Rock’n’roll theology: Springsteen e la fede

10 Mag

In vista dello storico concerto di Bruce Springsteen a Ferrara il 18 maggio, scopriamo come in molti dei suoi testi siano presenti le domande della fede: vita e peccato, morte e redenzione, comunione e salvezza. Un viaggio nell’umano

di Andrea Musacci

Spesso si riduce a un gioco ozioso il voler attribuire etichette di “cristianità” a scrittori, registi, cantanti. La bellezza nell’indagare la loro spiritualità spesso non dichiarata, d’altra parte, porta alla luce come l’immaginario biblico (neo e vetero testamentario) sia così radicato nelle nostre vite da non poterlo eludere. Ed è una forza, la sua, non derivante da veri o presunti “indottrinamenti” ma dalla radicalità di come l’umano e il divino vengano, in ogni pagina della Bibbia, sviscerati, dando una risposta alla sete di verità e di assoluto insita in ogni persona.

Questa premessa per dire di come anche la poetica di un grande cantautore come Bruce Springsteen – che il prossimo 18 maggio si esibirà al Parco Urbano di Ferrara con la sua E Street Band – sia infarcita di parole e immagini legate al tema della colpa, della salvezza, della comunione.

Ne parla ad esempio Luca Miele, giornalista di “Avvenire”, nel suo libro “Il vangelo secondo Bruce Springsteen” (Claudiana ed., 2017), che l’autore presenterà il 13 maggio alle ore 18 nella sede di “Accademia” (chiostro chiesa di San Girolamo, accesso da via Savonarola), nell’incontro dal titolo “Everybody’s Got A Hungry Heart. Un viaggio alla riscoperta di sé nella musica di Bruce Springsteen”.

È lo stesso Miele a chiedersi innanzitutto se nel caso di Springsteen si possa parlare di “rock’n’roll theology”, o meglio di teologie (al plurale) nei suoi brani, vista l’ambivalenza e la frammentazione del tema religioso in esse contenuto. Di certo c’è, ad esempio, il legame con la “teologia nera” contenuta nei gospel e negli spiritual. 

CATTURARE LA VITA

E come nella musica del riscatto e della redenzione dei neri, è l’esistenza concreta, di carne e sangue, a essere imprescindibile. La sua ricerca, insomma, si muove sempre coi piedi per terra, pur con uno sguardo capace di rivolgersi verso l’alto. Springsteen – scrive Miele nel libro – sa «muoversi, senza rotture, con disinvoltura, tra i campi del secular e del religious. Infondere, catturare la vita – esprimere le sue cadute, le sue speranze quotidiane – dentro e con un tessuto di simboli, immagini, figure trasparentemente religiose. Springsteen, però, non decide né per l’uno né per l’altro, la sua scrittura si muove in quello spazio di indistinzione tra secular e religious, tende gli orli di secular e religious fino a farli toccare, li spinge a sconfinare, a ibridarsi, contaminarsi. Uno restituisce, specchiando, l’altro. La liberazione è qui, è ora». E ancora: «Lo storytelling di Springsteen non mira a svelare il mistero, ma a incarnarlo nelle vite che canta. Non mira a sciogliere il secular e il religious, ma a rendere trasparente la loro cucitura». 

IL PADRE E LA CASA: AMBIVALENZE

A Freehold, nel New Jersey, dove visse l’infanzia e l’adolescenza, Bruce frequentò la primaria nell’istituto della sua parrocchia, la St. Rose of Lima, per poi trasferirsi alla Freehold High School dove si diplomò nel 1967. L’approccio del giovane con la scuola cattolica fu difficile, in quanto non accettò la disciplina imposta dalle suore. A questo, si aggiunse il difficile rapporto col padre Douglas, costretto a cambiare vari lavori per mantenere la famiglia (Bruce ha due sorelle), e malato di depressione. Proprio il tema del padre torna spesso nei suoi brani, in una continua lotta con questa figura, nel tentativo di allontanarla, di comprenderla e infine di riconciliarla a sé. 

Un percorso lungo, questo, che passa nelle sue canzoni dall’immagine del peccato ereditato, nelle forme della malattia mentale (la depressione, appunto) e della malattia dell’anima (l’incapacità di amare): «la catena dell’amore è la catena del peccato», è una «de-generazione», scrive ancora Miele. Il lavoro – simbolo della figura paterna – è vissuto, esso stesso come colpa da espiare.

«Molte delle mie canzoni hanno a che fare con l’ossessione del peccato», ha riconosciuto lo stesso Springsteeen. Da questo abisso, ne uscirà solo con l’amore per una donna e per il loro figlio, diventando quindi egli stesso padre. 

Ma lo stesso luogo domestico, protetto e pieno di calore, può nascondere fantasmi che ritornano, mali mai del tutto sconfitti: «posso sentire la soffice seta della tua camicetta / e quelle leggere emozioni nella nostra piccola casa divertente / poi le luci si spengono e siamo solo noi tre / io, te e tutte quelle cose di cui abbiamo paura (…) / Un uomo incontra una donna e questi si innamorano / ma la casa è infestata» (Tunnel of love, 1987). O ancora: «Stasera il nostro letto è freddo / Sono perso nel buio di un amore / Dio abbia misericordia dell’uomo che dubita delle sue certezze» (Brilliant Disguise, 1987).

La casa è quindi infestata dall’ospite del male. E dalla certezza che è un ospite sempre inatteso, sempre indesiderato: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio», scrive San Paolo: «infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Romani 7, 15-19).

NELLA COMUNITÀ, OLTRE LA COMUNITÀ

Come uscire dalle sabbie mobili in cui il male ci trascina, dalla sua mano che non ci lascia la gola? «La salvezza individuale, o qualcosa che le si avvicina, esiste veramente?», si è chiesto alcuni anni fa Bruce Springsteen. «O non è forse che nessuna salvezza individuale è possibile, e che qualsiasi forma di salvezza si realizza soltanto stando insieme? Dopo tutti questi anni sono convinto che la risposta sia chiara: non c’è salvezza senza unità». È la comunità, è l’altro a salvarci, ogni volta. In un altro brano, Land of hope and dreams (2001), scrive Miele, «è la comunità intera a essere il luogo in cui si fa, in cui si tenta, in cui ci si approssima, in cui si incarna la liberazione. La comunità è il farsi stesso dell’evento liberazione». Nulla di astratto, di vanamente idilliaco, quindi. Ma nemmeno qualcosa che possa ridurre tutto alla fragilità dell’esistere terreno. Ancora Miele: «Nelle canzoni di Wrecking Ball (2012, ndr), la giustizia è insopprimibilmente legata a un rinvio, si situa in un altro orizzonte, rimanda a una eccedenza, si disloca. Questo orizzonte, questa eccedenza, è la trascendenza». L’inappagabile può essere appagato solo da qualcosa di incommensurabile.

LA RISURREZIONE, L’ASCESA VERSO “L’ALTRO MONDO”

In The Rising, l’album dedicato agli attentati dell’11 settembre 2001, sempre presente è la tensione fra quell’abisso di polvere, fantasmi, corpi straziati (quel Nothing man, uomo annullato nel suo corpo, nella sua speranza), e l’urgenza di «articolare l’inarticolabile, trasformare il grido in dolore, il dolore in rappresentazione, la rappresentazione di ciò che sfugge alla presa di ogni rappresentazione – il vuoto, la perdita, la morte – in senso». La morte, quindi, non è l’ultima parola, sembra dirci il cantautore. Nella sua autobiografia, è lui stesso a scrivere: «Tra le tante immagini tragiche di quella giornata, ce n’era una in particolare che non riuscivo a togliermi dalla testa: quella dei soccorritori che salivano mentre gli altri scendevano di corsa per salvarsi. Quale senso del dovere, quale coraggio c’era dietro quell’ascesa verso…che cosa? L’immagine religiosa dell’Ascensione, il superamento del confine tra questo mondo, un mondo fatto di sangue, lavoro, famiglia, figli, fiato nei polmoni, terra sotto i piedi, tutto ciò che è vita, e…l’altro mondo (…). Insieme alla rabbia, al dolore e al lutto, la morte apre una finestra di possibilità per i vivi, rimuovendo il velo che “l’ordinario” ci posa delicatamente sullo sguardo. Aprirci gli occhi è l’ultimo, amorevole dono del martire».

In questo immolarsi risuona il grido della Croce presa su di sé per la salvezza, in quella salita che è, insieme, al Golgota (alla morte) e al Cielo. Contro le macerie del male, il desiderio è di innalzarsi verso quella luce che non muore.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

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Roberto, fan da quando aveva 10 anni: «un incontro che mi ha cambiato la vita»


Roberto Mela (a sinistra) assieme a due amici (Caterina Maggi e Francesco Turrini) nel 2016 al concerto di Bruce Springsteen al Circo Massimo di Roma

«Undici anni fa lo vidi per la prima volta in concerto: quel giorno mi cambiò la vita». Roberto Mela ha 26 anni, è praticante commercialista e ha una passione smisurata per tutto ciò che riguarda Bruce Springsteen. Il 18 maggio, naturalmente, sarà uno degli oltre 50mila presenti al Parco Urbano. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Come e quando hai conosciuto Springsteen?

«A casa mia abbiamo sempre “respirato” la musica di Springsteen:mio padre è andato a sentirlo nel suo primo concerto in Italia, lo storico San Siro del 1985, e da allora non ha mai smesso. Nel 2007, lo ricordo bene tornare a casa dal negozio di dischi con il cd nuovo: qualche giorno dopo l’ho ascoltato da solo. L’album si apre con Radio Nowhere: rimasi folgorato da quell’intro».

Il primo concerto, invece?

«Fu l’indimenticabile notte di Firenze del 10 giugno 2012: ha piovuto tutto il tempo, tornai a casa fradicio ma con il cuore pieno. Quella sera vidi sul palco un uomo che dava veramente tutto per ciò che amava fare. Quante volte nel lavoro ti capita di incontrare gente così? Quel giorno mi cambiò la vita, fu uno dei miei primi concerti e se da allora sono andato a più di cento live di artisti diversi, in Italia e all’estero, è solo per ritrovare quel che ho visto quella sera in lui».

Quali altri suoi concerti hai visto?

«Nel 2013 a Padova e a Milano, nel 2016 a Roma e di nuovo a Milano. E dopo Ferrara, il prossimo 16 giugno andrò a sentirlo a Birmingham…».

Cosa ti ha colpito la prima volta della sua musica?

«Dei suoi testi mi colpisce come sia capace di trattare i temi della vita di tutti i giorni, dagli amori ai dolori, dalla famiglia al lavoro, con un tono che esalta la realtà dei personaggi».

Immagino sia difficile, ma se dovessi scegliere una sua canzone…

«Thunder Road. Springsteen l’ha sempre definita come “un invito” e per questo l’ha messa come prima traccia dell’album Born To Run».

I suoi testi sprigionano religiosità. Come definiresti la sua fede?

«Nell’autobiografia Springsteen parla chiaramente della sua fede, di come la sua formazione cattolica non l’abbia mai lasciato. In un’intervista disse:”Io frequentavo una scuola cattolica. L’anima non è un’astrazione per un bambino. È molto reale. La prendi alla lettera. E l’immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell’uomo, dello spirito umano. Io ritorno a quelle immagini d’istinto”. In un’altra, in merito al disco The Rising, ha affermato:”Penso che le canzoni facciano appello a una sovrapposizione sfumata di queste idee: il religioso e la vita quotidiana devono in certo qual modo fondersi”, per cui egli afferma di muoversi “verso un immaginario religioso per spiegare l’esperienza”. E nel 1988, prima di un concerto, introducendo la canzone Born To Run disse: “Alla fine ho capito che la libertà individuale finisce per non significare nulla se non è collegata a degli amici, a una famiglia e a una comunità”. È la stessa concezione di libertà individuale che ho incontrato nella compagnia della Chiesa, nella fraternità di CL».

Un’identità chiara, quindi, la sua…

«Sì. Anni fa, nei suoi spettacoli a Broadway, ripeteva: “Una volta che diventi cattolico, non puoi più uscirne”. E in quell’occasione, per 256 serate ha concluso i concerti recitando il Padre Nostro al pubblico».

Tre sue canzoni dove il tema religioso è più marcato, che vuoi condividere con noi? 

«Penso, fra le tante, a “Jesus Was an Only Son” e ad altre due in particolare: “Land of Hope and Dreams”, nella quale c’è una terra promessa a cui si può tendere insieme, che prende dentro tutti e questo dà senso alla comunione. La salvezza non è individuale ed è per tutti. E poi, “My City Of Ruins”, dell’album The Rising, scritto dopo l’attentato alle Torri Gemelle, in cui nel testo arriva a pregare il Signore per avere la forza di risorgere».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«La fantasia è ciò che ci tiene aperti, che ci reinventa»

8 Mag

Siamo andati ad ascoltare Giacomo Poretti alla presentazione del suo spettacolo al Teatro Comunale. Ecco cos’ha detto su lavoro in ospedale, covid e trio…

L’esistenza è un «gioco serio», nel quale conta saper gestire i momenti in cui l’ironia è importante, se non necessaria, e quelli, invece, dove la commozione e l’empatia debbono semplicemente imporsi.

Anche questo, in un certo senso, ha inteso comunicare Giacomo Poretti, noto attore comico, nella sua due giorni a Ferrara. Il membro del mitico trio con Aldo e Giovanni nel pomeriggio di sabato 6 maggio ha presentato il proprio spettacolo “Chiedimi se sono di turno” in una platea del Teatro Comunale di Ferrara al completo, incalzato dalle domande di Giovanni Farkas (Fondazione Zanotti) e Marcello Corvino, Direttore artistico del Teatro Comunale.

L’OSPEDALE: IL LAVORO PIÙ FATICOSO

Poretti, dai 18 ai 29 anni di età ha lavorato come infermiere nell’Ospedale di Legnano (di cui 5 in oncologia), dopo un biennio da metalmeccanico. «I malati adulti, in ospedale non hanno così tanta voglia di ridere», ha spiegato a Ferrara. Un Patch Adams è adatto a un reparto per bambini. «L’adulto malato preferisce la compagnia, la vicinanza, anche silenziosa». L’ospedale, per Poretti, «è un luogo tragicamente straordinario, per gli incontri umani che si possono avere».

Dal periodo del covid, emerge un aneddoto, com’è  spesso accaduto, agrodolce: «dopo alcune settimane dall’inizio dell’emergenza nel 2020, alcune regioni precettavano i medici perché non ce n’erano a sufficienza. Io vivo a Milano, e ho tremato dalla paura che mi potessero richiamare, sono sincero. Lavorare in ospedale è il lavoro più duro che abbia fatto. Faticoso soprattutto a livello mentale e sentimentale».

IL LOCKDOWN: IL PERIODO PIÙ AMBIVALENTE

L’attore ha poi aggiunto di come lui e la moglie Daniela Cristofori abbiano avuto il covid i primissimi giorni dell’emergenza nel 2020. Un’esperienza vissuta in maniera ambivalente, quella del lockdown: «in quel periodo sono riuscito a riposarmi, a godermi la vita domestica con mia moglie e nostro figlio (che ha 17 anni, ndr), a leggere, guardare film e partite dell’Inter…D’altra parte, però, è vero che non si può trasferire tutto su uno schermo, sul digitale. Il teatro, ad esempio, ha bisogno di presenza, corporeità, non si può guardare su uno schermo. Mi ribello a questa idea». È invece importante non dimenticare la potenza dell’arte e della letteratura, derivante dal fatto che sanno parlare «delle nostre angosce e dei nostri desideri più profondi, e così è per il teatro, arte antichissima:all’uomo è sempre piaciuto raccontare e farsi raccontare storie».

Ma tornando alla bellezza dell’aver potuto, pur nella tragedia, riscoprire l’intimità domestica, rimane il fatto che «è molto difficile andare d’accordo con tutte le parti di se stesso, figuriamoci con gli altri… Su questo io e mia moglie abbiamo preparato uno spettacolo che si intitola “Litigar danzando”. Anche io, Aldo e Giovanni – ha proseguito – siamo tre caratteri forti e per certi versi molto diversi fra di noi. Tante volte abbiamo anche litigato, ma litigare può essere anche sano, in quanto espressione di qualcosa che è dentro di noi».

Detto ciò, dal periodo del covid «ne sono uscito arricchito», ha detto Poretti. E poi, vi sono i gesti di umanità, gesti che la straordinarietà della situazione ha fatto emergere: «come quello di uno dei nostri vicini di casa che ci portava la spesa quando non potevamo uscire perchéammalati. Lasciava a terra i sacchetti appena aperta la porta, e poi si ritraeva. Ma a vincere non era il suo naturale gesto di “repulsione”, ma quello di umanità nell’averci aiutato».

LA FANTASIA: IL “LAVORO” PIÙ IMPORTANTE

Venendo al tema del Festival nel quale era inserito l’incontro, «la fantasia è sempre fondamentale, in tutti gli ambiti, è quell’abito mentale che ti porta nella dimensione del gioco. La nostra stessa ironia – ha proseguito parlando del trio – è strettamente imparentata col gioco, seppur un gioco “serio”, che tenta di mostrare una dimensione diversa dalla solita».

Sul rapporto professionale con Aldo e Giovanni, ha spiegato come «dopo 30 anni abbiamo sentito l’esigenza di prendere strade diverse» e dunque di non fare più teatro assieme. Teatro che rimane per Poretti la grande passione, quella passione nata da giovane: «mentre facevo ancora l’infermiere, mi ero iscritto ad una scuola serale di teatro. Ho avuto sempre quella curiosità e quell’inquietudine di tentare strade diverse; già mi piaceva, nei miei precedenti luoghi di lavoro, raccontare storie ai colleghi…».

E a proposito di strade nuove, dal 2019 Poretti dirige il teatro Oscar deSidera a Milano insieme allo scrittore Luca Doninelli e a Gabriele Allevi. «Senza la fantasia, non saremmo andati da nessuna parte. La fantasia ti dice: stai aperto, disponibile ad immaginare altro, altre possibilità». Una scommessa non facile, in una città colma di teatri. Proprio la sera del 5, l’Oscar ha ospitato lo spettacolo “La Milonga del Fútbol” di Federico Buffa: ilDirettore Corvino ha anticipato che lo spettacolo farà parte del programma del Teatro Comunale di Ferrara nella stagione 2023/2024.

Andrea Musacci

(Foto Marco Caselli Nirmal)

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Salvia, un martire del dovere. Antonio Mattone: «quel giorno che incontrai Cutolo»

8 Mag
Claudio Salvia e Antonio Mattone

Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, fu ucciso nel 1981 per volontà del boss Raffaele Cutolo. Il 5 maggio a Ferrara la testimonianza del giornalista Mattone e del figlio Claudio

«Salvia era un martire del dovere, un integerrimo funzionario delloStato che incappò nel più grande delinquente italiano del secondo dopoguerra: Raffaele Cutolo. Ma che non si volle piegare alla sua prepotenza».

Sempre più persone iniziano a conoscere la straordinaria testimonianza di coraggio e di amore alla verità e alla giustizia rappresentata dalla vita e dalla morte di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso nell’aprile del 1981 per volere di Cutolo.

Due anni fa Antonio Mattone, giornalista napoletano, raccontò la sua storia nel libro “La vendetta del boss. L’omicidio di Giuseppe Salvia”, presentato la sera del 5 maggio nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara. Un incontro voluto da Dario Poppi, insegnante in pensione, e organizzato dall’Unità Pastorale Borgovado. Un libro scritto sotto richiesta dei familiari di Salvia:della moglie Giuseppina e dei figli Antonino e Claudio. Quest’ultimo, che nell’81 aveva solo 3 anni (il fratello, 5) è intervenuto a Ferrara proprio insieme a Mattone, alla presenza di circa 80 persone. 

«TANTI AGENTI HANNO PAURA DI PARLARE»

Sono oltre trenta le presentazioni del libro di Mattone in giro per l’Italia, fra cui una col card. Zuppi, e tante nelle scuole. Qui, purtroppo, ha spiegato l’autore, «nessuno sapeva chi fosse Salvia, molti sapevano invece chi fosse Cutolo».

«Ho ascoltato 90 persone in diversi modi legate a Salvia: familiari,  agenti di polizia penitenziaria, terroristi, magistrati, inquirenti, forze dell’ordine, giornalisti». A proposito degli agenti di polizia penitenziaria, «alcuni di loro, dopo oltre 40 anni, non hanno voluto parlarmi: alcuni, forse perché collusi, altri perché si vergognano ancora di averlo allora lasciato solo, altri ancora per paura o per non voler riaprire vecchie ferite».

IN CARCERE, COME UN PRINCIPE

Innanzitutto, Mattone ha ricordato come Cutolo si trovasse a Poggioreale per omicidio, ma lì, dietro le sbarre, costruì la Nuova Camorra Organizzata, «il suo impero». Alcuni testimoni «mi hanno raccontato di quali privilegi godesse in carcere, fin dal ’73», segno di forti collusioni: «aveva la cella sempre aperta, la moquette, il frigo, la tv, passeggiava in vestaglia e un altro detenuto gli  faceva, di fatto, da maggiordomo. E un agente mi raccontò che un giorno nella posta destinata a Cutolo, trovò anche alcuni biglietti di auguri di buon onomastico provenienti da Deputati della nostra Repubblica. Questo agente mi ha chiesto di rimanere anonimo».

Arriviamo al 1981. Al ritorno dall’udienza in un processo, Cutolo incrocia casualmente Salvia.Quest’ultimo dice agli agenti di perquisirlo, come da regolamento. Prima di allora, invece, Cutolo era l’unico detenuto a non venir mai perquisito.Allora Cutolo, davanti agli altri detenuti e agli agenti, gli dà uno schiaffo, così forte da fargli cadere gli occhiali. Giorni dopo, Salvia gli negò, dopo aessersi consultato col Ministero, di poter fare il “compare di nozze” per il matrimonio di un boss anch’egli detenuto a Poggioreale. Allora Cutolo ordinò, dal carcere, di ammazzarlo. L’omicidio avvenne sulla tangenziale di Napoli il 14 aprile 1981.

Giuseppe Salvia

IL MIO INCONTRO CON RAFFAELE CUTOLO: «SÌ, L’HO UCCISO IO»

Oltre ad aver potuto incontrare Mario Incarnato, l’esecutore materiale dell’omicidio, Mattone il 21 luglio 2019 ha potuto parlare con Cutolo nel supercarcere di Parma, un anno e mezzo prima della sua morte. «Era isolato, e non incontrava giornalisti da 30 anni. Parlammo 1 ora, un vetro ci divideva. Era molto invecchiato, col parkinson e l’artrite. Iniziò a fidarsi di me quando gli dissi che dal 2006 ero volontario nel carcere di Poggioreale: gli si illuminarono gli occhi. “Sì, l’omicidio Salvia l’ho fatto io”, mi disse. Prima di allora, almeno pubblicamente, non l’aveva confessato a nessuno».

CLAUDIO SALVIA: «MIO PADRE MI HA INSEGNATO MOLTO»

Il figlio Claudio lavora in Prefettura a Napoli, si occupa di antiracket, in passato si è occupato anche di antimafia. «Mio padre in casa non parlava mai di lavoro. Nel libro di Mattone viene raccontato un episodio che dice molto di che persona fosse mio padre. Un giorno andò a trovare in ospedale “Zio Antonio”, un suo caro amico.Ma con sé aveva anche dei cioccolatini: doveva portarli  a un ragazzino figlio di detenuto, lì curato, e lasciato solo».

Erano gli anni di piombo, del terrorismo, della corruzione dilagante. «Servivano, allora più che mai, servitori dello Stato integerrimi, come mio padre. Tanti corrotti lavoravano anche nel carcere di Poggioreale». Tra l’altro, «a mio padre 2 o 3 volte rifiutarono anche la richiesta di trasferimento in un altro carcere. Richiesta che fu accettata solo il giorno dopo la sua morte».

«Mio padre servì lo Stato fino all’estremo sacrificio», ha proseguito. «La camorra, prima di ammazzarlo, aveva anche cercato di corromperlo, e poi lo minacciò. Fu vittima di una delle peggiori, se non la peggiore, associazione criminale al mondo», la Nuova Camorra Organizzata.

«Io, come Mattone, faccio tanti incontri nelle scuole per sensibilizzare sul tema della legalità, per parlare di antimafia e antiracket. Per parlare di mio padre. E negli incontri con gli studenti, spesso noto come molti giovani e giovanissimi abbiano il mito del camorrista killer, anche per colpa di serie tv come “Gomorra”, che non apprezzo anche perché non vi è mai un risvolto positivo. E poi bisogna continuare a lavorare molto sulla forte correlazione tra dispersione scolastica e devianza sociale:così tanti ragazzi iniziano a delinquere».

«Mio padre, quindi – ha aggiunto -, mi ha insegnato molto, anche se praticamente non ho avuto modo di conoscerlo di persona: il suo sacrificio mi ha consegnato valori altissimi e profondi. A mia figlia, che ha 8 anni, cerco di trasmetterglieli a mia volta. E ho capito quanto sia importante testimoniare ciò che si dice coi fatti». È quel che ha fatto Giuseppe Salvia, testimone di verità e giustizia fino alla morte.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 maggio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

La filosofia nel Santo Rosario: padre Giuseppe Barzaghi a Ferrara

24 Apr

I Misteri e la dialettica, un rapporto originale. Incontro il 4 maggio a Casa Cini

di Andrea Musacci

Cosa c’entra la filosofia con il Santo Rosario? Come questi due mondi possono incontrarsi? 

Su questo il prossimo 4 maggio rifletterà padre Giuseppe Barzaghi (foto), Direttore dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna, sacerdote domenicano, saggista e docente di Teologia. L’appuntamento è per le ore 18.30 a Casa Cini, Ferrara. Si tratta dell’ultimo dei tre incontri del ciclo “Il cuore non basta. Filosofia e fede oggi: un legame da riscoprire”, organizzato dalla Scuola di Teologia per laici “Laura Vincenzi” e coordinato dal prof. Maurizio Villani. I primi due incontri si sono svolti il 23 febbraio con Anna Bianchi (Università Cattolica di Milano) su “Fides et ratio” e il 16 marzo con lo stesso Villani su “Percorsi fenomenologici sulle religioni”. 

Il titolo dell’incontro di p. Barzaghi riprende, invece, quello di un suo noto libro, “Il riflesso. La filosofia dove non te l’aspetti o il rosario filosofico” (ESD Edizioni Studio Domenicano, collana Anagogia, ottobre 2018.)

La dialettica porta alla Gloria

Per un approccio integrale al sapere, occorre trovare una visione sintetica – scrive padre Barzaghi nel suo libro – nel senso di «tecnicità dell’operazione teoretica» e di «visione che raccoglie tutto, anche i rimasugli. I rimasugli sarebbero lo scarto», ciò che per l’uomo di scienza è opinabile.

La struttura più conforme è quella dialettica: tesi, antitesi e sintesi (che non è mera somma, ma oltrepassamento degli elementi, loro superamento nella relazione). Anzi: Positio, Oppositio, Compositio. Ma questo metodo, questa struttura si può applicare anche per i Misteri della nostra fede: la positio è rappresentata dai cinque misteri gaudiosi, l’oppositio dai cinque misteri dolorosi, la compositio dai cinque misteri gloriosi. Così, ognuna delle tre parti si divide in cinque tappe, proprio come le cinque decine del Rosario. Questa l’originale intuizione del domenicano.

Misteri gaudiosi (Positio)

Praepositio: lo stupore, la meraviglia da cui nasce la filosofia. Ovvero, la meraviglia di Maria durante l’Annunciazione. Dispositio: la Visitazione di Maria ad Elisabetta, «l’abbandono di qualsiasi presupposto», «l’umiltà di chi non sa». Propositio: proporre una nuova idea: la Nascita di Gesù. Suppositio: la Presentazione di Gesù al Tempio. Ovvero, proporre la nuova idea ma in modo riflesso. Expositio: Ritrovamento di Gesù tra i dottori nel Tempio: l’interrogare di Gesù.

Misteri dolorosi (Oppositio)

Depositio: l’agonia, la lotta, l’agone: Gesù nel Getsemani. Contrappositio: il primo atto della lotta: la Flagellazione di Gesù. Interpositio: la Derisione di Gesù. Impositio: la salita di Gesù al Calvario. Decompositio: «l’addormentarsi in Dio, nella nebbia della non conoscenza».

Misteri gloriosi (Compositio)

Superpositio: «il risvegliarsi in Dio, la Resurrezione di Gesù», cioè «considerare da un punto di vista assoluto». Transpositio: avere quindi uno sguardo più ampio e pieno: l’Ascensione di Gesù Cristo. Circumpositio: lo sguardo pieno porta a un pieno coinvolgimento: lo Spirito agisce dall’interno. Appositio: coinvolgimento anche sensibile: l’Assunzione di Maria Vergine in cielo in anima e corpo. Infine, Diapositio: «In Paradiso c’è la perfetta compositio», scrive p. Barzaghi. La diapositio è «la Gioia, filtrata dal Dolore, e che si consu(m)ma, cioè arriva a perfezione, nella Gloria». «Che cos’è il meraviglioso della Gloria? È l’atto nel quale gioia e dolore sono la stessa cosa. E questa è la commozione, la compassione e la consolazione», sono ancora sue parole. È il «meraviglioso senza perché»: «si tratta di una identificazione, come se l’addormentarsi in Dio nel risvegliarsi in Dio implicasse una fusione».

Dallo stupore iniziale, “crudo”, naturale si arriva dunque alla mistica, passando per la speculazione.

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Si chiede ai partecipanti iscritti in presenza di comunicarlo alla Segreteria dell’Istituto. Gli incontri saranno anche disponibili (in diretta e come registrazioni) sulla piattaforma YouTube dell’Ufficio Comunicazioni diocesano.

Per informazioni e iscrizioni contattare la Segreteria: Tel. 0532 242278 

segreteria@stlferraracomacchio.ithttp://www.stlferraracomacchio.it

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Cristo condizione dell’umano: Enzo Cicero a Ferrara

24 Apr

Dal dio astratto a una nuova cristologia: l’intervento di Enzo Cicero a Ferrara. Arrivare a Cristo tramite l’analogia, suprema struttura trascendentale di tutto ciò che riguarda l’umano

È ancora possibile oggi un discorso su Cristo partendo da basi filosofiche? È possibile, dunque, una cristologia filosofica? Una grande sfida a cui cerca di dare una prima risposta Vincenzo Cicero col suo libro “Sapienza muta. Dio e l’ontologia” (Morcelliana, 2023), presentato lo scorso 21 aprile nella sede dell’ISCO di Ferrara (vicolo S. Spirito, 11). L’incontro, organizzato da Istituto Gramsci e ISCO, ha visto l’autore dialogare con Piero Stefani. 

«Io sono colui che sono!», dice Dio a Mosè (Esodo 3, 14). Da qui è partito Stefani nella sua riflessione introduttiva:«come suggerisce anche Cicero nel suo libro, si è esaurita la possibilità di fare un’ontologia filosofica che abbia come primato questa “autopresentazione” di Dio. Ma non si è esaurito, invece, il versetto di Giovanni “E il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14), che sarebbe più corretto tradurre con “La Parola [Logos] si fece carne”. Da questo versetto di Giovanni – ha proseguito Stefani – si può fare non un discorso su Dio ma su Cristo, è cristologia, da cui può partire quindi una cristologia filosofica».

«Filosoficamente parlando – è intervenuto dunque Cicero -, è Cristo la chiave ermeneutica dell’intera Bibbia. Ad essersi esaurito – ha proseguito – non è quel passo di Esodo ma la sua traduzione filosofica: hanno fallito le interpretazioni filosofiche di Dio, tutte o troppo astratte, astruse o troppo antropomorfe. È questo dio a essere morto». Da qui il tacere, il silenzio necessario della filosofia sulla deità. Ma andando oltre l’appercezione trascendentale kantiana, e mettendo in guardia dall’interpretazione errata di Esodo 3,14 («non si può usare l’io per Dio»), Cicero ha proposto l’uso dell’es tedesco, che non è né personale né impersonale, per dire Dio. L’autore suggerisce dunque la nozione di “inquanto” inteso nella sua struttura analogica, il medio analogico trascendentale, l’analogo, l’”in quanto tale”. «Ciò che non può essere posto in relazione ad altro, l’innominabile, la condizione stessa di ogni nominazione. Condizione che, dunque, si sottrae ad ogni nominazione». Appunto, ciò che non è né personale né impersonale. L’analogo, quindi, è «la suprema struttura trascendentale, la condizione trascendentale di ogni sentire, pensare, dire e immaginare dell’umano». Insomma, di ogni relazione. «È ciò mediante cui ogni cosa può essere sentita, pensata, detta e immaginata. L’analogo richiama quindi Cristo»: «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 3). «Di tutto ciò, quindi, che anche può essere sentito, detto, pensato, immaginato. L’analogo è Cristo», ha concluso Cicero.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Purezza e silenzio nelle foto di Cristina Garzone

24 Apr

La mostra “Misticismo copto” esposta nella Basilica di San Giorgio fuori le Mura

Purezza e silenzio, una preghiera fatta anche di gesti lenti, impercettibili.

Sono forti le emozioni che trasmette la mostra di Cristina Garzone, “Misticismo copto”, esposta dal 21 al 25 aprile nell’ex chiostro olivetano della Basilica di San Giorgio fuori le Mura. In occasione della Festa del patrono, la nostra città ha ospitato le fotografie della fotoreporter di fama internazionale. Foto scattate nella città di Lalibela nel nord, patrimonio UNESCO dal 1978, con le sue 11 chiese monolitiche ipogee costruite nel XII secolo e collegate da un intricato sistema di tunnel sotterranei.

«Abbiamo pensato che questo chiostro, per secoli luogo del silenzio, potesse essere adatto per questa mostra», ha detto il diacono Emanuele Pirani durante l’inaugurazione del 21. «Il silenzio e l’osservazione – ha proseguito – sono caratteristiche necessarie perché ogni fotografia sappia cogliere sentimenti, azioni, storia e cultura delle persone, dei luoghi, dei popoli». 

«Lasciamoci prendere dal silenzio, dal fascinosum di queste fotografie», ha aggiunto padre Augusto Chendi, Amministratore parrocchiale di San Giorgio.

Presente all’evento inaugurale anche il nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: «sono stato due volte in Etiopia, la prima per un progetto Caritas Italiana legato alla guerra, la seconda da Direttore della Migrantes. Nei miei viaggi ho potuto ammirare anche queste meravigliose chiese. È una mostra importante – ha proseguito – anche perché ci fa riflettere sui monasteri presenti nella nostra città, una città storicamente religiosa e di preghiera, fortemente mistica». 

Dopo un breve saluto da parte di don Lino Costa, amico da anni di Garzone, ha preso la parola proprio quest’ultima: «nei sotterranei che ho visitato e fotografato sono venuta in contatto con la gente di queste tribù. Persone dure, difficili, ma devote e che trasmettono un senso di purezza da cui mi sono fatta trasportare. Persone che ho avvicinato considerandole non cose, oggetti del mio lavoro, ma con una dignità. Mi sono avvicinata a loro, quindi, in punta di piedi, mettendomi “al loro livello”. Ero diventata la loro fotografa, ho anche regalato loro una foto scattata da me».

Garzone ha quindi donato due copie della sua foto della chiesa di San Giorgio a Lalibela in Etiopia, una al Vescovo e una a padre Chendi come rappresentante della parrocchia. A lei, invece, padre Chendi ha regalato una statuetta di San Giorgio. Poi, il giro con mons. Perego per presentargli la mostra, attraversando le immagini della processione di Santa Maria, della luce che filtra nelle fessure, del bacio della croce prima dell’ingresso in chiesa, delle scarpe tolte prima di entrarvi. Del profondo raccoglimento e stupore di questo popolo così profondamente – è il caso di dire – immerso nel divino.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Delta del Po, un equilibrio molto delicato

17 Apr

Il Convegno a Porto Viro dedicato alle trivellazioni nell’Adriatico. L’allerta degli esperti è chiara

Un equilibrio a rischio per un territorio di per sé già fragile. La questione delle trivellazioni nel Mar Adriatico, per la precisione a nord di Goro, per estrarre gas in questo periodo di crisi energetica, è stata al centro di un importante convegno svoltosi lo scorso 13 aprile a Porto Viro (RO). L’iniziativa è stata ideata e organizzata dai tre Vescovi delle Diocesi coinvolte: mons. Gian Carlo Perego (Ferrara-Comacchio), mons. Pierantonio Pavanello (Adria-Rovigo), mons. Giampaolo Dianin (Chioggia).

Nella Sala Eracle, sul tema “Le trivellazioni in Adriatico: domande per il presente, responsabilità per il futuro”, si sono confrontati diversi esperti moderati dal giornalista di Avvenire Antonio Maria Mira. Circa 200 i presenti.

I saluti iniziali sono spettati a mons. Dianin, il quale ha voluto innanzitutto puntualizzare sul senso dell’incontro: «non siamo qui per fare politica, come alcuni hanno detto.  Siamo anche noi membra vive della società, del nostro territorio. Il nostro è dunque un desiderio pastorale e morale, al servizio delle persone. Come sempre».

Il geologo Alberto Riva, assegnista dell’Università di Ferrara, è intervenuto per primo, trattando del delicato tema della subsidenza, il lento e progressivo sprofondamento del fondo di un bacino marino o di un’area continentale. «Negli anni – ha detto Riva – è venuto meno l’equilibrio del Delta del Po: nel secondo dopoguerra, fino agli anni ’60, estrazioni selvagge di gas hanno avuto conseguenze, anche a lungo termine». 

Tema, questo, ripreso da Bernhard Schrefler, docente emerito di Scienze delle costruzioni dell’Università di Padova: «la presenza di gas e acqua crea tensione nei terreni, rendendoli fragili. Finora non è mai stata studiata l’interazione fra i vari giacimenti di gas: sono studi che andrebbero fatti, con una piena trasparenza dei dati».

A mettere ancor più il dito nella piaga è stato poi Giancarlo Mantovani, direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po, parlando delle conseguenze della subsidenza, causata anche dal consumo eccessivo del sottosuolo, trivellazioni comprese: «oggi il Veneto è mediamente sotto 2 metri e mezzo sotto il livello del mare, con picchi di 3-4 metri. Dal 1961 – anno in cui fu sospesa l’estrazione del metano – è sceso di un altro metro». Dal ‘73 al 2008, il territorio è poi calato di ulteriori 40 cm. Insomma, «il Delta del Po è stato stravolto», con conseguenze sulla «sicurezza idraulica per l’abbassamento degli argini», con una «maggiore erosione delle linee di costa»: il mare «si è ripreso pezzi di territorio, le spiagge spariscono, gli argini sono aggrediti dal moto ondoso». Questo è lo scenario da guardare in faccia e affrontare. Riguardo al provvedimento approvato dal Governo italiano lo scorso novembre che permette estrazioni di metano oltre le 9 miglia dalla costa (prima era dalle 12 miglia), Mantovani ha proposto: «dovremmo creare un gruppo di lavoro di tecnici e scienziati indipendenti per capire come agire, non affidandoci a ciò che dicono le aziende di estrazione del gas».

E a proposito di una corretta informazione sui temi che riguardano la tutela dell’ambiente, il fisico e climatologo del Gruppo Energia per l’Italia Vittorio Marletto ha usato parole altrettanto nette: «il riscaldamento del pianeta è indubitabile: la temperatura è aumentata più di un grado in un secolo, più che in 2mila anni. Nel nord Italia, le temperature estive sono aumentate di 2 gradi in 30 anni: qualcosa di mostruoso». La causa principale è chiara: l’aumento spropositato di emissioni di gas serra. «Dobbiamo uscire dalla trappola dei fossili», ha proseguito, «interrompendo quindi le estrazioni». Anche perché «dalle stime, anche se estraessimo tutto il gas dall’Adriatico, sarebbe comunque 1/5 di quello che ci servirebbe in 1 anno in Italia. E la stessa UE ci impone entro il 2030 di aumentare le energie rinnovabili, non di estrarre altro gas».

«Dobbiamo aspirare a un nuovo equilibro tra terra e acqua, e ciò metterebbe in moto teste, idee, esperienze virtuose», ha detto invece il sociologo Giorgio Osti, mentre della Pianificazione dello Spazio Marittimo ha parlato l’urbanista dello IUAV di Venezia Francesco Musco: «il Piano del Mare – attualmente in fase di consultazione – è importante per dare risposte sull’utilizzazione delle risorse, e darle a lungo termine». 

Al termine degli incontri sono intervenuti alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, fra cui Valeria Mantovan, Sindaca di Porto Viro, e il nostro Arcivescovo mons. Perego per un saluto finale: «c’è uno stile di vita che dobbiamo adeguare, sull’uso dei beni della terra». Senza dimenticare «il problema delle conseguenze demografiche sulla popolazione delle trasformazioni ambientali. La politica – è il suo invito – deve approfondire queste domande e queste problematiche, per il bene comune del nostro territorio». Un territorio estremamente fragile.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Misticismo copto, l’Etiopia tra Matera e San Giorgio: mostra di foto a Ferrara

17 Apr

Dal 21 al 25 aprile la Basilica di San Giorgio fuori le Mura a Ferrara ospita la mostra di Cristina Garzone, fotoreporter di fama internazionale. Le abbiamo rivolto alcune domande

di Andrea Musacci

La Basilica di San Giorgio fuori le Mura ospita la mostra personale di una fotoreporter di livello internazionale, Cristina Garzone. Dal 21 al 25 aprile, in occasione della Festa di San Giorgio, nell’ex Chiostro Olivetano sarà esposto il progetto fotografico dal titolo “Misticismo copto”. Inaugurazione il 21 aprile alle ore 18.45. Protagonista delle opere in parete, la città di Lalibela nel nord dell’Etiopia (a oltre 2600 metri di altezza), patrimonio UNESCO dal 1978, con le sue 11 chiese monolitiche ipogee costruite nel XII secolo e collegate da un intricato sistema di tunnel sotterranei. Come ha scritto Carlo Ciappi a proposito del progetto della Garzone, «è proprio in quell’interiorità della terra che gli Etiopi cercano di immedesimarsi in quell’Uno, di avvicinarsi al suo esempio ideale poggiando mani e volto a pareti non levigate o in presenza di sontuosi arazzi o pregiate rappresentazioni di ogni genere». 

“Misticismo copto” è anche il titolo del suo libro fotografico con contributi, fra gli altri, di Derres Araia (Segretario Diocesi ortodossa Eritrea in Italia) e mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo Diocesi Matera-Irsina). È stato realizzato anche un audiovisivo, a cura di Lorenzo de Francesco (https://www.youtube.com/watch?v=v49yHeP5Wso).

Garzone, originaria di Matera e residente in provincia di Firenze, negli anni ha conseguito numerosi riconoscimenti nei più importanti concorsi internazionali. Fra questi, nel 2010, ha ottenuto il 1° Premio nel concorso “3° Emirates Photographic Competition” in Abu Dhabi, e nel 2014 ha conquistato il Grand Prize nell’8a edizione dell’“Emirates Award of Photography”, sempre in Abu Dhabi: qui, è risultata prima assoluta fra 8500 partecipanti di 58 Paesi, presentando il portfolio “Pellegrinaggio a Lalibela”. Ad aprile 2020 le è stata conferita la più alta onorificenza della fotografia internazionale MFIAP (Maitre de la Federation Internationale de l’Art Photographique): Garzone è ancora la prima ed unica donna fotografa italiana ad aver conseguito un titolo così importante. Infine, nel Luglio 2021 le è stata conferita l’onorificenza EFIAF (Eccellenza della FIAF) e nel marzo 2023 l’onorificenza EFIAF/b. Sue mostre personali sono state esposte in Italia e all’estero.

L’abbiamo contattata per rivolgerle alcune domande.

Dove nasce il progetto “Misticismo copto”?

«Il progetto parte da lontano, nel 2011, quando scelgo di “abbandonare” la mia macchina analogica per iniziare a usare quella digitale, e il mio amato Oriente – sono stata, ad esempio, una decina di volte in India – per visitare il sud dell’Etiopia, alla ricerca delle antiche tribù. Successivamente ho scelto di visitare anche il nord del Paese, in particolare la città di Lalibela, famosa per le sue chiese monolitiche scavate nella roccia».

Cos’ha scoperto qui?

«Ho scoperto innanzitutto queste chiese splendide, scavate nel tufo. Fin da subito mi ha impressionato vedere tanti fedeli così profondamente assorti nella preghiera, molti di loro all’esterno delle strutture, dato che le chiese sono piccole: alcuni di loro – avvolti in mantelli bianchi così da trasmettere una sensazione di purezza – gli ho visti baciare le pareti in segno di devozione». 

Da qui, l’idea del progetto…

«Esatto. Una volta tornata a casa, mi sono confrontata con un noto studioso di storia delle religioni, che mi ha incitato a realizzare un progetto di questo tipo sui copti, mai realizzato prima». 

Com’è nata l’idea di esporre a Ferrara?

«Sono venuta in contatto col diacono Emanuele Pirani tramite don Lino Costa, che conosco da diversi anni e più volte mi ha coinvolto nelle sue iniziative “In viaggio con don Lino”».

Il legame con San Giorgio è profondo…

«Sì, sembra che San Giorgio mi segua ovunque: la chiesa più importante a Lalibela è proprio la chiesa di San Giorgio (Bet Giorgis, ndr), la cui foto aprirà la mia mostra a Ferrara. Tra l’altro, il prossimo 7 settembre tornerò a San Giorgio fuori le Mura per esporre il mio progetto fotografico dedicato alla Festa della Bruna a Matera».

Avremo modo di riparlarne. In ogni caso, Matera per lei non rappresenta solo il luogo di nascita…

«Sì, questo progetto mi fu suggerito da un mio cugino: nel realizzarlo, ho provato emozioni molto forti, ricordi e sensazioni di quando ero bambina e ogni anno tornavo a Matera coi miei genitori. Ho deciso così di lasciare qualcosa d’importante di me nella mia terra, anche in memoria di mio padre, morto quando aveva 58 anni. Sono entrata in contatto anche con diversi artigiani del luogo, fra cui Francesco Artese, maestro dei presepi. Inoltre, lo scorso settembre ho partecipato al Congresso eucaristico nazionale di Matera come fotografa per Logos, la rivista della Diocesi».

A livello di spiritualità, esiste qualche legame tra una terra come Matera e l’Etiopia?

«Sì, a Matera come in tutto il Sud Italia la spiritualità è molto forte, la fede è molto sentita, vissuta in maniera intensa, come in Etiopia. Spesso, invece, al Nord Italia ad esempio, è ridotta a un fatto d’apparenza». 

In generale, qual è il suo rapporto con la fede?

«Sono credente, spesso amo “rifugiarmi” nel convento di S. Lucia alla Castellina a Sesto Fiorentino, perché sento il bisogno di staccarmi dalla quotidianità e perché la vita a volte ti mette davanti a dure prove. Da qui, il mio bisogno di avvicinarmi a Dio, di sentirmi vicino a Lui».

***

Festa di San Giorgio, tante iniziative fino al 25 aprile

Lunedì 24 importante Rassegna corale e strumentale diretta da Davide Vecchi

La Festa di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, prevede venerdì 21 aprile alle ore 18.45 l’inaugurazione della mostra “Misticismo copto” di Cristina Garzone.

Sabato 22 aprile alle ore 18, S.Messa solenne presieduta dal nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, mentre domenica 23 aprile, S. Messe alle ore 11.15 (solenne) e 18 (in memoria dei contradaioli di San Giorgio).

Lunedì 24 aprile alle ore 21, I^ Rassegna corale & strumentale “San Giorgio, Patrono di Ferrara”, diretta da Davide Vecchi.Si esibirannoCoro della Basilica di S. Giorgio in Ferrara (Dir. Davide Vecchi), Coro dell’Arengo, Bologna (Dir. Daniele Sconosciuto), Ensemble strumentale “Otto e mezzo” Accademia Corale Teleion, Mirandola (MO) (Dir. Luca Buzzavi),Coro da camera del Conservatorio “G. Frescobaldi” di Ferrara (Dir. Manolo Da Rold).

Ma sono tanti anche gli eventi organizzati dalla Contrada di San Giorgio col Palio di Ferrara:fra questi, “Le Taverne all’ombra del campanile” (dal 21 al 25 aprile), il 22 alle 18 l’inaugurazione dei nuovi giardini della Contrada diSan Giorgio con spettacolo del gruppo sbandieratori e musici; il 23 aprile alle 9.30 è invece in programma la “Caminada Par San Zorz – Trofeo AVIS”. Infine, il 25 aprile sul piazzale San Giorgio alle ore 10, XI Trofeo dell’Idra, Torneo Sbandieratori e Musici.

Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Per gli ucraini il disarmo vorrebbe dire piena distruzione»: Massimo Faggioli sulla guerra

3 Apr

«La pace viene dopo aver fatto la resistenza, la resistenza non è la pace». Sbaglia, quindi, chi in Italia, compresi molti cattolici, «vorrebbe il disarmo dell’Ucraina contro l’invasore russo: significherebbe una resa, e porterebbe a una distruzione dell’Ucraina». Così Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente dell’Università di Villanova (Pennsylvania, USA), intervenendo il 31 marzo all’incontro “Guerra ucraina e cristianesimo”, per il ciclo “Anatomia della pace”. L’incontro, svoltosi on line, è stato organizzato da Istituto Gramsci Ferrara e Isco Ferrara, ed è reperibile sulla pagina Facebook dello stesso Istituto Gramsci.

Secondo Faggioli – intervistato da Francesco Lavezzi -, «spesso nel dibattito all’interno del cattolicesimo italiano non si è colta la rottura che questa guerra ha portato, e che invece ha fatto emergere la rielaborazione della memoria della Resistenza in Italia sotto l’emblema della pace. Ma la resistenza – ha proseguito – vuol dire anche resistenza attiva, con l’uso della forza quando non ci sono altre risorse». Tanti cattolici, invece, propongono il disarmo anche per gli ucraini, «una soluzione velleitaria, che significherebbe la distruzione» del Paese. La stessa Chiesa cattolica, secondo Faggioli, deve continuare a «essere operatrice di dialogo e di pace», ma «a volte non ci sono alternative: la resa dell’Ucraina sarebbe una sorta di suicidio collettivo». I laici cattolici «devono prendere decisioni», a volte «le meno peggio», spesso dolorose. Ma «il primo dovere è quello di difendere chi non si può difendere». Da notare, inoltre, come l’Ucraina negli ultimi decenni «abbia fatto molto più i conti col proprio passato, anche filonazista», rispetto alla Russia che, al contrario, «glorifica il proprio passato imperiale». Oggi l’Ucraina è guidata da Zelensky, «un presidente ebreo», ed è «sempre più multiculturale».

Il dibattito nella Chiesa

Faggioli ha anche ragionato su come la guerra russo-ucraina stia spaccando tanto il mondo cattolico quanto quello ortodosso. «Si tratta di un evento che rompe una certa situazione, o illusione, sull’Europa, che anche il mondo cattolico si era fatto: quello di un quadro stabile e pacificato». Quadro che aveva portato anche alla «de-europeizzazione e de-occidentalizzazione» tipica del papato di Francesco. «La guerra russo-ucraina – secondo Faggioli – sicuramente sta facendo ragionare molti cardinali su quale pontificato possa essere il più adatto» nel post Francesco, «viste anche le difficoltà di quest’ultimo a volte nell’interpretare il conflitto».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Francesca Brancaleoni)

Sacramento e abbandono: Marina Salamon a Ferrara

3 Apr

La sera del 30 marzo a Casa Cini è intervenuta la nota imprenditrice. In dialogo con Piero Stefani e coi presenti, è emersa la  complessità di una vita tra fede, carriera e famiglia

di Andrea Musacci

Per don Lorenzo Milani era centrale l’aspetto sacramentale oppure quello caritatevole/pastorale? Era un esponente ante litteram della “Chiesa in uscita” o, semplicemente, un sacerdote della Chiesa pre Concilio Vaticano II, che cercava, ogni giorno, di incarnare il Vangelo?

Da questi dilemmi, escono, da decenni, accesi dibattiti. Uno di questi, si è svolto la sera del 30 marzo a Casa Cini, Ferrara, in occasione dell’ultimo incontro della Cattedra dei credenti organizzata dalla Scuola di teologia “L. Vincenzi” e coordinata da Piero Stefani. Proprio quest’ultimo ha dialogato con Marina Salamon, personalità eclettica del mondo imprenditoriale italiano, verve da ragazzina e forza da matriarca.

Anelli e catene: il dono, il denaro, la profezia

«Vengo da una famiglia borghese e non credente ma amante di don Milani, che diventava quindi un anello di congiunzione», ha esordito Salamon. Un anello, dunque, il primo che la tenne legata, per alcuni anni, alla Chiesa. Poi ne vennero altri, gli scout («ho avuto il grande dono di incontrare Dio attraverso lo scoutismo e S. Francesco d’Assisi»), Comunione e Liberazione, con quella Jeep comprata coi primi soldi guadagnati e donata a un amico ciellino missionario in Africa.

«La mia fede è un dono» ma ho passato parte della mia vita a sentirmi fuori posto, a essere considerata irregolare, per i figli che ho avuto fuori dal matrimonio e i miei due divorzi alle spalle». Quegli anelli, segno di profonda unione e di libertà, sono diventati catene da cui liberarsi. 

Marina inizia dunque la propria carriera imprenditoriale: da lì il successo, la ricchezza, la fama. Ma sempre senza diventarne schiava. Sì, perché le catene possono anche essere quelle del guadagno, della ricchezza e della sua ostentazione. «Da tanti anni faccio filantropia, ma solo da alcuni rifletto su come possa diventare metadone, cioè possa aiutare a tenere la propria coscienza a posto. Non amo la ricchezza che diventa simbolo del lusso, ostentazione», sono ancora sue parole. «Il denaro dovrebbe essere solo uno strumento e invece troppo spesso ho visto ricchi farsi del male perché non sapevano usarlo». Denaro che, «come ci insegna la Parabola dei talenti, non è davvero nostro», e quindi è da restituire e reinvestire.

Da qui, una riflessione sul mondo di oggi, dove ostentazione e speculazione dominano. «Il tema della finanziarizzazione è serio, grave, incombente, le disuguaglianze aumentano ma bisogna ancora tentare di creare nuove possibilità. Per questo, c’è bisogno di profezia, e di una profezia incarnata nel fare». Per Salamon, pensando anche alle lotte di queste settimane in Francia, «dobbiamo ridefinire l’impegno, l’utilità sociale e il senso del lavoro: perché lavoriamo? Per costruire quale società?». Il suo pensiero è quindi andato alla lettera che don Milani nel ’50 a San Donato a Calenzano scrisse a Pipetta, giovane comunista, suo “compagno” di battaglie, ma che ammonisce così: «Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”». È questa la profezia, il non sentirsi mai appagati, il «saper andare oltre», il sapere che c’è sempre Qualcosa che ci supera. 

Sempre capaci di rimetterci davanti a Dio

Questo suo bisogno – di don Milani, e di Salamon – di andare sempre oltre il presente, la concretezza così velocemente tramutabile in grettezza, è stato ripreso da Piero Stefani, che ha posto l’accento sulla «spiritualità “tridentina”» di don Milani, nella quale «centrali erano i sacramenti e un’idea del peccato molto forte».

Ai suoi ragazzi di Barbiana una volta disse: «Per me che l’ho accettata, questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica l’Espresso (settimanale laico di sinistra, ndr). L’assoluzione dei peccati me la dà un prete. Se uno vuole il perdono dai peccati si rivolge al più stupido, arretrato dei preti pur di averla. (…). In questa religione c’è fra le tante cose, importantissimo, fondamentale, il sacramento della confessione dei peccati. Per il quale, quasi per quello solo, sono cattolico. Per avere continuamente il perdono dei miei peccati. Averlo e darlo». Don Milani era quindi, per Stefani, «il rappresentante di un cattolicesimo che non c’è più».

«Sento spesso il bisogno di rimettermi davanti a Dio – ha risposto Salamon -, perché quando senti la spaccatura dentro di te fra intelligenza e libertà, logica e desiderio di bene, di ciò hai bisogno, e solo di ciò: per questo, don Milani amava la Confessione». Senza, però, «rifugiarsi nei sacramenti» ma vi aderiva per appartenere alla Chiesa, «altrimenti penso avrebbe spaccato tutto… . Non credo, quindi – ha proseguito Salamon – che la sacramentalizzazione fosse centrale in lui». E a maggior ragione oggi, i sacramenti sono ancora fondamentali ma «dobbiamo anche riscoprire il bisogno, di ognuno, di sentirsi accolto, di potersi fidare e abbandonare all’altro».

Un dialogo, con Stefani e col pubblico, conclusosi con la commozione di Marina Salamon. Lacrime di dolore, le sue, per la giovane nipote morta suicida, e per il ricordo dei sei figli perduti in gravidanza. Ma anche lacrime di riconoscenza, segno sacro. Come segni sono quelle piccole chiese gotiche di cui Marina è sempre alla ricerca, e quel Santuario parigino della Medaglia Miracolosa tante volte sfiorato e solo dopo tanto tempo davvero “visto”, come una rivelazione. Un luogo dove potersi abbandonare, dove vedere – col cuore – sacramento e carità uniti oltre ogni falsa separazione.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)