Libertà umana e misericordia divina contro il vuoto della sofferenza e della morte

8 Nov
Vito Mancuso

L’intervento di Vito Mancuso il 6 novembre a Santa Francesca Romana in occasione della donazione al Cedoc della biblioteca di Piergiorgio Cattani, «immobile ma rapido» nel suo “sì” alla vita

Sabato 6 novembre si è svolta l’inaugurazione del lascito librario di Piergiorgio Cattani alla Biblioteca Cedoc di Ferrara, nel primo anno dalla sua morte. Sono circa 700 i volumi che Cattani, giornalista e intellettuale trentino scomparso lo scorso novembre a 44 anni, donò all’amico Piero Stefani, che a sua volta ha regalato alla Biblioteca diretta da don Andrea Zerbini. Si è trattato del secondo dei tre incontri organizzati dal Sae di Ferrara in memoria di Cattani, dopo il primo tenutosi il 16 ottobre.

“Niente sta scritto. Libertà e limiti della condizione umana” il titolo dell’iniziativa che nel salone parrocchiale di Santa Francesca Romana in via XX settembre ha visto l’intervento del filosofo e teologo Vito Mancuso e la proiezione di parti del documentario “Niente sta scritto” di Marco Zuin dedicato a Cattani e a Martina Caironi. Ultimo appuntamento sabato 20 novembre alle 16, in collaborazione con l’Ufficio per l’ecumenismo diocesano, quando verrà presentato il libro di Piero Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro, alla presenza dell’autore, con introduzione di Marcello Panzanini (Ufficio diocesano Ecumenismo), e intervento di Hassan Samid, Presidente Centro di Cultura islamica di Ferrara.

“Immobile ma rapido” si definiva Cattani, affetto da distrofia muscolare di Duchenne, malattia invalidante e progressiva, ricordato da Stefani nella sua personalità spesso non facile ma che gli permise di essere fino all’ultimo attivo nei suoi molteplici progetti culturali e politici.

Vito Mancuso nel proprio intervento ha riflettuto sulla ricerca del senso nella sofferenza, che Cattani nella propria condizione ha rappresentato in maniera così radicale. «In una società come quella di oggi in cui tutti dicono “sì”, Cattani ha saputo dire tanti “no”. Questo è segno di profonda intelligenza, cioè della capacità di saper vedere a fondo le cose. Tanto più si è intelligenti, quindi tanto più si vede e si comprende, quanto più si soffre, è inevitabile». E la sofferenza per Mancuso «può portare a una ribellione, a dire “no” alla vita». Ma Cattani, invece, nonostante tutto, «ha saputo, fino alla fine, dire il suo “sì”», e in maniera per nulla retorica, anzi spesso pungente e incisiva.

«La religione – ha proseguito Mancuso – è il grande “sì” alla vita, al senso della vita», mentre la modernità nel suo sviluppo, abbandonando la fede, «non ha trovato un “sì”», una positività «altrettanto grande», non ha saputo cioè «rispondere alle grandi domande dell’esistenza», compresa quella sul senso della sofferenza e della morte. «Anche oggi ci si affida solo ai sentimenti per spiegare la volontà di bene verso l’altro», proprio perché «manca un fondamento vero come la religione».

Questo, per Mancuso, non elimina la dura ma necessaria consapevolezza che «il dolore non sempre porta a qualcosa di bene e spesso, quando ciò avviene, avviene a un prezzo esagerato. Tanti sono i casi in cui la sofferenza non porta bellezza», in cui le persone che la vivono «vengono da essa scarnificate, arrivano alla rassegnazione, alla disperazione, al suicidio».Citando anche il proprio libro del 2002, “Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio”, Mancuso ha riflettuto come nella vita esistano «zone grigie, vuoti che non possiamo spiegare. Il potere ha invece sempre cercato di riempire, di dominare questo vuoto, questo inevitabile horror vacui». E invece – citando il titolo dell’incontro – «niente sta scritto: in parte è vero, non tutto è già definito, già deciso, altrimenti saremmo solo burattini». Tentando di riflettere sull’eterna diatriba tra Grazia divina e libertà umana, Mancuso ha spiegato come «la libertà non è qualcosa che si dà in natura ma che l’essere umano può e deve conquistare, perché la sua condizione iniziale è quella dell’uomo nella caverna», per usare la nota immagine di Platone. «Io non sono il creatore delle condizioni attraverso cui la mia libertà si può sviluppare, ma sono il creatore del contenuto della mia libertà». L’“immobile ma rapido” di Cattani, secondo Mancuso «richiama la contraddizione insita nella condizione dell’uomo».

E Cattani quello spazio bianco di libertà da creare, da scrivere, l’ha affrontato sempre, con grande coraggio. In una lettera indirizzata agli amici, con parole commoventi mostrava ancora una volta, ben oltre la vita terrena, questa sua consapevolezza sul fondamento ultimo della libertà umana: la morte, scriveva, «non è un precipitare nel nulla, perché il nucleo della mia esistenza sopravvive, salvato dalla misericordia di Dio, saldo nell’alleanza con il Dio vivente».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021

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Cattolici latinoamericani: gruppo nutrito in Diocesi fra identità e integrazione

2 Nov


Almeno una 50ina, sono studenti, operai, professori e casalinghe. Provengono da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù  Ecuador, Argentina e Cile. Il gruppo, fondato da don Zappaterra, attualmente è guidato da don German Diaz Guerra

Intergenerazionali e interclassisti, provenienti da diversi Paesi dell’America Latina, di passaggio o ormai integrati nella nostra città.

Sono i “Católicos latinoamericanos de Ferrara” del gruppo San Martín de Porres, i cattolici di lingua spagnola appartenenti alla nostra Arcidiocesi. Il gruppo è attualmente formato da almeno una 50ina di persone, oltre a molte altre che partecipano solo sporadicamente alle attività e ai momenti di incontro e preghiera. Responsabile del gruppo è don German Diaz Guerra, cubano d’origine (è nato a L’Avana nel 1966), ordinato sacerdote a Comacchio il 21 settembre 2019 e attualmente in servizio nella parrocchia di Sant’Agostino a Ferrara, dopo essere stato, nel periodo da seminarista, nella parrocchia di Masi San Giacomo e poi diacono e sacerdote nella parrocchia cittadina della Sacra Famiglia.

La nutrita comunità ferrarese dei latinos comprende persone provenienti da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù  Ecuador, Argentina e Cile, oltre a una piccola minoranza di lingua portoghese, fra cui brasiliani e africani. Alcuni sono studenti universitari, molti di loro lavoratori impiegati in vari ambiti, dai più semplici, come operai, fino a docenti universitari, passando ad esempio per alcuni attivi nello sport. Il gruppo diocesano, fondato e guidato per anni da don Emanuele Zappaterra, ormai prossimo a iniziare la sua esperienza missionaria in Argentina, attualmente non ha una sede fissa, ma per diverso tempo è stato ospitato nella parrocchia di Malborghetto di Boara proprio quando don Emanuele ne era parroco.

I latinos ferraresi si incontrano due volte al mese, una volta per la celebrazione della Santa Messa, un’altra per un momento di catechesi. L’ultimo incontro in ordine di tempo è stato domenica 31 ottobre al Santuario della Madonna del Poggetto da don Giuseppe Cervesi, in passato missionario in Messico. E a proposito di venerazione mariana, simbolo del gruppo non poteva che essere la Vergine di Guadalupe, Nuestra Señora de Guadalupe. Il gruppo, però, come detto, porta il nome di San Martín de Porres (1579-1639), peruviano mulatto di Lima, religioso dominicano figlio di un aristocratico spagnolo e di un’ex schiava nera, per una vita al servizio dei poveri, dei malati, dei bambini indigenti. Un esempio di integrazione importante per questi cattolici che, pur mantenendo la propria identità latinoamericana, vivono in modo attivo e con forte convinzione la propria appartenenza alla Chiesa di Ferrara-Comacchio e alla città dove hanno scelto di vivere.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021

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Giovani, svogliati e solitari: gli adolescenti nella pandemia

2 Nov


Preoccupanti i risultati dell’indagine regionale presentata il 28 ottobre da Sabrina Tassinari e commentata da Chiara Saraceno. Con alcune note positive e un impegno per tutti

Aumento di ansia, rabbia e rassegnazione. I videogiochi sempre più luogo di alienazione, le serie conseguenze della didattica a distanza. Non è positivo il quadro che emerge dalla ricerca a livello regionale dedicata alle ricadute sui giovani della pandemia da Covid 19. “Noi adolescenti al tempo della pandemia”: questo il nome dell’indagine curata da Sabina Tassinari, responsabile dell’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara, e presentata in un incontro online lo scorso 28 ottobre.

Dai questionari compilati da 20.750 giovani dagli 11 ai 19 anni nella nostra Regione emerge come la necessaria emergenza sanitaria «abbia negato quei bisogni di socialità così importanti per gli adolescenti», ha spiegato Tassinari. Partendo dalle restrizioni, le conseguenze maggiori le hanno vissute i giovani fra i 16 e i 19 anni, in particolare le femmine, «che hanno accusato maggiormente le tensioni famigliari a causa della minor privacy» soprattutto durante i lockdown. Tensioni causate o amplificate anche «dall’aumento delle difficoltà economiche» di cui «anche gli adolescenti più giovani sono stati consapevoli». Mentre più nei ragazzi stranieri si registra un aumento di piccoli lavori, dell’impegno nel volontariato, della preghiera e della meditazione, decisivo per molti adolescenti è stata anche l’impossibilità di avere vicini a sé i propri nonni. Lo stesso tempo libero è stato stravolto: tanto l’attività sportiva quanto il tempo trascorso con gli amici sono, naturalmente, crollati durante i periodi più acuti dell’emergenza. Dall’altra parte, dalle risposte emerge un aumento degli hobby – in particolare il cucinare -, dell’informarsi via web, ma anche dell’ozio e della solitudine nella propria stanza. Riguardo ai comportamenti specifici, soprattutto fra i maschi è esponenziale l’aumento nell’utilizzo dei videogiochi (il 61,2% lo segnala), seguito dall’incremento di chi si è abbandonato in maniera esagerata al cibo, oltre a un aumento – soprattutto fra i 16 e i 18 anni – dell’aggressività.

Di conseguenza, proprio le emozioni provate dagli adolescenti sono l’ambito nel quale più chiare sono le conseguenze di questa situazione. Si riduce di quasi la metà la “voglia di fare”, mentre aumentano i sentimenti negativi come la rassegnazione, il senso di solitudine (soprattutto nei giovani dei licei, poiché negli istituti tecnici i laboratori hanno permesso a molti di tornare prima a scuola). E ancora: in tanti segnalano ansia, noia, tristezza e rabbia come sentimenti prevalenti, soprattutto nelle femmine e nei neomaggiorenni. Ma una domanda specifica segnala ancor più il crescente disagio: “a chi ti rivolgi quando hai bisogno di sfogarti?”. Il 21,9% ha risposto “Nessuno”.

Il capitolo scuola registra altrettante criticità legate alla didattica a distanza (dad). «La pandemia – ha spiegato Tassinari – ha diminuito sensibilmente la fiducia nel sistema scolastico, aumentando in tanti il desiderio di espatriare per avere un futuro». In particolare, da segnalare un peggioramento del rendimento scolastico nei licei e, in generale, come la dad abbia tolto molta «serenità nel rapporto coi docenti e coi compagni», oltre a conseguenze sull’autonomia di studio e la determinazione ad imparare.

L’analisi dei dati raccolti non può far venir meno però alcune note positive: tanti adolescenti dalla pandemia «hanno capito l’importanza dell’aiuto degli altri e di affidarsi alla scienza. Sicuramente – ha concluso Tassinari -, il sentire una considerazione positiva su di sé dai genitori e dai docenti, è fondamentale per loro». Per questo, è necessaria «un’alleanza per il futuro, un nuovo patto educativo tra generazioni», con gli adulti capaci di ascoltare gli adolescenti, per «costruire insieme a loro un futuro per tutti».

L’incontro, oltre al saluto iniziale di Micol Guerrini, Assessore alle Politiche Giovanili, e al breve intervento di Mariateresa Paladino, Regione Emilia-Romagna, ha visto le conclusioni affidate alla nota sociologa Chiara Saraceno dell’Università degli Studi di Torino, esperta di politiche familiari, minori, donne e giovani. «Questa sofferenza diffusa – ha riflettuto -, causata da una “deviazione” nel loro percorso di crescita, emerge anche dalle indagini compiute a livello nazionale e in altri Paesi». Fra gli aspetti più problematici, Saraceno ha sottolineato la percezione da parte degli adolescenti di «essere considerati soggetti passivi di decisioni altrui» e la «mancanza di privacy» nei lockdown «vissuta come invasione dei propri spazi». Riguardo alla scuola, per la sociologa nell’emergenza «è passata spesso come mero luogo di mera trasmissione di saperi» – e quindi gli studenti come meri «utenti» -, non come luogo dello stare insieme, della mediazione dei conflitti». È, quindi, importante «offire ai giovani spazi in cui possano elaborare e rielaborare ciò che hanno vissuto». Infine, le fortissime disuguaglianze, non solo economiche ma anche relazionali, tra adolescenti, rischiano di creare sempre più “neet” (giovani che né studiano né lavorano), «una porzione di generazione che si perde: deve diventare una questione proritaria», da affidare non solo all’associazionismo ma alle «comunità educanti», per un «lavoro integrato con la scuola».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021

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«Solo con Te la mia vita è piena»: Sandra Sabattini è Beata

25 Ott

Cerimonia il 24 ottobre a Rimini. Inquietudine e fede nei suoi diari: «siamo nati per la noia o per l’amore?»

Il terrore del nulla, la consapevolezza, a un tempo, della miseria dell’essere mortali e dell’infinita bellezza di essere figli di Dio.
Sandra Sabattini, vissuta a Rimini, una vita spesa con la Comunità Papa Giovanni XXIII nella vicinanza ai disabili gravi, ai tossicodipendenti, ai poveri, muore il 2 maggio 1984 a soli 22 anni in seguito a un’incidente stradale avvenuto pochi giorni prima. Il 2 ottobre 2019 Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del Decreto che riconosce «il miracolo, attribuito all’intercessione di Sandra Sabattini relativo alla guarigione da un tumore maligno di Stefano Vitali, ritenuta scientificamente inspiegabile». La beatificazione di Sandra, inizialmente fissata al 14 giugno 2020, a causa della pandemia è stata rimandata al 24 ottobre scorso nella Cattedrale di Rimini. I suoi resti mortali si sono decomposti nella tomba, ma il sarcofago destinato ad accoglierli è stato collocato nel 2009, come monumento, nella chiesa di San Girolamo a Rimini.

I suoi diari (ed. “Sempre”) sono un’incredibile testimonianza di un’anima inquieta alla ricerca di Dio. «Vedendo una persona non vedo quella persona, ma il Cristo. Voglio portare la salvezza, cioè Cristo», scrive a 14 anni. Ma non mancano dubbi e tormenti: «questa sera mi sento piena di niente», scrive ad esempio due anni dopo, oppure rivolta al Signore: «sono meschina e sinora nel dolore Ti ho sempre dimenticato. Puoi perdonarmi ancora una volta?». E ancora: «È più forte di me cercare il perché a tutte le cose, pormi in un continuo dubbio. Probabilmente non sarò mai una persona felice», è un pensiero affidato al diario a 17 anni. Ma poche righe dopo riflette su «tutte le volte che mi perdevo (credevo di essere sola) nella mia solitudine e non capivo che Tu eri con me».

La tensione è sempre sul cuore delle questioni, su quelle corde dell’umano che ne fanno l’essenza più drammatica, più autentica: «Tutti sono destinati a giacere, freddi, su un freddo marmo»; «a che serve vivere se poi si deve morire? (…) Ma la vita cos’è: un’attesa prolungata della morte? (…) Perché siamo nati? Per la noia di queste ore o per l’attesa del meglio? (…) Per la misteriosa forza che mi fa sentire che sopra di me c’è qualcuno che ha un disegno d’amore sulla mia vita e che io non posso far finta d’ignorare perché parte inalienabile di me?».

Inestirpabile in lei è quel bisogno di Assoluto: «sento che solo vivendo con Te, per Te e in Te la mia vita è gioia, è piena, è realizzata». Fino a quelle ultime, strazianti righe affidate al diario appena due giorni prima del tragico incidente: «Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2021

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Carlo Acutis e quel legame con Gesù 

25 Ott

Il 30 ottobre testimonianza della madre a Berra. Appena edite le sue memorie sul figlio da poco Beato

«Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita». Sono alcune parole di Carlo Acutis, beatificato ad Assisi nell’ottobre 2020.

Figlio primogenito di Andrea Acutis e Antonia Salzano, Carlo nacque a Londra, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro del padre, il 3 maggio 1991. Trasferitisi a Milano, assiduo frequentatore della parrocchia, allievo delle Suore Marcelline e poi dei Gesuiti al liceo, fu nella sua città instancabile “missionario” per gli ultimi, gli afflitti. Una carità quotidiana e mai gridata, la sua. Colpito da una forma di leucemia fulminante, la visse come prova da offrire per il Papa e la Chiesa. Morì il 12 ottobre 2006. I suoi resti mortali dal 6 aprile 2019 riposano nella sua amata Assisi.

Al giovane Beato saranno intitolati i locali della parrocchia di Berra, guidata da don Francesco Pio Morcavallo. Per l’occasione, oltre al nostro Arcivescovo sarà presente anche la madre Antonia Salzano. Il programma prevede alle ore 15 la testimonianza di quest’ultima, alle 16.30 la cerimonia di intitolazione e l’inaugurazione della mostra sui Miracoli eucaristici ideata dallo stesso Acutis, e alle 17.15 la S. Messa di ringraziamento.

Proprio la madre di Acutis è l’autrice di un libro uscito da alcune settimane per le Edizioni Piemme, dal titolo “Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è considerato un santo”, scritto con Paolo Rodari. «Non voglio che Carlo sia ricordato come un Superman», spiega nel libro. «Era un bambino e poi un adolescente come tanti altri che però ha sempre voluto e saputo confidare nell’amore di Dio. Una strada, la sua, possibile a tutti». Poco prima di morire, alla madre Carlo disse di stare tranquilla perché dal Cielo le avrebbe mandato molti segni. Proprio Carlo, quand’era ancora in vita aiutò lei e suo padre a riconvertirsi: «mi mostrò come vivere in chiave d’Eternità il mio tempo», scrive Antonia.


«Siamo destinati alla “co-eternità”»

«L’esistenza dovrebbe essere una continua preparazione alla morte. Non dobbiamo lasciarci andare a terrificanti tentazioni di avvilimento e di terrore, ma neanche essere superficiali e negligenti». Queste di Carlo Acutis sono parole che lasciano ancor più interdetti alla luce della repentina conclusione della sua esistenza terrena.

«L’uomo si affanna a ricercare sempre nuove risposte su cosa ci sia o meno dopo la morte», scrisse ancora. «In effetti la morte rappresenta per ciascuno di noi la realtà più vera (…). La morte è, per la maggior parte delle persone, il salto nel non esistere». Ma tutta l’umanità che vive sulla terra ora è «finalmente, illuminata. Illuminata, cioè liberata, salvata, redenta. Da chi? Da Cristo». In Lui, scriveva il giovane Carlo con una lucidità disarmante, «siamo stati elevati allo stato soprannaturale, redenti e salvati, siamo destinati all’Eternità con Dio, la “co-eternità”». Con un linguaggio spontaneo e originale, profondo, Carlo rifletteva così: «Se ci abituiamo alle cose di Lassù, se prendiamo confidenza con l’Oltre, se consideriamo la vita come un trampolino per l’Eternità, allora la morte diventa un passaggio, diventa una porta, diventa un mezzo». Allora vedremo la morte «nella luce, nel calore e nella vittoria di Cristo Risorto».

Ripeteva spesso: «Non io ma Dio»: «la conversione non è un processo di aggiunta, ma di sottrazione, meno io per lasciare spazio a Dio». Ma oggi prevale la «mentalità del “giù”», «una mentalità meramente orizzontale, materialista, senza ideali, senza spinte all’insù». Un grande insegnamento da un ragazzo morto ad appena 15 anni. 


«Occorre umanizzare il mondo con l’Eucarestia»

La testimonianza di Carlo acquista ancor più valore nel’Anno giubilare che la nostra Chiesa locale sta vivendo. Nell’Eucarestia, scriveva Carlo, «Gesù è con me e io con Lui, come un fatto estremamente personale, individuale. Questo contatto diretto tra me e Gesù avviene attraverso l’Eucarestia e la fede». «Gesù – è ancora il suo pensiero – pone in atto uno strettissimo e intimassimo legame con Lui. Legame a livello di vita. Legame a portata di Eternità. Gesù e noi. Gesù con noi. Gesù per noi. Gesù in noi».

Per questo non si parla mai abbastanza della fonte del nostro essere Chiesa. «Bisogna dimostrare, documentare, testimoniare che l’Eucarestia esiste. Basta voltare l’angolo, basta girare la porta, basta entrare in una chiesa qualunque…C’è gente in ginocchio. C’è cerimonia in corso. C’è qualcosa. C’è qualcuno. Domandiamo. Interroghiamo. È la prova documentale, è la prova testimoniale, è la prova pressoché palpabile dell’influenza dell’Eucaristia. Allora ha il sacrosanto diritto di cittadinanza. Se ne deve parlare. Se ne deve avvertire la realtà». L’Eucaristia, «farmaco d’amore» – come l’ha definita Papa Francesco nell’ultima Solennità del Corpus Domini -, per Acutis «deve entrare in questo mondo e confondersi con tutti coloro che di questo mondo vivono. Occorre liberarlo, occorre purificarlo, occorre umanizzarlo con l’Eucaristia».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2021

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«Sospesa e magica, una novità per Ferrara»: Benedetta Tagliabue racconta la chiesa di San Giacomo

18 Ott


Benedetta Tagliabue nella chiesa di San Giacomo

L’architetto che ha ideato la nuova chiesa dell’Arginone spiega a “La Voce”: «antico e nuovo, calore e povertà si fondono». I tre legami con la Spagna, quello col Balloons Festival e con la storia della nostra città

di Andrea Musacci

Prima di tornarci per la nuova chiesa dell’Arginone, Benedetta Tagliabue a Ferrara c’era venuta una volta sola. Un’occasione molto speciale: il viaggio di nozze col marito Enric Miralles, scomparso nel 2000 a soli 45 anni.

Nel suo destino, tragico e magnifico, c’è dunque Ferrara. Per lei, architetto – per alcuni “archistar” – di origini milanesi ma laureatasi allo IUAV di Venezia (dove ha conosciuto Enric) un’emozione tornare nella nostra città per “sfidarla”, per dimostrare che si può costruire un edificio sacro innovativo, audace senza “fare a botte” col quartiere che lo ospita. Un impegno non da poco per lei alla prima esperienza di progettazione di una chiesa.

Dopo la morte del marito, Tagliabue è rimasta sola al comando dello Studio Miralles Tagliabue EMBT, che ha la sua sede principale a Barcellona (vedremo dopo gli altri due legami con la Spagna), e a Shangai. In tutto, sono una quarantina le persone che lavorano nello Studio, una decina delle quali ha realizzato il progetto per San Giacomo. Fra i progetti realizzati, lo Studio vanta quello della sede del Parlamento di Edimburgo, il Padiglione spagnolo all’Expo mondiale di Shanghai 2010, il mercato di Santa Caterina a Barcellona, il Municipio di Utrecht nei Paesi Bassi, la Stazione centrale della metropolitana di Napoli e quella di Clichy-Montfermeil, oltre al nuovo polo amministrativo della Regione Sicilia e a diversi edifici in Cina, fra cui il Conservatorio di Shenzen. Tagliabue è stata visiting professor presso la Harvard University, la Columbia University e Barcelona ETSAB. Nel maggio 2019 ha ricevuto la Croce di Sant Jordi concessa dalla Generalitat della Catalogna per l’eccellenza della sua pratica professionale nel campo dell’architettura nel mondo. È anche direttrice della Fondazione Enric Miralles.

Ma la prima domanda che le poniamo è su questo piccolo quartiere periferico di Ferrara, di passaggio, brano di tessuto suburbano che sembra uscito da una canzone de “Le luci della centrale elettrica”. Qui, tra il carcere e la sede di Ingegneria, come “convincere” i residenti che la nuova chiesa non è un’astronave venuta da un altro mondo? «L’intenzione, invece – ci risponde un po’ a sorpresa -, è stata proprio di ideare un po’ un’astronave, nel senso che l’edificio richiama – ispirandosi al Ferrara Balloons Festival – una mongolfiera colorata che leggera cade dal cielo e sembra quasi, nel posarsi a terra, rimanere sospesa. Spero quindi che chi la ammirerà possa sentire il calore e l’attrazione che le forme dell’edificio vogliono trasmettere». La scommessa è lanciata, bisogna guardare la nuova San Giacomo con occhi nuovi. «È un edificio speciale, volutamente non troppo classico: abbiamo scelto di non ispirarci agli edifici storici di Ferrara, ma di creare qualcosa che fosse davvero nuovo».

Nessun richiamo al passato, dunque, viene da pensare. Ma non è del tutto così. La Madonna “nera” proviene dalla chiesa delle Stimmate di via Palestro, e le due grandi travi a forma di croce che sovrastano i fedeli nell’ambiente centrale, sono state ricavate dal legno proveniente da un vecchio ambiente del Municipio cittadino. In particolare, è stato don Stefano Zanella a scegliere la statua mariana, rimanendone subito folgorato. «Mi ricorda – prosegue Tagliabue – la Moreneta, la Madonna nera nel Monastero benedettino di Montserrat» in Catalogna. E il “nero” della Vergine Maria, vigile di fianco all’altare, richiama anche le cromie dei “fazzoletti” che Cucchi ha “posato” sulle grandi croce adornanti alcune pareti, così diverse dalla magnetica croce gemmata nel presbiterio.

Si tratta del secondo dei tre legami tra la nuova chiesa e la penisola iberica. Come non pensare, poi, a quello fortissimo tra San Giacomo Apostolo e la Spagna? Il corpo del primo apostolo martire, decapitato nella primavera dell’anno 42, fu trafugato dai suoi discepoli, che riuscirono a portarlo sulle coste della Galizia. Il sepolcro contenente le sue spoglie sarebbe stato scoperto nell’anno 830 dall’anacoreta Pelagio in seguito ad una visione luminosa. Dopo questo evento miracoloso, il luogo venne denominato campus stellae (“campo della stella”), dal quale deriva l’attuale nome di Santiago de Compostela. 

Antico e nuovo vivono, dunque, il loro sposalizio: la reliquia – un pezzo d’osso di una gamba di San Giacomo – posta in alcune occasioni all’ingresso (così è stato sabato 16), convive con l’arditezza delle linee o delle lampade come fiori sospesi nel loro dischiudersi o stelle nel cielo che, discreto, bagna con la sua luce immensa le crude pareti interne. “Guardate in alto!” sembra quindi l’invito di chi ha pensato, anzi, sognato questa casa costruita, pare davvero, in un “campo di stelle”. Bisogna partire dal cielo, dagli astri, dal soffitto con la grande croce di legno, maestosa ma anch’essa, in realtà, come posata, Segno definitivo di vittoria sulla morte, che parte dall’ingresso, con, a sinistra, il fonte battesimale (“regalo” del padre di Benedetta Tagliabue) e il confessionale, entrambi “luoghi” di trionfo sul peccato.

La miseria e la bellezza di ciò che è scarno ma in realtà vivo e complesso è rappresentato – ci spiega ancora Tagliabue – anche dalle pareti spoglie, «ma che in realtà spoglie non sono», non hanno nulla di vuoto ma raccolgono e conservano «tutta la bellezza del muro non finito, come un dipinto continuo, con effetti cromatici speciali», spontanei. Un riposo per gli occhi, si spera anche per il cuore, dopo aver seguito le “onde” della copertura e l’effetto frastagliato, e discontinuo, delle pareti esterne, uniformi però lungo l’intero perimetro, così che la canonica retrostante, le otto sale e l’aula magna sono come unite in un unico abbraccio, in unico sospiro con la chiesa, testa e cuore dell’intera struttura. Quasi a voler far intendere che l’afflato che richiama e vuole stringere a sé, nel Cristo risorto, è rivolto ben oltre, all’intera città di Ferrara.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 ottobre 2021

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(testo e foto di Andrea Musacci)

Dialogo interreligioso a Ferrara: «Incontriamoci nella carità concreta»

14 Ott


Frammenti dell’incontro

Ebrei, cattolici, protestanti e musulmani si sono confrontati il 10 ottobre a Ferrara per la Giornata Europea della Cultura Ebraica

«Rincontriamoci». Si è concluso con questo auspicio il dibattito organizzato dalla Comunità Ebraica di Ferrara in occasione della 22esima Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Una promessa reciproca fra i presenti, nella comune volontà di costruire non solo momenti di confronto amicale ma progetti concreti a favore degli ultimi. E proprio sul dialogo e l’accoglienza dell’altro si sono interrogati i relatori nella tavola rotonda trasmessa in diretta streaming la mattina di domenica 10 ottobre sul tema “Dialogo interculturale sulle problematiche dell’accoglienza del profugo”. Un dibattito rispettoso ma non retorico moderato da Cristiano Bendin, Direttore della redazione ferrarese de “Il resto del Carlino” e introdotto dal saluto di Fortunato Arbib, Presidente della locale Comunità Ebraica.

Col ricordo di Germano Salvatorelli, consigliere ferrarese dell’Associazione Medica Ebraica morto di Covid l’anno scorso, il Rabbino Capo Rav Luciano Meir Caro ha dato il via al confronto. Partendo dalla Torah, ha riflettuto sui doveri nei confronti dello straniero che arriva sulla nostra terra, banco di prova utile anche per «capire meglio la nostra cultura. Lo straniero non deve uniformarsi a noi ma godere dei nostri stessi diritti». Nella Bibbia – ha proseguito – egli «è titolare di particolare protezione divina: chi lo offende, offende anche Dio».

Da Maometto e dagli altri profeti del Corano, «esempi di dialogo e accoglienza dell’altro», ha invece preso le mosse Hassan Samid, Presidente del Centro di cultura islamica di Ferrara. «È importante – ha riflettuto – anche nelle nostre comunità islamiche fare sempre un lavoro sulla paura del diverso. Spesso nelle nostre famiglie c’è quasi il “terrore” di contaminarsi con la cultura di chi ci accoglie, paura di perdere la propria identità e le proprie tradizioni». Invece, per Samid «si può essere italiani senza rinunciare a essere musulmani». «È importante – ha poi concluso – andare per gradi e porre attenzione non solo all’accoglienza momentanea del “forestiero” ma a quella a lungo termine, che porta alla convivenza».

Dell’esperienza all’interno delle proprie comunità ha parlato anche Giuseppina Bagnato, pastora metodista-valdese in servizio a Bologna, in passato alla guida delle comunità di Ferrara e Rimini. «Negli anni ’80 e ’90 – ha spiegato – nelle nostre comunità aumentarono i figli di stranieri, portando spesso le loro difficoltà nell’essere accettati in Italia. Oggi queste nuove generazioni nate e cresciute nel nostro Paese possono indicarci la direzione della convivenza». Convivenza che, per don Andrea Zerbini, Presidente dell’Unità Pastorale Borgovado, non può non «proliferare ai margini, negli interstizi delle relazioni “corte”», nella prossimità di chi si trova a dover convivere con persone o famiglie straniere. «Il modello della fede come mero contenuto da trasmettere – ha proseguito – non funziona più». Ciò che fa la differenza è «lo stile» delle relazioni, inteso come «modo di stare nel mondo». Don Zerbini ha poi parlato della costruzione delle nostre UP come esempio «intercattolico» di dialogo e convivenza fra diversi, lanciando quindi una proposta: «il Centro di Ascolto presente da anni nell’UP Borgovado diventi luogo di incontro» – all’insegna della carità concreta – «fra persone delle nostre comunità religiose». Un’idea subito raccolta da Rav Caro, che ha “incaricato” il sacerdote di organizzare entro la fine dell’anno un nuovo incontro, più “operativo”. Sulla stessa linea d’onda anche Samid, che ha insistito sulla collaborazione fattiva tra le religioni, e la pastora Bagnato: «dobbiamo costruire una comunità interculturale e interreligiosa nel fare concreto».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2021

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«Sostegno per un tassello importante del Medioevo»: presentato “Cantiere Pomposa”

14 Ott
Un momento della presentazione

Il 7 ottobre presentato “Cantiere Pomposa”: il saluto del Vescovo e l’intervento di Riccardo Piffanelli (Archivio storico diocesano) sul “Fondo San Benedetto”, «custode del passaggio da Pomposa a Ferrara»

 “Cantiere Pomposa” «ci aiuta a valorizzare maggiormente quel gioiello di arte, architettura e storia del monachesimo che è l’Abbazia di Pomposa».

Con queste parole mons. Gian Carlo Perego, Abate di Pomposa oltre che Arcivescovo della nostra Diocesi, ha introdotto i lavori del pomeriggio di studio svoltosi lo scorso 7 ottobre in Biblioteca Ariostea a Ferrara. L’occasione è stata la presentazione del portale dedicato al Monastero di Pomposa, una cornice per studi e ricerche sull’antica fondazione benedettina, un’iniziativa promossa dalla Deputazione provinciale ferrarese di storia patria in collaborazione con Comperio srl. Il “Cantiere” vede avviato un primo progetto, “L’abbazia di Pomposa e le sue scritture. L’archivio e la biblioteca tra X e XII secolo: una ricostruzione virtuale”, per ricostruire virtualmente l’unità originaria dell’archivio e della biblioteca tra X e XII secolo. «Pomposa – ha proseguito mons. Perego –  caratterizza la storia del Delta e dell’intero nostro territorio. È importante che diverse istituzioni collaborino per mettere in luce un tassello così importante della storia medievale. Si tratta, quindi, di un lavoro che merita grande attenzione e sostegno». Presenti in sala anche don Andrea Malaguti (Direttore entrante dell’Archivio storico diocesano), Mauro Fogli (Biblioteca del Seminario vescovile di Comacchio) e Giovanni Lamborghini (Commissione diocesana per l’Arte sacra e i Beni culturali).Dopo il Vescovo, hanno portato i loro saluti Angelo Andreotti (Dirigente Biblioteche e Archivi Comune di Ferrara), Claudio Leombroni (Dirigente Biblioteche e archivi, Servizio Patrimonio culturale Regione Emilia-Romagna), Cesare Bornazzini (Presidente Associazione Caput Gauri) e Franco Cazzola (Presidente della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria), che ha anche chiuso i lavori e ricordato due grandi studiosi di Pomposa, mons. Antonio Samaritani e Adriano Franceschini.

Poi via coi vari interventi, fra cui quello di Riccardo Piffanelli dell’Archivio Storico Diocesano di Ferrara-Comacchio, la cui relazione ha redatto insieme a Rachele Zacchini, laureanda dell’Università di Bologna e tirocinante nel nostro Archivio diocesano.

Piffanelli ha illustrato il rapporto esistente fra Pomposa e il cosiddetto “Fondo S. Benedetto” conservato proprio nell’Archivio ubicato in Arcivescovado. Fondo che è «custode del passaggio da Pomposa a Ferrara». «Nel 1553 i benedettini lasciarono Pomposa per trasferirsi nel monastero di S. Benedetto entro le Mura di Ferrara, portandosi con sé il loro archivio», ha spiegato. «Il monastero di S. Benedetto fu soppresso nel 1797 e le sue carte presero strade diverse. A Ferrara esse furono protocollate una ad una secondo una prassi consolidata dell’epoca». Il Protocollo dell’Archivio di questo Monastero, forse del 1799, «sancì ufficialmente la nascita del fondo S. Benedetto all’interno dell’archivio demaniale del Dipartimento Basso Po prima, di quello pontificio poi». Il nostro Archivio storico diocesano «conserva anche gli Atti di Protocollo del Vice Commissariato dei Residui Beni Ecclesiastici e Camerali di Ferrara, da cui è possibile ricavare alcune notizie anche sulla chiesa di S. Benedetto». Proseguendo, «nel 1853 il Ministero delle Finanze del Governo pontificio consegnò il “Grande Archivio dei Residui Beni Ecclesiastici”, fino a quel momento custodito nell’ex Casa dei Teatini, al card. Luigi Vannicelli Casoni, allora arcivescovo di Ferrara». Fu così che il “Fondo S. Benedetto” e le sue carte pomposiane giunsero, insieme ad oltre un centinaio di altri fondi, nel Palazzo arcivescovile dove sono ancora conservati.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 ottobre 2021

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Arte e architettura per una nuova esperienza di fede: parla il liturgista don Tagliaferri

4 Ott
La facciata
L’altare

Don Roberto Tagliaferri è uno dei protagonisti del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo a Ferrara: «l’apparato iconografico è tradizionale nei contenuti e innovativo nello stile»

A cura di Andrea Musacci
Lo spazio sacro e il suo apparato iconografico come elementi decisivi per vivere un’esperienza di fede nuova e più profonda, consapevoli della necessità di una conversione continua. Abbiamo incontrato don Roberto Tagliaferri, teologo e liturgista ideatore del progetto della nuova chiesa di San Giacomo Apostolo insieme all’architetto Benedetta Tagliabue e all’artista Enzo Cucchi.

Don Roberto Tagliaferri

Don Roberto, l’edificio sacro non è un mero contenitore ma un elemento essenziale nell’esperienza di fede. In che modo questo discorso vale per la nuova chiesa di San Giacomo?

«Vi sono due aspetti fondamentali da considerare per quanto riguardo un edificio sacro: il primo è quello che possiamo definire linguistico, che riguarda la performatività e l’efficacia. Le scelte architettoniche fanno parte di questo primo ambito funzionale. Ma lo spazio sacro non si riduce a questo: deve anche, e soprattutto, far sentire la Presenza di Cristo, permettendo al fedele di vivere un’esperienza religiosa, permettendogli di esprimersi».  


In questo discorso naturalmente rientra anche l’apparato iconografico: le opere di Enzo Cucchi possono non essere immediatamente comprensibili da tutti. Come l’arte, quindi, nel caso della chiesa di S. Giacomo può provocare positivamente i fedeli?

«L’iconografia presente nella nuova chiesa è tradizionale come contenuti e innovativa come linguaggio. Spiego perché. I contenuti sono quelli della nostra fede, della nostra tradizione. L’iconografia segue, quindi, la dinamica tra Antico e Nuovo Testamento. Le grandi croci presenti su alcune delle pareti interne dell’edificio hanno dei “fazzoletti” che richiamano l’Antico Testamento, anche nella stessa attesa della venuta del Messia, o nella profezia di Natan a re Davide, nel richiamo al Messia sofferente con la figura di Giobbe. Insomma l’Antico Testamento è sempre legato alla Croce, che è il criterio interpretativo della storia della salvezza.Nel lato sinistro della chiesa, invece, troviamo il compimento con l’Incarnazione, rappresentato dalla Madonna che tiene in grembo il Messia, oltre ad alcuni elementi della Nuova Alleanza, in particolare le due leggi di Gesù Cristo: il richiamo a diventare come bambini (“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”, Mt 18,1-5, ndr) e la parabola del chicco di grano (“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto», Gv 12,24-26, ndr).Nella parete del presbiterio, poi, vi è il passaggio da Gesù alla Chiesa – rappresentata da una nave il cui albero maestro è una croce –, e un elemento escatologico rappresentato dalla croce gemmata, quella della gloria, dei cieli nuovi e della terra nuova. Oltre alla grande croce di legno formata dalla trave principale a vista».


Questo aspetto tradizionale si coniuga, però, con lo stile innovativo dell’artista Cucchi…

«Esatto: ogni generazione deve ridire la fede e deve farlo con linguaggi sempre nuovi. Per questo anche l’iconografia della nuova chiesa non ha nulla di tradizionale. Non ha senso ripetere stili che appartengono al passato».


Le persone che vi entreranno, quindi, potranno vivere un’esperienza religiosa nuova rispetto a prima. All’inizio, però, potranno sentirsi spiazzati. Cosa possiamo consigliare perché possano sentirsi a casa, pur in una casa nuova?

«Gesù stesso parla di “cose nuove e cose antiche” (le parabole del tesoro, della perla, della rete e dello scriba in Mt 13,44-52, ndr). L’arte deve percepire la sensibilità delle nuove generazioni, altrimenti si riduce a imitare cose passate. Pur essendosi conclusa l’epoca dell’elemento rappresentativo, l’arte – come diceva Heidegger – rimane un “urto” (stoss), qualcosa che ti costringe  a pensare e non solo a essere rassicurato. L’arte non è il sapere già saputo. Così, si va in chiesa ogni volta per essere convertiti, per uscirne trasformati. E l’arte deve aiutare questa trasformazione».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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Veduta aerea della chiesa

Per chi suona la campana? Un cammino per riscoprirlo

4 Ott
Giovanni Vecchi durante il Cammino

Giovanni Vecchi, maestro campanaro ferrarese, dal 5 al 29 settembre ha compiuto un pellegrinaggio a piedi da Bologna a Roma. Obiettivo: far conoscere quest’antica arte. Lo abbiamo incontrato

di Andrea Musacci
Cercare nuove vie per far conoscere, o riscoprire, un’arte antica come quella campanaria. Questo l’obiettivo, anzi la direzione, di Giovanni Vecchi, maestro per i campanari ferraresi, che lo scorso 29 settembre ha concluso il suo Cammino da Bologna a Roma per portare a quante più persone – di volta in volta insieme ad altri campanari bolognesi o da solo – l’arte di chi suona le campane.

Domenica 5 settembre la partenza da Porta Saragozza a Bologna verso il santuario di San Luca per poi raggiungere l’8 il santuario di Montovolo e poi nella valle del Reno per il “triduo sonoro” di annuncio della festa della Natività della Vergine. Il 9 il cammino è ripreso verso San Miniato in provincia di Pisa, dov’era previsto un incontro per spiegare l’iniziativa. Poi di nuovo giù verso la Capitale, passando, tra l’altro, per Siena, Bolsena e Viterbo.

Giovanni Vecchi, originario di Bologna ma residente a Ferrara dal 1985, lavora nel mondo delle telecomunicazioni, occupandosi in particolare di ponti radio e misure. «L’essere un campanaro – ci spiega – è comunque una parte che riguarda la mia vita nel senso più pieno del termine». Una vocazione che l’ha convinto ad attraversare a piedi mezza Italia per portare il suono e l’anima di quest’arte.


Giovanni, da quanto tempo fa parte dei Campanari ferraresi? 

«Il mio rapporto con i Campanari ferraresi è piuttosto profondo: ho avuto la fortuna di essere il loro maestro e di avere trovato in loro la passione che ha permesso di ricostruire la “campaneria” ferrarese, ancor prima del 2007, quando il campanile del Duomo di Ferrara venne restituito al suono a mano».


Come e quando è nata l’idea di intraprendere questo Cammino?

«L’anno scorso durante la pandemia: l’emergenza ha evidenziato da un lato la necessita delle campane, come il Card. Zuppi ha spiegato con chiarezza, dall’altro il fatto che le intenzioni dietro al suono delle campane possono essere approfondite. Cosa meglio di un cammino condiviso per pensare a nuove vie?».


È la prima volta che faceva un’esperienza del genere?

«Sì, tuttavia ho sempre pensato che il cammino, il camminare, il non restare fermi ma essere migratori con il corpo e col pensiero fosse un valore. L’espressione “idea peregrina” mi piace molto, penso che nelle “idee peregrine” si possano celare soluzioni alle difficoltà con cui la vita ci misura».


«Salvaguardare le cose dove le cose sono vive»: in questo modo, in uno dei suoi video-diario pubblicati dai Campanari ferraresi su Facebook, parla del senso del Cammino. Ci spiega meglio?

«Si tratta di osservare e tenere conto della fertilità degli ambienti che ci circondano, dove le idee attecchiscono, possono diventare abbastanza grandi per essere d’ esempio, diventare quindi buone proposte, realizzabili anche in ambienti difficili o refrattari. La refrattarietà alle campane è dovuta a mio parere all’incapacità di spiegare che il loro suono, o meglio la loro voce, non è di chi le suona, ma di chi le ascolta».


Con questo suo Cammino che servizio pensa di aver svolto per i campanari e, soprattutto, per le tante persone che non conoscevano la vostra realtà? 

«Fatico a pensare che un cammino sia un servizio in sé. Se dovessi rappresentare il cammino con un simbolo, userei la freccia, non per la sua velocità ma per il fatto che indica una direzione. Con questo Cammino spero di essere riuscito a comunicare l’idea che occorre una direzione verso la quale andare. Penso che la parola “tradizione” non sia particolarmente utile ai campanari, e forse neppure alla Chiesa, ma penso che le campane siano lo strumento che gli uomini hanno a disposizione per cantare il Creato. Un po’ come fanno gli uccelli, che riempiono di messaggi l’aria senza bisogno di parole».


Come questa esperienza l’ha cambiata?

«Sono stati 24 giorni di buon umore, di fatica fisica e di realizzazione di un desiderio, dove ho avuto la possibilità di ascoltarmi e di guardarmi dentro: non capita sempre, lasceranno il segno».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 ottobre 2021

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