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“E’ importante che i suoi valori vengano messi in comune”

8 Apr

Lo scorso 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata la mostra “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, alla presenza dell’Arcivescovo e del Sindaco. La sera S. Messa a Tresigallo

miriam3La “casa dei ferraresi” fino a venerdì 12 aprile ospita la mostra dedicata alla vita e alla profonda esperienza di fede di Laura Vincenzi. Nel pomeriggio di giovedì 4 aprile nel Salone d’onore del Palazzo Municipale di Ferrara è stata inaugurata l’esposizione intitolata “Nulla è per caso. Vita di Laura Vincenzi, serva di Dio (1963-1987)”, realizzata da Laura Magni con la collaborazione di Giuliano Laurenti, entrambi impegnati nell’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra diocesi, e col fondamentale coinvolgimento dei genitori e degli amici di Laura oltre che dell’Azione Cattolica di Ferrara-Comacchio, che da anni, insieme all’associazione ”Amici di Laura”, promuove il cammino per il riconoscimento canonico della sua santità. Chiara Ferraresi, Presidente dell’AC diocesana, nel suo saluto introduttivo ha sottolineato come “i valori coi quali Laura ha vissuto la propria vita – la semplicità, l’apertura all’altro, l’amicizia, il senso di responsabilità, un grande coraggio, il riuscire a trasformare la sofferenza in un’esperienza positiva per lei e per gli altri – siano un bene di tutti, valori da mettere in comune”. “Con Laura ho condiviso molti dei luoghi di appartenenza ecclesiale”, sono state le parol del Sindaco Tiziano Tagliani, che ha posto l’accento sul fatto che “questo spazio civico è aperto a diversi tipi di esperienza: il vero civismo infatti è quello che porta qui esperienze autentiche, di vita vera, e quella di Laura è una testimonianza vera, anche civile, perché il senso della sua sofferenza è dimostrazione di coraggio e di coerenza. “Alcuni giorni fa – è stato invece il richiamo dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego – abbiamo ricordato Bruno Paparella e Vittorio Bachelet, riflettendo anche sul tema della ’scelta religiosa’, che porta dentro la città, non fuori e quello di Laura è stato un modo di vivere la città, nel senso di partecipazione, impegno, valorizzazione di ciò che è importante”. Mons. Perego ha quindi richiamato la coincidenza con la pubblicazione, negli stessi giorni, dell’Esortazione di Papa Francesco, “Christus vivit” e come questa mostra sia ancora più importante in quanto proposta nel periodo che prepara alla Pasqua. A seguire, Chiara Ferraresi ha letto un messaggio inviato da mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro e dal 1974 al 1984 assistente nella nostra Diocesi e regione di Azione Cattolica Ragazzi. “Sarò presente in preghiera e un piena unità”, ha scritto, “la santità di Laura Vincenzi è messa sul candelabro per illuminare”, ricordandoci come “la chiamata alla santità è meta di popolo”, non individuale, e come “la santità è la prima missione”. “L’opposto del peccato – ha concluso – non è la virtù ma la fede: Laura ci ha detto davvero che tutto è grazia”. L’evento inaugurale è dunque proseguito con una breve visita alla mostra guidata da Miriam Turrini. Gli 11 pannelli allestiti sono su sfondo bianco, come fogli sui quali Laura ha scritto la propria vita, mentre l’altro colore dominante è l’azzurro, il colore della trascendenza. Tante le fotografie di Laura nelle varie fasi della sua vita, quasi mai da sola ma sempre in compagnia di amici e famigliari. La Turrini ha posto l’accento sulla “sua coscienza di essere sempre neonata nella fede e di dover quindi fare un lungo cammino, nella convinzione che tutto è dono e grazia”. Frequente ricorre nelle sue lettere la riflessione su “come coniugare una vita da vivere con passione e intensità, e al tempo stesso col giusto distacco”. Un’esistenza breve, la sua, ma nella quale centrale è stato il rapporto con l’Eterno, da lei stessa definito come “la realtà vera e propria a cui tutti siamo chiamati”. Un’immagine, infine, vogliamo richiamare: quella della preghiera da lei scritta e indirizzata all’allora Arcivescovo mons. Luigi Maverna, fatta stampare – con, sul retro, un ramo d’ulivo – e distribuita il giorno delle esequie, e letta dallo stesso Maverna nell’omelia. La mostra è visitabile con il seguente orario: dal lunedì al venerdì ore 9-18. Ogni giorno dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18 sarà possibile la visita guidata. La sera del 4 aprile nella chiesa di Tresigallo è stata celebrata una S. Messa in memoria di Laura Vincenzi, di Riccardo Tagliati e dei giovani di Tresigallo tornati alla Casa del Padre.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

“La speranza è che ora tanti ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro”

8 Apr

Nei giorni immediatamente precedenti la riapertura della chiesa di San Benedetto, abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per rivolgerli alcune domande sul recente passato e sul futuro della parrocchia

S.Benedetto (8)L’amarezza nel vedere “una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie”, le difficoltà legate al sacramento della penitenza, ma al tempo stesso il fatto che “la parte di comunità che ha retto meglio” l’inaccessibilità della chiesa “è stata quella degli adolescenti e dei giovani”, e che tante attività e cammini di fede sono proseguiti. Abbiamo incontrato il parroco don Luigi Spada per fare il punto della situazione sulla parrocchia affidatagli tre anni fa.

E’ una grande gioia tornare ad abitare questa Casa che è il Tempio di San Benedetto: a chi rivolge il primo pensiero in questi giorni di festa?
Se devo essere sincero, il primo pensiero lo rivolgo ai miei parrocchiani che da una decina d’anni hanno vissuto tre grandi sofferenze: la morte improvvisa del parroco don Pietro nell’aprile del 2007, l’incendio della chiesa nel giugno dello stesso anno, e il tremendo maggio 2012, col terremoto. Un prete, una comunità religiosa trova sempre nell’Eucarestia e nella preghiera una risposta, un laico forse fa più fatica. Alcune sere fa con alcuni responsabili delle commissioni del CPP stavamo preparando la Via Crucis del Venerdì Santo e alla frase “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi hanno chiesto una testimonianza da parte della comunità salesiana e mi domandavano: “come avete reagito nella fede a questo grido di dolore di Gesù nella situazione di disagio vissuta come comunità?”.

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha notato e vissuto in questi anni, legate alla chiusura della chiesa?
Anche qui la prima difficoltà l’ho vissuta contemplando la mia gente. Dopo quasi tre anni dal mio arrivo a Ferrara posso affermare di trovare una comunità in diaspora, disgregata, divisa, ferma ai ricordi e alle memorie. In seconda istanza penso ai tanti passaggi della vita che possono essere occasioni per un’esperienza di fede – battesimi, catechesi della IC, matrimoni, funerali…Nella parrocchia siamo arrivati ad una percentuale di frequenza domenicale attorno al 5-7 %. Abbiamo il grande vuoto dai 25 ai 40 anni. E infine per tanti ragazzi, il crescere senza un’esperienza liturgico-ecclesiale.
Aggiungo che uno zoccolo duro ha continuato a frequentare nonostante tutto, e la parte di comunità che ha retto meglio è stata quella degli adolescenti e dei giovani. L’Oratorio e il Centro Giovanile hanno continuato con tenacia i loro itinerari e i cammini di fede, così pure le attività estive per i ragazzi sono sempre state organizzate con impegno ed entusiasmo. Le forze più a rischio sono quelle degli anziani che hanno sperimentato la fatica più grande. Un settore che ne è uscito frastornato è quello della penitenza, non ho confronti con il passato ma non avere la Chiesa ha quasi azzerato la domanda o la possibilità di celebrazione del sacramento della confessione. San Benedetto era una Chiesa di riferimento dentro la città grazie alla presenza di grandi e saggi sacerdoti quali don de Ponti e don Giuseppe.

Che cosa di positivo ha invece portato questa difficoltà? Ad esempio, ha “costretto” i parrocchiani a ripensare alcune attività, alcune modalità, a sentirsi tra loro maggiormente coesi?
Penso che positivamente abbia dato dei grandi doni, uno immediatamente e nei prossimi anni e il secondo in questi ultimi tempi. Appena successo il fatto, la comunità aveva reagito molto bene crescendo e ritrovandosi attorno a strutture semplici e povere ma che affinano il senso di appartenenza. Poi lentamente il tutto si è spento e raffreddato. In questi ultimi anni posso dire che ci si è resi maggiormente consapevoli dell’importanza delle relazioni e dei rapporti interpersonali sinceri.

A Lei invece cos’ha insegnato il dover affrontare una difficoltà di questo genere?
Ha insegnato l’arte dell’umiltà, della collaborazione, la fatica dell’attesa, il passare da una pastorale dei numeri a quella delle persone, il vedere che l’essenziale di una vita comunitaria è rimasto ed è Gesù. Lui è sempre stato presente e ci ha custoditi in tutti questi anni. Nei dieci anni di parroco a Bologna, avendo la chiesa più grande della diocesi, come parrocchia, l’obbedienza nell’arco di una settimana mi ha trasferito in una parrocchia sempre di 8000 anime ma senza strutture parrocchiali e tante volte mi sono chiesto il significato di ciò, e alla fine ho rimesso il tutto nel grande valore dell’obbedienza e della comunità religiosa.
Come confratelli l’esempio più bello è arrivato dalle due colonne don De Ponti e don Giuseppe che mi hanno sempre accompagnato e incoraggiato ponendomi questa domanda: “Che cosa vuoi darci Signore in tutto questo?”. E avanti con coraggio.

Per il futuro: quali novità vi saranno?
L’unico vero progetto che penso di avere è quello di creare tante occasioni di incontri fra tutte le fasce della comunità perché lentamente ritrovino nella Chiesa un legame e un senso di appartenenza con Cristo e tra di loro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Pino Cosentino)

“E’ ancora possibile parlare lingue diversissime e comprenderci ugualmente”

2 Apr

Nel 1946 anche a Ferrara si sperimentava una forma – a quei tempi “scandalosa” – di dialogo fra credenti e non credenti: i Convegni sul problema religioso. Uno degli animatori era il giovane Silvano Balboni

SILVANO balboni“Da un’esposizione serena dei propri principi e da un contraddittorio leale non può che derivare una più forte comprensione dei tormenti, delle angustie, delle difficoltà, dei problemi che attanagliano le umane coscienze; e – quello che forse più conta – non può che derivare, quando si proceda su un piano di tranquilla e spassionata ricerca del vero, un amore più grande per l’umanità”. Sono parole che Luciano Chiappini scrive al concittadino Silvano Balboni nel ’46, nei primi mesi del lungo Convegno sul problema religioso, ideato a livello nazionale da Aldo Capitini, padre italiano della nonviolenza, e Ferdinando Tartaglia, per discutere fra cristiani, ebrei, atei di diverse sensibilità sulla religione nel mondo contemporaneo. Ma chi è Silvano Balboni? Nato a Ferrara il 23 aprile 1922, chiamato alle armi nel ’42, sostiene il suo diritto all’obiezione di coscienza, motivato dalla profonda scelta della nonviolenza, rifiutandosi di andare in Jugoslavia. Tornato a Ferrara, vive per qualche tempo alla macchia, aiutato da amici. Il 26 giugno è denunciato per diserzione al tribunale militare di Bologna. Carlo Bassi, suo amico, ha scritto: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. […]. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in guerra e con il regime spietato con gli oppositori. […] Silvano Balboni era da solo, compreso da pochissimi. […]. Il suo parlare era veramente solo ‘sì, sì, no no’, sempre con il sorriso sulle labbra”. Esule in Svizzera, nel dopoguerra viene eletto consigliere comunale a Ferrara dando vita al progetto dei COS–Centri di Orientamento Sociale, intuizione sempre di Capitini all’indomani della Liberazione (realizzati anche a Perugia, Arezzo, Firenze, Ancona). A Ferrara i COS iniziano nel marzo ’46 all’Auditorium comunale, e poi nel Salone del Plebiscito del Palazzo Municipale: sono uno strumento di orientamento per le autorità, sulle esigenze del popolo, e per il popolo, di conoscenza e di controllo. Si tengono con frequenza settimanale da marzo a luglio ’46. In essi si discutono temi politici e amministrativi ma anche etici, culturali, di costume, di fede e coscienza. Il 17 dicembre ’46 prende avvio invece il Convegno sul problema religioso a Ferrara (antesignano in un certo senso del “Cortile dei Gentili”) organizzato dallo stesso Balboni. Prosegue ogni martedì, per 12 settimane, fino all’11 marzo 1947. Si svolge nella grande sala, allora sede dell’Università Popolare, sopra il Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste, alla presenza, mediamente, di 200 persone, fra le quali molti giovani e molte donne. Vi partecipano e relazionano cattolici, protestanti (come il pastore evangelico Zeno Tonarelli), ebrei (il rabbino Leone Leoni, che nel suo intervento dirà: “Dio non è soltanto il distributore di giustizia; ha anche una funzione redimente. Dio è vicino a chi soffre, a chi è umile; non desidera che il bene (…) e aspetta per questo la nostra collaborazione”), atei, ex sacerdoti, anarchici, mazziniani, umanisti, esistenzialisti. Per il mondo cattolico, fra i protagonisti c’è Luciano Chiappini, che, scrivendo a Balboni, oltre alle parole sopracitate, lo ringrazia per l’opportunità “di ascoltare, di discutere, di conoscere le esperienze più svariate, di allargare insomma i confini delle nostre cognizioni al proposito. […] Ogni specie di rancori, di dualismi, di avversioni, di indifferentismi mi pare tanto deleteria da relegarla, almeno per quanto mi riguarda, nel mucchio delle tentazioni da evitare, mentre la carità e la comprensione – che non vogliono affatto significare rinuncia ai propri principii e incompatibili compromessi – costituiscono la base più solida e, per me, cristiana, sulla quale edificare le costruzioni più eccelse e più vitali per questa povera umanità immersa nel fango e assetata di bene”. Interverranno, tra gli altri, Pasquale Modestino e don Elios Giuseppe Mori, che rifletterà su come “l’uomo è ammalato. Ha perciò bisogno d’una verità: quale soluzione più umana di quella che con filiale amore congiunge l’uomo a Dio? Gesù s’innesta nella storia sviluppando una gamma infinita di variazioni cristiane. […] Ci si può salvare agganciandosi a Gesù; il mezzo per arrivare a questo è l’amore e l’adesione alla Chiesa, che non è, tuttavia, essenziale al cristianesimo. Non si potrà allora più parlare di ‘noi’ e degli ‘altri’ perché quando c’è di mezzo Cristo siamo tutti ‘noi’”. L’anno successivo, il 18 aprile 1948, Casa Romei ospiterà invece il Convegno nazionale del Movimento di Religione. Giovanni Gonnet, professore e storico valdese, scrive a Balboni nel ringraziarlo: “Il Convegno di Ferrara mi ha lasciato una profonda impressione. Malgrado tutto, è ancora possibile, in Italia, parlare insieme lingue diversissime e comprenderci ugualmente, o almeno c’è la buona volontà di comprenderci e stimarci reciprocamente”. La vicenda di Balboni è stata minuziosamente raccontata da Daniele Lugli nel libro “Silvano Balboni era un dono, Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, presentato lo scorso 26 marzo alla libreria Feltrinelli di Ferrara, ultimo appuntamento del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie”. Una vita, quella del giovane ferrarese, giustamente portata a conoscenza di un pubblico ampio. Balboni, rimasto legato alla sua compagna, Ester Merlo, fino all’ultimo, morirà a soli 26 anni il 7 novembre 1948, a causa di una rapida malattia.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 05 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Perché si parla poco di Maddalena e delle altre discepole di Gesù?

18 Mar

Una lettura di genere su chi seguiva il “Maestro” Gesù: Piero Stefani e Silvia Zanconato ne hanno discusso in Biblioteca Ariostea

donne vangeloSeguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

La chiamata

“Due, innanzitutto – ha esordito Stefani – sono i tipi di chiamata di Gesù: la prima, nel Vangelo di Marco, rivolta ai primi quattro discepoli (due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), avviene all’inizio, nel primo capitolo (Mc 1, 14-20: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”), e i chiamati “lo seguono solamente, senza rispondergli a parole, anche se Lui li invita a seguirlo pur non avendo alcuna autorità dimostrata”. I quattro, quindi, “escono dalla propria condizione lavorativa, di pescatori, dalle proprie ‘strutture etiche’” (lavoro e famiglia). Nel Vangelo di Luca, invece, successivo come elaborazione a quello di Marco, “è come se chi scrive sentisse maggiormente la necessità di accreditare Gesù come autorità. Per questo, la chiamata dei quattro avviene dopo la cosiddetta ‘pesca miracolosa’”(Lc 5, 1-11). In entrambi i casi, comunque, “il luogo della predicazione è aperto, pubblico e non sacrale”. Riguardo alle discepole, invece, ha spiegato la Zanconato, i loro nomi, al contrario dei maschi, “non sono ben attestati, ma oggi si può dire con sicurezza che vi erano anche donne alla sequela di Cristo, anche se i Vangeli non riportano la loro chiamata in modo esplicito”. Oltre che in Luca (Lc 8, 1-3), è soprattutto nel capitolo 15 del Vangelo di Marco che si parla di donne che “facevano parte a pieno titolo della cerchia di Gesù”: “C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15, 40-41). “Si può dire che fossero discepole – ha spiegato la Zanconato – perché si usano i termini tipici del discepolato ebraico, ‘seguire’ e ‘servire’. Inoltre, è scritto che sono con Lui fin dalla Galilea, “quindi dall’inizio della sua predicazione”, e fino a Gerusalemme: “è Gesù stesso a chiedere ai discepoli, e solo a loro, di seguirlo fino a lì”.

La non-comprensione

Ma il seguirlo fisicamente non è sempre accompagnato a una piena comprensione. “Una non-comprensione, quella delle parole di Gesù – ha spiegato Stefani – da parte dei discepoli, che si accentua soprattutto col preannuncio della passione, morte e Resurrezione. Il loro è quindi un non-comprendere innanzitutto chi è davvero Gesù”. Quest’ultimo, comunque, a parziale “discolpa” dei discepoli “era anti-dogmatico, itinerante, a volte dava interpretazioni spiazzanti della Legge”, ha invece commentato la Zanconato: insomma, “non era semplice essere suoi discepoli, starci dietro implicava un allenamento esistenziale non irrilevante”. Inoltre, Gesù usa spesso le parabole, “forme comunicative non sempre così chiare nel loro significato”, ma utili per “‘costringere’ chi lo ascolta a sperimentare nuovi metodi di ragionamento, di comprensione del reale non scontati. Il discepolo/la discepola deve quindi allenarsi a osservare la realtà da più punti di vista, a porsi domande, a farsi sollecitare dagli interrogativi di Gesù”. Una sola volta, però, nei Vangeli, non è Lui a insegnare o a porre domande, ma un’altra persona, donna e pagana, che gli chiede di guarire la figli indemoniata: “Egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. ‘È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’” (Mt 15,21-28). Insomma, la donna, perlopiù ‘pagana’, risponde a tono a Gesù “perché comprende il significato profondo delle sue parole – ha proseguito la relatrice -, e in un certo senso gli fa cambiare idea, facendo emergere la Sua Misericordia. Gesù è quindi capace di flessibilità mentale, dimostando davvero di credere in ciò che insegna”. “La sua itineranza, inoltre – ha aggiunto Stefani -, implica insufficienza, sentirsi bisognosi dell’aiuto degli altri, perlopiù delle donne”.

Fra Pietro e Maria Maddalena

Su queste due figure in particolare si sono concentrati i due relatori nella parte finale dell’incontro. “Pietro è sicuramente presentato, fra i dodici, come il primo – sono parole di Stefani -, ma non è indicato in modo chiaro come successore. Inoltre, è colui che maggiormente non-comprende le parole di Gesù, il quale lo chiama addirittura ‘Satana’ (‘tentatore’)”. “Interessante sarebbe riflettere meglio sul primato – quasi mai riconosciuto – di Maria Maddalena”, ha proseguito invece la Zanconato. Questa donna era insieme a Maria e a san Giovanni sotto la Croce (Gv 19,25-27), ed è la prima a vederlo risorto (Gv 20,11-18). “Nella storia però si è tentato purtroppo di etichettarla come prostituta, come peccatrice, rimuovendone volontariamente il primato”. Recentemente è stato il Santo Padre a riconoscere, anche se in parte, il suo ruolo fondamentale: il 3 giugno 2016 la Congregazione per il Culto Divino ha infatti pubblicato un decreto con il quale, “per espresso desiderio di papa Francesco”, la celebrazione di santa Maria Maddalena (che ricorre il 22 luglio), memoria obbligatoria, è stata elevata al grado di festa liturgica. Un passo decisivo, anche se di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

S. Bernardino da Siena, il primo “pubblicitario”

11 Mar

Il trigramma IHS, ideato dal frate toscano, non è solo, dopo la Croce, il simbolo più usato nel mondo cristiano, ma anche uno dei primi “marchi” di successo. Non a caso San Bernardino è patrono dei pubblicitari italiani e di quelli francesi…

san bernardinoCome sintetizzare in un’immagine, in un “logo”, diremmo oggi, la vita e il nome di Cristo, in modo che nella memoria di chi lo ammira possa rimanere facilmente impresso? Una domanda di questo genere non se la pongono solamente artisti e architetti sacri in età moderna e contemporanea. Forse il primo a interrogarsi, creando quello che può essere considerato – con le dovute sostanziali differenze – il primo “marchio” cristiano (dopo la croce, naturalmente) è stato San Bernardino da Siena, non a caso dal 1956 patrono dei pubblicitari, sacerdote dell’Ordine dei frati Minori francescani, nato nel 1380 a Massa Marittima (Grosseto), morto a L’Aquila (di cui è compatrono) il 20 maggio 1444 e canonizzato nel 1450. Per diversi anni fu instancabile predicatore, girando, dal 1417, diverse città del centro e nord Italia, tra cui Ferrara, che visitò almeno tre volte fra il 1407 e il 1443. In due occasioni il suo intervento venne considerato miracoloso, per aver allontanato la peste dalla città. “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, diceva San Bernardino, convinto che mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo nome ricordava ogni aspetto della sua vita, morte e Resurrezione. In una sua omelia spiegò: “il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l’annunzio e l’ascolto della sue parole. Donde credi si sia diffuse in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù?”.

Un “logo di successo”

Fu così che ebbe l’intuizione – da grafico pubblicitario ante litteram – di realizzare il celebre trigramma col nome del Figlio di Dio. Si tratta di un sole raggiante con al centro le lettere IHS, ovvero le prime tre del nome Gesù in greco, su campo azzurro. Esistono però altre due interpretazioni, una secondo cui sarebbero l’abbreviazione del motto costantiniano “In Hoc Signo (vinces)”, l’altra invece di “Iesus Hominum Salvator”. Il sole rappresenta Cristo, entrambi donatori di vita, mentre i raggi – l’irradiarsi della Carità – sono dodici (come gli Apostoli) serpeggianti e otto (come le Beatitudini) diretti. La fascia circondante il sole rappresenterebbe invece la felicità senza fine dei beati. L’asta sinistra dell’H a volte viene allungata e tagliata in alto, così da formare una croce, altre volte quest’ultima poggia sulla linea mediana dell’H. Vennero poi riprese le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi (2, 8 -11), che circondano il simbolo: “nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”. Vi è anche un ulteriore significato mistico dei dodici raggi serpeggianti, richiamanti una litania. Il trigramma IHS nel tempo divenne diffusissimo (lo usò anche Santa Giovanna d’Arco e divenne il simbolo dei Gesuiti), e veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, dove Bernardino e i frati predicavano, sostituendo blasoni e stemmi delle varie Famiglie e Corporazioni. Andrea Mantegna, ad esempio, lo dipinse nella lunetta del portale della Basilica del Santo a Padova (foto al centro) che S. Bernardino visitò e dove pure predicò. Alcune volte il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città a predicare, oppure sulle tavolette di legno che poggiava sull’altare dove celebrava la Messa, e con la tavoletta benediceva i fedeli una volta terminata la liturgia. A Ferrara il trigramma di San Bernardino campeggia, in cotto, nella facciata del cortile interno del Museo di Casa Romei, visibile dall’ingresso su via Savonarola (foto sotto), e in molti altri luoghi della città, fra cui – solo per citarne uno – il rosone centrale della chiesa di Santo Stefano. Una chiesa di San Bernardino da Siena, con annesso monastero (di monache dell’Ordine di San Francesco), esisteva a Ferrara in Corso Giovecca, angolo con via Mortara, acquistato da Lucrezia Borgia nel 1509 per sua nipote Camilla, che si trasferì lì con altre venti monache. Chiesa e parte del monastero sono state demolite nel 1825.

Patrono dei pubblicitari

L’uso del trigramma gli procurò, nell’imemdiato, non pochi problemi: venne accusato, infatti, di eresia e idolatria, soprattutto da parte degli Agostiniani e dei Domenicani. Per questo subì ben tre processi, nel 1426, 1431, e 1438, dai quali uscì ogni volta assolto con il favore speciale di papa Eugenio IV, che lo definì “il più illustre predicatore e il più irreprensibile maestro, fra tutti quelli che al presente evangelizzano i popoli, in Italia e fuori”. Venendo in epoca moderna, è del 1955 il primo riconoscimento da parte della Chiesa. Una Bolla dell’Arcivescovo di Bologna Cardinal Lercaro, pubblicata nel Bollettino ufficiale dell’Archidiocesi bolognese (n. 6-7, giugno-luglio 1955), lo proclama patrono dei pubblicitari bolognesi. Successivamente diventa patrono dei pubblicitari italiani, con il Breve Pontificio Laudativa Nuntia di Pio XII del 1956, nel quale è scritto: “La pubblicità ai nostri giorni, com’è noto, s’è sviluppata al punto da essere considerata un’arte, e da raccogliere in associazione coloro che vi si dedicano. Naturalmente è un’arma a doppio taglio; se la si esercita rettamente, può insinuare nella gente il bene e il giusto; se invece, con uso perverso, offre allettamenti al male, può portare a rovina. È parso perciò conveniente porre i pubblicitari sotto una speciale protezione celeste. Così molti di loro hanno deciso di scegliersi come Patrono S. Bernardino da Siena, il quale, infiammato da ammirabile ardore, diffuse fra le masse la fede cattolica, valendosi di quei mezzi che erano più adatti a inculcarla, come di brevi massime che scuotevano gli animi o di immagini che esprimevano una verità divina, in particolare del Trigramma del SS.mo Nome di Gesù, e infine della conoscenza della psicologia popolare. A nome dunque dei pubblicitari che si valgono dei giornali, delle riviste, del cinematografo, della radio, dei cartelloni stradali e simili, Ci sono pervenute preghiere intese a ottenere da Noi la proclamazione di quel Santo a Patrono Celeste di tutti quegli italiani che si dedicano a quell’arte. Le loro preghiere, appoggiate dal diletto Nostro figlio Card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, ben volentieri abbiamo deciso di esaudirLe mossi dal desiderio che la loro attività si conformi ai principi della religione e dell’onestà […]”. In seguito si è tentato di estendere il patrocinio a tutto il mondo. Nel 1962 Giovanni XXIII si richiamava alla decisione di Pio XII e proclamava San Bernardino patrono dei pubblicitari francesi. Nel Breve relativo del 20 maggio 1962, si legge: “La Santa Madre Chiesa si preoccupa che le professioni, che assicurano all’uomo un progresso autentico, rispettino le esigenze della religione e della pietà, dovendosi ogni lavoro e occupazione riferirsi a Dio primo principio e fine ultimo. Seguendo questo principio, Pio XII […], che, consapevole del suo compito, fece di tutto per richiamare ad una visione e a una prassi cristiana tutti i ceti sociali e tutte le professioni ed i mestieri, si compiacque accogliere le richieste dei pubblicitari d’Italia di poter avere celeste patrono della loro associazione San Bernardino da Siena. E non senza ragione la scelta era caduta su questo esimio annunciatore di Cristo, il quale, nel diffondere la divina parola, fece ricorso anche ai numerosi sussidi che molto efficacemente si usano per persuadere la religione al popolo e che, sia pur in un modo nuovo, vengono oggi, più o meno usati anche dai pubblicitari” [Acta Apostolicae Sedis, 54 (1962), p. 86-87]. Non si ha notizia, per ora, di ulteriori richieste provenienti da altri Paesi. Non vi è dubbio, però, che grafici, pubblicitari, artisti e illustratori molto devono a questo umile girovago francescano, che ha saputo – come un vero grafico pubblicitario – usare pochi simboli elementari, dando vita a un “logo”, sintesi inimitata del nome di Gesù.


 

Appuntamento il 21 marzo a Casa Romei

Giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30), Claudio Gualandi e Andrea Sardo (Direttore di Casa Romei), discuteranno sul tema “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”. L’incontro è legato all’esposizione “Romei e gli altri. Scene di vita ferrarese nelle illustrazioni di Claudio Gualandi” esposta nel Museo di via Savonarola fino al 24 marzo. Gualandi si occupa di progettazione grafica e allestimenti dal 1976. Nel 1982 apre lo Studio di cui restano famosi i manifesti per il Ferrara Buskers Festival Edizioni 1991/2007 e la mostra dedicata ai vent’anni dello studio presso la Casa dell’Ariosto. Da quasi 40 anni “mette in scena” città e monumenti italiani affollati da un universo bizzarro, con uno stile inconfondibile e gusto teatrale nella composizione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

 

Apertura e complessità: il papato di Francesco

11 Mar

Una Chiesa vissuta, globale, ecumenica, sinodale e periferica è quella che Massimo Faggioli il 7 marzo a Ferrara ha descritto come la Chiesa che Bergoglio sta tentando di costruire. Ma le difficoltà sono tante, dalla Cina agli USA e, soprattuto, riguardo al vaso di pandora degli scandali legati alla pedofilia e agli abusi sessuali

4805Un relatore di altissimo profilo è intervenuto la sera dello scorso 7 marzo nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana in via XX settembre a Ferrara. Si tratta di Massimo Faggioli, nato a Codigoro 49 anni fa, residente a Ferrara dal 1978 al 2008, quando si è trasferito negli USA, dove è docente ordinario nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University (Philadelphia). L’anno scorso è uscito il suo ultimo volume, “Cattolicesimo, nazionalismo, cosmopolitismo. Chiesa, società e politica dal Vaticano II a papa Francesco” (Armando Editore). Faggioli nel suo intervento, al quale hanno assistito una 50ina di persone, ha cercato di ricostruire i caratteri prevalenti dei primi sei anni del pontificato di Francesco, “il primo papa a non essere anche ‘il’ teologo della Chiesa”.

Una Chiesa vissuta, non astratta

Questo non per mancanze del Pontefice, ma perché Francesco è “visceralmente antideologico, odia declinare il cristianesimo in una ideologia – conservatrice o liberale che sia – perché la sua idea di Chiesa è vissuta, è popolare. E questa sua visione la mette in pratica su divere questioni, come ad esempio il tema dell’omosessualità, del matrimonio o del divorzio, temi sui quali non modifica la dottrina ma ha un approccio coraggioso su come la stessa debba essere applicata”, ha spiegato. Per Francesco “non c’è un astratto da applicare a qualsiasi situazione, e questo è un cambiamento epocale”.

Il Papa della globalizzazione e dell’ecumenismo

La Chiesa, inoltre, pur essendo, per sua natura, universale, “per la prima volta ha un Papa davvero globale, e che ha compiuto passi molto importanti a livello ecumenico, con fatti e gesti concreti”. In particolare, si pensi al suo “avvicinamento al mondo islamico”, col quale Francesco “mette in pratica l’idea fondamentale di papa Giovanni XXIII sulla fraternità universale, diversa e più profonda da quella pur importante di dialogo”. Ciò è molto significativo in un mondo “nel quale si alzano muri o dove sono i mari ad essere ’sbarrati’ come se fossero muri”.

Sinodalità e riforme attese

Proseguendo, secondo Faggioli, “Papa Francesco chiama la Chiesa a cambiare anche su come governare se stessa, anche se rimane uno dei problemi di fondo, il fatto che la gerarchia è ancora troppo maschile e clericale. La sinodalità – ha proseguito – è dunque uno dei capisaldi del suo pontificato, intesa come vera inclusione di tutto il popolo di Dio, non solo del clero o degli uomini”. Con i Sinodi e il recente incontro para-sinodale, inoltre, “Francesco ha dimostrato di non considerare il Vaticano come mero palcoscenico per le sue dichiarazioni, ma come luogo per chiamare la Chiesa, da tutto il mondo, a parlare. La speranza – sono ancora parole di Faggioli – è che nella cosiddetta ‘fase 2’ del pontificato, Francesco riesca a fare quelle riforme istituzionali così difficili da portare a termine, a causa delle tante resistenze”.

Nelle periferie “impossibili”

Riguardo al rapporto col mondo, Faggioli ha poi spiegato come “il Papa sceglie di compiere i suoi viaggi prevalentemente nel mondo post-cristiano o dove i cristiani e in particolare i cattolici sono minoranza, perlopiù piccola”. Fra i gesti più importanti da lui compiuti, ricordiamo l’incontro col Patriarca di Mosca, Kirill, all’aeroporto dell’Avana nel settembre 2016, e, due anni dopo, l’accordo col governo cinese sulla nomina dei Vescovi.

USA, il punto dolente

Ampio spazio Faggioli ha poi dedicato, com’è logico dato il punto di vista privilegiato, alla situazione negli States. “Quando Bergoglio venne eletto al soglio pontificio – ha spiegato -, mi accorsi subito che ci sarebbero state tensioni nei suoi confronti, ma mai avrei pensato che sarebbero state così forti. Negli USA c’è una forte resistenza politica, sociale e culturale nei suoi confronti, con picchi di tensione registrati durante il Sinodo della famiglia – Amoris Laetitia per la stragrande maggioranza dei vescovi nordamericani è come se non esistesse -, e con l’elezione di Trump a Presidente.

“Abusi, se ne parlerà ancora per molto tempo”

La condanna del cardinale Pell, il caso dell’ex cardinale McCarrick e le accuse al Papa da parte dell’ex nunzio apostolico a Washington Viganò. Questi sono solo alcuni dei casi più gravi ed eclatanti nell’intera terribile vicenda riguardante gli scandali sessuali che hanno coinvolto sacerdoti, vescovi e cardinali. Riguardo a Viganò, “il fatto che lo scorso settembre fu appoggiato da alcuni vescovi e cardinali (molti dei quali statunitensi, tra cui il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale americana, ndr), mi ha fatto davvero temere per uno scisma: andavo a letto senza sapere se il giorno successivo avrei trovato ancora una, oppure due, tre Chiese diverse”, ha commentato Faggioli. La questione della pedofilia e degli abusi sessuali nella Chiesa, “oltre a essere legata a diverse questioni teologiche, è connessa in modo forte a questioni politiche. Siamo di fronte a una crisi epocale, siamo come all’inizio di Mani Pulite: non si può prevedere cosa accadrà. Papa Francesco comunque – sono ancora sue parole -, è cosciente del fatto che che questo bubbone non è scoppiato ancora del tutto, e vuole invece che accada, non vuole coprire niente, vuole che i crimini emergano e che vengano puniti. Di sicuro, di questo tema se ne parlerà ancora per molto tempo, e sempre più anche nel nostro Paese”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quella santità “feriale, piccola, di tutte/i e comunitaria”

11 Mar

L’Ottavario di S. Caterina Vegri si è concluso sabato 9 marzo con la riflessione di Cristina Simonelli sulla “Gaudete et Exsultate”

5051L’importanza di “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Amare usare un linguaggio vivace e appassionato Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle teologhe italiane) per tentare di spiegare e di riflettere insieme a chi l’ascolta, su cosa sia la santità. Lo ha fatto anche nel pomeriggio di sabato 9 marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nella giornata conclusiva dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, dedicato appunto al tema della santità e della bellezza. Nel suo intervento dedicato in particolare all’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (GE), la Simonelli ha voluto innanzitutto omaggiare S. Caterina Vegri, richiamando la sua “pietas verso la fragilità dei corpi e dei volti”. Da qui il collegamento con la Misericordia, tema quanto mai centrale nel pontificato di Francesco, scandito, non solo in GE, dal tema della gioia (“Evangelii Gaudium”), della letizia (“Amoris Laetitia”), e della lode (“Laudato si’”). “Il documento ha un cuore biblico, rappresentato dalle Beatitudini – ha spiegato -, ma vi è anche un cuore del cuore stesso, la cosiddetta regola del volto, che ha come bussola Mt 25, 45: “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Torna quindi la sopracitata “pietas davanti al corpo” del prossimo, come, ad esempio, può essere quello dei “naufraghi, che è quasi come stare davanti a una reliquia, a un ex-voto”, e da qui il legame col periodo quaresimale, “nel quale ognuno è chiamato a un cammino penitenziale, a porsi in ginocchio davanti alle ’reliquie’ del corpo del Signore”. Da ogni pagina di GE emerge proprio questa “spiritualità di santità”, intesa come “profondità evangelica di forma di vita”. Ricorrente è, innanzitutto, il discorso sui cosiddetti “santi della porta accanto” (GE 6-9): “Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati”, scrive Francesco. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio […]. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’ ”. Questa “santità di tutte e di tutti”, una “santità feriale”, è possibile incontrarla “nella quotidianità di una vita buona”. L’idea, dunque, è che la strada sia “luogo di santità”, luogo di uscita verso il prossimo, e al tempo stesso (una cosa non esclude l’altra) lo è anche “la casa”, la prossimità familiare. Una santità, questa, come accennato, “leggera ma non superficiale, nel senso che non si tratta di un lavoro al ribasso”, e che, anzi, può arrivare – ma non necessariamente – al “martirio”. E’ anche – ha proseguito la relatrice – una “santità diffusa in un mondo che, certo, è teatro di un dramma ma anche luogo dove possiamo sentire la sintonia con le nostre sorelle e i nostri fratelli, respirare la santità ovunque, anche in persone che chiamano Dio in un altro modo, o che non lo chiamano proprio”. Possiamo perciò “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Infine, la santità è anche quella “dei piccoli particolari” (GE 144) e non può non essere “santità della comunità, intesa come salute della nostra vita comune, matrice nella quale sanamente si può sviluppare la santità di ognuno. Ciò, naturalmente, non toglie l’influsso dello Spirito – ha concluso la Simonelli -, ma è importante per capire che non solo questo agisce, ma anche lo spirito condiviso”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“E’ diventata sacramento da donare agli altri”

4 Mar

“Il diario di bordo” di una persona credente: così Guido Boffi ha definito le “Lettere” di Laura Vincenzi, la cui nuova edizione è stata presentata nel Monastero delle Clarisse di Ferrara lo scorso 2 marzo, alla presenza di circa 150 persone

Laura 3Una fede, al tempo stesso “semplice e sbalorditiva”, in quel “Dio che si fa, diventa le nostre gambe, i nostri occhi, la nostra guida”, cercando, in ogni attimo, di comprendere “i Suoi piani”. La vita di Laura Vincenzi continua a interrogare e a diffondere semi di speranza, di bellezza, di santità. Anche per questo, è stata scelta la sua testimonianza come centrale nell’Ottavario di Santa Caterina Vegri di quest’anno. Il pomeriggio di sabato 2 marzo ha visto circa 150 persone (tra cui anche un gruppo dalla parrocchia Santa Croce di Bologna) ritrovarsi nel Monastero ferrarese del Corpus Domini per l’attesa presentazione in città – dopo quella a Tresigallo del 18 gennaio scorso – delle “Lettere di una fidanzata”, da poco riedite da Editrice Ave. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi (Presidente AC), che ha sottolineato in particolare come l’evento sia stato preparato insieme da diverse associazioni diocesane, è stato proiettato un video realizzato da Gioventù Studentesca/Comunione e Liberazione di Ferrara, nel quale tre adolescenti commentano ciò che la lettura delle “Lettere” ha portato nelle loro vite. Rachele (4° Liceo Ariosto) ha sottolineato come nella vita della giovane “ogni cosa era fatta con semplicità e con una fede che sempre la circondava, convinta fino all’ultimo che Qualcuno non l’avrebbe abbandonata”. Laura aveva dunque “accettato la sfida di vivere la propria vita fino in fondo”, ha spiegato Giorgio (4° Liceo Roiti): “in questo tentativo vedo anche un po’ della mia esperienza”. Concetto ripreso da Chiara (5° Liceo Roiti), secondo cui Laura “ha vissuto la fede in ogni ambito, prendendola davvero sul serio”. Il destinatario di quelle stupende missive era Guido Boffi, allora suo fidanzato, e che negli anni ha portato avanti la memoria della ragazza, curando anche l’ultima edizione delle “Lettere”. Intervellato dalle letture di stralci delle “Lettere” a cura di Gian Filippo Scabbia con accompagnamento musicale di Roberto Berveglieri, Boffi ha spiegato come le pagine di Laura continuano a lasciare una “traccia profonda in tante persone, anche atee. Fin dall’inizio, anche prima della malattia, colpisce innanzitutto la sua fiducia incondizionata nell’Eterno, che la porta, nonostante le sempre minori sicurezze, a porre come centrale la relazione autentica con l’altro, e con un Altro”: l’altro/l’Altro è dunque “il luogo dove l’amore si fonde con la fede”. Laura viveva la propria santità quotidianamente, “la propria vita – ha proseguito Boffi – non temeva di perderla ma voleva solamente spenderla per gli altri, realizzarla nell’amore”. Questo libro è una specie di “diario di bordo” di una persona credent, e in esso “Dio non viene mai accusato del male nel mondo, ma è sempre e comunque una Presenza positiva”, che le ha permesso di “mantenere una sbalorditiva serenità e di rafforzare i legami con le altre persone, fino a diventare, lei stessa, sacramento da donare agli altri. I santi quindi – ha concluso – non sono gente da piedistallo ma sono in mezzo a noi, ognuno di noi può esserlo”. Il secondo intervento è stato del Vicario generale mons. Massimo Manservigi, il quale ha esordito riflettendo su due citazioni: un’antica intuizione cristiana – “Quando muore un Santo, è la morte che muore!” – e, dell’apostolo Paolo, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). “In Laura vi è stato questo progressivo svuotamento di sè per essere riempita di Cristo, la sua esistenza dimostra in modo chiaro come la vita terrena abbia qualcosa a che fare con l’eternità, che si costruisce qui e ora”. Un hic et nunc che non richiama nulla di effimero, anzi: “centrale nelle sue lettere – ha proseguito mons. Manservigi – è il cambiare ottica, guardando e compiendo tutto a partire dal progetto di Dio. E in questo, a mio parere, in Laura vi è un approfondimento, non una progressione nel tempo, nel senso che è qualcosa che lei ha sempre avuto, anche prima della malattia”. Laura scopre che nel presente, nell’oggi, non in un futuro indefinito, “c’è la possibilità di approfondire ciò che Dio vuole per lei”, c’è insomma sempre un’urgenza di comprendere quali sono i piani di Dio, e di vivere di conseguenza. Nella parte conclusiva del proprio intervento, il Vicario ha citato la Lettera apostolica “Salvifici doloris” del 1984 nella quale Giovanni Paolo II in particolare scrive: “si può dire che l’uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza”. “Possiamo dire che Laura è ’via della Chiesa’: nel modo in cui vive la propria fede e la propria malattia, è, infatti, costantemente testimone della comunione dentro la Chiesa, ed è esperienza della Chiesa che vive la sofferenza in una persona”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Tramite Isacco, Dio chiede a ognuno di prendersi cura della fragilità del prossimo”

4 Mar

E se il figlio di Abramo e Sara fosse un disabile mentale? La teoria di don Gianni Marmorini presentata al Corpus Domini di via Campofranco

5Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Se Gesù “ci mette in crisi”…

4 Mar

Presentato a Ferrara l’importante lavoro di Nicholas Naliato di traduzione e commento del Vangelo secondo Marco

gesùUna certosina opera di commento del Vangelo secondo Marco, per dare al lettore sempre nuovi motivi di interrogarsi, “obbligandolo” a uscire da sé “per seguire Cristo, incontarlo e comprenderlo, affinché cambi la nostra vita”. Con questo intento Nicholas Naliato – classe 1982 originario di Lendinara, con alle spalli studi teologici ma anche ingegneristici – ha affrontato il secondo dei Vangeli canonici nel volume “Come sigillo sul tuo cuore”, edito dalla casa editrice La Carmelina di Ferrara e presentato lo scorso 25 febbraio nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Pur tenendo conto degli studi esegetici, della critica testuale – ha spiegato l’autore -, il mio commento non è pensato per specialisti, ma ha un taglio più teologico-spirituale: vuole interrogare il lettore più che dare risposte”. Come scrive nella prefazione don Torfino Pasqualin, suo “maestro” spirituale, questo commento “vuol essere una conversazione serena, una guida affabile e accattivante per un lettore credente, per condurlo ad acquisire una consuetudine abituale e continua con il testo del Vangelo”. “La Sacra Scrittura – ha spiegato Naliato – è una storia interpretata da persone che hanno vissuto una determinata esperienza, e la raccontano dopo l’evento della resurrezione, che è il fulcro delle vicende umane”. L’esperienza del Risorto apre dunque al “fare memoria”. La memoria è ricordare, ed etimologicamente significa “riportare al cuore”. “Il passato – sono ancora parole dell’autore – serve quindi come cifra interpretativa presente e come apertura al futuro, come speranza. La vita del credente è dunque una tensione tra presenza e memoria. Presenza – quella di Gesù – che si dà come assenza fisica, per cui la resurrezione, evento unico nella storia, permette un incontro, un incontro particolare, perché non avviene direttamente, ma attraverso dei testimoni”, gli evangelisti appunto. “È solo l’incontro col Risorto – ha proseguito Naliato – che stravolge la storia e il suo senso, aprendo a un futuro di salvezza, aprendo un tempo di attesa del compimento, che però è un’attesa fattiva, operosa”, piena di speranza. Nello specifico, il Vangelo tradotto e commentato “si pone come racconto dell’amore di Dio per l’uomo, e si basa sulla domanda: ’chi è Gesù?’ ”. “Meditare sul Vangelo secondo Marco significa dunque mettere in gioco la nostra idea di Gesù, idea che tante volte rischia di essere soggettiva e quindi falsata”. Ogni Vangelo non va letto “credendo di sapere già cosa vi è scritto, e quello secondo Marco, in particolare, ci mette in crisi, proprio come il giovane ricco (Mc 10,17-31). Il Gesù di Marco – ha proseguito – ci fa capire che è necessario passare attraverso questa crisi per capire davvero chi è Gesù, per riconoscerlo”, il quale vive, lui stesso, nel corso della sua esistenza terrena, “un processo di maturazione”. “Gesù è dinamico e sfuggente – ha riflettuto Naliato -, e questo ci ’obbliga’ a ’uscire da noi stessi’ per seguirlo, per cercarlo, per capire, per incontarlo, per poi rientrare in noi stessi, ma nuovi, diversi, cambiati”. “L’identità di Gesù – scrive nel volume – non può, strettamente parlando, essere indagata con occhi solamente umani; essa è qualcosa che ci viene rivelata dal cielo”. Il Vangelo secondo Marco, scrive ancora, “è il Vangelo del Padre che ci guida a Gesù, perché solo nel Figlio possiamo accedere al Padre. Marco non vuole descriverci il Padre, ma vuole che la Parola del Padre giunga a noi perché possiamo comprendere che solo nella sequela del Figlio possiamo giungere a Lui”. L’identità di Gesù è dunque mistero, mistero inteso come “realtà che ci supera e superandoci ci contiene”. Per concludere, Naliato scrive ancora: “Gesù non ci chiama solo ad inserirci nel profondo mistero d’Amore di Dio, egli vuole incontrarci affinché questo mistero così insondabile ci possa stare di-fronte. […] Di-fronte a Gesù noi stiamo di-fronte alla totalità immensa del mistero di Dio che ci chiede di ‘ascoltare’ ”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio