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Famiglia: quanti e quali modelli?

25 Nov

Tra fede e laicità, un dibattito organizzato dagli Evangelici di Ferrara il 21 novembre scorso

famigliaIl tema della famiglia, con tutto quello che comporta in termini di educazione e genitorialità, è sempre più fonte di contrasti e diversità di vedute che spesso nocciono a tutti. Anche per questo l’Associazione Evangelica Cerbi di Ferrara ha scelto di dedicare il primo di due incontri del mese di novembre a questo ambito. L’iniziativa si è svolta lo scorso 21 novembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Al tavolo dei relatori, Giacomo Ciccone (Presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana), Chiara Mantovani (Scienza&Vita Ferrara) e Paola Bastianoni (psicologa e docente dell’Università degli Studi di Ferrara, da tanti anni impegnata nella tutela, diritti e protezione dei minori). Quel che ne è venuto fuori è un dibattito schietto e ricco di argomentazioni, com’è, d’altra parte, nello stile dei relatori. Anzi, delle relatrici, in quanto sono state in particolare Mantovani e Bastianoni a confrontarsi – e a “scontrarsi” – in modo anche diretto su alcuni aspetti particolarmente controversi e delicati, come quello riguardante il rapporto tra genitorialità e generatività. Nulla comunque che non rientri nella normale dialettica, e che anzi va senz’altro a favore del chiarimento delle rispettive posizioni e del tentativo di incontro e di riconoscimento dell’altro. Dopo la presentazione da parte di Alfonso Sciasci (Associazione Evangelica CERBI di Ferrara), organizzatore delle due iniziative, ha preso la parola Ciccone, proponendo un breve excursus storico della sovranità nella modernità occidentale, e dimostrando, a suo dire, come questa si contraddistingua per una “tendenza assolutista, totalizzante o comunque verticistica, del potere”, e quindi del rapporto tra Stato e corpi intermedi. A questa visione dominante, Ciccone ha contrapposto la teoria del teologo tedesco riformato, morto nel 1638, Johannes Althusius, secondo cui la politica è sostanzialmente “relazione”, è “l’arte del consociare unità già esistenti”, una sorta di “eco-logia” che riguarda dunque non solo il potere sovrano ma anche, e soprattutto, i corpi intermedi, tra cui appunto la famiglia. Da qui – ha spiegato Ciccone – nasce la teoria della “sovranità delle sfere” o della “responsabilità differenziata”, che si distingue anche dal concetto di sussidiarietà di matrice cattolica, la quale conterrebbe “una certa dose”, negativa, “di gerarchizzazione”. La stessa idea di famiglia, nei modelli di pensiero dominanti – religiosi o laici – è anch’essa proposta come “assolutista, mentre noi, pur partendo da un’idea religiosa, siamo convinti si debba arrivare a una concezione ‘laica’ ”. La famiglia, infatti, ha spiegato il relatore, è “il nucleo fondamentale della società, un’entità pre-giuridica e pre-politica, per cui possiede diritti che non debbono essere assegnati da un sovrano superiore, ma semplicemente riconosciuti”. L’articolo 29 della Costituzione italiana (che inizia così: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) si muove appunto in quest’ottica. Dall’articolo 29 della nostra Carta Costituzionale ha preso le mosse anche Mantovani: “lo sguardo della fede, diverso da quello sociologico – ha esordito -, chiede di vedere cos’è il bene, il bene per tutti, quindi il bene comune”. Per questo ha citato due affermazioni contenute nei lavori preparatori alla Costituzione di altrettanti padri costituenti cattolici, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. Nello specifico, il primo parlava di “diritti primordiali della famiglia”, il secondo la definiva “limite dello Stato”. “Per questo – ha proseguito Mantovani – nelle leggi dev’esserci, anche riguardo alla famiglia e all’educazione, sempre spazio per la coscienza, per la libertà e la responsabilità individuali. La natura sociale tipica dell’uomo chiede, anche oggi, un luogo dove abitare: la famiglia non è perfetta ma rimane comunque il luogo dove possono essere possibili una vita e un’educazione buone”. Ma la libertà individuale – ha incalzato la relatrice – nell’odierna società “spesso vive un rapporto problematico con il pluralismo di idee e la frammentazione culturale”, per cui, ad esempio, “la fede viene da molti considerata come qualcosa di non-razionale, come deficitaria rispetto ad una applicazione corretta della ragione”, e quindi, a suo dire, in un certo senso “discriminata”. “Mi chiedo quindi – ha concluso -: la società di oggi vuole espellere il cristianesimo dal consesso dei sistemi di valori?”. “Il panorama è complesso, non servono semplicismi ma c’è bisogno comunque di orientarsi”, ha spiegato invece Bastianoni. “La complessità non va vista solo come una nemica, e quella riguardante i modelli famigliari è frutto soprattutto delle trasformazioni avvenute dagli anni ‘60-‘70 del secolo scorso. Trasformazioni che – ha proseguito -, hanno portato a forme di convivenza e di generatività che prima non erano possibili. Basti pensare ad esempio alla possibilità (date dall’adozione e dall’inseminazione artificiale) per coppie sterili di poter accedere a un piano generativo e quindi alla genitorialità”. Per questo, oggi “generatività e genitorialità non sono tra loro più sovrapponibili, ma sono distinte, non coincidono necessariamente”. Inoltre, ha spiegato la relatrice, “non sempre vi è la convivenza tra i membri della famiglia, e fede e appartenenza culturale non sempre sono unici nella famiglia”. Da qui, il fatto che “non esiste più un solo modello famigliare, quello ‘nucleare’, in cui tutti questi aspetti coincidevano tra loro, ma appunto una pluralità”. Si pensi ad esempio, ha proseguito, “alla presenza di una badante nell’assistenza di una persona anziana, a una donna, quindi, che non vive coi propri figli e col proprio marito, ma con un’altra famiglia”, o al caso della vedovanza, per cui succede che una donna svolga, per semplificare, “sia le funzioni di cura sia quelle normative/regolative”. Oppure, come succedeva nel periodo delle guerre mondiali, il fatto che “l’uomo di famiglia fosse al fronte e quindi toccava alla donna la totale educazione dei figli. Nessuno – sono ancora parole della Bastianoni – si sente di dire che quest’ultimo caso abbia portato a privazioni psicologiche negli stessi figli”. Un altro caso, perlopiù del presente, ma simile a quest’ultimo, è quello ad esempio di “una donna che vive sola perché non ha mai voluto sposarsi, ma ha generato dei figli: lei può avere le stesse competenze genitoriali della donna rimasta sola nel periodo di guerra. La buona genitorialità – ha proseguito – non coincide necessariamente con la generatività. La prima è la capacità di accudire e quella di regolare, di dare cioè dei limiti: questa la si apprende prima e a prescindere dall’essere generativi – è presente addirittura nei neonati -, e a prescindere dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal ceto sociale”. La complessità, insomma, secondo Bastianoni, “spesso ci crea fatica ma è sbagliato stigmatizzare i diversi modelli famigliari, trattandoli come non idonei”, soprattutto per le “ripercussioni negative” che questo stigma “può portare alle persone, soprattutto ai figli, che vivono in queste famiglie: il riconoscimento sociale è per loro fondamentale”. L’appuntamento è a venerdì 29 novembre, stesso luogo e stessa ora, per il secondo e ultimo incontro del breve ciclo, sul tema “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”. A confrontarsi tra loro saranno Nazareno Ulfo (insegnante ed editore), Paolo Gioachin (insegnante di religione cattolica) e Mauro Presini (insegnante e giornalista).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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Stiamo lasciando il Papa solo?

18 Nov

E’ la tesi del vaticanista Marco Politi, il quale, da non credente, nel suo ultimo libro “La solitudine di Francesco” (presentato il 16 novembre a Ferrara) interroga laici, vescovi e cardinali, esortandoli ad avere più coraggio, a esporsi di più nel difendere il Pontefice dagli attacchi e nella sua missione di far conoscere il Dio della Misericordia e di costruire una Chiesa aperta e sinodale

papa3Il paradosso di un papa che fa dell’apertura, dell’incontro con l’altro, della prossimità al diverso e della sinodalità le cifre del proprio pontificato, riuscendo effettivamente spesso a mostrare il volto del Dio-Misericordia, ma che si trova sempre più con forti opposizioni interne ed esterne alla Chiesa. Questa dolorosa antinomia è ottimamente analizzata nell’ultima fatica del giornalista Marco Politi, “La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Laterza, 2019), da lui stesso presentata lo scorso 16 novembre nella libreria “Libraccio” di piazza Trento e Trieste a Ferrara (foto in basso). L’appuntamento è il primo del ciclo di incontri “Conversazioni. Il tempo dell’ascolto” organizzato da Confcooperative Ferrara, il cui Direttore ha introdotto la presentazione moderata da Andrea Mainardi e alla quale erano presenti anche il Vescovo mons. Perego e il Vicario mons. Manservigi. Un libro, quello di Politi, che affronta tutti i temi caldi del pontificato bergogliano, attraverso un approccio critico ma fraterno al Santo Padre. Non a caso, un ampio capitolo è dedicato alle terribili vicende riguardanti i casi di scandali e abusi sessuali (su minori, suore e seminaristi) dentro la Chiesa da parte di sacerdoti e vescovi. Tra tolleranza zero, opposizioni in Vaticano o nelle Diocesi coinvolte, ritardi, contraddizioni e tentativi di insabbiamenti, per Politi questo tema è “l’11 settembre del pontificato” di Francesco. “Il papa – scrive – sperimenta la violenza della guerra civile interna alla Chiesa”.

Il Dio di Francesco e la Chiesa da costruire

Eppure il Dio del papa, per Politi, “trascende la Chiesa, scavalca le barriere dottrinali, per lui Dio si manifesta a tutti gli uomini oltre ogni etichetta identitaria”. Il suo “è un Dio sempre in movimento, che non aspetta di essere cercato da esseri umani dal comportamento imperfetto, carente, ’tentennante’, dice il papa argentino. E’, invece, un Dio che cerca lui le persone”. Nella Chiesa come “casa aperta”, centrale è quindi la misericordia, tipica di un Dio vicino, intimo. Ed è, il suo, un “Dio delle sorprese, che apre nuovi orizzonti e mette sempre davanti a situazioni nuove”. “Tornare indietro e proclamare dal Vaticano un Dio giudice padre-padrone sarà difficile”, chiosa Politi. Di pari passo procede il tentativo di riforma della Chiesa. “Smontare la bardatura monarchica e assolutista del papato – scrive nel libro -, rendere la Chiesa un’autentica comunità, decentrare, valorizzare i vescovi nelle loro diocesi e le conferenze episcopali è l’obiettivo di Francesco. Ricreare il calore di una Chiesa partecipata, non burocratica, in cui i Vescovi non siano principi e i preti si liberino dal narcisismo profumato di sacralità, è il suo sogno. Una Chiesa concepita come popolo di Dio che ’cammina insieme’ sui sentieri della storia, uomini e donne di ogni cultura e orizzonte uniti come ‘membra del corpo di Cristo’, a partire da chi è messo ai margini e calpestato”. Lo stesso papa, anche quando denuncia la crescente “inequità” a livello globale, non smette mai di sentire il “bisogno di trovarsi faccia a faccia con un ‘tu’ ”. Interessante poi come Politi ripercorre il magistero sociale di Francesco, il suo sottolineare l’importanza per i credenti di “immischiarsi” lavorando per il bene comune, e, in un capitolo specifico, le varie discussioni sul ruolo e la dignità delle donne nella Chiesa, soprattutto riguardo ai ministeri e al sacerdozio. Insomma, come ha spiegato mons. Matteo Zuppi a Politi, “per Francesco non c’è un mondo da conquistare, ma dobbiamo sapere cogliere i semi di Dio che già sono in questo mondo”.

Opposizioni sempre più forti

Aprile 2017: dopo i Dubia avanzati da alcuni cardinali nel 2016, viene pubblicata una lettera dal titolo “Correctio Filialis”, la cosiddetta correzione “filiale e formale” ad alcuni punti della lettera apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco in cui i firmatari – 62 tra sacerdoti, professori, esperti e studiosi cattolici provenienti da 20 nazioni – accusano il Pontefice di sostenere tesi “eretiche”. Agosto 2018: viene diffuso l’atto d’accusa dell’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, pieno di informazioni false e manipolazioni. Alcune settimane fa, cento tra studiosi e sacerdoti in una lettera pubblica attaccano il papa definendolo “eretico”, “superstizioso” e “sacrilego”, in seguito al Sinodo per l’Amazzonia e riguardo ad alcuni suoi gesti e parole. Resistenze nette, fin spietate, presenti fin dai primissimi mesi del pontificato. E sempre più strutturate, agguerrite, economicamente forti, decise a impedire che Bergoglio continui nella sua missione e che, dopo di lui, ci possa essere un Pontefice che prosegua, o addirittura accelleri e intensifichi alcune riforme radicali da lui iniziate. Politi nel libro analizza queste opposizioni a partire dal nostro Paese: “è un’Italia che Francesco non riconosce più”, scrive. “Un paese in cui le sue parole, pur riportate da televisioni e giornali, non riescono a invertire la tendenza che sta egemonizzando l’elettorato”. Il riferimento è soprattutto alle questioni legati ai migranti, alla loro accoglienza e integrazione. La rappresentanza di questa “opposizione” è incarnata in Matteo Salvini. “Per il Pontefice il vento illiberale, ostile al diverso, che soffia in Italia, in Europa e nel mondo è fonte di grande inquietudine”. Se possibile ancora più reazionaria è l’opposizione in Europa, soprattutto in parte dell’Est ex sovietico, nel cosiddetto Gruppo di Visegrád: resterà, purtroppo, nella storia il muro fisico (e non solo) di un milione di cattolici e nazionalisti polacchi dell’ottobre 2017 contro i “nemici” atei e islamici, benedetto da tanti vescovi. “Dio-Patria-Famiglia – scrive Politi – il motto dell’ideologia autoritaria cattolica e conservatrice – incombente in Europa e America Latina nel corso del Novecento -, ha trovato la sua resurrezione nei paesi dell’Est europeo passati dal comunismo sovietico al neoliberismo senza avere assorbito la cultura liberaldemocratica del pluralismo, della divisione dei poteri, della molteplicità culturale”. Punto di riferimento, il Presidente ungherese Viktor Orbán. “Nel settimo anno di pontificato – sono ancora parole dal libro -, Francesco si trova isolato di fronte a molti governi dell’Est europeo e a larga parte della loro opinione pubblica cattolica su temi per lui cruciali perché connessi all’idea di bene comune”. Non meno forte ideologicamente ed economicamente è l’opposizione negli Stati Uniti d’America: ruotante intorno al Presidente Trump, sostenuta da cattolici tradizionalisti ed evangelici fondamentalisti, è immersa in movimenti e gruppi fautori del “suprematismo bianco”, imbevuti di nazionalismo, anti-immigrazionismo e xenofobia. Secondo Politi, “Francesco non ignora il disorientamento delle classi popolari di fronte alla crisi economica, alla globalizzazione, all’inesorabile contrazione dei posti di lavoro. Fattori che provocano i sussulti identitari e l’emergere di leader populisti. Al contrario, proprio la crisi spinge il pontefice a insistere con il suo vangelo sociale. Il che, paradossalmente, alimenta gli attacchi contro di lui da parte delle varie correnti di destra sia neoliberiste sia identitarie”.

“Sorreggere Francesco” e non dividere la Chiesa

La critica dell’autore, ribadita anche nella presentazione a Ferrara, è comunque chiara ma espressione di una sentita preoccupazione. “Ciò che emerge […] nei passaggi fatali del pontificato è una spaccatura nella Chiesa, soprattutto nei suoi quadri. Il regno di Francesco è caratterizzato dal coagularsi di un duro fronte conservatore. […] A fronte di questo nucleo aggressivo – scrive Politi – c’è una scarsa mobilitazione dei sostenitori della linea riformatrice di Francesco. Vescovi e cardinali si affacciano poco sulla scena a difendere il papa o ad appoggiare gli obiettivi di cambiamento. […] Tra riformatori e conservatori si stende la palude di quanti nella gerarchia sono legati alla routine e sono restii a misurarsi con la novità della storia, quelle che il Vaticano II chiamava ‘segni dei tempi’ ”. Il teologo Hans Küng a Politi spiega: “Bisogna sorreggere Francesco”. E’ importante non dimenticare che “per Bergoglio la cosa più importante è mettere in moto dei processi”. Ma i processi – è giustamente anche il pensiero di Politi- o sono collettivi o non sono, o sono frutto di un discernimento e di un’azione comunitaria e partecipata oppure a vincere saranno “un odio e un disprezzo viscerali, molecolari”, già molto diffusi, che avvelenano la vita della Chiesa, incancrenendo spesso anche i rapporti tra persone nelle stesse parrocchie e comunità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 novembre 2019

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La missione è fatta di opere concrete: continua il percorso condiviso dei laici

5 Nov

Il 30 ottobre in Seminario nuovo appuntamento nel cammino della Giornata del Laicato, per iniziare a delineare proposte concrete sui tre ambiti – “Laboratorio della fede”, “Incontri con la Parola”, “Bottega della Parola” – emersi nell’ultimo anno

_5408Può una giornata durare 9 mesi? Sì: è il caso della “Giornata del Laicato” (GdL), che ogni anno vede due o tre appuntamenti principali ma mai isolati, anzi sempre il frutto di relazioni, incontri – pubblici e di tanti privati – fra persone da ogni angolo di Ferrara-Comacchio, che amano agire e ragionare non solo in un’ottica parrocchiale o associativa, ma anche, e sempre, appunto, diocesana. Dopo l’appuntamento dello scorso 29 settembre a Codigoro e in attesa del prossimo incontro del maggio 2020, un importante momento, al tempo stesso di confronto e organizzativo, si è svolto la sera del 30 ottobre. Una quarantina di persone si sono ritrovate nel Seminario di Ferrara per iniziare a ragionare insieme su come dar vita a progetti concreti che – nell’ottica della sperimentazione di linguaggi e di un rinnovato spirito missionario (ne parla Giorgio Maghini nella rubrica mensile, che inauguriamo su “la Voce” dell’8 novembre 2019) – sappiano rispondere a esigenze di singoli, famiglie, parrocchie e comunità, dando forma concreta a uno spirito fraterno e sororale di cui sempre più persone (credenti e non) sentono l’urgenza. “Tutto ciò – ha spiegato lo stesso Maghini nell’incontro del 30 ottobre – sempre partendo dall’idea di metterci a servizio dell’intera Arcidiocesi”, evitando di calare dall’alto eventuali progetti. Maghini ha portato ad esempio cinque proposte già esistenti: “Infiniti” (quattro brevi serate teatrali per trasmettere la propria tradizione di fede in modo innovativo), “La porta dei Mesi” (ricrearla con proiezioni in piazza, musiche e letture della Parola), “Il libro degliAtti” (raccontare il proprio rapporto personale con la Parola, partendo quindi dal proprio vissuto), “Presenti” (organizzazione di incontri della parrocchia nel proprio quartiere, a dimostrazione di quanto si può voler bene all’ambiente nel quale si vive), e “Arte e catechesi” (rendere fruibile quel “libro” di catechesi che sono Ferrara e la sua provincia per le opere architettoniche e artistiche presenti). La serata ha visto quindi i partecipanti dividersi spontaneamente in tre gruppi, in base ai tre insiemi di proposte emerse dalla GdL: “Laboratorio della fede”, “Incontri con la Parola” (conoscenza della Parola, Lectio Divina) e “Bottega della Parola” (linguaggi sempre nuovi per portare la Parola di Dio). Riguardo al “Laboratorio della fede”, si tratterebbe di un percorso pensato per giovani coppie con figli molto piccoli, un’esperienza di fraternità fatta di piccole e semplici cose, di incontro fra le persone, pensando in particolare a quelle tante coppie che, per mancanza di tempo, sfiducia nei confronti della Chiesa, o altro, si sono allontanate dalla parrocchia d’appartenenza. Un’esperienza, quindi, amicale, empatica, che tocchi la quotidianità, le paure e i bisogni delle giovani famiglie, senza l’ansia di “arruolare” nessuno ma col solo desiderio di rendere di nuovo la Chiesa un luogo accogliente, non giudicante, “caldo”, un luogo di ritrovo, davvero famigliare e conviviale. Nel gruppo dedicato ai cosiddetti “Incontri con la Parola” si sono alternati i racconti di esperienze già in atto in Diocesi, ragionando su come non creare doppioni ma valorizzando questa ricchezza presente per raggiungere persone che in parrocchia non ci andrebbero mai – e forse non ci sono mai andate -, con un’attenzione allo stesso linguaggio verbale, in modo che avvicini e non crei distanza. Al contrario, è fondamentale calarsi nelle singole situazioni, calando a sua volta la Parola nella vita concreta delle persone, evitando moralismi e cercando sempre di partire dalla propria esperienza personale, dalle domande che la vita pone a ognuno, perché “quando le persone si sentono amate sul serio, si aprono come non hanno mai fatto”. Ultimo ma non meno importante, il gruppo sulla “Bottega della Parola”: diverse sono le proposte emerse, riguardanti pellegrinaggi nel territorio diocesano, appuntamenti per i bambini di gioco e riflessione, incontri tra generazioni diversi, la promozione del teatro amatoriale, eventi con i cosiddetti “libri viventi”, la partecipazione a “Monumenti Aperti”, spettacoli teatrali dei bambini, incontri per genitori, video-making, e altro ancora. Insomma, l’officina dei laici di Ferrara-Comacchio è sempre operosa e aperta a chiunque voglia lavorarci o semplicemente ascoltarne le “voci”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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Con gli ultimi per le strade del Brasile

4 Nov

Fino al 29 novembre a Ferrara l’annuale Mercatino della Fantasia organizzato da don Sibani per finanziare progetti solidali nel Paese dell’America Latina: quest’anno in mostra le storie e le voci dei “senzatetto”, i “moradores de rua”. Abbiamo anche incontrato i quattro giovani missionari brasiliani che rimarranno fino a dicembre nella nostra Diocesi

sibani e ragazzi 2“Dio mi ha liberato dalla prigione”, spiega Eli, 39 anni, alcolista, che una sera, appena ha visto un sacerdote venire da lei e dagli altri “invisibili”, gli ultimi degli ultimi nelle città brasiliane, per aiutarli, pur non conoscendolo, gli è corso incontro e lo ha abbracciato. Quel sacerdote è don Roberto Sibani, che da 25 anni a Parauapebas, nello Stato brasiliano del Parà, porta avanti il progetto del “Cammino di fraternità”, in aiuto alle diverse realtà di povertà e di sofferenza estreme. L’estate scorsa ha trascorso i consueti due mesi nel Parà, fra giugno e agosto. Anche quest’anno, per finanziare alcuni progetti specifici, dallo scorso 31 ottobre fino al prossimo 29 novembre organizza il Mercatino della Fantasia nel Mercato coperto di via Boccacanale di S. Stefano a Ferrara (entrata da via del Mercato, 7, sotto il porticato), dedicato in particolare ai “moradores de rua”, letteralmente “coloro che vivono per strada”, i “senzatetto”.

I quattro giovani missionari: Elayne, Rosinha, Thainan e Renato

Ad aiutarlo quest’anno, oltre ad alcuni parrocchiani e parrocchiane di Pilastri e Burana, ci sono quattro giovani missionari brasiliani: due maschi, Thainan Mendonca e Renato Barreto, e due femmine, Elayne Fantin Fracalossi (tre dei suoi nonni sono italiani, di Pordenone e del Trentino) e Rosinha Favalessa (qui in Italia con don Sibani per il secondo anno consecutivo), provenienti dallo Stato Espírito Santo, nella parte sudorientale del Paese. Per la precisione, Rosinha e Elayne provengono dalla città di Linhares, mentre Renato e Thainan da Cachoeiro de Itapemirim. Sono arrivati ospiti di don Sibani lo scorso 11 settembre e rimarranno fino al 10 dicembre. “Per ora abbiamo avuto modo di fare tre giorni di ritiro spirituale ad Assisi e di visitare Padova e Venezia. La nostra quotidianità – ci spiegano – è fatta di animazione della S. Messa, di serate con i ragazzi del catechismo, di attività con i bambini, come la Festa del “ciao” insieme ai giovani di Pilastri – e di incontri coi genitori. Inoltre, portiamo l’Eucarestia a chi non può venire a Messa e visitiamo le famiglie”. Attività, quest’ultima – come del resto le altre – che molto spesso svolgono, come Ministri formati, in Brasile, in quanto, ci spiegano, “spesso i sacerdoti non sono sufficienti per portare sempre l’Eucarestia e la Parola di Dio a tutte le famiglie e le persone che vivono sparse nelle vaste zone del nostro territorio”. Fino a pochi mesi tutti e quattro vivevano in una comunità dove a tempo pieno si dedicavano alla missione in varie zone del Brasile. Poi la comunità è stata chiusa e ora faticano a trovare un lavoro: Elayne, ad esempio, è laureata in psicologia, e, ci spiega, “il mio sogno è di avere anche la cittadinanza italiana e magari di venire a vivere qui in Italia”. Rosinha, invece, è laureata in estetica del corpo e vorrebbe lavorare in questo ambito. Parlando poi del modo di vivere l’appartenenza religiosa nel loro Paese e nel nostro, ci spiegano come “in Brasile è diffusa l’idea che in Italia siate tutti cattolici e praticanti, ma venendo qui abbiamo capito che non è più così, e che lo è sempre meno. In Brasile, invece, è diverso: moltissimi sono anche i giovani e gli adolescenti che svolgono attività nelle parrocchie e nelle comunità, nonostante le chiese evangeliche stiano prendendo sempre più piede, e a volte, purtroppo, somiglino più ad aziende interessate a fare soldi che a comunità ecclesiali”.

La mostra sulle vite “barcollanti” dei “moradores de rua”

Nel Mercatino di Ferrara don Sibani ha scelto di appendere anche, oltre ai pannelli, alcuni oggetti, fra cui un pezzo di cartone e una bottiglia di Cachaca 51, un liquore brasiliano: come reliquie della sofferenza, sono rispettivamente l’alcova e la misera consolazione dei tanti “moradores de rua”, costretti spesso a lavarsi in fiumi e canali putridi, a prostituirsi per pochi spiccioli, a cadere nella trappola dell’alcool e delle droghe (il crack, e la maconha, ovvero la marijuana). Nella copertina della mostra a loro dedicata (di cui è disponibile anche un catalogo), don Sibani ha scelto di metterci il volto di Gabriel, che per anni ha girato a piedi scalzi a Parauapebas, per questo era chiamato “Andarilho”: “una persona innavicinabile – ci spiega -, finché Lima Rodrigues, un giornalista, l’ha aiutato a ritrovare la propria famiglia. Pochi mesi dopo, però, il 2 febbraio scorso, è morto di infarto”. Per poter conoscere e aiutare questi senzatetto, don Sibani ha contattato due gruppi che li aiutano, due “unità di strada”: i “Guardiani dell’amore”, nato un anno fa e guidato da Ana Paula Alves, e il CEMAP (Centro di Missione “Amando il Prossimo”) della pastora evangelica Aldeane “Mel” Nascimento. “La prima sera – ci racconta – Ana Paula mi ha accompagnato da alcuni ‘moradores de rua’: ho conosciuto, cenato e pregato con Fabrini, Natanael e Devid, che erano contentissimi perché per la prima volta un sacerdote cattolico andava da loro”. Poi ha avuto modo di parlare anche con Luiz Felipe, Valdecir, Valerio, Adeilson, Josemar e Antonio Carlos, persone dai 17 ai 55 anni, le cui vite “barcollanti” sono raccontate in prima persona nella mostra e nel catalogo. A tanti di loro don Sibani ha donato anche alcune magliette e cappellini delle passate edizioni di “Ragazzinfesta”, a sua volta regalategli dal Seminario di Ferrara. E poi c’è il CEMAP della pastora Mel che, ci spiega don Sibani, “li ascolta, prepara loro la cena, prega con loro”, spesso trovandoli ubriachi marci davanti all’Ospedale, come nel caso di Riomar, Narco, Josè, Rafael, Leandro, Domingos e di una donna, Eli, di cui abbiamo accennato prima: “la prima volta che l’ho conosciuta, sembrava quasi morta da quant’era ubriaca”, prosegue don Sibani: “appena mi ha visto, mi è venuta incontro e mi ha abbracciato, perché si è sentita accolta. Sono rimasto sconvolto”. Altri “moradores de rua” il sacerdote li ha conosciuti nella comunità “Fazenda da Esperanca”, aperta lo scorso febbraio su una collina fuori Parauapebas, e dove le cure fisiche si accompagnano a quelle spirituali. “Quasi tutte le persone che ho incontrato – ci spiega ancora don Sibani – hanno ancora ben presente la realtà di Dio, che è rimasta, nonostante tutto, nei loro cuori”. Proprio il Mercatino della Fantasia aperto a Ferrara fino al 29 novembre serve a raccogliere finanziamenti per costruire la cucina e il refettorio della “Fazenda da Esperanca”. Qui altri progetti riguardano un piccolo allevamento di galline per le uova e un panificio dove già vengono prodotti biscotti. Il 21 e 22 giugno scorsi, invece, è stato inaugurato il salone di 360 mq denominato “Fest Sole Lua” e presentato il restauro della Casa della Pastorale dei Bambini a Parauapebas, resi possibili con i soldi ricavati dal Mercatino della Fantasia del 2018. Si tratta dell’ultimo delle decine di progetti portati a termine in questo quarto di secolo grazie al ricavato dei Mercatini e della raccolta dell’oro, che prosegue, e che conta già quasi 1300 donatori.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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Don De Ponti è tornato alla Casa del Padre: il ricordo commosso della sua gente

4 Nov

“Donde”, sacerdote salesiano, è spirato la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre scorso. Il 6 novembre, nel pomeriggio, le esequie celebrate dal nostro Arcivescovo nella chiesa di San Benedetto

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Ricordi e pensieri dedicati a don De Ponti, da parte di parrocchiani di San Benedetto, li trovate su “la Voce” dell’8 novembre e li troverete anche sull’edizione del 15 novembre.

Confessore, guida spirituale, sacerdote. Salesiano, da sempre. Don Gianalfredo De Ponti, per molti “Donde”, ha segnato per 56 anni la vita e la spiritualità di un’intera comunità, quella di San Benedetto a Ferrara, quella dei Salesiani e di molte altre persone. Per questo, la notizia della sua scomparsa, avvenuta la notte del 31 ottobre scorso, si è diffusa fin dalle primissime ore del mattino di Ognissanti destando in tanti, di diverse generazioni, una commozione e una gratitudine per nulla scontate. Le esequie sono state celebrate dall’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego nel primo pomeriggio di mercoledì 6 novembre nella chiesa di San Benedetto, mentre il pomeriggio precedente in tanti si sono ritovati per dare l’ultimo saluto, nella chiesa stessa, a questo sacerdote così tanto amato e che così tanto amava la sua gente. Don De Ponti nasce il 24 ottobre 1929 a Treviglio (BG) da Giuseppe De Ponti e Adele Maria Bambina Orrigonida, contadini. Il 24 maggio 1946 fa domanda per diventare salesiano, e il 20 giugno dello stesso anno la madre muore all’improvviso a soli 38 anni. La sua professione religiosa risale al 16 agosto 1947 a Montodine (CR), mentre l’ordinazione sacerdotale avviene dieci anni dopo, il 29 giugno 1957 a Monteortone di Abano Terme (PD). Nel frattempo, si laurea anche in matematica, materia che insegnerà. Nel 1963 arriva, dopo esperienze a Bologna e Milano, come insegnante e catechista, al Collegio San Carlo di Ferrara: per più di 26 anni è stato confessore ordinario in Seminario, oltre che Amministratore e vicario parrocchiale di San Benedetto e assistente spirituale dell’UNITALSI (ben 49 sono i viaggi compiuti a Lourdes). Nel giugno di due anni fa l’avevamo incontrato nel suo studio a San Benedetto in occasione del suo 60° anniversario di sacerdozio. Riguardo alla prematura scomparsa della madre, ci raccontò: “con smarrimento ho rivolto a Dio la domanda: ‘perché?’. Col tempo, dopo un lungo processo di maturazione, la mia domanda è diventata: ‘Dio, cosa vuoi dirmi con ciò?’. Sono arrivato a comprendere come la sua morte mi ha permesso di arricchirmi spiritualmente per la missione a cui Dio mi chiamava, quella di essere sacerdote”. Nello stesso incontro, ripercorrendo alcune delle tappe più importanti della propria esistenza, condivideva con noi alcune riflessioni maturate in tanti anni: “nove mesi prima di diventare sacerdote ho vissuto un periodo di paura e smarrimento. Anche per me, spesso in questi anni, vi sono stati momenti di buio, come Gesù nel Getsemani. Ma tutto è grazia, tutto è dono, Dio è stato ed è sempre fedele, nel senso che non mi ha mai abbandonato. Ciò che importa è da un lato fare esperienza del nostro limite, della nostra miseria, e dall’altra parte fare esperienza della Misericordia di Dio: quest’ultima è sempre più grande della prima”. Rileggiamo queste sue parole come fossero una sorta di testamento. Perché sono parole di carne e sangue, parole di vita. Quella che “Donde” ha donato, ogni giorno, alla gente che amava.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 novembre 2019

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La Voce di Ferrara-Comacchio

“Nell’orrore ritrovavo la libertà delle cose vive”: 10 anni fa moriva Alda Merini

21 Ott

Il 1° novembre 2009 ci lasciava la poetessa milanese: una vita in perenne tensione tra il dolore e la ricerca pura di una bellezza eterna. Sempre in bilico tra malattia mentale, scrittura e fede

di Andrea Musacci

Alda_Merini“Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”: si potrebbe sintetizzare con queste sue parole l’esistenza unica, divina e tremenda, di Alda Merini, deceduta esattamente 10 anni fa, il giorno di Ognissanti. Figlia tanto adorata quanto maltrattata, donna che ha fatto della poesia molto più che una scrittura, un modo di esprimere tanto il delirio e le piaghe interiori quanto quella grazia da lei sempre accolta. Donna afflitta da quello stesso male che la accomunava a Clemente Rebora – vittima, come gli diagnosticarono, di “mania dell’eterno” – e Dino Campana, solo per citarne due. Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano. Il padre Nemo Merini, con lei molto affettuoso, è impiegato di concetto presso le assicurazioni, la madre, Emilia Painelli, è casalinga e donna molto severa. Alda è secondogenita di tre figli, tra Anna, nata il 26 novembre 1926, ed Ezio, nato il 23 gennaio1943. Esordisce come autrice a 15 anni, attraverso un’insegnante delle medie viene presentata ad Angelo Romanò che, apprezzandone le doti letterarie, la mette in contatto con Giacinto Spagnoletti, il quale divenne la sua guida, valorizzandone il talento. Nel 1947, viene per la prima volta internata per un mese nella clinica Villa Turro a Milano, dove le diagnosticano un disturbo bipolare. Spagnoletti sarà il primo a pubblicarla nel 1950, nell’“Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949”. Terminata la difficile relazione con Giorgio Manganelli, il 9 agosto 1953 sposa Ettore Carniti, operaio e sindacalista, in seguito proprietario di alcune panetterie di Milano. Nasce in quello stesso anno la prima figlia, Emanuela, mentre nel ’57 nasce la secondogenita Flavia. Anni dopo, fra il ’64 e il ’72, verrà internata nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini”, con alcuni ritorni in famiglia, durante i quali nascono altre due figlie, Barbara e Simona, che saranno affidate ad altre famiglie. Si alterneranno in seguito periodi di salute e malattia, probabilmente dovuti al disturbo bipolare. Nel 1979 riprende a scrivere, dando vita ai testi poi raccolti in “La Terra Santa”. Nel luglio del 1986 fa ricorso al reparto di neurologia dell’Ospedale di Taranto. Nello stesso anno riprende a scrivere e pubblica “L’altra verità. Diario di una diversa”, il suo primo libro in prosa. Soprattutto negli anni 2000 rivive un periodo mistico, dal quale escono diversi libri e antologie di poesie. Muore il 1° novembre 2009, all’età di 78 anni, a causa di un tumore osseo all’Ospedale San Paolo. Dopo l’allestimento della camera ardente, aperta ii giorni successivi, i funerali di Stato sono stati celebrati il 4 novembre nel Duomo di Milano. Oggi Alda Merini è tumulata al Cimitero Monumentale di Milano, nella Cripta del Famedio.

L’INFERNO…

“Mi misero a letto, ma nessuno mi carezzò la fronte. Anzi mi legarono mani e piedi”, racconta lei stessa della prima volta che la portano in manicomio. Ed emerge così fin da subito in quale inferno si possa vivere laddove manca amore, riconoscimento dell’altro, qualsiasi minimo gesto o sguardo d’umanità: “il mio dolore […] è l’impegno o l’impressione che Dio mi abbia emarginato dal suo grande sapere”. Dopo il lavaggio mattutino collettivo, spiega ancora lei, “ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi, e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dall’indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque. Io avevo sete di verità e non capivo come ero potuta capitare in quell’inferno”. Corpi trattati come quelli di bestie, mentre dietro le grida, gli spasmi e la pesantezza di quelle carni si nascondevano amori, sogni, dolori, tradimenti mai accettati. Mai sopita ribolliva inestinguibile quella “sete di verità”. Una sete soffocata ma in lei divenuta fonte di bellezza, nonostante quella “condanna”, negli anni, proseguì anche fuori dal recinto manicomiale, nelle solitudini del quotidiano: “quando mi sveglio al mattino – scriveva, abbandonata, nella sua casa -, e guardo fuori dalla finestra, e mi sento sola, so che nessuno per quel giorno verrà a trovarmi; che, se vorrò, sarò io che dovrò andare a ‘rompere le balle’ agli altri. E questo mi fa male perché io non voglio infastidire nessuno. Ma a volte la solitudine è una cosa atroce, il silenzio è una cosa insopportabile. In manicomio ci avevano abituati al silenzio. […] Il manicomio non finisce più. È una lunga pesante catena che ti porti fuori”.

…E CIO’ CHE INFERNO NON È

“Ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”, scrive Alda Merini per dar voce a una verità altrimenti sepolta. Nel manicomio “il tono lucido del delirio diventava corpo e mistero. L’iniziazione si compiva lì, proprio ai margini della sofferenza più inaudita e noi non avevamo specchi per vedere questo mutamento graduale, ma sapevamo, sentivamo che segretamente avvenivano dei traslati. […] Dentro però io avevo uno scrosciare d’acque gementi, di acque turgide di libertà e profonde. Qualcosa si chiudeva all’esterno ma dentro io rimanevo libera”. Una continua dissanguante tensione inonda le sue giornate, dando senso a un’esistenza, nello sguardo sempre duplice rivolto agli abissi e agli splendori dell’essere. Così lei stessa cerca di esprimerlo: “non avevo intorno che un senso di buio e di incertezza. L’inquietudine era soverchia. Paralizzava persino i movimenti. E ciò nonostante, credo che dentro quel buio avrei trovato una via di uscita”: “avevo fame di cose vere, naturali, primordiali; avevo fame di amore. L’avrebbero mai capito gli altri?”. Questa “fame di amore”, questa capacità – per nulla scontata – di scorgere luce da quelle feritoie insopportabili – la trasfoma in una persona che può amare: “scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili”. È la misericordia, così assurda e straniera in quel luogo, e per questa ancor più ammantata di grazia: “una volta un’ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo. Ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere”.

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L’INTERIORITA’, LO SCRIVERE, LA FEDE

Uno dei grandi doni di Alda Merini – a lei stessa e a tutti noi – è stato quello di riuscire, nella disumanità del ricovero, sempre a conservare uno spazio sacro nella propria anima, un luogo inattaccabile, vivo. È ciò che, in fondo, le ha permesso di sopravvivere in quel pozzo maligno: “il lato più sussurrato, più nascosto, più inatteso, forse più prezioso è però quello meno caro a tutti, perché per tutti io sono una pazza”, sono sue parole. Questo lato recondito è puro “spazio d’amore”, “uno spazio di grande ricerca”. Ricerca e salvezza che, nel suo caso, hanno avuto nell’espressione letteraria un’àncora alla quale aggrapparsi: “grazie alla parola, chi ha scritto queste pagine non è mai stata sopraffatta – scrive Giorgio Manganelli nella prefazione a “L’altra verità” – , ed anzi non è mai stata esclusa dal colloquio con ciò che apparentemente è muto e sordo e cieco; la vocazione salvifica della parola fa sì che il deforme sia, insieme, se stesso e la più mite, indifesa e inattaccabile perfezione della forma”. Com’è lei stessa a esprimere, “lo scrivere può diventare un vizio congenito allorché tiene il luogo di una presenza essenziale, talmente bella e felice da trovare appagamento soltanto in una poesia anomala e anormale, quasi pellegrina”, riflesso pieno di un’anima inquieta fino alla malattia, fra disperazione e desiderio di gioia. “Alle volte – scrive – l’angoscia […] mi diventava così forte che dovevo lasciarmi andare a piangere sopra il cuscino” e dunque aveva “voglia di incontrare una morte scheletrica, che abbia l’armonia del riposo. E dire: ‘Va’, consegnami a Dio. Consegnami a Dio, anima turbinosa e infelice, portata via dal cielo sulla morte tremenda di questa ignobile terra’ ”. Ma proprio in quei momenti “mi aggrappavo terribilmente alla fede”, fino a dover scrivere, in un crescendo di consapevolezza, queste parole: “l’unica identità che io conosco è proprio questa meravigliosa identificazione con Dio. Questa familiarità con Dio. Questo discorso con Dio”, perché “solo Dio ha il potere di disarcionare un’anima”, può far vedere anche a un’anima che ha conosciuto l’inferno, come, nella sua essenza, “niente è funesto e che tutto può muovere al bene”.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2019

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“E’ facile nei fragili di spirito, nei deboli di mente, per un amore che hanno impedito si svolgesse, far nascere un delirio. Il debole di mente continua il suo lavoro, monotonamente si svolgono le giornate, di lui nessuno si occupa, quasi tutti coloro che lo circondano sono davanti a lui superbi e giudicano i sentimenti del debole di mente privi di forza, degni di disattenzione. Non si vuol considerare che i sentimenti sono il più grande ed emozionante mistero, quelli che ci uniscono per un golfo sotterraneo con qualcosa di divino, con un Dio che non abbiamo mai visto ma sappiamo esistere e ci fa paura. Gli umili di mente con Costui di continuo conversano senza saperlo” .

(Mario Tobino, “Le libere donne di Magliano”)

Se a Ferrara il “cappelletto accogliente” esiste da 20 anni…

7 Ott

L’esempio di una famiglia italo-pakistana di Ferrara: una riflessione a partire dalla querelle bolognese e di come la tradizione sia da intendere come apertura all’altro senza necessariamente rinnegare le proprie radici

02_Cappelletti_-_Cappellacci_-_Pasta_ripiena_-_Cucina_tipica_-_FerraraA livello nazionale si è discusso per giorni del famigerato “tortellino dell’accoglienza”, proposto a Bologna in occasione della festa del patrono, San Petronio, come alternativa, accanto al turtlén tradizionale, a chi, ebreo o musulmano, per cultura, abitudine o tradizione, sceglie di non mangiare carne di maiale. Apriti cielo: l’Arcidiocesi è stata costretta a spiegare, con un comunicato ufficiale, come incontro con l’altro significhi, appunto, andargli “incontro”, e quindi rispettarne anche usi e costumi sempre che a venir meno non siano principi fondamentali (e non è certo questo il caso). Evidentemente, però, per alcuni puristi – ideologici a tutto tondo, non solo a livello culinario – è più importante la forma che la sostanza. Sostanza che, fra l’altro, certo non manca nemmeno a livello gastronomico, per questa novità ideata dall’Associazione Sfogline di Bologna e Provincia insieme al Forum delle associazioni familiari dell’Emilia Romagna, organizzatori della festa insieme al Comitato per le manifestazioni petroniane, di cui fanno parte Comune e Diocesi. Ma questa diatriba felsinea ha lasciato “basita” una famiglia ferrarese, composta da Elena, Ullah e dai loro figli adolescenti, Haroon e Sagid, abituata dal 2001 a gustarsi nelle feste natalizie il “cappelletto musulmano”, come loro stessi lo hanno battezzato. Elena, infatti, è cattolica e ferrarese doc, e non intende rinunciare alle proprie tradizioni. Ullah, invece, pakistano e musulmano. Essendo a conoscenza delle usanze del suo Paese d’origine, la nonna e la prozia materne di Haroon e Sagid, di comprovata stirpe estense (dunque ben consapevoli di cosa significhi, anche a tavola, l’identità), hanno “alleggerito” il batù della carne suina, sostenute dagli altri membri della famiglia, senza che “l’ombelico di Venere” fosse in alcun modo “desacralizzato”. Questa innovativa tradizione famigliare e interreligiosa, apparsa a loro da sempre come “naturale”, nel 2017 ha anche ricevuto un piccolo ma importante riconoscimento pubblico. Haroon, allora 12enne frequentante il secondo anno dell’Istituto Comprensivo “Dante Alighieri”, insieme alla propria classe ha partecipato all’annuale concorso indetto dall’Istituto, denominato “Habitat”, nel quale gli studenti sono invitati – attraverso le più svariate forme artistiche – a raccontare, partendo dalla traccia “C’era una volta…e c’è ancora”, cosa significhi l’ambiente nel quale si vive, dunque anche di riflettere sulle proprie tradizioni. Haroon realizzò un video di quasi tre minuti nel quale, mentre nella prima parte venivano illustrati alcuni luoghi e piatti tipici della sua duplice identità – quella ferrarese e quella pakistana -, nella seconda, lui stesso spiega la genesi e la realizzazione, grazie anche alla prozia, del “cappelletto musulmano”. Nella cerimonia di premiazione, svoltasi il 10 maggio al Teatro Comunale, Haroon non solo vinse il secondo premio (ex aequo con altri) ma anche un premio speciale, che la giuria gli assegnò all’unanimità per l’originalità con la quale scelse di declinare il tema della tradizione e dei valori. “Questi due mondi sembrano inconciliabili, vero?”, spiega lui stesso all’inizio del video, concludendo poi con questa frase argutamente ironica e che mostra come fossero evitabili tanti “travasi di bile” emersi nei giorni scorsi sulla querelle bolognese: “non esiste differenza culturale che riesca a fermare nonne e zie emiliane!”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” l’11 ottobre 2019

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“Fondamentale nel nostro cammino di fede, mancava una proposta così”: la parola agli iscritti della Scuola di Teologia per laici

7 Ott

Diamo voce a chi ogni venerdì sera lo trascorre in Seminario per le lezioni: dal Sottufficiale dell’Aeronautica all’operaio, ecco le loro motivazioni e alcune proposte pratiche

_8853“Mi sembra impegnativa e seria, ma così dovrebbe essere ogni progetto”. Questa frase di Giuseppe Miccoli ben rappresenta il pensiero dei 117 iscritti alla neonata Scuola di teologia per laici intitolata a “Laura Vincenzi”, le cui lezioni sono iniziate il 20 settembre scorso nel Seminario di Ferrara. Un impegno non da poco ma che dimostra come la proposta della nostra Arcidiocesi stia riscuotendo un ottimo successo. Nelle ultime settimane abbiamo interpellati fgi iscritti per conoscere chi sono, per comprendere dalla loro viva voce le motivazioni di questa scelta, domandando anche come questa proposta si possa migliorare. Nel momento in cui scriviamo (ma le iscrizioni sono ancora aperte) la Scuola, come detto, registra un totale di 117 iscritti, dei quali 82 ordinari, 15 uditori, e 20 partecipanti al Modulo di ebraico biblico ed ebraismo che si svolge a Casa Cini ogni lunedì. In totale, 63 donne e 54 uomini hanno scelto di dedicare parte del loro tempo settimanale per frequentare le lezioni in Seminario e per lo studio individuale. Di quanti ci hanno risposto (circa un terzo), solo tre in passato sono stati iscritti al nostro Istituto di Scienze Religiose. Quasi tutti coloro che hanno accettato di rispondere alle nostre domande, sono laureati, anche se uno di loro si è fermato al diploma di Terza media. Una decina sono pensionati, uno è disoccupato, e gli altri si dividono fra impieghi statali, libere professioni e altro: si va da un Sottufficiale dell’Aeronautica Militare a una cuoca, da un’audiometrista a un operaio, da una casalinga a un ricercatore dell’IMAMOTER, da un fisioterapista a un agente immobiliare. Molti di loro sono a vario titolo impegnati nella propria parrocchia d’appartenenza, perlopiù come catechisti. Gli altri si dividono fra volontariato nella Caritas o impegno in associazioni e movimenti diocesani (Azione Cattolica, Scout, SAV, Papa Giovanni XXIII) o laiche (AVIS, Croce Rossa, Avvocati di strada). Amore e conoscenza: perché trascorrere il venerdì sera a Scuola… “Approfondimento”, “conoscenza”, “formazione”, “competenza”, “amore”, “cammino di fede”: sono queste le parole che ricorrono maggiormente nelle motivazioni degli iscritti. A dominare è la volontà di iniziare o proseguire un percorso formativo e al tempo stesso di fede, culturale e spirituale insieme, spesso “per mettere in pratica un desiderio che avevo da tempo” e che ora questa proposta diocesana realizza. Scandagliando meglio le risposte, notiamo in diverse persone come lo studio possa essere particolarmente utile anche nel proprio impegno di catechista, “per trasmettere – spiega Giuseppe Claudio Aquilino -, con più competenza l’insegnamento biblico”, per “far conoscere ai bambini in particolare la figura del Maestro”, dice Catia Massarenti, catechista a Vaccolino; oppure, risponde Daniela Previato, catechista a Malborghetto – “perché è forte la necessità di una formazione adeguata a chi come me ha scelto di testimoniare ai più piccoli la bellezza dell’incontro con Gesù”. “Chi Lo ama non può non voler approfondire la conoscenza anche con lo studio – sono parole di Chiara Fantinato -, soprattutto se si è impegnati nella pastorale catechistica ed educativa”. Per Gabriele Guerzoni, sono conoscenze importanti “da mettere al servizio in Parrocchia”, per il mio ruolo di Ministro Straordinario dell’Eucarestia, riflette invece Teresa Semenza, o, per Chiara Cortesi, perché “possa essermi di aiuto per eventuali attività pastorali che si possono presentare in futuro”. Secondo Michelina Grillo è fondamentale “scoprire la dimensione teologica radicale dell’essere credenti”: “ho bisogno di spazio di preghiera”, aggiunge Annadriana Cariani, o, come ci spiega Giovanna Foddis, “ho da imparare molto”. Forti motivazioni personali, anche se non necessariamente spendibili in attività parrocchiali, motivano Cristina Scarletti (“mi possono aiutare anche e soprattutto con il mio prossimo”) e Laura Chiappini – “desidero approfondire quello che ritengo la centralità della mia vita” -, per – sono invece parole di Anna De Rose – “far crescere quel seme che Dio ha piantato nel mio cuore”, così da “rendere meglio ragione della mia speranza”. Infine, non manca chi motiva la scelta anche col bisogno di socializzazione, di scambio di esperienze, o chi, come Fausto Tagliani, intende anche “confrontare con quanto imparato negli anni ‘80 alla Scuola di teologia per laici in AC, diretta da mons. Mori”. Va tutto bene, ma…: alcuni suggerimenti Partiamo dalle proposte organizzative: c’è chi chiede di “alternare annualmente le materie del primo orario (18.30) a quelle del secondo orario (20.20) per permettere a ciascuno di frequentarle tutte”, o chi consiglia “una certa elasticità per la questione presenze, nel caso in cui non si riesca a frequentare almeno i 2/3 delle ore del corso”. C’è anche chi pensa possa essere utile “effettuare recuperi o meglio testi scritti, per chi non potesse partecipare a tutte le lezioni, ad esempio per motivi professionali”. Un paio di persone, poi, consigliano di inserire materie giuridiche nel piano di studi – ovvero Diritto ecclesiastico e Diritto canonico –, di valorizzare “temi cari all’azione pastorale della Chiesa locale, educandoci a lavorare sul campo, nella nostra realtà odierna di società secolarizzata, per costruire occasioni di confronto”; o ancora, che si si pensi a “un percorso sistematico di riflessione sulla fede, di conoscenza della Parola di Dio, di approfondimento della morale cristiana, di comprensione della liturgia e dei sacramenti”, magari con “un aspetto culturale che la differenzi dal taglio pastorale e dal profilo accademico dell’ISSR”. Infine, un’ultima ma non secondaria proposta: “incominciamo ogni lezione con la Santa Messa”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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Ecologia e nonviolenza: un cammino di trasformazione personale e collettiva

7 Ott

Nel mese del Sinodo per l’Amazzonia, sono stati circa 150 i presenti nei due incontri del XXIV Convegno di Teologia della Pace svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre scorsi. Tanti i relatori, credenti (Piero Stefani, Emanuele Casalino, Giuliano Ferrari) e non credenti (Paolo Cacciari e Daniele Lugli). Il 2 ottobre si è tenuto anche l’ultimo incontro del “Tempo del Creato”

a cura di Andrea Musacci

mahatma-gandhi-a.900x600Dove trovare il giusto equilibrio tra la necessità di una resistenza alla catastrofe climatica che incombe su di noi, e il rispetto dei principi della mitezza e della nonviolenza? Questo è solo uno degli interrogativi emersi dal XXIV Convegno di Teologia della pace, svoltosi a Ferrara il 2 e 3 ottobre sul tema “La mitezza darà un futuro alla terra? Per una ecologia e nonviolenza integrali”, ispirato al passo delle Beatitudini, “I miti erediteranno la terra” (Matteo 5,5). L’appuntamento è stato organizzato da diverse associazioni (Pax Christi, SAE, Banca Etica, AC, ACLI, AGESCI, Movimento Rinascita Cristiana, Ferrara Bene Comune, MASCI), dall’Ufficio diocesano per la pace e la cura del creato, l’Ufficio diocesano ecumenismo e per il dialogo interreligioso, la Chiesa Battista di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara.

Fra il testo biblico e la “Laudato si’ ”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl saluto iniziale del primo dei due incontri – svoltosi mercoledì 2 alla presenza di un’ottantina di persone nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana (in via XX settembre) – è spettato a don Andrea Zerbini, il quale si è soffermato sul ricordo di mons. Elios Giuseppe Mori (1921-1994) a cui, insieme ad Alberto Melandri, è stato dedicato il Convegno. Per l’occasione, è stato stampato e distribuito un piccolo opuscolo con alcuni passi di mons. Mori sul tema dell’ecologia e della pace. Il primo intervento ha visto Piero Stefani relazionare sul tema del Convegno: nella Bibbia la terra è promessa ai discendenti di Abramo, al popolo, dunque i padri trasmettono “qualcosa che non possono possedere”. E’ una terra, dunque, “che si eredita, che si accoglie, che mai dovrebbe essere conquistata”. Anche se spesso è proprio così, e questo, certamente, “non fa della Bibbia un testo ecologico”. Dall’altra parte, nel racconto biblico, “Dio ha cacciato alcuni popoli dalla terra che abitavano perché l’hanno resa impura: da qui l’idea, già presente, che stare sulla terra comporti un certo stile di vita”. Fondamentale per capire il versetto delle Beatitudini (Mt 5,5) è il Salmo 37, dove i giusti, i poveri e i miti “sono coloro che alla violenza non reagiscono con la violenza”, ma anche “coloro che prestano denaro, che aiutano chi ha bisogno”. Insomma, “sono coloro che confidano nella volontà di Dio”. Un’analisi dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco dal punto di vista di un “laico e agnostico” (come lui stesso si definisce) è stata poi tentata da Paolo Cacciari, scrittore, giornalista ed ex deputato, storico esponente ambientalista. Nell’aprile 2018, Cacciari insieme ad altri ha dato vita all’associazione “Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale”, basata sulla lettera–appello sottoscritta da 160 attivisti e intellettuali, fra cui don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Grazia Francescato, Raniero La Valle, Gad Lerner, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Luca Mercalli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Francesca Re David, Paolo Rumiz, Wolfgang Sachs, Alex Zanotelli, Luca Zevi e padre Mussie Zerai. Un primo grande merito della Laudato si’ – “nella quale il Papa riconosce l’importanza dei movimenti ambientalisti degli ultimi decenni e critica i vari negazionismi” sul tema della crisi climatica – per Cacciari, è di aver “riconciliato un’analisi scientifica della realtà con un’attenzione etica e, direi, metafisica”. Centrale nell’enciclica è il concetto di “ecologia integrale”, da intendere nel duplice senso di “ecologia non superficiale, non piegata a ragioni di marketing o di business”, e nel senso ancora più profondo di “correlata alle questioni sociali, economiche, strutturali. Sarebbe, però, riduttiva una lettura solo ambientalista della Laudato sì”, ha proseguito il relatore: infatti, “questa conversione ecologica sempre più urgente, non può essere affrontata solo da un punto di vista fisico, biologico, o meramente tecnologico. Occorre invece una rivoluzione culturale e spirituale profonda, cercando di immaginare la nostra vita al di fuori delle regole del mercato, della logica capitalista del commercio, del profitto e della competizione”, di questa “economia che uccide”. Per Cacciari non bisogna abbandonarsi a una sterile lamentosità, ma cercare “controegemonie culturali, vere e concrete. La stessa Chiesa dovrebbe essere meno ambigua sulle tematiche legate alla crisi ecologica”. Dal testo biblico aveva preso l’avvio Stefani nel suo intervento e col testo biblico si è chiusa la prima giornata. Cacciari ha infatti criticato il versetto di Genesi 1,28 (“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»”). “Penso invece – ha concluso – che bisogna superare ogni forma di antropocentrismo, di specismo e, insieme, di androcentrismo, contrapponendo una forma di ’sacralizzazione’ della natura, iniziando a considerare i suoi beni non totalmente a disposizione degli esseri umani. Va quindi modificata la stessa concezione di esseri umani, pensandoci come interrelati con il resto della natura”.

La pace passa attraverso il sorriso, la testimonianza, la fede e la meditazione attiva: la tavola rotonda svoltasi il 3 ottobre dalle Clarisse

relatoriNel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nel dopocena di giovedì 3 ottobre, si è svolto il secondo appuntamento del Convegno di “Teologia della pace”. Sul rapporto fra ecologia e nonviolenza hanno discusso, moderati da Piero Stefani, Daniele Lugli (Presidente onorario del Movimento nonviolento), Emanuele Casalino (pastore della Chiesa Battista di Ferrara) e Giuliano Ferrari (monaco de “I Ricostruttori nella preghiera” di La Spezia. Lugli ha relazionato sul tema “Ferrara città nonviolenta?”, partendo da un ricordo di Alberto Melandri, insegnante, coordinatore del CIES – Centro informazione e educazione allo sviluppo, rappresentante dell’associazione Cittadini del mondo, scomparso il 10 giugno scorso a 69 anni. Così, dal suo “sorriso ambulante” (la definizione è della figlia di Melandri) Lugli ha proposto ai tanti presenti (una 70ina) una “carrellata” di testimoni della nonviolenza, tutti, come Melandri, portatori di “un sorriso accogliente”. Il pensiero è andato innanzitutto a Silvano Balboni, ferrarese classe ’22, morto giovane, nel ’48, per una grave malattia, organizzatore anche nella nostra città dei Convegni sul problema religioso, un’originale forma di dialogo fra credenti (di ogni confessione) e non credenti, ai quali partecipavano anche alcuni sacerdoti, fra cui mons. Elios Giuseppe Mori (a cui è stato dedicato questo Convegno di Teologia della pace, insieme ad Alberto Melandri). Pietro Pinna (1927-2016), il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici, è un altro “portatore”, secondo Lugli, di un sorriso indimenticabile, “segno di un animo nonviolento, nonostante una vita difficile, gli arresti e le critiche, contento comunque di non aver ucciso altri esseri umani”. Proseguendo, il relatore ha ricordato il sorriso di don Giuseppe Stoppiglia, ex parroco di Comacchio, deceduto il 24 settembre scorso, da lui conosciuto personalmente nella città lagunare alla fine degli anni ’60, “ritrovato” dopo 30 anni, e rincontrato nel 2016 in occasione della cittadinanza onoraria assegnatali proprio a Comacchio. Infine, un ricordo di Aldo Capitini, padre fondatore del Movimento nonviolento italiano, teorico della nonviolenza come apertura degli esseri all’esistenza nella sua interezza, senza però ’sacralizzare’ la natura. “Anche le varie Chiese Battiste italiane hanno prodotto negli anni diversi documenti ufficiali dedicati alla questione ecologica”, ha spiegato invece Casalino, spostando quindi il discorso sull’altro termine contenuto nel tema della serata. Si può partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, per fare un breve excursus, quando la Federazione delle Chiese evangeliche nel nostro Paese ha istituto una Commissione apposita sull’ambiente. “Nel giardino di Dio non ci sono rifiuti” è invece il nome del documento di quest’anno che segue diversi altri dal 2014 in poi. In quest’ultimo si denuncia come “l’attuale sistema di produzione e di consumo non faccia che generare rifiuti, compromettendo così il futuro e generando disprezzo verso il Creato”, con lo scarto anche degli esseri umani. La stessa lotta portata avanti da Greta Thunberg è, secondo Casalino, “frutto di una visione integrale della questione ecologica, che chiede quindi un cambio del sistema di produzione, non all’interno del sistema stesso”. Dopo aver citato importanti documenti sulla crisi ecologica, redatti da Legambiente e dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo ONU di esperti sul cambiamento climatico) sulle responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura media globale e di alcuni stravolgimenti all’ecosistema globale, Casalino ha riflettuto su come dovremmo ragionare da credenti: innanzitutto, prendiamo atto come nelle stesse comunità cristiane – delle varie confessioni – “se da una parte c’è una sempre maggiore consapevolezza, dall’altra molti cristiani tendono ancora a ignorare e a sottovalutare il tema”, se non addirittura a negarlo. Da qui il pastore ha proposto alcune considerazioni. Innanzitutto, l’importanza a suo dire di “riflettere su come, da cristiani, confessiamo la nostra fede in un Dio che è anche creatore di tutte le cose, così riconoscendo la centralità del Creato nella struttura dell’esperienza di fede. Ciò purtroppo, però, non ha impedito che anche Paesi dove il cristianesimo era dominante, si siano resi responsabili dell’attuale crisi ecologica”, con, ancora oggi, “diversi ambienti religiosi che sono veri e propri complici di questa situazione, strumentalizzando lo stesso testo biblico”. Un’altra causa della concezione errata di parte del mondo cristiano sul “dominio del creato” nasce, secondo il relatore, nel XII secolo quando si inizia a passare “da un’idea di Dio-Amore a una di Dio come potenza assoluta”, dalla quale deriverebbe la concezione dell’uomo, essendo a Sua immagine, come “colui che poteva disporre della natura per mandato divino”. Legata a questo grave errore, quello di “un’escatologia cristiana sempre più apolittica e sempre meno messianica”. Per Casalino, dunque, oggi è più che mai necessaria “una deontologia ambientale specifica da parte delle Chiese cristiane, non dimenticando mai che il problema non si può affrontare da soli ma collaborando con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, sia delle altre religioni sia non credenti”. Nell’ultimo intervento della serata, Ferrari ha innanzitutto posto una domanda: “chiediamoci non solo quale terra i miti erediteranno, ma anche quale terra loro stessi contribuiranno a costruire”. Da qui l’esempio di Gandhi (ricordiamo che il 2 ottobre era il 150esimo anniversario dalla nascita e la Giornata annuale mondiale della nonviolenza) e di altre figure – dall’Oriente o dall’Occidente -, veri e propri “germogli di una società e di un’umanità non violenta, semi che ci sono ancora oggi e che, se alimentati, crescono, come nel caso di Greta Thunberg o di Carola Rackete”. L’importanza di un approccio spirituale alla questione della difesa del Creato è stata quindi al centro dell’intervento del monaco: “sono gli occhi che devono aprirsi per vedere al di là delle apparenze, per vedere il divino nella realtà”, e dunque rispettarlo e amarlo. “Noi occidentali siamo tecnologicamente molto avanzati ma spesso non abbiamo questa capacità di visione, di vedere oltre, di vedere avanti. Il nostro – ha concluso Ferrari – dev’essere un cammino di coscienza, una trasformazione prima personale poi collettiva che ci unisca al mondo animale, vegetale, all’intero creato e al divino”.

Con S. Francesco per amare i doni di Dio

Un profondo momento di preghiera per concludere nei migliori dei modi il “Tempo del Creato”. Nel tardo pomeriggio dello scorso 3 ottobre, il Monastero del Corpus Domini di Ferrara ha ospitato il terzo e ultimo appuntamento del mese dedicato alla cura del Creato, in concomitanza con i primi vespri della Festa di San Francesco d’Assisi, da 40 anni patrono dei cultori dell’ecologia. Dopo l’incontro del 1° settembre al porto di Gorino e quello del 13 al Santuario del Poggetto, questa volta è toccato alla nostra città – per la precisione alle Clarisse di via Campofranco – di ospitare questo momento di preghiera, con la meditazione tenuta da fra Paolo Barani dei Conventuali di Bologna, intervenuto dopo il racconto del transito del Santo di Assisi. Santo che, fino all’ultimo, ha invitato tutti a lodare Dio: “anche nel momento di maggiore sofferenza, aveva la lode nel cuore, l’ebbe fino all’ultimo respiro”. Nell’agonia che lo porterà alla morte terrena, nell’ospedale di San Salvatore, vicino Assisi, in una piccola cella, fra i topi, “sentiva la presenza del Signore”, presenza che gli ispirò il celeberrimo “Cantico di Frate Sole” (o “Cantico delle creature”). Questa sua divina capacità di vedere l’eterno in ogni creatura, ha proseguito fra Paolo, “è segno che Dio stesso ama le sue creature come vive, mai come mere cose morte, inermi”. Creato che, in quanto tale, non ha e non può avere nessuno scopo specifico, “nessuna utilità, solo di essere riflesso della bellezza, della bontà e dell’amore assoluti di Dio, riflesso che noi possiamo contemplare” per meglio conoscere l’Eterno. In conclusione, prima del saluto finale di don Francesco Viali, direttore dell’Ufficio Diocesano per la Salvaguardia del Creato, il Vescovo mons. Perego ha spiegato come il fazzoletto di terra adagiato davanti all’altare dalle sorelle Clarisse, “ci ricorda la nostra creaturalità e dunque il nostro legame profondo con la terra, che spesso però devastiamo, dimentichiamo, non riconosciamo come ricchezza. Il Sinodo per l’Amazzonia – ha concluso – serve anche a ricordarci come gli esseri umani non debbono sacrificare la terra per i propri interessi utilitaristici, ma guardarla con gli occhi della povertà, del rispetto, della gioia e del ringraziamento”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 ottobre 2019

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La Voce di Ferrara-Comacchio

“Chi strumentalizza la Croce, falsa la verità della Chiesa”

7 Ott

Dialogo sui simboli religiosi tra mons. Perego e Olivier Roy il 4 ottobre al Festival di “Internazionale”. Il Vescovo: “l’identità non può essere attribuita a un segno, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione”

3Qual è il senso e il ruolo della Chiesa – e più in generale delle religioni – in società secolarizzate e scristianizzate come quelle occidentali contemporanee? E l’Europa dove può trovare il giusto equilibrio fra rispetto della laicità e creazione di un sistema valoriale condiviso? Sono due delle domande fondamentali che hanno attraversato l’intenso dialogo fra il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e Olivier Roy, accademico francese esperto di Islam e religioni, all’interno del Festival di “Internazionale” svoltosi a Ferrara fra il 4 e il 6 ottobre scorsi. Partendo dal tema “Il sacro e il profano. Crocifisso, rosario e presepe: perché la politica riscopre i simboli religiosi”, in un Teatro Nuovo quasi esaurito (soprattutto di giovani), è stata Stefania Mascetti, giornalista di “Internazionale” a intervistare e a interloquire con i due ospiti.

“Il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vedere i crocifissi della storia e quelli di oggi”

“L’Europa vede tre cristiani tra i quattro fondatori dell’UE, eppure il principio di laicità è stato, da loro stessi, sempre riconosciuto”, ha esordito mons. Perego. “L’Europa deve fondarsi sul principio fondamentale della centralità della persona, dei diritti umani, della libertà religiosa, della solidarietà, sussidiarietà e costruzione del bene comune. Qualsiasi forma di populismo o di privatizzazione mette a rischio l’unità europea, che è nata abbattendo non costruendo muri”. Per Perego sarebbe però riduttivo non distinguere tra secolarizzazione e scristianizzazione: “la prima è importante anche per la Chiesa, soprattutto dal Concilio Vaticano II, ma in realtà da Costantino in poi. Il Concilio – ha spiegato – crea un rapporto libero tra Chiesa e mondo. Paolo VI aveva ben chiara l’idea di laicità, sciogliendo ad esempio la POA (Pontificia opera assistenza) e dando vita alla Caritas”, la prima un pezzo importante dello stato sociale italiano, la seconda un organismo ecclesiale fondato sul volontariato. La stessa Dottrina sociale della Chiesa nasce a fine ’800, “non a caso dopo la fine dello Stato pontificio, e prima dello sviluppo del mutualismo e del sindacalismo bianco e poi del Partito popolare italiano, un partito autenticamente laico, a differenza del regime fascista e in parte della DC”. La scristianizzazione, invece, sempre maggiore anche nel nostro Paese, vede la Chiesa da anni impegnata nella “nuova evangelizzazione”, sempre nel rispetto del principio di laicità: fortunatamente la Chiesa non ha più potere politico ma ha la forza della fede e del Vangelo”. Venendo poi al tema specifico dei simboli religiosi nello spazio puibblico e soprattutto politico, mons. Perego ha spiegato come “il crocifisso è un simbolo evangelico se ci aiuta a vederi i crocifissi della storia e quelli di oggi. Se da una parte la Chiesa si oppone a un relegamento della religione nella sfera privata, dall’altra dice ’no’ a un suo uso strumentale da parte della politica, come arma di contrapposizione: chi usa la religione e i suoi simboli in questo modo, falsa la verità della Chiesa, è lontano dai suoi valori. Chi strumentalizza simboli ed esperienze cristiane, chi ne fa un uso ideologico, tradisce la religione stessa”. Riguardo al discorso sull’identità, questa “non può essere attribuita a un segno o a una cosa, ma è il frutto di un percorso, di un cammino di trasformazione. I segni – sono ancora parole del Vescovo – non dicono niente se dietro non ci sono esperienze importanti di dialogo, di fede e di solidarietà. E’ dunque diabolico usare i simboli religiosi per dividere le comunità, sociali ed ecclesiali”. L’identità quindi per mons. Perego “non è mai una cosa fissa, non si costruisce guardando all’indietro, ma è qualcosa che si confronta continuamente col nuovo, perché è dall’incontro che nasce il nuovo, da cui bisogna lasciarsi interrogare (facendosi, al tempo stesso, carico delle domande di chi arriva), è dal nuovo che la nostra storia si può arricchire”. E questa, per il nostro Vescovo, è la sfida non solo della Chiesa ma anche dell’Europa. “Un’Europa che oggi è debole perché ancora troppo ’economica’, legata ai capitali, agli interessi, e troppo poco alla solidarietà, principio fondamentale per costruire un nuovo continente, e una città nuova”.

“Nelle società occidentali contemporanee non esiste più una cultura condivisa”

Secondo Roy, “esiste un passato cristiano a livello europeo che va al di là della semplice adesione a una fede. Fino agli anni ’60 del secolo scorso la dimensione cristiana era fuori discussione. La stessa Chiesa col Concilio Vaticano II ha poi accettato l’idea stessa di laicità, ma con l’’Humanae Vitae’ del ’68 ha accentuato il divorzio fra Chiesa e società moderna, sempre più centrata sull’individuo e i suoi desideri. Oggi la cultura europea si è ancora di più desacralizzata, e quindi la Chiesa si è sentita respinta da questa cultura dominante. Nelle società occidentali contemporanee – ha proseguito Roy – non esiste più una cultura condivisa e la Chiesa ha sbagliato, e sbaglia, se prova a rimediare con il discorso sui principi non negoziabili e opponendo un sistema normativo a questa scristianizzazione”. Questo “conflitto normativo”, l’ha definito Roy, “rende difficile una nuova costruzione comune di valori. Senza dimenticare che la stessa laicità francese è spesso normativa”, basti pensare al divieto di simboli religiosi nella sfera pubblica. Dall’altra parte, “l’uso di questi simboli, posti come frontiera invalicabile, diventano meramente identitari: nel caso del crocifisso, ad esempio, Cristo, la sua passione, il significato religioso, vengono di fatto omessi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio”  dell’11 ottobre 2019

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