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Speciale violenza sulle donne: ruolo della Chiesa, storia di Lucia Panigalli e dati di Ferrara

25 Nov

a cura di Andrea Musacci

violencia-domestica-840x472Violenza sulle donne, la parola a don Alessio Grossi del Consultorio “InConTra”: prevenzione, formazione e sostegno. A breve aprirà lo Sportello per la tutela dei soggetti vulnerabili, fra cui donne e minori vittime di abusi o violenze

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Anche la nostra Arcidiocesi si interroga su come affrontare questa piaga che, come si vede dai dati nazionali e locali (nella pagina a fianco), è tutt’altro che irrilevante e quindi necessita di un’azione preventiva anche da parte delle comunità ecclesiali. Ne abbiamo parlato con don Alessio Grossi, alla guida del Consultorio familiare diocesano “InConTra”, aperto lo scorso giugno.

Don Grossi, come Diocesi qual è la risposta al problema? Come Consultorio “InConTra” in generale abbiamo la vocazione anche alla tutela e alla prevenzione della violenza, compresa quella sulle donne, pur non avendo ancora un iter specifico. In futuro organizzeremo anche un percorso formativo sul tema, centrato soprattutto sulla prevenzione.

Come avverrebbe concretamente l’aiuto? Se dovesse venire fuori in un colloquio individuale il caso di una donna che ha subito violenza o abuso dal marito, compagno o fidanzato, coinvolgeremmo immediatamente i consulenti familiari (psicologi, psicoterapeuti, mediatori familiari), e poi, eventualmente, ci rivolgeremmo alle forze dell’ordine per la denuncia. Spesso, in casi come questo, nel colloquio l’abuso o la violenza subita viene detta dalla vittima tra le righe, non è esplicita, e spesso si tratta anche di violenza psicologica.

I dati dimostrano come la stragrande maggioranza di queste violenze avvengano in famiglia o comunque in rapporti di coppia. Come si spiega?

La famiglia può essere anche un luogo infernale: a volte si crea un doppio legame, un’ambivalenza nel rapporto tra partner, o tra padre e figlia, ad esempio. Insomma, chi mi fa del male al tempo stesso è colui da cui dipendo affettivamente e/o economicamente, affettivamente. Si crea quindi un rapporto di dipendenza, la relazione di coppia può trasformarsi in una relazione di possesso, fatta di controlli, limitazioni, offese e pretese da parte del maschio, fino appunto alla violenza.

Quale risposta si può dare a livello formativo? E’ importante prendersi cura delle relazioni nelle famiglie, nelle coppie, tra i fidanzati, e nei giovani in generale. L’aspetto formativo è fondamentale, soprattutto a partire dalle famiglie: riguarda innanzitutto l’imparare ad ascoltare, a parlare correttamente, a relazionarsi, a prendersi cura dell’altra persona, all’amore e al rispetto. C’è dunque bisogno di un’attenzione maggiore all’affettività, anche perché spesso nei giovani e nei giovanissimi notiamo un modo di relazionarsi consumistico, ’usa e getta’, con un vero e proprio scollamento tra azione, sentimento e significato.

In che senso? L’immagine diffusa o scambiata tramite i social è slegata dai sentimenti che il giovane può provare, come se non fosse reale. Questo può diventare fonte di violenza.

La scorsa primavera Papa Francesco ha reso pubblico la Lettera Apostolica in forma di “Motu Proprio” “Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”. Un discorso che riguarda anche le donne vittime di violenza? Certamente: anche nella nostra Arcidiocesi a breve verrà ufficialmente aperto l’Ufficio tutela minori e persone vulnerabili, che il Papa vuole in tutte le diocesi. Ne riparleremo meglio a dicembre. Anche in questo caso, comunque, al centro ci sarà la prevenzione, l’informazione, la formazione e la cura della donna, dei minori e degli altri soggetti deboli, con anche uno Sportello apposito al quale rivolgersi.

Infine, la Chiesa, secondo lei, deve in qualche modo ridefinire il ruolo della donna? Sì, anche se questo lavoro procede lentamente. Ad esempio, ultimamente si parla dello sfruttamento in alcuni Diocesi delle suore da parte di parroci o vescovi, e comunque delle donne in generale, laddove relegate a meri lavori manuali. Sarebbe molto importante anche ripensare la lettura teologica della figura della donna, per valorizzare maggiormente l’identità femminile.


La storia di Lucia Panigalli,  sopravvissuta a un femminicidio, intervenuta il 22 novembre a Ferrara

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Sono sotto scorta dei Carabinieri, forse l’unica in Italia ad averla per un caso come il mio. Questo perché il mio ‘aguzzino’, seppur ritenuto socialmente pericoloso, è stato messo in libertà vigilata per ‘buona condotta’ in carcere”. Lei è Lucia Panigalli, 63 anni, sopravvissuta a un femminicidio a Vigarano Mainarda nel maggio 2010, e lui è Mauro Fabbri, per 18 mesi suo compagno, che tentò di ucciderla prima con diverse coltellate, poi con calci sul volto e sulla testa. Fu il figlio di lei a salvarla. Ma Fabbri, dal 29 luglio scorso, è in libertà vigilata, costringendo così la donna a vivere non solo con le conseguenze del trauma (tra cui recentemente, l’amnesia globale transitoria) ma anche con la paura di rincontrarlo e che lui le faccia ancora del male (nonostante la lettera “rassicurante” inviatale lo scorso ottobre). Per il tentato femminicidio, il giudice condannò Fabbri a 8 anni e mezzo di carcere, pena poi ridotta per “buona condotta” dell’uomo, il quale in carcere tentò, dopo pochi mesi, di commissionare l’omicidio della donna (in cambio di soldi e mezzi) ad un sicario bulgaro, Radev Stanyo Dobrev, che lo denunciò (ma l’uomo, 48 anni, è oggi a processo per tentato omicidio in concorso, aggravato dalla premeditazione). Secondo l’art. 115 del Codice Penale, però, Fabbri non è da ritenere ulteriormente colpevole, poiché “le intenzioni” – così è scritto – non sono perseguibili. La Panigalli ha raccontato la propria storia la mattina del 22 novembre nella Sala Consiliare del Municipio di Ferrara per un seminario organizzato in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” del 25 novembre. Dopo la seconda sentenza, ha spiegato, “per due settimane mi sono chiusa in casa a piangere per la rabbia e lo sconforto. Lo Stato – denuncia – con la sua assurda sentenza mi ‘costringe’ a farmi uccidere”. Ricordiamo che sollevò – giustamente – molte polemiche anche l’intervista “accusatoria” che le rivolse Bruno Vespa lo scorso settembre a “Porta a porta”. “Per me – ha spiegato ancora a Ferrara la donna – non esiste futuro finché la situazione rimarrà questa. Faccio tutto quel che faccio per dovere civile e per dare un senso a una vicenda che un senso non ha. La nostra relazione – ha spiegato – non era durata tanto per due adulti, c’eravamo lasciati di comune accordo, non avevamo figli né proprietà da dividerci. Sono contenta di fare testimonianza, ma per me ogni volta è dura riaprire questo pentolone di dolore e di schifezze e rimangiarlo: io ormai sono questa cosa, non riesco a non pensarci. Gli unici momenti in cui non ci penso sono quelle due ore quando vado a ballare. A volte mi vien da dire – ha detto con sconforto – che comunque mi sento la responsabilità di non aver riconosciuto il malessere di quell’uomo – perché un uomo che fa quello che ha fatto non sta bene. Dobbiamo però continuare ad amare gli uomini se lo meritano, e da madri educarli e dar loro il buon esempio. Ma a voi donne, soprattutto giovani, dico: state attente, non ritenetevi mai al sicuro”. Ma non finisce qui: “ci sono anche le frasi orribili che mi son sentita rivolgere, del tipo ‘cos’hai fatto per farlo arrabbiare così tanto?’ ”. E poi c’è un’altra calunnia, specifica, che Mauro Fabbri disse fin da subito. E che ora, denuncia la Panigalli, “sono venuta a sapere che alcuni, nei bar, pubblicamente, ripetono, come chiacchiera: che lui avrebbe tentato di uccidermi perché non gli avrei restituito dei soldi che mi aveva prestato. Ma non è assolutamente vero, non ho ricevuto in prestito da lui nemmeno una lira. Ci mancherebbe, sono una donna ‘orgogliosa’, faccio fin fatica a farmi offrire un caffè da un uomo. E, in ogni caso, questo avrebbe giustificato un femminicidio?”. Infine, spiega, “andrebbero modificate le norme su come viene concessa in tanti casi la libertà anticipata, i termini della ‘buona condotta’, ci vorrebbe maggior comunicazione tra uffici giudiziari e tribunale di sorveglianza, e bisognerebbe comunicare alle vittime se il loro ‘aguzzino’ è uscito in anticipo ed è in libertà vigilata: io l’ho saputo solo per vie traverse”.


I dati a Ferrara: nel 2019 già 255 le donne accolte dal Centro Donna Giustizia. In aumento le giovani fra i 18 e 30 anni che si rivolgono anche in emergenza

Nel seminario svoltosi in Municipio a Ferrara il 22 novembre, nel quale è intervenuta anche Lucia Panigalli, Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia (CDG) di Ferrara ha presentato i dati del CDG sul 2018 e sui primi dieci mesi del 2019. L’anno scorso, nel progetto “Uscire dalla Violenza” (che vede accoglienza, ospitalità delle donne vittime, oltre a informazione, formazione e progetti di autonomia e recupero sociale e lavorativo delle stesse), sono state accolte 290 donne (di cui 194 italiane, 197 mamme). Di queste, 81 sono state inviate alla consulenza legale e 85 a quella psicologica. I colloqui dell’operatrice sono stati 906 e 1039 i contatti telefonici. Nei primi dieci mesi del 2019, invece, sono 255 le donne accolte, di cui 164 italiane, 132 occupate e solo 90 con reddito autonomo. Tornando al 2018, il progetto “Oltre la Strada” (che sviluppa programmi di protezione e integrazione sociale per donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale o grave sfruttamento lavorativo) ha attivato percorsi di protezione sociale per 32 persone (di cui 31 donne; sono 34 nel 2019). Il progetto “Luna Blu” (l’unità di strada) ha realizzato 48 uscite di contatto (sono 40 nei primi dieci mesi del 2019) e 12 di mappatura in orario notturno per un totale di 60. In strada è stata monitorata una presenza media di 31 presenze (38 nel 2019). “Come ci ha raccontato una volta una donna trans – ha spiegato la Castagnotto – una prostituta è considerata, da molti, solo come tale, e non donna, non madre, non persona”. Nel 2019 si è notato come sempre più si rivolgano al CDG, anche per chiedere protezione in emergenza, giovani donne di età compresa fra i 18 e i 30 anni, considerando che normalmente la maggior parte delle vittime ha un’età compresa fra i 30-39 e i 50-59 anni. Delle 255 donne finora accolte quest’anno (considerando che una donna può subire più tipi di violenza), 239 han subito violenza psicologica, 174 fisica, 162 economica, 49 stalking e 53 sessuale. Riguardo agli autori, 85 sono coniugi, 46 conviventi, 16 amanti/fidanzati, 62 sono ex, 59 famigliari, 7 sconosciuti. Interessanti al riguardo anche i dati forniti da Michele Poli del Centro d’Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Ferrara (che ha denunciato anche il bullismo, la pornografia e la prostituzione come forme di violenza e dominio dell’uomo sulla donna): dal 1° novembre 2018 al 31 ottobre 2019, sono 43 gli uomini che hanno contattato il CAM, 44 quelli che hanno partecipato a percorsi (di cui 22 nuovi utenti), 19 le donne che l’hanno contattato invece per informazioni sulla violenza subita. In totale, 218 sono stati i contatti via telefono o mail, 150 i colloqui individuali e 79 gli incontri di gruppo settimanali svolti. In carcere, si sono tenuti 3 colloqui individuali utili all’attivazione di percorsi. Nei primi 5 anni e mezzo al CAM si sono rivolti circa 200 uomini maltrattanti. Dei 22 nuovi utenti, 14 si sono rivolti spontaneamente, 10 hanno un’età fra i 36 e i 45 anni, altrettanti hanno ancora una relazione con la donna vittima, 17 sono italiani, 10 sono partner, e in 11 casi si ha anche violenza subita e/o assistita dai figli. Infine, in 7 casi l’uomo aveva già usato violenza in precedenti relazioni. Nel seminario in Municipio – oltre a Cecilia Tassinari (FIDAP), Paola Peruffo (che ha moderato gli interventi), consigliera comunale e presidente della Commissione Pari Opportunità, l’Assessora Dorota Kusiak e, nel finale, il Sindaco – è intervenuta anche Stefania Guglielmi dell’UDI-Unione Donne in Italia: “la violenza degli uomini sulle donne – ha riflettuto – si combatte con le leggi ma soprattutto con la cultura, e nelle scuole. Il problema della violenza di genere fa parte purtroppo della nostra tradizione culturale. Non dimentichiamo che le donne in Italia possono votare solo dal 1946, nel 1981 è stato abrogato l’ ‘onore’ come giustificazione dell’omicidio della moglie da parte del marito e nel 1996 la violenza sessuale da reato contro la morale pubblica è diventato reato contro la persona. Ma ancora oggi in alcune sentenze vengono date attenuanti per casi come questi e a volte le donne nascondono ancora le violenze che subiscono”. Ricordiamo che – dati ISTAT – in Italia sono 42mila le donne seguite in 281 Centri antiviolenza e Case di rifugio. A fronte di ciò, ha denunciato ancora la Castagnotto, “al giorno, per donna, nel 2017 sono stati stanziati 76 centesimi di euro…”. Infine, alcune studentesse della 3° G del Liceo Sociale G. Carducci di Ferrara (foto in alto) hanno presentato (insieme all’insegnante Lorenza Cenacchi) il cortometraggio da loro realizzato, dal titolo “Giocarcela fino alla fine” ispirato al libro “A mano disarmata” di Federica Angeli, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia romana. Il cortometraggio ha ottenuto la seconda posizione al “Premio Estense Scuola 2019”, consentendo la partecipazione alla finalissima del concorso “Talent#Antimafia”, indetto dall’Associazione Antimafia “NOI” e presieduta dalla stessa Angeli. Nella mattinata sullo Scalone del Municipio (foto a pag. 10) e all’interno fino alla sala del seminario, sono state poste delle “Scarpette rosse”, a cura dell’UDI. Infine, successo nazionale per alcune/i ragazze/i dell’Istituto Copernico-Carpeggiani di Ferrara, che, col progetto “The New Poets”, hanno realizzato una canzone rap, con video, sul tema, “Non è normale che sia normale”, con anche un intento benefico.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019

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“Quella volta che la maestra mi chiese: ma voi ebrei non avete la coda?”: Cesare Finzi si racconta

9 Set

La testimonianza del ferrarese, scampato nel ’43 alla deportazione, il 4 settembre a Ferrara in un incontro organizzato da CDEC, MEIS e ISCO

cesare finziDa una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.

L’ultima occasione è stata nel pomeriggio del 4 settembre scorso, quando nella Sala Estense di Ferrara si è svolto l’incontro “Pratiche formative sulla Shoah e sui diritti umani”, conferenza aperta a tutti ma pensata soprattutto per i docenti. La conferenza era parte del secondo seminario residenziale in programma in quei giorni a Ferrara, pensato per offrire a un gruppo di docenti delle scuole secondarie di secondo grado da tutta Italia gli strumenti per l’educazione alla cittadinanza attiva e il Giorno della Memoria. L’evento, introdotto e moderato dal vicepresidente della Comunità ebraica di Ferrara, Massimo Acanfora Torrefranca, è stato organizzato da The Olga Lengyel Institute for Holocaust Studies and Human Rights – TOLI e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC, in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS e con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – ISCO . “Sono nato e cresciuto in una famiglia ebraica, mio padre Enzo era ferrarese, mia madre mantovana. Una famiglia nella quale l’ebraismo era vissuto con una certa liberalità, pur essendo legata alle proprie radici. A quei tempi a Ferrara – ricorda Finzi – vi erano 4 sinagoghe, circa 700 ebrei (ancora nel ’37, mentre nel ’43 saranno la metà, e di questi, oltre 100 saranno deportati), di cui una parte rivestiva ruoli di rilievo nella pubblica amministrazione” – basti pensare ad esempio al direttore di CARIFE, del Consorzio agrario, al Podestà Ravenna, ai presidi dei Licei Scientifico e Classico. “Mio padre aveva ereditato da suo padre la profumeria in via Mazzini, la prima nella nostra città (dove oggi c’è ancora una profumeria, “Limoni”, ndr), che un tempo era anche e soprattutto una cartoleria e tabaccheria”. Enzo era uno dei tanti ebrei fieramente patriottici, riconoscenti all’Italia unita di aver loro concesso diritti e libertà. “Nel ’15 mio padre scappò di casa pur di arruolarsi nell’esercito” durante la Grande Guerra. “A Ferrara fu tra i primi a prendere la tessera del Partito fascista, un giorno la ritrovai, era la numero 12”, convinto di agire da patriota, “ma nel ’23, dopo l’omicidio di don Minzoni, scelse di uscire dal Partito”.

“Fino all’anno scolastico 1937-’38 frequentai la scuola ebraica di via Vignatagliata”, ha proseguito. “Per sostenere l’esame di accesso al 4° anno delle Elementari (una volta funzionava così) andai dunque in una scuola pubblica. Ma il 3 settembre 1938, tornando a casa, aprii il quotidiano e lessi: ‘Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate’. Capii il concetto ma non il perché. Mio padre rimase frastornato. Ricordo ancora quando, nel giugno ’40, sentii il celebre discorso di Mussolini (“Vincere! E vinceremo!”): ne rimasi sconvolto”. Nella scuola di via Vignatagliata, fra gli insegnanti Finzi ebbe Giorgio e Matilde Bassani, Primo Lampronti (campione di boxe) e Riccardo Veneziani. “Nel ’43 andai a presentarmi alla scuola media di via Borgo dei Leoni, per sostenere gli esami conclusivi. Insieme a me vi era Nello Rietti, che morirà il 13 marzo ’45 nel campo di Buchenwald. Quel giorno a scuola vennero chiamati tutti i bambini presenti, ma non noi due. Chiedemmo allora spiegazioni al Preside: i nostri nomi erano in fondo ai fogli, nell’ultima pagina. Una volta fatti entrare nell’aula, ci isolarono dagli altri, i quali, una volta saputo che eravamo ebrei, iniziarono a ridere, a fischiarci, a sbeffeggiarci. Era ‘normale’, dopo 5 anni che sentivano e leggevano che gli ebrei non erano del tutto umani, considerati più simili a bestie”. Ma l’assurdità dell’ideologia antiebraica aveva intaccato anche l’umanità degli adulti, anche di persone laureate: “all’improvviso una giovane insegnante dice a me e Nello: ‘tanto non attaccherete la malattia’. ‘Quale malattia?’, chiesi. ‘Come, voi ebrei non avete la coda?’, rispose serafica, credendo davvero in quel che diceva”.

Poi nel luglio ’43 cadde il regime, ma le leggi razziali, anche con Badoglio, rimasero in vigore, e furono riprese dalla Repubblica Sociale Italiana: “per questo è corretto chiamarle non solo ‘leggi fasciste’ ma ‘leggi italiane’ ”. La notte dell’8 settembre dello stesso anno, subito dopo la firma dell’armistizio, il cugino 17enne di Cesare, Alberto, residente con la famiglia a Bolzano, esce a festeggiare. Viene riconosciuto, arrestato col padre, Renzo Carpi, portati nel carcere di Bolzano. Furono i primi ebrei italiani presi dai fascisti e consegnati ai tedeschi. La zia di Cesare, Lucia Rimini e la cugina Germana, di 16 anni, non vollero scappare. Furono presi con gli altri ebrei dell’Alto Adige la notte fra il 15 e 16 settembre. L’intera famiglia venne di fatto riunita nel campo di concentramento di Reichenau, e lì rimase fino al febbraio del ’44 quando vennero caricati su uno dei treni della morte. Solo di un’altra cuginetta, Olimpia, 3 anni e mezzo, era noto il destino: fu uccisa il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz, il 7 marzo ’44, gasata e bruciata. “Grazie a un altro mio parente, lo zio Renato – ha proseguito il racconto Finzi -, io e i miei famigliari di Ferrara ci salvammo, perché scappò e venne da noi per avvisarci. La notte fra il 13 e il 14 novembre del ’43 io, lui e mio padre con una fune ci calammo dalla finestra nel cortile del vicino per scappare da fascisti e carabinieri che erano venuti a prenderci. Andammo a Gabicce – dove una persona riuscì a farci avere documenti falsi, privi del timbro di appartenenza alla razza ebraica – poi Mondaino, e poi sulle colline di Montefiore Conca. Una volta finita la guerra, sono tornato a scuola, al terzo anno del Liceo Scientifico: i miei nuovi compagni mi hanno accettato come se fossi sempre stato loro amico: è anche grazie a questo che sono riuscito ad arrivare fino ad oggi”. E’ questo il ricordo più intenso – che ancora lo fa commuovere, spezzandogli la voce –, insieme a quello della cuginetta: “ogni mattina, da 75 anni, appena mi sveglio penso alla piccola Olimpia e ai miei cari che non ci sono più”.

Antisemitismo ieri e oggi

Dopo la proiezione di un video sulla storia dell’ebraismo italiano (normalmente proiettato al MEIS), il 4 settembre nella Sala Estense hanno preso la parola Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, la quale ha posto l’attenzione sull’importanza di ripercorrere tutta la storia dell’antisemitismo, le cui radici sono molto lontane, e Anna Quarzi, Presidente dell’ISCO (Istituto di Storia Contemporanea) di Ferrara. Quest’ultima ha ripercorso la storia degli insediamenti ebraici in Emilia-Romagna: i primi si registrano fra l’XI e il XX secolo d. C. fra Ravenna e Rimini, ma è nel XIV secolo che l’immigrazione ebraica aumenta nella nostra Regione, dal sud Italia e dal centro-nord Europa. Anche a Ferrara, per secoli gli ebrei hanno vissuto pacificamente, in particolare furono ben accolti nel periodo di Ercole I° d’Este. I ghetti a Ferrara come in altre città emiliano-romagnole (in tutto 32 località) verranno creati successivamente, sotto lo Stato Pontificio (a Ferrara, nel 1627). Proseguendo, durante i moti risorgimentali e poi con l’unità d’Italia molti ebrei furono in prima linea, sentendosi a pieno titolo italiani, cittadini, partecipando anche in massa al primo conflitto mondiale. Fino ad arrivare, appunto, all’antisemitismo di Stato, già anticipato da una campagna d’odio e, nella nostra città, nel ’37, da una schedatura degli ebrei residenti, anticipazione, grazie all’“intraprendenza” dei funzionari locali, delle leggi razziali (o, meglio, razziste). Dopo l’intervento di Cesare Finzi e prima delle relazioni di cinque docenti formati da TOLI – Fondazione CDEC – ISCO, ha preso la parola la professoressa di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Milena Santerini, che ha affrontato il tema specifico dei discorsi d’odio oggi, in particolare sul web. Antisemitismo, antigitanismo, maschilismo, islamofobia, odio contro i migranti, razzismo, sono forme d’intolleranza tra loro correlate, e vanno quindi combattute insieme: “non è vero che la scelta di un capro espiatorio mette ‘al sicuro’ altre categorie. Vale invece la logica dei vasi comunicanti, per cui l’odio si riverbera su ogni categoria considerata ‘altra’, ‘diversa’ ”, ‘inferiore’, attraverso parole e discorsi d’odio che, la storia ce lo insegna (ma spesso, come si dice, non ha allievi…), preparano le azioni. È importante dunque prevenire, non solo reprimere legalmente e legare i discorsi d’odio del passato a quelli del presente.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019

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CPIA in festa: un ponte nella città

24 Giu

Oltre 200 i presenti venerdì 21 giugno in piazza Municipale a Ferrara per l’evento di fine anno scolastico del Centro per l’istruzione degli adulti. Tanti i ragazzi stranieri protagonisti

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Una serata di festa nel cuore della città, insieme alla città. Non è, infatti, casuale la scelta del CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) di Ferrara, di svolgere, per il secondo anno consecutivo, la propria festa di fine anno scolastico in piazza Municipale, luogo simbolo della comunità. Oltre 200 le persone presenti dal tardo pomeriggio del 21 giugno scorso per assistere ai due spettacoli preparati da studenti e insegnanti. Fabio Muzi, Dirigente scolastico, ha introdotto l’evento spiegando come la festa sia una sorta di “resoconto alla città del lavoro progettuale che con i nostri studenti abbiamo realizzato in questo anno”. Il CPIA esiste dal 2015 e ha cinque sedi nella nostra provincia, delle quali due a Ferrara (via Ravera e carcere dell’Arginone), le altre a Cento, Codigoro e Portomaggiore. Molti degli iscritti sono stranieri che frequentano i corsi di lingua italiana. Il Centro offre soprattutto una formazione base: per il diploma conclusivo del primo ciclo di istruzione, la certificazione di assolvimento dell’obbligo di istruzione, la certificazione di conoscenza della lingua italiana di livello A2, oltre a corsi di alfabetizzazione funzionale (lingue straniere, informatica, ecc) e di Italiano come L2. Non mancano però proposte laboratoriali “per dare strumenti concreti – ha proseguito Muzi -, ponti verso l’esterno, aprendo la scuola alla città, in particolare al mondo dell’associazionismo. Così facciamo integrazione, che per noi significa scambio fra culture”. La festa ha voluto evidenziare due laboratori realizzati nell’ambito del progetto “Il Giardino del Mondo”, vincitore del concorso regionale “Io Amo i Beni Culturali 2019”. Il primo è il lavoro teatrale “Il cielo è di tutti gli occhi”, realizzato con Teatro Cosquillas, che vede la regia di Massimiliano Piva e Roberto Agnelli. Di particolare rilevanza questo progetto incentrato sul quartiere Giardino della città, “dove è stato importante intervenire per affrontare e cercare di dare una risposta ai problemi di convivenza tra alcuni residenti e alcuni immigrati”, ha spiegato ancora Muzi. A seguire, un altro spettacolo ha animato la piazza Municipale, a cura di Alberta Gaiani (che è anche attrice) e di uno studente straniero. Infine, un altro lavoro realizzato durante l’anno scolastico è stato “Al Presente: ritratti contemporanei”, mostra fotografica con i lavori realizzati dagli studenti del laboratorio condotto da Ippolita Franciosi e Luca Pasqualini: un progetto nel quale giovani immigrati indagano e cercano di rappresentare la propria condizione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 giugno 2019

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A Ferrara otto bambine e bambini saharawiani, piccoli «ambasciatori di pace che rimangono nel cuore»

17 Ago

1Più di quaranta giorni nel nostro Paese, dei quali cinque a Ferrara, per otto piccoli «ambasciatori di pace» saharawiani. Stamattina nel Municipio di Ferrara è stato presentato il progetto “Accoglienza Saharawi 2017”, organizzato dall’Associazione Oltreconfine in collaborazione con il Coordinamento Regionale di Solidarietà per il Sahara Occidentale e con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia (che ha programmi simili anche in Spagna). Il progetto, giunto al 18° anno, vede otto bambine e bambini tra i 7 e i 10 anni ospiti di associazioni ed enti locali nella nostra città, dov’è interamente gestito da volontari di Oltreconfine, con il sostegno della CRI Ferrara (per gli accertamenti sanitari loro necessari e le eventuali terapie) e dell’AIC – Associazione Italiana Celiachia.
I bambini permangono a Ferrara dalla mattina del 13 agosto, fino a domani, 18 agosto, quando ripartiranno dall’aeroporto milanese di Malpensa verso la loro terra. In Italia sono giunti lo scorso 4 luglio, e, prima della tappa ferrarese, sono stati, nell’ordine, tre settimane a Reggio Emilia, poi a Bellaria, Sala Bolognese e Sasso Marconi. In tutto sono circa un’ottantina i bambini saharawiani ospiti del progetto accolti quest’estate nella nostra regione, su un totale di 400 in tutta Italia. Nello specifico, la nostra città in 18 anni ha accolto circa 150 bambine e bambini provenienti dal Sahara Occidentale, situato tra Marocco, Algeria e Mauritania.
Seppur nei pochi giorni trascorsi a Ferrara, i bambini, tra le varie attività svolte, hanno avuto la possibilità di giocare a Parco Massari, di cenare o pranzare alla Bocciofila La Ferrarese in viale Orlando Furioso, nella mensa di via Zandonai, al Ristorante 381 in piazzetta Corelli e al Puedes nel sottomura di via Baluardi, di nuotare nella piscina di Occhiobello, oltre che di visitare il Castello Estense, il Giardino delle Capinere della LIPU in via Porta Catena, e di navigare sul Po grazie al battello fluviale “Nena”.
«Questi bimbi ci entrano nel cuore, e lì rimangono», ha spiegato, ai limiti della commozione, Alessio Zagni, presidente del Comitato della Croce Rossa Italiana di Ferrara. «È importante mantenere alta l’attenzione sui problemi che vive questo popolo». Popolo la cui storia, nonostante diverse campagne di sensibilizzazione, anche nel nostro Paese rimane perlopiù misconosciuta. «Loro sono i nostri ambasciatori di pace», ha spiegato Hamadi Omar Mohamed, accompagnatore, interprete e mediatore Saharawi del gruppo, attivo in questo ruolo dal 2012. «La loro è la causa dei dimenticati: non esiste solo il muro del Marocco [che questo Paese ha istituito al confine col Sahara Occidentale per controllare meglio il popolo Saharawi, ndr], ma anche il muro del silenzio».
All’incontro di presentazione sono intervenuti anche Agnese Casazza, presidente di Oltreconfine, e Massimo Maisto, Assessore alle Politiche per la pace del Comune di Ferrara, che ha spiegato come «il popolo Saharawi ha scelto la via della pace, della legalità internazionale, la via referendaria. La cooperazione internazionale decentrata è una, seppur piccola, risposta a questo tipo di problemi».

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 17 agosto 2017

Fabrice Hadjadj: «Grazia e gratitudine contro la logica senza genealogia»

29 Ott
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Fabrice Hadjadj

“Perché dare la vita a un mortale? Essere genitori alla fine del mondo” è il nome dell’incontro pubblico tenuto dallo scrittore francese Fabrice Hadjadj lo scorso 27 ottobre nell’Auditorium Bisoffi in via Calatafimi a Verona, e organizzato da Associazione EdRes, con Gavia, Braida e ABiCi.

Dopo i saluti istituzionali con l’intervento dell’Assessore Alberto Benetti, vi è stata l’introduzione di Valeria Biasi, promotrice culturale, la quale ha definito Hadjadj «un pensatore, un cercatore, che ha trovato la fede cattolica senza cercarla».

“Le donne partoriscono a cavallo di una tomba”: con questa battuta di Beckett in “Aspettando Godot”, ha preso avvio la lunga, tormentata e appassionata riflessione di Hadjadj. Ha scelto di partire così, crudamente, senza fronzoli, com’è nel suo stile. «La culla, insomma, non sarebbe che un’illusione, il nascituro è come se fosse coricato in una bara. Invece – è il pensiero che Hadjadj ha cercato di portare – anche se è solo un istante, il giorno splende, il sentimento dell’assurdo non è primario. Il non-senso, infatti, lo sentiamo perché primariamente siamo destinati al senso, che lo vogliamo o no è così. Le tenebre sono mordaci solo sullo sfondo del giorno». Per il relatore, l’interrogativo sul perché procreare «apre uno spazio alla tragedia, senza per questo dimenticare lo stupore iniziale». Perché ci riproduciamo? Perché non scegliere di non riprodursi, dato che è tra le possibilità dell’essere umano? «Questa è la domanda delle domande, l’essenza stessa del perché. È questa la domanda fondamentale, non “la vita vale la pena di essere vissuta?”»

A differenza degli altri animali, non andiamo semplicemente in calore, «ma abbiamo un fervore rituale, c’è in noi una tendenza naturale che però dev’essere animata da una ragione più specifica». Storicamente, invece, bisogna considerare che «un tempo fare figli non era necessariamente un imperativo, ma uno scopo indiscutibile. Da quando il generare – ha proseguito Hadjadj – è diventato per molti un problema, allora ci siamo trovati sguarniti davanti a certe risposte». Al contrario la riproduzione della specie, «la genealogia, la fertilità sono da sempre essenziali per le religioni, fin dall’epoca primitiva», perché parte della natura umana. Con l’arrivo della filosofia antica, invece, «il filosofo si inizia a interrogare sull’origine prima del mondo, dimenticando la persona, la genealogia, la famiglia in carne e ossa. Poi, con la modernità, addirittura siamo arrivati a pensare che «la felicità sia legata al benessere, ma questa cura individualistica di sé ha arrecato molti danni alla fertilità».

Se è vero che già nel XIX secolo bisognava fare figli per la Patria, per la guerra, per il Partito o il regime di turno, così come oggi per lo Stato Islamico, ad esempio, insomma «il partorire era, ed è considerato un mezzo, non un fine in sé», oggi la situazione è ancora peggiore: «l’aborto – che è sempre un aborto della logica, della vita, una degradazione a programmazione –, la pillola, il parto senza dolore, la fecondazione in vitro, e quella medicalmente assistita, rendono la nascita non più dominio della donna ma degli ingegneri del vivente. Il dono della vita diventa diritto ad avere figli, o a non averne, o a sopprimere il feto. La nascita per via sessuale cede, quindi, il passo alla fabbricazione biogenetica, per costruire un essere adattato ai nostri progetti, fino alla “dolce morte”. Perlopiù – secondo Hadjadj – tutto ciò avviene in un contesto di crisi ecologica – dove si comprende che le risorse non sono illimitate, e quindi “conviene” anche procreare di meno – e di crisi antropologica».

L’analisi dello scrittore è spietata, perché sincera: «oggi l’essere padre o madre è considerato una degradazione, è il contrario del soggetto autonomo idealizzato dalla società attuale, chi sceglie di non avere figli viene considerato una persona che prende una scelta eticamente meno pericolosa, e il motivo che si addotta è di non avere nessun dovere di far venire al mondo degli esseri umani, che perlopiù soffriranno. Oggi chi sceglie di essere madre viene vista o come schiava sottomessa o come donna con un coraggio sovrumano. I cosiddetti “senza figli per scelta” dicono che il figlio, per farlo nascere, dovrebbe avere condizioni di vita eccellenti, ma è impossibile, quindi non se ne fanno: questa è una compassione senza passione, che pensa che quei figli, tanto, sono destinati a morire. Al contrario, un tempo le donne si gettavano a far figli senza pensarci troppo, nonostante le sofferenze e il rischio di morte legati al parto».

A questo punto Hadjadj cerca gradualmente di abbandonare la pars destruens della sua riflessione, e di concentrarsi sempre più sulla speranza e la bellezza legate al mettere al mondo dei figli. Come diceva all’inizio: “partorire sulla soglia della tomba”. «Sì, ma le tombe si apriranno, i sepolcri saranno vuoti, non generiamo per questo mondo, ciò ci insegna la fede. La Rivelazione, infatti, non è un sistema di risposte a tutto, ma qualcosa che ci chiama personalmente, e che implica una riscoperta e reinterpretazione del reale. Poi impariamo, con l’esperienza, che il sesso è legato essenzialmente allo spirito (“Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”, Salmo 83), e quindi mette in gioco la relazione divina, è insomma un intreccio tra ciò che c’è di più naturale e ciò che c’è di più soprannaturale». La sua meditazione è un crescendo di passione e di fede: «il semplice fatto di dare la vita contiene già in sé un piccolo barlume di speranza nella vita eterna, è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso, e che questo incontro ci apre alla procreazione, come la chiave e la serratura di una porta segreta. Per gli animali ciò è istintivo, per noi invece no, abbisogna del massimo della metafisica».

Come già accennato, parlare di nascita significa anche parlare di tragedia, di fragilità, della «nostra vulnerabilità radicale, principio di ogni vulnerabilità umana: dare la vita significa mettere al mondo una persona vulnerabile, e quindi essere all’origine della sua vulnerabilità, essere “responsabili” di ciò, e dunque anche del suo dolore. Questa vulnerabilità radicale riguarda il male subito ma soprattutto quello compiuto, è la vulnerabilità al peccato originale». Sono, questi, concetti alieni in una società come la nostra dove «si cerca la salute non la salvezza, la comodità nella tecnica non lo sforzo nella Grazia». Dove, quindi, si segue «la logica e non la genealogia»: ma «la logica diventa appunto aberrante se abbandona la genealogia, appena cioè non è più motivata per la vita, a dare la vita, se insomma vive una sorta di ipertrofia del “perché”: infatti, il perché estremo è senza perché».

«Solo la Croce – è la conclusione di Hadjadj – può illuminarci con la sua gioia, solo così la morte diventa luogo dell’offerta suprema. La “genealogica”, insomma, rompe l’impero del calcolo tecnologico attraverso il regno dell’imprevedibile, considerando la nascita come un avvenimento. Si tratta, insomma, di Grazia e di gratitudine, anche verso i propri genitori che, generandoci, ci hanno insegnato ad amare la vita. Dio ha creato il mondo per amore, cioè senza perché, in una gratuità totale. Per chi è nell’amore la gratuità è Grazia, per chi ne è fuori, è assurdità». Così, usando una delle sue infinite immagini geniali, «la mangiatoia dove fu posto Gesù bambino è la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio».

Andrea Musacci

Ascensore per la scuola media a Voghiera

23 Dic
taglio del nastro

Da sinistra, Giovanni Roncarati, Chiara Cavicchi, Paolo Lupini e Laura Vecchietti

Un nuovo ascensore per agevolare gli spostamenti all’interno della scuola, e in particolare per aiutare gli alunni disabili. Ieri mattina nella scuola secondaria di I grado “L. Ariosto” di Voghiera, in via Girolamo da Carpi, si è svolta l’inaugurazione del nuovo ascensore situato nell’atrio dell’edificio.

All’evento erano presenti il Sindaco Chiara Cavicchi, l’Assessore Paolo Lupini, Giovanni Roncarati, Dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “Alberto Manzi” (di cui fa parte la scuola di Voghiera), e Laura Vecchietti, coordinatrice della sede locale.

L’ascensore in vetro e acciaio è stato realizzato dall’azienda Borghi di Ferrara ed è situato a ridosso delle scale, sostituendo così il precedente montascale. Nella scuola vi sono 178 alunni divisi in otto classi (tre terze, tre seconde, due prime). Essendo le aule distribuite tanto al primo piano quanto al piano terra, ed essendovi in quest’ultimo anche le aule per la musica, l’arte e i laboratori, i frequenti spostamenti da un piano all’altro di alunni e insegnanti non sono sempre agevoli.

L’ascensore sarà quindi utile per tutti, in particolare per chi avrà impedimenti temporanei, e soprattutto per eventuali studenti con disabilità fisiche permanenti. Il Sindaco ha tenuto a sottolineare «come non abbiamo solo adempiuto a obblighi di legge, ma compiuto una scelta doverosa e sacrosanta, un investimento ulteriore per la scuola». Si è dunque svolto il tradizionale taglio del nastro, oltre al “giro di prova” compiuto dal Sindaco e da Roncarati sul nuovo mezzo.

Infine, ricordiamo un’iniziativa che coinvolge la scuola insieme all’Associazione IBO Italia: un mercatino di oggetti d’arredamento in vendita a offerta libera, il cui ricavato è destinato all’adozione a distanza di una bambina rumena della città di Panciu.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 23 dicembre 2015

Il maestro Manzi rivive nella scuola di San Bartolomeo

26 Mag
Da sinistra: Chiara Cavicchi, Annalisa Felletti, Serena Poltronieri, Giulia Manzi e Giovanni Roncarati

Da sinistra: Chiara Cavicchi, Annalisa Felletti, Serena Poltronieri, Giulia Manzi e Giovanni Roncarati

Numerosi sono gli Istituti scolastici italiani intitolati ad Alberto Manzi, insegnante e scrittore noto negli anni ’60 per la trasmissione RAI “Non è mai troppo tardi”. A questi da ieri si è aggiunto l’Istituto Comprensivo n. 7 (in via Masi, 114) di S. Bartolomeo in Bosco.

In mattinata si è svolta la cerimonia di intitolazione alla presenza del Dirigente scolastico Giovanni Roncarati, Angela Poli e Beatrice Morsiani della Biblioteca Ariostea, Roberto Farnè del Centro Studi A. Manzi di Bologna, la figlia Giulia Manzi, il Vice Sindaco di Masi Torello Serena Poltronieri, Chiara Cavicchi, Sindaco di Voghiera, Annalisa Felletti, Assessore Pubblica Istruzione di Ferrara, Mauro Vecchi, Direttore Istituzione Scolastica di Ferrara, Loretta Guidetti e Grazia Baraldi. L’esibizione dei giovani clarinettisti della scuola di musica di Voghiera ha preceduto l’intervento di Roncarati, che ha descritto Manzi come «un seminatore, in quanto ogni suo scritto era un seme» che ancora continua a dare frutti. Mentre Angela Poli ha elogiato il percorso di progettazione iniziato lo scorso gennaio, Farnè si è rivolto agli insegnanti ricordando la loro «maggiore responsabilità nel far parte di un Istituto intitolato a Manzi», e quindi l’importanza di ispirarsi  a lui e al suo metodo. Ha preso dunque la parola la figlia Giulia, che ha ricordato come i libri del padre «sono quelli coi quali sono cresciuta, che mi leggeva prima di andare a dormire». Infine, è stata premiata una bambina, Angela, di Voghiera, per aver ideato il nuovo logo dell’Istituto e ha avuto luogo il taglio del nastro ufficiale.

Un momento della cerimonia

Un momento della cerimonia

Nell’Istituto sono visitabili una decina di progetti ispirati ad alcune opere di Manzi, creati da alcune classi di Fossanova S. Marco, Masi Torello, Voghiera, S. Martino, S. Bartolomeo e Gaibanella. La giornata è proseguita alle 15.30 in Biblioteca Ariostea a Ferrara con un incontro al quale erano presenti Angela Poli, Giovanni Raminelli (insegnante, dirigente scolastico, collaboratore dell’Ufficio Scolastico Provinciale) e Giovanni Roncarati.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 maggio 2015

L’istruzione secondo Illich oggi all’Ariostea

26 Feb

Palazzo Paradiso AriosteaL’incontro di oggi alle 17 in Biblioteca Ariostea (via Scienze, 17 a Ferrara) prenderà spunto dalla frase “L’istruzione è un mito classista e mutilante” di Ivan Illich. Relatore sarà Fabio Milana, insegnante di Lettere, con l’introduzione di Piero Stefani. L’incontro è organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea.

Illich (1926-2002) è un filosofo austriaco che ha esercitato la sua critica sulle forme istituzionali, economiche e ideologiche della modernità, individuando nessi profondi tra i modelli neocapitalisti e i rapporti di dominazione e subalternità culturale.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 26 febbraio 2015