Che vita meravigliosa: i 100 anni di Raffaele Lucci

4 Mag

Per tanti anni noto pediatra di Ferrara, ha salvato molti bambini dalla tubercolosi. E ha permesso 150 adozioni in famiglia. Fu il primo in Italia a pensare in Pediatria luoghi per l’ospitalità delle madri 

di Andrea Musacci

Cento di questi giorni. Anzi, cento di queste vite. Sì, perché ad ascoltare i racconti di Raffaele Lucci, si ha la sensazione di essere dentro una storia fatta di infinite storie. Raffaele lo incontriamo nella sua casa di via Scandiana. Casa che, per lui, è molto di più di una residenza ma il luogo dov’è venuto alla luce e dov’è sempre vissuto.

Nato il 4 maggio 1922 insieme al fratello gemello Mario, proprio di fronte all’ingresso laterale di S. Maria in Vado, come pediatra ha lavorato per 12 anni all’Istituto provinciale per l’infanzia diretto dal prof. Marino Ortolani in via Savonarola 15, prima di assumere la direzione provinciale dell’ONMI – Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Buona parte della vita spesa, dunque, per i bambini e le loro madri.

La casa luogo dell’anima

Figlio di Giuseppe, originario di Mesola, e Aldina, ottavo/nono di dieci figli (sei maschi e quattro femmine), Raffaele frequenta il Giardino d’Infanzia, scuola materna privata in via Savonarola (dove ora c’è l’Istituto Einaudi). Dopo le Elementari alla Guarini di via Bellaria, dove ricorda in particolare il maestro Pedrocchi, si iscrive al Regio Liceo Classico Ariosto, ai tempi in via Borgo Leoni. 

Ma la dimensione domestica, quella casa luogo non solo fisico ma simbolico e spirituale, come detto è stata da sempre per lui centrale. Scrigno, dunque, di dolci memorie. A partire dai volti, dagli ambienti e dagli oggetti: la «cucinona», il grande camino, il rito della polenta, il lanternone per conservare gli alimenti, il capitone a Natale, il presepio realizzato nella “Stanza dei Giochi” in mansarda. E ancora, il carillon, il giradischi coi canti natalizi, a maggio il fioretto mariano nella cosiddetta “Camera da lavoro”. 

E un altro luogo dell’anima è la casa delle vacanze, quella Villa Belvedere a Dozza parte di un’azienda agricola dove con la famiglia trascorreva il periodo estivo. «Partivamo sulla nostra Ford, con Dante, il tuttofare di casa, al volante. Non c’era l’acqua dall’acquedotto, usavamo il pozzo». In casa, un minuscolo water in casa, il bagno completo era fuori. Non c’era la corrente elettrica, si usavano le lampade a petrolio appese al soffitto, e le candele. Queste mancanze non ci pesavano ma le vivevamo come una gradita novità». E poi la sua amata fionda e le mucche, l’aratura con le bestie, «l’odore delle zolle fresche», la trebbiatura vissuta «come una festa», «il sapore del formaggio appena fatto» e il momento della vendemmia, con «le donne che, arrotolate le sottane per scoprire le gambe, entravano nel bigoncio a pigiare l’uva». 

«Un avvenire infausto»

Ma la storia con la “s” maiuscola incombe, strappa legami, distrugge vite.

Del regime Lucci ricorda innanzitutto l’ipocrita e imbarazzante ritualità, come quella del Sabato fascista, giorno in cui i suoi stessi insegnanti erano costretti a indossare la divisa nera: «ma riuscivo a capire chi la indossava volentieri – e aveva la camicia ben stirata -, e chi invece lo faceva controvoglia – e allora notavo che era stropicciata e abbottonata male…». «Questa situazione politica mi disturbava molto», prosegue Lucci. «Mi metteva a disagio e già allora, nonostante avessi 16 anni, avvertivo il timore di un avvenire imprevedibile, infausto».

Così fu, e Raffaele lo ricorda attraverso il racconto che gli fece il fratello Vincenzo, appartenente alla FUCI, e della loro sede di via Montebello devastata dai fascisti. O dal ricordo del conte Grosoli, «che mio padre andò a trovare fino all’ultimo nel suo esilio ad Assisi». Oltre a quello dei due cugini Tullio e Vittorio Ravenna, che da quel novembre 1938 non si presentarono più a scuola. «Per noi vedere il banco vuoto è stato un grande dolore, e silenziosamente qualcuno di noi ha pianto. E quel banco è rimasto vuoto». Vittorio morì nel campo di Auschwitz. Triste sorte toccò anche ad Emilio Teglio (1873-1940), Preside del Liceo Ariosto dal ’22 al ’38, costretto a dimettersi a causa delle leggi razziali promulgate dal regime fascista. Il figlio Ugo è uno degli 11 fucilati dell’eccidio del Castello della notte del 14-15 novembre 1943. 

Nel ’41 Raffaele conclude il Liceo, per due anni frequenta Ingegneria ma nel ’43 viene chiamato alle armi e assegnato a Firenze. Un tremendo ricordo legato a questa città è quello dell’esecuzione di tre giovani partigiani. Ricordo che Raffaele ha raccontato per la prima volta, ai figli, solo pochi anni fa. «Per punire un gruppo di commilitoni accusati di aver lanciato sassi contro alcuni repubblichini dal treno, una notte ci svegliano e ci fanno attraversare la città deserta per arrivare a un poligono di tiro. Qui, per terrorizzarci ci obbligano ad assistere alla fucilazione di quei poveri tre. Erano solo ragazzini…». Dopo un periodo nell’entroterra di Anzio, con altri incaricato di scavare trincee, arriva la ritirata dei tedeschi dopo lo sbarco degli Alleati. Raffaele allora risale verso nord, si ferma a Poggibonsi, vicino Siena, dov’è accolto da don Baldo, che vive con la madre e il fratello, e che si è unito alla Resistenza: «mi dice: “guarda, faccio parte del movimento di liberazione”. Apre il cassetto della scrivania e prende fuori una rivoltella che appoggia sulla scrivania stessa. Ma non la userà mai».

Raffaele torna poi a Firenze, ospite del dott. Terzi, amico di famigli. È il periodo dei bombardamenti alleati. «Quando cadeva una bomba non sapevamo in che direzione scappare, perché non potevamo sapere dove sarebbe caduta quella successiva». Arriverà il 25 aprile del ’45, l’ora del rocambolesco ritorno a casa, «dove però trovai 3 metri di macerie. Due bombe, infatti, l’avevano colpita, e altre nelle case attigue, una vicina a S. Maria in Vado».

Una nuova vita al servizio degli altri

Nel ’45, rientrato dalla guerra decide che debba, anche per lui, cominciare una storia diversa. Si iscrive a Medicina e Chirurgia, dove si laurea nel ‘50 e inizia la specializzazione in Pediatria all’Università di Padova. Nel gennaio ’51, pochi mesi prima di sposare Anna, viene assunto come assistente all’Istituto in via Savonarola. «Già dal primo anno Ortolani mi affida il reparto per i bambini malati di tubercolosi. Andai un mese in visita alla Clinica pediatrica Mayer di Firenze allora diretta dal prof. Cocchi, una delle prime cliniche che iniziavano ad adottare la streptomicina. I malati a Ferrara arrivavano dalla città, da ogni parte della provincia, dal Polesine e dalla Bassa Lombardia. Riuscimmo a salvarne molti grazie a questo nuovo antibiotico proveniente dagli USA. Uno di questi, Giuseppe Artioli, che dopo divenne fornaio, ancora oggi, dopo 60 anni, ogni Natale mi manda un biglietto di auguri».

Quello di via Savonarola era allora l’unico reparto pediatrico della provincia, e fu il primo in Italia che insieme al bambino ricoverava anche la mamma. Questo per un’intuizione che oggi sembra naturale, ma che ai tempi non lo era, proprio di Raffaele. «Molte mamme non si fidavano dell’allora Pediatria del S. Anna, e quindi si rivolgevano a noi». 

In seguito Raffaele divenne prima Direttore della sede provinciale del Centro Sudi della talassemia e nel ’63 della sede provinciale dell’ONMI in via Contrada della Rosa. Di questa esperienza ricorda il ruolo fondamentale delle assistenti sanitarie e la sua battaglia per l’allattamento al seno. «In molti mi dicevano: “il latte in polvere è più comodo e le donne non vogliono più allattare al seno”. Ma io sapevo che la scelta di molte era condizionata da pressioni esterne. Dal ’63 al ’74 nella Casa di cura Quisisana di Ferrara visitai 3500 neonati e le loro mamme, aiutandole in questa esperienza: da alcune mie indagini scoprii che, a differenza del S. Anna, qui la maggior parte delle mamme allattava al seno».

Altri ricordi personali di questo periodo sono legati alla vaccinazione contro la poliomelite, «che registrò un’adesione molto alta», e al suo impegno per le adozioni, dopo che nel 1967 fu promulgata la “Legge sull’adozione speciale”. Negli otto anni successivi portò a termine ben 150 adozioni. Per questo suo fondamentale servizio alla vita e alla famiglia, fu nominato Giudice Onorario del Tribunale dei minori di Bologna, e alla fine del ’68 fu insignito dell’attestato di Cavaliere dell’ordine al merito.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 maggio 2022

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Fuoco che risveglia: un libro per don Alessandro Denti

4 Mag

A 5 anni dalla scomparsa, un volume raccoglie le sue parole e i ricordi di chi l’ha conosciuto, di chi ha avuto la grazia di camminare assieme a lui

di Andrea Musacci

«Sì, anche la sofferenza, a modo suo, se impari ad ascoltarla, pur nella durezza del suo linguaggio, ti riconduce a ciò che conta ed è essenziale: crescere nell’amore!» 

(Don Alessandro Denti, lettera alla parrocchia, febbraio 2016)

“Don Alessandro Denti. Tutto passa, solo l’amore resta” è il nome della pubblicazione appena edita dedicata all’indimenticato sacerdote della nostra Arcidiocesi, prematuramente scomparso il 4 marzo 2017. Il volume, con prefazione di don Emanuele Zappaterra e postfazione di don Andrea Zerbini, è curato da alcuni parrocchiani: Alda Lucci, Sabina Marchetti, Simonetta Montanari, Bruno Quarneti e Silvia Veronesi. Il libro verrà presentato domenica 8 maggio alle ore 18.30 nella chiesa di Malborghetto. Distribuito ad offerta libera, il ricavato della diffusione andrà alla Parrocchia stessa. Nel volume se ne ripercorre la vita attraverso le sue riflessioni, alcune sue lettere del 2016, testimonianze di parrocchiani, di appartenenti a Rinascita Cristiana, delle Carmelitane di Ferrara, di amici sacerdoti.

Riguardo in particolare al suo ministero a Malborghetto, i curatori scrivono: «non si è mai imposto come “capo” della parrocchia, ma si è proposto accanto alla sua gente». «Con pazienza e delicatezza don Alessandro è riuscito a farsi ben volere e a proporre iniziative che hanno contribuito a rendere più uniti gli abitanti del paese». «Don Alessandro ha non solo contribuito in maniera decisiva a rendere il paese di Malborghetto più unito, ma soprattutto ha reso la parrocchia “casa di tutti”, luogo in cui le differenze sono state considerate un’opportunità positiva e non un ostacolo».

Un passaggio di una sua preghiera per l’inizio della Sagra nel 2014 ben rappresenta questo suo spirito: «Bambini e giovani, adulti e anziani, siamo un popolo in cammino… siamo insieme in questi giorni per aprire vie sempre nuove alla pace, per essere segno del sogno che è dentro di noi: dipingere un mondo dove il calore della fraternità dia luce ai nostri volti, slancio al nostro cammino…».

Una personalità a un tempo umile e carismatica, capace di attirare a sé, a Cristo e alla sua Chiesa, persone tra le più diverse. Don Zappaterra, che con lui collaborò al Centro Missionario Diocesano, scrive nella prefazione, raccontando la prima volta che lo vide, quand’ero studente liceale e lui giovane sacerdote, sull’autobus n. 11: «mi colpì non solo per quei lunghi jeans che indossava e per i capelli piuttosto lunghi, ma soprattutto per quel volto mite e sereno, che poi, dopo vari anni, capii esprimere la bellezza e la bontà della sua persona». Del primo incontro nel suo studio parrocchiale poco tempo dopo, ricorda «quel piccolo prete, umile e sobrio nell’aspetto: un padre e fratello, vero pastore, che con Cristo cammina insieme alla sua gente».

E proprio il camminare insieme, a fianco alle persone, se necessario un passo indietro, emerge dalle pagine del volume. Nel 2009 don Alessandro scrive: «Spiritualità dell’Esodo. Esodo da dove? Dal nascondiglio di una fede rassicurante, intimistica, senza sussulti». E nel 2012: «Dio non si trova solo alla fine del cammino ma ci è compagno di viaggio nel deserto meraviglioso e struggente, ma anche grande e spaventoso della vita». Grande e spaventoso, scriveva nella sua lucidità quasi profetica. «La missione sicuramente è risposta libera ad un invito ad “alzarsi e andare”, ma perde tutta la sua forza ed efficacia se non è attraversata dal desiderio profondo di offrire e donare a tutti, con passione e simpatia, tutto ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto in dono». E le pagine che raccolgono i ricordi di chi l’ha conosciuto trasudano questa commozione che la sua grande umanità e smisurata fede trasmettevano. «Nei momenti liberi – ricorda don Alessio di Francesca, che lo conobbe come Direttore spirituale quand’era seminarista – parlava con tutti, ci colpivano quello sguardo profondo, quella voce delicata e quel sorriso che ti metteva a tuo agio. Senza che ce ne accorgessimo, sembrava che ci fossimo conosciuti da sempre…».

Profondità e delicatezza: due caratteristiche decisive per catturare il cuore di chi ci sta vicino. Due moti dell’animo sempre irradiati da una Luce più grande, da una fiamma inestinguibile. «Che bella l’immagine della Pentecoste – scriveva don Alessandro nel 2005 – , dove fra i vari simboli con cui viene descritto lo Spirito Santo, c’è quello della lingua di fuoco. Un fuoco che risveglia la vita, che riaccende in noi la brace che forse si sta spegnendo (…). A volte abbiamo la sensazione di contenere solo cenere. Ci sembra che da noi non esca più niente. La possibilità di incontrarsi in un tempo e in un momento altro rispetto alla routine, magari con le persone che vedo quotidianamente, può essere l’occasione per riscoprire che in me non c’è solo cenere consumata, ma un ardore e un desiderio di vita e di dono che può rinascere, riaccendersi, ridarmi pienezza. Attraverso la relazione, l’incontro e la parola sincera, questo può accadere». 

Relazione che si esprimeva anche nell’accompagnamento spirituale, con la preghiera e la parola. «Ha lavorato – scrivono i curatori – perché ogni persona potesse crescere spiritualmente, trovando nella preghiera uno strumento di realizzazione umana in grado di fornire la possibilità di entrare in comunione con Dio e stabilire con Lui una vitale relazione esistenziale». «Non solo ciò che appare – scrive nel 2013 -, ma ciò che muove “dentro” la vita e gli avvenimenti ci riguarda, ci interessa, diviene indispensabile tesoro da scoprire e quando è buono da accogliere e valorizzare. Il pregare ci viene incontro allora come sorgente viva che abita il cuore di ciascuno di noi».

Cuore che lui, sempre vicino alle persone, sapeva spesso pieno di dubbi, dolori, fatiche. Anche per questo, «don Alessandro ha insegnato ai suoi parrocchiani a cercare costantemente nella Parola le risposte alle inquietudini e ai problemi dell’agire dell’oggi, ma anche a cercarvi le certezze che conducono a fondare la propria esistenza in sintonia e in armonia con Dio».

La sua vita sempre «intrecciata con Gesù»

Don Alessandro Denti nasce il 23 settembre 1959 ad Ambrogio. Nel 1970 decide di entrare nel Seminario di Ferrara. «Con Gesù da quel momento la mia vita si è intrecciata», disse. All’età di 24 anni, il 2 ottobre 1983, viene consacrato sacerdote nella cattedrale di Ferrara dall’arcivescovo mons. Luigi Maverna. È vicario parrocchiale a Pontelagoscuro (1983-1986), a San Gregorio, a S. Francesca Romana (1987-1988), a Voghiera e Montesanto (1989-1991). Riceve l’incarico di insegnante di Religione e nel ‘91 fa la sua entrata, con l’incarico di parroco, nella chiesa di Malborghetto di Boara. Nel 2006 succede a don Ivano Casaroli come assistente diocesano del Movimento di Rinascita Cristiana. Nel periodo 2007-2014 è vicario foraneo del vicariato di Santa Caterina Vegri che include la parrocchia di Malborghetto. Nel 2014 il suicidio dell’amato fratello Antonio. Nel 2015 inizia la collaborazione in Seminario come direttore spirituale. Nello stesso anno accetta dall’arcivescovo il mandato di esorcista per la Diocesi. A inizio 2016, di ritorno da uno dei pellegrinaggi che organizzava a Medjugorje, la diagnosi di un tumore alla cistifellea. l’8 dicembre 2016, nella cattedrale di Ferrara riceve da mons. Negri la nomina a canonico e il titolo di monsignore. Dopo lunga agonia don Alessandro si spegne il 4 marzo 2017 presso l’Hospice Casa della Solidarietà ADO di Ferrara per malati terminali. Il 10 novembre 2018 con una cerimonia ufficiale gli viene intitolata la piazza di Malborghetto.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 maggio 2022

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La sostenibilità al tempo della guerra: riflessioni per una transizione possibile

28 Apr

Il Convegno svoltosi il 21 aprile a Ferrara: l’Agenda 2030, il suo rapporto col mondo dell’informazione, con le nuove sfide globali, e il paragone con l’enciclica Laudato si’

A che punto è la sostenibilità? È la domanda che potremmo porci e porre ai nostri governanti dopo due anni di emergenza sanitaria globale e due mesi di guerra in Europa. Ed è la domanda che, più o meno implicitamente, si sono posti le relatrici e i relatori dell’interessante convegno sul tema dell’Agenda 2030 dell’Onu svoltosi lo scorso 21 aprile nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara sul tema “Formare i giornalisti ai temi dello sviluppo sostenibile: pensare il futuro. 17 obiettivi visti dai giovani e raccontati dai giornalisti”. Un incontro organizzato dalla Fondazione Ordine giornalisti dell’Emilia-Romagna e Ucsi Emilia-Romagna, moderato da Alberto Lazzarini, vice presidente Ordine Giornalisti Emilia-Romagna e che ha visto i saluti iniziali dell’Assessore Andrea Maggi. Un confronto che, quindi, non poteva non avere al centro anche la comunicazione della sostenibilità.

E proprio di questo ha parlato Paola Springhetti – che ha preso la parola dopo i saluti e l’introduzione da parte di Matteo Billi, giornalista e Presidente Ucsi Emilia-Romagna -, per illustrare i risultati della ricerca “Pensare il futuro” realizzata dalla Facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’Università salesiana e dall’Ucsi (l’Unione cattolica della stampa italiana). «Fare una corretta informazione sul tema può essere decisivo – ha riflettuto -, in quanto la sostenibilità dipende anche dalle scelte dei singoli cittadini». Purtroppo, però, in molti non conoscono i contenuti dell’Agenda 2030 e «la stessa informazione mainstream si occupa più dei singoli temi che delle loro relazioni» ben evidenziate dall’Agenda stessa, «che pone obiettivi precisi e unisce tutte le problematiche». 

E uno sguardo olistico e globale ha avuto il secondo relatore, l’economista Andrea Gandini, che ha innanzitutto criticato il PIL come «vecchio arnese, indicatore, senza più significato», incapace di rappresentare i veri bisogni delle persone, ad esempio non considerando «i servizi non vendibili» – scuola sanità, cultura ecc. Il PIL è spia, quindi, per Gandini del «declino dell’Occidente». Declino che, per l’economista, verrà dalla supremazia, sempre più imponente, dell’economia cinese, e su un’informazione in Italia soprattutto, dal dominio «del pensiero mainstream». Lo scenario dell’Agenda 2030 sarà dunque «molto complicato da realizzare». Complicato ma non impossibile, perlomeno se ci sarà la volontà di concentrarsi su alcuni punti dell’Agenda stessa: occupazione, scuola, sanità, tutela delle fasce più povere e lotta contro la disuguaglianza. Ci troveremo quindi in situazione molto pericolosa: dovremmo scegliere tra pane, energia e diritti.

Tutto ciò per tentare di costruire «un mondo più umano, più centrato sulle relazioni e più legato alla vita e meno alla crescita».

Un programma minimo, quest’ultimo, che possiamo trovare anche nella Laudato si’ di Papa Francesco. E del confronto tra l’enciclica e l’Agenda 2030 ha parlato mons. Massimo Manservigi, Vicario Generale della nostra Arcidiocesi e Direttore della “Voce”. Numerosi i «punti di convergenza» fra i due documenti: innanzitutto nel legare tra loro crisi climatica e tema dello sviluppo, nella volontà di dare risposte comuni, nell’universalità, nel legame tra crisi climatica e lotta alla fame, nella funzione della politica per la difesa e la promozione del bene comune. Ma non mancano le differenze: la Laudato si’ per mons. Manservigi «va anche oltre l’Agenda, dando priorità al diritto al lavoro, introducendo il tema della “cultura dello scarto”», considerando i poveri «protagonisti nella società e nella nazione», e considerando alla base del “buon governo” e della trasformazione sociale, non le pur necessarie regole ma – in linea col Vangelo – «il cambiamento di mentalità». 

Prima dei saluti finali affidati a Vincenzo Varagona, giornalista e Presidente nazionale Ucsi (Unione cattolica stampa italiana), è intervenuta Alessandra Guerrini, docente Unife e animatrice del Circolo Laudato si’ della nostra Diocesi. Guerrini è stata anche una dei tre delegati di Ferrara-Comacchio presenti alla Settimana sociale di Taranto lo scorso ottobre. Nel suo intervento ha quindi illustrato lo svolgimento della Settimana, preparato sui territori nei mesi precedenti con diverse iniziative, e il cui spirito si cerca di portare avanti.

Citando il Vescovo di Modena, mons. Erio Castellucci, la relatrice ha spiegato come siano tre le relazioni fondamentali della persona: con Dio, col prossimo, con la terra. È possibile passare «dalla distruzione alla rinascita mettendo in campo nuove energie e un nuovo modo di credere e di pensare il futuro». Perquesto, la stessa «transizione ecologica dev’essere ispirata all’ecologia integrale».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 aprile 2022

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Excrucior, arte e fede a Mesola

28 Apr
Gesù è inchiodato alla croce, Samuel Moretti

La sera di lunedì 18 aprile in chiesa concerto col brano di Franca Gianella e opere di Samuel Moretti

Si intitola “Excrucior” l’evento dedicato alla Via Crucis svoltosi la sera di lunedì 18 aprile nella chiesa arcipretale di Mesola.

Un progetto artistico particolare che ha visto la collaborazione fra l’artista mesolano Samuel Moretti, la compositrice di Bosco Mesola Franca Gianella e diversi musicisti e cantanti: Gianmaria Raminelli (organo), Cecilia Padovani (soprano), Elene Sanadze (soprano), Elisabetta Fantinati (mezzosoprano), Francesca Cavallari (mezzosoprano).

«Questa Via Crucis la realizzai due anni fa», ci racconta Moretti. «Gianella stava lavorando sullo stesso tema. Dopo aver visto i miei lavori, ha realizzato questo brano», “Donata Croce (Per sempre amato)”, un lavoro per voci a bocca chiusa che la sera del 18 è stato accompagnato all’organo da Gianmaria Raminelli, e ha visto alcuni momenti “teatrali” con interventi del coro narrante, voci maschili e femminili a rappresentare il popolo che assiste alla condanna di Gesù Cristo. Il brano, diviso in tre blocchi, è stato intermezzato da due Salmi (Salmo 54 e Salmo 21) e da Isaia 52 (Carme del Servo Sofferente). 

«Dopo aver scritto l’inno dedicato alla Vergine Maria Vivida luce per Soprano, Alto, Basso e Organo, ho composto la Via Crucis Donata Croce per Soprano, Alto, Coro narratore e Organo», spiega Gianella. «Per questa composizione mi sono ispirata a Maria, al dolore della madre che accompagna il figlio alla croce; le parti cantate sono tutte a bocca chiusa con momenti a bocca socchiusa e altri con suoni generici aspirati per sottolineare l’inesprimibile disumanità del dolore causato dal dover sopravvivere ai propri figli». Coro, organo e cantanti si sono esibiti davanti all’altare, dove sono state esposte, ad arco, le 14 stazioni realizzate da Moretti, disegni su carta in tavolette ovali su sostegni, ognuna di 30×14 cm circa. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo, curato dagli Amici dell’Arte di Faenza, con cui Moretti collabora, con le opere dello stesso Moretti, il brano di Gianella, e testi dell’Assessora Lara Fabbri e del parroco don Mauro Ansaloni.

«Samuel Moretti ripropone la Passione di Cristo con disegni raffiguranti ciascuno un volto, il volto della sofferenza», sono parole di don Ansaloni. «Franca Gianella, col suo brano, ci permette di entrare nella drammaticità delle immagini del Cristo sofferente. L’arte certamente può aiutarci a rendere visibile l’Invisibile. L’occhio della fede ci introduce al Mistero, ma anche al non credente l’immagine può svelare realtà molto profonde e intime.

Franca e Samuel ci offrono, prima di tutto, l’occasione di riflettere sul dolore e sulla morte. In ciò che ha vissuto Cristo ritroviamo le nostre esperienze di sofferenza; possiamo rileggere la realtà del mondo e del nostro tempo».

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 aprile 2022

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Via Crucis, anima della nostra storia

13 Apr
Via Crucis, Gaetano Previati

In uscita il libro “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” dei coniugi Margherita e Gianni Goberti. Con un occhio particolare alle sue espressioni nel nostro territorio

Una devozione sempre viva e popolare è quella della Via Crucis, anche nel nostro territorio, dove tante sono le sue rappresentazioni nelle chiese e nei musei.

Questa storia che prosegue, affascinando credenti e non, è al centro del libro in uscita dal titolo “La Via Crucis tra storia, devozione e arte” (Edizioni La Carmelina, Ferrara, 2022) dei coniugi Margherita Goberti e Gianni Goberti, giornalista lei, poeta lui.

Nel volume, anche un breve pensiero del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: una «spiritualità francescana, carica di semplicità, di pace attraversa tutto il suo scritto, aiutandoci a vivere la Passione di Cristo con fede», scrive in un passaggio. Il libro è arricchito anche dal ringraziamento di Papa Francesco, dopo il dono di una copia del libro, tramite una missiva firmata dall’Assessore Peter B. Wells della Segreteria di Stato Vaticana.

La storia

La prima parte del libro ripercorre la storia della devozione, soffermandosi in particolare sul francescano San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) a cui si deve la diffusione, che nelle sue missioni ne eresse 572. Egli predicò anche a Ferrara e un suo ritratto dipinto su una grande tela, conservato nella chiesa cittadina di Santo Spirito, di autore anonimo forse della metà del XIX secolo. Qui è raffigurato mentre parla alla folla con il braccio destro alzato e un teschio sulla mano sinistra. 

Fu un’istanza del 1731 di papa Clemente XII a estenderne la facoltà anche nelle chiese non francescane.

San Leonardo dimorò a Ferrara dal 15 al 29 maggio 1746 su invito dell’Arcivescovo Girolamo Crispi. Come racconta il canonico Giuseppe Antenore Scalabrini, raccomandò la devozione della Via Crucis, istituì l’adorazione perpetua del SS. Sacramento e raccomandò che sopra le case si effigiasse il SS.mo Nome di Gesù. Questi ricordano quelli propagati da San Bernardino da Siena, ma con in più, oltre a IHS, la M di Maria. A Ferrara tornò a fine gennaio 1747, proveniente da Argenta per predicare in alcuni monasteri di clausura. Si recò anche a S. Antonio in Polesine e al Corpus Domini.

Un paragrafo a parte è dedicato al Santuario del Poggetto fuori Ferrara, con i suoi 15 capitelli inaugurati e benedetti il 21 ottobre 1894, rappresentanti i Misteri del Rosario.

La devozione

Nella seconda parte del libro, gli autori affiancano a ogni stazione della Via Crucis una chiesa: le prime cinque Via Crucis si riferiscono alle più antiche presenti nelle chiese di Ferrara e provincia, poi a quelle successive, ai tre monasteri in città e al nostro Seminario Arcivescovile. L’ultima stazione, quella riferita alla Resurrezione, si identifica con la Basilica di San Pietro a Roma. Ogni stazione è accompagnata da una poesia di Gianni Goberti.

Queste le chiese della nostra Diocesi citate: Chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Ferrara), chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (Porotto), chiesa Pieve dei SS. Pietro e Paolo (Vigarano Pieve), chiesa S. Antonio Abate (Ferrara), chiesa San Gregorio (Ferrara), chiesa S. Maria della Consolazione (Ferrara), chiesa San Luca (Ferrara), chiesa Sant’Agostino (Ferrara), chiesa San Giuseppe Lavoratore (Ferrara), chiesa San Benedetto (Ferrara), chiesa Santa Caterina Vegri (Ferrara).

L’arte

Tanti gli artisti che nei secoli hanno rappresentato la Via Crucis, fra cui Francesco Messina e il suo monumento in granito e bronzo a San Giovanni Rotondo, vicino al Convento di Padre Pio.

Un’attenzione particolare nel libro è data agli artisti ferraresi: Gaetano Previati, i nostri sacerdoti diocesani don Franco Patruno e don Lino Costa, Franca Venturini Chiappini, Mario Piva, Mirella Guidetti Giacomelli, Gianni Cestari. E poi quella speciale Via Crucis ospitata nella Casa Circondariale di Ferrara, realizzata da un gruppo di pittori del Circolo culturale “Il salotto” di Bondeno.

Un libro utile e appassionante, insomma, dove il rigore della ricerca storica si accompagna all’imprevedibilità del testo poetico, la devozione pulsa nella vita di un popolo, quello ferrarese, e in quella dei suoi artisti antichi e moderni. Una pubblicazione “urgente”, vien da dire, perché ci ricorda di considerare come mai procrastinabile la nostra scelta di porci alla sequela di Cristo.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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“Casa di Sole” a Porporana per aiutare i giovani fragili 

13 Apr
Un momento dell’inaugurazione

Inaugurata lo scorso 9 aprile grazie alla Coop Azioni, potrà ospitare fino a 9 ragazzi tra i 10 e 17 anni. Per ricostruire le loro vite e renderli autonomi

Ricostruire giovani vite segnate da traumi e difficoltà psicologiche, familiari e sociali. Ridare loro un senso e una speranza per renderli autonomi, donne e uomini capaci di crearsi una vita. È questo l’obiettivo di “La Casa di Sole”, Comunità Residenziale Educativo-Integrata a Porporana, progetto della Cooperativa “Azioni” guidata da Ruggero Villani presentato lo scorso 8 aprile.

Alla presentazione in via Martelli 317, nell’ex casa parrocchiale, sono intervenuti il Vescovo mons. Gian Carlo Perego, Ruggero Villani, Michele Mangolini presidente di Confcooperative Ferrara, l’Assessora alle politiche sociali del Comune di Ferrara Cristina Coletti, il presidente del Lions Club Ferrara Ducale Dimer Morandi, l’Assessore Regionale Paolo Calvano, e la Coordinatrice della comunità Chiara Campagnoli. 

Come sarà organizzata 

Nei prossimi mesi la Casa di Porporana potrà ospitare fino a 9 ragazzi tra i 10 e i 17 anni con disturbi psico-patologici che non necessitano di assistenza neuropsichiatrica in strutture terapeutiche intensive, minori con psicopatologia complessa e precoce uso di sostanze . «Le richieste pervenuteci – ci spiega Villani –, dalla nostra provincia e non solo, sono già ben oltre il numero di posti disponibili».

La struttura, precedentemente di proprietà dell’Arcidiocesi, è stata ristrutturata grazie ai contributi post sisma, con l’impiego di quasi 800mila euro. L’edificio è formato da due piani: al piano terra, si trova una grande cucina, due soggiorni, uffici e servizi. Al primo piano, due appartamenti, il primo con due stanze doppie, il secondo con sei camere da letto. Ma la Comunità non avrà solo uno scopo riparativo delle condotte del minore ma anche quello di diventare un centro di promozione e informazioni sui temi del bullismo, del cyberbullismo e delle condotte devianti. Per questo, all’interno vi sarà anche una biblioteca realizzata con il contributo di Lions Club Ferrara Ducale.

Nella struttura sarà impegnata un’equipe formata da un coordinatore a tempo pieno, 12 educatori anch’essi a tempo pieno, 1 supervisore Psicopedagogico, 1 Supervisore Clinico, 1 Addetto alle pulizie e 1 Addetto alla preparazione del pasto. La permanenza dei ragazzi non potrà durare più di 18 mesi, eventualmente prorogabili in caso di necessità, ma fino al compimento del 21° anno d’età. 

La Casa nasce da Sole…

La storia di Sole spiega il perché si è scelto di aprire una Casa di questo tipo. «Sole è una ragazza di 18 anni, accolta nel 2014 in una delle comunità educative-abitative della Coop Azioni», ci spiega Villani. «Soffriva di disagio abitativo, ma in realtà scoprimmo che il suo problema era molto più profondo, attivato da traumi importanti. Da lì abbiamo compreso la necessità di dare risposte in maniera strutturata, con una Casa specifica. La nostra volontà è che i ragazzi una volta usciti da questa struttura, non debbano tornarci più, superando quindi i loro problemi e rendendoli autonomi, senza dimenticare anche l’accompagnamento alle loro famiglie». 

L’inaugurazione il 9 aprile

«Una stella vicina, una porta sempre aperta»: così l’ha definita Marcolini di Confcooperative. «È molto bello che questa casa sia inaugurata in prossimità della Pasqua – ha riflettuto mons. Perego -, perché molte persone, soprattutto giovani, hanno bisogno di rinascere». In questa Casa, quindi, «vivranno la Passione, cioè la sofferenza, ma anche la speranza di un ritorno a casa, di una vita quanto più normale». «Quando un bambino o una bambina nasce – ha commentato Calvano -, il luogo o il Paese, il contesto sociale e familiare dove si trovano a vivere, non è un merito ma una fortuna, e non sempre tutti hanno la sessa fortuna. Di fronte a ciò dobbiamo intervenire anche fornendo loro opportunità». Di «comunità nella comunità» ha invece parlato Coletti, ponendo l’accendo sull’importanza di «creare qualcosa ben radicato col territorio». Nel corso della presentazione sono stati proiettati anche i video con il racconto dell’attrice Alice Mistroni e i saluti dell’attore Paolo Ruffini e del trapper Margiela.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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Prendersi cura delle vittime del conflitto

13 Apr
Elena Mazzola

Le testimonianze di Elena Mazzola, scappata da Kharkiv insieme alle ragazze disabili e agli orfani che accoglie nella sua cooperativa, e quella di Marco Peronio e del suo viaggio in Ucraina per portare medicinali

Solo un «amore sproporzionato» può far fronte all’orrore e alla ferocia che le cronache dall’Ucraina ci riportano ogni giorno. Un amore fatto di accoglienza, attenzione e cura a ogni persona, ai suoi sogni e desideri. Amicizie che nascono o si rafforzano pur nel dramma della guerra.
Questo il messaggio emerso dalle testimonianze di due persone diversamente coinvolte nel dramma di un popolo, quello ucraino (e, in parte, di quello russo, con tanti soldati morti), intervenute a Voghiera lo scorso 6 aprile durante una cena di beneficienza pro-AVSI dal titolo “Uno sguardo più forte della guerra”. Un evento promosso e organizzato dalla Pro Loco di Voghiera in collaborazione con il Centro Culturale Umana Avventura a sostegno della popolazione ucraina.

«Affermiamo la vita contro la guerra»
La prima testimonianza (In video collegamento) è stata quella di Elena Mazzola, presidente della cooperativa Emmaus con sede a Kharkiv, dove, grazie a vari progetti, giovani con disabilità o in uscita dall’orfanotrofio e dal collegio vengono accompagnati alla ricerca di una propria vocazione. Si tratta di ragazze e ragazzi tra i 18 e i 35 anni (foto in prima pagina), adolescenti che studiano in istituti speciali, bambini provenienti da famiglie di sfollati a causa del conflitto e i loro genitori. La prima “casa di transizione” per queste persone aperta a Kharkiv nel 2013 si chiama “La casa volante”, dove vivono sei ragazze con disabilità fisica uscite dall’orfanotrofio. Elena Mazzola, originaria di Desio (Monza-Brianza), che nella città ucraina dirige anche il Centro di Cultura Europea “Dante”, è traduttrice e docente universitaria e prima di trasferirsi in Ucraina ha vissuto per 15 anni, dal 2002 al 2017, a Mosca.
«I ragazzi con cui vivo quest’avventura della “Casa volante” – racconta – hanno storie molto drammatiche, sono stati abbandonati alla nascita dai genitori, per situazioni disagiate o perché nati con disabilità. Sono, quindi, ragazzi molto vulnerabili, cresciuti negli orfanotrofi, dai quali, appena escono, li proponiamo una vita il più normale possibile. Nelle nostre case – ha proseguito – imparano tanto, e soprattutto, per la prima volta si sentono amati. L’aspetto più tragico del loro passato, infatti, è che si sono sentiti dire di essere inutili, di non servire a nessuno, che non sarebbero riusciti a fare nulla nella vita».
Venendo al racconto degli ultimi mesi, Mazzola ha spiegato come lo scorso gennaio, quando incombeva la minaccia della guerra, «alcuni nostri ragazzi che ospitiamo sono andati in Italia da famiglie che già conoscevano perché da loro trascorrevano le vacanze. Altre, invece, i più fragili, con disabilità fisica o mentale, sono state con me a Leopoli, dove ci siamo trasferiti a metà febbraio. Ma una volta scoppiato il conflitto siamo venuti tutti in Italia». Una situazione di eccessivo pericolo, confermato dal successivo aggravarsi della situazione anche nella città al confine ungherese. «Siamo stati 50 ore al confine con i ragazzi». Poi, l’arrivo in Italia, a Novazza in Val Seriana, nel bergamasco, ospiti di amici. Una ventina tra ragazze disabili e dipendenti della cooperativa.
«Per me è un momento difficilissimo – racconta Mazzola -, forse in Italia non so quanto sia possibile immedesimarsi nel livello di dramma umano che si vive in Ucraina. Ho il cuore dissestato, sto vivendo in prima persona una violenza inimmaginabile: non so se la mia casa e i nove appartamenti per l’accoglienza della nostra cooperativa, in che stato sono. Non riusciamo ad avere notizie certe. Tutto quel che hai costruito, la certezza di qualcosa, rappresentato dalla casa, non c’è più. E i racconti che ci arrivano da Kharkiv dicono della ferocia e crudeltà disumana di questa guerra».
Ma Mazzola non riesce a fermarsi all’angoscia e all’amarezza per la situazione in Ucraina. Ha il desiderio di raccontare il bello che le persone fanno vivere, anche e soprattutto dentro drammi così.
«Qui in Val Seriana è tanto l’amore che stiamo ricevendo. Ad esempio, una parrucchiera si è presa un giorno dal lavoro per venire a tagliare e tingere i capelli alle nostre ragazze. O un’altra signora si preoccupa di regalare vestiti alle nostre donne». E le ragazze seguono le lezioni, imparano l’italiano, in una bottega imparano piccoli lavoretti col feltro o disegnano uova artistiche. Insomma, «un amore così sproporzionato, così personale sembra essere ora l’unica cosa in grado di opporsi alla guerra». Una guerra di per sé «fuori da ogni misura, per cui noi siamo chiamati ad amare in modo davvero sproporzionato, ad affermare la vita, la bellezza, l’amore».

Marco Peronio

«Un’amicizia reale, senza bisogno di Amazon…»
Alla cena a Voghiera ha partecipato anche Marco Peronio, Direttore del Consorzio di cooperative sociali “Il Mosaico” attivo tra Udine e Gorizia. Insieme alla moglie Cosetta, farmacista, ha aperto le porte della loro casa a Udine per aiutare Yuliya Mkheidze, ragazza ucraina di Mestre. La giovane, in collaborazione con il medico di Venezia Michele Alzetta, dirigente di pronto soccorso, ha indetto una raccolta umanitaria per l’Ucraina, dopo la richiesta di aiuto da parte della dott.ssa Rinna Konar di un piccolo ospedale a Uzhhoron, nella Transcarpazia. Dai medici della World Federation of Ukrainian medical Association sono stati chiesti lacci emostatici, analgesici non narcotici, medicazioni, sacchi per il contenimento di sangue raccolto, insulina e tutto quel che può essere utile per ferite e politrauma.
Già dal giorno successivo all’appello lanciato da Peronio, decine di persone in fila attendevano davanti a casa sua coi farmaci da donare. «Ho riempito il garage, e invece di un furgone, siamo partiti per l’Ucraina con cinque furgoni pieni di 7mila kg di aiuti tra farmaci, medicinali e alimentari per bambini».
«Nelle tante persone che ci hanno aiutato ho percepito un forte desiderio di vincere quel senso di indifferenza, quel “non mi interessa”, un desiderio di esserci e di conoscerci». L’appuntamento era a Záhony, in Ungheria, al confine con l’Ucraina, i primi di marzo. Alle 3emezza di notte l’arrivo a casa della dott.ssa Konar, «dove siamo stati accolti da una cena strepitosa. E la mattina dopo ci ha fatto visitare la città e la Cattedrale». Insomma, non un pur importante ma anonimo gesto di solidarietà, «non qualcosa fatto con Amazon, ma amici in carne e ossa che si incontrano e si accolgono reciprocamente. Ci hanno anche affidato tre profughe loro amiche da portare in salvo in Italia».
Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 aprile 2022

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La realtà di Mantovani è un sogno perturbante

6 Apr

Nel Castello di Ferrara l’esposizione di Adelchi Riccardo Mantovani, Il sogno di Ferrara. L’incanto delle figure e dei passaggi e quel senso di mistero che non scompare mai

Ombre dei miei pensieri, 2012, olio su tavola

di Andrea Musacci

La luna piena inonda il fiume e la pianura. Il cielo è ambiguo, nuvole nere incombono. La luce è straniante, svanendo crea ombre. Ma un miraggio rimane più in là, un barlume si conserva all’orizzonte. È il mondo incantato e perturbante di Adelchi Riccardo Mantovani, ammirabile fino al 9 ottobre nella mostra Il sogno di Ferrara. E quale luogo più magico e tetro del Castello Estense poteva ospitare quest’esposizione di dipinti dagli anni ’70 al 2021 (con due autoritratti tra fine anni ’50 e inizio ’60)?

In principio erano le tenebre…

Nelle opere degli anni ’70 il sogno è un incubo, l’atmosfera è di terrore, il lutto e la follia dominano la scena: paesaggi spettrali, desertici, figure umane, o quasi, ammiccano coi loro ghigni malefici, incendi divampano in lontananza. Il mondo è un posto arido, inabitabile (1). Gli uomini sembrano invasi da un demone ignoto o sono anonimi, smarriti, privi di calore. Vivono nella minaccia di qualcosa che incombe su di loro: un gruppo di animali che sembra uscito da un inferno dantesco, un destino ineluttabile, una forza incorporea.

Incubo e realtà si confondono, si sovrappongono. E così umano e alieno, umano e animale, umano e mondo delle cose. Natura e artificiosità meccanica condividono una stessa freddezza, un’inquietudine profonda. La prima non ha nulla di ameno, la seconda non trasmette niente della certezza di un mondo costruito su principi razionali, anzi. Come nell’opera La cantastorie (2), dove tutti guardano tranquilli, dentro i loro abiti borghesi, nella loro quotidianità, mentre in fondo a sinistra una giovane muore trafitta; colei non guarda – la cantastorie – è l’unica ad avere occhi capaci di vedere oltre, di richiamare ad altro.

Qualcosa si nasconde

Una sensazione di muto sgomento, di tensione sotto traccia continuerà ad avvertirsi in tutto il percorso artistico di Mantovani, pur man mano sempre più dolce e attenuato. Anche nelle visioni piene d’incanto dei decenni successivi (3), rimane sempre la traccia di un non detto, di un non dicibile. L’incanto creatore, sognante, a tratti fin fiabesco, in filigrana vela un richiamo perturbante, un ignoto indecifrabile, che emerge senza aspettare d’esser notato. 

La notte spesso incombe, quelle nuvole, perlopiù nere (4), che, pur non dominando il cielo, oscurano, costringendo ad accendere piccoli lumi, a rifugiarsi nelle case. L’aria, nei dipinti di Mantovani, è sempre sospesa. I volti silenti richiamano una mancanza e un’attesa, uno stupore onirico. Un vuoto di parole e al tempo stesso una forte urgenza di dire, di indicare, di segnare. Di rimandare, quindi, ad altro. Come Grace Kelly nella sua graziosa torsione che sa di attesa impaziente, di desiderio (5).

Ci si ritrova, attraversando i mondi irreali – o troppo reali – di Mantovani, in una perenne atmosfera di sacro, la sua pittura ha la rara capacità di scandagliare le zone di confine tra reale e non, tra reale e Oltre. Indaga zone misteriose, sconfinate. È posata in una stasi allusiva, velata da un’opacità ingannevole, al di là delle forme ben definite, come quelle delle sue dolci e terribili fanciulle, ai bordi di un’altra realtà, come la ragazza de Il paletot rosso (6).

«Più in là»!

C’è sempre qualcosa di perturbante, anche nelle ultime opere, più ariose e vitali: il sorriso è venato di malizia, il gioco ha qualcosa di ferino. Il richiamo che appariva dolce, ammantato di magia o di sensualità, rivela sempre un vizio, una storpiatura. Fra le pieghe dell’apparenza si nasconde una dissonanza. La mente è confusa: è sonno o veglia? «Tutti i pensieri che abbiamo da svegli possono venirci in mente anche quando dormiamo, senza che nel sonno nessuno sia vero», diceva Descartes nel suo Discorso sul Metodo. La sua successiva, ed eccessivamente razionale risposta, non toglie importanza alla domanda. Il nostro volto è quello contrito del sonno della ragazza de Il sogno disturbato: non trova riposo né nel sogno né nella veglia, è tesa tra i due (7).

«Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo, non è che un sogno dentro un sogno»: viene da pensare ad Edgar Allan Poe (8) ammirando le visioni in pittura di Mantovani. Viene da cercare quella «maglia rotta nella rete» della realtà, per dirla con Montale (9). Il richiamo è potente pur avendo, se fosse musica, il suono blandente di un flauto. È evocativo come un violino, a un tempo carezzevole e doloroso.

Così, dietro a quei paesaggi di sogno c’è un altro reale, la melodia che pervade i dipinti di Mantovani ci parla di un enigma da svelare, anche dietro il volto più efebico e spensierato. C’è oltre, c’è ben altro: «sotto l’azzurro fitto / del cielo qualche uccello di mare se ne va: / né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: / “più in là”!» (10).

«Ora attende qualcuno, ma non sa ancora chi», scrive Mantovani di Mariagrazia – la ragazza del dipinto scelto come immagine simbolo della mostra (11), che ti fissa negli occhi, triste e invitante, pronta a  partire per chissà dove, oltre anche il sogno di Ferrara (12). 

***

1 Il funerale del pazzo del paese, 1971, olio su tela applicata su tavola.

2 La cantastorie, 1988, olio su tavola.

3 V. ad esempio Ombre dei miei pensieri, 2012, olio su tavola.

4 Ad esempio ne Il rientro della notte, 1986, olio su tavola.

5 A date with Grace, 2008, olio su tavola.

6 Il paletot rosso, 2006, olio su tavola (v. anche La principessa santa, 2007, olio su tavola).

7 Il sogno disturbato, 1988, olio su tavola.

8 A dream within a dream, 1849.

9 In limine, in Ossi di seppia, 1925.

10 E. Montale, Maestrale, in Ossi di Seppia, 1925.

11 V. nota n. 6.

12 Cfr. anche La pazza del paese, 2006, presente nella mostra di Mantovani Il Po sotto il cielo di Berlino, esposta alla Galleria del Carbone nel 2006.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” l’8 aprile 2022

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Morire da medico sotto le bombe: la storia di Andrea dall’Ucraina

6 Apr

Era chirurgo nell’est del Paese, nell’ospedale militare di Ochtyrka distrutto dai russi lo scorso 26 febbraio. La madre Anna, che da 15 anni vive nel ferrarese, ci racconta la sua storia

Andrea, medico ucciso a Ochtyrka

di Andrea Musacci

Morire mentre si tenta di strappare alla morte un soldato ferito. Morire in un ospedale, sotto le bombe russe. È la storia di Andrea, 45 anni, medico chirurgo nell’ospedale militare a Ochtyrka, nell’oblast’ di Sumy, a 60 km dal confine russo e a 100 da Kharkiv. Andrea ha lasciato la moglie Lidia, medico anche lei, e il loro figlio Antony, di 13 anni, che vivono a Husiatyn, nella zona ovest dell’Ucraina, oblast’ di Ternopil.

E ha lasciato anche la madre Anna, 71 anni, che da 15 anni vive nel ferrarese. La incontriamo nei locali della parrocchia di Santa Maria dei Servi, casa della comunità ucraina a Ferrara guidata da padre Vasyl Verbitskyy. Il volto è triste e gentile, pieno di orgoglio e di dolore per quel figlio che non vedrà più.

In Italia per aiutare la famiglia

Anna lavora come badante nell’assistenza di una signora di 98 anni, Anita Toselli, in via Comacchio a Ferrara, casa dove abita. In questi anni ha lavorato in altre quattro famiglie tra Formignana e la città. A Husiatyn, invece, era ragioniera. Nel 2007 ha scelto di venire qui in Italia per aiutare i suoi figli: «non riuscivano a trovare una casa, un lavoro, erano in crisi», ci spiega. È venuta a Ferrara perché consigliata da un amico del figlio, amico che viveva e ancora vive qui in città.

Anna 9 anni fa ha perso anche il marito, «il 23 febbraio», ricorda. «Dopo aver lavorato come autista di autobus, mi aveva raggiunto in Italia per due anni, nei quali era stato impegnato come bracciante in campagna, per poi tornare in Ucraina».

Andrea medico fino alla morte

«Andrea amava aiutare gli altri, era una persona umile, per nulla orgogliosa, aiutava anche i colleghi medici», ci racconta Anna. «L’ultima volta che l’ho visto è stato la scorsa estate: da giugno ad agosto sono stata da lui in Ucraina».

Fin da bambino Andrea sognava di lavorare come medico in una struttura militare, «”dove c’è più bisogno, dove c’è più necessità”, mi diceva sempre». Dopo la laurea in Medicina, viene assunto per un periodo in un ospedale civile a Husiatyn. 

Poi nel 2014, dopo l’occupazione russa della Crimea, chiede di prestare servizio in un ospedale militare, dove lavorerà due anni. Dal 2015 fino a pochi mesi fa ha lavorato in un ambulatorio vicino Ternopil, e poi, dal dicembre scorso, nell’ospedale militare a Ochtyrka.

«Lo scorso 25 febbraio ho parlato con lui al telefono, mi ha detto: “stai tranquilla”». Alle ore 12 del giorno dopo, il 26, un sabato, Andrea stava operando un soldato ferito quando l’esercito russo ha bombardato l’ospedale: nessuno si è salvato. «La mattina del 26 ho provato a chiamarlo e non mi ha risposto, perché stava lavorando», racconta Anna. «Poi ho riprovato nel pomeriggio, e ancora non mi rispondeva. Lunedì, due giorni dopo, alle ore 15 mia figlia mi chiama e mi dice che Andrea è morto». Ci hanno messo diversi giorni per recuperare tutti i corpi. «Martedì, il giorno dopo aver ricevuto la notizia, sono venuta qui da padre Vasyl per chiedergli aiuto». Il sacerdote ha celebrato una S. Messa per Andrea e diverse sono le preghiere per lui in queste settimane. «Grazie a lui e alla vicinanza di tante persone, un po’ mi era passata la tristezza», prosegue Anna. «Ma mio figlio mi dava tanta forza per vivere, per andare avanti». 

Le vittime sono state tutte sepolte nel campo dell’ospedale, troppa la paura di portare i corpi lontano. Ma il cognato della moglie di Andrea insieme a un amico, rischiando di essere attaccati dai russi, con un furgoncino sono comunque andati a recuperare il corpo di Andrea e lo hanno portato a Husiatyn per i funerali – svoltisi dieci giorni dopo la morte – ai quali hanno partecipato tante persone. Le esequie sono state documentate anche dalla tv locale INTB. Tutti i funerali degli eroi caduti in guerra in Ucraina, e così anche quello di Andrea, sono preceduti da un corteo lungo le vie della città, durante il quale la gente ai bordi delle strade si ferma e si inginocchia in segno di omaggio. Anna è riuscita ad andare al funerale del figlio grazie a uno dei pullman che periodicamente, anche prima dello scoppio del conflitto, vanno dall’Ucraina all’Italia e viceversa, dall’inizio della guerra portando persone in Italia e beni alimentari alla Caritas di Ternopil.

Anna è rimasta in Ucraina dieci giorni, rivedendo anche l’altra sua figlia, sposata con due figli e insegnante di scuola, e ora, come tanti, impegnata come volontaria per aiutare i profughi che arrivano dal Donbass. «Ho invitato lei e la sua famiglia, così come mia nuora e mio nipote a venire qui a Ferrara, ma non hanno voluto perché vogliono rimanere lì per aiutare e difendere il loro Paese».

Anna ci tiene a ringraziare padre Vasyl, la comunità ucraina e le tante persone che le sono state vicino: Pierluigi Trevisani, la moglie Agnese e il fratello Davide; Claudio Travagli e la moglie Anna. E soprattutto Vanes Magnanini e la moglie Anna della famiglia di Anita, l’anziana che accudisce, oltre ai medici e agli infermieri di Cona e di San Rocco.

Una rete di amicizia che non potrà lenire l’enorme dolore  di una madre che perde un figlio in guerra, ma che perlomeno la fa sentire meno sola nell’affrontare un dramma senza senso.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 aprile 2022

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«Attendiamo la pace sotto le bombe»

30 Mar
Don Moreno insieme ad alcuni profughi accolti

Don Moreno Cattelan ci aggiorna da Leopoli: «siamo tra la paura crescente e piccoli segni di normalità». Il 26 tre bombe russe sopra la città

A un mese dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, ricontattiamo via WhatsApp don Moreno Cattelan, uno dei sacerdoti che vivono nella Casa della Comunità – Monastero di Leopoli (L’viv), nell’ovest del Paese, Monastero che ha un reparto di accoglienza per disabili chiamato Cafarnao e un ostello per giovani intitolato ai ss. Apostoli Giacomo e Giovanni. 

Sabato 26, appena 48 ore dopo la nostra telefonata, Leopoli è colpita da tre bombe russe.Questo il racconto di don Moreno: «Verso le 15,45 abbiamo ricevuto la visita da parte dell’ambasciatore italiano in Ucraina, Pier Francesco Zazo assieme  al  capo della cancelleria Sergio Federico Nicolaci. Sono venuti personalmente a ringraziare per il lavoro che svolgiamo in particolare per la collaborazione che  possiamo garantire nell’aiutare quanti si rivolgono all’Ambasciata  per raggiungere l’Italia. Mentre ci salutiamo scatta l’allarme bombardamenti. Non ci facciamo caso. Passano pochi minuti e sentiamo tre colpi secchi a ripetizione. Hai solo il tempo di mettere in salvo i bambini nel nostro sottoscala. Corri tu, come oltre la strada,  quanti cercano un riparo nei rifugi dei palazzi.  Sale il panico e la paura: “Ci bombardano! Ci bombardano!”.  È il grido dei bambini. Usciamo e notiamo una nube nera non lontano da noi. Il chierico Mykhailo con l’amico Arsen erano vicini alla fermata del tram e hanno visto i missili in cielo cadere sul bersaglio prestabilito. Un vecchio deposito di nafta. Alle 18 una seconda esplosione dalla parte opposta.  Dopo quattro ore l’allarme rientra.  Giusto il tempo di cenare e ci risiamo. Nuovo allarme. Ci troviamo tutti a Casa Cafarnao».  «Sembra passato un anno, non un mese, dallo scoppio della guerra», ci aveva confidato don Moreno. 

Lui e i confratelli nelle scorse settimane sono stati impegnati nell’organizzare viaggi per i profughi da Leopoli al confine con l’Ungheria e da lì per l’Italia o altri Paesi europei. «Sabato scorso è partito l’ultimo pullman, soprattutto di nostri parrocchiani. In molti fuggono perché hanno sempre più paura delle bombe. Ma il flusso di profughi è diminuito, prima facevamo 2-3 viaggi a settimana, ora meno». Il 21 marzo gli orionini di don Moreno avevano cercato di contattare una casa famiglia vicino Mariupol, a Melitopol, che ospita sei bambini orfani, proponendo loro accoglienza a Leopoli, ma il responsabile – che vive nel bunker con i bambini – si è rifiutato per il timore di attacchi durante il viaggio.

All’inizio di questa settimana dovrebbe partire da Leopoli un nuovo pullman con oltre 40 persone in direzione Italia. Ma ora l’incertezza e la paura aumentano. Inoltre, prosegue don Moreno, «da una settimana ospitiamo anche tre volontari italiani dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, provenienti da Rimini e Torino, venuti a Leopoli per assistere insieme ad altre associazioni (tra cui la locale BUR, che significa “Insieme costruiamo l’Ucraina”) i profughi alla stazione dei treni e a farli uscire dal Paese per raggiungere l’Italia in auto».

La solidarietà arriva anche dalla Romania e in particolare da alcuni confratelli orionini di Oradea – don Valeriano Giacomelli e don Gabriel Ciubotaru assieme ad una volontaria, Benedetta – la cui scuola, il Liceo don Orione, ha raccolto 4 tonnellate tra generi alimentari, medicine e materiale per l’igiene personale.

Uno dei missili esplosi non lontano dal Monastero di don Moreno

La vita, quindi, a Leopoli, e nel Monastero stesso, prima delle bombe cercava di riprendere, quanto più possibile, con sembianze di normalità: «abbiamo riaperto l’oratorio – ci spiega don Moreno -, i bambini vengono a giocare a ping pong, a calcetto, sono ripresi gli allenamenti della squadra di calcio dei ragazzi di 11-13 anni». E poi proseguono i lavori, iniziati nel 2018, per la nuova grande chiesa, ora sostituita da una provvisoria. A non essersi mai fermate sono le liturgie: «sempre più persone vi partecipano, per un conforto, per ritrovarsi, per non stare sempre davanti alla tv a sentire notizie di guerra. Al mattino facciamo la veglia di preghiera per i defunti e durante la Quaresima, la Messa la celebriamo solo il sabato e la domenica, oltre alla Via Crucis il venerdì». 

Ma la scuola, come il catechismo, è sospesa, e anche i beni alimentari iniziano a scarseggiare. «Nonostante ci riforniamo alla Metro, l’acqua è razionata, il grano saraceno scarseggia e così, ad esempio, anche i sacchi per la spazzatura». Insomma, nonostante tutto, prosegue, «se riesci a cacciare dalla testa che siamo in guerra, per alcuni aspetti sembra di essere tornati ad alcuni mesi fa», ci diceva il 24, due giorni prima delle bombe. 

«Quanto resta della notte?», è scritto in Isaia 21. Gli rivolgiamo la domanda a lui: «È una notte un po’ lunga, ci affidiamo a Dio. Quello che doveva essere una guerra-lampo si è trasformata in un lungo temporale, anzi in un terremoto. Aspettiamo il giorno in cui questo terremoto si fermerà e allora ci guarderemo attorno e inizieremo a ricostruire, non solo gli edifici, ma soprattutto i cuori e le vite delle persone». 

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° aprile 2022

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