Proficuo incontro il 20 novembre tra Piero Stefani e Hassan Samid
La conoscenza reciproca tra le religioni non può avvenire solo cercando, spesso a tutti i costi, punti di convergenza, ma anche ragionando e confrontandosi assieme su ciò che divide.
Sulle differenze e l’importanza di non sottovalutarle, si è trovato – “paradossalmente” – un accordo nel corso del confronto pubblico svoltosi il 20 novembre tra Piero Stefani, biblista e scrittore, e Hassan Samid, Presidente del Centro di Cultura islamica di Ferrara.L’appuntamento pomeridiano – il terzo in memoria del giornalista trentino Piergiorgio Cattani -, organizzato in collaborazione con l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, riguardava la presentazione del libro di Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro che ha visto un’ottima partecipazione di pubblico nella sala parrocchiale di Santa Francesca Romana.
Marcello Panzanini, Direttore del sopracitato Ufficio diocesano, ha introdotto ricordando lo storico incontro tra San Francesco e il Sultano del 1219: «grazie al dialogo e alla conoscenza – ha riflettuto -, hanno compreso che dall’altro si può imparare qualcosa. Solo col vero ascolto si possono avere frutti di pace».Dopo il ricordo di Cattani da parte di Stefani, Samid ha preso la parola. «Il Corano – ha riflettuto – è un libro al servizio del dialogo interreligioso, ma è utile anche per il dialogo coi non credenti. Spesso sbagliamo quando cerchiamo di trovare solo ciò che ci accomuna», ha proseguito. «È importante, invece, anche ragionare insieme su ciò che ci divide, ad esempio su chi è per noi Dio. Sarebbe una forma di dialogo più matura».
Sempre confrontandosi con Stefani, e sollecitato da alcune domande di donne presenti fra il pubblico, Samid ha poi spiegato come nel Corano – «che per noi musulmani è incontestabile» ed è «l’unico libro tra quelli sacri rimasto intatto per com’è stato rivelato» -, «quando si parla di avvicinarsi agli altri popoli del Libro (ebrei e cristiani, ndr) il più delle volte vi siano situazioni di conflitto. Oggi, invece, siamo ben oltre il dialogo: siamo conviventi».
Alcune riflessioni di Samid hanno riguardato poi, ad esempio, l’importanza, quando si parla di Islam, di non trattare solo questioni concrete, “terrene” (il velo, i diritti ecc.) ma anche – com’è nel libro di Stefani – temi riguardanti la trascendenza, l’Aldilà, i concetti di bene e di male, il giorno del Giudizio. Ma riguardo a temi più “terreni”, Samid ha chiarito ad esempio come nel testo coranico «vi siano indicazioni sulla vita di tutti i giorni, ma non così dettagliate – a suo dire – da potersi applicare a tutte le epoche». O riguardo al tanto discusso termine “jihad”, ha spiegato con chiarezza come nel Corano venga usato «sia per indicare lo sforzo personale nella fede sia la guerra per difendere la fede stessa, anche quando non si tratta di autodifesa».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 novembre 2021
Supermercati di Ferrara e provincia aperti alla carità. Si può donare anche online. Ecco i numeri dell’emergenza nel nostro territorio: ancora alto il numero dei bisognosi (e quello delle donazioni)
La situazione è stabile, ma non per questo positiva. I numeri delle famiglie bisognose della nostra provincia che ci arrivano dal “Centro Solidarietà-Carità” (CSC) di Ferrara ci dicono di una situazione che si mantiene costante da inizio anno, dopo la preoccupante impennata causata dalla pandemia, con la chiusura, momentanea o definitiva, di molte aziende e attività.
I numeri
Ci sono storie, esistenze e sofferenze dietro le cifre che torniamo a fornirvi: sono circa 190 le famiglie nel ferrarese direttamente aiutate dal CSC, soprattutto con beni alimentari di prima necessità e una prossimità non meno importante fatta di parole e affetto. In totale, parliamo di oltre 550 persone. Per quasi tutto il 2020, in piena pandemia, questi numeri erano schizzati addirittura a 280 famiglie seguite per un totale di oltre 800 persone. Riguardo a queste famiglie, Massimo Travasoni, Responsabile del magazzino del CSC in via Trenti (e vicepresidente del CSC, guidato da Fabrizio Fabrizi), ci spiega come «cerchiamo sempre più di rispondere ai loro bisogni anche nell’aiuto del pagamento delle bollette e nel vestiario». Senza dimenticare i fondi straordinari stanziati anche per il CSC nei mesi scorsi, le donazioni di associazioni del territorio e i buoni spesa, che hanno permesso a questi nuclei famigliari di acquistare anche beni alimentari diversi (come ad esempio la carne fresca), prodotti per l’igiene personale e materiale scolastico.Inoltre, sempre a livello provinciale, ricordiamo che il CSC, in convenzione con la Fondazione Banco Alimentare di Imola, rifornisce costantemente di generi alimentari 72 Associazioni/Enti caritativi, permettendo loro di raggiungere e assistere più di 10mila bisognosi nella nostra provincia, oltre la metà dei quali aiutati da Caritas parrocchiali. Entro fine anno vi sarà il rinnovo della convenzione.
Dall’altra parte, però, Travasoni almeno può tirare un sospiro di sollievo avendo visto aumentare negli ultimi mesi di circa il 25% le donazioni provenienti dall’industria (a causa anche dell’invenduto nel pieno della pandemia), dall’ortofrutta, dall’AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che si occupa dei fondi europei). «Inoltre – prosegue Travasoni – ci vengono consegnate per essere donate anche tipologie di prodotti che prima non ricevevamo, come caffè, cioccolata, carne in scatola, olio evo, fette biscottate». Altra nota positiva riguarda l’aumento degli studenti universitari che si propongono come volontari del CSC per comporre i pacchi alimentari e consegnarli alle 190 famiglie povere del nostro territorio: attualmente sono 30 i giovani coinvolti in questo gesto caritatevole.
La Colletta il 27 novembre
E poi, come ogni anno, c’è la Colletta Alimentare, che permette a chiunque di donare beni alimentari di prima necessità per i più bisognosi. A Ferrara e provincia il responsabile è Giuseppe Salcuni. La 25° Giornata nazionale della Coleltta vede coinvolti in tutta Italia 11mila supermercati aderenti all’iniziativa dove 145mila volontari, distanziati e muniti di green pass, inviteranno a comprare prodotti a lunga conservazione: omogeneizzati alla frutta, tonno e carne in scatola, olio, legumi, pelati. I prodotti donati saranno poi distribuiti alle 7.600 strutture caritative convenzionate con Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per i minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza ecc.) che sostengono quasi 1.700.000 persone. Per chi non riuscisse a recarsi in uno dei punti vendita aderenti, sarà possibile donare la spesa anche online dal 29 novembre al 10 dicembre su Amazon.it/bancoalimentareDa domenica 28 novembre a domenica 5 dicembre 2021 la Colletta continuerà anche attraverso le Charity Card di Epipoli, da 2, 5 o 10 euro, che potranno essere acquistate nei supermercati aderenti all’iniziativa oppure online sul sito www.mygiftcard.it. Le donazioni saranno poi convertite in alimenti. Una possibilità, quest’ultima, ereditata dall’anno scorso, quando, per la prima volta, a causa dell’emergenza sanitaria, la Colletta non potè svolgersi in presenza.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 novembre 2021
Louis Welden Hawkins, “Woman with the blue curtain”
“La Strolga di Ferrara e la Medicina del Segno” è il libro di Daniela Fratti dedicato ai riti praticati da queste donne ancora attive nel nostro territorio. Ecco chi sono e come la loro arte affonda le proprie radici nella notte dei tempi
I confini tra fede e superstizione si confondono in un sincretismo che mischia cattolicesimo e riti precristiani, magia e fede popolare. È la cosiddetta “Medicina del Segno”, antica pratica, ancora presente, delle strolghe, nella quale l’uso di erbe, spighe e spirali convive con preghiere rivolte alla Vergine Maria.
Ne parla Daniela Fratti nel suo libro “La Strolga di Ferrara e la Medicina del Segno” (Scaranari Editore, Ferrara, aprile 2021), interessante studio su quest’arte trasmessa oralmente nel nostro Paese dalla notte dei tempi e ancora praticata nel territorio ferrarese.
Tocco taumaturgico tra sacro e profano
Attraverso una precisa ricerca di documenti storici, presenti anche nell’Archivio Diocesano di Ferrara e nella Biblioteca del nostro Seminario, l’autrice ripercorre le origini e le trasformazioni delle strolghe, termine del dialetto ferrarese difficile da tradurre ma che significa “astrologa”, “indovina”. Non a caso, in italiano “strologare” significa almanaccare, perdersi in ragionamenti astrusi, emettere responsi talora assurdi. Una figura – simile alla pranoterapeuta – con tratti materni e domestici, che “segnava” diversi tipi di malanni e malattie – dai porri sul viso al mal di schiena – fino ai mali dell’animo, alle angosce e alle paure. «Curava nella penombra della cucina di casa – scrive Fratti -, interrompendo la preparazione delle tagliatelle, o nei campi coltivati e perfino nelle stalle, bisbigliando cantilene incomprensibili, tracciando segni sulla parte dolente e scrutando nell’acqua unta per individuare le fonti della malattia». Il suo era considerato un tocco taumaturgico, una «benedizione» se applicata sulla parte malata del corpo. Il rito inizia col segno della croce, si conclude col Pater, l’Ave Maria e un altro segno della croce. La strolga segna tre volte il malato, per tre volte durante il giorno – all’alba, a mezzogiorno, al tramonto. Il segno è «praticato con la mano a taglio, con la punta dell’indice o del pollice oppure con la punta di indice e medio uniti».
Le strolghe ferraresi
Limitatamente alla nostra provincia, l’autrice – soprattutto da racconti orali – ha scoperto come «la strolga era una figura di donna che svolgeva un ruolo fondamentale nella società contadina» fino a metà del secolo scorso. Per questo libro, fra agosto e ottobre 2020, Fratti ha incontrato e intervistato sette strolghe residenti nella nostra provincia, ancora attive come guaritrici, oltre ad essere venuta a conoscenza di altre sei (fra cui un uomo) di cui le hanno parlato ma che non è riuscita a contattare, o già defunte. Un numero alto per una provincia come la nostra.
Le sette strolghe ferraresi sono: Gigliola T., 89 anni, S. Bartolomeo in Bosco, contadina; Giliola P., 79 anni, San Bartolomeo in Bosco, proprietaria terriera e lavoratrice nei propri frutteti; Lia M., 89 anni, S. Martino, contadina; Rosanna M., 82 anni, Ferrara, ex operaia in un vivaio; Daniela C., 61 anni, Scortichino di Bondeno, casalinga; Maria S., 87 anni, Poggio Renatico, contadina; Marta M., 84 anni, Berra. Dall’eczema al colpo della strega, dall’orzaiolo all’herpes, sono tanti i malanni che dicono di riuscire a curare, compresa la paura: il “segnare la paura” sembra essere una specificità proprio delle strolghe ferraresi. Non a caso, nel libro l’autrice racconta come da piccola i coetanei più “temerari” le dicessero: «Àt devi andàr da la strolga, a fàrat sgnàr la paura».
Origini storiche
Né sciamana né fattucchiera, la strolga – viene spiegato nel libro – è «una vera Medichessa che operava attraverso strumenti di tipo sacerdotale». Sembrava che agisse «per ricostituire una qualche armonia perduta dalla persona che si affidava ai suoi segni, e che usasse mezzi e strumenti che forse era più indicato interpretare utilizzando il linguaggio dei simboli». Un’azione, la sua, a differenza delle streghe, almeno nelle intenzioni a fin di bene. Un’armonia del “sacro dentro di sé” da ricostruire, contro forze esterne avverse. Una figura che ama tenersi «in disparte», discreta, «riservata, raccolta nel silenzio del rito consumato nell’interiorità». E che «sopravvive grazie alla stima e all’amore popolare» nei suoi confronti. Le origini di questa “medichessa” sembrano risalire alle società primitive, all’epoca del matriarcato primigenio, e tracce di culti naturalistici nel ferrarese – nel territorio deltizio, in quello di Ostellato, Voghenza e Cassana, in tutta la valle del Basso Po e nel bondenese – rimandano al culto della Signora degli Animali (Reithia Potnia Theron), simbolo dell’eterno femminino, praticato soprattutto dalle donne a protezione di messi, erbe e animali domestici. Nello stesso libro V dell’Iliade, Afrodite è guarita da una carezza della madre Dione. Ma pare addirittura che questa pratica del segno risalga a 5300 anni fa: grazie allo studio del 2015 si è scoperto come l’Uomo dei ghiacci rinvenuto nel 1991 sulle Alpi italiane rechi incisi 59 segni con probabili finalità taumaturgiche.
Com’è naturale, nella cristianità anche le strolghe, considerate “incantatrici”, non potevano essere sempre tollerate. Nel libro, ad esempio, l’autrice cita alcuni casi segnalati al Vescovo Francesco Dal Legname a Ferrara, Villanova di Denore, Quartesana, Tresigallo, Corlo e Correggio, durante la sua visita pastorale fra il 1447 e il 1450. E il Sinodo diocesano del 1751 si pronunciò su coloro che «esercitano Magie, Sortilegi e Incantesimi», e così i Sinodi precedenti, dal 1592, dove si cita anche chi si applica nel “segnare” o “incantare”. La prima segnatrice ferrarese viene citata nel Liber querela rum quartus del 1606: è “Madonna Antonia”, residente in città, «guaritrice herbaria», una delle dementes mulierculae (“donnicciola di poco cervello”), come venivano con disprezzo chiamate le strolghe. Oppure, i documenti citano il caso nel 1605 della bondenese Giacoma la Mantilara, veggente che – a suo dire – riusciva a vaticinare solo fissando un’icona mariana posta sopra il letto. In generale, era proprio questo che la Chiesa perseguiva: «l’uso di elementi sacramentali [acqua benedetta, crisma, ad esempio] fuori dal contesto ecclesiastico, da parte di persone non autorizzate e con intendimenti puramente pagani». Tollerava, invece, a volte le pratiche di maghi, stregoni, cartomanti e quant’altro se non avvenivano con l’uso di materia sacramentale.
Credenze appartenenti a un passato ormai lontano? Non del tutto. Come si è visto, nel nostro territorio c’è chi ancora si rivolge a queste figure, la cui fama poggia anche sulla sopravvivenza di assurde superstizioni. Come spiega la stessa autrice, ad esempio «a Ferrara è ancora diffusa la credenza che la visita di una donna con il ciclo arresti l’allattamento di una giovane madre, a meno che la visitatrice non dichiari apertamente di essere mestruata».
Lo strolghino, salame suino “veggente”
Lo “Strolghino” è un salume tipico del parmense. Le fonti più accreditate fanno risalire il suo nome proprio a strolga. La tradizione, infatti, sostiene che, un tempo, la produzione dello Strolghino servisse per prevedere l’andamento della stagionatura dei salumi di taglia maggiore. Non a caso, perché fra i tanti insaccati suini, lo Strolghino è il primo pronto per il taglio. Una versione meno diffusa vorrebbe, invece, che lo Strolghino fosse un salume difficile da realizzare a regola d’arte, tanto da rendere necessario il consulto della strolga.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021
L’insediamenteo di Massenzatica (Foto di Filippo Pesaresi per il Consorzio Uomini Massenzatica)
Il “Laboratorio Agro-Ambientale per il Delta del Po” sarà presentato il 12 novembre a Comacchio. Il Consorzio Uomini di Massenzatica cuore di questo ambizioso progetto di riconversione ecologica
A cura di Andrea Musacci Un grande piano di riconversione ambientale nel territorio del Delta del Po, l’area umida più grande d’Italia, un grande laboratorio agroambientale dove sperimentare pratiche paesaggistiche e culturali virtuose, con al centro il Consorzio Uomini di Massenzatica (CUM).
È questo il progetto di valenza europea per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici che verrà presentato venerdì 12 novembre a Comacchio, un piano strategico commissionato nei mesi scorsi dal CUM a LAND Italia srl, prestigioso studio internazionale di architettura e progettazione con sede a Milano fondato e diretto da Andreas Kipar, che il 12 a Palazzo Bellini illustrerà il lavoro svolto.Il progetto intende definire una strategia di interventi e azioni progettuali per la valorizzazione sostenibile di questo territorio caratterizzato da condizioni paesaggistiche, ambientali e culturali uniche. Nello specifico, si propone la creazione di un’infrastruttura verde ecologico-produttiva di 63 km, da Chioggia a Comacchio, con il CUM come epicentro, territorio pilota del laboratorio.
Un’infrastruttura che segue le antiche linee di costa e che in particolare prende in considerazione la zona tra il Po di Volano e quello di Primaro, immaginando corridoi della natura e una rinnovata produzione agro-ambientale (pensata fino al 2050), attraverso la reintroduzione di fasce ecotonali – spazi intermedi tra due ecosistemi – per combattere l’impoverimento paesaggistico, ricombinando natura e agricoltura, biodiversità e produzione agricola, puntando sull’agro-ecologia, l’agro-forestazione e l’agricoltura ad “alto valore naturale aggiunto”, con l’aumento della biodiversità, la diversificazione degli habitat e l’aumento degli impollinatori. Tutto ciò in alternativa alle meno produttive monoculture. Pratiche virtuose, queste, che la Politica Agricola Comunitaria dell’Unione Europea finanzierà nei prossimi anni attraverso i suoi programmi, il PAC – Politica Agricola Comune 2021-2027 e il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del Next Generation EU.
Il Delta del Po, come emerge in maniera chiara dallo studio, si trova nell’area più industrializzata, urbanizzata e inquinata d’Italia. Si tratta di un territorio fragile e a bassa densità insediativa, con un alto tasso di salinità, dove incombenti sono l’innalzamento del livello del mare fino a 2 metri, il rischio alluvioni, di subsidenza (il lento e progressivo sprofondamento del bacino marino e dell’area continentale), la desertificazione e l’innalzamento del livello dei mari. Un territorio “rurale-periferico” negli anni sempre più marginalizzato dal processo di sviluppo. Un’analisi impietosa che, se presa in seria e urgente considerazione, può trasformare il Delta in un’area di grande produttività agricola e di forte rilevanza ecologica e culturale. Solo l’area-pilota dove si trova il CUM, di 13.000 ettari, si è stimato potrebbe generare fino a 25 milioni di euro di benefici diretti ed indiretti all’anno. E l’intero Delta può rappresentare una zona in transizione verso un nuovo paesaggio agricolo-naturalistico con un potenziale stimato di 2 milioni di alberi.
Carlo Ragazzi (CUM): «dono e comunità contro la logica del profitto»
Carlo Ragazzi è il Presidente del Consorzio degli Uomini di Massenzatica (CUM), proprietà collettiva di 353 ettari (all’interno del Comune di Mesola) rappresentante attualmente circa 600 famiglie, ciascuna con diritto al voto nelle decisioni del Consorzio.
Con “La Voce” riflette su un progetto così significativo. «La nostra è una comunità proprietaria di un pezzo di terra che ha scelto di autonormarsi e di donare parte degli utili e delle risorse alla comunità. Dalla nostra nascita nel 1994 abbiamo sempre posto al centro la cultura del dono al territorio. Il nostro è un modello che dal punto di vista sociale ed economico va a confutare molte teorie fondate sul profitto e la finanziarizzazione, smentite anche dalle ripetute crisi degli ultimi 15 anni». «Oggi – prosegue – l’intero Delta del Po è un grande volano economico per la nostra Provincia: da un’agricoltura intensiva, basata sulla rendita, il latifondo, la monocultura è necessario passare a un’agricoltura fondata sul capitale circolante e la rotazione delle colture. Un’agricoltura dinamica dove il lavoro è ancora centrale». Il CUM si pone quindi come modello virtuoso al servizio del territorio, «per ricucire la frattura creatasi nel secolo scorso tra città e campagna. Il futuro della stessa città sta, dunque, nel riappropriarsi della propria campagna come elemento di rigenerazione a tutti i livelli, anche spirituale e psicofisica». Il Delta del Po, non dimentichiamolo, è ad esempio fondamentale per l’equilibrio idrico dell’intero territorio provinciale. «Un intervento così importante – conclude Ragazzi – non può essere lasciato agli umori o alle opinioni di singoli docenti, ma va analizzato nella sua globalità, con un approccio interdisciplinare e strategico».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021
L’intervento di Vito Mancuso il 6 novembre a Santa Francesca Romana in occasione della donazione al Cedoc della biblioteca di Piergiorgio Cattani, «immobile ma rapido» nel suo “sì” alla vita
Sabato 6 novembre si è svolta l’inaugurazione del lascito librario di Piergiorgio Cattani alla Biblioteca Cedoc di Ferrara, nel primo anno dalla sua morte. Sono circa 700 i volumi che Cattani, giornalista e intellettuale trentino scomparso lo scorso novembre a 44 anni, donò all’amico Piero Stefani, che a sua volta ha regalato alla Biblioteca diretta da don Andrea Zerbini. Si è trattato del secondo dei tre incontri organizzati dal Sae di Ferrara in memoria di Cattani, dopo il primo tenutosi il 16 ottobre.
“Niente sta scritto. Libertà e limiti della condizione umana” il titolo dell’iniziativa che nel salone parrocchiale di Santa Francesca Romana in via XX settembre ha visto l’intervento del filosofo e teologo Vito Mancuso e la proiezione di parti del documentario “Niente sta scritto” di Marco Zuin dedicato a Cattani e a Martina Caironi. Ultimo appuntamento sabato 20 novembre alle 16, in collaborazione con l’Ufficio per l’ecumenismo diocesano, quando verrà presentato il libro di Piero Stefani, “Bibbia e Corano, un confronto”, pubblicato lo scorso giugno da Carocci. “In memoria di Piergiorgio Cattani (1976-2020). ‘Allora quando uscirà il libro mi prenoto per fare la recensione’ ” il nome dell’incontro, alla presenza dell’autore, con introduzione di Marcello Panzanini (Ufficio diocesano Ecumenismo), e intervento di Hassan Samid, Presidente Centro di Cultura islamica di Ferrara.
“Immobile ma rapido” si definiva Cattani, affetto da distrofia muscolare di Duchenne, malattia invalidante e progressiva, ricordato da Stefani nella sua personalità spesso non facile ma che gli permise di essere fino all’ultimo attivo nei suoi molteplici progetti culturali e politici.
Vito Mancuso nel proprio intervento ha riflettuto sulla ricerca del senso nella sofferenza, che Cattani nella propria condizione ha rappresentato in maniera così radicale. «In una società come quella di oggi in cui tutti dicono “sì”, Cattani ha saputo dire tanti “no”. Questo è segno di profonda intelligenza, cioè della capacità di saper vedere a fondo le cose. Tanto più si è intelligenti, quindi tanto più si vede e si comprende, quanto più si soffre, è inevitabile». E la sofferenza per Mancuso «può portare a una ribellione, a dire “no” alla vita». Ma Cattani, invece, nonostante tutto, «ha saputo, fino alla fine, dire il suo “sì”», e in maniera per nulla retorica, anzi spesso pungente e incisiva.
«La religione – ha proseguito Mancuso – è il grande “sì” alla vita, al senso della vita», mentre la modernità nel suo sviluppo, abbandonando la fede, «non ha trovato un “sì”», una positività «altrettanto grande», non ha saputo cioè «rispondere alle grandi domande dell’esistenza», compresa quella sul senso della sofferenza e della morte. «Anche oggi ci si affida solo ai sentimenti per spiegare la volontà di bene verso l’altro», proprio perché «manca un fondamento vero come la religione».
Questo, per Mancuso, non elimina la dura ma necessaria consapevolezza che «il dolore non sempre porta a qualcosa di bene e spesso, quando ciò avviene, avviene a un prezzo esagerato. Tanti sono i casi in cui la sofferenza non porta bellezza», in cui le persone che la vivono «vengono da essa scarnificate, arrivano alla rassegnazione, alla disperazione, al suicidio».Citando anche il proprio libro del 2002, “Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio”, Mancuso ha riflettuto come nella vita esistano «zone grigie, vuoti che non possiamo spiegare. Il potere ha invece sempre cercato di riempire, di dominare questo vuoto, questo inevitabile horror vacui». E invece – citando il titolo dell’incontro – «niente sta scritto: in parte è vero, non tutto è già definito, già deciso, altrimenti saremmo solo burattini». Tentando di riflettere sull’eterna diatriba tra Grazia divina e libertà umana, Mancuso ha spiegato come «la libertà non è qualcosa che si dà in natura ma che l’essere umano può e deve conquistare, perché la sua condizione iniziale è quella dell’uomo nella caverna», per usare la nota immagine di Platone. «Io non sono il creatore delle condizioni attraverso cui la mia libertà si può sviluppare, ma sono il creatore del contenuto della mia libertà». L’“immobile ma rapido” di Cattani, secondo Mancuso «richiama la contraddizione insita nella condizione dell’uomo».
E Cattani quello spazio bianco di libertà da creare, da scrivere, l’ha affrontato sempre, con grande coraggio. In una lettera indirizzata agli amici, con parole commoventi mostrava ancora una volta, ben oltre la vita terrena, questa sua consapevolezza sul fondamento ultimo della libertà umana: la morte, scriveva, «non è un precipitare nel nulla, perché il nucleo della mia esistenza sopravvive, salvato dalla misericordia di Dio, saldo nell’alleanza con il Dio vivente».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 novembre 2021
Almeno una 50ina, sono studenti, operai, professori e casalinghe. Provengono da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù Ecuador, Argentina e Cile. Il gruppo, fondato da don Zappaterra, attualmente è guidato da don German Diaz Guerra
Intergenerazionali e interclassisti, provenienti da diversi Paesi dell’America Latina, di passaggio o ormai integrati nella nostra città.
Sono i “Católicos latinoamericanos de Ferrara” del gruppo San Martín de Porres, i cattolici di lingua spagnola appartenenti alla nostra Arcidiocesi. Il gruppo è attualmente formato da almeno una 50ina di persone, oltre a molte altre che partecipano solo sporadicamente alle attività e ai momenti di incontro e preghiera. Responsabile del gruppo è don German Diaz Guerra, cubano d’origine (è nato a L’Avana nel 1966), ordinato sacerdote a Comacchio il 21 settembre 2019 e attualmente in servizio nella parrocchia di Sant’Agostino a Ferrara, dopo essere stato, nel periodo da seminarista, nella parrocchia di Masi San Giacomo e poi diacono e sacerdote nella parrocchia cittadina della Sacra Famiglia.
La nutrita comunità ferrarese dei latinos comprende persone provenienti da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù Ecuador, Argentina e Cile, oltre a una piccola minoranza di lingua portoghese, fra cui brasiliani e africani. Alcuni sono studenti universitari, molti di loro lavoratori impiegati in vari ambiti, dai più semplici, come operai, fino a docenti universitari, passando ad esempio per alcuni attivi nello sport. Il gruppo diocesano, fondato e guidato per anni da don Emanuele Zappaterra, ormai prossimo a iniziare la sua esperienza missionaria in Argentina, attualmente non ha una sede fissa, ma per diverso tempo è stato ospitato nella parrocchia di Malborghetto di Boara proprio quando don Emanuele ne era parroco.
I latinos ferraresi si incontrano due volte al mese, una volta per la celebrazione della Santa Messa, un’altra per un momento di catechesi. L’ultimo incontro in ordine di tempo è stato domenica 31 ottobre al Santuario della Madonna del Poggetto da don Giuseppe Cervesi, in passato missionario in Messico. E a proposito di venerazione mariana, simbolo del gruppo non poteva che essere la Vergine di Guadalupe, Nuestra Señora de Guadalupe. Il gruppo, però, come detto, porta il nome di San Martín de Porres (1579-1639), peruviano mulatto di Lima, religioso dominicano figlio di un aristocratico spagnolo e di un’ex schiava nera, per una vita al servizio dei poveri, dei malati, dei bambini indigenti. Un esempio di integrazione importante per questi cattolici che, pur mantenendo la propria identità latinoamericana, vivono in modo attivo e con forte convinzione la propria appartenenza alla Chiesa di Ferrara-Comacchio e alla città dove hanno scelto di vivere.
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021
Preoccupanti i risultati dell’indagine regionale presentata il 28 ottobre da Sabrina Tassinari e commentata da Chiara Saraceno. Con alcune note positive e un impegno per tutti
Aumento di ansia, rabbia e rassegnazione. I videogiochi sempre più luogo di alienazione, le serie conseguenze della didattica a distanza. Non è positivo il quadro che emerge dalla ricerca a livello regionale dedicata alle ricadute sui giovani della pandemia da Covid 19. “Noi adolescenti al tempo della pandemia”: questo il nome dell’indagine curata da Sabina Tassinari, responsabile dell’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara, e presentata in un incontro online lo scorso 28 ottobre.
Dai questionari compilati da 20.750 giovani dagli 11 ai 19 anni nella nostra Regione emerge come la necessaria emergenza sanitaria «abbia negato quei bisogni di socialità così importanti per gli adolescenti», ha spiegato Tassinari. Partendo dalle restrizioni, le conseguenze maggiori le hanno vissute i giovani fra i 16 e i 19 anni, in particolare le femmine, «che hanno accusato maggiormente le tensioni famigliari a causa della minor privacy» soprattutto durante i lockdown. Tensioni causate o amplificate anche «dall’aumento delle difficoltà economiche» di cui «anche gli adolescenti più giovani sono stati consapevoli». Mentre più nei ragazzi stranieri si registra un aumento di piccoli lavori, dell’impegno nel volontariato, della preghiera e della meditazione, decisivo per molti adolescenti è stata anche l’impossibilità di avere vicini a sé i propri nonni. Lo stesso tempo libero è stato stravolto: tanto l’attività sportiva quanto il tempo trascorso con gli amici sono, naturalmente, crollati durante i periodi più acuti dell’emergenza. Dall’altra parte, dalle risposte emerge un aumento degli hobby – in particolare il cucinare -, dell’informarsi via web, ma anche dell’ozio e della solitudine nella propria stanza. Riguardo ai comportamenti specifici, soprattutto fra i maschi è esponenziale l’aumento nell’utilizzo dei videogiochi (il 61,2% lo segnala), seguito dall’incremento di chi si è abbandonato in maniera esagerata al cibo, oltre a un aumento – soprattutto fra i 16 e i 18 anni – dell’aggressività.
Di conseguenza, proprio le emozioni provate dagli adolescenti sono l’ambito nel quale più chiare sono le conseguenze di questa situazione. Si riduce di quasi la metà la “voglia di fare”, mentre aumentano i sentimenti negativi come la rassegnazione, il senso di solitudine (soprattutto nei giovani dei licei, poiché negli istituti tecnici i laboratori hanno permesso a molti di tornare prima a scuola). E ancora: in tanti segnalano ansia, noia, tristezza e rabbia come sentimenti prevalenti, soprattutto nelle femmine e nei neomaggiorenni. Ma una domanda specifica segnala ancor più il crescente disagio: “a chi ti rivolgi quando hai bisogno di sfogarti?”. Il 21,9% ha risposto “Nessuno”.
Il capitolo scuola registra altrettante criticità legate alla didattica a distanza (dad). «La pandemia – ha spiegato Tassinari – ha diminuito sensibilmente la fiducia nel sistema scolastico, aumentando in tanti il desiderio di espatriare per avere un futuro». In particolare, da segnalare un peggioramento del rendimento scolastico nei licei e, in generale, come la dad abbia tolto molta «serenità nel rapporto coi docenti e coi compagni», oltre a conseguenze sull’autonomia di studio e la determinazione ad imparare.
L’analisi dei dati raccolti non può far venir meno però alcune note positive: tanti adolescenti dalla pandemia «hanno capito l’importanza dell’aiuto degli altri e di affidarsi alla scienza. Sicuramente – ha concluso Tassinari -, il sentire una considerazione positiva su di sé dai genitori e dai docenti, è fondamentale per loro». Per questo, è necessaria «un’alleanza per il futuro, un nuovo patto educativo tra generazioni», con gli adulti capaci di ascoltare gli adolescenti, per «costruire insieme a loro un futuro per tutti».
L’incontro, oltre al saluto iniziale di Micol Guerrini, Assessore alle Politiche Giovanili, e al breve intervento di Mariateresa Paladino, Regione Emilia-Romagna, ha visto le conclusioni affidate alla nota sociologa Chiara Saraceno dell’Università degli Studi di Torino, esperta di politiche familiari, minori, donne e giovani. «Questa sofferenza diffusa – ha riflettuto -, causata da una “deviazione” nel loro percorso di crescita, emerge anche dalle indagini compiute a livello nazionale e in altri Paesi». Fra gli aspetti più problematici, Saraceno ha sottolineato la percezione da parte degli adolescenti di «essere considerati soggetti passivi di decisioni altrui» e la «mancanza di privacy» nei lockdown «vissuta come invasione dei propri spazi». Riguardo alla scuola, per la sociologa nell’emergenza «è passata spesso come mero luogo di mera trasmissione di saperi» – e quindi gli studenti come meri «utenti» -, non come luogo dello stare insieme, della mediazione dei conflitti». È, quindi, importante «offire ai giovani spazi in cui possano elaborare e rielaborare ciò che hanno vissuto». Infine, le fortissime disuguaglianze, non solo economiche ma anche relazionali, tra adolescenti, rischiano di creare sempre più “neet” (giovani che né studiano né lavorano), «una porzione di generazione che si perde: deve diventare una questione proritaria», da affidare non solo all’associazionismo ma alle «comunità educanti», per un «lavoro integrato con la scuola».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 5 novembre 2021
Cerimonia il 24 ottobre a Rimini. Inquietudine e fede nei suoi diari: «siamo nati per la noia o per l’amore?»
Il terrore del nulla, la consapevolezza, a un tempo, della miseria dell’essere mortali e dell’infinita bellezza di essere figli di Dio. Sandra Sabattini, vissuta a Rimini, una vita spesa con la Comunità Papa Giovanni XXIII nella vicinanza ai disabili gravi, ai tossicodipendenti, ai poveri, muore il 2 maggio 1984 a soli 22 anni in seguito a un’incidente stradale avvenuto pochi giorni prima. Il 2 ottobre 2019 Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del Decreto che riconosce «il miracolo, attribuito all’intercessione di Sandra Sabattini relativo alla guarigione da un tumore maligno di Stefano Vitali, ritenuta scientificamente inspiegabile». La beatificazione di Sandra, inizialmente fissata al 14 giugno 2020, a causa della pandemia è stata rimandata al 24 ottobre scorso nella Cattedrale di Rimini. I suoi resti mortali si sono decomposti nella tomba, ma il sarcofago destinato ad accoglierli è stato collocato nel 2009, come monumento, nella chiesa di San Girolamo a Rimini.
I suoi diari (ed. “Sempre”) sono un’incredibile testimonianza di un’anima inquieta alla ricerca di Dio. «Vedendo una persona non vedo quella persona, ma il Cristo. Voglio portare la salvezza, cioè Cristo», scrive a 14 anni. Ma non mancano dubbi e tormenti: «questa sera mi sento piena di niente», scrive ad esempio due anni dopo, oppure rivolta al Signore: «sono meschina e sinora nel dolore Ti ho sempre dimenticato. Puoi perdonarmi ancora una volta?». E ancora: «È più forte di me cercare il perché a tutte le cose, pormi in un continuo dubbio. Probabilmente non sarò mai una persona felice», è un pensiero affidato al diario a 17 anni. Ma poche righe dopo riflette su «tutte le volte che mi perdevo (credevo di essere sola) nella mia solitudine e non capivo che Tu eri con me».
La tensione è sempre sul cuore delle questioni, su quelle corde dell’umano che ne fanno l’essenza più drammatica, più autentica: «Tutti sono destinati a giacere, freddi, su un freddo marmo»; «a che serve vivere se poi si deve morire? (…) Ma la vita cos’è: un’attesa prolungata della morte? (…) Perché siamo nati? Per la noia di queste ore o per l’attesa del meglio? (…) Per la misteriosa forza che mi fa sentire che sopra di me c’è qualcuno che ha un disegno d’amore sulla mia vita e che io non posso far finta d’ignorare perché parte inalienabile di me?».
Inestirpabile in lei è quel bisogno di Assoluto: «sento che solo vivendo con Te, per Te e in Te la mia vita è gioia, è piena, è realizzata». Fino a quelle ultime, strazianti righe affidate al diario appena due giorni prima del tragico incidente: «Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2021
Il 30 ottobre testimonianza della madre a Berra. Appena edite le sue memorie sul figlio da poco Beato
«Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita». Sono alcune parole di Carlo Acutis, beatificato ad Assisi nell’ottobre 2020.
Figlio primogenito di Andrea Acutis e Antonia Salzano, Carlo nacque a Londra, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro del padre, il 3 maggio 1991. Trasferitisi a Milano, assiduo frequentatore della parrocchia, allievo delle Suore Marcelline e poi dei Gesuiti al liceo, fu nella sua città instancabile “missionario” per gli ultimi, gli afflitti. Una carità quotidiana e mai gridata, la sua. Colpito da una forma di leucemia fulminante, la visse come prova da offrire per il Papa e la Chiesa. Morì il 12 ottobre 2006. I suoi resti mortali dal 6 aprile 2019 riposano nella sua amata Assisi.
Al giovane Beato saranno intitolati i locali della parrocchia di Berra, guidata da don Francesco Pio Morcavallo. Per l’occasione, oltre al nostro Arcivescovo sarà presente anche la madre Antonia Salzano. Il programma prevede alle ore 15 la testimonianza di quest’ultima, alle 16.30 la cerimonia di intitolazione e l’inaugurazione della mostra sui Miracoli eucaristici ideata dallo stesso Acutis, e alle 17.15 la S. Messa di ringraziamento.
Proprio la madre di Acutis è l’autrice di un libro uscito da alcune settimane per le Edizioni Piemme, dal titolo “Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è considerato un santo”, scritto con Paolo Rodari. «Non voglio che Carlo sia ricordato come un Superman», spiega nel libro. «Era un bambino e poi un adolescente come tanti altri che però ha sempre voluto e saputo confidare nell’amore di Dio. Una strada, la sua, possibile a tutti». Poco prima di morire, alla madre Carlo disse di stare tranquilla perché dal Cielo le avrebbe mandato molti segni. Proprio Carlo, quand’era ancora in vita aiutò lei e suo padre a riconvertirsi: «mi mostrò come vivere in chiave d’Eternità il mio tempo», scrive Antonia.
«Siamo destinati alla “co-eternità”»
«L’esistenza dovrebbe essere una continua preparazione alla morte. Non dobbiamo lasciarci andare a terrificanti tentazioni di avvilimento e di terrore, ma neanche essere superficiali e negligenti». Queste di Carlo Acutis sono parole che lasciano ancor più interdetti alla luce della repentina conclusione della sua esistenza terrena.
«L’uomo si affanna a ricercare sempre nuove risposte su cosa ci sia o meno dopo la morte», scrisse ancora. «In effetti la morte rappresenta per ciascuno di noi la realtà più vera (…). La morte è, per la maggior parte delle persone, il salto nel non esistere». Ma tutta l’umanità che vive sulla terra ora è «finalmente, illuminata. Illuminata, cioè liberata, salvata, redenta. Da chi? Da Cristo». In Lui, scriveva il giovane Carlo con una lucidità disarmante, «siamo stati elevati allo stato soprannaturale, redenti e salvati, siamo destinati all’Eternità con Dio, la “co-eternità”». Con un linguaggio spontaneo e originale, profondo, Carlo rifletteva così: «Se ci abituiamo alle cose di Lassù, se prendiamo confidenza con l’Oltre, se consideriamo la vita come un trampolino per l’Eternità, allora la morte diventa un passaggio, diventa una porta, diventa un mezzo». Allora vedremo la morte «nella luce, nel calore e nella vittoria di Cristo Risorto».
Ripeteva spesso: «Non io ma Dio»: «la conversione non è un processo di aggiunta, ma di sottrazione, meno io per lasciare spazio a Dio». Ma oggi prevale la «mentalità del “giù”», «una mentalità meramente orizzontale, materialista, senza ideali, senza spinte all’insù». Un grande insegnamento da un ragazzo morto ad appena 15 anni.
«Occorre umanizzare il mondo con l’Eucarestia»
La testimonianza di Carlo acquista ancor più valore nel’Anno giubilare che la nostra Chiesa locale sta vivendo. Nell’Eucarestia, scriveva Carlo, «Gesù è con me e io con Lui, come un fatto estremamente personale, individuale. Questo contatto diretto tra me e Gesù avviene attraverso l’Eucarestia e la fede». «Gesù – è ancora il suo pensiero – pone in atto uno strettissimo e intimassimo legame con Lui. Legame a livello di vita. Legame a portata di Eternità. Gesù e noi. Gesù con noi. Gesù per noi. Gesù in noi».
Per questo non si parla mai abbastanza della fonte del nostro essere Chiesa. «Bisogna dimostrare, documentare, testimoniare che l’Eucarestia esiste. Basta voltare l’angolo, basta girare la porta, basta entrare in una chiesa qualunque…C’è gente in ginocchio. C’è cerimonia in corso. C’è qualcosa. C’è qualcuno. Domandiamo. Interroghiamo. È la prova documentale, è la prova testimoniale, è la prova pressoché palpabile dell’influenza dell’Eucaristia. Allora ha il sacrosanto diritto di cittadinanza. Se ne deve parlare. Se ne deve avvertire la realtà». L’Eucaristia, «farmaco d’amore» – come l’ha definita Papa Francesco nell’ultima Solennità del Corpus Domini -, per Acutis «deve entrare in questo mondo e confondersi con tutti coloro che di questo mondo vivono. Occorre liberarlo, occorre purificarlo, occorre umanizzarlo con l’Eucaristia».
Andrea Musacci
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 ottobre 2021
L’architetto che ha ideato la nuova chiesa dell’Arginone spiega a “La Voce”: «antico e nuovo, calore e povertà si fondono». I tre legami con la Spagna, quello col Balloons Festival e con la storia della nostra città
di Andrea Musacci
Prima di tornarci per la nuova chiesa dell’Arginone, Benedetta Tagliabue a Ferrara c’era venuta una volta sola. Un’occasione molto speciale: il viaggio di nozze col marito Enric Miralles, scomparso nel 2000 a soli 45 anni.
Nel suo destino, tragico e magnifico, c’è dunque Ferrara. Per lei, architetto – per alcuni “archistar” – di origini milanesi ma laureatasi allo IUAV di Venezia (dove ha conosciuto Enric) un’emozione tornare nella nostra città per “sfidarla”, per dimostrare che si può costruire un edificio sacro innovativo, audace senza “fare a botte” col quartiere che lo ospita. Un impegno non da poco per lei alla prima esperienza di progettazione di una chiesa.
Dopo la morte del marito, Tagliabue è rimasta sola al comando dello Studio Miralles Tagliabue EMBT, che ha la sua sede principale a Barcellona (vedremo dopo gli altri due legami con la Spagna), e a Shangai. In tutto, sono una quarantina le persone che lavorano nello Studio, una decina delle quali ha realizzato il progetto per San Giacomo. Fra i progetti realizzati, lo Studio vanta quello della sede del Parlamento di Edimburgo, il Padiglione spagnolo all’Expo mondiale di Shanghai 2010, il mercato di Santa Caterina a Barcellona, il Municipio di Utrecht nei Paesi Bassi, la Stazione centrale della metropolitana di Napoli e quella di Clichy-Montfermeil, oltre al nuovo polo amministrativo della Regione Sicilia e a diversi edifici in Cina, fra cui il Conservatorio di Shenzen. Tagliabue è stata visiting professor presso la Harvard University, la Columbia University e Barcelona ETSAB. Nel maggio 2019 ha ricevuto la Croce di Sant Jordi concessa dalla Generalitat della Catalogna per l’eccellenza della sua pratica professionale nel campo dell’architettura nel mondo. È anche direttrice della Fondazione Enric Miralles.
Ma la prima domanda che le poniamo è su questo piccolo quartiere periferico di Ferrara, di passaggio, brano di tessuto suburbano che sembra uscito da una canzone de “Le luci della centrale elettrica”. Qui, tra il carcere e la sede di Ingegneria, come “convincere” i residenti che la nuova chiesa non è un’astronave venuta da un altro mondo? «L’intenzione, invece – ci risponde un po’ a sorpresa -, è stata proprio di ideare un po’ un’astronave, nel senso che l’edificio richiama – ispirandosi al Ferrara Balloons Festival – una mongolfiera colorata che leggera cade dal cielo e sembra quasi, nel posarsi a terra, rimanere sospesa. Spero quindi che chi la ammirerà possa sentire il calore e l’attrazione che le forme dell’edificio vogliono trasmettere». La scommessa è lanciata, bisogna guardare la nuova San Giacomo con occhi nuovi. «È un edificio speciale, volutamente non troppo classico: abbiamo scelto di non ispirarci agli edifici storici di Ferrara, ma di creare qualcosa che fosse davvero nuovo».
Nessun richiamo al passato, dunque, viene da pensare. Ma non è del tutto così. La Madonna “nera” proviene dalla chiesa delle Stimmate di via Palestro, e le due grandi travi a forma di croce che sovrastano i fedeli nell’ambiente centrale, sono state ricavate dal legno proveniente da un vecchio ambiente del Municipio cittadino. In particolare, è stato don Stefano Zanella a scegliere la statua mariana, rimanendone subito folgorato. «Mi ricorda – prosegue Tagliabue – la Moreneta, la Madonna nera nel Monastero benedettino di Montserrat» in Catalogna. E il “nero” della Vergine Maria, vigile di fianco all’altare, richiama anche le cromie dei “fazzoletti” che Cucchi ha “posato” sulle grandi croce adornanti alcune pareti, così diverse dalla magnetica croce gemmata nel presbiterio.
Si tratta del secondo dei tre legami tra la nuova chiesa e la penisola iberica. Come non pensare, poi, a quello fortissimo tra San Giacomo Apostolo e la Spagna? Il corpo del primo apostolo martire, decapitato nella primavera dell’anno 42, fu trafugato dai suoi discepoli, che riuscirono a portarlo sulle coste della Galizia. Il sepolcro contenente le sue spoglie sarebbe stato scoperto nell’anno 830 dall’anacoreta Pelagio in seguito ad una visione luminosa. Dopo questo evento miracoloso, il luogo venne denominato campus stellae (“campo della stella”), dal quale deriva l’attuale nome di Santiago de Compostela.
Antico e nuovo vivono, dunque, il loro sposalizio: la reliquia – un pezzo d’osso di una gamba di San Giacomo – posta in alcune occasioni all’ingresso (così è stato sabato 16), convive con l’arditezza delle linee o delle lampade come fiori sospesi nel loro dischiudersi o stelle nel cielo che, discreto, bagna con la sua luce immensa le crude pareti interne. “Guardate in alto!” sembra quindi l’invito di chi ha pensato, anzi, sognato questa casa costruita, pare davvero, in un “campo di stelle”. Bisogna partire dal cielo, dagli astri, dal soffitto con la grande croce di legno, maestosa ma anch’essa, in realtà, come posata, Segno definitivo di vittoria sulla morte, che parte dall’ingresso, con, a sinistra, il fonte battesimale (“regalo” del padre di Benedetta Tagliabue) e il confessionale, entrambi “luoghi” di trionfo sul peccato.
La miseria e la bellezza di ciò che è scarno ma in realtà vivo e complesso è rappresentato – ci spiega ancora Tagliabue – anche dalle pareti spoglie, «ma che in realtà spoglie non sono», non hanno nulla di vuoto ma raccolgono e conservano «tutta la bellezza del muro non finito, come un dipinto continuo, con effetti cromatici speciali», spontanei. Un riposo per gli occhi, si spera anche per il cuore, dopo aver seguito le “onde” della copertura e l’effetto frastagliato, e discontinuo, delle pareti esterne, uniformi però lungo l’intero perimetro, così che la canonica retrostante, le otto sale e l’aula magna sono come unite in un unico abbraccio, in unico sospiro con la chiesa, testa e cuore dell’intera struttura. Quasi a voler far intendere che l’afflato che richiama e vuole stringere a sé, nel Cristo risorto, è rivolto ben oltre, all’intera città di Ferrara.
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 ottobre 2021
Mi chiamo Andrea Musacci.
Da aprile 2014 sono Giornalista Pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna.
Sono redattore e inviato del settimanale "la Voce di Ferrara-Comacchio" (con cui collaboro dal 2014: http://lavoce.e-dicola.net/it/news - www.lavocediferrara.it), e collaboro con Filo Mag, Avvenire, La Fionda, Vino Nuovo.
In passato ho collaborato con La Nuova Ferrara, Listone mag e Caritas Ferrara-Comacchio.
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"L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate."
(Emmanuel Mounier)