Dire la verità parlando col cuore

20 Feb

L’incontro annuale del Vescovo coi giornalisti: «più attenzione ai temi della sicurezza sociale»

«Parlare col cuore» come normale conseguenza dell’ascolto e dell’incontro con le persone. È questo il tema al centro del Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Tema ripreso lo scorso 14 febbraio anche a Ferrara in occasione dell’annuale iniziativa dell’UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana per la Festa del Patrono San Francesco di Sales, alla presenza del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego. L’appuntamento si è tenuto nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara e ha visto prima la S. Messa e poi un momento di confronto del Vescovo con i giornalisti. 

«Non sempre l’informazione tratta quanto dovrebbe i temi della sicurezza sociale: ci vuole una visuale più ampia», ha riflettuto il Vescovo nell’incontro. «Il nostro è un territorio in sofferenza, con un calo importante della popolazione anche nel capoluogo». Critica a nuove trivelle per il gas nell’Adriatico, finanziamenti alle scuole paritarie, aumento della povertà e violenza sulle donne: sono, questi, per mons. Perego, alcuni dei temi sociali su cui la stampa dovrebbe porre maggiormente l’attenzione. 

«Recentemente – ha proseguito – mi sono incontrato coi Vescovi di Chioggia e Rovigo per contrastare il progetto delle trivelle nell’Adriatico: il rischio è che i nostri Lidi scompaiano. Il territorio va, invece, salvaguardato, soprattutto per le future generazioni». Il Vescovo ha poi posto l’accento sulla scarsità dei finanziamenti pubblici per le scuole paritarie («facendo così venir meno il principio di sussidiarietà»), sul tema della violenza sulle donne, sull’aumento della povertà causato anche dalle sempre più frequenti separazioni e divorzi. Tutti problemi di sicurezza sociale che però spesso non trovano abbastanza spazio sui giornali. E che vanno affrontati soprattutto «a livello educativo», per contrastare anche «la crescente disaffezione alla politica che abbiamo visto alle recenti elezioni regionali».

Nell’omelia mons. Perego ha invece riflettuto su come «la comunicazione del Vangelo serve a tutti per conoscere la ricchezza della presenza di Dio nella storia. Vangelo e storia s’incontrano, come Vangelo e cronaca, non perché il Vangelo debba condizionare la lettura della storia e dei fatti di cronaca, ma perché nella lettura e nella comunicazione dei fatti, con libertà, si possa “parlare con il cuore”, non esasperare i fatti, non distruggere le persone, non generare conflittualità. Troppe volte – sono ancora sue parole – più che “parlare con il cuore” si parla, si comunica con una pregiudiziale – politica, sociale, culturale – che esaspera, fino a falsare, aspetti, situazioni, relazioni. La spersonalizzazione della notizia – ha proseguito – rischia di considerare anche le persone oggetti di indagine, più che soggetti con cui entrare in relazione: da vedere, ascoltare e con cui parlare».

«Ogni anno aumentano i problemi economici della stampa, quindi anche di quella diocesana», ha invece riflettuto Alberto Lazzarini, Presidente UCSI Ferrara. «Ma abbiamo ancora il dovere, a maggior ragione oggi, di diffondere i nostri valori cristiani, di dire la verità». Di un’informazione che «dia voce alla realtà, senza artefarla, per far emergere la verità», ha parlato anche Francesco Zanotti, neo Presidente UCSI Emilia-Romagna: «”parlare col cuore” – ha spiegato – significa mettere tutti noi stessi nel nostro lavoro. L’UCSI lo immagino come un luogo dove poterci incontrare e confrontare, comprendendo che si tratta di un cammino che stiamo compiendo insieme». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Mostra di Matteo Venturini alla Galleria del Carbone

20 Feb

La genesi, la chiamata, il ritorno. Un cammino animato da una sana inquietudine il cui approdo è in parte incerto (come la stessa genesi?).

Fino al 26 febbraio nella Galleria del Carbone di Ferrara è visitabile la mostra di Matteo Venturini “Non sei di segno minore”. In quella che è la sua prima personale, l’artista espone due cicli pittorici: “Genesi” e “Mare dentro” ed alcune altre opere.

Venturini nasce a Ferrara nel 1988. Laureato in Quaternario, Preistoria e Archeologia a Ferrara, in vita ha fatto diversi mestieri tra cui, oggi, quello di educatore. La sua ricerca pittorica sboccia da una passione costante per il disegno, ereditata dal padre Francesco. Il suo percorso è stato poi perfezionato grazie alla conoscenza di alcuni artisti come Gianni Cestari, Marcello Darbo e Laura Zampini, oltre alla frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. La mostra gode del Patrocinio del Comune ed è visitabile dal mercoledì a domenica ore 17-20.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Medico dei bimbi nel mondo: storia di Andrea Franchella 

15 Feb

Noto chirurgo pediatrico di Ferrara, dal 1995 gira i continenti per curare i bambini che nessuno vuole curare. Lo abbiamo incontrato di ritorno dall’Uganda e prima della partenza per la Guinea

di Andrea Musacci

Andrea Franchella riusciamo a incontrarlo nei pochi giorni di pausa a Ferrara, tra un periodo in Uganda, dov’è stato, e uno in Guinea Bissau, dove si è recato per dieci giorni fino al 19 febbraio.

Franchella, “medico missionario”, chirurgo pediatra in pensione da 5 anni, porta la sua “chirurgia solidale” (come lui la chiama) in giro per il mondo, in quei Paesi dove la sua specializzazione nemmeno esiste, o le strutture sono inadeguate oppure i servizi inaccessibili per i poveri.

Una grande passione

Ferrarese, parrocchiano di Santa Francesca Romana (ma cresciuto tra San Benedetto e Casa Cini), Franchella ha iniziato nel 1995 a portare la propria umanità e la propria professionalità in angoli del pianeta dove la miseria la fa da padrona. Le prime missioni sono state eseguite con finanziamenti e collaborazioni con la Fondazione per la Ricerca Pediatrica “Renzo Melotti”, Rotary International e WOPSEC (World Organisation of Pediatric Surgery for Emerging Countries).

«Fino al 2018 usavo le mie ferie di Natale o estive per andare all’estero in missione. Ora invece che sono in pensione, mediamente ci vado per 6 mesi non continuativi all’anno». Gli chiediamo come sono nate la sua passione per la medicina e il suo desiderio di portare la propria esperienza in realtà così drammatiche in giro per il mondo. «Mio padre era medico – racconta a “La Voce” – e mi ha trasmesso la passione». In particolare, l’ambito della chirurgia pediatrica è un ambito che ho sempre amato e che mi permette di aiutare molte persone. La mia professione mi ha sempre appassionato, non ho mai avuto dubbi al riguardo». A un certo punto, però, Franchella vive un momento di inquietudine: «ho iniziato a interrogarmi sul perché anche per i bambini l’avere cure adeguate deve dipendere da quale parte del mondo nascono». Siamo negli anni ’90, Franchella ha già raggiunto una buona maturità professionale. È dunque un forte spirito solidale a spingerlo a provare questo tipo di esperienza come medico nel terzo e quarto mondo. Ma questo non bastava: bisognava organizzarsi per avere strumentazioni, strutture adeguate, per formare il personale locale. È così che l’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica ha voluto concretizzare e rafforzare i progetti di aiuto sanitario creando, nel luglio 2003, una propria Associazione, “Chirurgo & Bambino Onlus” oggi ODV, diretta dallo stesso Franchella.

Esperienze di una vita

Nel 1995 iniziano le prime esperienze di Franchella all’estero, per la precisione ad Antigua in  Guatemala, dove si recherà fino al 2002 presso la onlus “Obras Sociales Hermano Pedro”. «Da colleghi – ci spiega – venni a sapere che l’WOPSEC voleva far partire un progetto in questa località dove esiste una missione francescana, in un ospedale dove c’era anche bisogno di un supporto chirurgico. Io, altri chirurghi e anestetisti partimmo, e creammo un Centro specializzato nella cura delle malformazioni facciali dei bambini. Nel progetto fu coinvolto anche il Comune di Ferrara che finanziò la degenza post operatoria». 

Dopo un anno in Ecuador nel 2002, Franchella si reca per 5 anni nella regione di Tharaka in Kenya, per un progetto rivolto soprattutto a bambini ustionati, un problema molto diffuso in quel Paese, che quando non porta alla morte, può lasciare comunque danni funzionali enormi. Tra il 2005 e 2006 sarà anche in Armenia e Georgia, dove collabora con “Operation Smile” per progetti legati a pazienti con cheiloschisi (il labbro leporino) e palatoschisi. «Nei Paesi poveri, queste sono operazioni che normalmente vengono eseguite tramite compenso economico», ci spiega. Dal 2007 al 2011, collaborerà con un’altra organizzazione, “Smile Train” in Bangladesh, Yemen, Etiopia, Costa d’Avorio, Benin ed Irak, mentre dal 2007 al 2009 con la ONG “Adid” in Mauritania, per un progetto per il trattamento dei bambini ustionati. «Qui come in tanti Paesi poveri – ci spiega -, i bambini vengono operati da chirurghi normali perché non esiste la chirurgia pediatrica. Un bambino, però, non può essere considerato un “piccolo adulto” ma un essere in sviluppo». Subire un’operazione senza accortezze fondamentali, «può portare a conseguenze sulla sua crescita». 

Arriviamo al 2010, quando ad Haiti inizia a collaborare con la Fondazione “Francesca Rava NPH Italia” per un progetto di formazione in chirurgia pediatrica all’Ospedale S. Damien di Haiti, diretto da padre Rick Frechette, sacerdote passionista e medico americano. Un luogo dove manca il rispetto per la vita umana: «durante una Messa in ospedale vidi portare una decina di “pacchi” davanti all’altare: ci misi un po’ a capire che erano corpi di bambini morti, fasciati, che da giorni attendevano le esequie». Nel 2011, poi sarà in Tanzania presso l’ospedale di Mbweni dove collaborerà con l’associazione “Ruvuma Onlus”, e per la costruzione di una struttura ambulatoriale di primo soccorso presso la scuola orfanotrofio ”Pietro Marcellino Corradini“ di Morogoro. 

Il presente in Africa

Attualmente Franchella è responsabile per la parte clinica del “Children’s Surgical Hospital” di Emergency a Entebbe in Uganda (nella foto, con un ragazzo operato). «È un progetto molto importante che mi ha visto coinvolto fin dall’inizio. Qui, rispetto alle mie precedenti esperienze, Emergency. ha costruito un ospedale d’eccellenza di chirurgia pediatrica, progettato da Renzo Piano e con 74 posti letto, 6 letti di terapia intensiva, 16 di terapia semi-intensiva. Un esempio di medicina d’eccellenza, dove coordino l’ambito chirurgico e formo anche il personale locale: attualmente, ad esempio, seguo tre ugandesi e un eritreo». In Uganda lo accompagna sempre la moglie Angela, insegnante di matematica in pensione, che ha dato vita a un progetto di scuola in ospedale come quello esistente a Ferrara.

Ma ora vi è anche un progetto futuro per la Clinica Pediatrica “Sao Josè en Bor” a Bissau in Guinea-Bissau. L’attuale Ministro della Salute del Paese africano, Dionisio Cumbà, professionalmente è cresciuto in Veneto: nel 1991, grazie alla borsa di studio di alcune parrocchie e alla guida del missionario padre Ermanno Battisti, ha iniziato a studiare Medicina a Padova, per poi, dopo la laurea, specializzarsi in Chirurgia pediatrica. Sposato con un’italiana, e con due figli, Cumbà per un anno ha anche lavorato con Franchella all’Ospedale di Ferrara, ma poi ha deciso, cosa rara per i medici, di tornare nel suo Paese e di mettere in piedi un servizio di chirurgia pediatrica, che non esisteva. «Per questo mi ha chiesto aiuto e sono stato lì già tre volte, facendo formazione e portando strumentazione». Venerdì 10 febbraio Franchella è partito per la Guinea-Bissau assieme al figlio Sebastiano, otorinolaringoiatra, in vista della creazione del servizio di otorinolaringoiatria, anch’esso mancante.

Le mani di Shamira

La nostra chiacchierata con Franchella scegliamo di concluderla attraverso una storia che sembra poter avere un lieto fine. È quella di Shamira, bimba ugandese di 8 anni, che ha avuto ustioni devastanti a entrambe le mani, ustioni che le impedivano di aprirle. «Ora sta meglio, l’ho operata, riesce anche a prendere due mie dita. «Dal punto di vista chirurgico era stata abbandonata», ci spiega. «E molti bimbi in questo e in altri Paesi poveri spesso sono abbandonati, prima o in seguito all’incidente per cui necessitano di cure. La povertà può gettare tante madri nella disperazione».

Il servizio che Andrea compie è dunque importante perché aiuta anche – per quel che può – a curare, oltre alle ferite del corpo, quelle non visibili dell’anima di tanti bambini.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

In Congo fra miseria e speranza: «portiamo il Vangelo a chi non lo conosce»

6 Feb

In occasione della visita apostolica di Papa Francesco nel grande e martoriato Paese africano, abbiamo contattato alcuni missionari lì presenti: storie di donne e uomini al servizio degli ultimi

Suor Delia Guadagnini: «Vicino a chi ha bisogno»

«La presenza e la consolazione, questo portiamo alle persone». Ci tiene molto suor Delia (nella foto, durante la visita a una famiglia a Keba) affinché sul nostro Settimanale passi questo messaggio, elementare quanto si vuole, ma cuore della sua missione in Congo, dov’è presente dal 1989. 

Lei è suor Delia Guadagnini delle Saveriane di Maria, dal 2014 fino al maggio scorso in missione a Uvira e ora nella parrocchia di Keba, Diocesi di Kongolo, provincia di Tanganyika, nella parte meridionale del Paese vicino al confine con l’Angola. Il trasferimento è stato una conseguenza anche della chiusura della comunità delle saveriane a Luvungi, 60 km da Uvira.

Qui vive in una casetta restaurata e offerta dal capo villaggio – «piccola ma molto accogliente» – assieme a due consorelle, Elisa e Dumiel. La loro, è la prima presenza di religiose in 50 anni di parrocchia a Keba: una zona di primo annuncio, quindi. «Incontriamo persone che iniziano ora a essere toccate dal Vangelo. Ma quando siamo arrivate ci hanno accolte con un calore straordinario».

«Le nostre attività sono molto semplici, stiamo in mezzo alla gente», ci racconta. «Ci siamo date un po’ di tempo per capire quali sono i bisogni delle persone, quindi visitiamo le famiglie, gli ammalati, chiunque ne abbia necessità. Cerchiamo poi di essere presenti nelle nostre comunità cristiane di base: sto cercando ad esempio di andare in quella più lontana, una comunità che si sta sfasciando, coi giovani che se ne sono andati». In generale, prosegue suor Delia, «siamo presenti nella pastorale giovanile e nell’insegnamento di religione e di altre materie nell’unica scuola secondaria qui a Keba». Ma il centro rimane la vicinanza a chi soffre: «ci sono situazioni di sofferenza e malattia mai viste altrove», con anche malati gravi, «senza grandi speranze di avere cure appropriate. La nostra presenza è per loro fonte di consolazione».

Stare in mezzo alla gente, vicino alle persone, quindi, «condividendo il loro quotidiano, entrando nelle loro case e interessandoci ai loro problemi: questo facciamo. Siamo qui con la nostra vita per mostrare, almeno un po’, l’amore di Dio, il suo farsi vicino».

Riguardo alla visita del Papa in Congo, suor Delia ci racconta di come qui si sia passati dallo «scoraggiamento collettivo» dell’anno scorso dopo l’annullamento del viaggio, alla «grande gioia per l’annuncio della nuova data, da parte di cristiani e non: il Santo Padre – infatti – è visto non solo come autorità religiosa ma anche morale, umana e sociale, che può aiutare il nostro Paese».

I suoi giorni di permanenza nel Paese, qui la gente li ha seguiti come poteva, coi mezzi che possiede. «Anche noi abbiamo cercato di far sentire qualche suo piccolo messaggio e cercheremo di tradurli in swahili. La sua voce è stata di un po’ profetismo eccezionale».

«Pregate per il Papa e per noi – conclude suor Delia -, perché la sua visita possa trovare solchi aperti a questo seme che possa crescere e svilupparsi, perché la nostra fede sia più forte, la nostra carità più incisiva e la nostra speranza possa portare frutti di pace e di comunione. Un abbraccio a tutta la Diocesi di Ferrara-Comacchio».

Padre Rino Benzoni: «Qui grande forza vitale»

È originario di San Lorenzo di Rovetta, nel bergamasco, padre Rino Benzoni (nella foto assieme ad alcuni ragazzi in attesa del Papa), ex superiore generale dei saveriani, ora missionario nella capitale Kinshasa. 

Gli chiediamo dove si trova la sua parrocchia di San Bernardo (che guida assieme ad altri due saveriani, un burundese e un congolese): «il nostro è un quartiere centrale, Ndanu – ci spiega -, ma è come se fosse periferico, in quanto ex zona paludosa nella quale poi si è costruito ma che si inonda ad ogni pioggia». In questa zona tanta gente vive in povertà, anche estrema, la scuola, ad esempio, è a pagamento («quella di Stato è disastrosa»), e così la sanità, «con anche tanti approfittatori e ciarlatani». Questa massa di poveri, padre Rino la definisce più volte «la fascia rigettata e schiacciata dal resto della società».

I saveriani fanno quello che possono per aiutare queste persone: oltre alla pastorale ordinaria, padre Rino, ad esempio, gestisce un complesso scolastico parrocchiale (dalle Elementari alle Superiori) con 1100 alunni. «Quando capiamo che c’è estremo bisogno, veniamo incontro alle famiglie per il pagamento della retta». E poi c’è un importante Centro di formazione per il futuro clero.

La comunità cattolica qui è «grande e sviluppata», e la scorsa settimana ha partecipato con calore agli incontri col Santo Padre, lo stesso padre Rino era presente sia all’incontro coi giovani, come accompagnatore, sia a quello coi religiosi. Due momenti di particolare commozione. «La sua visita temo che non porterà a chissà cosa: il cuore dei potenti è più duro di una bomba», dice padre Rino. «Se riuscisse, però, a rimotivare la nostra Chiesa, a reindirizzarla, a parlare al cuore dei cristiani, sarebbe già molto». Sarebbe «un segno di speranza, soprattutto perché finisca la guerra col Rwanda». 

«Il nostro popolo – prosegue p. Rino riprendendo le parole dell’Arcivescovo card. Fridolin Ambongo Besungu al Papa – è sofferente, schiacciato ma coraggioso. È un popolo che sa lottare, sa lodare e celebrare». L’ultima parte della nostra telefonata è, quindi, sull’anima di questo popolo indomito, e sulla nostra perduta: «In Italia, in Occidente la società sta morendo perché non ha più vita». In Congo, invece, «manca tutto ma c’è la vita, questa gente possiede una forza vitale fondamentale per andare avanti: lo vedo nel modo che hanno di riunirsi, di lottare, di celebrare, come detto dal nostro Vescovo. Il loro ideale è quello di trasmettere la vita, mentre il nostro è il benessere. Per questo abbiamo bisogno non di messaggi di pietà ma di speranza. E il Papa ancora una volta ci ha dato un grande messaggio di speranza».

Don Davide Marcheselli: «Curiamo corpo e anima»

Don Davide Marcheselli (nella foto, assieme a due responsabili di comunità cristiane) è un sacerdote della Diocesi di Bologna che collabora con i saveriani nella guida della parrocchia dello Spirito Santo a Kitutu. Siamo nel sud Kivu, Diocesi di Uvira, una terra maledetta. Una zona difficilmente raggiungibile. 

«Le strade – ci racconta al telefono via WhatsApp – in questo periodo sono devastate dalle piogge, quindi è ancora più difficile spostarsi». La sua parrocchia – che comprende 14 comunità – è sconfinata, «si estende su una lunghezza di 100 km e una larghezza di…non saprei dire». I confini, infatti, a un certo punto scompaiono, inghiottiti dall’immensa e cupa foresta. «Non sono pochi i cattolici ma percentualmente rispetto al totale della popolazione, è non più del 15-20% a partecipare regolarmente alla Messa». Le due Celebrazioni domenicali vedono, infatti, la presenza, in tutto, di un migliaio di persone. 

Oltre alla normale, pur difficile, pastorale, don Davide insieme ai saveriani gestisce anche il progetto di un Centro sanitario a favore, in particolare, di donne incinte e bambini. «Qui c’è tantissima malaria e febbre tifoide – ci spiega -, e tantissima malnutrizione. Inoltre, stiamo aprendo una piccola sala operatoria per parti cesarei e altri piccoli interventi». Il sistema sanitario statale è poco efficiente e molto oneroso. «Fuori dalla capitale – dice con chiarezza – lo Stato non esiste».

Gli domandiamo quindi come la comunità cristiana di Kitutu ha vissuto l’attesa per l’arrivo del Papa e stia vivendo la sua permanenza in Congo. «In maniera ordinaria, nulla di particolare perché è un evento estremamente lontano» – qui siamo a oltre 2mila km dalla capitale -, «e inoltre la nostra è una comunità rurale lontana dalla comunicazione, dov’è difficile avere informazioni. Se il Papa fosse venuto a Goma» – com’era previsto per luglio scorso, nella visita poi rimandata -, magari ci sarebbe stato più interesse nelle nostre zone». 

In ogni caso, secondo don Marcheselli quella del Santo Padre «è una visita molto importante perché pone a livello globale un’attenzione al Congo e alle sue grossissime problematiche, a partire dalla guerra qui nell’est del Paese». Una guerra che don Davide non esita a definire «non civile ma d’aggressione del Rwanda nei confronti del Congo». La speranza è che questo gesto del Papa «possa portare a cambiamenti, un vento di novità, di rinvigorimento almeno nella zona occidentale del Congo. Importanti, ad esempio, sono state le parole di Francesco contro l’impoverimento del nostro Paese a causa del neocolonialismo». 

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Grazie a Dio, la polvere che siamo diventa gloriosa»: mons. Marco Frisina a Ferrara

6 Feb
Mons. Marco Frisina a Ferrara

Giornata per la Vita. Erano oltre 150 le persone che la sera del 4 febbraio si sono ritrovate a S. Stefano per il concerto con le meditazioni di mons. Marco Frisina

L’uomo senza Dio è destinato alla sopraffazione, a perdere la propria vita, come se quel soffio vitale che è lo Spirito non lo abitasse. È stato un intervento magistrale quello che mons. Marco Frisina ha donato la sera del 4 febbraio scorso alla nostra città. Oltre 150 i presenti nella chiesa di Santo Stefano per l’incontro organizzato da SAV Ferrara, Scienza&Vita e Ufficio diocesano Famiglia in occasione della 45a Giornata per la Vita.

Il compositore romano ha alternato i propri commenti ai canti del Coro S. Maria Assunta di Cernusco sul Naviglio diretto dal M° Franco Cipriani. Questi i brani eseguiti: “Credo in te”, “La vera gioia”, “Jesus Christ you are my life”, “O luce radiosa”, “O Signore nostro Dio”, “Un cuor solo”, “Verbo della vita”. 

La serata ha visto i saluti introduttivi di don Franco Rogato, uno degli organizzatori, e di Chiara Mantovani del SAV, mentre un saluto finale l’ha rivolto il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego. Commovente anche l’intervento conclusivo della stessa Mantovani, la quale ha ricordato la vita del beato Hermann di Reichenau, monaco benedettino e compositore del “Salve Regina” e oggi, per molti, vita sacrificabile in quanto “storpio” a causa della sua paraparesi spastica.

Quel «pupazzo di polvere» follemente amato da Dio

«L’uomo oggi vive in una prosperità apparente, si illude così di essere vivo ma si dimentica l’aspetto creaturale. Dio è scomparso dai nostri orizzonti e noi ci illudiamo di poter prendere il suo posto». Così mons. Frisina ha introdotto le proprie meditazioni. «Ma poi, nei momenti drammatici ci si accorge», anzi ci si “ricorda”, «di essere poveri uomini, con una fragilità impensabile, fino alla morte in cui quelle illusioni così forti all’improvviso scompaiono».

Dio, infatti, ha prima fatto l’uomo come «un pupazzo di polvere», ma poi gli ha infuso il soffio vitale nelle narici. È lo Spirito Santo, «la Vita di Dio, il Suo “respiro”». Dio – che è essenzialmente amore, dono e relazione – in questo modo, donandogli la vita, «dona sé stesso all’uomo». E poi «maschio e femmine li fece», anche se oggi – ha commentato – «si fa questa distinzione del “genere”», che porta «in maniera un po’ ridicola» all’indistinzione.

L’uomo quindi porta con sé il sigillo di Dio, che «imprime il suo volto nel cuore dell’uomo», facendolo così diventare simile a Lui, ma non facendolo diventare come Lui. Questa è anche una sorta di «condanna» per l’uomo, che ha «nostalgia di Dio, dell’assoluto, una nostalgia più forte di qualsiasi altra cosa. L’uomo desidera tutto, l’assoluto, Dio, ma non può raggiungerlo, anche se è fatto per Lui». Questo voler avere tutto, lo può anche portare a confondere Dio con le cose (questo è il peccato), quindi all’avidità: anche nelle cose materiali, «l’uomo ha bisogno di tutto, cerca il tutto». E qui si inserisce il diavolo, che «“vende” all’uomo ciò che l’uomo già possiede, ma presentandoglielo in una maniera talmente accattivante da illuderlo di non averlo già» (che significa anche credere che «può fare a meno di Dio»). Questa avidità, questo autoinganno portano alla volontà di dominio e alla sopraffazione. Ma è proprio qui, è proprio così che l’uomo per guadagnare tutto, «perde tutto, si degrada, torna polvere», quella polvere che è, senza Dio.

Ma la polvere degli esseri umani – ha proseguito mons. Frisina con un’intuizione superba – è anche rappresentata da quelle con le quali «copriamo noi stessi, le maschere dietro le quali ci nascondiamo», come Adamo quando, dopo il tradimento, “scopre” di essere nudo, capisce cioè di essere polvere e null’altro. Dio continua però ad amare l’uomo, e «l’uomo può riprendersi la gloria perduta tornando a Dio», non nascondendosi e non fingendo più, «riscoprendo che il proprio cuore è immagine di Dio», il luogo dove può trovarLo. Proprio per questo, il santo non è – come spesso si pensa – colui che è perfetto, ma «colui che si lascia perfezionare da Dio». Non sono le opere, ma la grazia, a liberarci dalla miseria: «lo Spirito Santo per ognuno di noi realizza dei vestitini di grazia su misura, perché Dio odia le cose fatte in serie, la massificazione, la globalizzazione omologante. Ama, invece, la diversità, che è ciò che davvero ci arricchisce».

È dunque – ha concluso – lo Spirito Santo la Vita stessa – «soffio dolce e violento» – «ciò che rende gloriosa la polvere che siamo». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ebrei e cattolici, tre esempi di grande umanità

30 Gen

Donna Gracia Mendes Nassì, Emanuel Merdinger e Vittorio Cini: dal XVI secolo al Novecento, avventure e aneddoti per capire l’importanza delle libertà religiosa e culturale

A cura di Andrea Musacci

Una trama complessa di relazioni, sempre illuminate dal desiderio di libertà e verità. Sono le storie raccontate il 25 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, a Palazzo Roverella a Ferrara. L’incontro “Muri confini dialoghi incontri” – organizzato da “De Humanitate Sanctae Annae”, Assoarma Ferrara, Circolo Negozianti e Istituto del Nastro Azzurro – ha visto al centro le vicende di Donna Gracia Mendes Nassì, Emanuel Merdinger e Vittorio Cini. Introdotto e moderato da Riccardo Modestino, il pomeriggio ha visto le conclusioni affidate a don Claudio Vanetti, parroco del Gesù: «la cultura è la chiave per costruire un ponte, anzi è il ponte stesso. E la cultura è anche un luogo teologico, aprendo nell’uomo lo spazio per Dio. Sono le religioni, non le fedi, a fare la guerra», ha aggiunto. «Le prime, infatti, fan Dio sulla loro misura, mentre la vera fede cerca di fare l’uomo a misura di Dio». Le storie che vi raccontiamo sono esempi di persone che hanno scelto quest’ultima possibilità.

Donna Gracia Mendes Nassì, pioniera dello Stato di Israele

Nata nel 1510 a Lisbona, battezzata con il nome di Beatrice De Luna a causa delle imposizioni dei “cristiani” sovrani portoghesi, a 18 anni diventa sposa di uno zio importante commerciante di spezie. Dopo essere rimasta vedova giovanissima e con una figlia, e a causa dell’Inquisizione, si trasferisce ad Anversa dove aiuterà i Mendes a far espatriare tanti marrani. Ma non rimane ferma, Beatrice, spostandosi prima a Venezia e, nel 1548, a Ferrara. Qui potrà tornare, grazie agli Este, Donna Gracia Nassì, ebrea. Sarà l’unica donna che nella Ferrara del XVI secolo potrà godere di ampia autonomia. Per tre anni vive a Palazzo Roverella. La tappa successiva della sua vita diventa Costantinopoli, dove ha buoni rapporti col sultano Solimano, sempre continuando a gestire gli affari di famiglia e ad aiutare i propri correligionari.

Ma vi è un aneddoto poco noto riguardante il destino degli ebrei in Israele, solo appena accennato da uno dei relatori della giornata, Carlo Magri. Donna Gracia a fine anni ’50 ha, infatti, un’idea: offre al Sultano di ricostruire la città di Tiberiade, ormai in rovina, aumentando così, per l’impero ottomano, le ricchezze ricevute dalle tasse. Di fatto, Donna Gracia diviene governatrice della città. Il suo progetto era destinato a entrare nella storia: far convogliare tutti gli ebrei sparsi nel mondo finalmente nella Terra d’Israele. Sogno che, in buona parte, si realizzerà invece solo dopo il 1948. Nel 1561 Don Yosef Nasi (successivamente nominato “Signore di Tiberiade”) e il rabbino Yosef Ben Aderet iniziano la costruzione delle mura della città, poi abbellita e resa ricca. Come fecero poi i loro eredi nel Novecento, il loro primo progetto è quello di piantare alberi – aranci, pini e soprattutto gelsi – e di introdurre l’apicoltura per produrre miele. Ebrei iniziano ad arrivare dalla Spagna e dal Portogallo, e Donna Gracia vi fa costruire anche una sinagoga e una Bet HaMidrash, una casa di studio della Torah.

Purtroppo, però, la situazione si complica quando diversi musulmani iniziano a condannare il fatto che gli ebrei vivono non più sottomessi a un potere islamico (e solo così tollerati), ma che stanno diventando indipendenti. Qualcosa che non piace nemmeno a molti ambasciatori europei. Alla fine, dunque, il Sultano cede  e il glorioso progetto si conclude.

A Donna Gracia lo Stato di Israele ha dedicato un francobollo e alcune medaglie, mentre nel 2018 Amos Gitai ha realizzato un film su di lei, proiettato in anteprima al MEIS, e nel 2020 le è stato dedicato un fumetto, “L’ebrea errante” (uscito su Lanciostory), oltre ad alcuni cartoons e filmati reperibili su You Tube.

Emanuel Merdinger, ebreo coraggioso e amico dei cristiani

Lo stesso Magri, insieme a Francesco Paparella, ha parlato anche delle vicende di Emanuel Merdinger (nella foto, insieme a Bruno Paparella), a cui i due hanno dedicato il libro “Distillare o essere distillati” (Ed. Carmelina, 2021). Merdinger, ebreo, nasce nel 1906 a Suceava in Bucovina, regione allora parte dell’Impero austro-ungarico, oggi tra Ucraina e Romania, e nel ’31 si laurea in farmacologia all’Università di Praga. Si traferisce a Ferrara dove nel ’34 e ’35 consegue all’Università le lauree in Farmacia e Chimica. Diviene docente e amico di molti in città, anche cattolici. «A fine anni ’30 – ha raccontato Magri – un giorno si reca alla Casa del Fascio per fare un’offerta per i poveri, ma i fascisti li rispondono che a Ferrara i poveri non esistono…Allora la donazione la fa tramite la Chiesa. A Ferrara – ha proseguito – era talmente famoso che nella corrispondenza indicavano solo nome e cognome, senza bisogno di aggiungervi l’indirizzo». 

Nel ’38, a causa delle leggi razziali, diventa “apolide” in quanto straniero ebreo, ma riesce a rimanere a Ferrara due anni grazie alle amicizie, che arrivano fino al Prefetto di Ferrara. «Si manterrà con piccoli lavoretti – ha raccontato Paparella -, ad esempio insegnando il tedesco ad alcuni sacerdoti». Il 20 maggio 1940 viene, però, cacciato dall’Italia e finisce nei campi di concentramento delle sue zone d’origine, prima prigioniero dei tedeschi poi dei russi, ma nel luglio ’45 riesce a tornare a Ferrara, sua patria d’adozione. È mons. Bovelli, su spinta di Alighiero Paparella, amico di una vita di Merdigner, a informarsi sulle sue condizioni di prigionia: vengono coinvolti anche la Santa Sede e la Croce Rossa. Un comandante del campo dove l’avevano imprigionato, esclamò a ricevere la missiva vaticana: «Come spiega il fatto che il Vaticano sia interessato a Lei?». Grazie a questo intervento, riesce a tornare a Ferrara: «qui – ha proseguito Paparella – arriva con le scarpe rotte e risuolate con pezzi di pneumatico. Appena giunto in città va subito a suonare a casa dell’amico Alighiero», padre di Bruno, Ercolino, Edmondo e Lydia.

Proprio dai racconti di quest’ultima, 94 anni, l’unica rimasta dei quattro figli, sono nate le ricerche e quindi l’idea della pubblicazione su Merdinger. Quest’ultimo nel ‘47 si trasferisce negli Stati Uniti dove diviene un ottimo ricercatore universitario. Muore 50 anni dopo, nel 1997.

Le riunioni ferraresi di Cini che fecero cadere Mussolini

A Vittorio Cini (1885-1977), politico, imprenditore e mecenate nato a Ferrara in quella che oggi è Casa Cini, sulla “Voce” del 13 gennaio scorso abbiamo dedicato un ampio servizio, soffermandoci in particolare sulla sua “riconversione” al cristianesimo (servizio citato da Francesco Scafuri il 25 gennaio).

A Palazzo Roverella tre interventi hanno cercato di delineare questa figura eclettica, imprevedibile, decisiva per la storia d’Italia. Un aneddoto, in particolare, è ancora poco noto. Ne ha parlato il nipote Giovanni Alliata di Montereale: «tra giugno e il 25 luglio del 1943 mio nonno Vittorio (per due mesi Ministro delle Comunicazioni, ndr) si incontrò diverse volte con altri Ministri, tra cui Grandi e Bottai, a Casa Cini a Ferrara» per decidere della caduta del governo Mussolini. Casa Cini fu, dunque, luogo simbolo della maturazione di quella svolta che cambiò la storia del nostro Paese.

Da lì inizia una delle “riconversioni” di Cini, quella politica, che lo portò anche a finanziare, come ha spiegato Scafuri, la Resistenza veneta, donandole 5milioni di lire al mese. «Mio nonno Vittorio – ha raccontato Giovanni Alliata – «aiutò anche diversi ebrei, fra cui il critico e storico dell’arte Bernard Berenson, intervenendo presso la Prefettura di Firenze. Non era davvero un fascista, fu obbligato da Mussolini a diventare Ministro» e dopo due mesi, appunto, «si ribellò cercando di convincere il Duce a uscire dalla guerra».

La seconda parte dell’intervento di Scafuri e poi quello di Marialucia Menegatti si sono, infine, concentrati sulle questioni riguardanti Ferrara – con Palazzo Renato di Francia donato da Cini al Comune per dedicarlo all’istruzione (e infatti divenne sede del Rettorato, ma dal 2012 è chiuso per lavori) -, e sul suo ruolo di mecenate. Qui Menegatti ha citato il riconoscimento ricevuto da Cini nel ’64, il Premio Assostampa Ferrara, ex aequo con Giovanbattista Dell’Acqua – e una sua espressione, emblematica dell’amore del conte per il sacro e per il bello: bisogna accogliere la bellezza con «devozione fervente», difenderla e conservarla. Un bell’insegnamento da chi ha cercato di modellare la propria vita su Dio.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Artisti ferraresi dietro le quinte: da Melli a Berselli

30 Gen

Gli artisti Roberto Melli, Severo Pozzati e Laerte Milani, oltre alla costumista Adriana Berselli nel libro di Scardino “Cinema Pittura Ferrara”

«I film dovranno diventare disegni viventi», profetizzava un secolo fa Hermann Warm, scenografo de “Il gabinetto del dottor Caligari”. Tecnici, artigiani, scenografi, costumisti. E ancora: attrezzisti, tappezzieri, falegnami, stuccatori, fabbri e sarte. Dietro un film effettivamente vi è un mondo variegato di professionisti spesso poco considerati ma in realtà fondamentali per la realizzazione dell’opera. Un concerto di creatività che fa essere un film qualcosa di infinitamente più complesso e affascinante di una mera sequenza di riprese. 

Lo ricorda Lucio Scardino, critico e storico dell’arte, nel suo libro da poco edito “Cinema Pittura Ferrara. Quattro artisti ferraresi prestati alla Settima Arte” (Ed. La Carmelina, 2022).

L’autore si sofferma in particolare su quattro creativi del nostro territorio che hanno tentato, con alterne fortune, di realizzarsi anche nell’ambito cinematografico. Parliamo di Roberto Melli (1885-1958), Severo Pozzati (1895-1983), Laerte Milani (1913-1987) e Adriana Berselli (1928-2018).

Un crescendo, temporalmente parlando, di riconosciuta fama: si parte con Melli, pittore e scultore che riscosse ben poco successo nel suo tentativo: fu direttore artistico della San Marco Film, sceneggiatore e scenografo de “La piccola fioraia”, co-regista de “La cugina d’Alcantara” e “La casa dei libri”, regista de “Il fiore del destino”. 

Poi, Pozzati, detto Sepo, artista comacchiese, che collaborò con la Felsina Film, prima come insegnante nella scuola per attori e tecnici, poi realizzando alcune scenografie. Successivamente, firmò soggetto e regia di “Fantasia bianca”, film ben presto dimenticato.

Sicuramente più successo ebbe lo scultore Milani, originario di Mezzogoro: dagli anni ’40 realizzò prima documentari scientifici per il GUF (Gruppo Universitario Fascista) ferrarese, poi, con altri (grazie allo “Studio Milani” o “Pubblicine”), alcuni shorts, cortometraggi pubblicitari d’animazione proiettati nei cinema locali prima dei film, e una pellicola animata, “Destinazione errata”. In seguito, si concentrò su cartoons, scenografie, fondali e disegni animati.

Infine, la vera “diva” del quartetto: Berselli, costumista, nata nell’ospedale dei bambini di via Savonarola, considerata – da un articolo di “Repubblica” – «regina dei costumi del cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta». Lavorò tra l’altro per “La voce del silenzio” di Georg Wilhem Pabst, “L’avventura” di Antonioni (foto), altre pellicole con Virna Lisi, Peter Seller, Sylva Koscina, Michel Piccoli, o dirette ad esempio da Roman Polanski e Carlo Lizzani. 

Modi diversi, dunque, di tentare di dare il proprio contributo alla Settima Arte. In ogni caso, un tassello importante di ricerca di un ambito ben poco noto del legame tra Ferrara e il cinema.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 febbraio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Religioni e omosessualità: quale dialogo?

17 Gen

Incontro con la persona, nella verità e nella carità, e attenzione alla relazionalità: le parole di don Alessio Grossi

L’incontro con la persona, nella verità e nella carità, e la valorizzazione della sua dimensione relazionale. Da questo, non da altro, bisogna partire se si intende affrontare seriamente il delicato e complesso tema dell’omosessualità e della transessualità. 

Ed è questo l’approccio proposto da don Alessio Grossi, Direttore del Consultorio familiare “InConTra” della nostra Arcidiocesi, invitato a confrontarsi sulla questione lo scorso 13 gennaio al Centro Culturale Cappuccini di Argenta, per l’incontro “Dialogo: un ponte che unisce. È possibile un dialogo fra religioni e omosessualità?”. L’occasione è stata la – poco nota – “Giornata per il dialogo fra religioni e omosessualità”, in questo modo valorizzata dall’Assessorato organizzatore, quello per le politiche sociali.

La posizione di don Grossi si è posta ad un maggiore livello di profondità, non cadendo né in facili moralismi né in altrettanto pericolosi sentimentalismi. «In questi anni la Chiesa Cattolica – ha spiegato – sta vivendo un periodo di vitalità interna, con posizioni tra loro diverse e a volte contrastanti». Una posizione di chiusura e di mera condanna, ha proseguito, «spesso ha provocato molta sofferenza nelle persone omosessuali e nelle loro famiglie», trasformandosi in «vera e propria discriminazione, facendo sentire queste persone sbagliate». Un’esperienza, quella di don Grossi, diretta: «da psicanalista accompagno diverse persone o coppie omosessuali». Novità positiva, questa nella nostra Chiesa, che vive anche una «fioritura della ricerca teologica sul tema, e della pastorale». Il tutto con un unico grande fine: «il bene della persona e la ricerca della verità». Come riferimenti, don Grossi, oltre al testo “Che cos’è l’uomo” della Pontificia Commissione Biblica (dicembre 2019) ha citato “Amoris laetitia” di papa Francesco (in particolare il n. 250), nella quale «si riconosce la necessità di accogliere e accompagnare sia le famiglie con persone omosessuali sia le famiglie omosessuali», perché possano «vivere una vita veramente umana». Così, si ripensa la persona in un ambito relazionale (in quanto immagine e somiglianza di Dio): «gli atti non hanno un valore in sé ma dentro una dimensione relazionale», vale a dire «nella capacità di relazionarsi con l’altro, di non usarlo, nella capacità di progettazione e nella generatività». Anche le persone omosessuali, quindi, «sono capaci di amare e di una generatività diversa, in altre forme». Infine, don Grossi ha spiegato come a Ferrara ancora non esistano gruppi o associazioni cristiane di persone omosessuali o di genitori di persone omosessuali: ma in diverse parti d’Italia negli ultimi anni sono nate diverse realtà di questo tipo, centrate su un percorso condiviso di ricerca, preghiera e lettura della Parola.

Molto più liquidatorio l’approccio di Hassan Samid, Coordinatore del Centro culturale islamico di Ferrara: «l’omosessualità è peccato, quindi anche il matrimonio tra persone omosessuali non potrà mai essere riconosciuto nel mondo musulmano, perché nell’Islam il matrimonio è un contratto», non un sacramento, «importante per regolarizzare il rapporto sessuale. È tecnicamente impossibile, quindi, perché un peccato non si può regolarizzare». Per Samid alla base di certe idee vi è «un laicismo esasperato che considera ogni desiderio un diritto. Di questo passo si arriverà al poliamore». Non vi sono, quindi, per Samid, «i presupposti per un dialogo sull’omosessualità, perché le religioni non soddisfano ogni desiderio trasformandolo in diritto, ma al contrario, nell’Islam ogni aspetto della vita è regolato da dettami religiosi, dalla volontà di Dio». 

Un dibattito importante, quindi, questo svoltosi ad Argenta, e moderato da Piero Stefani. Dialogo che meriterebbe molte più occasioni, come ha auspicato Manuela Macario, presidente di Arcigay Ferrara, intervenuta anche per specificare come «la nostra associazione non fa differenze di credo religioso fra i propri iscritti», e per riflettere su quanto sia importante «il dialogo con persone omosessuali credenti che si pongono domande su come poter  vivere la loro fede». Insomma, è lo stile da modificare, perché un approccio sbagliato è anche quello che «a molti fa pensare l’omosessualità solo come comportamenti sessuali e non anche, e soprattutto, come dimensione sentimentale e relazionale». La tavola rotonda si è conclusa con gli interventi di Annalisa Felletti (Consigliera di parità della Provincia di Ferrara) e Walter Nania (Coordinatore Cidas Servizio Sistema Accoglienza Integrazione – Comune di Argenta).

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«So di non essere mai sola»: Giulia Gabrieli esempio di fede

17 Gen

Il 13 gennaio a S. Benedetto il racconto sulla giovane Serva di Dio, tornata alla Casa del Padre a 14 anni: «ha vissuto la malattia da testimone di qualcosa di più grande»

«I farmaci non bastano, ci vuole Qualcun altro.Se non sei guarito nell’anima, non sei davvero guarito». Parole di un’adolescente, la Serva di Dio Giulia Gabrieli, originaria di Bergamo, morta di tumore il 19 agosto 2011 a 14 anni.

La sera dello scorso13 gennaio la chiesa di SanBenedetto a Ferrara ha ospitato l’incontro “Santità si può. Un gancio in mezzo al cielo”, dedicato alla sua testimonianza di fede soprattutto durante i due anni di malattia, incontro nel quale sono intervenuti il padre Antonio e un’amica di famiglia, Alessandra (al posto della madre Sara, impossibilitata a partecipare). Presenti molte persone, fra cui diversi giovani.

«Giulia ha vissuto la propria malattia – ha detto il padre -, pur nella sua normalità di ragazza, nella lucida consapevolezza di essere testimone di qualcosa di più grande».  Quel “gancio in mezzo al cielo” che dà il titolo al libro da lei scritto prima di morire, citazione da “Strada facendo” di Baglioni, canzone che lei amava nella versione cantata da Laura Pausini. Una strada, quella della vita, che si percorre, sapendo «che non sei più da solo», ma con Dio, con la Madonna, «la mia mammina», e con la beata Chiara Luce Badano, «come una sorella per me», diceva Giulia. 

«È stata davanti al Signore – hanno proseguito Antonio e Alessandra -, e a Lui è andata incontro, sempre col sorriso». Quel sorriso vero, specchio della Bellezza, che i presenti hanno potuto ammirare anche nel filmato proiettato nel quale Giulia viene intervistata, due mesi prima di morire, sulla propria esperienza. «È stata lei a prenderci per mano e a farci comprendere come la morte non è la fine di tutto: grazie a lei, come genitori, abbiamo capito la bellezza di quel che ci era stato donato e non la disperazione di quel che ci veniva tolto».

«In ospedale – racconta la ragazza nel filmato – ho visto tanta sofferenza, anche dei bambini, ma ho capito che l’amore è il sentimento più grande, quello che racchiude tutti gli altri. Tutto porta all’amore».

Ma nella sua malattia, com’è normale, Giulia ha vissuto anche il dubbio e la disperazione: «A un certo punto mi sono chiesta: “se Dio mi è veramente vicino, perché sta a guardare?”». A sbloccarla, ancora, è stato un incontro, quella con una signora nella Basilica di S.Antonio a Padova (dove si trovava per le cure) che le prese la mano e le disse: «sii forte, va’ avanti, ce la farai…». Per questo, ha spiegato il padre, «negli incontri che facciamo in tutta Italia non facciamo memoria di Giulia, ma continuiamo a camminare con lei». Le stesse testimonianze, la giovane, le faceva quand’era ancora in vita. Ed era stata anche a S. Benedetto, il 1° novembre 2010, come ha ricordato Paolo Polizzi, salesiano cresciuto proprio nella parrocchia ferrarese e che un anno fa ha emesso la Professione Perpetua a Bologna. «Era lei – ha raccontato – a darci serenità: quel giorno ho pranzato al suo fianco e sembravo io il malato, non lei…».

Il cammino di Giulia prosegue anche grazie all’Associazione “conGiulia Onlus” (nata dai genitori e dagli amici), per realizzare progetti da lei desiderati, rivolti in particolare ai giovani e ai bambini malati, con un’attenzione speciale alla realtà della Scuola in Pigiama dell’Ospedale di Bergamo. 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

San Benedetto, avanti coi lavori nell’antico convento

17 Gen

È una storia tormentata quella del recupero del complesso di corso Porta Po a Ferrara: ecco le vicende conclusesi (si spera) col cantiere avviato lo scorso maggio. Diventerà la nuova sede dell’Agenzia delle Entrate (ma il progetto era un altro)

di Andrea Musacci

La vicenda riguardante i lavori di restauro e risanamento conservativo del complesso “Ex Convento San Benedetto” è una di quelle che sembrano non aver fine. 

Siamo su corso Porta Po a Ferrara, alle spalle della chiesa e del complesso diretti dai salesiani. Qui dietro, fervono i lavori per ridare stabilità e bellezza a quest’enorme area – due chiostri, piano terra e due piani rialzati – fatta edificare nel XII secolo per volere di Matilde di Canossa. Il cantiere, avviato lo scorso maggio, vede l’impresa Lupo Rocco spa di Roma come aggiudicataria e il Provveditorato alle Opere Pubbliche per l’Emilia Romagna-Marche come stazione appaltante dei lavori. Parliamo di 7300 metri quadri destinati da quasi 10 anni a diventare la nuova sede degli uffici dell’Agenzia delle Entrate attualmente in affitto in via Maverna (zona Arginone) e in viale Cavour. La durata dei lavori prevista è di due anni e mezzo, quindi fino a fine 2024, per un importo di 7milioni e 966mila euro. Alla guida del cantiere, l’ing. Antonio Costigliola (Direttore Tecnico), il geom. Alberto Coianiz (Capocantiere) e l’arch. Maurizio Ciampa (Direttore dei lavori). 

Lavori tanto attesi non solo dai residenti del quartiere, ma dall’intera cittadinanza, vista l’importanza storica, artistica e strategica del complesso. Per anni, i chiostri e gli interni sono stati infestati da erba alta, cumuli di macerie, buchi, crolli di parte della copertura. Le colonne erano rovinate, i cotti d’ingresso alla Sala Capitolare deteriorati. Non sono mancate rimostranze da parte di cittadini e polemiche a carattere politico. Ma ripercorriamo brevemente l’ultimo secolo di vita. 

Da centro di tante attività a luogo abbandonato

Nel 1912 il Demanio tratta la cessione della proprietà con il Seminario Arcivescovile e il Convento è concesso in uso gratuito per 29 anni ai Salesiani. Durante la seconda guerra mondiale la chiesa viene quasi completamente distrutta e il primo chiostro subisce danni talmente gravi da essere in seguito demolito. Dopo i lavori, il 21 marzo 1954 il tempio di S. Benedetto viene riconsacrato da mons. Bovelli e dal Card. Schuster. 

Nel dopoguerra la corte del convento diventa anche la casa della storica coppa di calcio “Don Bosco”. Nel 1965 lo Stato autorizza la vendita di una parte del convento a favore dell’Istituto Salesiani della Beata Vergine di S. Luca. Nel ’74 viene ristrutturato ad uso scolastico mentre la casa dell’ortolano ospita l’ostello della Gioventù. Nel ‘78 torna al Demanio e nell’84 il Comune chiede al Demanio il trasferimento patrimoniale dell’ex‑collegio e contemporaneamente l’uso immediato per installare al piano terra la scuola alberghiera e ai piani superiori ricavare delle aule per gli istituti scolastici. Ma non se ne farà niente. 

Fino al 2002, lì avrà la sua sede la Contrada di San Benedetto e fino al 2015 il SAV – Servizio Accoglienza alla Vita. È del ’91, invece, il progetto di riconversione a studentato, che poi però l’università ricaverà lì vicino, in via Ariosto. Nel frattempo, tra autunno ’98 e fine 2000 si concludono il ripristino del sagrato della chiesa, la sistemazione dei campi sportivi dell’oratorio e la ricostruzione ex novo di un nuovo oratorio.

Pochi anni dopo, nel 2002, l’Università degli studi di Ferrara – attraverso il DIAPReM – Centro Dipartimentale per il Restauro dei Monumenti, Dipartimento di Architettura – compie un rilievo dettagliato della struttura, in vista del progetto di restauro e di riqualificazione. Lo stato di abbandono dà, giustamente, scandalo: nel 2003 Maria Chiara Lega (volontaria del SAV) crea un Comitato spontaneo di cittadini per la salvaguardia dei chiostri e dell’intero ex convento. Fra gli aderenti, Giorgio Franceschini e Giuseppe Gorini. Diverse sono le diatribe tra Comune e Demanio sull’appartenenza dei vari spazi attigui alla canonica e alla chiesa. Nel 2006 si parla anche di un interessamento del Conservatorio per trasferirvi lì la propria sede. Ma l’allora Sindaco Gaetano Sateriale ha già un accordo con l’Agenzia delle Entrate, che nel 2008 riceve dal Demanio l’ex Convento per la realizzazione del Centro di Formazione Nazionale dell’Agenzia, con aule studio, una sala convegni, aule di formazione, una biblioteca, un ristorante, camere per gli ospiti. A bando nel 2013 ci sono ben 13milioni e 600mila euro di lavori. Ma la spending review bloccherà tutto. Inutile il tentativo fatto dall’allora Amministrazione comunale con il governo Renzi di inserire il progetto nello “Sblocca Italia”. 

Arriviamo agli ultimi anni: nell’aprile 2019 esce un nuovo bando di gara per la “Verifica della progettazione esecutiva dei lavori di restauro Ex Convento San Benedetto”. L’anno successivo viene assegnata la gara d’appalto. Ma è dovuto passare un altro biennio per vedere l’apertura del tanto agognato cantiere. 

La struttura e i lavori da svolgere

L’accesso principale al convento di San Benedetto avviene da corso Porta Po, 81. Il primo chiostro –  detto “delle colonne quadrate” –  è collocato lungo il fianco della chiesa e si presenta a pianta quasi quadrata con porticato e un pozzo al centro. Il secondo chiostro, invece – detto “della grande cisterna” per la presenza di un pozzo con cisterna al centro della corte – è rettangolare e più grande rispetto al primo. Scavi archeologici hanno portato alla luce l’antica pavimentazione del chiostro in mattoni. I due chiostri sono uniti da un doppio porticato, demolito e ricostruito negli anni ’50 del secolo scorso dopo i bombardamenti.

Per quanto riguarda gli interni, al piano terra, in alcuni punti rimane qualche lacerto di decorazione a calce e a tempera. Nella parte orientale (antirefettorio) spicca la Sala Pomposia con affreschi cinquecenteschi, attribuiti forse in modo non corretto a Dosso Dossi: in particolare, il soffitto affrescato nel 1578 con la “Gloria del paradiso” (dov’è ritratto anche l’Arisoto), è stato “incerottato” nel 2004 per evitarne la rovina. Altre tracce di decorazioni originali si notano nella “Sala Verdi” al secondo piano.

Perché il restauro è necessario

Al piano terra sono state rilevate gravi patologie di degrado – anche degli elementi decorativi in cotto, degli elementi lapidei, delle superfici intonacate – connesse con fenomeni di risalita capillare di umidità dal terreno (la cosiddetta “umidità di risalita”), con conseguente insorgenza di fenomeni di disgregazione delle superfici, esfoliazione e parziali distacchi. 

Ancor più rilevanti sono le problematiche relative ai dissesti strutturali, derivanti sia Dall’azione antropica e dagli interventi di trasformazione succedutisi, sia dallo stato di degrado dovuto all’abbandono e all’incuria, sia dagli eventi sismici recenti.

Tutte le coperture antiche sono gravemente danneggiate ed esercitano importanti carichi sulle colonne del chiostro, mentre quelle di recente fattura non rispondono comunque alle attuali normative antisismiche. Gli orizzontamenti in legno sono ammalorati e per la maggior parte interessati da crolli diffusi.

Il Recupero avrà quindi lo scopo di tutelare il complesso monumentale nel suo insieme e consentirne la leggibilità storica, con riguardo alla complessità delle sue fasi cronologiche. L’intervento conservativo servirà a preservare i caratteri architettonici e decorativi del monumento per il loro corretto mantenimento e trasmissione al futuro.

I primi 4 secoli Da Ercole I a Napoleone

Nel 1457 il duca Ercole I d’Este concede il complesso ai benedettini della Congregazione Cassinese di S. Giustina che venne poi unita a quella di Pomposa.

La costruzione del tempio di San Benedetto inizia nel 1496 in un’area donata dal duca Ercole I d’Este ai Benedettini. I primi capimastri chiamati a lavorare alla costruzione sono Girolamo da Brescia e Leonardo da Brescia, anche se lo schema generale e i muri perimetrali vengono attribuiti a Biagio Rossetti. Nel 1501 il primo chiostro “dell’Abate”, al quale si accede direttamente dal sagrato della chiesa, è concluso. L’anno successivo viene iniziato il secondo chiostro, detto delle “Colonne Quadrate”. I lavori sul convento riprendono nel 1517, con l’ultimazione dei chiostri e dei dormitori necessari per ospitare i monaci dell’Abbazia di Pomposa. Nel 1551 viene realizzato il terzo chiostro, più monumentale, denominato “della cisterna grande”.

Nel 1553 i Benedettini si trasferiscono nel nuovo convento, quasi completamente ultimato e dieci anni più tardi viene consacrata la chiesa. Nel 1797 i frati vengono cacciati dalle truppe napoleoniche, che trasformano il complesso in caserma e ospedale militare con il conseguente degrado di opere d’arte e arredi. Nel 1801 la tomba di Ludovico Ariosto viene solennemente traslata da S. Benedetto a Palazzo Paradiso, per ordine del comandante delle truppe francesi generale Mirollis.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo il complesso viene utilizzato sempre meno, sino a versare in completo stato di degrado.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 gennaio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio