di loro, dopo oltre 40 anni, non hanno voluto parlarmi: alcuni, forse perché collusi, altri perché si vergognano ancora di averlo allora lasciato solo, altri ancora per paura o per non voler riaprire vecchie ferite».

IN CARCERE, COME UN PRINCIPE

Innanzitutto, Mattone ha ricordato come Cutolo si trovasse a Poggioreale per omicidio, ma lì, dietro le sbarre, costruì la Nuova Camorra Organizzata, «il suo impero». Alcuni testimoni «mi hanno raccontato di quali privilegi godesse in carcere, fin dal ’73», segno di forti collusioni: «aveva la cella sempre aperta, la moquette, il frigo, la tv, passeggiava in vestaglia e un altro detenuto gli  faceva, di fatto, da maggiordomo. E un agente mi raccontò che un giorno nella posta destinata a Cutolo, trovò anche alcuni biglietti di auguri di buon onomastico provenienti da Deputati della nostra Repubblica. Questo agente mi ha chiesto di rimanere anonimo».

Arriviamo al 1981. Al ritorno dall’udienza in un processo, Cutolo incrocia casualmente Salvia.Quest’ultimo dice agli agenti di perquisirlo, come da regolamento. Prima di allora, invece, Cutolo era l’unico detenuto a non venir mai perquisito.Allora Cutolo, davanti agli altri detenuti e agli agenti, gli dà uno schiaffo, così forte da fargli cadere gli occhiali. Giorni dopo, Salvia gli negò, dopo aessersi consultato col Ministero, di poter fare il “compare di nozze” per il matrimonio di un boss anch’egli detenuto a Poggioreale. Allora Cutolo ordinò, dal carcere, di ammazzarlo. L’omicidio avvenne sulla tangenziale di Napoli il 14 aprile 1981.

Giuseppe Salvia

IL MIO INCONTRO CON RAFFAELE CUTOLO: «SÌ, L’HO UCCISO IO»

Oltre ad aver potuto incontrare Mario Incarnato, l’esecutore materiale dell’omicidio, Mattone il 21 luglio 2019 ha potuto parlare con Cutolo nel supercarcere di Parma, un anno e mezzo prima della sua morte. «Era isolato, e non incontrava giornalisti da 30 anni. Parlammo 1 ora, un vetro ci divideva. Era molto invecchiato, col parkinson e l’artrite. Iniziò a fidarsi di me quando gli dissi che dal 2006 ero volontario nel carcere di Poggioreale: gli si illuminarono gli occhi. “Sì, l’omicidio Salvia l’ho fatto io”, mi disse. Prima di allora, almeno pubblicamente, non l’aveva confessato a nessuno».

CLAUDIO SALVIA: «MIO PADRE MI HA INSEGNATO MOLTO»

Il figlio Claudio lavora in Prefettura a Napoli, si occupa di antiracket, in passato si è occupato anche di antimafia. «Mio padre in casa non parlava mai di lavoro. Nel libro di Mattone viene raccontato un episodio che dice molto di che persona fosse mio padre. Un giorno andò a trovare in ospedale “Zio Antonio”, un suo caro amico.Ma con sé aveva anche dei cioccolatini: doveva portarli  a un ragazzino figlio di detenuto, lì curato, e lasciato solo».

Erano gli anni di piombo, del terrorismo, della corruzione dilagante. «Servivano, allora più che mai, servitori dello Stato integerrimi, come mio padre. Tanti corrotti lavoravano anche nel carcere di Poggioreale». Tra l’altro, «a mio padre 2 o 3 volte rifiutarono anche la richiesta di trasferimento in un altro carcere. Richiesta che fu accettata solo il giorno dopo la sua morte».

«Mio padre servì lo Stato fino all’estremo sacrificio», ha proseguito. «La camorra, prima di ammazzarlo, aveva anche cercato di corromperlo, e poi lo minacciò. Fu vittima di una delle peggiori, se non la peggiore, associazione criminale al mondo», la Nuova Camorra Organizzata.

«Io, come Mattone, faccio tanti incontri nelle scuole per sensibilizzare sul tema della legalità, per parlare di antimafia e antiracket. Per parlare di mio padre. E negli incontri con gli studenti, spesso noto come molti giovani e giovanissimi abbiano il mito del camorrista killer, anche per colpa di serie tv come “Gomorra”, che non apprezzo anche perché non vi è mai un risvolto positivo. E poi bisogna continuare a lavorare molto sulla forte correlazione tra dispersione scolastica e devianza sociale:così tanti ragazzi iniziano a delinquere».

«Mio padre, quindi – ha aggiunto -, mi ha insegnato molto, anche se praticamente non ho avuto modo di conoscerlo di persona: il suo sacrificio mi ha consegnato valori altissimi e profondi. A mia figlia, che ha 8 anni, cerco di trasmetterglieli a mia volta. E ho capito quanto sia importante testimoniare ciò che si dice coi fatti». È quel che ha fatto Giuseppe Salvia, testimone di verità e giustizia fino alla morte.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Giovani, annoiati e creativi: e noi cosa offriamo loro?

13 Mar

Incontro a Ferrara sugli adolescenti: le sofferenze post pandemia, le testimonianze da Sambe e WebRadio Giardino, proposte di educazione condivisa

Insicuri, annoiati, rabbiosi. Ma anche desiderosi di bene, di una comunità educante. Nel parlare dei giovani – in particolare degli adolescenti – si rischia sempre di essere troppo paternalistici o “sociologici”. Da quest’approccio ha provato a uscire l’associazione “Ferrara Bene Comune” (FBC), proponendo, nella serata del 10 marzo, un incontro organizzato con CSV Terre Estensi, in Sala della Musica, moderato da Patrizio Fergnani (vice Presidente FBC), e con una 70ina di presenti. “Essere giovani in una città che invecchia”, il titolo scelto, a dire di un futuro che tanto roseo non sembra, e di un presente fatto di contraddizioni e difficoltà.

NUMERI CHE PARLANO CHIARO

Dai dati è partito Guglielmo Bernabei, Presidente di FBC (e nostro collaboratore), con la presentazione della ricerca “Tra Presente e futuro. Essere adolescenti in Emilia Romagna nel 2022” realizzata dall’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara con la collaborazione del Servizio Politiche sociali e socio-educative della Regione Emilia-Romagna. Dai 15mila ragazzi coinvolti (di età compresa fra gli 11 e i 19 anni), è emerso la loro ricerca di «una comunità educante, attiva, cooperativa». Il periodo pandemico, in particolare, è stato percepito da tanti come «spazio vuoto, sospeso». Da qui, la loro fame di relazioni nuove, diverse.

Dall’indagine risulta che siano due i luoghi di maggior disagio per gli adolescenti: la scuola e l’on line (la metà di loro passa almeno 4 ore davanti al pc). Qui, maggiormente, emergono ansia, noia, insicurezza, rabbia e solitudine. La gioia e la fiducia, al contrario, vengono dagli amici e dalla famiglia (pur con alcuni dati negativi da non sottovalutare). Insomma, la situazione è complessa ma non tragica: «i giovani vogliono esprimere la propria creatività, hanno voglia di conoscere, sono curiosi», ha concluso Bernabei: «hanno voglia di futuro».

TESTIMONIANZE DEI GIOVANI

Una «voglia di futuro» espressa da Tania e Anna (foto a sx) dell’Oratorio di San Benedetto: la prima, 22 anni, educatrice con la Lingua dei Segni, è partita da tre verità: «il bene genera il bene, l’educazione è cosa di cuore, in ogni ragazzo c’è un punto accessibile al bene. A me – ha proseguito – la vita dell’Oratorio ha salvato nella dimensione della relazione. Ma anche noi ci interroghiamo sulla nostra insufficienza, su dove sbagliamo se tanti giovani non sono attratti da noi. Una cosa è certa: se non agiamo nel bene, questa città muore». 

Per Maria Vittoria Govoni (foto a dx), 25 anni, vice presidentessa di Web Radio Giardino (aps e spazio culturale nato nel 2017 per raccontare la città e i mondi giovanili), la domanda è aperta: «come Radio stiamo vivendo una crisi. Come fare – ci chiediamo anche noi – per trovare forze nuove e non abbatterci?».

La risposta, per Micol Guerrini, Assessora alle politiche giovanili del Comune di Ferrara, sta soprattutto nella comunicazione: «in città non mancano iniziative e proposte, ma dovremmo cercare di raggiungere più i giovani, soprattutto attraverso le scuole». Sarà. Fatto sta che le persone si avvicinano – si attraggono – sempre una a una, sempre chiedendo loro “tu come stai?” (come ha detto Tania). Sempre incontrandole sul loro cammino. 

PROPOSTE DI EDUCAZIONE CONDIVISA

Su queste basi è nato anche il progetto Family StAR (Student At Risk), che parte dal modello delle Family Group Conference. Ne ha parlato Francesca Maci, Docente all’Università Cattolica di Milano. Il progetto è rivolto a studenti e studentesse con difficoltà scolastiche: il disagio personale viene affrontato non solo dalla famiglia o dagli insegnanti, ma anche – se lo studente lo vuole – da chiunque possa aiutarlo (amico, compagno di classe, vicino di casa, parente ecc.), e da professionisti, in maniera partecipata e condivisa. Insomma, «sapere esperto e sapere dell’esperienza» si alleano tra loro per trovare soluzioni pratiche attraverso un percorso personalizzato. StAR, per ora, è stato sperimentato a Milano, Lodi, Sondrio e Salerno su un totale di 540 studenti. Si è accennato alla possibilità (tutta ancora da valutare) di portarlo anche a Ferrara.

E sull’idea di rete solidale si fonda anche il progetto dei Patti Digitali di Comunità (PDC), nati nel 2018 grazie al MEC (Media Educazione Comunità), rappresentati da Matteo Maria Giordano (con Maci e Bernabei in foto), il quale con amara ironia ha illustrato la realtà: lo schermo di un tablet o smartphone sta sostituendo, per molti bambini, anche piccolissimi, il volto della madre (o del padre). Chi non ha mai visto, al tavolo di un ristorante, un bimbo non far altro se non fissare uno smartphone? «È una scelta – ha detto Giordano – fatta non per il bambino, ma dai genitori per loro stessi, perché vogliono essere al centro, non disturbati dal figlio». Da una recente indagine, il 72% delle famiglie con bimbi 0-2 anni ha ammesso di usare dispositivi digitali durante i pasti. Ma gli effetti, in particolare sui bambini, sono gravi, perché provocano dipendenza, quindi mancanza di sonno, di memoria, di concentrazione. Oltre a inibire la creatività e appunto a impoverire le relazioni. «Se continuiamo così, fra 20 anni avremo tanti giovani con disturbi di questo tipo: sono i bambini di oggi», ha ammonito Giordano. Bambini che perdono la relazione coi genitori, inghiottiti dallo schermo che loro stessi li mettono davanti agli occhi. 

I PDC sono, quindi, un tentativo per far incontrare fra loro i genitori e decidere, insieme, alcune regole/principi da applicare ognuno coi propri figli. A partire da 5 basi: sì alla tecnologia, ma nei tempi giusti; preparare i bambini all’autonomia digitale (ma graduale e attenta); regole chiare e dialogo; adulti informati e responsabili; alleanza tra genitori. Altre informazioni su https://pattidigitali.it/

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Medico dei bimbi nel mondo: storia di Andrea Franchella 

15 Feb

Noto chirurgo pediatrico di Ferrara, dal 1995 gira i continenti per curare i bambini che nessuno vuole curare. Lo abbiamo incontrato di ritorno dall’Uganda e prima della partenza per la Guinea

di Andrea Musacci

Andrea Franchella riusciamo a incontrarlo nei pochi giorni di pausa a Ferrara, tra un periodo in Uganda, dov’è stato, e uno in Guinea Bissau, dove si è recato per dieci giorni fino al 19 febbraio.

Franchella, “medico missionario”, chirurgo pediatra in pensione da 5 anni, porta la sua “chirurgia solidale” (come lui la chiama) in giro per il mondo, in quei Paesi dove la sua specializzazione nemmeno esiste, o le strutture sono inadeguate oppure i servizi inaccessibili per i poveri.

Una grande passione

Ferrarese, parrocchiano di Santa Francesca Romana (ma cresciuto tra San Benedetto e Casa Cini), Franchella ha iniziato nel 1995 a portare la propria umanità e la propria professionalità in angoli del pianeta dove la miseria la fa da padrona. Le prime missioni sono state eseguite con finanziamenti e collaborazioni con la Fondazione per la Ricerca Pediatrica “Renzo Melotti”, Rotary International e WOPSEC (World Organisation of Pediatric Surgery for Emerging Countries).

«Fino al 2018 usavo le mie ferie di Natale o estive per andare all’estero in missione. Ora invece che sono in pensione, mediamente ci vado per 6 mesi non continuativi all’anno». Gli chiediamo come sono nate la sua passione per la medicina e il suo desiderio di portare la propria esperienza in realtà così drammatiche in giro per il mondo. «Mio padre era medico – racconta a “La Voce” – e mi ha trasmesso la passione». In particolare, l’ambito della chirurgia pediatrica è un ambito che ho sempre amato e che mi permette di aiutare molte persone. La mia professione mi ha sempre appassionato, non ho mai avuto dubbi al riguardo». A un certo punto, però, Franchella vive un momento di inquietudine: «ho iniziato a interrogarmi sul perché anche per i bambini l’avere cure adeguate deve dipendere da quale parte del mondo nascono». Siamo negli anni ’90, Franchella ha già raggiunto una buona maturità professionale. È dunque un forte spirito solidale a spingerlo a provare questo tipo di esperienza come medico nel terzo e quarto mondo. Ma questo non bastava: bisognava organizzarsi per avere strumentazioni, strutture adeguate, per formare il personale locale. È così che l’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica ha voluto concretizzare e rafforzare i progetti di aiuto sanitario creando, nel luglio 2003, una propria Associazione, “Chirurgo & Bambino Onlus” oggi ODV, diretta dallo stesso Franchella.

Esperienze di una vita

Nel 1995 iniziano le prime esperienze di Franchella all’estero, per la precisione ad Antigua in  Guatemala, dove si recherà fino al 2002 presso la onlus “Obras Sociales Hermano Pedro”. «Da colleghi – ci spiega – venni a sapere che l’WOPSEC voleva far partire un progetto in questa località dove esiste una missione francescana, in un ospedale dove c’era anche bisogno di un supporto chirurgico. Io, altri chirurghi e anestetisti partimmo, e creammo un Centro specializzato nella cura delle malformazioni facciali dei bambini. Nel progetto fu coinvolto anche il Comune di Ferrara che finanziò la degenza post operatoria». 

Dopo un anno in Ecuador nel 2002, Franchella si reca per 5 anni nella regione di Tharaka in Kenya, per un progetto rivolto soprattutto a bambini ustionati, un problema molto diffuso in quel Paese, che quando non porta alla morte, può lasciare comunque danni funzionali enormi. Tra il 2005 e 2006 sarà anche in Armenia e Georgia, dove collabora con “Operation Smile” per progetti legati a pazienti con cheiloschisi (il labbro leporino) e palatoschisi. «Nei Paesi poveri, queste sono operazioni che normalmente vengono eseguite tramite compenso economico», ci spiega. Dal 2007 al 2011, collaborerà con un’altra organizzazione, “Smile Train” in Bangladesh, Yemen, Etiopia, Costa d’Avorio, Benin ed Irak, mentre dal 2007 al 2009 con la ONG “Adid” in Mauritania, per un progetto per il trattamento dei bambini ustionati. «Qui come in tanti Paesi poveri – ci spiega -, i bambini vengono operati da chirurghi normali perché non esiste la chirurgia pediatrica. Un bambino, però, non può essere considerato un “piccolo adulto” ma un essere in sviluppo». Subire un’operazione senza accortezze fondamentali, «può portare a conseguenze sulla sua crescita». 

Arriviamo al 2010, quando ad Haiti inizia a collaborare con la Fondazione “Francesca Rava NPH Italia” per un progetto di formazione in chirurgia pediatrica all’Ospedale S. Damien di Haiti, diretto da padre Rick Frechette, sacerdote passionista e medico americano. Un luogo dove manca il rispetto per la vita umana: «durante una Messa in ospedale vidi portare una decina di “pacchi” davanti all’altare: ci misi un po’ a capire che erano corpi di bambini morti, fasciati, che da giorni attendevano le esequie». Nel 2011, poi sarà in Tanzania presso l’ospedale di Mbweni dove collaborerà con l’associazione “Ruvuma Onlus”, e per la costruzione di una struttura ambulatoriale di primo soccorso presso la scuola orfanotrofio ”Pietro Marcellino Corradini“ di Morogoro. 

Il presente in Africa

Attualmente Franchella è responsabile per la parte clinica del “Children’s Surgical Hospital” di Emergency a Entebbe in Uganda (nella foto, con un ragazzo operato). «È un progetto molto importante che mi ha visto coinvolto fin dall’inizio. Qui, rispetto alle mie precedenti esperienze, Emergency. ha costruito un ospedale d’eccellenza di chirurgia pediatrica, progettato da Renzo Piano e con 74 posti letto, 6 letti di terapia intensiva, 16 di terapia semi-intensiva. Un esempio di medicina d’eccellenza, dove coordino l’ambito chirurgico e formo anche il personale locale: attualmente, ad esempio, seguo tre ugandesi e un eritreo». In Uganda lo accompagna sempre la moglie Angela, insegnante di matematica in pensione, che ha dato vita a un progetto di scuola in ospedale come quello esistente a Ferrara.

Ma ora vi è anche un progetto futuro per la Clinica Pediatrica “Sao Josè en Bor” a Bissau in Guinea-Bissau. L’attuale Ministro della Salute del Paese africano, Dionisio Cumbà, professionalmente è cresciuto in Veneto: nel 1991, grazie alla borsa di studio di alcune parrocchie e alla guida del missionario padre Ermanno Battisti, ha iniziato a studiare Medicina a Padova, per poi, dopo la laurea, specializzarsi in Chirurgia pediatrica. Sposato con un’italiana, e con due figli, Cumbà per un anno ha anche lavorato con Franchella all’Ospedale di Ferrara, ma poi ha deciso, cosa rara per i medici, di tornare nel suo Paese e di mettere in piedi un servizio di chirurgia pediatrica, che non esisteva. «Per questo mi ha chiesto aiuto e sono stato lì già tre volte, facendo formazione e portando strumentazione». Venerdì 10 febbraio Franchella è partito per la Guinea-Bissau assieme al figlio Sebastiano, otorinolaringoiatra, in vista della creazione del servizio di otorinolaringoiatria, anch’esso mancante.

Le mani di Shamira

La nostra chiacchierata con Franchella scegliamo di concluderla attraverso una storia che sembra poter avere un lieto fine. È quella di Shamira, bimba ugandese di 8 anni, che ha avuto ustioni devastanti a entrambe le mani, ustioni che le impedivano di aprirle. «Ora sta meglio, l’ho operata, riesce anche a prendere due mie dita. «Dal punto di vista chirurgico era stata abbandonata», ci spiega. «E molti bimbi in questo e in altri Paesi poveri spesso sono abbandonati, prima o in seguito all’incidente per cui necessitano di cure. La povertà può gettare tante madri nella disperazione».

Il servizio che Andrea compie è dunque importante perché aiuta anche – per quel che può – a curare, oltre alle ferite del corpo, quelle non visibili dell’anima di tanti bambini.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ferrarese, un territorio che si ritrae su se stesso

19 Dic

L’analisi delle disuguaglianze territoriali e sociali fatte dal Centro Documentazione Studi. Auto elettriche, Polo del riciclo della plastica, Delta del Po: alcune proposte per uscire da una crisi cronica

di Andrea Musacci

«Da un punto di vista socio-economico il territorio ferrarese è estremamente eterogeneo e frammentato, e questo è sempre stato un ostacolo alla sua crescita». Di questa e altre disuguaglianze si è parlato lo scorso 17 dicembre nella Sala Convegni di CNA Ferrara in occasione della presentazione di “Ferrara Diseguale”, l’Annuario Socio-Economico Ferrarese 2022 che CDS (Centro Documentazione Studi) Cultura OdV ha presentato.

Disuguaglianze territoriali

Le parole di Guglielmo Bernabei (Avvocato, docente Unife e socio Cds) che abbiamo citato all’inizio ben sintetizzano la riflessione da lui svolta sulla difficile e cronica situazione del Ferrarese e su alcune possibili soluzioni.

Innanzitutto un’analisi della realtà: Comuni come Riva del Po, Fiscaglia e Jolanda diSavoia hanno tassi di occupazione molto bassi, e negli ultimi tre anni il reddito medio pro capite nel Ferrarese è calato in maniera significativa. Nelle cosiddette Aree interne, in alcuni casi è la metà della media provinciale, quasi 1/3 rispetto a quello del Comune capoluogo. Cresce inoltre la disoccupazione giovanile (fascia d’età 15-24 anni), passata dal 16,8% al 24,5%, mentre il tasso di inattività è al 25,4%, con picchi nei tre piccoli Comuni sopraccitati, oltre che a Copparo. Interessante anche l’Indice di dotazione automobilistica, con il calo nelle vendite di auto con grande cilindrata e l’aumento dell’acquisto di auto in alcune zone, come Mesola, a causa degli scarsi servizi di trasporto pubblico. Spopolamento, calo demografico, invecchiamento, dunque, dominano nel nostro territorio, «un territorio che si ritrae su sé stesso», ha detto Bernabei. Negli ultimi anni anche il tasso di pendolarismo è aumentato, di due volte e mezzo rispetto alle altre Province in Emilia-Romagna.

Una «sofferenza economica», quindi, e un conseguente «sfilacciamento sociale», acuiti dalla pandemia e dalla crisi di quest’anno, ma creatasi nel tempo: «per evitare che si cristallizzi – ha riflettuto ancora Bernabei – ci vogliono maggiori aggregazioni industriali e con alta produttività (come sono il Petrolchimico e la VM di Cento), pensando ad esempio a sfruttare le grandi trasformazioni in termini di automazione che stanno avvenendo nel comparto automobilistico, in particolare riguardo alle auto elettriche». C’è bisogno, inoltre, di «una forte alleanza tra enti locali, terzo settore ed imprese», e di «incentivare le start up e l’economia della conoscenza». Il rischio è che l’intera nostra Provincia diventi «una grande Area interna», non riuscendo a stare al passo delle trasformazioni sempre più veloci. Il futuro, più in generale, sta in «un’Italia micropolitana, che sappia cioè valorizzare davvero nuove funzioni sociali nei piccoli contesti, implementando il sistema sociale, la banda larga, la capacità amministrativa». E, nel caso del nostro territorio, che venga tutto – non solo Ferrara – considerato «per le sue forti capacità di attrazione turistica e per l’importanza  dei Distretti rurali». C’è bisogno – ha concluso Bernabei – che il Ferrarese «venga davvero considerata come una “Zona Economica Speciale”, oggetto cioè di interventi mirati. La Zona Logistica Semplificata non è più sufficiente».

Altre due proposte per creare ricchezza nel nostro territorio, le ha date Giuseppe Ferrara (Cds): la prima e più importante sarebbe quella di dar vita a un Polo Tecnologico Nazionale per il riciclo integrale dei rifiuti plastici. «A Ferrara esistono tutte le competenze per farlo: la plastica è un materiale molto leggero e molto resistente e facilmente riciclabile facendo tornare virgin-nafta (il semilavorato dalla raffinazione del petrolio) i prodotti finiti e usati». La stima di 70 miliardi di mascherine chirurgiche prodotte solo nell’ultimo biennio a livello mondiale a causa della pandemia, dovrebbe davvero farci riflettere dell’importanza di riciclare non solo per la tutela dell’ambiente ma anche per non sprecare un prodotto così riutilizzabile.

La seconda proposta, legata a questa, riguarda la creazione di un Museo della Plastica a Ferrara, vista l’importanza che questa ha nella nostra economia locale.

Delta del Po come risorsa

Oltre 54mila ettari, di cui quasi la metà valli e lagune salmastre, oltre a paludi d’acqua dolci, boschi e spiagge:è questo il Parco del Delta del Po dell’Emilia-Romagna, presentato  da Aida Morelli, Presidente dell’Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità del Delta del Po. Nove Comuni in tutto, da Goro a Cervia, si tratta di una delle aree naturalistiche più importanti del mondo ed è «un esempio di una terra potenzialmente molto ricca ma che in molti casi, soprattutto nel Ferrarese, poco valorizzata».

Disuguaglianze sociali: il Centro di Ascolto dell’UP Borgovado

È stata Patrizia Di Mella a presentare il progetto nato dieci anni fa a Ferrara. Una dozzina di volontari (perlopiù insegnanti e medici, più o meno in pensione), senza alcuna “piramidalità” che aiuta un centinaio di persone le quali, una volta al mese, ogni mese, vengono a ritirare la spesa con i beni forniti dal Centro di Solidarietà e Carità. Lo Sportello di ascolto è aperto due ore il martedì mattina, «perché per noi – ha spiegato – centrale è arrivare alla persona, anche al di là del suo bisogno economico: cerchiamo di aiutarli anche nell’affrontare questioni come la ricerca del lavoro, della casa o il pagamento delle bollette. Anche così si può iniziare a dar vita a una vera integrazione, a una socializzazione. Stiamo – ha concluso – lavorando per unire tutti i Centri di ascolto presenti in città, perlopiù nelle parrocchie».

Storia e bellezza da valorizzare

Infine, Paolo Micalizzi ha presentato il cinema di don Massimo Manservigi, nostro Vicario Generale, ed è stato proiettato il suo documentario “Appunti e visioni per una Città e la sua Cattedrale”, visibile in Duomo in occasione della mostra sui restauri. Un esempio, questo, della bellezza di Ferrara e della sua ricchezza dal punto di vista storico-artistico, che andrebbe maggiormente valorizzato.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 23 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Più vecchi, meno bimbi: a Ferrara e provincia il declino è costante

5 Dic

I dati riferiti al Ferrarese e alla nostra Regione: sempre meno nascite e giovani, sempre più anziani. Più immigrati, ma non sufficienti per riposizionare la “piramide ribaltata”

di Andrea Musacci

La stagione invernale è ormai alle porte. Ma un altro inverno, non ciclico e molto più pericoloso, da molti anni minaccia sempre più il nostro territorio: quello demografico. 

I dati che arrivano dall’Istat ed elaborati o rielaborati a livello regionale e provinciale, sono più che mai allarmanti. Da tempo si parla di “piramide ribaltata”: sono gli anziani a sostenere i giovani, e non viceversa. Ma non si può parlare di emergenza: la tendenza, infatti, è in atto da diversi anni, gli allarmi sono già stati ripetutamente lanciati. È bene, però, ricordarlo, tornarvi a riflettere, analizzando nello specifico i dati e le previsioni più recenti.

In questo ci aiuta il convegno “Lo squilibrio demografico tra denatalità e senilità” svoltosi lo scorso 30 novembre e organizzato dal CDS (Centro Documentazione Studi) Cultura nella sede del CNA Ferrara. 

Dopo l’apertura di Cinzia Bracci (Presidente CDS) e Paola Poggipollini (Direttivo CDS), sono intervenuti Franco Chiarini e Gianluigi Bovini (demografi e statistici), Cecilia Tassinari, Fabjola Kodra (Ricercatrice IRES) e Chiara Sapigni (Responsabile Ufficio Statistica della Provincia di Ferrara).

I diversi dati delineano grosso modo lo stesso quadro d’insieme: la nostra Regione, e in particolare Ferrara e provincia, ha sempre meno giovani e sempre più anziani (gli over 65 hanno superato gli under 25), e un numero buono ma non sufficiente di immigrati.

Nemmeno i migranti possono fare miracoli

Chiarini e Bovini hanno presentato la loro ricerca compiuta a livello regionale su dati Istat. Nel 2020-2022 l’Emilia-Romagna ha visto calare la propria popolazione (pur nelle forti differenze, ad esempio, tra la zona della via Emilia, e quella meridionale della montagna), che prima del 2020 invece era in aumento grazie agli immigrati stranieri. Nel 2020 in Regione vi sono stati 59mila decessi e meno di 30mila nati. Nel 2021 è andata un po’ meglio, ma nel 2022 vi sono 13mila morti in più rispetto al 2015-2019. Per Bovini, questo dipende in particolare dalla crisi climatica, in quanto «si registra un numero alto di decessi fra gli anziani nel periodo estivo». 

Più nel dettaglio, nell’ultimo biennio la nostra provincia ha registrato un calo dell’1,4% di popolazione, e ne è previsto uno ulteriore del 5% fino al 2030. Secondo i dati raccolti dall’Ufficio Statistica della nostra Provincia, e riportati da Chiara Sapigni, da 350mila abitanti nel 2000 nel Ferrarese, oggi (al 1° gennaio 2022) siamo a circa 340mila, quindi vi è stato un calo, ma non così rilevante. Nello specifico, continuano a diminuire i giovani e ad aumentare gli stranieri, anche se nel Ferrarese di quest’ultimi abbiamo la percentuale più bassa (10,4%, dati IRES-CGIL). 

Tornando al livello regionale, per Chiarini e Bovini «siamo già molto in ritardo nell’affrontare questi problemi. E i movimenti migratori riescono a compensare il deficit tra nati e morti solo quando questo è limitato. Quando, invece, è più forte, nemmeno l’immigrazione può risolvere più di tanto». Inoltre, per continuare a essere “attrattivi” nei confronti degli immigrati (sia dall’estero sia da altre regioni d’Italia) bisognerebbe essere in grado di conservare livelli alti per i servizi fondamentali.

Essere giovani nel Ferrarese

Siamo la provincia con meno giovani, e con record non invidiabili. Il focus sulle nuove generazioni lo presenta Fabjola Kodra, giovane ricercatrice IRES-CGIL. 

I giovani nella fascia d’età 15-34 anni nel ferrarese sono il 15,7%, numero più basso della Regione, con la percentuale più alta a Cento, e tra le inferiori a Copparo e Jolanda. Negli ultimi 20 anni Goro ha perso il 12,7% di giovani. Un dato importante è che nella nostra Provincia quasi 1 straniero su 3 è giovane (il 30%).

Venendo all’ambito lavorativo e di studio, anche nel Ferrarese aumentano i lavori più precari, stagionali, rispetto agli over 35; e nello specifico, le donne sono le più precarie in assoluto. Poi ci sono i Neet, quei giovani che non studiano né lavorano: anche fra questi, la maggioranza sono donne. Ultimo, il tema della dispersione scolastica: nonostante il PE.CO. (progetto regionale), i giovanissimi 15-18 anni che abbandonano precocemente gli studi sono l’11,3% a livello regionale, mentre nel Ferrarese sono il 21%, con picco del 30% a Goro.

Previsioni plumbee

È chiaro, quindi, ha riflettuto Bovini, che «questi problemi non vanno affrontati giorno per giorno ma con uno sguardo sul lungo periodo». Le previsioni stesse non possono che essere negative, anche se fino al 2030 la nostra Regione sarà l’unica in Italia insieme al Trentino a conoscere un aumento, pur lieve, della popolazione. Numeri drammatici riguardano, invece, il Meridione.

Oggi nella nostra Regione l’età media è di 85 anni per le donne, 80 per gli uomini, ma la speranza di vita potrebbe aumentare rispettivamente a 86,4 e 82,7. Dall’altra parte, fra 15 anni ci saranno meno giovani 15-29 anni e quindi anche un ricambio lavorativo fortemente deficitario. «È giusto incentivare la natalità – ha proseguito Bovini -, ma in ogni caso le future possibili mamme saranno comunque un numero ridotto. Bisogna – secondo lui – quindi ragionare seriamente sui flussi migratori per avere nuova forza lavoro». Anche qui: l’unico vero aumento dei giovani in futuro sarà dato dalla natalità maggiore, oggi, degli stranieri. 

E poi c’è la sfida della longevità: con l’aumento dell’aspettativa di vita, aumentano gli anziani. Da anni, Ferrara e provincia stanno anticipando ciò che accadrà anche nel resto dell’Emilia-Romagna: nel 2030 l’indice di vecchiaia in tutta Regione sarà ben più alto rispetto a oggi. Le previsioni Istat dicono che dal 2030 al 2070 in Regione 1 persona su 3 avrà più di 64 anni.

Aumenteranno, di conseguenza, anche le persone o coppie anziane sole. Già oggi nella nostra Provincia 1 over 65 su 3 vive da solo, secondo la ricerca di Luca Paganelli (laureando in Scienze Politiche a UniBo) riportata da Cecilia Tassinari. 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 9 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

A Kiev insieme a Gandhi per progetti di pace

28 Nov

Mao Valpiana è intervenuto il 22 novembre a Casa Cini per raccontare le Carovane della pace

Al centro di Kiev, nel giardino botanico “Oasi della pace” svetta una statua del Mahatma Gandhi. Due mesi fa ai suoi piedi si sono ritrovati i pacifisti ucraini e quelli italiani per la Giornata mondiale della nonviolenza. È, questa, l’immagine simbolo di quello che i Movimenti nonviolenti stanno cercando di costruire al di là degli attori del conflitto russo-ucraino.

Ne ha parlato lo scorso 22 novembre a Casa Cini a Ferrara Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento in Italia, invitato dal Collettivo 25 settembre e dal Movimento Nonviolento ferrarese in collaborazione con la Rete Pace di Ferrara, per l’incontro moderato da Elena Buccoliero (foto).

La tappa di Kiev è stata una delle due tappe della quarta, e finora ultima, Carovana della Pace (organizzate dalla rete “Stop the war now”) nel Paese vittima dell’invasione russa, Carovana partita il 26 settembre e ritornata il 3 ottobre scorso, con sei mezzi tra camper e pulmini dello stesso Movimento Nonviolento e di “Un ponte per”.

All’inizio le prime Carovane della pace avevano soprattutto uno scopo umanitario oltre a quello di portare in salvo persone fragili, donne e bambini in Italia (oltre 1000 grazie alle Carovane stesse). L’ultima “missione”, invece, «ne aveva anche uno più strettamente politico: quello, cioè, di rafforzare relazioni e organizzare progetti comuni assieme agli obiettori russi e a quelli ucraini, facendo anche da cerniera fra i due gruppi», ha spiegato Valpiana. Fra i progetti, quello di aprire un corso di studi sulla pace a Cernivci assieme a 200 universitari ucraini e a RuniPace, la rete italiana degli Atenei per la pace. Dopo Cernivci, la Carovana si è spostata a Kiev in treno, passando per Leopoli. Qui i nostri connazionali hanno incontrato l’Ambasciata italiana, la Nunziatura Apostolica di Kiev e altre realtà associative, fra cui appunto il Movimento degli obiettori. E a proposito di obiettori, Valpiana ha raccontato la storia di Ruslan Kotsaba, giornalista e presidente del Movimento pacifista ucraino, obiettore denunciato per “alto tradimento”, che per questo rischia 15 anni di carcere. Ma la sua lotta, almeno per ora, ha deciso di proseguirla fuori dall’Ucraina. Molto attivi, seppur minoritari, anche gli obiettori russi che aiutano chi vuole rinunciare alle armi a non cadere nelle trappole o a non essere vittime dei soprusi di chi dovrebbe garantire il minimo diritto all’obiezione di coscienza. E da Ghandi, dal quale è partito, Valpiana è arrivato al maestro italiano della nonviolenza, Aldo Capitini, la cui “Teoria della nonviolenza” è stata tradotta e distribuita in Ucraina proprio grazie al Movimento Nonviolento italiano.

Il Vescovo: legame fra guerra e migrazioni

«Costruire relazioni di pace, porre al centro il dialogo: questo è il tema centrale. Da questo è partito il nostro Arcivescovo nel suo intervento, nel quale ha anche ricordato, nei suoi viaggi, in passato, in Ucraina, «quei 20enni arruolati che andavano a morire nel Donbass, alcuni anche il primo giorno sul fronte».

Mons. Perego ha affrontato il tema della protezione umanitaria per chi fugge dalla guerra, dalla miseria, dalla non vivibilità del proprio ambiente. Protezione, ha denunciato, «spesso non utilizzata, nonostante i 34 conflitti nel mondo ufficialmente riconosciuti, altrettanti non riconosciuti, e i 50 milioni di migranti nel mondo nel 2021 per crisi ambientali». Anche riguardo ai rifugiati ucraini in questi primi 9 mesi di conflitto (1600 solo a Ferrara e provincia), mons. Perego ha fatto notare come l’accoglienza sia stata resa possibile «grazie alle Caritas, alle parrocchie, all’associazionismo, alle famiglie, ma non grazie allo Stato e ai Comuni, che non hanno messo a disposizione nemmeno un appartamento». Un tema importante, che intreccia guerra, migrazioni e accoglienza, mostrando così ancora una volta, come la pace si costruisca sempre dal basso, sempre negli intrecci quotidiani, ogni volta dai gesti concreti intessuti nel dialogo e nell’ospitalità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 2 dicembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

Don Giorgio Lazzarato, una vita all’insegna dell’ “Accoglienza”

31 Ott

“Accoglienza” non è solo il nome di un’associazione, ma un progetto di vita: vi raccontiamo la comunità di Salvatonica che dà una speranza a chi ne ha bisogno

di Andrea Musacci

Un nome semplice, affermativo, che dice molto del senso di una vita. Si chiama “Accoglienza” ODV l’associazione di Salvatonica, un piccolo paese nel bondenese, a due passi dal Po. Tre strutture attigue alla chiesa aperte 30 anni fa e gestite dal parroco don Giorgio Lazzarato. La sua, è una vita spesa al servizio di persone in difficoltà – senza lavoro o che lo hanno perso, immigrati, donne sole con i loro bambini, famiglie, persone con problemi psichiatrici. Don Giorgio, classe ’52, ordinato sacerdote nel 1977, è anche parroco o amministratore in frazioni vicine: Ravalle, Porporana, San Biagio di Bondeno e Settepolesini. 

Oltre che dalle rette dei servizi sociali, i finanziamenti ad “Accoglienza” arrivano in parte dai soci dell’associazione e dall’8×1000 alla Chiesa Cattolica.

L’associazione nasce nel 1992, durante i mesi estivi della grande ondata migratoria dall’Albania. Ma già da fine anni ’80, don Giorgio organizzava campi per ragazzi da tutta Italia, e campi IBO con giovani provenienti da diversi Paesi europei. Nel ‘91 arriva anche nella nostra Diocesi la richiesta di accogliere 11 minori provenienti dall’Albania, sbarcati con altre 20mila persone nel porto di Bari a bordo della nave Vlora. L’allora Sindaco di Bondeno Daniele Biancardi propose a don Marcello Vincenzi, ai tempi parroco nello stesso Comune, di ospitarne alcuni. «A quest’ultimo – ci racconta don Giorgio – proposi di portarli in una sede a San Biagio. Iniziai quindi a vivere giorno e notte con loro in questa struttura. Poi a Salvatonica ho iniziato a organizzare la cucina per loro, e successivamente ho messo a disposizione anche alcune stanze». Uno di questi ragazzi arrivati 30 anni fa è Parid Cara, all’epoca 14enne («aveva 14 anni e mezzo», si ricorda ancora, con precisione, don Giorgio): dopo essersi iscritto all’Itis Copernico, ha iniziato a lavorare e successivamente ha diretto con successo (occupandosi delle vendite) per anni la Cmp Impianti di Bondeno, per poi tentare anche fortuna in politica candidandosi nel 2013 per le elezioni parlamentari in Albania.

«Da quel momento – prosegue don Giorgio -, sempre più persone venivano a bussare alla mia porta per chiedere aiuto. Ho quindi pensato di creare l’associazione e di strutturare ancor di più l’accoglienza».

Attualmente nella canonica e nelle due strutture ad essa attigue sono ospitate una trentina di persone bisognose. «Sono situazioni al limite: gente senza lavoro, o che il lavoro ce l’avevano ma l’hanno perso, immigrati, persone con problemi psichici di varia natura, detenuti a fine pena. Ma ognuno di loro nella nostra struttura si mette a disposizione per fare qualcosa per gli altri, spesso si aiutano vicendevolmente». Insomma, una vera comunità, in cui ognuno fa quello che può. A pranzo, la cucina è gestita da Edi, albanese, da 20 anni al fianco di don Giorgio. Della cena, invece, se ne occupano Salvatore e Lidia. Un’”ospite”, ma in realtà, come tutti, membro della famiglia “Accoglienza”, si occupa della posta, un uomo accompagna gli altri dal medico o per delle visite, due signore – italiane – si occupano dell’amministrazione e della segreteria, un’altra delle pulizie.

«A volte – prosegue il sacerdote – sono loro stessi a venire direttamente da me per chiedermi aiuto, altre volte me li mandano i servizi sociali, non solo di Bondeno ma anche di altri Comuni della provincia. Spesso sono stranieri – afghani, pakistani, africani di diversi Paesi, o bulgari, rumeni, ad esempio. Molti di loro fanno i rider, altri lavorano in campagna o si arrangiano con altri lavoretti».

È molto importante cercare di rendere queste persone in difficoltà il più possibile autonome, in modo che possano rifarsi una vita. Anche per questo, oltre ai corsi di italiano, la prossima primavera nella vicina S. Biagio, dove c’era la trattoria “Dal pret” don Giorgio avvierà una scuola per pizzaioli pensata per i giovani, sei mesi all’anno, tre in primavera e altrettanti in autunno.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 novembre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Diritti-desiderio”: quali conseguenze per la nostra società? L’intervento di Epidendio a Ferrara

28 Ott

di Andrea Musacci

Dal diritto soggettivo e i diritti umani “nati” nel passato, oggi assistiamo al proliferare dei “diritti-desiderio”, quindi dei diritti che pretendono di avere valore in sé, senza nessuna consapevolezza dei legami necessari.

Su questo piano si è mossa la riflessione di Tomaso Emilio Epidendio, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, nel suo intervento tenuto lunedì 17 ottobre per l’appuntamento di Scuola di Politica dal titolo “Nuovi Diritti… Con Quale Diritto?“. L’incontro, introdotto da Riccardo Caruso, Dottorando all’Università Cattolica di Milano, si è svolto nell’Aula Magna di Palazzo Bevilacqua Costabili a Ferrara ed è stato organizzato da Fondazione Zanotti, Accademia, L’Umana Avventura, Esserci, Tempi, Confraternita Young e Student Office, e rientrava nell’ambito del progetto Wip 2. 

Se il diritto soggettivo (dalla tradizione romana e da quella cristiana) e la difesa dei diritti umani sono, da sempre, argine contro il potere, il loro moltiplicarsi porta con sé conseguenze di non poco conto, arrivando a far corrispondere un diritto a ogni desiderio dell’individuo: si tratta, per Epidendio, di «un’ideologia dei diritti senza costo», senza, cioè, consapevolezza delle conseguenze sugli altri. Il “diritto-desiderio”, infatti, parte dalla concezione – errata – del “diritto mite”, senza, cioè, «un’affermazione inevitabilmente coattiva» sulla società e sulle relazioni tra le persone.

Nella sua ricca e precisa prolusione, Epidendio ha accennato al caso del cosiddetto “omicidio del consenziente” e ai “diritti del bambino”. Ma «se il diritto si sgancia dall’umano», allora – è stata la provocazione del relatore – «perché non parlare di “diritti degli animali” o di “diritti dell’eco-sistema”?».

Nell’epoca del politicamente corretto e della cancel culture, per Epidendio è importante che anche il dibattito sui diritti non si trasformi in uno scontro ideologico, ma che «prevalgano la chiarezza e la sincerità delle posizioni», in un dialogo franco ma vero. 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Bambini disabili, ecco il progetto IBO in Tanzania

17 Ott
La presentazione dell’11 ottobre a Casa IBO

Presentato a Ferrara l’11 ottobre: inclusione scolastica e sociale per centinaia di bambine e bambini con disabilità, da sempre considerati “scarti”. I sei tanzaniani a Ferrara e la storia di riscatto di Mage, Vicky e Ageni

di Andrea Musacci

Abbandonati lungo il ciglio di una strada polverosa o reclusi a vita in casa, quando non uccisi. È questo il tragico destino di tante bambine e bambini con disabilità in Tanzania, dove la povertà e disumane credenze popolari hanno ridotto a un inferno la vita di queste persone considerate “scarti”.

È di loro che si occupa il progetto “No One Left Behind” realizzato da IBO Italia, e presentato nella sede di via Boschetto a Ferrara nel pomeriggio dello scorso 11 ottobre, alla presenza di una delegazione di sei tanzaniani coinvolti nel progetto. Progetto (finanziato anche grazie all’8×1000 alla Chiesa Cattolica) che ha come obiettivo il rispetto dei loro diritti e la loro accessibilità ai servizi delle scuole primarie (6-13 anni) e riabilitativi nel distretto di Iringa, nel Paese dell’Africa orientale celebre, soprattutto, per il Kilimangiaro e l’isola di Zanzibar. Area con oltre 400mila abitanti (più della metà sotto i 19 anni) che comprende una zona urbana e una rurale (dove vive il 78% della popolazione), a dieci ore di macchina dalla costa e dalla capitale Dar es Salaam. Ben il 7,8% dell’intera popolazione ha una disabilità, il 3% della popolazione in età scolare, di cui la maggior parte è esclusa dai servizi scolastici.

Dopo i saluti dell’Assessora del Comune di Ferrara Dorota Kusiak, Federica Gruppioni e Paola Ghezzi hanno presentato il progetto coordinato da quest’ultima, scritto e presentato all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo nel 2018 e approvato e avviato l’anno successivo. La pandemia, naturalmente, lo ha rallentato, ma non fermato. La conclusione è prevista ad aprile 2023.

Il contesto di povertà

I volontari di IBO si trovano ad operare in un contesto in cui, soprattutto nei villaggi, le persone non accettano la disabilità. In passato, ma ancora in parte oggi, in Tanzania una famiglia è rispettata solo se ricca e con tanti figli, quest’ultimi sinonimo, secondo questa mentalità, di ulteriori guadagni, braccia in più per lavorare. Se queste “braccia” non sono abili a svolgere determinate mansioni, vengono considerate “maledette”: la persona disabile è considerata inutile, e quindi va emarginata. A ciò si sovrappongono elementi di superstizione, come la credenza che il malocchio di vicini o famigliari fosse la causa della disabilità. I bambini, quindi, fino a non molti anni fa erano nascosti dalle famiglie. Erano come invisibili, quando non venivano  soppressi, com’era in uso nella tribù Masai, dove le famiglie, dopo aver ucciso il bambino, cambiavano anche casa. In altri casi, i bambini venivano abbandonati nei boschi, facili prede di bestie feroci.

C’è voluto tempo, quindi, perché molte famiglie non considerassero inutile portare i propri bambini con disabilità a scuola. Ora, per legge, tutte le scuole devono accettare questi piccoli. Ma, come sempre, la legge è necessaria ma non sufficiente: tocca alle persone e alle comunità renderla concreta.

Le fasi del progetto

Questo contesto, com’è normale, portava a una totale impreparazione di insegnanti, presidi e personale scolastico sul tema dell’inclusione di queste bambine e bambini, oltre ad ambienti di studio non accessibili. 

Il progetto “No One Left Behind” si svolge in tre fasi. Innanzitutto, quella della formazione dello staff scolastico, già conclusa: ad oggi, sono stati formati circa 150 insegnanti, con corsi settimanali di base e successivamente un periodo di formazione nelle scuole. Secondo, l’abbattimento delle barriere architettoniche e la costruzione di ambienti per questi ragazzi, come il dormitorio per bambine e ragazze nella scuola primaria di Kipera, prima costrette a dormire in letti a castello montati nelle classi. Infine, la campagna di sensibilizzazione per genitori con bimbi con disabilità e per l’intera collettività.

Gli attori: i sei tanzaniani in visita a Ferrara

Presenti in Italia per la visita-studio dall’8 al 21 ottobre, sei protagonisti (tre donne e tre uomini) di questo progetto, tutti provenienti dal Distretto rurale o da quello urbano di Iringa: Peter Edmond Fussi, Responsabile dell’istruzione del Consiglio distrettuale di Iringa, che comprende 158 scuole primarie, di cui 5 private, per un totale di 74064 studenti; Wilfred Makaranga Mattu, Responsabile dell’istruzione per studenti con bisogni speciali, con 441 bimbi disabili delle primarie coinvolti, e 53 nelle secondarie; Faines Seti Mteleka, Dirigente scolastica della scuola primaria di Kipera, che accoglie 683 studenti, di cui 97 con disabilità fisica, cognitiva o di altro tipo; Esther Charles Mtendeule, insegnante per studenti con bisogni speciali nella primaria di Tanangozi, con 856 ragazzi, di cui 25 con disabilità; Mary Aidano Semaganga, insegnante per studenti con bisogni speciali nella primaria di Sabasaba, con 500 studenti, di cui 80 disabili, seguiti da appena 4 insegnanti; Adam John Duma, Direttore dell’Associazione Nyumba ALI a Iringa: «dal 2006 – ha spiegato – abbiamo aperto tre centri diurni per la riabilitazione fisica di bambini con disabilità e per bimbi con disabilità gravi, che quindi non possono essere accolti nelle scuole pubbliche. Uno dei ragazzi che abbiamo seguito, tetraplegico, ora è iscritto a Giurisprudenza».

Fra le altre tappe della visita-studio in Italia, una mattina all’Istituto Vergani Navarra, alla scuola Neruda, alla primaria di San Martino, per poi gli ultimi giorni trascorrerli a Roma, con anche una visita in Vaticano. 

I partner 

Assieme a Nyumba ALI ha collaborato anche l’Università di Ferrara, uno dei partner del progetto. Alfredo Alietti, docente di UniFe e Direttore del Centro di Cooperazione Internazionale dell’Ateneo estense (nato lo scorso luglio), ha spiegato la ricerca svolta nel contesto urbano, dal titolo “Welfare educativo, disabilità e rapporto scuola-famiglia nei distretti urbani di Iringa”, che verrà pubblicata a breve: «abbiamo costruito un questionario poi sottoposto a genitori con figli disabili nelle scuole di Sabasaba e Ipogolo, per sapere quali difficoltà vivono e anche gli aspetti positivi. Successivamente, abbiamo svolto incontri con genitori di bimbi disabili». Questa ricerca sarà una parte di una più ampia che comprenderà anche le zone rurali e altri capitoli.

Caterina Arciprete del Laboratorio ARCO dell’Università di Prato e di quella di Firenze, altro partner, ha spiegato il loro impegno per svolgere una cosiddetta ricerca emancipatoria, svolta cioè da alcuni ragazzi disabili recatisi da 120 famiglie con bimbi disabili, in zone rurali, per capire i loro bisogni. Assieme a questo, ARCO ha promosso un’importante campagna di sensibilizzazione con manifesti, messaggi in radio e spettacoli teatrali. 

A seguire, è intervenuto Luigi Rosso, Responsabile di un altro partner, la Cooperativa “La Città Verde” di Pieve di Cento.

Mage, Vicky e Ageni: tre ragazze-speranza

Bruna Fergnani, Presidente di Nyumba ALI, fondata col marito Lucio e altre persone, ha preso la parola per raccontare il loro impegno in Tanzania e la situazione nel Paese. Sono 230 i bambini con paralisi cerebrali negli anni accolti nei centri di Nyumba ALI ad Iringa, senza contare tutti gli altri.

La storia della loro famiglia è grande fonte di speranza. Bruna e Lucio hanno tre figlie adottive: nel 2003 sul ciglio di una strada in periferia, lei e il marito incontrano Mage, bambina orfana affetta da un ritardo mentale e da qualche problema di deambulazione. Tre anni dopo nasce l’associazione e la casa famiglia costruita per accogliere la ragazza. A lei, nel 2007 si aggiunge Vicky che, svegliatasi dal coma, «vive ora in un mondo tutto suo, troppo bello per essere visto e ancor più per essere capito», scrive Bruna. Poco dopo arriva Ageni, costretta su una sedia a rotelle dagli effetti devastanti della tubercolosi ossea. Ageni, laureata all’Università di Bologna in Tecniche di laboratorio biomedico, nel 2021 è stata assunta dall’ASL di Ferrara per le analisi Covid nell’Ospedale del Delta. 

Una delle tante storie di riscatto, rese possibili grazie a chi non ha considerato “scarti” queste persone.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio

Scuola in carcere, un film la racconta

17 Ott

Si chiama “La Scuola come scelta” il docu-film di Alejandro Ventura girato all’Arginone grazie al CPIA di Ferrara

di Andrea Musacci

Il desiderio di riscatto attraverso una nuova comprensione di sé e del mondo. È questa la molla che spinge ogni anno tante persone detenute nella Casa Circondariale “C. Satta” di Ferrara a partecipare alla scuola dentro il carcere gestita dal CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) di Ferrara.

Questa appassionante esperienza è stata raccontata nel docu-film “La Scuola come scelta” – diretto da Alejandro Ventura – e a cura di Marzia Marchi, docente in carcere – in occasione dei dieci anni del CPIA. La pellicola è stata presentata in anteprima a Bologna, in occasione della 6^ edizione di Fierida (13-15 ottobre), la più importante manifestazione sull’Istruzione degli Adulti del nostro Paese, nella quale è intervenuto il dirigente del CPIA ferrarese Fabio Muzi. Il docu-film sarà proiettato in carcere e a disposizione delle scuole e di iniziative di promozione culturali. Dal 13 al 15 ottobre si è celebrato il decennale dell’emanazione del Regolamento che riorganizza il sistema di Istruzione degli Adulti (DPR 263/2012), la legge 92/2012 che istituisce il sistema nazionale dell’apprendimento permanente e la nascita della rete nazionale dei CPIA, la RIDAP.  

La scuola in carcere

La scuola all’interno del carcere esiste da molto tempo: la Legge n. 503 del 1958 ha istituito le Scuole carcerarie elementari, ma anche durante il fascismo, un Regolamento del 1931 prevedeva l’obbligatorietà di corsi d’istruzione elementare per i detenuti.

I CPIA, istituiti appunto dieci anni fa, nel 2012, a Ferrara esistono dall’a. s. 2015-2016. Prima si chiamava CTP ed era la Sezione adulti di un Istituto comprensivo. Ogni anno il CPIA di Ferrara certifica in lingua italiana al livello A2 circa 5 persone che poi proseguono il percorso scolastico, per un numero di 10-15 detenuti-studenti ogni anno.

Essere docenti all’Arginone

Abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima il bel docu-film realizzato da Ventura nel carcere di via Arginone. Un’emozionante testimonianza dell’importanza dell’incontro come possibilità di crescita per tutti, docenti e studenti. Partiamo dai docenti.

Marzia Marchi, dopo 20 anni di insegnamento nella scuola primaria, 7 anni fa ha iniziato a insegnare alfabetizzazione in lingua italiana agli stranieri in carcere e nella scuola serale. «Sfida importante», dice, perché la persona che viene a scuola in carcere «si mette in una condizione di evidenza del proprio fallimento, delle proprie difficoltà. Cerco sempre di entrare in carcere col sorriso per portare una leggerezza e aumentare l’efficacia dell’insegnamento: devo motivarli perché desiderino scendere in classe anche la mattina successiva». Oltre al raggiungimento del titolo di studio, la scuola anche qui serve per «possedere le parole per interpretare la società in cui hanno vissuto in maniera sbagliata», «quindi cerco di dare loro una chiave di accesso per comprendere il mondo». 

«La scuola in carcere è occasione di dialogo», spiega Irene Fioresi, un’altra insegnante. «La classe è uno spazio sociale ma anche di silenzio per gli studenti per riflettere su sé stessi. Anche per me ogni giorno è una sfida e mi permette di interrogarmi sulla mia stessa posizione nella società».

Carlo Tassinari, invece, è docente di cucina dall’IIS Vergani-Navarra. «La scuola in carcere – spiega – è occasione di riscatto dopo una sconfitta, un rimettersi in discussione, per vedere davanti a sé nuove possibilità». Dal Vergani viene anche Alessandra Gunalachi: «per un’insegnante quella nella Casa Circondariale è un’esperienza molto gratificante. I miei studenti-detenuti li ho sempre trattati come i miei studenti fuori, e quindi vi è un rapporto di reciproco rispetto e fiducia». 

Le voci dei detenuti

Kelmen è un detenuto-studente: «ho una pena lunga, e frequentare la scuola mi ha ricordato la mia infanzia, le mie radici. Da piccolo non ho avuto la possibilità di frequentarla ma mi sono reso conto che la scuola ci insegna valori veri, e di poter migliorare la nostra vita e quella della società».

Dopo Stephen, fra i detenuti interviene anche Asiruwa, nigeriano: «studiando, puoi conoscere i tuoi diritti. Ora sono felice. Voglio essere un bravo ragazzo quando uscirò da qui, vorrei diventare un politico nel mio Paese».

Per Gianni la scuola in carcere, invece, è «uno scambio culturale. Più studi più hai voglia di imparare. Consiglio a tutti di frequentare la scuola qui in carcere. Non è mai troppo tardi».

Infine, nel video, oltre a due testimonianze di stranieri che frequentano i corsi serali del CPIA – Joelle e Amadou -, vi è anche il racconto personale di un ex detenuto: «la scuola in carcere è stata una grande opportunità per essere, una volta uscito, inserito nella società. Fra noi detenuti facevamo a gara a chi imparava di più». 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 ottobre 2022

La Voce di Ferrara-Comacchio