La mostra dalle Clarisse presentata il 1° marzo: «dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano, la positività nel reale»
Nulla ci viene strappato per sempre. Se immersi nell’orrore e nella miseria di un campo di concentramento, questa certezza è possibile solo grazie a un’assurda e smisurata fede.
È la fede di cui era piena Etty Hillesum, ebrea olandese deportata ad Auschwitz, dove muore il 30 novembre 1943 all’età di 29 anni. Di questo legame intimo con l’Assoluto, Etty lasciò traccia in un lungo Diario e in diverse Lettere (edite in Italia da Adelphi).
Fino al 9 marzo è possibile avvicinarsi al cammino di fede e di umanità di Etty grazie alla mostra realizzata dal Meeting di Rimini nel 2019 ed esposta nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara. La mostra è visitabile ogni pomeriggio dalle 15.30 alle 17.45. Per le visite guidate è possibile contattare Elisabetta Urban (cell. 351-5512283) o Giorgio Irone (3348045353), due giovani del CLU – Comunione e Liberazione Universitari di Ferrara. Negli stessi orari è possibile visitare la cappella del forno, alle ore 18 partecipare al Vespro e alle 18.30 alla Celebrazione Eucaristica.
La mostra è stata presentata la sera del 1° marzo, davanti a una 40ina di persone, da uno dei curatori, il giornalista e scrittore Gianni Mereghetti, affiancato da Elisabetta Urban e Giorgio Irone. Proprio dal CLU è nata l’idea di portare l’esposizione dalle Clarisse. Una proposta nata grazie al fatto che da un po’ di tempo gli universitari di CL la Scuola di Comunità la svolgono proprio nel Monastero di via Campofranco.
Quello spiraglio di positività sempre da scoprire
Qualsiasi cosa accada non ci possono togliere nulla, non possono toglierci la nostra umanità: «questo pensava, viveva Etty Hillesum», ha spiegato Mereghetti.
«Etty ci insegna il metodo dell’ascoltare la realtà, per comprendere le cose vere», nella loro verità. «Un ascolto possibile solo nel pieno coinvolgimento».
Nel 1941 avviene l’incontro decisivo della propria vita, quello con lo psico-chirologo Julius Spier. È lui che la aiuterà ad ascoltarsi nel profondo, «ad aprirsi all’altro e a Dio in maniera autentica». Da qui la certezza che dentro la realtà «c’è sempre qualcosa di positivo, uno spiraglio di positività. Dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano». Di conseguenza, il compito che d’ora in poi si darà, sarà quello di «dissotterrare nel cuore dell’altro la positività della vita, di disseppellire Dio».
Nel campo di transito di Westerbork, dove Etty lavorerà come assistente sociale prima di essere deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello Mischa, «non troverà solo miseria e disperazione» ma anche, nelle persone lì costrette, «un desiderio di bene e una grande umanità». Un “ascolto”, anche questo, fatto col cuore, tipico di chi «ha sempre vissuto l’impatto col reale, non difendendosi da esso ma vivendolo fino in fondo».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022
Don Vasyl (a destra) e alcuni uomini della comunità ucraina ferrarese prima della spedizioni di aiuti in Ucraina
Ferrara a fianco del popolo ucraino e in appoggio alla comunità cattolica ucraina guidata da don Vasyl Verbitskyy: la possibilità di donare cibo e medicine da spedire in Ucraina, le bandiere solidali realizzate dalla parrocchia di Comacchio, la preghiera in piazza a Ferrara, quelle nella chiesa di via Cosmè Tura e a Copparo, il sit in della Rete per la Pace…
di Andrea Musacci
La rabbia e l’orgoglio di un intero popolo, la risposta solidale e nella preghiera della città di Ferrara e dell’intera Arcidiocesi.
Anche nel nostro territorio i circa 3500 ucraini residenti vivono giorni di angoscia e di paura per i tanti cari in Ucraina e per il loro amato popolo. Oltre alla nostalgia della terra lontana, grande è ora il dolore per l’invasione russa scatenata il 24 febbraio dal Presidente Vladimir Putin.
Cibo e medicine: chi vuole può donare
La comunità cattolica ucraina di Ferrara da giovedì scorso sta raccogliendo generi alimentari a lunga conservazione (pasta piccola, sughi, biscotti, latte, tonno, caffè, zucchero, carne in scatola ecc.), medicinali (antidolorifici tipo oki, tachipirina, ibufrofene e similari) e materiali di primo soccorso (garze, bende, cerotti, disinfettanti ecc.) da spedire in Ucraina. Tutto quanto raccolto verrà trasportato via terra attraverso corridoi sicuri già attivi, che possono garantire il recapito diretto, il tutto in sinergia con Caritas diocesana e Caritas italiana. Sabato sera sono partiti i primi tre furgoni carichi di donazioni, arrivati alla chiesa della comunità greco-cattolica a Ternopil, nell’ovest del Paese. Altri sono partiti domenica. Come ci spiega don Vasyl, «una famiglia che conosciamo porterà parte dei beni raccolti con un pulmino alla dogana sul confine con la Polonia. La maggior parte del materiale raccolto, invece, verrà portato in Ucraina grazie alla Caritas dell’Esarcato apostolico ucraino in Italia», il cui Direttore don Volodymyr Medvid risiede a Cattolica.
Il materiale da donare si può portare nella chiesa di via Cosmé Tura oppure si può far avere chiamando don Vasyl al 366-3958892.
Anche diversi studenti universitari di Unife in questi giorni stanno aiutando gli ucraini nella raccolta del materiale e nella chiusura degli scatoloni da spedire. Il Comune, inoltre, si sta organizzando tramite le Farmacie comunali per donare farmaci, mentre Iper Tosano e altri supermercati cittadini doneranno alimentari.
Il gesto da Comacchio: bandiere e foulard fatti a mano
Il desiderio di aiutare il popolo ucraino ha stimolato la creatività di molti. Da Comacchio don Guido Catozzi ci spiega l’idea di alcune parrocchiane di realizzare a mano bandiere dell’Ucraina e foulard con gli stessi colori che chiunque può acquistare a offerta libera. Il ricavato verrà dato a don Vasyl per l’acquisto di beni alimentari e medicine da inviare in Ucraina. Un’iniziativa, questa, portata avanti dalla comunità di Comacchio insieme alle Chiese di Cervia, Cesenatico e di altre della Romagna.
S. Maria dei Servi santuario di pace
Da giovedì 24 febbraio la chiesa di Santa Maria dei Servi in via Cosmé Tura, 29 a Ferrara è diventata il punto di riferimento non solo per i tanti ucraini in città ma anche per tanti non ucraini che hanno scelto di esprimere la loro vicinanza. Anche questa settimana la chiesa è sempre aperta, dalla mattina alla sera. Lo scorso fine settimana dalle ore 9 alle 22 non è mai mancata una presenza. Si sono susseguite le preghiere per la pace, i Rosari, la Divina Liturgia. Sabato pomeriggio la preghiera ha visto anche la presenza di don Giacomo Granzotto, Responsabile dell’Ufficio liturgico diocesano, di p. Massimiliano Degasperi (parroco di S. Spirito) e di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio ecumenico.
Anche i Campanari Ferraresi hanno portato il proprio contributo suonando una volta al giorno da venerdì a domenica.
Domenica c’è stata anche una preghiera speciale, quella delle “Mamme in preghiera”, un gruppo della comunità ucraina ferrarese che da oltre 10 anni prima della Messa domenicale si ritrova per leggere e meditare un brano del Vangelo e per rivolgere una preghiera per i propri figli e nipoti in Ucraina. Un gesto che in questi giorni assume un significato ancora maggiore.
Ma non solo: mercoledì 2 marzo alle ore 19.30 nella chiesa di Copparo don Vasyl parteciperà a una preghiera per la pace invitato dal parroco don Daniele Panzeri. A Copparo da tanti anni risiede un nutrito gruppo di persone di origine ucraina. La sera del 25 febbraio diversi giovani si sono trovati a Casa Cini con don Paolo Bovina per un Rosario per la pace. Domenica 20 febbraio la comunità ucraina ferrarese si era ritrovata nella chiesa di S. Agostino per una veglia di preghiera trasmessa in tutto il mondo. In tante chiese in Diocesi si susseguono preghiere per la pace. La mattina di domenica 27 altro sit in spontaneo di una 30ina di ucraini in piazza Municipale.
«Non ci abbandonate!»
Nel tardo pomeriggio di venerdì 25 febbraio oltre 200 persone si sono ritrovate in piazza Repubblica per un momento di preghiera organizzato dalla comunità ucraina cattolica di tradizione bizantina guidata dal Cappellano don Vasyl Verbitzskyy. Lui stesso ci confessa che da quel maledetto giovedì non dorme, e come lui, tanti. Il pensiero è sempre al suo Paese, in particolare ai suoi genitori che vivono nell’ovest dell’Ucraina. Nei giorni scorsi, don Vasyl e altri si sono trovati di sera, di notte: «nessuno di noi riusciva a dormire, così invece almeno ci facevamo compagnia e ci sostenevamo a vicenda».
Il 25 presenti anche il Sindaco, il suo vice e alcuni Assessori. L’orgoglio patriottico e la profonda fede degli ucraini hanno trovato una spontanea espressione nei canti – civili e religiosi – intonati dai tanti presenti, molti fra le lacrime. Molti anche i bambini e i giovani, e tante quelle bandiere blu e gialle del loro amato Paese, gli stessi colori coi quali è stata illuminata la fontana della piazza.
Oltre all’orgoglio, però, c’è la rabbia. «È una vergogna che l’Europa non ci appoggi», grida una signora squarciando il silenzio fattosi pesante. «Non state zitti, ci sentiamo abbandonati. Ascoltate l’Ucraina!». Il suo grido è quello di un popolo martoriato che combatte fino alla morte contro l’invasore russo. “Stop alla guerra!”, urlano i presenti, una guerra non cercata né provocata.
«Siamo qui per testimoniare la nostra volontà di pace», ha detto don Vasyl. «Il popolo ucraino è il popolo cristiano. Vi invito a pregare insieme a noi nella chiesa di via Cosmé Tura. Dio vi aspetta. Con Dio ci può essere la pace perché Dio è pace».
Sit in per la pace (26 febbraio 2022) – Foto Andrea Musacci
Il sit in della “Rete per la pace”
Tantissime le persone che nel pomeriggio del 26 febbraio hanno riempito piazza Castello per il sit-in per la pace promosso dalle confederazioni sindacali e da diverse associazioni e partiti. Toccante, in particolare, la testimonianza di una donna ucraina che tra le lacrime ha raccontato di suo figlio soldato in Ucraina, richiamato nell’esercito lo scorso gennaio.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022
Si intitola “Pour un oui ou pour un non” l’opera di Nathalie Sarraute portata in scena lo scorso fine settimana al Teatro Comunale di Ferrara da Umberto Orsini e Franco Branciaroli. I confini tra amico e nemico sono sempre così netti? Le parole sono davvero così fondamentali per comprendersi, oppure spesso non sono controproducenti?
di Andrea Musacci
Un dramma travestito da commedia che inizia nel proprio epilogo, nella propria catarsi. Un uomo irrompe in casa di un amico, preoccupato (o solo curioso?) del fatto che quest’ultimo da un po’ non si faccia più sentire. Da qui erompono rancori sopiti, malumori, incomprensioni. Chi fra i due è l’accusato e chi l’accusatore?
Un’ora e dieci di vita distillata è “Pour un oui ou pour un non”, commedia di Nathalie Sarraute portata in scena lo scorso fine settimana al Teatro Comunale di Ferrara dagli attori Umberto Orsini e Franco Branciaroli.
Non comprendo quindi sono
Arriva l’amico, l’intruso irrompe. E dice: «io sento che…io voglio cercare…». È l’inquieto. Vuole capire il perché dell’assenza e del silenzio dell’altro che, placido, risponde, nega finché può (poco): «niente che si possa dire…». Cioè, nessuno può capire, può capirmi. Fin da subito, la questione si pone come radicale. O tutto o niente. O sì o no. D’ora in poi non varranno fughe, nascondimenti, ironie o virgolettati. La verità dovrà essere sbattuta sul tavolo, sezionata, osservata fino all’osso. Con lo scacco come inevitabile finale (che ne siamo o no consapevoli).
Insomma, l’inquieto che irrompe nella calma vita domestica dell’ospitante da “accusatore”, indagatore, si trasforma ora in “accusato”. È amico ma visto come hostis, nemico, non più hospes (ospite). Perché è lo stesso ospitante che si pone come ostile. Inizia una lotta, un processo reciproco, dove insieme, controvoglia o con acredine, ci si potrà ancora una volta illudere di poter fondare un’amicizia sulla totale comprensione. Non è così, mai. L’altro – amico o nemico poco importa – irrompe nella mia esistenza e in quanto altro non può non stravolgerla. La mia posizione per quanto prossima alla sua sarà sempre distinta, distante, altra.
Questo di Sarraute è, niente più niente meno, che un dramma, il dramma dell’uomo, “obbligato” a confrontarsi, a dialogare, quindi anche a fraintendersi e scontrarsi.
L’oggetto iniziale del contendere rimane, com’è normale, molto vago, indefinito, è qualcosa che riguarda incomprensioni sulle rispettive carriere. Ciò che importa è la vera sostanza di ogni dialogo: quella di muoversi – sempre, inevitabilmente – dal nulla dell’incomprensione, sul vuoto del non capire l’altro, di non poterlo afferrare. E da questo ni-ente mai del tutto potersi distaccare.
«La vita è là». Ma dove?
A un certo punto l’ospite apre la finestra e fa entrare il mondo sotto forma di una musica dolce e malinconica che arriva dalla strada. Una nuova incomprensione si ha quando uno dei due cita (forse involontariamente) Verlaine: «La vita è là», dice indicando il mondo oltre l’appartamento. «Mio Dio, mio Dio, la vita è là / semplice e tranquilla, / questo rumore quieto / viene dalla città», sono in effetti alcuni versi del poeta francese.
Da qui il contrasto io–tu si fa contrasto «noi»-«voi», dove «voi» a dir dell’ospitante sarebbero quelli come l’amico: gli arrivati, gli ironici, gli uomini di mondo che il mondo, però, lo schematizzano, lo ingabbiano in categorie. Sono i superficiali. Per contrasto, la solitudine dell’ospitante diventa distacco, coscienza critica, ma anche, come detto, rancore. E degnazione: atteggiamento, questo, all’inizio affibbiato, al contrario, dall’ospitante all’ospite.
I ruoli, dunque, sempre più si invertono, si confondono: l’accusatore diventa accusato, il distacco è quello dell’ospite inconsapevole o quello del solitario ospitante? Quest’ultimo da riservato e pudico si trasforma in viscerale, esplicito, costringendo l’altro invece a difendersi. Allora, dov’è la vera vita? Chi fra i due è più libero? L’ospite, leggero, vitale, realizzato ma in realtà inquieto, sempre deciso se indossare il proprio soprabito e andarsene, oppure l’amico ospitante, «inafferrabile», anch’esso inquieto ma forse più profondo?
Senza parole
Un’ora abbondante, dunque, in cui non si è parlato di nulla di concreto. Ma è proprio questo il punto: a prescindere dal tema specifico, dall’oggetto del contendere, ogni confronto si basa sul non comprendere, sul fraintendimento.
E allora in quest’ora così satura di parole, il finale lascia aperto un dubbio: vincerà quella musica dalla strada, quel richiamo divino nella propria inafferrabilità, nella sua non-necessità di parole, oppure l’atto estremo, la tentazione di risolvere l’irrisolvibile conflitto eliminando l’altro?
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 marzo 2022
Centenario di don Giussani: mons. Santoro (Delegato Memores Domini) e Prosperi (Presidente CL) in dialogo su nichilismo e pienezza di vita. A partire dalla domanda: “Perché esisto?”
Come rispondere alle domande fondamentali dell’uomo? E soprattutto come viverle, diventando testimoni della verità in un mondo che sempre più sembra smarrire i criteri essenziali per interpretare la realtà?
Quesiti sui quali Comunione e Liberazione ha riflettuto la sera del 9 febbraio in un incontro che ha visto confrontarsi tra loro mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e dallo scorso settembre “delegato speciale” del Papa presso i Memores Domini, e Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di CL.
A Ferrara l’incontro, aperto a tutti, è stato trasmesso in diretta dalla Sala Estense. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di circa 150 persone, fra cui molti giovani.
I relatori, in particolare, hanno riflettuto sul testo, da poco edito, “Dare la vita per l’opera di un Altro”, che raccoglie gli ultimi interventi di don Luigi Giussani agli Esercizi della Fraternità, dal 1997 al 2004, e che costituisce il testo a partire dal quale si lavorerà durante le Scuole di comunità, per poi arrivare al prossimo appuntamento condiviso in programma il 23 marzo.
Riscoprire il cuore dell’annuncio cristiano è, da sempre, ciò che muove il movimento di Comunione e Liberazione. Ma riscoprire quella «passione per il fatto cristiano» in un mondo sempre più desacralizzato e nichilista può sembrare una fatica di Sisifo. Partendo dal sopracitato testo di don Giussani, mons. Santoro ha tentato innanzitutto di ripercorrere quel momento nella storia – nel XVIII secolo, quello cosiddetto dei lumi -, in cui il razionalismo ha preso il sopravvento, illudendo «l’uomo che con la propria ragione potesse considerarsi misura di tutte le cose». Da quel momento Dio è espulso dalla vita personale e collettiva, dalla storia. «L’uomo cede alla tentazione di pensare che si fa da solo», con la conseguenza, inevitabile, «che nulla abbia reale consistenza».
La risposta della Chiesa fu di «arroccarsi», per difendere, giustamente, la morale del popolo. Ma così finì per «dare per scontata l’evidenza del contenuto dogmatico, obliterando la forza originaria del cristianesimo», cadendo nel duplice errore del moralismo e dell’azione a tutti i costi «a scapito dell’annuncio della “lieta notizia”, della passione per il fatto cristiano».
“Per chi si vive?”: questa è la domanda fondamentale da cui partire per fondare ogni azione e ogni morale. Ripensare al mistero della propria esistenza, alla domanda: “Chi è Dio per l’uomo?”. Dio e l’io al centro, quindi, insieme: che «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) e al tempo stesso «che l’io sia salvato come autocoscienza del cosmo e come colui che – unico nel creato – ha sete di Lui, desiderio di eternità». Riscoprendo, quindi, la domanda sul senso: «Perché esisto?».
Il razionalismo, nelle sue due forme prevalenti del nichilismo e del panteismo, ha portato, invece, l’uomo a scivolare nel nulla. La conseguenza, inevitabile, della perdita di un fondamento, è che «l’uomo cada in balia del potere» e della competizione per raggiungerlo. Tutto è nel potere dell’uomo, a sua disposizione: così, egli diventa schiavo del potere, dell’effimero, di ciò che non può soddisfare la sua sete di Assoluto. Il peccato è questa «estraneità» a sé e al suo fondamento ultimo, «il non riconoscere ciò che è come coerente con Dio, il non domandare di essere, non anelare a un compimento», a una pienezza.
Abbiamo bisogno, invece, come ha riflettuto Prosperi, di «testimoni del giudizio», di persone capaci di riempire di senso ogni aspetto della nostra esistenza, di «testimoniare la verità» sull’uomo e sul mondo. Di mostrare con la propria vita che «lo star bene non è l’assenza di problemi e l’affidarsi solo a ciò che ci fa comodo» ma appunto «il sentirsi in Dio, nell’Essere», e alla Sua luce illuminare il nostro cammino e ogni nostra esperienza, anche quotidiana.
Il «domandare l’Essere», come diceva don Giussani, è la domanda sulla verità, sul Mistero. Uno sforzo per nulla scontato, dato che la realtà nella sua dimensione più profonda non è immediatamente conoscibile, ma «velata, buia, è segno» che, appunto, rimanda ad altro. Quella nebbia si può, anche se non pienamente, diradare: serve, però, avere uno «sguardo colmo di stupore che ci permetta di vedere nella realtà l’Altro, Colui che l’ha creata nella sua Grazia».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022
Partendo dall’esilio babilonese, confronto tra rav Caro e don Bovina. Con un occhio alle migrazioni contemporanee
Difesa della propria identità, del proprio credo e, dall’altra parte, la necessità di conservare la speranza senza alienarsi nel luogo dell’esilio.
Su questo difficile equilibrio si è mossa la discussione svoltasi nel pomeriggio del 10 febbraio in occasione della 33° Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.
Nel bookshop del MEIS si sono confrontati il Rabbino capo di Ferrara rav Luciano Caro e don Paolo Bovina, biblista e Direttore di Casa Cini, moderati dal Direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto. Tema del confronto, la “Lettera agli esiliati” del profeta Geremia (Ger 29,1-23). La registrazione video dell’incontro è disponibile sul canale You Tube “UCS Ferrara-Comacchio Ufficio Comunicazioni Sociali”.
Non chiudersi né assimilarsi
«“Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. (…) Vi farò tornare dalla vostra prigionia; vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho cacciati”, dice il Signore; “vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti deportare”» (Gr 29, 10-14)
Geremia, uno dei quattro grandi profeti d’Israele, nato verso il 650 a.C. vicino Gerusalemme, iniziò il suo ministero profetico sotto il regno di Giosia. Uomo mite, fu chiamato ad una missione profetica molto dura: quella di essere l’annunciatore e il testimone della rovina di Gerusalemme e del regno davidico di Giuda. In quegli anni scompariva definitivamente l’impero Assiro e si riaffermava la potenza di Babilonia, specie con il re Nabucodonosor, che fece pesare la sua autorità in Palestina. Geremia fu sempre contrario ad un’alleanza del popolo d’Israele con l’Egitto, consigliando sottomissione alla potenza babilonese. Gli avvenimenti gli diedero ragione. L’esilio o cattività babilonese – la deportazione a Babilonia dei Giudei di Gerusalemme e del Regno di Giuda al tempo di Nabucodonosor II – durò circa 70 anni.
Ma in questi decenni, come dimostra il passo sopracitato di Geremia, «Dio non si dimentica del suo popolo, che rimane nelle Sue mani, rimane quindi storia di salvezza», ha riflettuto don Bovina. «Dio non perde il controllo della storia, accompagnando il suo popolo ovunque». Al tempo stesso, però, questo «forte messaggio di speranza» impedisce agli ebrei di vivere come «alienati» il loro periodo di esilio («Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete, e non diminuite. Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene» – Gr 29, 5-7). È importante, quindi, per don Bovina, «il vivere il presente, il luogo nel quale ci si trova, nonostante tutte le difficoltà. E questo fa venire in mente le parole di Papa Francesco sulla pandemia, pronunciate a fine maggio 2020: “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”».
Spagnoletto, pur condividendo la posizione di fondo di don Bovina, ha sottolineato come non si debba dimenticare che per gli ebrei «l’esilio è segno di un castigo divino, e rappresenta il rischio dell’assimilazione, della perdita della propria tradizione, del proprio credo, della propria identità». Lo stesso invito “moltiplicatevi tra voi”, ha incalzato rav Caro, «è un invito a non assimilarsi. L’esilio è la cosa peggiore che può capitare agli ebrei, e a ogni popolo. Lo vediamo oggi con le migrazioni, quanti drammi e sofferenze portano a chi è costretto a lasciare la propria terra».
«Rinunciare alla propria identità in esilio sarebbe qualcosa di totalmente negativo, come gli stessi profeti dicono», ha ribattuto don Bovina. «Detto ciò, sarebbe sbagliato anche chiudersi in una fortezza e non essere sale, luce, lievito della terra che si abita, tutte categorie, per la nostra Chiesa, della missionarietà». Parole rafforzate dal breve intervento del nostro Arcivescovo, che ha assistito all’incontro: «è importante il concetto di inculturazione, cioè il rileggere l’identità dentro un contesto nuovo, particolare. Le migrazioni oggi, pur nelle sofferenze, debbono sempre portare con sé la cura di queste persone e quindi un messaggio di speranza».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 febbraio 2022
FERRARESI NEL MONDO / quarta parte. Da 13 anni il noto laboratorio di fisica delle alte energie ha tra i suoi collaboratori un ferrarese. Che ha “esportato” la passione per i cappelletti…
Il Fermilab di Batavia, vicino Chicago, è uno dei principali laboratori statunitensi di fisica delle alte energie, gestito da un consorzio internazionale di università. Dedicato all’italiano Enrico Fermi – che a Chicago ha lavorato ed è morto -, dal 2008 ha tra i suoi collaboratori più fidati un ferrarese, Giulio Stancari, diplomatosi al Monti, laureatosi a Ferrara e per tanti anni impegnato nella parrocchia cittadina di San Benedetto. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso di vita che lo ha portato negli USA, dove vive con la moglie Michelle, anche lei scienziata, e dalla quale ha avuto Nicholas, 18 anni e Arianna, 21, studentessa di biochimica all’Università del Minnesota a Minneapolis.
Cresciuto a Sambe
Dopo aver frequentato l’asilo delle suore di Corso Porta Po, la scuola elementare Canonici in Corso Biagio Rossetti e le scuole medie alla Boldini, alle superiori ha studiato come ragioniere programmatore all’Istituto Tecnico Vincenzo Monti per poi iscriversi alla Facoltà di Fisica dell’Università di Ferrara.
«Oltre alla fisica – ci spiega -, ho diverse altre passioni. Innanzitutto la musica, ma anche la fotografia, la letteratura e il podismo. Devo moltissimo a genitori, parenti ed insegnanti per avermi dato un ampio spettro di interessi da perseguire. Ho iniziato a strimpellare con gli amici di Sambe e poi ho studiato chitarra classica presso la scuola dell’Orchestra Gino Neri. Ora continuo a suonare con gli amici, soprattuto musica folk e rock, e a studiare chitarra classica e jazz. La parrocchia di Sambe – prosegue – è stata una parte importante della mia vita. Sono immensamente grato a quell’ambiente per essere stato una seconda famiglia e per aver forgiato alcune delle amicizie più importanti, che durano tuttora».
Da Ferrara all’Illinois
Nel 1994 inizia a viaggiare negli USA per partecipare ad esperimenti di fisica delle particelle assieme ad altri studenti e ai professori dell’Università di Ferrara presso il Fermilab, dove rra il 1998 e il 2000 completa il dottorato lavorando come ricercatore. Nel 2001 torna in Italia e tra il 2001e il 2008 lavora come ricercatore nella sezione ferrarese dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e nei Laboratori Nazionali di Legnaro, vicino Padova. Il nostro Paese lo lascia nel 2008, prima come professore con un incarico congiunto alla Idaho State University e al Jefferson Lab in Virginia e poi, dal 2009, di nuovo al Fermilab. «Ho lasciato l’Italia sia per motivi professionali che familiari, e per il desiderio di conoscere culture diverse. Occupandomi di fisica delle particelle e degli acceleratori, volevo essere vicino agli apparati sperimentali e agli esperti del settore. Dal punto di vista personale, essendo mia moglie americana, volevamo, assieme ai nostri figli, avere l’esperienza di vivere sia in Italia che negli Stati Uniti».
Dal 2009 risiede a Geneva, in Illinois, cittadina di circa 20mila abitanti sul fiume Fox, una 50ina di chilometri a ovest rispetto al centro di Chicago. Fisico sperimentale presso il Fermilab, Stancari qui dirige un piccolo gruppo di ricerca che si occupa di fisica degli acceleratori di particelle. Nel corso degli anni si è occupato di diverse aree della fisica, dalle particelle elementari alla fisica nucleare e all’ottica quantistica.
«Nel quotidiano – ci spiega -, il mio lavoro comprende vari aspetti: lo sviluppo di modelli matematici, il progetto di esperimenti, le misure in laboratorio, l’analisi statistica dei dati, la scrittura di articoli, la supervisione di studenti, oltre a compiti amministrativi e partecipazione in vari comitati».
I cappelletti negli States
Gli chiediamo cosa di Ferrara è rimasto più nel suo cuore: «innanzitutto la famiglia: mio fratello, i miei zii e i miei cugini. Avendo perso i genitori abbastanza presto, ai parenti devo moltissimo. Quando si è lontani ed è difficile viaggiare, come in questo periodo, si perdono tante occasioni per condividere tappe importanti della vita, sia tristi che allegre. Poi mi mancano gli amici, i compagni di scuola e i compagni di avventure all’università. Con molti si è mantenuto un bel rapporto e cerchiamo di trovarci ancora quand’è possibile.
Di Ferrara mi mancano i cappelletti, il gelato del K2, le passeggiate in centro, Corso Ercole I° d’Este con la nebbia, le corse sulle Mura, le caldarroste in piazza, i concerti di Capodanno della Gino Neri, le espressioni in dialetto e mille altre piccole gioie. Inoltre, «come avevamo introdotto la tradizione americana del tacchino per il Ringraziamento con amici e parenti a Ferrara, abbiamo anche esportato qui negli Stati Uniti la tradizione dei cappelletti fatti in casa la vigilia di Natale».
Come per molti, anche per Stancari, la pandemia ha impedito il ritorno in Italia. «L’ultima volta che sono stato in Italia è stato tra dicembre 2019 e gennaio 2020. Spero di tornarci in vacanza quest’estate. Normalmente, tornavo in Italia una o due volte l’anno».
Andrea Musacci
(Gli altri racconti di ferraresi nel mondo sono usciti nei tre numeri precedenti)
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022
L’incontro dei Coordinatori diocesani: confronto tra una 40ina di persone. Sabato 12 febbraio la Giornata del Laicato dedicata al Sinodo
Da Vigarano a Comacchio, da Pontelagoscuro a Santa Maria Codifiume. Gli estremi della nostra Diocesi si sono toccati per una sera, in occasione del secondo incontro dei Coordinatori del Sinodo.
Una bella immagine di comunione, di desiderio di confrontarsi, di guardarsi negli occhi e lasciarsi interrogare. Il 4 febbraio una 40ina di persone si sono collegate con don Michele Zecchin, Responsabile per il Sinodo in Diocesi, e con altri presenti nella chiesa di Sant’Agostino.
Don Zecchin ha introdotto illustrando brevemente alcune delle tappe dei prossimi mesi, a partire da quattro incontri nel periodo quaresimale che vedranno coinvolti l’Associazione Viale K, i Ricostruttori nello Spirito, Comunione e Liberazione e la Città del Ragazzo. Appuntamenti di cui vi parleremo in modo più dettagliato più avanti.
Circa a metà aprile, poi, dovrebbe avvenire la consegna dei risultati dei vari gruppi di lavoro, di cui il Coordinamento diocesano farà una sintesi che invierà, come tutte le Diocesi, ai Vescovi italiani. Sintesi che, ha proposto Cecilia Cinti, può essere anche inviata ai gruppi e diffusa nell’intera Diocesi (proposta, questa, subito confermata da don Zecchin).
Il percorso sinodale, pur andando avanti, di certo non procede senza ostacoli. I motivi sono diversi e intuibili: l’emergenza sanitaria che rallenta e rende difficili gli incontri, la disaffezione diffusa verso la Chiesa, le divisioni e le incomprensioni all’interno della Chiesa stessa. Ma il Sinodo – come ha detto Patrizia Trombetta dell’equipe sinodale – «è un’esigenza, un’urgenza. Dobbiamo cercare di suscitare entusiasmo e speranza nelle persone».
Invito raccolto: «stiamo vivendo una bella esperienza di confronto tra parrocchiani dell’Unità pastorale», ha riferito don Luciano Domeneghetti di Ostellato. «C’è voglia di raccontarsi ed è importante riscoprire la bellezza del dialogare e del ritrovarsi, soprattutto in presenza. C’è sconforto ma anche desiderio di un cammino di comunione». Importante è che «questo confronto non arrivi solo agli “addetti ai lavori”: la percezione è che coloro che non vivono un cammino di fede, non siano dentro questo dinamismo».
«Nell’Unità pastorale Borgovado – ha spiegato Daniela Salvi – abbiamo pensato di concentrarci su due categorie: le famiglie giovani che si stanno avvicinando alle parrocchie, e i giovani che sono passati nelle nostre parrocchie ma che poi le hanno lasciate, non trovando altrove alternative, luoghi di speranza».
Un’altra “categoria” di persone da cercare di riavvicinare è quella dei genitori dei bambini del catechismo, «la maggior parte dei quali non frequenta la Chiesa», ha riflettuto Rita da Pilastri-Burana. «Anche noi stiamo cercando di avvicinare questi genitori», ha spiegato don Stefano Zanella della parrocchia cittadina dell’Immacolata. «Abbiamo pensato di fare un incontro con loro dopo avergli inviato alcune domande» sulla Chiesa e sulla fede, «per poi rifletterci insieme».
Un sempre difficile rapporto tra il “dentro” e il “fuori” la Chiesa, quindi, dove spesso gli stessi confini sono labili. Una tensione ben descritta da Alberto Mambelli di S. Caterina Vegri (UP dei Borghi fuori le Mura): «dobbiamo essere coscienti dell’importanza del dialogo innanzitutto fra noi nella Chiesa, per poi aprirci di più all’esterno». Apertura che significa anche «comunicazione, integrata e più incisiva», come sottolineato da Alberto Lazzarini, e rapporto con le forze sociali, economiche e del volontariato, come emerso dagli interventi di Enrico Ghetti (S. Maria Codifiume), don Zecchin e di altri.
Sempre nella consapevolezza che i “lontani” non si raggiungono con le riunioni o i grandi eventi, ma col contatto personale, al massimo con piccoli gruppi nei quali potersi conoscere e sentirsi liberi di parlare e di mettersi in gioco.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022
Si è dovuti attendere l’ottava votazione per eleggere il “nuovo” Presidente della Repubblica. Lo stesso Mattarella in più occasioni l’aveva escluso con chiarezza. Quella proposta PD sulla non rieleggibilità
di Andrea Musacci
Tanto rumore per nulla. O meglio, per lasciare (più o meno) tutto così com’è. Sergio Mattarella, 80 anni, è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica Italiana. La più alta carica dello Stato, quindi, almeno per questa volta, non andrà al sempre papabile Giuliano Amato, alla “vecchia volpe” Pierferdinando Casini, né agli e alle outsider Elisabetta Belloni, M. Elisabetta Alberti Casellati, Sabino Cassese o Carlo Nordio (solo per citare quelli maggiormente presi in considerazione la scorsa settimana).
Un secondo mandato che, a detta di tutti i leader politici che gli hanno chiesto di rimanere al Quirinale, non sarà “a termine” ma pieno. Ciò vorrebbe dire che Mattarella sarà – prima volta assoluta in Italia – Capo dello Stato per 14 anni consecutivi. L’unico precedente di un Presidente della Repubblica rieletto è quello di Giorgio Napolitano che, entrato in carica una prima volta nel 2006, fu rieletto obtorto collo nel 2013 ma dimettendosi nemmeno due anni dopo.
La Costituzione italiana, ricordiamolo, afferma che la durata del mandato del capo dello Stato è di 7 anni, ma non si esprime sull’eventualità di una rielezione, che quindi è legittima. I padri costituenti, però, come si può immaginare, vedevano come di gran lunga preferibile per uno Stato democratico il settennato, dunque l’alternanza non solo dei parlamentari e dei membri del Governo, ma anche della carica più importante.
Appena un anno fa, nel febbraio ’21, nel messaggio in memoria del Presidente Antonio Segni (per i 130 anni dalla nascita), Mattarella citava un suo messaggio alle Camere del 1963, nel quale espresse «la convinzione che fosse opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del Presidente della Repubblica. In quell’occasione Segni definiva “il periodo di sette anni sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato”». Inoltre – aggiungeva Segni – “la proposta di modificazione vale anche ad eliminare qualunque, sia pure ingiusto, sospetto che qualche atto del Capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”. Di qui l’affermazione che, “una volta disposta la non rieleggibilità del Presidente, si potrà anche abrogare la disposizione dell’articolo 88 comma 2° della Costituzione, che toglie al Presidente il potere di sciogliere il Parlamento negli ultimi mesi del suo mandato”.
Questa nuova smentita dei padri costituenti è il segno di una grave crisi del sistema politico e di rappresentanza nel nostro Paese. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi: da una parte, un eccesso di atteggiamenti di fatto “provocatori”: il candidare a ripetizione personalità anche con incarichi istituzionali importanti (e a volte a loro insaputa), per mettere alla prova le altre forze politiche; il tutto in nome di una travisata idea di trasparenza. Dall’altra parte, un eccesso di prudenza e di attendismo, forma sempreverde di “gattopardismo”; più che tatticismo, vera e propria mancanza di coraggio e incapacità di riconoscere come valide, proposte provenienti dai partiti avversari, che pure ci sono state. Perlopiù, e non è un particolare da poco, perché ha riguardato alcune donne, impedendo così quella piccola “rivoluzione” di una Presidente a capo della nostra Repubblica.
Tra l’altro, stupisce scoprire come lo scorso novembre due senatori del Pd – Luigi Zanda e Dario Parrini – abbiano presentato una proposta di riforma della Costituzione in cui si afferma che il mandato del capo dello Stato potrà essere solo uno, di 7 anni. Niente rieleggibilità, quindi. Chissà se quella proposta almeno ora andrà in porto.
«Tra otto mesi il mio incarico termina, come sapete l’incarico di Presidente della Repubblica dura 7 anni: io sono vecchio, tra qualche mese potrò riposarmi». Così il capo dello Stato Sergio Mattarella rispondeva lo scorso maggio alle domande di alcuni bambini in una scuola primaria di Roma che gli chiedevano del suo futuro.
Parole che risuonano oggi ancor più forti, a dire della scelta difficile e anomala, pur compiuta da convinto servitore delle istituzioni quale sempre ha dimostrato di essere.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 febbraio 2022
FERRARESI NEL MONDO / terza parte. Nel 2000 fu tra i costruttori delle Torres El Faro, le più alte dell’Argentina, Paese dov’è nato. Tifoso del Boca Juniors, la sua famiglia gestiva la trattoria “Al vintiùn” in via Carlo Mayr: «che nostalgia per i cappellacci...»
Italiano, anzi ferrarese, ma nato a Buenos Aires nel difficile secondo dopoguerra.
È la storia di Carlos Alberto Montanari, nato nel 1951 da Leonella Bizzotto e Rinaldo Montanari, sposato con Graciela Lopez dal 1980 e padre di due figlie, Luciana Carla, nata nel 1984 (Architetta) e Maria Florencia, nata nel 1988 (Ingegnera del software).
È lui a raccontarci la sua storia famigliare dove, però, il legame con la città è rimasto sempre molto forte. «Finita la seconda guerra mondiale, mio padre Rinaldo, nato a Ferrara il 16 luglio 1924, si trasferisce a Roma nel ‘29 con i suoi genitori (Carlo Alberto 1892-1981 e Alice Zampini 1897-1976, nata a Rovigo), e sua sorella Maria Luisa 1920-2020. Mio nonno Carlo Alberto (nato a Ferrara nel borgo San Giorgio) non trova lavoro, così una sorella di mia nonna gli trova un impiego come portinaio in un palazzo in via Marsala dietro la Stazione Termini. Mio nonno era uno degli otto figli di Tommaso Montanari (Masin), e Anna Faghetti». Una stirpe di ferraresi doc. «Mio nonno ha fatto il soldato nella guerra del 1914 e nel 1939 e mi ha insegnato a suonare l’ocarina…».
Con una punta di commozione mal celata, Carlos ci spiega come fosse «gente molto povera di soldi ma miliardaria di affetti, amore e tante altre cose che il denaro non può comprare.
Il padre Rinaldo – che si fermerà alle Elementari – fa una scelta ancora più drastica di quella del nonno: «nel 1946 emigra a Buenos Aires perché in Italia dopo la guerra non era facile trovare un lavoro e una sicurezza economica». Due anni dopo lo raggiunge tutta la famiglia: Carlo Alberto, Alice, Maria Luisa con sua figlia Mirella Masti, nata a Roma.
Il lavoro nelle costruzioni, tradizione di famiglia
A Buenos Aires il nonno Carlo inizia a lavorare nei cantieri, svolgendo la mansione di ferraiolo in una ditta specializzata in cemento armato di due fratelli piacentini, Pietro e Lino Bertoncini. Carlos ripercorre i loro racconti del periodo della guerra, vissuto da partigiani. Nel 1955 anche il padre Rinaldo inizia a lavorare per loro, in mansioni di ufficio. Ci lavorerà fino al 1969, quando morirà per cancro a soli 44 anni. Carlos, 18enne, una volta finite le scuole, segue la tradizione di famiglia e inizia a lavorare con i fratelli Bertoncini, iscrivendosi nel frattempo a Ingegneria all’Università Tecnologica Nazionale (Universidad Tecnológica Nacional) di Buenos Aires. Nel ’79 si laurea e continua a lavorare con i Bertoncini fino al 1996, anno di chiusura dell’impresa.
Da lì inizia una nuova vita, una nuova storia. «Allora ho compreso che fosse arrivato il momento di aprire una mia impresa con altri due ingegnieri, Giulio Cesare Leonardi e Osvaldo Gabriel Pugliese, oltre a un quarto socio, Julian Alles, oggi scomparso. La ditta si chiamava INGEPLAM S.A. che sta per “Ingegneri Pugliese, Leonardi, Alles e Montanari”. In quattro anni siamo cresciuti molto, al punto tale che nel 2000 abbiamo realizzato due grattacieli di 170 m di altezza, chiamati Torres El Faro a Puerto Madero, Buenos Aires». Non due torri qualsiasi, ma le più alte dell’intera Argentina, con 46 piani di appartamenti e un’altezza di 170 metri.
«Era il nostro primo cantiere importante», prosegue Carlos. «Poi, abbiamo realizzato molti altri grattacieli e palazzi, fino alla grave crisi economica del 2008 a causa della quale la nostra impresa è andata in crisi. Ma senza piangere né lamentarci, abbiamo incominciato da capo. Oggi, abbiamo un’altra ditta, Orqui Construcciones S.A., che sta andando bene».
La trattoria in via Carlo Mayr
Ma l’esistenza di Carlos rimarrà sempre intrecciata alla storia di Ferrara. «I fratelli di mio nonno Carlo gestivano una trattoria in via Carlo Mayr 21 a Ferrara», dove ora c’è l’Osteria Rosafante. «Si chiamava “Al vintiùn” (“Il ventuno”)». Mara Montanari, una cugina di Carlos, lavorò in questa storica trattoria di famiglia, dai 12 ai 34 anni d’età. Ai fornelli c’erano le sorelle del nonno.
«Nel 1974 ho trascorso 15 giorni a Ferrara. Non ho mai mangiato così bene in vita mia: il pane, il grana, i cappelletti, e tante altre cose che mi hanno riportano alla mia infanzia, dove la domenica si mangiavano cappelletti, cappellacci, passatelli e altri tipi di pasta. Tutti a lavorare dal sabato per mangiare la domenica. In Italia, poi, sono tornato nel 1980 e nel 2015».
Carlos ci lascia perché ha un appuntamento importante con una sua grande passione, il calcio: «vado a vedere in tv la partita del Boca Juniors, squadra che tifo da quando ero bambino». È la squadra più forte di Buenos Aires insieme al River Plate. Ma il saluto che ci consegna, prima di lasciarci è inequivocabile del suo legame, indelebile, con Ferrara: «Forza Spal!».
Andrea Musacci
(I primi due racconti di ferraresi nel mondo sono usciti nei due numeri precedenti)
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 febbraio 2022
In aumento i casi di violenze, fisiche e verbali, contro gli ebrei: i dati e alcuni episodi. La polemica sul “Festival delle memorie” al Teatro Abbado: perché è pericoloso diluire la memoria della Shoah
di Andrea Musacci Troppo spesso, da troppo tempo, da più parti si compie un errore che può portare a conseguenze gravi: parlare dell’antisemitismo solo come qualcosa che appartiene a un passato da condannare, ma che non si ripeterà. Il punto è che si sta già ripetendo. Gli episodi di antisemitismo, infatti, sono in aumento da anni, agevolati da un muro di omertà costruito nei decenni in buona parte grazie alla demonizzazione dello Stato di Israele. Una forma moderna di antisemitismo travestito da antisionismo.
Gli ebrei “sterminatori”
E a proposito di antisemitismo camuffato da critica politica, ha giustamente indignato molti (ma mai abbastanza) l’affermazione di Vittorio Sgarbi, Presidente della Fondazione Ferrara Arte, durante la presentazione del discusso “Festival (pardon, Settimana) delle memorie”. «Di uno sterminio [Moni Ovadia], per pudore, non si occupa: è quello dei palestinesi. Sarebbe una provocazione troppo grave aggiungere anche quello sterminio che lo Stato di Israele è venuto facendo in questi anni, per ragioni che si possono discutere, ma che sono indiscutibili rispetto al fatto». Da queste affermazioni, Ovadia non ha mai preso le distanze perché, com’è risaputo, rispecchiano a pieno le sue idee. Opinioni esecrabili in quanto paragonano lo sterminio pianificato di 6 milioni di ebrei con la difesa di un piccolo Stato democratico com’è Israele dalle continue minacce di un nuovo sterminio. Fortunato Arbib, Presidente della Comunità Ebraica ferrarese, ha rilevato come l’opinione di Sgarbi «fa eco all’usuale propaganda del Fronte di Liberazione Palestinese e di Hamas per giustificare il continuo lancio di razzi su una popolazione di civili inermi in Israele».
Sul “Festival delle memorie”
«Il rischio è che con il Festival si abbia un effetto di banalizzazione, diluizione e di spettacolarizzazione di una tragedia unica per finalità, dimensione sia numerica che territoriale, modalità e scientifica ferocia», ha detto Arbib nel sopracitato comunicato. E così, il Festival che tanto vorrebbe unire le coscienze in uno sdegno universale, divide ancor prima di nascere e riduce la Shoah a una delle tante tragedie della storia. Come se gli ebrei dovessero, arrivati a un certo punto, farsi da parte, “fare posto” alle altre vittime, non monopolizzare la memoria. Argomentazioni, queste, tipiche degli antisemiti. Questa china “diluzionista” potrebbe davvero portarci un giorno a trasformare il 27 gennaio nel “Giorno delle memorie”?
Il 23 gennaio rav Amedeo Spagnoletto, Direttore del MEIS, ha comunicato che il 30 gennaio non prenderà parte alla presentazione del libro di Piero Stefani “La parola a loro” alla quale era stato invitato insieme a Ovadia. «Questo – ha detto – per non rischiare che il senso dei reali obbiettivi che hanno sempre mosso le scelte istituzionali del MEIS, in particolar modo sul tema così sensibile della Shoah e della memoria, possa essere frainteso».
Nuovo vecchio antisemitismo
Il recente Rapporto sull’antisemitismo dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) parla di «nuovi miti antisemiti e teorie cospirazioniste che incolpano gli ebrei della pandemia». Il documento segnala un aumento degli episodi antisemiti nei paesi membri dell’Ue. In ItaliaNel Rapporto che incrocia, invece, i dati dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), con il contributo dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dell’Osservatorio antisemitismo del Cdec, si legge: «gli incidenti antisemiti registrati sono aumentati per due anni consecutivi, nel 2018 e 2019, prima di diminuire leggermente nel 2020. La tendenza generale per il periodo 2010-2020 mostra un aumento del numero di incidenti antisemiti registrati». L’Italia, con 101 episodi identificati si piazza al quarto posto dopo Germania, Paesi Bassi e Francia. Ma proprio la raccolta dei dati è una delle questioni su cui secondo l’Agenzia Ue è necessario che i Paesi Ue intervengano con maggiore sollecitudine. Si registra, infatti, una sottostima rispetto agli episodi antisemiti, in tanti casi non denunciati. Cito a mo’ di esempio un caso recente. Roma, gennaio 2022:i carabinieri indagano sulla scritta antisemita “Zurolo giudeo” fatta trovare sul portone di un palazzo in via Eleonora d’Arborea, vicino piazza Bologna. La vittima è l’ex portiere dello stabile, Carmine Zurolo, già direttore del giornale “La voce di tutti”.
Nel Regno Unito
Agosto 2021: Il Community Security Trust (CST) ha pubblicato un rapporto semestrale che dimostra come gli episodi d’odio nei confronti gli ebrei siano fortemente aumentati nel Paese durante i fatti avvenuti a maggio tra Israele e Gaza. Come riporta anche il Guardian, sono stati registrati 1.308 episodi di antisemitismo da gennaio a giugno 2021, il 49% in più rispetto ai primi sei mesi del 2020, quando erano 875.
Negli USA
Due settimane fa l’attentato in Texas: il sequestro degli ostaggi alla sinagoga “Beth Israel” di Colleyville non ha prodotto vittime innocenti. Dei quattro sequestrati, uno è stato liberato durante le undici ore di assedio e tre sono riusciti a fuggire in mezzo all’azione della polizia, in cui è stato ucciso solo l’attentatore. Negli Usa gli attacchi alle sinagoghe sono numerosi e spesso mortali. Difficile dimenticare, per esempio, la strage del 2018 alla sinagoga Etz Haim di Pittsburgh, in cui un terrorista uccise 11 fedeli in preghiera. Secondo un report dell’American Jewish Committee, circa il 25% degli ebrei americani ha sperimentato sulla propria pelle una forma di antisemitismo. Il 17% ha dichiarato di essere stato insultato di persona, l’8% anche più di una volta. Il 12% è stato minacciato online o sui social, il 7% più volte. Il 3% ha subito attacchi fisici e di questi il 2% più volte. Nel mirino gli ebrei tra i 18 e i 49 anni.
In Palestina l’odio contro gli ebrei è insegnato anche a scuola
Secondo un Rapporto inedito commissionato dall’Ue nel 2019 all’Istituto tedesco Georg Eckerte, per due anni tenuto nascosto al grande pubblico, i libri di testo dell’Autorità Palestinese incoraggiano la violenza contro gli israeliani, il popolo ebraico e includono messaggi antisemiti. Lo scrive in un’inchiesta il Jerusalem Post.
Un Rapporto di quasi 200 pagine che prende in esame 156 libri di testo e 16 guide didattiche per insegnanti, pubblicati dal Ministero dell’Istruzione palestinese tra il 2017 e il 2020. Da questi testi emerge come i bambini palestinesi vengano educati in classe «con slogan antisemiti e incitamenti alla violenza finanziata dall’Ue». Numerosi gli esempi: dal libro che elogia la strage del ’72 alle Olimpiadi di Monaco, a quello di studi religiosi che chiede agli studenti di discutere i «ripetuti tentativi degli ebrei di uccidere il profeta Maometto», fino a un libro di testo arabo per la quinta elementare che glorifica la terrorista Dalal Mughrabi che, insieme ad altri combattenti di Fatah, nel ’78 in Israele uccise 38 civili israeliani, tra cui tredici bambini. O il libro di testo che collega la zia di Maometto che bastonò a morte un ebreo a una domanda agli studenti sulla fermezza delle donne palestinesi di fronte all’«occupazione sionista ebraica».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 gennaio 2022
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)