Alberto Galimberti, giornalista comasco, è l’autore del libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” nel quale fa idealmente dialogare tra loro giovani credenti e non credenti
Come volti di un poliedro, parole di uno stesso discorso, nervi nella stessa carne. Così sono le storie, raccontate in prima persona, di giovani “qualsiasi” che Alberto Galimberti, acuto giornalista comasco, ha scelto come protagonisti del suo libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” (Ancora 2018, 142 pagg.). Dare la parola ai giovani è per sua natura “un rischio”, a maggior ragione in un periodo storico nel quale, in particolar modo nel nostro Paese, scrive Galimberti, i giovani sono spesso descritti come “inetti, inermi e insipienti. Nichilisti, sprecati e sdraiati”. Ma la domanda di senso è insita nel cuore di ogni persona, così anche loro non bisogna darli persi nel tentativo di “scovare il senso della propria esistenza”. L’autore va in cerca di questi giovani, per stanarli, perché trovino il coraggio di esporsi. A differenza dell’ordine nel volume, potremmo accennare alle loro storie tracciando idealmente una linea che parta dall’approccio più critico verso la religione e la Chiesa, per arrivare a coloro che, seppur nel non scontato cammino, hanno scelto di seguire Cristo. Certi del fatto che la Verità stia anche nella sua ricerca, grazie alla quale il soggetto già viene trasformato. “Tavola rotonda” sulla fede Marco è ateo, a 18 anni scopre di avere un tumore, ma guarisce, si laurea, lavora, fa volontariato in un reparto di pediatria. Da bambino credeva “in un concetto stereotipato di dio”, a 15 anni lascia la Chiesa. L’esperienza del male fisico non scalfirà la sua convinzione. Quando scopre il tumore, “la primissima cosa che ho fatto è stato maledirlo [a Dio]”. E ancora è così: “Un bambino di due mesi può morire di leucemia. Dov’è il vostro Dio? Perché tace? Perché lo permette? Se esistesse, questo non sarebbe un Dio, sarebbe un mostro”. Mentre per Davide la Chiesa “più è indifendibile, più moraleggia”, “giudica senza voler essere giudicata”, per Fabio e Sara, conviventi, credenti non praticanti, ciò che allontana dalla Chiesa, spiega lei sono soprattutto “gli atteggiamenti contraddittori rispetto al Vangelo osservati all’interno della comunità parrocchiale”. Inoltre, “i divieti moralistici [..] non aiutano a dialogare con i ragazzi che vivono in una società nella quale la sessualità non è più un tabù, ma un aspetto che va approcciato con responsabilità e coscienza”. Proseguendo, Chiara e Luca, marito e moglie, vogliono una Chiesa “aperta e misericordiosa”, mentre Ivan racconta così la propria conversione: “ho avvertito un senso di pace e di serenità. Come essere al posto giusto al momento giusto, né troppo in anticipo né troppo in ritardo. Un dono. Cioè una cosa ricevuta inaspettatamente”. Gabriele, diacono in attesa di diventare sacerdote, confessa: nella scelta “mi ha guidato questo pensiero: ‘Non io, ma Dio’ ”. Maria Grazia, insegnante e cantante di musica cristiana, invece, racconta come anni prima “durante un incontro, nel momento di adorazione, ho sentito la presenza del Signore. Stavo pregando e ho percepito di essere accompagnata. Di essere voluta bene”. Incontriamo anche Francesca, già vicepresidente dell’Azione Cattolica di Milano, che, fra i problemi della Chiesa, considera l’“organizzazione gerarchica” e la “distanza anagrafica tra i consacrati […] e i giovani”, mentre Giulio, esperto di comunicazione, apprezza l’“approccio aperto e inclusivo” di Papa Francesco, Vi è, infine, Laura, che spiega: “nella fede ho sempre trovato il mio riparo, la comprensione che altrove non c’era. Io credo in Lui, Lui crede in me. Lui con le sue certezze, io con i miei dubbi. Lui con la sua forza, io con le mie debolezze. Eppure so che mi ama”. La parola agli “esperti” Nel libro vi è spazio anche a personalità che, a vario titolo, affrontano le tematiche giovanili, e nello specifico, le dinamiche interne al mondo cattolico. Così incontriamo innanzitutto Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, che coordina il “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. Per lui la Chiesa dovrebbe “essere accompagnatrice dei giovani nel loro percorso di vita, nel loro discernimento”, “dovrebbe compiere questo sforzo: non scaricare la colpa sui giovani che non le vanno incontro; ma lei, la Chiesa, dovrebbe dirigersi verso di loro”, chiedendosi ciò che “vuole e può dare ai giovani per aiutarli a dare più senso e valore alle loro vite”. Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, spiega: “il cuore di tutto è rimettere al centro l’unicità di ogni ragazzo, come soggetto di possibilità inedite”. “I giovani – sono ancora sue parole – sono scettici di fronte a qualsiasi forma strutturata di fede, ma perché troppo spesso li educhiamo alla fede come dovere e non come rapporto reale d’amore, che come ogni rapporto richiede riti che lo proteggano”. Si passa poi a Franco Garelli, sociologo, esperto di religioni nelle società contemporanee, per il quale ad impedire un avvicinamento dei giovani alla Chiesa sono “una serie di ostacoli dottrinali, culturali, morali o ecclesiali, quali la difficoltà ad accettare le norme della Chiesa in campo etico, i cattivi esempi forniti dagli uomini del sacro, l’idea che vi sia una sola verità esclusiva, un’interpretazione del Vangelo non all’altezza dei tempi, una predicazione sorda al vissuto quotidiano”. “Una fede religiosa – spiega -, se vuole essere all’altezza delle sfide della modernità, deve essere abitata da senso critico, più frutto di una scelta che di una costrizione, interiormente fondata, rispettosa delle altrui convinzioni”. Le conclusioni sono invece affidate al dialogo con Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia all’Università Cattolica di Milano, la quale nel delineare alcune delle qualità dell’attuale pontefice, ragiona sui caratteri che la stessa Chiesa dovrebbe possedere: essere “più tattile e corporea”, e meno astratta, semplice e profonda al tempo stesso. “Bergoglio – spiega la Giaccardi – è consapevole dell’ambivalenza della natura umana: c’è un mondo ideale che non esisterà mai, e c’è un mondo reale, concreto, dove bene e male si mescolano, in cui bisogna accompagnare il primo per vincere il secondo”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019
Il ricordo di eventi vissuti a distanza di anni, dilata luoghi, persone, cose, dona loro una luce diversa, un’aura forse anche un po’ irreale ma non per questo meno vera. La malinconia vi aggiunge ulteriore profondità, una sacralità carnale, perché vissuta davvero. Così è per il libro di Roberto Marchetti, “Ti racconto di noi” (Este Edition, 2018, con introduzione di Camilla Ghedini), che, raccontando la propria esistenza, tesse un mosaico di diverse generazioni, soprattutto del bondenese. Anche nel caso di questo libro, dunque, il distacco temporale non può essere – per i tasselli affettivi che lo compongon – freddo distacco storico ma sempre calda narrazione, a tratti cruda e malinconica, ma mai ingrata. Marchetti, classe ’54, sposato con Beatriz Norma Ferrari, di origini argentine, fondatore dell’Associazione badanti “Nadiya” di Ferrara, per oltre 20 anni impiegato e dirigente dell’Eridania, successivamente è impegnato nella nostra Arcidiocesi (con la Fondazione Migrantes e con l’Istituto Sostentamento Clero), mentre nel 2013 insieme ad altri costituisce la ditta Adamant Bionrg, che opera nel campo della produzione di bioenergia e bioliquidi. Ormai prossimo alla pensione, sceglie di riordinare ricordi, aneddoti e riflessioni. “Arriva un punto dell’età – scrive – che realizzi come il tempo sia passato tanto rapidamente (…). Arriva un giorno in cui ti accorgi di come il tempo sia volato via (…). Ti rendi inoltre conto che poche saranno le occasioni di raccontargli [al tuo nipotino] la storia della sua famiglia d’origine”. Ciò che viene fuori è una piccola grande epopea che ricorda in parte quella narrata da Bernardo Bertolucci in “Novecento”, un’enorme famiglia di agricoltori (60 persone conviventi, con diversi gradi di parentela), “piccola comunità, che aveva una tradizionale visione di politica socialista” e che “terminò con l’avvento del fascismo”, in quanto la “nascita del regime determinò le condizioni per una diaspora”. Commoventi i ritratti degli avi, dal bisnonno Luigi al nonno Lorenzo, fino ai genitori: la madre Angelina, detta Redimes, a cui “devo il dono della mia di vita e per questo suo regalo credo di non averle mai espresso gratitudine, dandolo forse per scontato”, e il padre, che, ricorda, “seppur affaticato da una lunga giornata di lavoro, ci caricava in spalla e ci trasmetteva quell’ultimo abbraccio in sicurezza con quelle forti braccia, e noi eravamo certi che quelle braccia ci avrebbero retto, sorretto e protetto per sempre”. “Sembra inverosimile come ora, dopo quasi 40 anni, mi manchino le carezze di mio padre”. “Oggi – scrive ancora Marchetti – guardo a questi episodi con molta tenerezza e vedo nella nostra dignitosa povertà, soprattutto la forza dei miei genitori che hanno mantenuto la serenità pur nell’affrontare con accettazione gli avvenimenti della vita, e vorrei poter tornare, anche solo per un attimo, ad abbracciarli e a ringraziarli, perché sono stati veri eroi, nell’affrontare i disagi che a loro la vita ha riservato” e perché “mi hanno inculcato nel tempo quel senso di moralità che ancor oggi mi fa discernere tra il bene o il male”. Una svolta importante avviene nel 1960, col trasferimento della famiglia a Bondeno, nella canonica dell’allora parroco don Guerrino Ferraresi, morto nel 1984, “persona spesso schiva e scontrosa” ma “buona d’animo, generosa, altruista” e “uomo di estrema cultura”. Per un bimbo di umili origini contadine (abitavano nella frazione Ponte Rodoni), Bondeno era considerata alla stregua di una moderna metropoli. L’autore ricorda se stesso durante il trasloco, lo straziante addio, “seduto in fondo al carro, con i piedi penzoloni e gli occhi puntati su quella casa che si allontanava sempre più”. Tanti gli aneddoti presenti nel libro: il primo “adsen al maiàl”, l’uccisione del maiale, al quale Marchetti assistette, nel ’59 – rito collettivo sacro e macabro al tempo stesso -, il bagno clandestino al macero, la trebbiatura – “tradizionale e grande festa sull’aia” -, il “raccontafavole” che girava per le campagne, la televisione che si poteva vedere, dal ’60, solo al bar “Baracon” di Ponte Motte. E ancora, la colonia a Igea Marina, la Minicomet, l’impegno come chierichetto, la “dipendenza” dal flipper del Bar Centrale, l’oca viva in regalo, le gite in montagna con gli immancabili panini al tonno e cipollotti sottaceto come pranzo al sacco, i fioretti nel mese mariano, le Magistrali frequentate in via Borgoleoni a Ferrara e le prime campagne saccarifere. Un racconto, dunque, nostalgico e frastagliato, unito da questa linea invisibile degli affetti del cuore, da nomi, paesaggi, riti e sensazioni che lo rendono più di un “diario” personale, quasi una storia collettiva. Una storia solidale. Marchetti ricorda in modo particolare, della sua infanzia, la “solidarietà gratuita che la gente di allora metteva a disposizione del prossimo, portando aiuto a chiunque si trovasse in difficoltà”. “A volte – sono ancora sue parole – [l’inizio della mia pensione] lo immagino come i primi giorni dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola, e penso alla mia adolescenza, ed a quella fortuna di aver vissuto in piazza e di avere comunque avuto qualche amico con cui condividere quella noia degli assolati pomeriggi. Non avevamo internet né telefonino, ma la comunicazione o il richiamo avveniva a volte anche semplicemente chiamando ad alta voce quello che abitava nel palazzo di fronte, ed era sufficiente dire: ‘…andiamo…?’ e il ‘dove?’ non importava, l’importante era non sentirsi soli, condividere anche il niente, ma rigorosamente insieme”.
Una grande domanda riempie le “Lettere” che Laura Vincenzi – giovane tresigallese morta nel 1987 a 23 anni per un male incurabile, dopo quasi tre anni di sofferenza – scrive al fidanzato Guido Boffi. E’ la grande domanda che da sempre tormenta ogni persona, di ogni latitudine, di ogni epoca, al di là della propria fede e dei propri convincimenti personali. E’ la domanda sul grande mistero del male. Ma ciò che spiazza è la risposta che una ragazza come Laura dà. Una risposta disarmante che è accettazione e affidamento a Dio.
«Il Palazzo Arcivescovile di Ferrara col suo scalone d’onore è un gioiello assoluto, purtroppo sottovalutato anche qui in città». Nella Ferrara degli Estensi ancora oggi è forte la tentazione di considerare il periodo pontificio come minore rispetto a quello rinascimentale. Così, luoghi come l’Arcivescovado e personalità come quella dell’architetto Tommaso Mattei sono ampiamente sconosciute o, nella migliore delle ipotesi, sottovalutate.

Nasce dall’idea di cucina come luogo dell’anima, come passione che si eredita in famiglia, l’idea di pubblicare due libri di ricette. L’autrice è Laura Bertelli, classe ’83 originaria di Renazzo, e i suoi libri, usciti da circa un mese per Logos edizioni, si intitolano “Delizie in pausa pranzo” e “Delizie sotto l’albero”. L’amore per la cucina, la Bertelli la eredita da sua nonna Irma, da sua madre, e da sua zia Lella, modelli fin dalla più tenera età nell’arte culinaria. Circa un anno fa inizia a partorire l’idea di realizzare alcune pubblicazioni, aprendo anche un sito,
Un biglietto da visita per presentare l’anima più vera di Ferrara, quella delle tante osterie, dei bar, ristoranti o alberghi, alcuni dei quali ormai chiusi, dove si sono intrecciate vicende personali e aneddoti storici, incontrati gente comune e personaggi famosi come Mina o Mastroianni.