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“Perché fate fatica a darci fiducia?”

21 Gen

La sera del 17 gennaio, dialogo a Ferrara fra don Rossano Sala e i giovani della nostra Diocesi sul rapporto tra Chiesa e nuove generazioni

ragazze2“Se la Chiesa non mi dà un senso, a cosa ‘serve’?”. Potremmo partire da questo interrogativo, raccolto da don Rossano Sala, Segretario del recente Sinodo sui giovani, per dimostrare ulteriormente ciò che, fortunatamente, da tempo ormai è sempre più consuetudine ripetere: non tutti i giovani sono passivi, amorfi, ma ognuno a modo suo nutre dentro di sé un bisogno autentico di qualcosa di più rispetto a ciò che può offrirgli una società senza slanci ideali, senza principi fraterni, senza bellezza. Don Sala ha il dono di saper narrare egregiamente il “corpo a corpo” fra giovani e Chiesa, fatto di abbandoni, critiche, lamenti, ma anche di affetto, mutualità, convivialità. Non a caso, quindi, la sera del 17 gennaio scorso l’aula magna del Seminario Arcivescovile di via G. Fabbri a Ferrara ha fatto fatica a contenere tutte le persone accorse (circa 200) da ogni angolo della Diocesi, per l’incontro dal titolo “La Chiesa una casa per i giovani?”, organizzato dall’Ufficio diocesano per la vita consacrata, Azione Cattolica e Agesci. Dopo la presentazione da parte di don Luigi Spada, Direttore dell’Ufficio organizzatore, il canto “Su ali d’aquila” e la proiezione di un breve filmato con interviste ai giovani sul Sinodo a loro dedicato, ha preso la parola don Sala. “Dal Sinodo siamo usciti col cuore rinnovato – ha esordito -, abbiamo vissuto una Chiesa che si prende a cuore, senza paura, la realtà dei giovani. Ci siamo messi ad ascoltare i 34 giovani presenti (uditori e uditrici, ma che sono potuti anche intervenire. ndr), facendo quindi un cammino di umiliazione. I loro interventi sono stati quelli più concreti, propositivi e gioiosi. Il Papa, ad esempio, si è commosso mentre ascoltava la testimonianza di un ragazzo”, Safa Al Abbia, rappresentante della Chiesa caldea irachena. Cosa chiedono, dunque, i giovani alla Chiesa? Secondo indagini, “in Europa più della metà di loro semplicemente non chiede nulla, altri invece alla Chiesa chiedono che si tenga a debita distanza da loro”. Fra le cause di questa indifferenza e di questo rifiuto, vi è “l’identificazione di tanti uomini di Chiesa come abusatori (sessuali e/o di coscienza), il fatto che molti sacerdoti vengono ritenuti impreparati a stare coi giovani”, e infine, ma non meno importante, il fatto che molte ragazze e ragazzi si sentono ‘passivi’ nella Chiesa e “usati finché c’è bisogno di loro”. Quello che chiedono è innanzitutto, quindi, di essere protagonisti, e che, sono ancora parole di don Sala, “la liturgia sia qualcosa di vivo, ad esempio con omelie che intercettino la loro esistenza”. Vi è, poi, fra i giovani “una richiesta di spiritualità, di qualcosa cioè che riesca a perforare il piano meramente orizzontale della loro vita, dandole un senso, cercando così di capire la propria vocazione”. Se la Chiesa non mi dà questo, a cosa ‘serve’?, si chiedono, giustamente, molti di loro. “Dalla Chiesa non si aspettano qualcosa che possono trovare anche altrove”. Proseguendo, “i giovani alla Chiesa chiedono che non li giudichi senza prima averli ascoltati: non vogliono educatori perfetti ma che gli raccontino come hanno affrontato le loro fragilità, come sono riusciti a trasformare le loro ferite in feritoie”. Don Sala ha proseguito soffermandosi sulla persona di Papa Francesco, molto amato dai giovani, e col quale don Sala ha collaborato a stretto contatto: “il Pontefice ama i giovani, ripone sinceramente molta fiducia in loro, è una persona di grande umanità che comunica molta pace, una profonda spiritualità”. Così, seguendo anche il suo esempio, “la Chiesa nel Sinodo ha imparato a essere ottimista, speranzosa e propositiva nei confronti delle ragazze e dei ragazzi”. La prima parte dell’intervento del relatore si è conclusa per lasciare spazio ai giovani presenti: durante la serata, infatti, vi era la possibilità di inviare brevi messaggi via WhatsApp sui temi affrontati. Fra le tante riflessioni e domande raccolte da don Paolo Bovina vi erano queste: “la Chiesa si preoccupa più di essere autorità, invece che stare fra gli ultimi”, “bisognerebbe valorizzare maggiormente la figura del padre spirituale”, “dalla Chiesa non vogliamo rimproveri o sensi di colpa ma che ci aiuti, grazie al Vangelo, a valorizzare la bellezza”, “perché per molti è difficie credere?”, “Perchè fate fatica a darci fiducia?”. Riprendendo un insegnamento della comunità di Taizè, don Sala ha proseguito spiegando come “non dobbiamo portare Dio ai giovani, perché Dio è già presente nelle loro vite. Dobbiamo invece creare le condizioni perché Dio si risvegli nel loro cuore. Per questo ci vuole molta pazienza – in questo l’educatore è simile all’agricoltore – e l’umiltà di capire che siamo tutti in cammino, siamo una Chiesa-famiglia”. Infine, sul tema della fiducia, emerso dai quesiti inviati dai giovani presenti, il relatore ha spiegato come “la fiducia è vita, la stessa esistenza quotidiana è fatta di tanti piccoli atti di fiducia nei confronti degli altri. Oggi però domina la legge del Grande Fratello (’non fidarsi di nessuno’; il riferimento è al noto programma televisivo ma potrebbe applicarsi anche al romanzo orwelliano, ndr), non quella del Vangelo, che ci chiede di essere sale della terra, di essere profezia di fraternità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Si è fidata di Dio anche nel buio più totale: per questo Laura è una santa”

21 Gen

Una “santa in mezzo a noi”, che “sapeva riconoscere gli attimi di vera felicità come assaggi di eternità”: questa è stata Laura Vincenzi. Il 18 gennaio a Tresigallo si è svolta la prima presentazione della riedizione delle sue “Lettere”, con l’intervento di Guido Boffilaura 3

La presenza di una persona cara che non è più in mezzo a noi, continua a manifestarsi con la forza delle sue parole, nel ricordo vivo della sua voce, dei suoi occhi, del suo sorriso. Così è in modo straordinariamente forte, per Laura Vincenzi. La presentazione della nuova edizione delle sue “Lettere di una fidanzata” (Editrice AVE, 2018) – svoltasi per la prima volta il 18 gennaio a Tresigallo nella Casa della Cultura-Biblioteca Comunale (grazie ad Azione Cattolica diocesana, AC Tresigallo, Associzione “Amici di Laura”, Biblioteca comunale Tresigallo e col patrocinio del Comune di Tresignana) – ha permesso ad amici, famigliari, o semplicemente suoi ammiratori, di ritrovarsi davvero nel suo sorriso, nei suoi “occhi di cielo”, nel misticismo così concreto delle sue parole scritte all’allora fidanzato Guido Boffi. Circa 150 i presenti, accolti dai saluti di Anita Arlotti, responsabile della biblioteca e dalla presentazione di Miriam Turrini, che – nel ripercorrere brevemente la sua vita e la diffusione della sua testimonianza di fede – ha voluto sottolineare come “Laura ha saputo affrontare la malattia con grande tenacia e perseveranza, volendo continuare a vivere la propria quotidianità”. Ricordiamo che la prima edizione delle “Lettere” di Laura uscì per una piccola casa editrice, Luciani, mentre la seconda, nel 2000, per “Città Nuova”. Dopo una lunga pausa, nel 2012 l’allora presidente diocesano di Azione Cattolica Fausto Tagliani ha voluto riprendere il lavoro di studio su Laura, permettendo di arrivare, nel dicembre 2016, all’apertura della causa di beatificazione, e successivamente alla mostra a lei dedicata, “peregrinante” nella nostra Diocesi e non solo. Le letture di alcuni brani delle lettere, a cura di Gian Filippo Scabbia, con l’accompagnamento alla chitarra di Roberto Berveglieri (che ha eseguito anche una musica scritta apposta per Laura), hanno intervallato l’intervento di Guido Boffi, che ha curato la riedizione: “questo volume – ha spiegato – è al tempo stesso un libro antico e nuovo. Venti o trent’anni fa non esistevano smartphone o social network, ma la vita e le parole di Laura si diffosero comunque, affascinando molte persone. Spesso capita che nei momenti di prova, di sofferenza, le risorse calino, ci si chiuda agli altri e a Dio. Al contrario, nonostante la sofferenza, Laura scelse di avviare un percorso affettivo, dimostrandosi aperta, leale, disponibile con chiunque ne avesse bisogno. Io e Laura – ha proseguito – nel sentimento che ci univa, abbiamo scoperto di più di una relazione a due: fin dagli inizi, infatti, la percezione era che il rapporto che ci legava fosse qualcosa di più rispetto a noi. L’altro – abbiamo compreso – è un luogo meraviglioso per tirar fuori il meglio di sé. Soprattutto oggi che nel rapporto di coppia sembrano spesso dominare la vanità e l’appagamento di sé, è importante comprendere come nell’aprirti all’altro, ti accorgi che oltre a voi due c’è un Altro, Dio, che ti fa tirar fuori le risorse migliori, che non immaginavi di avere”. Così, Laura, anche dopo l’amputazione del piede, “non si è chiusa agli altri e a Dio, ma ha percepito questa relazione, questo sentimento con Lui, la Sua presenza: si è fidata di Dio, anche nel buio più totale, ha continuato a vedere il faro oltre la prua della propria nave, proseguendo in quella direzione. Ciò non significa che non abbia avuto timore, ma questo le ha fatto sentire il bisogno di un quotidiano esercizio spirituale, costante e continuo, che ha compiuto fino all’ultimo, per tenere a bada paure, e per rimanere aperti agli altri e all’Eterno”. “Laura – ha proseguito Guido commovendo i presenti – era una persona trascendente”, la sua era dunque davvero una “visione escatologica, che va oltre, ma che al tempo stesso non le impediva di vivere il presente, riconoscendo gli attimi di vera felicità come assaggi di eternità”. Laura è dunque stata “una santa nel riuscire a percepire sempre la vicinanza profonda di Dio. In lei quindi non vi era una semplice buona indole, ma qualcosa di più. Questo dimostra anche che i santi sono ‘a portata di mano’, e che hanno le nostre stesse paure”. L’ultima riflessione Boffi ha voluto dedicarla ai possibili destinatari del messaggio di Laura: “penso che possa arrivare non solo ai malati, ma avere un impatto positivo forte anche su chi ha grandi carenze spirituali, su chi ha il deserto nel cuore”. In generale, però, “può aiutare tutti noi a migliorarci, per cercare di conquistare un posticino nel cuore di Dio”. Testimonianze di amici e famigliari La serata è stata ulteriormente arricchita da alcune spontanee brevi testimonianze e riflessioni di persone presenti. Annamaria Valenti ha spiegato: “la conobbi a un campo di Azione Cattolica Ragazzi, io ero responsabile diocesana ACR e lei una delle bambine che partecipavano al campo”, mentre la sorella di Laura, Silvia (presente insieme ai genitori Odo e Luisa e ai fratelli Paolo e Giorgio), ha preso la parola per testimoniare come “anche per noi famigliari le sue lettere in un certo senso sono state una scoperta. Era una ragazza semplicissima e normalissima, ma non conoscevamo tutto il suo lavoro interiore. Leggendo le sue parole, mi viene da paragonarla a un’atleta che si prepara a scalare una montagna, e, una volta arrivata in cima, respira aria pura. Anch’io, leggendo le sue lettere, ho avuto la sensazione di respirare aria pura”. E’ poi intervenuta una signora che ha conosciuto la storia di Laura grazie alla tappa della mostra a lei dedicata nella diocesi di Bologna. “Mi sono sentita travolta dalla sua gioia e dalla sua speranza, Laura mi ha davvero attratta a sé”, sono state le sue parole. Ha quindi preso la parola Patrizio Fergnani: “vorrei sottolineare anche la grande capacità di scrittura e di riflessione di Laura. Il padre conserva tutto il suo materiale, dal primo quaderno delle elementari. Laura non è solo un ricordo ma una presenza reale”. Infine, è intevenuto Fausto Tagliani: “la scoperta importante, soprattutto per la Chiesa di Ferrara-Comacchio, è proprio questa: che i santi sono in mezzo a noi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Questa è per noi la Chiesa”: in un libro le parole dei giovani

21 Gen

Alberto Galimberti, giornalista comasco, è l’autore del libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” nel quale fa idealmente dialogare tra loro giovani credenti e non credenti

libro galimbertiCome volti di un poliedro, parole di uno stesso discorso, nervi nella stessa carne. Così sono le storie, raccontate in prima persona, di giovani “qualsiasi” che Alberto Galimberti, acuto giornalista comasco, ha scelto come protagonisti del suo libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” (Ancora 2018, 142 pagg.). Dare la parola ai giovani è per sua natura “un rischio”, a maggior ragione in un periodo storico nel quale, in particolar modo nel nostro Paese, scrive Galimberti, i giovani sono spesso descritti come “inetti, inermi e insipienti. Nichilisti, sprecati e sdraiati”. Ma la domanda di senso è insita nel cuore di ogni persona, così anche loro non bisogna darli persi nel tentativo di “scovare il senso della propria esistenza”. L’autore va in cerca di questi giovani, per stanarli, perché trovino il coraggio di esporsi. A differenza dell’ordine nel volume, potremmo accennare alle loro storie tracciando idealmente una linea che parta dall’approccio più critico verso la religione e la Chiesa, per arrivare a coloro che, seppur nel non scontato cammino, hanno scelto di seguire Cristo. Certi del fatto che la Verità stia anche nella sua ricerca, grazie alla quale il soggetto già viene trasformato. “Tavola rotonda” sulla fede Marco è ateo, a 18 anni scopre di avere un tumore, ma guarisce, si laurea, lavora, fa volontariato in un reparto di pediatria. Da bambino credeva “in un concetto stereotipato di dio”, a 15 anni lascia la Chiesa. L’esperienza del male fisico non scalfirà la sua convinzione. Quando scopre il tumore, “la primissima cosa che ho fatto è stato maledirlo [a Dio]”. E ancora è così: “Un bambino di due mesi può morire di leucemia. Dov’è il vostro Dio? Perché tace? Perché lo permette? Se esistesse, questo non sarebbe un Dio, sarebbe un mostro”. Mentre per Davide la Chiesa “più è indifendibile, più moraleggia”, “giudica senza voler essere giudicata”, per Fabio e Sara, conviventi, credenti non praticanti, ciò che allontana dalla Chiesa, spiega lei sono soprattutto “gli atteggiamenti contraddittori rispetto al Vangelo osservati all’interno della comunità parrocchiale”. Inoltre, “i divieti moralistici [..] non aiutano a dialogare con i ragazzi che vivono in una società nella quale la sessualità non è più un tabù, ma un aspetto che va approcciato con responsabilità e coscienza”. Proseguendo, Chiara e Luca, marito e moglie, vogliono una Chiesa “aperta e misericordiosa”, mentre Ivan racconta così la propria conversione: “ho avvertito un senso di pace e di serenità. Come essere al posto giusto al momento giusto, né troppo in anticipo né troppo in ritardo. Un dono. Cioè una cosa ricevuta inaspettatamente”. Gabriele, diacono in attesa di diventare sacerdote, confessa: nella scelta “mi ha guidato questo pensiero: ‘Non io, ma Dio’ ”. Maria Grazia, insegnante e cantante di musica cristiana, invece, racconta come anni prima “durante un incontro, nel momento di adorazione, ho sentito la presenza del Signore. Stavo pregando e ho percepito di essere accompagnata. Di essere voluta bene”. Incontriamo anche Francesca, già vicepresidente dell’Azione Cattolica di Milano, che, fra i problemi della Chiesa, considera l’“organizzazione gerarchica” e la “distanza anagrafica tra i consacrati […] e i giovani”, mentre Giulio, esperto di comunicazione, apprezza l’“approccio aperto e inclusivo” di Papa Francesco, Vi è, infine, Laura, che spiega: “nella fede ho sempre trovato il mio riparo, la comprensione che altrove non c’era. Io credo in Lui, Lui crede in me. Lui con le sue certezze, io con i miei dubbi. Lui con la sua forza, io con le mie debolezze. Eppure so che mi ama”. La parola agli “esperti” Nel libro vi è spazio anche a personalità che, a vario titolo, affrontano le tematiche giovanili, e nello specifico, le dinamiche interne al mondo cattolico. Così incontriamo innanzitutto Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, che coordina il “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. Per lui la Chiesa dovrebbe “essere accompagnatrice dei giovani nel loro percorso di vita, nel loro discernimento”, “dovrebbe compiere questo sforzo: non scaricare la colpa sui giovani che non le vanno incontro; ma lei, la Chiesa, dovrebbe dirigersi verso di loro”, chiedendosi ciò che “vuole e può dare ai giovani per aiutarli a dare più senso e valore alle loro vite”. Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, spiega: “il cuore di tutto è rimettere al centro l’unicità di ogni ragazzo, come soggetto di possibilità inedite”. “I giovani – sono ancora sue parole – sono scettici di fronte a qualsiasi forma strutturata di fede, ma perché troppo spesso li educhiamo alla fede come dovere e non come rapporto reale d’amore, che come ogni rapporto richiede riti che lo proteggano”. Si passa poi a Franco Garelli, sociologo, esperto di religioni nelle società contemporanee, per il quale ad impedire un avvicinamento dei giovani alla Chiesa sono “una serie di ostacoli dottrinali, culturali, morali o ecclesiali, quali la difficoltà ad accettare le norme della Chiesa in campo etico, i cattivi esempi forniti dagli uomini del sacro, l’idea che vi sia una sola verità esclusiva, un’interpretazione del Vangelo non all’altezza dei tempi, una predicazione sorda al vissuto quotidiano”. “Una fede religiosa – spiega -, se vuole essere all’altezza delle sfide della modernità, deve essere abitata da senso critico, più frutto di una scelta che di una costrizione, interiormente fondata, rispettosa delle altrui convinzioni”. Le conclusioni sono invece affidate al dialogo con Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia all’Università Cattolica di Milano, la quale nel delineare alcune delle qualità dell’attuale pontefice, ragiona sui caratteri che la stessa Chiesa dovrebbe possedere: essere “più tattile e corporea”, e meno astratta, semplice e profonda al tempo stesso. “Bergoglio – spiega la Giaccardi – è consapevole dell’ambivalenza della natura umana: c’è un mondo ideale che non esisterà mai, e c’è un mondo reale, concreto, dove bene e male si mescolano, in cui bisogna accompagnare il primo per vincere il secondo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“La risposta al rifiuto delle migrazioni? Legalità e progetti condivisi”

21 Gen

Presentato a Ferrara il Rapporto Caritas – “Il Regno” sull’immigrazione: l’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono anche discorsi ecumenici. L’unità tra fratelli e sorelle cristiane può combattere la percezione capovolta della realtà

1Nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato l’incontro di presentazione (con una 50ina di presenti) della ricerca condotta da Caritas Italiana e rivista “Il Regno”, dal titolo “Immigrazione. Il fattore sfiducia degli italiani”, organizzato con il patrocinio della Caritas e della Migrantes diocesane. Sono intervenuti Gianfranco Brunelli (Direttore della rivista “Il Regno”) e Guido Armellini (Chiesa Metodista di Bologna), introdotti e moderati da Piero Stefani (redattore de “Il Regno” e rappresentante del Segretariato Attività Ecumeniche). Quest’ultimo ha spiegato come il tema immigrazione e quello ecumenico siano tra loro correlati per tre ragioni fondamentali: “le realtà ecclesiali, cattoliche e non, sono sempre più multietniche” al loro interno; “le diverse Chiese sono sempre più impegnate nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti; non tutti i membri delle stesse Chiese, però, sono favorevoli ad accogliere”. Ciò provoca ferite, fratture importanti all’interno delle comunità. “E’ sempre più forte il rifiuto dell’immigrazione – ha spiegato Brunelli -, domina spesso la paura dell’immigrato, e l’immigrazione viene vista solo come problema e non anche come opportunità”. Il primo dato che emerge dalla ricerca in questione riguarda il numero di migranti nel nostro Paese, dunque “il problema della percezione del fenomeno, spesso sovrastimato”, ha spiegato. La realtà italiana, infatti, “non è particolarmente esposta al problema dell’immigrazione, anche in rapporto alla popolazione totale, ma la percezione diffusa è diversa, e associa l’immigrato prevalentemente all’irregolare”. Risulta inoltre come “percentualmente i cattolici fra gli immigrati rispecchiano all’incirca la media della popolazione italiana”, e che, altro dato che emerge, “meno si è colti più si avverte come grave il problema immigrazione”. Riguardo al tema della sicurezza, il fenomeno migratorio, ha spiegato ancora Brunelli, “non è tanto percepito come minaccia personale, ma a partire da un sentimento sociale e culturale diffuso da molto tempo: in uno Stato considerato da molti come corrotto, i cittadini non si sentono tutelati nella loro sicurezza”. Un altro orrendo pregiudizio, “seppur non particolarmente diffuso nel nostro Paese, ma ancora esistente è quello “contro gli ebrei”. “L’integrazione non può non passare attraverso un’assimilazione governata politicamente, cioè che risponda tanto al bisogno di migranti quanto a quello di sicurezza. Al contrario, il rifiuto aumenta solo l’immigrazione illegale e incontrollata”. Armellini ha improntato il suo ragionamento principalmente sull’importanza delle “opere” per far progredire il cammino ecumenico, che “ha senso se si traduce in servizio agli esseri umani, soprattutto i più deboli. La Chiesa Metodista di Bologna, ad esempio, organizza corsi di italiano per stranieri, ed è arrivata a contare una 70ina di insegnanti e più di 400 studenti. Conoscendo queste persone, abbiamo ad esempio ’scoperto’ come prima della caduta di Gheddafi, avvenuta nel 2011, mole persone emigravano in Libia per lavorare. Dopo la sua caduta – ha proseguito – , il Paese è caduto nelle mani di bande di criminali, e, come ormai purtroppo è stato ripetutamente accertato, finiscono in veri e propri lager, sono costretti ai lavori forzati, subiscono violenze, stupri, a volte vengono ammazzati per nulla”. “La percezione della realtà di diversi italiani sul tema immigrazione è totalmente distorta. La clandestinità – ha poi spiegato, riprendendo un concetto di Brunelli -, è causata da leggi ben precise, a partire dalla Bossi-Fini, che ha prodotto una massa di persone inesistenti a livello anagrafico. La risposta, quindi, consiste nel legalizzare, non nell’aumentare l’area della clandestinità, come invece fa il Decreto Salvini”. “In Italia, poi, putroppo, la religione cristiana da molti viene vissuta come un’identità da difendere”. Armellini ha citato un passo dal capitolo 29 del primo libro delle Cronache. Si sta per costruire il tempio, il popolo porta immense donazioni a questo scopo. Il Re Davide nel suo discorso a un certo punto dice: “Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza” (1 Cr 29, 13-15). Insomma, “la terra non è nostra, noi siamo di passaggio, nessun territorio è di nostra proprietà, e quindi non possiamo decidere chi ci deve stare e chi no”. Tre sono i progetti ecumenici attivi organizzati anche dalle Chiese protestanti italiane: il primo, “Essere Chiesa insieme”, per superare le singole etnie; i “corridoi umanitari”, che da febbraio 2016 hanno permesso a più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa, di approdare in modo sicuro in Italia; infine, “Welcoming Europe”, raccolta firme proposta da un arcipelago di chiese, associazioni, reti cristiane e laiche per depenalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri (simili ai corridoi umanitari) e riaprire i flussi migratori. E’ possibile firmare fino a fine febbraio 2019 (http://welcomingeurope.it/).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

San Sebastiano: 1000 volti grazie all’arte

14 Gen

Mostra a Cloister fino al 31 gennaio

[Qui la pagina con l’articolo]

davSan Sebastiano è una figura che ancora oggi continua a ispirare tantissimi artisti. Lo sa bene il critico e curatore Lucio Scardino, che da diversi anni colleziona opere di artisti ferraresi e non dedicate al “santo con le frecce”. 34 (33 iniziali + 1 aggiunta in corsa) di queste opere sono in mostra a Ferrara fino al 31 gennaio nella sede di Cloister (doppia entrata, da corso Porta Reno, 45 o da via Gobetti), per la 33esima esposizione organizzata dall’attiva galleria guidata da Alessandro Davi. Non a caso, il 20 gennaio ricorre la solennità di San Sebastiano (256-288), militare romano e martire sotto Diocleziano. Giovane dal corpo virile e atletico, simbolo di bellezza e di sacrificio, il santo ha lo sguardo che punta dritto negli occhi di chi lo guarda, come nella tela di Nannini (recentemente esposta anche a Fabula Fine Art), o è il busto in bianco e nero con venatura rossa di Lenzini, oppure la scultura della Grilanda con due sole frecce conficcate nelle carni. In Orsatti, invece, di San Sebastiano vi è una maestosa testa di profilo con l’elmo, senza dardi a dilaniarlo. Quella delle frecce mancanti, o non “visibili”, ricorre in altre opere, come nel dipinto di Filippini (col santo disteso e privo dei segni delle ferite) o in quello della Benini, col giovane disteso e di schiena, in piedi (Coluzzi) o seduto (Tassini), ad accentuare l’intento metaforico della sofferenza dell’uomo, dell’artista, trascendente il dolore fisico. In Artosi, al contrario, le frecce vi sono eccome, e ne colpiscono il viso, mentre Gualandi, che nel suo stile tipico inserisce il soggetto nel contesto storico-urbano ferrarese, rappresenta, nel disegno stesso, una mostra dedicata al santo. Farolfi (foto) sceglie, invece, di rappresentare, con estremo realismo, una ferita netta sul costato del santo, un piccolo squarcio che ricorda quella del Cristo “invasa” dal dito scettico di san Tommaso nella tela del Caravaggio. Infine, in Ribertelli, il santo, nell’elasticità agonistica di un atleta, le frecce sembra schivarle, quasi ponendole sotto il suo controllo. La mostra è visitabile da lunedì a sabato dalle ore 9 alle 19.30. Questi i nomi di tutti gli artisti in mostra: Enrico Artosi, Giorgio Balboni, Gianni Bellini, Rosamaria Benini, Carlo Bertocci, Flavio Biagi, Gianni Cestari, Franco Coluzzi, Matteo Faben, Matteo Farolfi, Alfredo Filippini, Renzo Gentili, Luca Ghetti, Gianfranco Goberti, Laura Govoni, Alberta Grilanda, Claudio Gualandi, Pietro Lenzini, Terry May, Pietro Moretti, Duilio Nalin, Matteo Nannini, Santo Nicoletti, Impero Nigiani, Paolo Orsatti, Stefano Rubertelli, Andrea Samaritani, Marco Spaggiari, Emanuele Tasca, Andrea Tassini, Antonio Torresi, Giuliano Trombini, Giglio Zarattini, Luca Zarattini.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 18 gennaio 2019

A Cloister collettiva dedicata a San Sebastiano

7 Gen
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San Sebastiano del ferrarese Carlo Bononi

Nuovo progetto espositivo nella Galleria Cloister di corso Porta Reno, 45 a Ferrara. Martedì 8 gennaio alle ore 18.30 inaugura una grande collettiva dedicata alla figura di San Sebastiano.
Il “santo con le frecce”, martire e militare romano, viene tradizionalmente festeggiato il 20 gennaio.
Invocato inizialmente contro il flagello della peste (le ferite provocate dalle frecce erano viste quasi fossero i bubboni del contagio), nell’ultimo secolo le ferite hanno assunto via via significati simbolici differenti, rappresentanti l’incomprensione, la derisione o l’indifferenza nei confronti dell’artista.
33 (numero emblematico), di quattro generazioni e dagli stilemi e dalle tecniche diverse, sono quelli che “dialogheranno” dalle pareti di Cloister fino al prossimo 31 gennaio, con possibilità di visitare la mostra da lunedì a sabato dalle 9,00 alle 19,30.
Questi i protagonisti: Enrico Artosi, Giorgio Balboni, Gianni Bellini, Rosamaria Benini, Carlo Bertocci, Flavio Biagi, Gianni Cestari, Franco Coluzzi, Matteo Faben, Matteo Farolfi, Alfredo Filippini, Renzo Gentili, Luca Ghetti, Gianfranco Goberti, Laura Govoni, Alberta Grilanda, Claudio Gualandi, Pietro Lenzini, Terry May, Pietro Moretti, Duilio Nalin, Matteo Nannini, Santo Nicoletti, Impero Nigiani, Paolo Orsatti, Stefano Rubertelli, Marco Spaggiari, Emanuele Tasca, Andrea Tassini, Antonio Torresi, Giuliano Trombini, Giglio Zarattini, Luca Zarattini.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 07 gennaio 2019

Laura Vincenzi, il male, l’affidamento a Dio-Amore

7 Gen

Perché Dio permette il male? Nelle lettere di Laura Vincenzi la grande domanda di senso pulsa senza infingimenti

[Qui la pagina con l’articolo]

[Qui sul sito della casa editrice AVE, che ha riedito le “Lettere”]

laura grandeUna grande domanda riempie le “Lettere” che Laura Vincenzi – giovane tresigallese morta nel 1987 a 23 anni per un male incurabile, dopo quasi tre anni di sofferenza – scrive al fidanzato Guido Boffi. E’ la grande domanda che da sempre tormenta ogni persona, di ogni latitudine, di ogni epoca, al di là della propria fede e dei propri convincimenti personali. E’ la domanda sul grande mistero del male. Ma ciò che spiazza è la risposta che una ragazza come Laura dà. Una risposta disarmante che è accettazione e affidamento a Dio.
Laura ha risposto alla chiamata personale alla santità, attraverso anche una grande capacità di riflessione, una forte intelligenza relazionale, emotiva, spirituale. Una grande maturità e profondità che le permettono di non eludere il grande “perché?” sul senso del male, sul motivo per il quale un Dio buono, infinitamente buono, lo permetta. Considerando anche che le lettere e le pagine del suo diario, per quanto sincere, non potevano esaurire l’intero ribollimento interiore che ha investito la sua anima, un oceano di non-detto, forse anche di sconforto, di paura, di dubbio.

Le “acque nere” di Laura
“Sto bene attenta e prego per non lasciarmi sopraffare da questi pensieri perché sento che lasciando libero corso a questo ordine di riflessioni arrivo ad un punto in cui perdo il confine tra la realtà e la pura fantasia negativa che, presto, lascia lo spazio all’inedia, alla disperazione, alla totale assenza di speranza: un lasciarsi morire quando ancora sei chiamato alla vita” (Laura, 5 febbraio 1985)

Sono diversi i momenti in cui Laura riflette su questa vita che “già di per sé è tanto breve e faticosa” (19 febbraio 1986). “Senza un atto di affidamento a Dio – scrive – vivrei in una situazione di squilibrio e probabilmente di angoscia in preda alla lotta col tempo, ai calcoli più strani e stupidi e probabilmente realizzerei molto meno, come capita sempre quando ci lasciamo sommergere dalle cose!” (5 novembre 1984). Il 4 febbraio 1985 le viene notificato il tumore, il giorno dopo scrive a Guido: “Sono molto serena […]. Sono allegra e più attenta alla vita”, o il 26 febbraio, due settimane dopo la prima seduta di chemioterapia: “oggi pomeriggio sono la ragazza più felice del mondo”. Ma sempre il 5 febbraio dello stesso anno confida di avere “momenti di sconforto, […] paure”, parla della sua “fragilità”, della sua “paura che il male degeneri al punto tale che non ci sia la possibilità di sposarci e di avere Marco e Chiara [i nomi “assegnati” ai figli che desideravano avere insieme, dopo essersi sposati – così sognavano – a Mottatonda, vicino Tresigallo, ndr] […], la paura di rimanere io stessa bloccata e di non reagire”.

Perché il male?
“Com’è solo l’uomo, come può esserlo! / Tu sei dovunque, / ma dovunque non ti trova. Ci sono luoghi / dove tu sembri assente / e allora geme perché si sente deserto / e abbandonato. Così sono io, comprendimi” (Mario Luzi, “Via Crucis al Colosseo”, 1999)

In “Calvario” – pellicola del 2014 dove le questioni del male, della colpa e della redenzione sono affrontate in modo magistrale -, Frank Harte, medico ateo, racconta al protagonista Padre James questa storia: “agli inizi della carriera, lavoravo a Dublino, arrivò un bambino di 3 anni, l’avevano portato i genitori per una banale operazione. Ma l’anestesista commise un errore e il bambino rimase cieco, sordo, muto. E paralizzato. Per sempre, capisce? Provi a immaginare, pensi a quando quel ragazzino riprese conoscenza, nell’oscurità…lei si sarebbe spaventato, no? Ma come quando si è consapevoli che quella paura prima o poi finirà. Deve finire, per forza, i tuoi non devono essere poi così lontani. Accenderanno la luce e ti parleranno…invece, provi a immaginare: nessuno viene a salvarti, non si accende nessuna luce, sei completamente al buio. Provi a parlare: non ci riesci. Cerchi di muoverti: ma non ci riesci. Allora provi ad urlare, ma niente, sei incapace di sentire le tue stesse urla. Sei come seppellito all’interno del tuo stesso corpo che urla in preda al terrore”.
Emmanuel Carrère ne “Il Regno”, raccontando una vicenda molto simile, si interroga: si può chiedere a Dio “che riempia della sua presenza dolce, rassicurante, colma di amore quel bambino murato vivo? Che illumini le sue tenebre e faccia di quell’inferno inimmaginabile il suo Regno? Altrimenti, cosa resta? Altrimenti, bisogna ammettere che, gratta gratta, la realtà della realtà, l’ultima parola non è il suo amore infinito ma l’orrore assoluto, l’inesprimibile spavento di un ragazzino di quattro anni che riprende coscienza nel buio eterno”. “Tante volte mi faccio e rifaccio la domanda: perché soffrono i bambini? E non trovo spiegazione. Solo guardo il Crocifisso e mi fermo lì”, ha, in un certo senso “risposto” Papa Francesco nel maggio 2017 durante la visita all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova.
Riferendosi a Maria Stefanina Marchi (“Maria di Rero”) – donna anziana, malata e povera di Rero vicino Tresigallo – Laura scrive: “Sappiamo […] che ogni prova ha un senso, che nulla càpita per caso e questa fede ci permette di accettare anche prove che non capiamo […]”. Come scrisse Emmanuel Mounier nel 1933 in una lettera alla moglie Paulette: “le spiegazioni non diminuiscono il grande scandalo della sofferenza. La sua grandezza sta nell’accettazione. Non dobbiamo cercare di sminuirla con le nostre parole…”.
Una personalità inquieta come Cesare Pavese il 29 gennaio 1944 nel suo diario scriverà: “Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del ‘se fosse vero!’. Se davvero fosse vero…”.
L’essere umano è preso fra il desiderio (di) infinito e un finito che lo tiene, lo limita. Laura non mette in dubbio questo desiderio profondo ma sceglie di accettare ciò che non si può cambiare, cercando per quanto possibile di trasformarlo in un sentiero – personale – che conduca al Bene, al Vero, al Bello. “Il Signore chiede tutto – scrive Papa Francesco all’inizio di “Gaudete et Exsultate” -, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”. “Ci sono giovani – scrive Laura nell’aprile ’85 – che si scandalizzano e rifuggono il parlare della morte perché superficialmente la vedono come un argomento tabù (e pensare che la morte è una delle sicurezze, certezze dell’uomo!) e magari si accontentano di una esistenza mediocre specchio della felicità diffusa nella mentalità comune (benessere, salute, ricchezza, ecc…); pensano solo al proprio interesse, una vita che a me pare NON VITA”. “Non c’è nulla in questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! E’ tutto un dono su cui il ’Donatore’ può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”. Sono parole scritte dalla Serva di Dio Sandra Sabattini, la cui vicenda ricorda quella di Laura, in quanto muore il 2 maggio 1984 a 23 anni, vittima di un incidente stradale.

Il Mistero di Dio-Amore
“In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!»” (Lc 7, 11-13)

Un affidamento totale quello di Laura, dunque sconvolgente: “Non vedo l’ora che venga lunedì [giorno dell’amputazione del piede invaso dal tumore, ndr] per passare per così dire all’attacco, perché ormai sono preparata e quindi quel che è da farsi, ben venga (!)” (21 febbraio 1986). E nei giorni immediatamente successivi all’amputazione: “Oggi è una giornata molto serena, come tutte quelle trascorse qui finora, del resto; naturalmente il pensiero di essere a casa domani contribuisce ad alimentare l’allegria” (1 marzo 1986). E ancora: “sono la ragazza più felice del mondo!” (16 marzo 1986). Laura continua quindi a scrivere anche negli ultimi mesi di vita e l’impressione è che, all’avvicinarsi della morte, si infittiscano riflessioni e consigli anche per Guido. Nel proprio cammino interiore Laura arriverà dunque a comprendere come senza il male sarebbe impossibile l’atto di amore, di compassione tra le figlie e i figli di Dio, quel Dio che è Misericordia: “Sì, è vero che la sofferenza unisce: secondo me la sofferenza ci fa toccare nel profondo la nostra povertà, la nostra impotenza e poi ci porta a quell’abbraccio per cui, poveri e sperduti, ci sentiamo più vicini l’uno all’altro, più bisognosi l’uno dell’altro e, così uniti, bisognosi di Dio” (8 aprile 1986).

“Con tutti cerco di essere disponibile e sorridente”
“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne” (Emmanuel Mounier, 3 gennaio 1933)

“Non vivo per laurearmi, per sposarti, per aver dei figli con te, ecc… Vivo ogni tempo della mia esistenza per Amare e servire Dio, amarlo e servirlo: nei fratelli, cioè con il mio fidanzato, la mia famiglia, gli amici, le persone che incontro lungo la mia strada…nelle situazioni della vita: cioè nella mia malattia, nello studio, nel mio fidanzamento con un ragazzo meraviglioso come te…” (25-26 marzo 1986). Laura è stata testimone concreta, non modello astratto, non ‘maestra’ di vita e di fede. Il 9 marzo 1985, periodo nel quale perde i capelli per il primo ciclo di chemioterapia, scrive: “come essere luce, speranza per Guido se anche io sono a volte a terra?”. Anche al Rizzoli di Bologna: “con tutti cerco di essere disponibile e sorridente, soprattutto con le altre persone che si stanno curando” (21 febbraio 1986). Addirittura il 7 marzo 1987, meno di un mese prima della morte, scrive: “Beh, amore mio, spero di non averti annoiato troppo con le mie ‘descrizioni cliniche’ ”.
Le ultime righe che scrive, pochi giorni prima di morire, in una preghiera inviata all’allora Arcivescovo Mons. Luigi Maverna (che vivrà una situazione simile di sofferenza), recitano così: “Dona serenità e pace, Signore, a chi mi vuole bene, in modo particolare al mio fidanzato, a coloro che io non amo abbastanza, a chi soffre nella malattia e nello spirito, a chi è dedito al tuo servizio nella Chiesa come ministro e battezzato, a chi ti cerca, a chi non ti ha ancora incontrato. Amen”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 gennaio 2019

Suor Lucia Solera e Sant’Agostino, “passioni convertite”

31 Ago
sago

Sant’Agostino da Ippona

Una testimonianza viva, che sgorga da un “cuore ardente”. In occasione della settimana dedicata al patrono Sant’Agostino, l’omonima parrocchia di Ferrara ha organizzato ieri una serata teologica sui passi di vita del Vescovo di Ippona. L’incontro, introdotto e diretto da don Francesco Viali, si è svolto in collegamento skype con Rossano Calabro (Cs) dove vive suor Maria Lucia Solera, monaca agostiniana di vita contemplativa, originaria di Migliarino, appartenente alla comunità dell’Eremo di Lecceto (Si), in cui ha fatto il suo ingresso nel 1998, dopo la Laurea in Giurisprudenza. Suor Lucia vive dal giugno del 2009 con altre tre sorelle nella Casa “Madonna del Buon Consiglio” della sopracitata località calabrese. “Come nube di pioggia in tempo di siccità” è il nome del libretto da lei realizzato dedicato al tema della misericordia nelle “Esposizioni sui Salmi” di Sant’Agostino, i cui proventi sono destinati alla costruzione del monastero a Rossano, il primo agostiniano in Calabria. Il libretto è acquistabile sui maggiori store online e presso la Parrocchia di via Mambro.
«Noi suore ci portiamo dietro vite normali – raccontano le suore in un video proiettato ieri – oltre a un desiderio di pienezza e a una tensione tra gioia e insoddisfazione». Tutto questo le ha accompagnate all’incontro con «l’umile Gesù» e a una «forte attrattiva» per la preghiera. «Il respiro della preghiera – sono sempre loro parole – è l’ordito della nostra giornata. La ricerca instancabile di Dio insieme alla comunione tanto dei beni materiali quanto di quelli spirituali» fa di queste suore «donne libere sotto la Grazia».
Suor Lucia ha preso le mosse citando una frase del teologo Romano Guardini, “i santi sono passioni convertite”, spiegando come anche per il Santo di Ippona le sue passioni giovanili («un’affettività impetuosa, un desiderio di emergere, un amore per l’orazione») non sono state «represse, frustrate o amputate, ma convertite», cioè incanalate, rendendole «non più disordinate, casuali», nocive, ma, ha spiegato suor Lucia, «convogliate in una direzione, diventate un amore orientato».
Così, un momento di svolta è rappresentato a Milano dall’incontro col Vescovo Ambrogio, la cui parola «non era solo bella, ma carica di verità», perché fedele alla Parola di Dio, che «non colpisce solo le sue orecchie ma anche il suo cuore, ora non più di pietra ma di carne» (cfr. Ez 11, 19). L’incontro dell’autore delle “Confessioni” con Cristo prosegue nell’incontro di Suor Lucia col Signore, incontro che, però, ha spiegato, «non rimane intimistico ma diventa passione per Lui e passione per l’evangelizzazione, che significa, cioè, mettere in campo le nostre passioni. “Interroga il tuo cuore: quale passione lo anima? Verso chi o cosa lo muove? E questa passione è viva, sonnecchia o è morta?”» sono le «domande/provocazioni» finali proposte da Suor Lucia, suggerite dal Santo d’Ippona.
Venendo, dunque, al tema della pubblicazione di suor Solera, l’autrice ha sottolineato come «la misericordia ha avuto tanta importanza nella vita di Agostino. La misericordia è sguardo che incoraggia, sguardo benevolo, che perdona, gratuito, che gioca in anticipo, è una cosa seria, protegge e corregge, ora e qui, nelle nostre prove. Ed è un’opera d’arte, nel senso che ogni volta che siamo perdonati veniamo in un certo senso rifatti belli».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 31 agosto 2017

Camminare insieme per ricostruire comunità e popolo: Bertinotti al Meeting di Rimini 2017

26 Ago

1 - Copia«Rimettersi in cammino» partendo dalla tradizione e dal valore dell’eguaglianza, contro la «desertificazione del “noi” e la cosificazione causata dal dominio delle tecnoscienze». “Il futuro della tradizione” è stato il titolo dell’incontro che ha visto protagonista Fausto Bertinotti, Presidente della Fondazione “Cercare Ancora”, ieri mattina al Meeting dell’Amicizia fra i popoli, in programma fino a oggi alla Fiera di Rimini. L’incontro, introdotto e moderato da Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze, ha visto Bertinotti rispondere anche alle domande di quattro ragazzi.

EDIPO E IL TECNICISMO NEOLIBERISTA

«Oggi l’uccisione del padre si presenta come soppressione della tradizione, un mito del futuro che non fa che abbagliarci e che porterà a un futuro disumanizzato». L’analisi del relatore è stata fin da subito impietosa. «L’uomo è totalmente soggiogato dal mito dell’innovazione, della modernizzazione, dal mondo delle merci», ha proseguito. «Per questo si sente la necessità di uccidere il padre, perché non si vuol essere soffocati dalla sua memoria, ma trascinati dagli eventi, avvolti dal mito di Edipo», che intende «disfarsi della tradizione, non volendo farci i conti». La stessa storia della Rivoluzione d’Ottobre viene dimenticata, rimossa dalla sinistra. «Così facendo – ha proseguito – non si è guadagnata un’innocenza, ma si è perso il “noi” in questa ansia di uscire dalla storia e dalla tradizione: ma senza tradizione il futuro incombe su ognuno di noi, non permette al soggetto di essere protagonista, ma solo suddito». Ciò solo apparentemente contrasta col «primato dell’individuo» oggi dominante in Occidente, mentre in realtà questo individuo è al tempo stesso «vittima e carnefice della società: l’individualismo cancella la persona, l’individuo è ridotto all’immagine del successo, della dimenticanza dell’altro, il neoliberismo assolutizza l’automa, la macchina, la tecnoscienza, di cui l’individuo appunto ne è mero ingranaggio».

A dominare è «un pensiero debole che crea solo persone deboli, entità deboli e popoli disarmati». Reazione speculare a questo «mondo dell’alienazione del consumo, è il fondamentalismo, il nuovo nichilismo, il terrorismo di una comunità violentemente chiusa, dove la coppia amico/nemico ricompare proprio perché è il “noi” a scomparire, è il popolo a disintegrarsi», ha proseguito Bertinotti.

IL “NOI” DEL MOVIMENTO OPERAIO

L’analisi del male profondo che affligge il mondo contemporaneo è andata di pari passo con la rielaborazione di quel pensiero forte che nel Novecento ha accompagnato l’esistenza di milioni di persone in Italia e nel mondo. «Il “noi” della mia tradizione è stato il movimento operaio, che ha consentito di non percorrere la strada edipica. I padri, cioè, non erano qualcosa da abbattere, ma qualcosa di essenziale per la ricerca dell’altro come necessità, non come limite. Seppur con le loro tragedie, i padri ci appartenevano, nostro compito era di mantenere la continuità con la loro storia. Era un “noi” talmente forte che arrivò a chiedere, in alcuni casi, anche il sacrificio della libertà della persona, in nome di una causa superiore, dando vita a una palese contraddizione». Al netto di aporie ed errori anche gravi, «quel di fondamentale per me per rincominciare ogni volta è stata ed è la consapevolezza di appartenere a un popolo in cammino, lo sguardo dei “miei”, di una donna lavoratrice o di un uomo lavoratore che dicesse: “quello è uno dei nostri”».

RIPARTIRE DALLA TRADIZIONE

È la parabola del figliol prodigo, richiamata anche da Simoncini, che, al contrario del complesso di Edipo dominante, «ci permette di comprendere come ciò di cui abbiamo bisogno sia la ricerca di un mondo possibile, il sogno, la speranza, quest’ultima – ha spiegato Bertinotti – intesa non come inerte e dolciastra compensazione di un reale che non ci piace, ma come investimento in un futuro possibile e differente».

L’unico antidoto a tutto ciò, «la nostra salvezza, l’obiettivo fondamentale che dobbiamo ricercare “ossessivamente” è la costruzione di un popolo, continuando a domandarci quale sia il nostro compito oggi nel mondo, il costruire un “noi” libero, liberato, capace di dare senso e significato alla vita». Il valore che meglio, anche nel presente, rappresenta quest’anelito, è quello di «eguaglianza, l’unico modo per parlare della tradizione», tanto di quella socialcomunista quanto di quella cattolica. È fondamentale, dunque, «ricostruire partendo dalla tradizione (perché è questa a suscitare la curiosità, la ricerca di un percorso che sia nuovo), camminando insieme, riponendoci il tema della fede, delle fedi, del senso della vita rispetto a una meta» alla quale tendere.

Per evitare una «catastrofe per l’umanità», dove a dominare sarà sempre più «la cosificazione, la progressiva sussunzione dell’uomo sotto le cose, tipica delle scienze applicate, sotto il dominio delle merci, o, nella forma più violenta, della guerra e del terrorismo, è essenziale quindi ripensare e rifondare «case del popolo, leghe sindacali, cooperative, associazioni» di tipo nuovo. Questo è il «costruire insieme, il costruire comunità, oggi – secondo Bertinotti – più importanti delle elezioni e della conquista del potere, delle istituzioni», più necessarie ed urgenti rispetto a quest’ultime.

Andrea Musacci

Mons. Perego a sostegno dell’Associazione “Noi per Loro”

26 Ago
Mons. Perego, Mons. Antonio Bentivoglio e alcune volontarie

Mons. Perego, Mons. Bentivoglio e alcune volontarie della “Noi per Loro”

Anche l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Mons. Gian Carlo Perego ieri ha scelto la cena a base di pinzini nella piazzetta dietro il campanile della Cattedrale cittadina. L’Associazione “Noi per Loro” organizza l’evento culinario come forma di autofinanziamento per permettere il sostegno materiale ai detenuti poveri e bisognosi della Casa Circondariale cittadina. Accompagnato dal suo segretario don Giacomo Granzotto e accolto dal Presidente dell’Associazione e cappellano del carcere Mons. Antonio Bentivoglio, il Vescovo si è intrattenuto con alcune delle volontarie e dei volontari.
Dopo le serate di ieri e giovedi, l’evento prosegue stasera (sabato) e domani sera: dalle 17 alle 24 sarà possibile gustare, a prezzi economici, gli ottimi pinzini artigianali, fritti e serviti, farciti con salame o prosciutto crudo oppure vuoti, oltre a bibite, birra e ampia scelta di vini. Novità di quest’anno, l’angolo aperitivo (spritz, mojito, prosecco).
Per accedere nella piazzetta dietro il campanile del Duomo si può entrare da Piazza Trento e Trieste (di fianco al Campanile, civici 69-71), da Via degli Adelardi (di fianco a Felloni Studio) o da Via Canonica.
Altre informazioni sull’Associazione si possono trovare sul sito, clicca QUI.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 26 agosto 2017