Le due Missionarie di San Carlo Borromeo hanno testimoniato la propria vocazione l’11 marzo nel Campus “Santa Teresa” di Ferrara
Una vita bella, in Dio. Nella quale le domande più profonde rimangono ma nella consapevolezza che Lui è presente.
È stato un bel pomeriggio di testimonianze quello svoltosi l’11 marzo nel Campus “Santa Teresa” di Ferrara (complesso di San Girolamo), organizzato da Comunione e Liberazione sul tema “Ideale e Vocazione”, in collaborazione con Gioventù Studentesca, Associazione Genitori Martin e Comitato Card. Carlo Caffarra. Sono intervenute suor Teresa Pedini e suor Antonella Piazzoli delle “Missionarie di San Carlo Borromeo”. Le Missionarie nascono nel 2005 grazie a suor Rachele Paiusco, nel solco dei Missionari della Fraternità San Carlo, nati 20 anni prima grazie a don Massimo Camisasca, ora Vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla. Le Missionarie attualmente sono 31, di cui 15 a Roma e le altre a Nairobi, Denver, Grenoble, alla Magliana a Roma.
Vite prese per mano e trasformate
Originaria di Imola, suor Teresa ha studiato Architettura a UniFe, e dal settembre 2018 vive a Roma nella Casa di formazione delle Missionarie, nello stesso edificio dove si trova la Casa del centro. Qui, si occupa dell’accoglienza degli ospiti – perlopiù liceali e universitari. Nel dicembre 2021 ha professato i voti semplici. «La nostra è una vita bella – ha spiegato -, orientata a Dio, in Dio. Nei giovani che accogliamo, ho visto trasformazioni inattese, come ragazze confessarsi da noi quando non lo facevano da 5 anni. Per il resto, cerchiamo di tirar fuori loro le domande che hanno, e di educarli all’affettività e all’uso attento e “distaccato” delle nuove tecnologie».
Suor Antonella, 34 anni, compie, invece, quest’anno i primi dieci anni nelle Missionarie. Nella sede di Roma si occupa dell’economato. «La vocazione – ha spiegato – è rapporto di ognuno con Dio, col Mistero fatto carne, quindi non è solo forma, immagine o azione. È la storia dell’Amore che compie la vita di ogni persona». Una vita, la sua, educata fin in famiglia alla fede, nell’oratorio parrocchiale, e grazie a due figure di sacerdoti, fra cui don Andrea, decisivo per la sua conversione. Ma il grido del cuore davanti ai drammi della vita (la separazione dei genitori, la morte di un coetaneo) era forte: “perché?”, perché Dio permette tutto questo? «Nessuno sapeva rispondermi». L’amicizia con don Andrea e altri giovani, «una vita bella e semplice, un punto di luce», la instraderà lungo il proprio cammino, nell’incontro con CL, e poi con la San Carlo. «I miei “perché?” ci sono ancora, ma ora so che Lui rimane con me, e che mi ha cambiato e ancora può cambiare il cuore, quindi il modo di affrontare le circostanze».
L’altra svolta, per lei, sarà dopo la visita a un Monastero di clausura di Clarisse in Svizzera. «Capii che la felicità vera è solo vicino a Dio, che la vita può essere piena e felice (prima non lo credevo), e volevo condividere questa mia scoperta con tutto il mondo».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 marzo 2023
Incontro a Ferrara sugli adolescenti: le sofferenze post pandemia, le testimonianze da Sambe e WebRadio Giardino, proposte di educazione condivisa
Insicuri, annoiati, rabbiosi. Ma anche desiderosi di bene, di una comunità educante. Nel parlare dei giovani – in particolare degli adolescenti – si rischia sempre di essere troppo paternalistici o “sociologici”. Da quest’approccio ha provato a uscire l’associazione “Ferrara Bene Comune” (FBC), proponendo, nella serata del 10 marzo, un incontro organizzato con CSV Terre Estensi, in Sala della Musica, moderato da Patrizio Fergnani (vice Presidente FBC), e con una 70ina di presenti. “Essere giovani in una città che invecchia”, il titolo scelto, a dire di un futuro che tanto roseo non sembra, e di un presente fatto di contraddizioni e difficoltà.
NUMERI CHE PARLANO CHIARO
Dai dati è partito Guglielmo Bernabei, Presidente di FBC (e nostro collaboratore), con la presentazione della ricerca “Tra Presente e futuro. Essere adolescenti in Emilia Romagna nel 2022” realizzata dall’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara con la collaborazione del Servizio Politiche sociali e socio-educative della Regione Emilia-Romagna. Dai 15mila ragazzi coinvolti (di età compresa fra gli 11 e i 19 anni), è emerso la loro ricerca di «una comunità educante, attiva, cooperativa». Il periodo pandemico, in particolare, è stato percepito da tanti come «spazio vuoto, sospeso». Da qui, la loro fame di relazioni nuove, diverse.
Dall’indagine risulta che siano due i luoghi di maggior disagio per gli adolescenti: la scuola e l’on line (la metà di loro passa almeno 4 ore davanti al pc). Qui, maggiormente, emergono ansia, noia, insicurezza, rabbia e solitudine. La gioia e la fiducia, al contrario, vengono dagli amici e dalla famiglia (pur con alcuni dati negativi da non sottovalutare). Insomma, la situazione è complessa ma non tragica: «i giovani vogliono esprimere la propria creatività, hanno voglia di conoscere, sono curiosi», ha concluso Bernabei: «hanno voglia di futuro».
TESTIMONIANZE DEI GIOVANI
Una «voglia di futuro» espressa da Tania e Anna (foto a sx) dell’Oratorio di San Benedetto: la prima, 22 anni, educatrice con la Lingua dei Segni, è partita da tre verità: «il bene genera il bene, l’educazione è cosa di cuore, in ogni ragazzo c’è un punto accessibile al bene. A me – ha proseguito – la vita dell’Oratorio ha salvato nella dimensione della relazione. Ma anche noi ci interroghiamo sulla nostra insufficienza, su dove sbagliamo se tanti giovani non sono attratti da noi. Una cosa è certa: se non agiamo nel bene, questa città muore».
Per Maria Vittoria Govoni(foto a dx), 25 anni, vice presidentessa di Web Radio Giardino (aps e spazio culturale nato nel 2017 per raccontare la città e i mondi giovanili), la domanda è aperta: «come Radio stiamo vivendo una crisi. Come fare – ci chiediamo anche noi – per trovare forze nuove e non abbatterci?».
La risposta, per Micol Guerrini, Assessora alle politiche giovanili del Comune di Ferrara, sta soprattutto nella comunicazione: «in città non mancano iniziative e proposte, ma dovremmo cercare di raggiungere più i giovani, soprattutto attraverso le scuole». Sarà. Fatto sta che le persone si avvicinano – si attraggono – sempre una a una, sempre chiedendo loro “tu come stai?” (come ha detto Tania). Sempre incontrandole sul loro cammino.
PROPOSTE DI EDUCAZIONE CONDIVISA
Su queste basi è nato anche il progetto Family StAR (Student At Risk), che parte dal modello delle Family Group Conference. Ne ha parlato Francesca Maci, Docente all’Università Cattolica di Milano. Il progetto è rivolto a studenti e studentesse con difficoltà scolastiche: il disagio personale viene affrontato non solo dalla famiglia o dagli insegnanti, ma anche – se lo studente lo vuole – da chiunque possa aiutarlo (amico, compagno di classe, vicino di casa, parente ecc.), e da professionisti, in maniera partecipata e condivisa. Insomma, «sapere esperto e sapere dell’esperienza» si alleano tra loro per trovare soluzioni pratiche attraverso un percorso personalizzato. StAR, per ora, è stato sperimentato a Milano, Lodi, Sondrio e Salerno su un totale di 540 studenti. Si è accennato alla possibilità (tutta ancora da valutare) di portarlo anche a Ferrara.
E sull’idea di rete solidale si fonda anche il progetto dei Patti Digitali di Comunità (PDC), nati nel 2018 grazie al MEC (Media Educazione Comunità), rappresentati da Matteo Maria Giordano(con Maci e Bernabei in foto), il quale con amara ironia ha illustrato la realtà: lo schermo di un tablet o smartphone sta sostituendo, per molti bambini, anche piccolissimi, il volto della madre (o del padre). Chi non ha mai visto, al tavolo di un ristorante, un bimbo non far altro se non fissare uno smartphone? «È una scelta – ha detto Giordano – fatta non per il bambino, ma dai genitori per loro stessi, perché vogliono essere al centro, non disturbati dal figlio». Da una recente indagine, il 72% delle famiglie con bimbi 0-2 anni ha ammesso di usare dispositivi digitali durante i pasti. Ma gli effetti, in particolare sui bambini, sono gravi, perché provocano dipendenza, quindi mancanza di sonno, di memoria, di concentrazione. Oltre a inibire la creatività e appunto a impoverire le relazioni. «Se continuiamo così, fra 20 anni avremo tanti giovani con disturbi di questo tipo: sono i bambini di oggi», ha ammonito Giordano. Bambini che perdono la relazione coi genitori, inghiottiti dallo schermo che loro stessi li mettono davanti agli occhi.
I PDC sono, quindi, un tentativo per far incontrare fra loro i genitori e decidere, insieme, alcune regole/principi da applicare ognuno coi propri figli. A partire da 5 basi: sì alla tecnologia, ma nei tempi giusti; preparare i bambini all’autonomia digitale (ma graduale e attenta); regole chiare e dialogo; adulti informati e responsabili; alleanza tra genitori. Altre informazioni su https://pattidigitali.it/
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 marzo 2023
Un momento della manifestazione della comunità ucraina di Ferrara il 26 febbraio 2023
di Andrea Musacci
Sempre meglio partire dai fatti e dai numeri. Il 24 febbraio 2022 l’esercito russo invade la parte orientale dell’Ucraina e inizia a bombardare varie città del Paese, compresa la capitale Kiev. A un anno di distanza, l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu ha conteggiato 8.006 civili morti e 13.287 feriti, di cui 487 bambini e 954 feriti. Ma i numeri sono sicuramente più alti. E a questi bisogna aggiungere i tanti soldati russi uccisi e feriti (200mila, si stima). Otto milioni sono invece gli ucraini che nel 2022 hanno lasciato il proprio Paese. E poi ci sono gli orrori di Bucha, Irpin, Mariupol, solo per citarne alcuni, le migliaia di manifestanti russi pacifici arrestati in Russia e l’oltre mezzo milione di russi scappati dal proprio Paese: professionisti, ebrei (che temono torni l’antisemitismo), disertori. L’Ucraina è un Paese devastato, stuprato da un arrogante e feroce imperialismo, quello russo.
«Un crimine contro l’umanità, un atto terroristico continuato» chiama la guerra contro l’Ucraina Vittorio Emanuele Parsi su “Il Foglio” del 24 febbraio scorso. Sì, perché uno è l’invasore (la Russia) e uno è l’invaso (l’Ucraina). Una sola è la terra martoriata, la casa da difendere, che ogni padre di famiglia difenderebbe. Da quando Putin è al potere, invece, il suo Paese non ha subìto nessuna invasione, nessuna guerra. Nessun bombardamento ha colpito il suo popolo. E così è anche ora: la Federazione russa non è minacciata né invasa né bombardata dall’Ucraina o da uno dei suoi alleati. Esiste un solo territorio invaso e bombardato da oltre 12 mesi: quello dell’Ucraina, paese libero e democratico, il cui popolo muore, soffre traumi indicibili, le cui donne e cui bambini per non essere ammazzati o stuprati sono costretti da mesi a fuggire raminghi per l’Europa, a portare nelle nostre città, come Ferrara, i loro occhi pieni di orrore, di angoscia per i mariti, per i padri lontani, per le loro anziani madri che non hanno nemmeno la forza nelle gambe, o nel cuore, per scappare dalla casa dove vivono da decenni.
Questa è la sorte del popolo ucraino da quel 24 febbraio 2022. Una sorte non dettata dal caso, ma dalla violenza imperialista di Putin e del suo Governo, unici responsabili di ogni massacro, di ogni violenza, di ogni goccia di sangue, su una terra che cercava di vivere libera e in pace. Che non voleva e non vuole la guerra. Olga Onuch, storica e politologa ucraina, su “Il Foglio” dello scorso 23 febbraio ha scritto: «Il pacifismo è la posizione di chi esecra la guerra e le aggressioni militari. Non quello di chi le tollera o persino le premia, lasciando che gli aggressori ottengano quello che vogliono: non solo non sarebbe giusto, ma creerebbe il terreno per nuove e peggiori aggressioni. Una cosa intollerabile per un pacifista». Il finto pacifismo è anche un finto antimperialismo: in realtà è mero antiamericanismo, perché degli imperialismi d’altro tipo – russo, cinese o turco, ad esempio – non si interessa o anzi nega che siano tali.
Dall’altra parte ci sono quei popoli, come quello ucraino oggi, che ripudiano la guerra, che nei secoli sono riusciti a difendere i propri confini, la propria comunità, la propria libertà, senza avere il mito della guerra. Basti pensare a quei tanti partigiani antifascisti, anche cattolici, o agli eroi del Risorgimento. «L’eroica reazione» del popolo ucraino all’invasore russo «mi ha ricordato la nascita dello Stato italiano», ha detto lo scorso 21 febbraio Giorgia Meloni in visita a Kiev, da Zelensky: «è un po’ simile a quello che accade a voi oggi: che qualcuno riteneva che sarebbe stato facile piegare l’Ucraina, perché l’Ucraina non era una Nazione, ma con la capacità che avete avuto di battervi, di resistere», come l’Italia nel Risorgimento, «voi avete dimostrato di essere una straordinaria Nazione».
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023
«Con Putin siamo tornati all’ideologia imperialista sovietica. Non pensavamo potesse spingersi fino a questo punto». Sono una coppia speciale, Oxana Sivaeva e Valery Prytulin: lei, infatti, è russa, lui è ucraino. Vivono insieme a Ferrara da tre anni, dopo essersi conosciuti a Napoli e aver vissuto un periodo a Latina. Lui è autista per l’ACFT, lei in cerca di lavoro.
Anche la vita di Oxana dal 24 febbraio 2022 è cambiata: da lì, ha iniziato ad aiutare il popolo ucraino e la parrocchia dei cattolici ucraini di Ferrara.
Due pomeriggi alla settimana Oxana si reca nella parrocchia di via Cosmè Tura guidata da padre Vasyl (e prima anche al Centro Rivana) per aiutare a raccogliere e ordinare vestiti e farmaci da spedire coi furgoncini nel Paese in guerra. «Grande è stata l’accoglienza – ci spiega -, da parte di ucraini e italiani. E io e Valery aiutiamo anche direttamente l’Ucraina, spedendo ad esempio medicine e altro alla 128a Brigata d’assalto». «Conosco tanti ragazzi che combattono e purtroppo ho perso tanti amici in questa guerra», ci spiega Valery con la voce strozzata dalle lacrime. «Noi, per ora, purtroppo abbiamo bisogno di armi», prosegue. «E mi spiace che molti in Italia non capiscano che Putin non vuole fermarsi all’Ucraina ma punta alla Polonia, alla Moldavia, ai Paesi baltici. Anni fa – prosegue – nel mio lavoro da autista in un’occasione ho sentito professionisti russi qui in Italia parlare al telefono dei piani della Russia – segreti – di invadere Svezia e Polonia». Per Valery, quindi, «Kiev sta combattendo per tutta l’Europa, per il mondo intero, contro la minaccia russa. Se non lo fermiamo adesso, è inimmaginabile cosa potrà fare».
Oxana e Valery ci raccontano anche della martellante propaganda del governo russo che dipinge l’Ucraina come un «covo di nazisti», l’esercito ucraino come «l’unico responsabile dei bombardamenti sulle stesse città ucraine, e responsabile degli stupri e delle morti dei bambini. Ho un’amica – ci racconta Oxana – che una volta al telefono mentre criticavo Putin, mise giù perché aveva paura di essere intercettata. Proprio come accadeva in URSS». E come nell’Unione Sovietica, l’ideologia dominante fa percepire la “Madre Russia” «come superiore a tutti i Paesi vicini, a tutta l’Europa: gli altri Paesi europei, secondo questa mentalità imperialistica, dovrebbero servire solo a rifornire l’economia russa:non dovrebbero essere indipendenti dalla Russia».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023
Antonia Arslan e Davide Rondoni il 20 febbraio sono intervenuti a Ferrara su “I promessi sposi”
Cos’è che rende una vita davvero giusta? Su questo tema centrale per le donne e gli uomini di ogni tempo si è riflettuto lo scorso 20 febbraio interrogandosi su un capolavoro della letteratura di ogni tempo, “I promessi sposi”.
Nella sede dell’Università di Ferrara in via Adelardi si sono confrontati Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origine armena, e Davide Rondoni, poeta, scrittore e direttore artistico del Festival Della Fantasia. L’incontro “Che cosa c’è di allegro in questo maledetto paese?” – primo evento del Festival 2023 che si svolgerà l’11, 12 e 13 maggio in Castello e contributo in preparazione al concorso con lo stesso titolo – è stato organizzato da Accademia e Fondazione Enrico di Zanotti, in collaborazione con altre associazioni e istituzioni.
Arslan: «in un atto di amore, Manzoni si è inchinato agli umili»
Arslan nel suo intervento è partita innanzitutto dalla biografia di Alessandro Manzoni, «romantico non nichilista, personaggio complesso, nevrotico folle, con profonde ferite interiori». Un vero «genio», autore di «un romanzo che non fu per nulla, fin dall’inizio, un santino della nuova Italia, ma un grande romanzo d’avventura».
Nel libro, Manzoni «riesce ad accettare il mondo degli umili con unità personale, lui aristocratico, riesce a capire la realtà dei semplici e, ammirando la loro fede, a raccontarlo». Un mondo, quello degli umili, per nulla «mitizzato ma raccontato» da chi è stato capace di comprenderne il nucleo essenziale: «una semplice dirittura e onestà». Con «un continuo atto di volontà – ha proseguito la scrittrice -, Manzoni ha piegato sé stesso e si è inchinato, in un atto di amore, con ironia e chiarezza di linguaggio, a questo mondo» così diverso dal suo.
“I promessi sposi” sono «una pietra di inciampo, perché lì si frantuma un modo di scrivere precedente, pesante». Manzoni riesce, invece, a realizzare «un’avvolgente spirale di avventure, vissute da personaggi che ama, che descrive vivamente, con dialoghi della più alta qualità letteraria».
Rondoni: legame tra sapienza del popolo e Provvidenza
Manzoni nel romanzo «racconta una storia che non è consolatoria come tanti vogliono far credere», il popolo da lui narrato «è una questione tutt’altro che tranquilla e pacifica», ha spiegato invece Rondoni.
Quel «sugo di tutta la storia» che Renzo e Lucia colgono nel finale, è «il loro tempo, è comprendere loro stessi. Non c’è bisogno di intellettuali, di un’élite per coglierlo, per avere questa sapienza: il “sugo della storia” è il senso di avere giustizia nella vita». Insomma, non evitare i guai, «dividendo la storia in fortunati e sfortunati», ma avere fede, «la fede del popolo, un’esperienza di un popolo più grande di sé». Popolo la cui vita «è determinata da cose non create dal popolo stesso, ma che lo generano».
Da qui, il tema della Provvidenza, «parola descrittiva della Misericordia» – a sua volta «bomba che fa esplodere tutto, che non ha confini»: Provvidenza che fa «leggere il valore dell’esistenza a un altro livello, cercando di capire cos’è che rende una vita giusta». Compito supremo per l’uomo, questo: significa comprendere «come la libertà dell’individuo entra nel tempo, come il singolo sta nel tempo con più libertà e profondità, senza dividere la storia in fortunati e sfortunati». È, infatti, il cuore stesso a «non poter accettare che la vita si divisa solo in fortuna e sfortuna».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023
Al via il Seminario “Il cuore non basta”: nel primo incontro, Anna Bianchi ha riflettuto sulla “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II
Sta nell’essenza della ragione di desiderare di spingersi sempre al di là, sempre oltre sé stessa. Ma questo non può non portare allo scontro/incontro col mistero dell’Essere, con qualcosa che la supera infinitamente. Lì entra in gioco la fede. Questa riflessione ha tanto diviso filosofi e pensatori nel corso dei secoli e rimane, anche nella società dell’ultrarazionalismo e del relativismo, un pungolo inevitabile.
E proprio al rapporto fede-ragione è dedicato il Seminario di tre incontri organizzato dalla Scuola di teologia per laici della nostra Arcidiocesi, dal titolo “Il cuore non basta. Filosofia e fede oggi: un legame da riscoprire”. Il coordinatore del Seminario, Maurizio Villani, ha introdotto il primo dei tre incontri svoltosi on line il 23 febbraio. Sul tema “Fides et ratio: una sfida per la filosofia? Considerazioni a margine dell’Enciclica di Giovanni Paolo II” è intervenuta Anna Bianchi, Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
È il concetto di verità quello centrale per indagare, come viene fatto nell’enciclica, il rapporto tra ragione e fede: se è vero che «la fede è recepita dal soggetto non passivamente, ma attraverso appunto la ragione», dall’altra parte la Rivelazione «è la base del rapporto tra fede e ragione»: la ragione, quindi, «non è autosufficiente, ma arriva a verità fondamentali attraverso la Rivelazione».
Da qui la critica nell’enciclica a una «filosofia separata» tipica dell’età moderna e contemporanea, che ha, cioè, abdicato a ricercare una dimensione soprannaturale.
Bianchi ha poi spiegato come nel testo si riflette su come «la ragione può comprendere l’ordine razionale della realtà, il suo aspetto ontologico, andando oltre gli aspetti empirici, cercando quindi la verità: se la filosofia vuol essere un pensiero autentico, deve cercare la conoscenza di ciò che è vero sempre, della realtà in sé, deve trascendere il piano fattuale ed empirico per attingere ai principi primi e universali dell’essere». Questa «capacità metafisica» della filosofia, per san Giovanni Paolo II è una sorta di «filosofia perenne e destoricizzata, una filosofia implicita attraverso i secoli», ma ancora oggi molto dibattuta in ambito filosofico.
La relazione di Bianchi si è poi concentrata sull’aspetto antropologico, quindi sul soggetto-persona nel quale fede e ragione si incontrano. Nell’enciclica l’uomo è definito «come colui che cerca la verità e come colui che vive di credenza»: da una parte, quindi, il «desiderio di verità appartiene alla natura dell’uomo, quindi non può essere del tutto inutile e vano», dall’altra parte, insito nell’uomo vi è anche il bisogno di «abbandonarsi fiduciosamente all’altro, se riconosciuto come testimone credibile». Ciò avviene, in maniera simile, nell’ambito della fede.
Ma l’unione di questi due desideri – della ricerca della verità e dell’abbandono – come spiegò ad esempio San Tommaso d’Aquino, «derivano da una comune origine, Dio». Solo nel supremo Creatore, quindi, possiamo ritrovare, ancora, la risposta a ogni anelito di trascendenza, sia nella forma della ragione, sia in quella della fede.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 3 marzo 2023
L’incontro annuale del Vescovo coi giornalisti: «più attenzione ai temi della sicurezza sociale»
«Parlare col cuore» come normale conseguenza dell’ascolto e dell’incontro con le persone. È questo il tema al centro del Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Tema ripreso lo scorso 14 febbraio anche a Ferrara in occasione dell’annuale iniziativa dell’UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana per la Festa del Patrono San Francesco di Sales, alla presenza del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego. L’appuntamento si è tenuto nella chiesa di Santo Stefano a Ferrara e ha visto prima la S. Messa e poi un momento di confronto del Vescovo con i giornalisti.
«Non sempre l’informazione tratta quanto dovrebbe i temi della sicurezza sociale: ci vuole una visuale più ampia», ha riflettuto il Vescovo nell’incontro. «Il nostro è un territorio in sofferenza, con un calo importante della popolazione anche nel capoluogo». Critica a nuove trivelle per il gas nell’Adriatico, finanziamenti alle scuole paritarie, aumento della povertà e violenza sulle donne: sono, questi, per mons. Perego, alcuni dei temi sociali su cui la stampa dovrebbe porre maggiormente l’attenzione.
«Recentemente – ha proseguito – mi sono incontrato coi Vescovi di Chioggia e Rovigo per contrastare il progetto delle trivelle nell’Adriatico: il rischio è che i nostri Lidi scompaiano. Il territorio va, invece, salvaguardato, soprattutto per le future generazioni». Il Vescovo ha poi posto l’accento sulla scarsità dei finanziamenti pubblici per le scuole paritarie («facendo così venir meno il principio di sussidiarietà»), sul tema della violenza sulle donne, sull’aumento della povertà causato anche dalle sempre più frequenti separazioni e divorzi. Tutti problemi di sicurezza sociale che però spesso non trovano abbastanza spazio sui giornali. E che vanno affrontati soprattutto «a livello educativo», per contrastare anche «la crescente disaffezione alla politica che abbiamo visto alle recenti elezioni regionali».
Nell’omelia mons. Perego ha invece riflettuto su come «la comunicazione del Vangelo serve a tutti per conoscere la ricchezza della presenza di Dio nella storia. Vangelo e storia s’incontrano, come Vangelo e cronaca, non perché il Vangelo debba condizionare la lettura della storia e dei fatti di cronaca, ma perché nella lettura e nella comunicazione dei fatti, con libertà, si possa “parlare con il cuore”, non esasperare i fatti, non distruggere le persone, non generare conflittualità. Troppe volte – sono ancora sue parole – più che “parlare con il cuore” si parla, si comunica con una pregiudiziale – politica, sociale, culturale – che esaspera, fino a falsare, aspetti, situazioni, relazioni. La spersonalizzazione della notizia – ha proseguito – rischia di considerare anche le persone oggetti di indagine, più che soggetti con cui entrare in relazione: da vedere, ascoltare e con cui parlare».
«Ogni anno aumentano i problemi economici della stampa, quindi anche di quella diocesana», ha invece riflettuto Alberto Lazzarini, Presidente UCSI Ferrara. «Ma abbiamo ancora il dovere, a maggior ragione oggi, di diffondere i nostri valori cristiani, di dire la verità». Di un’informazione che «dia voce alla realtà, senza artefarla, per far emergere la verità», ha parlato anche Francesco Zanotti, neo Presidente UCSI Emilia-Romagna: «”parlare col cuore” – ha spiegato – significa mettere tutti noi stessi nel nostro lavoro. L’UCSI lo immagino come un luogo dove poterci incontrare e confrontare, comprendendo che si tratta di un cammino che stiamo compiendo insieme».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 febbraio 2023
La genesi, la chiamata, il ritorno. Un cammino animato da una sana inquietudine il cui approdo è in parte incerto (come la stessa genesi?).
Fino al 26 febbraio nella Galleria del Carbone di Ferrara è visitabile la mostra di Matteo Venturini “Non sei di segno minore”. In quella che è la sua prima personale, l’artista espone due cicli pittorici: “Genesi” e “Mare dentro” ed alcune altre opere.
Venturini nasce a Ferrara nel 1988. Laureato in Quaternario, Preistoria e Archeologia a Ferrara, in vita ha fatto diversi mestieri tra cui, oggi, quello di educatore. La sua ricerca pittorica sboccia da una passione costante per il disegno, ereditata dal padre Francesco. Il suo percorso è stato poi perfezionato grazie alla conoscenza di alcuni artisti come Gianni Cestari, Marcello Darbo e Laura Zampini, oltre alla frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. La mostra gode del Patrocinio del Comune ed è visitabile dal mercoledì a domenica ore 17-20.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 febbraio 2023
Noto chirurgo pediatrico di Ferrara, dal 1995 gira i continenti per curare i bambini che nessuno vuole curare. Lo abbiamo incontrato di ritorno dall’Uganda e prima della partenza per la Guinea
di Andrea Musacci
Andrea Franchella riusciamo a incontrarlo nei pochi giorni di pausa a Ferrara, tra un periodo in Uganda, dov’è stato, e uno in Guinea Bissau, dove si è recato per dieci giorni fino al 19 febbraio.
Franchella, “medico missionario”, chirurgo pediatra in pensione da 5 anni, porta la sua “chirurgia solidale” (come lui la chiama) in giro per il mondo, in quei Paesi dove la sua specializzazione nemmeno esiste, o le strutture sono inadeguate oppure i servizi inaccessibili per i poveri.
Una grande passione
Ferrarese, parrocchiano di Santa Francesca Romana (ma cresciuto tra San Benedetto e Casa Cini), Franchella ha iniziato nel 1995 a portare la propria umanità e la propria professionalità in angoli del pianeta dove la miseria la fa da padrona. Le prime missioni sono state eseguite con finanziamenti e collaborazioni con la Fondazione per la Ricerca Pediatrica “Renzo Melotti”, Rotary International e WOPSEC (World Organisation of Pediatric Surgery for Emerging Countries).
«Fino al 2018 usavo le mie ferie di Natale o estive per andare all’estero in missione. Ora invece che sono in pensione, mediamente ci vado per 6 mesi non continuativi all’anno». Gli chiediamo come sono nate la sua passione per la medicina e il suo desiderio di portare la propria esperienza in realtà così drammatiche in giro per il mondo. «Mio padre era medico – racconta a “La Voce” – e mi ha trasmesso la passione». In particolare, l’ambito della chirurgia pediatrica è un ambito che ho sempre amato e che mi permette di aiutare molte persone. La mia professione mi ha sempre appassionato, non ho mai avuto dubbi al riguardo». A un certo punto, però, Franchella vive un momento di inquietudine: «ho iniziato a interrogarmi sul perché anche per i bambini l’avere cure adeguate deve dipendere da quale parte del mondo nascono». Siamo negli anni ’90, Franchella ha già raggiunto una buona maturità professionale. È dunque un forte spirito solidale a spingerlo a provare questo tipo di esperienza come medico nel terzo e quarto mondo. Ma questo non bastava: bisognava organizzarsi per avere strumentazioni, strutture adeguate, per formare il personale locale. È così che l’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica ha voluto concretizzare e rafforzare i progetti di aiuto sanitario creando, nel luglio 2003, una propria Associazione, “Chirurgo & Bambino Onlus” oggi ODV, diretta dallo stesso Franchella.
Esperienze di una vita
Nel 1995 iniziano le prime esperienze di Franchella all’estero, per la precisione ad Antigua in Guatemala, dove si recherà fino al 2002 presso la onlus “Obras Sociales Hermano Pedro”. «Da colleghi – ci spiega – venni a sapere che l’WOPSEC voleva far partire un progetto in questa località dove esiste una missione francescana, in un ospedale dove c’era anche bisogno di un supporto chirurgico. Io, altri chirurghi e anestetisti partimmo, e creammo un Centro specializzato nella cura delle malformazioni facciali dei bambini. Nel progetto fu coinvolto anche il Comune di Ferrara che finanziò la degenza post operatoria».
Dopo un anno in Ecuador nel 2002, Franchella si reca per 5 anni nella regione di Tharaka in Kenya, per un progetto rivolto soprattutto a bambini ustionati, un problema molto diffuso in quel Paese, che quando non porta alla morte, può lasciare comunque danni funzionali enormi. Tra il 2005 e 2006 sarà anche in Armenia e Georgia, dove collabora con “Operation Smile” per progetti legati a pazienti con cheiloschisi (il labbro leporino) e palatoschisi. «Nei Paesi poveri, queste sono operazioni che normalmente vengono eseguite tramite compenso economico», ci spiega. Dal 2007 al 2011, collaborerà con un’altra organizzazione, “Smile Train” in Bangladesh, Yemen, Etiopia, Costa d’Avorio, Benin ed Irak, mentre dal 2007 al 2009 con la ONG “Adid” in Mauritania, per un progetto per il trattamento dei bambini ustionati. «Qui come in tanti Paesi poveri – ci spiega -, i bambini vengono operati da chirurghi normali perché non esiste la chirurgia pediatrica. Un bambino, però, non può essere considerato un “piccolo adulto” ma un essere in sviluppo». Subire un’operazione senza accortezze fondamentali, «può portare a conseguenze sulla sua crescita».
Arriviamo al 2010, quando ad Haiti inizia a collaborare con la Fondazione “Francesca Rava NPH Italia” per un progetto di formazione in chirurgia pediatrica all’Ospedale S. Damien di Haiti, diretto da padre Rick Frechette, sacerdote passionista e medico americano. Un luogo dove manca il rispetto per la vita umana: «durante una Messa in ospedale vidi portare una decina di “pacchi” davanti all’altare: ci misi un po’ a capire che erano corpi di bambini morti, fasciati, che da giorni attendevano le esequie». Nel 2011, poi sarà in Tanzania presso l’ospedale di Mbweni dove collaborerà con l’associazione “Ruvuma Onlus”, e per la costruzione di una struttura ambulatoriale di primo soccorso presso la scuola orfanotrofio ”Pietro Marcellino Corradini“ di Morogoro.
Il presente in Africa
Attualmente Franchella è responsabile per la parte clinica del “Children’s Surgical Hospital” di Emergency a Entebbe in Uganda(nella foto, con un ragazzo operato). «È un progetto molto importante che mi ha visto coinvolto fin dall’inizio. Qui, rispetto alle mie precedenti esperienze, Emergency. ha costruito un ospedale d’eccellenza di chirurgia pediatrica, progettato da Renzo Piano e con 74 posti letto, 6 letti di terapia intensiva, 16 di terapia semi-intensiva. Un esempio di medicina d’eccellenza, dove coordino l’ambito chirurgico e formo anche il personale locale: attualmente, ad esempio, seguo tre ugandesi e un eritreo». In Uganda lo accompagna sempre la moglie Angela, insegnante di matematica in pensione, che ha dato vita a un progetto di scuola in ospedale come quello esistente a Ferrara.
Ma ora vi è anche un progetto futuro per la Clinica Pediatrica “Sao Josè en Bor” a Bissau in Guinea-Bissau. L’attuale Ministro della Salute del Paese africano, Dionisio Cumbà, professionalmente è cresciuto in Veneto: nel 1991, grazie alla borsa di studio di alcune parrocchie e alla guida del missionario padre Ermanno Battisti, ha iniziato a studiare Medicina a Padova, per poi, dopo la laurea, specializzarsi in Chirurgia pediatrica. Sposato con un’italiana, e con due figli, Cumbà per un anno ha anche lavorato con Franchella all’Ospedale di Ferrara, ma poi ha deciso, cosa rara per i medici, di tornare nel suo Paese e di mettere in piedi un servizio di chirurgia pediatrica, che non esisteva. «Per questo mi ha chiesto aiuto e sono stato lì già tre volte, facendo formazione e portando strumentazione». Venerdì 10 febbraio Franchella è partito per la Guinea-Bissau assieme al figlio Sebastiano, otorinolaringoiatra, in vista della creazione del servizio di otorinolaringoiatria, anch’esso mancante.
Le mani di Shamira
La nostra chiacchierata con Franchella scegliamo di concluderla attraverso una storia che sembra poter avere un lieto fine. È quella di Shamira, bimba ugandese di 8 anni, che ha avuto ustioni devastanti a entrambe le mani, ustioni che le impedivano di aprirle. «Ora sta meglio, l’ho operata, riesce anche a prendere due mie dita. «Dal punto di vista chirurgico era stata abbandonata», ci spiega. «E molti bimbi in questo e in altri Paesi poveri spesso sono abbandonati, prima o in seguito all’incidente per cui necessitano di cure. La povertà può gettare tante madri nella disperazione».
Il servizio che Andrea compie è dunque importante perché aiuta anche – per quel che può – a curare, oltre alle ferite del corpo, quelle non visibili dell’anima di tanti bambini.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 febbraio 2023
In occasione della visita apostolica di Papa Francesco nel grande e martoriato Paese africano, abbiamo contattato alcuni missionari lì presenti: storie di donne e uomini al servizio degli ultimi
Suor Delia Guadagnini: «Vicino a chi ha bisogno»
«La presenza e la consolazione, questo portiamo alle persone». Ci tiene molto suor Delia (nella foto, durante la visita a una famiglia a Keba) affinché sul nostro Settimanale passi questo messaggio, elementare quanto si vuole, ma cuore della sua missione in Congo, dov’è presente dal 1989.
Lei è suor Delia Guadagnini delle Saveriane di Maria, dal 2014 fino al maggio scorso in missione a Uvira e ora nella parrocchia di Keba, Diocesi di Kongolo, provincia di Tanganyika, nella parte meridionale del Paese vicino al confine con l’Angola. Il trasferimento è stato una conseguenza anche della chiusura della comunità delle saveriane a Luvungi, 60 km da Uvira.
Qui vive in una casetta restaurata e offerta dal capo villaggio – «piccola ma molto accogliente» – assieme a due consorelle, Elisa e Dumiel. La loro, è la prima presenza di religiose in 50 anni di parrocchia a Keba: una zona di primo annuncio, quindi. «Incontriamo persone che iniziano ora a essere toccate dal Vangelo. Ma quando siamo arrivate ci hanno accolte con un calore straordinario».
«Le nostre attività sono molto semplici, stiamo in mezzo alla gente», ci racconta. «Ci siamo date un po’ di tempo per capire quali sono i bisogni delle persone, quindi visitiamo le famiglie, gli ammalati, chiunque ne abbia necessità. Cerchiamo poi di essere presenti nelle nostre comunità cristiane di base: sto cercando ad esempio di andare in quella più lontana, una comunità che si sta sfasciando, coi giovani che se ne sono andati». In generale, prosegue suor Delia, «siamo presenti nella pastorale giovanile e nell’insegnamento di religione e di altre materie nell’unica scuola secondaria qui a Keba». Ma il centro rimane la vicinanza a chi soffre: «ci sono situazioni di sofferenza e malattia mai viste altrove», con anche malati gravi, «senza grandi speranze di avere cure appropriate. La nostra presenza è per loro fonte di consolazione».
Stare in mezzo alla gente, vicino alle persone, quindi, «condividendo il loro quotidiano, entrando nelle loro case e interessandoci ai loro problemi: questo facciamo. Siamo qui con la nostra vita per mostrare, almeno un po’, l’amore di Dio, il suo farsi vicino».
Riguardo alla visita del Papa in Congo, suor Delia ci racconta di come qui si sia passati dallo «scoraggiamento collettivo» dell’anno scorso dopo l’annullamento del viaggio, alla «grande gioia per l’annuncio della nuova data, da parte di cristiani e non: il Santo Padre – infatti – è visto non solo come autorità religiosa ma anche morale, umana e sociale, che può aiutare il nostro Paese».
I suoi giorni di permanenza nel Paese, qui la gente li ha seguiti come poteva, coi mezzi che possiede. «Anche noi abbiamo cercato di far sentire qualche suo piccolo messaggio e cercheremo di tradurli in swahili. La sua voce è stata di un po’ profetismo eccezionale».
«Pregate per il Papa e per noi – conclude suor Delia -, perché la sua visita possa trovare solchi aperti a questo seme che possa crescere e svilupparsi, perché la nostra fede sia più forte, la nostra carità più incisiva e la nostra speranza possa portare frutti di pace e di comunione. Un abbraccio a tutta la Diocesi di Ferrara-Comacchio».
Padre Rino Benzoni: «Qui grande forza vitale»
È originario di San Lorenzo di Rovetta, nel bergamasco, padre Rino Benzoni (nella foto assieme ad alcuni ragazzi in attesa del Papa), ex superiore generale dei saveriani, ora missionario nella capitale Kinshasa.
Gli chiediamo dove si trova la sua parrocchia di San Bernardo (che guida assieme ad altri due saveriani, un burundese e un congolese): «il nostro è un quartiere centrale, Ndanu – ci spiega -, ma è come se fosse periferico, in quanto ex zona paludosa nella quale poi si è costruito ma che si inonda ad ogni pioggia». In questa zona tanta gente vive in povertà, anche estrema, la scuola, ad esempio, è a pagamento («quella di Stato è disastrosa»), e così la sanità, «con anche tanti approfittatori e ciarlatani». Questa massa di poveri, padre Rino la definisce più volte «la fascia rigettata e schiacciata dal resto della società».
I saveriani fanno quello che possono per aiutare queste persone: oltre alla pastorale ordinaria, padre Rino, ad esempio, gestisce un complesso scolastico parrocchiale (dalle Elementari alle Superiori) con 1100 alunni. «Quando capiamo che c’è estremo bisogno, veniamo incontro alle famiglie per il pagamento della retta». E poi c’è un importante Centro di formazione per il futuro clero.
La comunità cattolica qui è «grande e sviluppata», e la scorsa settimana ha partecipato con calore agli incontri col Santo Padre, lo stesso padre Rino era presente sia all’incontro coi giovani, come accompagnatore, sia a quello coi religiosi. Due momenti di particolare commozione. «La sua visita temo che non porterà a chissà cosa: il cuore dei potenti è più duro di una bomba», dice padre Rino. «Se riuscisse, però, a rimotivare la nostra Chiesa, a reindirizzarla, a parlare al cuore dei cristiani, sarebbe già molto». Sarebbe «un segno di speranza, soprattutto perché finisca la guerra col Rwanda».
«Il nostro popolo – prosegue p. Rino riprendendo le parole dell’Arcivescovo card. Fridolin Ambongo Besungu al Papa – è sofferente, schiacciato ma coraggioso. È un popolo che sa lottare, sa lodare e celebrare». L’ultima parte della nostra telefonata è, quindi, sull’anima di questo popolo indomito, e sulla nostra perduta: «In Italia, in Occidente la società sta morendo perché non ha più vita». In Congo, invece, «manca tutto ma c’è la vita, questa gente possiede una forza vitale fondamentale per andare avanti: lo vedo nel modo che hanno di riunirsi, di lottare, di celebrare, come detto dal nostro Vescovo. Il loro ideale è quello di trasmettere la vita, mentre il nostro è il benessere. Per questo abbiamo bisogno non di messaggi di pietà ma di speranza. E il Papa ancora una volta ci ha dato un grande messaggio di speranza».
Don Davide Marcheselli: «Curiamo corpo e anima»
Don Davide Marcheselli (nella foto, assieme a due responsabili di comunità cristiane) è un sacerdote della Diocesi di Bologna che collabora con i saveriani nella guida della parrocchia dello Spirito Santo a Kitutu. Siamo nel sud Kivu, Diocesi di Uvira, una terra maledetta. Una zona difficilmente raggiungibile.
«Le strade – ci racconta al telefono via WhatsApp – in questo periodo sono devastate dalle piogge, quindi è ancora più difficile spostarsi». La sua parrocchia – che comprende 14 comunità – è sconfinata, «si estende su una lunghezza di 100 km e una larghezza di…non saprei dire». I confini, infatti, a un certo punto scompaiono, inghiottiti dall’immensa e cupa foresta. «Non sono pochi i cattolici ma percentualmente rispetto al totale della popolazione, è non più del 15-20% a partecipare regolarmente alla Messa». Le due Celebrazioni domenicali vedono, infatti, la presenza, in tutto, di un migliaio di persone.
Oltre alla normale, pur difficile, pastorale, don Davide insieme ai saveriani gestisce anche il progetto di un Centro sanitario a favore, in particolare, di donne incinte e bambini. «Qui c’è tantissima malaria e febbre tifoide – ci spiega -, e tantissima malnutrizione. Inoltre, stiamo aprendo una piccola sala operatoria per parti cesarei e altri piccoli interventi». Il sistema sanitario statale è poco efficiente e molto oneroso. «Fuori dalla capitale – dice con chiarezza – lo Stato non esiste».
Gli domandiamo quindi come la comunità cristiana di Kitutu ha vissuto l’attesa per l’arrivo del Papa e stia vivendo la sua permanenza in Congo. «In maniera ordinaria, nulla di particolare perché è un evento estremamente lontano» – qui siamo a oltre 2mila km dalla capitale -, «e inoltre la nostra è una comunità rurale lontana dalla comunicazione, dov’è difficile avere informazioni. Se il Papa fosse venuto a Goma» – com’era previsto per luglio scorso, nella visita poi rimandata -, magari ci sarebbe stato più interesse nelle nostre zone».
In ogni caso, secondo don Marcheselli quella del Santo Padre «è una visita molto importante perché pone a livello globale un’attenzione al Congo e alle sue grossissime problematiche, a partire dalla guerra qui nell’est del Paese». Una guerra che don Davide non esita a definire «non civile ma d’aggressione del Rwanda nei confronti del Congo». La speranza è che questo gesto del Papa «possa portare a cambiamenti, un vento di novità, di rinvigorimento almeno nella zona occidentale del Congo. Importanti, ad esempio, sono state le parole di Francesco contro l’impoverimento del nostro Paese a causa del neocolonialismo».
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 febbraio 2023
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)