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“Questa è per noi la Chiesa”: in un libro le parole dei giovani

21 Gen

Alberto Galimberti, giornalista comasco, è l’autore del libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” nel quale fa idealmente dialogare tra loro giovani credenti e non credenti

libro galimbertiCome volti di un poliedro, parole di uno stesso discorso, nervi nella stessa carne. Così sono le storie, raccontate in prima persona, di giovani “qualsiasi” che Alberto Galimberti, acuto giornalista comasco, ha scelto come protagonisti del suo libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” (Ancora 2018, 142 pagg.). Dare la parola ai giovani è per sua natura “un rischio”, a maggior ragione in un periodo storico nel quale, in particolar modo nel nostro Paese, scrive Galimberti, i giovani sono spesso descritti come “inetti, inermi e insipienti. Nichilisti, sprecati e sdraiati”. Ma la domanda di senso è insita nel cuore di ogni persona, così anche loro non bisogna darli persi nel tentativo di “scovare il senso della propria esistenza”. L’autore va in cerca di questi giovani, per stanarli, perché trovino il coraggio di esporsi. A differenza dell’ordine nel volume, potremmo accennare alle loro storie tracciando idealmente una linea che parta dall’approccio più critico verso la religione e la Chiesa, per arrivare a coloro che, seppur nel non scontato cammino, hanno scelto di seguire Cristo. Certi del fatto che la Verità stia anche nella sua ricerca, grazie alla quale il soggetto già viene trasformato. “Tavola rotonda” sulla fede Marco è ateo, a 18 anni scopre di avere un tumore, ma guarisce, si laurea, lavora, fa volontariato in un reparto di pediatria. Da bambino credeva “in un concetto stereotipato di dio”, a 15 anni lascia la Chiesa. L’esperienza del male fisico non scalfirà la sua convinzione. Quando scopre il tumore, “la primissima cosa che ho fatto è stato maledirlo [a Dio]”. E ancora è così: “Un bambino di due mesi può morire di leucemia. Dov’è il vostro Dio? Perché tace? Perché lo permette? Se esistesse, questo non sarebbe un Dio, sarebbe un mostro”. Mentre per Davide la Chiesa “più è indifendibile, più moraleggia”, “giudica senza voler essere giudicata”, per Fabio e Sara, conviventi, credenti non praticanti, ciò che allontana dalla Chiesa, spiega lei sono soprattutto “gli atteggiamenti contraddittori rispetto al Vangelo osservati all’interno della comunità parrocchiale”. Inoltre, “i divieti moralistici [..] non aiutano a dialogare con i ragazzi che vivono in una società nella quale la sessualità non è più un tabù, ma un aspetto che va approcciato con responsabilità e coscienza”. Proseguendo, Chiara e Luca, marito e moglie, vogliono una Chiesa “aperta e misericordiosa”, mentre Ivan racconta così la propria conversione: “ho avvertito un senso di pace e di serenità. Come essere al posto giusto al momento giusto, né troppo in anticipo né troppo in ritardo. Un dono. Cioè una cosa ricevuta inaspettatamente”. Gabriele, diacono in attesa di diventare sacerdote, confessa: nella scelta “mi ha guidato questo pensiero: ‘Non io, ma Dio’ ”. Maria Grazia, insegnante e cantante di musica cristiana, invece, racconta come anni prima “durante un incontro, nel momento di adorazione, ho sentito la presenza del Signore. Stavo pregando e ho percepito di essere accompagnata. Di essere voluta bene”. Incontriamo anche Francesca, già vicepresidente dell’Azione Cattolica di Milano, che, fra i problemi della Chiesa, considera l’“organizzazione gerarchica” e la “distanza anagrafica tra i consacrati […] e i giovani”, mentre Giulio, esperto di comunicazione, apprezza l’“approccio aperto e inclusivo” di Papa Francesco, Vi è, infine, Laura, che spiega: “nella fede ho sempre trovato il mio riparo, la comprensione che altrove non c’era. Io credo in Lui, Lui crede in me. Lui con le sue certezze, io con i miei dubbi. Lui con la sua forza, io con le mie debolezze. Eppure so che mi ama”. La parola agli “esperti” Nel libro vi è spazio anche a personalità che, a vario titolo, affrontano le tematiche giovanili, e nello specifico, le dinamiche interne al mondo cattolico. Così incontriamo innanzitutto Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, che coordina il “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. Per lui la Chiesa dovrebbe “essere accompagnatrice dei giovani nel loro percorso di vita, nel loro discernimento”, “dovrebbe compiere questo sforzo: non scaricare la colpa sui giovani che non le vanno incontro; ma lei, la Chiesa, dovrebbe dirigersi verso di loro”, chiedendosi ciò che “vuole e può dare ai giovani per aiutarli a dare più senso e valore alle loro vite”. Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, spiega: “il cuore di tutto è rimettere al centro l’unicità di ogni ragazzo, come soggetto di possibilità inedite”. “I giovani – sono ancora sue parole – sono scettici di fronte a qualsiasi forma strutturata di fede, ma perché troppo spesso li educhiamo alla fede come dovere e non come rapporto reale d’amore, che come ogni rapporto richiede riti che lo proteggano”. Si passa poi a Franco Garelli, sociologo, esperto di religioni nelle società contemporanee, per il quale ad impedire un avvicinamento dei giovani alla Chiesa sono “una serie di ostacoli dottrinali, culturali, morali o ecclesiali, quali la difficoltà ad accettare le norme della Chiesa in campo etico, i cattivi esempi forniti dagli uomini del sacro, l’idea che vi sia una sola verità esclusiva, un’interpretazione del Vangelo non all’altezza dei tempi, una predicazione sorda al vissuto quotidiano”. “Una fede religiosa – spiega -, se vuole essere all’altezza delle sfide della modernità, deve essere abitata da senso critico, più frutto di una scelta che di una costrizione, interiormente fondata, rispettosa delle altrui convinzioni”. Le conclusioni sono invece affidate al dialogo con Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia all’Università Cattolica di Milano, la quale nel delineare alcune delle qualità dell’attuale pontefice, ragiona sui caratteri che la stessa Chiesa dovrebbe possedere: essere “più tattile e corporea”, e meno astratta, semplice e profonda al tempo stesso. “Bergoglio – spiega la Giaccardi – è consapevole dell’ambivalenza della natura umana: c’è un mondo ideale che non esisterà mai, e c’è un mondo reale, concreto, dove bene e male si mescolano, in cui bisogna accompagnare il primo per vincere il secondo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Ti racconto di noi…”: storie da un mondo antico che non esiste più

14 Gen

Il nuovo libro di Roberto Marchetti

[Qui la pagina con l’articolo]

libro marchettiIl ricordo di eventi vissuti a distanza di anni, dilata luoghi, persone, cose, dona loro una luce diversa, un’aura forse anche un po’ irreale ma non per questo meno vera. La malinconia vi aggiunge ulteriore profondità, una sacralità carnale, perché vissuta davvero. Così è per il libro di Roberto Marchetti, “Ti racconto di noi” (Este Edition, 2018, con introduzione di Camilla Ghedini), che, raccontando la propria esistenza, tesse un mosaico di diverse generazioni, soprattutto del bondenese. Anche nel caso di questo libro, dunque, il distacco temporale non può essere – per i tasselli affettivi che lo compongon – freddo distacco storico ma sempre calda narrazione, a tratti cruda e malinconica, ma mai ingrata. Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya” di Ferrara, per oltre 20 anni impiegato e dirigente dell’Eridania, successivamente è impegnato nella nostra Arcidiocesi (con la Fondazione Migrantes e con l’Istituto Sostentamento Clero), mentre nel 2013 insieme ad altri costituisce la ditta Adamant Bionrg, che opera nel campo della produzione di bioenergia e bioliquidi. Ormai prossimo alla pensione, sceglie di riordinare ricordi, aneddoti e riflessioni. “Arriva un punto dell’età – scrive – che realizzi come il tempo sia passato tanto rapidamente (…). Arriva un giorno in cui ti accorgi di come il tempo sia volato via (…). Ti rendi inoltre conto che poche saranno le occasioni di raccontargli [al tuo nipotino] la storia della sua famiglia d’origine”. Ciò che viene fuori è una piccola grande epopea che ricorda in parte quella narrata da Bernardo Bertolucci in “Novecento”, un’enorme famiglia di agricoltori (60 persone conviventi, con diversi gradi di parentela), “piccola comunità, che aveva una tradizionale visione di politica socialista” e che “terminò con l’avvento del fascismo”, in quanto la “nascita del regime determinò le condizioni per una diaspora”. Commoventi i ritratti degli avi, dal bisnonno Luigi al nonno Lorenzo, fino ai genitori: la madre Angelina, detta Redimes, a cui “devo il dono della mia di vita e per questo suo regalo credo di non averle mai espresso gratitudine, dandolo forse per scontato”, e il padre, che, ricorda, “seppur affaticato da una lunga giornata di lavoro, ci caricava in spalla e ci trasmetteva quell’ultimo abbraccio in sicurezza con quelle forti braccia, e noi eravamo certi che quelle braccia ci avrebbero retto, sorretto e protetto per sempre”. “Sembra inverosimile come ora, dopo quasi 40 anni, mi manchino le carezze di mio padre”. “Oggi – scrive ancora Marchetti – guardo a questi episodi con molta tenerezza e vedo nella nostra dignitosa povertà, soprattutto la forza dei miei genitori che hanno mantenuto la serenità pur nell’affrontare con accettazione gli avvenimenti della vita, e vorrei poter tornare, anche solo per un attimo, ad abbracciarli e a ringraziarli, perché sono stati veri eroi, nell’affrontare i disagi che a loro la vita ha riservato” e perché “mi hanno inculcato nel tempo quel senso di moralità che ancor oggi mi fa discernere tra il bene o il male”. Una svolta importante avviene nel 1960, col trasferimento della famiglia a Bondeno, nella canonica dell’allora parroco don Guerrino Ferraresi, morto nel 1984, “persona spesso schiva e scontrosa” ma “buona d’animo, generosa, altruista” e “uomo di estrema cultura”. Per un bimbo di umili origini contadine (abitavano nella frazione Ponte Rodoni), Bondeno era considerata alla stregua di una moderna metropoli. L’autore ricorda se stesso durante il trasloco, lo straziante addio, “seduto in fondo al carro, con i piedi penzoloni e gli occhi puntati su quella casa che si allontanava sempre più”. Tanti gli aneddoti presenti nel libro: il primo “adsen al maiàl”, l’uccisione del maiale, al quale Marchetti assistette, nel ’59 – rito collettivo sacro e macabro al tempo stesso -, il bagno clandestino al macero, la trebbiatura – “tradizionale e grande festa sull’aia” -, il “raccontafavole” che girava per le campagne, la televisione che si poteva vedere, dal ’60, solo al bar “Baracon” di Ponte Motte. E ancora, la colonia a Igea Marina, la Minicomet, l’impegno come chierichetto, la “dipendenza” dal flipper del Bar Centrale, l’oca viva in regalo, le gite in montagna con gli immancabili panini al tonno e cipollotti sottaceto come pranzo al sacco, i fioretti nel mese mariano, le Magistrali frequentate in via Borgoleoni a Ferrara e le prime campagne saccarifere. Un racconto, dunque, nostalgico e frastagliato, unito da questa linea invisibile degli affetti del cuore, da nomi, paesaggi, riti e sensazioni che lo rendono più di un “diario” personale, quasi una storia collettiva. Una storia solidale. Marchetti ricorda in modo particolare, della sua infanzia, la “solidarietà gratuita che la gente di allora metteva a disposizione del prossimo, portando aiuto a chiunque si trovasse in difficoltà”. “A volte – sono ancora sue parole – [l’inizio della mia pensione] lo immagino come i primi giorni dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola, e penso alla mia adolescenza, ed a quella fortuna di aver vissuto in piazza e di avere comunque avuto qualche amico con cui condividere quella noia degli assolati pomeriggi. Non avevamo internet né telefonino, ma la comunicazione o il richiamo avveniva a volte anche semplicemente chiamando ad alta voce quello che abitava nel palazzo di fronte, ed era sufficiente dire: ‘…andiamo…?’ e il ‘dove?’ non importava, l’importante era non sentirsi soli, condividere anche il niente, ma rigorosamente insieme”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

Laura Vincenzi, il male, l’affidamento a Dio-Amore

7 Gen

Perché Dio permette il male? Nelle lettere di Laura Vincenzi la grande domanda di senso pulsa senza infingimenti

[Qui la pagina con l’articolo]

[Qui sul sito della casa editrice AVE, che ha riedito le “Lettere”]

laura grandeUna grande domanda riempie le “Lettere” che Laura Vincenzi – giovane tresigallese morta nel 1987 a 23 anni per un male incurabile, dopo quasi tre anni di sofferenza – scrive al fidanzato Guido Boffi. E’ la grande domanda che da sempre tormenta ogni persona, di ogni latitudine, di ogni epoca, al di là della propria fede e dei propri convincimenti personali. E’ la domanda sul grande mistero del male. Ma ciò che spiazza è la risposta che una ragazza come Laura dà. Una risposta disarmante che è accettazione e affidamento a Dio.
Laura ha risposto alla chiamata personale alla santità, attraverso anche una grande capacità di riflessione, una forte intelligenza relazionale, emotiva, spirituale. Una grande maturità e profondità che le permettono di non eludere il grande “perché?” sul senso del male, sul motivo per il quale un Dio buono, infinitamente buono, lo permetta. Considerando anche che le lettere e le pagine del suo diario, per quanto sincere, non potevano esaurire l’intero ribollimento interiore che ha investito la sua anima, un oceano di non-detto, forse anche di sconforto, di paura, di dubbio.

Le “acque nere” di Laura
“Sto bene attenta e prego per non lasciarmi sopraffare da questi pensieri perché sento che lasciando libero corso a questo ordine di riflessioni arrivo ad un punto in cui perdo il confine tra la realtà e la pura fantasia negativa che, presto, lascia lo spazio all’inedia, alla disperazione, alla totale assenza di speranza: un lasciarsi morire quando ancora sei chiamato alla vita” (Laura, 5 febbraio 1985)

Sono diversi i momenti in cui Laura riflette su questa vita che “già di per sé è tanto breve e faticosa” (19 febbraio 1986). “Senza un atto di affidamento a Dio – scrive – vivrei in una situazione di squilibrio e probabilmente di angoscia in preda alla lotta col tempo, ai calcoli più strani e stupidi e probabilmente realizzerei molto meno, come capita sempre quando ci lasciamo sommergere dalle cose!” (5 novembre 1984). Il 4 febbraio 1985 le viene notificato il tumore, il giorno dopo scrive a Guido: “Sono molto serena […]. Sono allegra e più attenta alla vita”, o il 26 febbraio, due settimane dopo la prima seduta di chemioterapia: “oggi pomeriggio sono la ragazza più felice del mondo”. Ma sempre il 5 febbraio dello stesso anno confida di avere “momenti di sconforto, […] paure”, parla della sua “fragilità”, della sua “paura che il male degeneri al punto tale che non ci sia la possibilità di sposarci e di avere Marco e Chiara [i nomi “assegnati” ai figli che desideravano avere insieme, dopo essersi sposati – così sognavano – a Mottatonda, vicino Tresigallo, ndr] […], la paura di rimanere io stessa bloccata e di non reagire”.

Perché il male?
“Com’è solo l’uomo, come può esserlo! / Tu sei dovunque, / ma dovunque non ti trova. Ci sono luoghi / dove tu sembri assente / e allora geme perché si sente deserto / e abbandonato. Così sono io, comprendimi” (Mario Luzi, “Via Crucis al Colosseo”, 1999)

In “Calvario” – pellicola del 2014 dove le questioni del male, della colpa e della redenzione sono affrontate in modo magistrale -, Frank Harte, medico ateo, racconta al protagonista Padre James questa storia: “agli inizi della carriera, lavoravo a Dublino, arrivò un bambino di 3 anni, l’avevano portato i genitori per una banale operazione. Ma l’anestesista commise un errore e il bambino rimase cieco, sordo, muto. E paralizzato. Per sempre, capisce? Provi a immaginare, pensi a quando quel ragazzino riprese conoscenza, nell’oscurità…lei si sarebbe spaventato, no? Ma come quando si è consapevoli che quella paura prima o poi finirà. Deve finire, per forza, i tuoi non devono essere poi così lontani. Accenderanno la luce e ti parleranno…invece, provi a immaginare: nessuno viene a salvarti, non si accende nessuna luce, sei completamente al buio. Provi a parlare: non ci riesci. Cerchi di muoverti: ma non ci riesci. Allora provi ad urlare, ma niente, sei incapace di sentire le tue stesse urla. Sei come seppellito all’interno del tuo stesso corpo che urla in preda al terrore”.
Emmanuel Carrère ne “Il Regno”, raccontando una vicenda molto simile, si interroga: si può chiedere a Dio “che riempia della sua presenza dolce, rassicurante, colma di amore quel bambino murato vivo? Che illumini le sue tenebre e faccia di quell’inferno inimmaginabile il suo Regno? Altrimenti, cosa resta? Altrimenti, bisogna ammettere che, gratta gratta, la realtà della realtà, l’ultima parola non è il suo amore infinito ma l’orrore assoluto, l’inesprimibile spavento di un ragazzino di quattro anni che riprende coscienza nel buio eterno”. “Tante volte mi faccio e rifaccio la domanda: perché soffrono i bambini? E non trovo spiegazione. Solo guardo il Crocifisso e mi fermo lì”, ha, in un certo senso “risposto” Papa Francesco nel maggio 2017 durante la visita all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova.
Riferendosi a Maria Stefanina Marchi (“Maria di Rero”) – donna anziana, malata e povera di Rero vicino Tresigallo – Laura scrive: “Sappiamo […] che ogni prova ha un senso, che nulla càpita per caso e questa fede ci permette di accettare anche prove che non capiamo […]”. Come scrisse Emmanuel Mounier nel 1933 in una lettera alla moglie Paulette: “le spiegazioni non diminuiscono il grande scandalo della sofferenza. La sua grandezza sta nell’accettazione. Non dobbiamo cercare di sminuirla con le nostre parole…”.
Una personalità inquieta come Cesare Pavese il 29 gennaio 1944 nel suo diario scriverà: “Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del ‘se fosse vero!’. Se davvero fosse vero…”.
L’essere umano è preso fra il desiderio (di) infinito e un finito che lo tiene, lo limita. Laura non mette in dubbio questo desiderio profondo ma sceglie di accettare ciò che non si può cambiare, cercando per quanto possibile di trasformarlo in un sentiero – personale – che conduca al Bene, al Vero, al Bello. “Il Signore chiede tutto – scrive Papa Francesco all’inizio di “Gaudete et Exsultate” -, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”. “Ci sono giovani – scrive Laura nell’aprile ’85 – che si scandalizzano e rifuggono il parlare della morte perché superficialmente la vedono come un argomento tabù (e pensare che la morte è una delle sicurezze, certezze dell’uomo!) e magari si accontentano di una esistenza mediocre specchio della felicità diffusa nella mentalità comune (benessere, salute, ricchezza, ecc…); pensano solo al proprio interesse, una vita che a me pare NON VITA”. “Non c’è nulla in questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! E’ tutto un dono su cui il ’Donatore’ può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”. Sono parole scritte dalla Serva di Dio Sandra Sabattini, la cui vicenda ricorda quella di Laura, in quanto muore il 2 maggio 1984 a 23 anni, vittima di un incidente stradale.

Il Mistero di Dio-Amore
“In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!»” (Lc 7, 11-13)

Un affidamento totale quello di Laura, dunque sconvolgente: “Non vedo l’ora che venga lunedì [giorno dell’amputazione del piede invaso dal tumore, ndr] per passare per così dire all’attacco, perché ormai sono preparata e quindi quel che è da farsi, ben venga (!)” (21 febbraio 1986). E nei giorni immediatamente successivi all’amputazione: “Oggi è una giornata molto serena, come tutte quelle trascorse qui finora, del resto; naturalmente il pensiero di essere a casa domani contribuisce ad alimentare l’allegria” (1 marzo 1986). E ancora: “sono la ragazza più felice del mondo!” (16 marzo 1986). Laura continua quindi a scrivere anche negli ultimi mesi di vita e l’impressione è che, all’avvicinarsi della morte, si infittiscano riflessioni e consigli anche per Guido. Nel proprio cammino interiore Laura arriverà dunque a comprendere come senza il male sarebbe impossibile l’atto di amore, di compassione tra le figlie e i figli di Dio, quel Dio che è Misericordia: “Sì, è vero che la sofferenza unisce: secondo me la sofferenza ci fa toccare nel profondo la nostra povertà, la nostra impotenza e poi ci porta a quell’abbraccio per cui, poveri e sperduti, ci sentiamo più vicini l’uno all’altro, più bisognosi l’uno dell’altro e, così uniti, bisognosi di Dio” (8 aprile 1986).

“Con tutti cerco di essere disponibile e sorridente”
“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne” (Emmanuel Mounier, 3 gennaio 1933)

“Non vivo per laurearmi, per sposarti, per aver dei figli con te, ecc… Vivo ogni tempo della mia esistenza per Amare e servire Dio, amarlo e servirlo: nei fratelli, cioè con il mio fidanzato, la mia famiglia, gli amici, le persone che incontro lungo la mia strada…nelle situazioni della vita: cioè nella mia malattia, nello studio, nel mio fidanzamento con un ragazzo meraviglioso come te…” (25-26 marzo 1986). Laura è stata testimone concreta, non modello astratto, non ‘maestra’ di vita e di fede. Il 9 marzo 1985, periodo nel quale perde i capelli per il primo ciclo di chemioterapia, scrive: “come essere luce, speranza per Guido se anche io sono a volte a terra?”. Anche al Rizzoli di Bologna: “con tutti cerco di essere disponibile e sorridente, soprattutto con le altre persone che si stanno curando” (21 febbraio 1986). Addirittura il 7 marzo 1987, meno di un mese prima della morte, scrive: “Beh, amore mio, spero di non averti annoiato troppo con le mie ‘descrizioni cliniche’ ”.
Le ultime righe che scrive, pochi giorni prima di morire, in una preghiera inviata all’allora Arcivescovo Mons. Luigi Maverna (che vivrà una situazione simile di sofferenza), recitano così: “Dona serenità e pace, Signore, a chi mi vuole bene, in modo particolare al mio fidanzato, a coloro che io non amo abbastanza, a chi soffre nella malattia e nello spirito, a chi è dedito al tuo servizio nella Chiesa come ministro e battezzato, a chi ti cerca, a chi non ti ha ancora incontrato. Amen”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 gennaio 2019

“Oltre lo sguardo, più in fondo, più lontano”: “Custode di dune” di Lucia Boni

25 Nov

“Custode di dune” è il nome dell’ultima fatica letteraria di Lucia Boni, edita da Campanotto editore. La poetessa lo presenta il pomeriggio di domenica 25 novembre al MAF-Centro di documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo (via Imperiale, 263).
Ambientato su una spiaggia di fine estate – periodo di nostalgia e di attesa, di sospensione attiva, quasi orante – tra lavoratori del mare e presenze impalpabili ma reali, il “dialogo per due voci in tre scene” di Boni è anche una riflessione sulla parola e sulla poesia (seppur, in questo caso, con una veste teatrale). Nel libro, le parole sono come frutti di mare da pescare, da setacciare, da “intellegere”, letteralmente, da “leggere dentro”, nel profondo, cercando, con le emozioni della ragione e con le ragioni del cuore, di dis-velarli. Un ritmo interiore, dunque, un andamento dell’anima affiora da queste pagine, e di conseguenza l’unico “metodo” (se di metodo si può parlare) per affrontare questo testo, è di abbandonare quanto più possibile la ricerca di una “logica apparente”. “Qualora si riescano a trovare le parole più giuste, perfette, insostituibili – scrive lei stessa -, ciò che si comunica non rivela mai tutto di sé, resta comunque una parte inesprimibile e misteriosa”. E Lucia Boni sembra sfidare il lettore portando il suo ermetismo quasi all’estremo. Ma, non si dimentichi, la poesia non ha le leggi di altre forme comunicative, non deve dimostrare o convincere, ma cambiare lo sguardo dell’interlocutore, accompagnandolo nella sua stessa interiorità, spronandolo a mettere a fuoco ciò che non lo è, “oltre lo sguardo, più in fondo, più lontano”.
Il pomeriggio al MAF, col titolo “La storia siamo noi. Quinto incontro dedicato al maestro Adriano Franceschini”, vede dalle 15, con introduzione di Gian Paolo Borghi, e prima della presentazione di “Custode di dune” a cura di Corrado Pocaterra, le relazioni di Silvia Villani (“Ebrei a Ferrara, una storia lunga otto secoli”) e Laura Graziani Secchieri (“Voci di donne ebree dalle carte di archivio e dai mattoni di Ferrara”).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 25 novembre 2018

Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara perla dell’architetto romano Mattei

7 Mag

Un libro del professore universitario Ticconi racconta le opere del concittadino «Con il suo scalone d’onore l’edificio è un gioiello purtroppo sottovalutato»

[Qui il mio articolo sul sito de la Nuova Ferrara]

index«Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara col suo scalone d’onore è un gioiello assoluto, purtroppo sottovalutato anche qui in città». Nella Ferrara degli Estensi ancora oggi è forte la tentazione di considerare il periodo pontificio come minore rispetto a quello rinascimentale. Così, luoghi come l’Arcivescovado e personalità come quella dell’architetto Tommaso Mattei sono ampiamente sconosciute o, nella migliore delle ipotesi, sottovalutate.
Per ridare il giusto peso a tutto ciò, lo scorso gennaio è uscito il volume Tommaso Mattei 1652-1726. L’opera di un architetto romano tra ’600 e ’700 (Gangemi Editore) di Dimitri Ticconi, professore di storia dell’architettura all’Università La Sapienza di Roma.
Chi era Mattei? Perché il suo lavoro è stato così importante? «Mattei inizia la propria formazione nella bottega di Gian Lorenzo Bernini – spiega Ticconi -, dove lavorava anche il padre orafo, poi si avvicinerà all’architettura diventando collaboratore di Carlo Rainaldi, alla cui morte ne assumerà l’eredità professionale. Nella sua carriera lavorerà, ad esempio, per alcune tra le più importanti famiglie romane, come i Borghese, rielaborando un raffinato decorativismo. Insomma, Mattei ha il merito di traghettare l’architettura dal ’600 al ’700, attraverso un gusto appartenente al primo Rococò romano, ancora barocco e lievemente decorativo».
Allora perché è così poco noto? «In Italia gli studi sulla cultura artistica e architettonica dal tardo ’600 fino agli anni ’30 del ’700, non hanno mai focalizzato un interesse su personalità di rilievo come Mattei, ma solo sulle più note come Carlo Fontana. Negli anni ’60 del secolo scorso ci sono state, in poche nicchie di studi storiografici, alcune personalità che hanno iniziato a recuperare il tardo ’600 e il primo ’700 romano, ma sono rimaste inascoltate. Negli ultimi 25-30 anni si ha un interesse a riscoprire figure come la sua ritenute minori, anche se non vi è ancora una storiografia al riguardo».
Ma Mattei da Roma come giunge a Ferrara? «Vi arriva nel 1717 quando era l’architetto più in auge a Roma, scelto dall’allora arcivescovo di Ferrara, Tommaso Ruffo, che voleva il meglio per ristrutturare il Palazzo Arcivescovile. Mattei porta dunque a Ferrara la sua cultura architettonica, di cui ne è segno lampante ad esempio la facciata, ma con equilibrio. L’opera di Mattei a Ferrara non può dunque essere considerata minore, sconta anche un eccessiva attenzione al periodo degli Estensi, che svaluta – ingiustamente – il periodo pontificio.E nello scalone Mattei ha “portato” a Ferrara, rielaborandolo con squisito decorativismo, una metafora della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini: varrebbe la pena di venire a Ferrara solo per vedere questo capolavoro assoluto, che ha nulla da invidiare ad altre gemme della città».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 6 maggio 2017

Cloister, aperitivo letterario per la mostra della Pampolini

19 Gen
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Angela Pampolini con alcune sue opere

L’aperitivo Letterario “Con Angela sulle Nuvole” è in programma oggi alle ore 18 nella Galleria Cloister in c.so Porta Reno, 45 a Ferrara. Pensato in occasione della mostra “Nuvole” di Angela Pampolini, l’incontro vedrà l’intervento di Claudio Cazzola sul tema dell’attualità dei classici letterari e sul rapporto del lettore con gli stessi. La mostra di Angela Pampolini sarà visitabile fino al prossimo 31 gennaio dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle 19.30.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 gennaio 2017

Di Giovanni ospite alla MLB gallery con “A.A.A. Angelica”

20 Dic
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Maria Livia Brunelli e Marco Di Giovanni

La complessità dell’animo femminile in una mostra multisensoriale per passare dal mondo reale a quello fantastico. “A.A.A. Angelica” è il titolo della personale dell’artista Marco Di Giovanni, inaugurata venerdì scorso nella MLB gallery di Maria Livia Brunelli in c.so Ercole I d’Este, 3 a Ferrara. L’artista, classe ’76 di Teramo, ha presentato diverse installazioni ispirate all’Orlando furioso, per la terza e ultima mostra proposta dalla gallery per i 500 anni dalla prima edizione del poema ariostesco.

Come ci spiega Di Giovanni, «la mia grande passione è la letteratura. Nello specifico, mi sono concentrato sulle figure femminili principali dell’opera, Angelica e Bradamante, che sono più affascinanti e ambigue di quelle maschili». Angelica, esperta in magia e “premio” per il cavaliere più valoroso, ha richiamato all’artista il mercimonio delle prostitute: da qui il titolo, che riprende gli annunci erotici sui giornali. L’artista ha contattato alcune prostitute e le ha incontrate per immortalarle, e sublimarle, in acquerelli esposti in mostra, opere quasi eteree, angeliche appunto. «Se io fossi Orlando – prosegue l’artista – ciò che mi fa diventare furioso è il non poter sedurre, ciò che appunto avviene con le prostitute».

Bradamante, invece, durante l’inaugurazione è stata presente in carne e ossa “interpretata” da una giovane possente (una giocatrice di pallavolo) che ha affrontato un duello ideale. Il video della performance sarà poi proiettato per tutta la durata dell’esposizione, fino al 26 marzo. Nella seconda sala, invece, il tema sarà la luna, antitesi della follia terrena, con un’installazione di 46 taccuini Moleskine aperti sulla pagina del planisfero suddiviso in fusi orari, su cui l’artista a matita ha aggiunto segni mimetici rispetto alla stampa, in modo da creare il caos. Tra pedane e altre strutture ferrose, infine, il visitatore potrà guardare dentro un piccolo oblò nel quale comparirà una piccola, irraggiungibile luna azzurra.

Ricordiamo, infine, che Maria Livia Brunelli ha recentemente portato la propria gallery all’ART Week di Miami Beach, grande evento di arte contemporanea, con gli artisti Marcello Carrà, Silvia Camporesi e Mustafa Sabbagh. Le opere della Camporesi e di Sabbagh saranno in mostra ad ArteFiera Bologna dal 27 al 30 gennaio prossimi nello stand della MLB home gallery insieme a quelle di Omar Imam e di Stefano Scheda.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 19 dicembre 2016

La cucina luogo dell’anima: le ricette di Laura Bertelli

18 Dic

laura-bertelli-con-libriNasce dall’idea di cucina come luogo dell’anima, come passione che si eredita in famiglia, l’idea di pubblicare due libri di ricette. L’autrice è Laura Bertelli, classe ’83 originaria di Renazzo, e i suoi libri, usciti da circa un mese per Logos edizioni, si intitolano “Delizie in pausa pranzo” e “Delizie sotto l’albero”. L’amore per la cucina, la Bertelli la eredita da sua nonna Irma, da sua madre, e da sua zia Lella, modelli fin dalla più tenera età nell’arte culinaria. Circa un anno fa inizia a partorire l’idea di realizzare alcune pubblicazioni, aprendo anche un sito, http://www.mysoulkitchen.it (sul quale si può trovare il link per acquistare i libri, a Ferrara disponibili a Ibs-Libraccio e nel bookshop di Palazzo dei Diamanti), ispirato per il nome all’omonimo film turco del 2009.

Citando il cuoco francese Michel Bourdin, “cucinare è un modo di dare”, la Bertelli spiega come per lei la cucina sia sinonimo di spazio caldo e accogliente, luogo appunto di amore, condivisione e genuinità emiliana.

Nel libro dedicato al Natale si possono trovare, tra le varie ricette, quelle del Pan di Natale, della Raviole, delle Pesche sciroppate, e della Giardiniera in agrodolce. Nell’altra pubblicazione, invece, pensata per non rinunciare nemmeno in pausa pranzo alla buona cucina, si trovano, divisi per stagione e valorizzando le eccellenze italiane, ad esempio, le ricette delle Mezze maniche integrali con carciofi e pecorino romano, o della zucca al forno con salsa allo yogurt, curcuma e timo.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 18 dicembre 2016

Ferrara, la città delle osterie dove si discuteva davanti a un bicchiere

13 Dic

indexUn biglietto da visita per presentare l’anima più vera di Ferrara, quella delle tante osterie, dei bar, ristoranti o alberghi, alcuni dei quali ormai chiusi, dove si sono intrecciate vicende personali e aneddoti storici, incontrati gente comune e personaggi famosi come Mina o Mastroianni.

Tutto questo è raccontato nel libro appena edito “Ristoranti, caffè, osterie, alberghi di un tempo. Storie, personaggi e ricette dell’antica Ferrara”, scritto da Marco Nonato, noto dentista, con il contributo di Leopoldo Santini e Laura Gessi, e con la presentazione di Daria Bignardi.

Durante la conferenza stampa di presentazione svoltasi ieri il vice Sindaco Massimo Maisto ha spiegato come il testo «aggiunge un tassello alla conoscenza della storia di Ferrara». «Riscoprire queste storie non è solo un’operazione culturale, ma anche sensoriale», ha commentato Giulio Felloni, Presidente Ascom Ferrara, mentre Davide Urban, Direttore Ascom ha spiegato come «il libro invogli a visitare Ferrara, dato che le sue bellezze enogastronomiche non sono secondarie ad altri monumenti». Bellezze delle quali, come ha spiegato Nonato, «si rischiava di perdere la memoria, insieme ai tanti aneddoti».

E proprio gli aneddoti rendono un determinato luogo carico di storia, personale e collettiva. Tra questi, citiamo quando nel ’63 l’Inter, in ritiro a Ferrara, venne al Ristorante Da Giovanni per una settimana a pranzo e cena, o dell’amore di Ugo Tognazzi per il salame del Ristorante La Rosa di Sant’Agostino, o di quando Walter Chiari, dopo gli spettacoli, andava al Ristorante “Italia” mettendosi anche a ballare sui tavoli.

Per citarne altri, Antonio Conte e Beppe Severgini hanno alloggiato all’Hotel Carlton, mentre nel ’65 Karol Wojtyla, futuro Papa Giovanni Paolo II, venne a Ferrara per il gemellaggio tra l’Università di Torun, dove nacque Niccolò Copernico, e l’Ateneo ferrarese, e si fermò a mangiare alla “Vecchia Chitarra”.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 13 dicembre 2016

La magia del Furioso nelle sculture-teatro di Maurizio Bonora

11 Dic

In occasione del quinto centenario dalla prima edizione dell’Orlando furioso, nella Galleria del Carbone di Ferrara (in via del Carbone, 18/a) è visitabile la mostra “Angelica e Alcina per un teatro ariostesco” di Maurizio Bonora.

Come mi spiega lui stesso, si tratta di una scultura narrativa, fatta di opere d’arte tripartite: il volto (parte anteriore), la narrazione di scene tratte dall’Orlando furioso nella parte posteriore dell’opera, e la base scultorea. Sono sculture in terracotta e cemento realizzate nel 2013, e in parte concluse proprio per questa esposizione, più alcuni disegni a matita, compreso uno del 1966. Tutta la riflessione dell’artista gioca su profonde dicotomie: essere/nulla, pieno/vuoto, luce/ombra, materia/spirito.

Il progetto prende le mosse, anticipandolo, da quello di una struttura teatale da realizzare in futuro.

La mostra è visitabile fino a fine mese, dal mercoledì al venerdì dalle 17 alle 20, sabato e festivi dalle 11 alle 12.30 e dalle 17 alle 20.

Andrea Musacci