Responsabilità e speranza: è questo il “fare” memoria

10 Feb

Free picture (Symbol of memory) from https://torange.biz/symbol-memory-17417In occasione del Giorno della Memoria, l’Eurispes ha reso noto il suo “Rapporto Italia” 2020, nel quale emerge anche un dato inquietante, seppur non del tutto nuovo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, e il 15,6% la nega. Ritornano puntuali, e necessari, dunque, riflessioni su ciò che è stato e sull’utilità di cerimonie e incontri pubblici sempre più simili a stanchi rituali da “consumare” quasi per dovere. La memoria della Shoah, infatti, non può mai diventare “ordinarietà”: “è nella natura delle cose – ricordava Hannah Arendt ne “La banalità del male” – che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato”.

Se la memoria è azione

Per noi cattolici la memoria è essenza della nostra fede: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me», sono le parole di Gesù nell’ultima cena (Lc 22, 19). Papa Francesco in “Lumen Fidei” parla della trasmissione della fede nella Chiesa, attraverso la dottrina, la vita e il culto: “La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa”. Per questo, “il credente – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” – è fondamentalmente ‘uno che fa memoria’ “. È su questo “fare” tipico della memoria (del credente e non), che vorrei soffermarmi. Etimologicamente, la memoria è legata alla sollecitudine, e richiama quindi un essere attivo del soggetto, una cura, un’“apprensione”. Hans-Georg Gadamer in “Verità e metodo” definiva la memoria non come una “semplice disposizione o facoltà” ma come qualcosa che appartiene alla “costitutiva storicità dell’uomo”, quindi come qualcosa di non meccanico, ma che presuppone una ricerca da parte del soggetto. “Mèmore” è colui che, attivamente, conserva il ricordo di un fatto, e lo conserva non solo nella mente ma anche nel cuore (oltre che in modo continuo). Memoria è dunque capacità di “ritenere”, nel senso di trattenere qualcosa prendendosene cura, perché ciò che è stato è per sua natura fragile, “corruttibile”: è qualcosa che non si mantiene in vita da sé, ma dev’essere di continuo ravvivato.

L’importanza del discernimento

E’ – inoltre – sempre in un presente che si fa memoria, l’eredità del passato va sempre ri(tradotta) in una situazione diversa. “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnalo, per possederlo” scriveva Goethe nel Faust. Ritradurre nel presente, quindi, significa fare un’azione di discernimento, letteralmente di “scegliere separando”, tra ciò che va trattenuto e curato, e ciò che invece va non rimosso ma non ripetuto, “ri-tenuto” nel presente. E’ un atto insieme di libertà e responsabilità che non spetta solamente alla collettività ma anche e soprattutto a ogni persona. E per far questo, è necessario rimparare la pazienza: la memoria, infatti, non richiede solo il distacco temporale dai fatti in oggetto, ma un ulteriore periodo necessario per discernere.

Fiducia e speranza, antidoti ai revisionismi

Sempre Gadamer nell’opera sopracitata scriveva: “il ‘ricordo’ (come oggetto) (…) ha in sé qualcosa di prezioso, perché mantiene presente per noi il passato in quanto è una parte di esso che non è passata”. Il passato, dunque, non si perde, ma “rimane presente” grazie al ricordo che lo tiene in vita, non lo fa “passare” del tutto, non lo fa essere “superato”. Nel mantenere i ricordi, naturalmente, le moderne tecnologie legate alla riproduzione di voci e immagini aiutano, e non poco. Ma non sono sufficienti, soprattutto in un’epoca come la nostra contrassegnata da una paura, quella delle cosiddette fake news, una paura “sana” e giustificata ma che ha come propria deformazione quella del “complottismo” come forma di revisionismo: un sospetto che, se diventa ossessione, porta a tragiche e ben note conseguenze. In un’epoca in cui il revisionismo è un pericolo concreto, tornano utili – pur nella loro radicalità – le parole di Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione”: la memoria, scriveva, può essere “sovversiva” perché “richiama il terrore e la speranza dei tempi passati”. Terrore e speranza: per riconoscerli come tali serve lucidità, serve la ricerca storica: seppur ci si muova nell’ambito delle scienze “inesatte”, non tutti possono essere “scienziati”, non tutti possono indagare allo stesso modo ogni documento, ogni segno del passato. Per questo, nella trasmissione della memoria vi è sempre, inevitabilmente, una parte di affidamento, di fiducia nell’onestà e nelle competenze di chi ce l’ha tramandata. Il resto sta a noi, quell’azione fondamentale del “fare” memoria spetta a ognuno, il saper sviluppare il più possibile una capacità di discernimento di ciò che riceviamo. Per questo, appunto, la memoria è sempre un gesto attivo, una scelta, una responsabilità. E la responsabilità è qualcosa di rivolto anche all’avvenire. Papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei” parla della fede di Abramo come di “un atto di memoria” della promessa fattagli da Dio. Memoria che, però “non fissa nel passato”, scrive il Pontefice, ma “diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via”: la fede è, dunque, “memoria del futuro, memoria futuri”, è “strettamente legata alla speranza”. Una speranza attiva, per impedire che gli orrori del passato non si ripetano più, certi che il male non avrà l’ultima parola.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

La Voce di Ferrara-Comacchio

http://lavoce.epaper.digital/it/news

 

Laicità nella scuola: confronto tra cristiani e atei

3 Feb

Lo scorso 1° febbraio mons. Serafini (IRC diocesano) ha dialogato con insegnanti cattolici ed evangelici e con il responsabile nazionale UAAR su crocifissi e ora di religione nella scuola pubblica

OLYMPUS DIGITAL CAMERACrocifisso sì o no? E l’ora di religione è giusto mantenerla nella sua forma attuale? Su problematiche come queste, particolarmente delicate e complesse, il confronto diretto può aiutare, se non a dare soluzioni definitive, perlomeno a chiarire le rispettive posizioni. E’ quello che è accaduto nel pomeriggio dello scorso 1° febbraio, quando in Sala della Musica di via Boccaleone a Ferrara si è svolto il dibattito, organizzato dall’UAAR Ferrara sul tema “Scuola laica: diritto allo studio ed alla libertà religiosa”. Si sono confrontati – moderati dalla giornalista Tania D’Ausilio – Roberto Grendene (segretario nazionale UAAR), Lidia Goldoni (presidente del Comitato Insegnanti Evangelici in Italia), mons. Vittorio Serafini (direttore del Servizio diocesano Insegnamento della Religione Cattolica) e Paola Lazzari (insegnante di religione cattolica). S. Messa in orario scolastico Ha sollevato non poche polemiche la S. Messa celebrata lo scorso 20 dicembre all’IC Perlasca di Ferrara in orario di lezione. “La normativa non la prevede – ha commentato mons. Serafini -, se non in orari diversi da quelli delle lezioni e se richiesto da genitori o dal Consiglio d’Istituto. Spesso presidi e insegnanti di religione non conoscono le leggi e i regolamenti, per questo lo stesso Vescovo mi ha consigliato di predisporre un vademecum al riguardo”. La scelta è stata giudicata “non pertinente” da Grendene e “inopportuna” da Lazzari. Crocifisso nelle scuole pubbliche “Il crocifisso è segno di generosità e dedizione, per cui non va certo imposto”, ha invece commentato su questo tema mons. Serafini. “Se non è nel cuore, non ha senso appenderlo al muro”. “Una scuola non è più o meno laica se nelle proprie aule accoglie il crocifisso”, è stato invece il commento di Lazzari. “Detto questo, è differente il lasciarlo quando c’è o volerlo appendere laddove non è presente”. “Gesù non ha mai voluto imporre la propria presenza”, è stata la riflessione di Goldoni. “La Chiesa cattolica dovrebbe protestare contro questa strumentalizzazione, contro questo modo empio di usare il crocifisso”. Per Grendene il fatto che nelle scuole pubbliche non siano presenti simboli né religiosi né politici è “di semplice giustizia”. L’ora di religione Al riguardo mons. Serafini ha ribadito come l’ora di religione “è un diritto e riguarda una scelta personale”, e ci ha tenuto a sottolineare come “gli insegnanti di religione normalmente sono seri professionisti, persone molto preparate e la loro competenza, ad esempio nella nostra Diocesi (dove sono un centinaio, ndr), è spesso riconosciuta dai presidi”. Detto questo, “l’ora alternativa non può essere lasciata a casaccio, come purtroppo spesso accade”. “E’ giusto che esista l’ora alternativa – sono state parole di Lazzari – ma l’ora di religione non è né catechismo né indottrinamento: in essa spesso vengono spiegate anche le altre religioni, e i loro legami con altre discipline”. “Noi insegnanti evangelici – è intervenuta Goldoni – proponiamo di usare meglio e in altri modi l’ora alternativa a quella di religione” e “non accettiamo che ad esempio la storia nostra confessione venga insegnata da un insegnante cattolico o comunque non evangelico”. Infine, per Grendene “esistono non pochi casi in cui durante l’ora alternativa o si approfondiscono materie curricolari o si fanno utili proposte formative differenti. In ogni caso, non è giusto che sia il Vescovo a indicare gli insegnanti di religioni, stipendiati dallo Stato”.

Cos’è l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti

Lo scorso 25 gennaio in via Contrada della Rosa, 42 a Ferrara è stato inaugurato il nuovo circolo dell’UAAR, il cui coordinatore locale è Gregorio Oxilia, Paleoantropologo ed evoluzionista all’Università di Bologna. L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti è un’associazione che, formalmente, non si pone contro le religioni in quanto tali, ma, a suo dire, per il rispetto di una vera laicità. Fra le sue battaglie storiche più famose, quello per lo “sbattezzo”, contro i crocifissi e l’ora di religione nelle scuole pubbliche, contro il meccanismo di assegnazione dei fondi dell’8×1000, o per essere riconosciuta al pari di una confessione religiosa e quindi ottenere un’intesa formale con lo Stato Italiano. “Attualmente nel circolo di Ferrara – ci spiega Oxilia – abbiamo una trentina di iscritti, di cui otto attivisti: sono perlopiù docenti, ricercatori e studenti”. Riguardo all’incontro, pur nelle non irrilevanti diversità, col mondo cattolico, recentemente Oxilia è stato ricevuto in Arcivescovado da mons. Perego per un cordiale confronto. “Sono sicuro – prosegue Oxilia – che questo sarà l’inizio di un’interessante collaborazione culturale che dimostrerà come la diversità di idee sia utile a generare collaborazioni costruttive per dare alla società spunti di riflessione per crescere senza pregiudizi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

Visioni oniriche in bianco e nero: la mostra di Samuel Moretti al Carbone

3 Feb

Fino al 23 febbraio la Galleria del Carbone ospita la personale di incisioni del mesolano Samuel Moretti

samuel morettiIl realismo del sogno e il conseguente perturbante sentimento di una visione notturna: Samuel Moretti è un promettente artista originario di Mesola, che fino al prossimo 23 febbraio espone una serie di incisioni nella Galleria del Carbone di Ferrara. Nel tardo pomeriggio di sabato 1° febbraio, l’inaugurazione della mostra con la presentazione di Laura Gavioli, che ha redatto anche il testo in catalogo (disponibile in Galleria). Nell’esposizione intitolata “La libertà dello sguardo e la persistenza dell’emozione”, è possibile ammirare una ventina di opere a puntasecca di quest’artista classe ’80, diplomato al Conservatorio Frescobaldi e approdato all’arte grazie a Pietro Lenzini. Dieci anni fa il debutto in diverse collettive a Ferrara, Reggio Emilia, Milano. Dal 2010, tante le partecipazioni a collettive e alcune personali. L’anno scorso nella chiesa di Santa Maria della Misericordia a Castel Bolognese ha esposto la sua mostra dal titolo “Percorsi di luce. Le 14 stazioni della Via Crucis”. In parete al Carbone si possono trovare i “luoghi dell’anima” di Moretti: spaccati del bosco della Fasanara, il Castello di Mesola, ma anche alcuni relitti lignei spiaggiati.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Pino Cosentino)

La paura va “governata”: ma in che modo? Salvatore Natoli a Ferrara

3 Feb

Il 31 gennaio all’Ariostea di Ferrara la lectio magistralis del filosofo Salvatore Natoli. Una riflessione a margine dell’incontro: se la paura nasce dalla fragilità umana, allora rispondiamo con “passioni” positive: prossimità, mediazione e mitezza

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.

(Ri)scoprire in politica un’idea diversa di comunità

rete2Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.

Dal volto alla “rete di reti” (passando per l’alveare)

Un rinnovato senso della politica non può, dunque, che ripartire da una concezione autentica del volto: un volto di cui fidarsi (quello del “rappresentante politico”, non dell’“uomo forte” come ha spiegato Natoli nel suo intervento a Ferrara, v. articolo sopra); e il volto da ascoltare e da incontrare (quello del “rappresentato”). Il contrario di ciò è l’abbandono fideistico – e, al fondo, “disperato” – al capo, ai suoi umori e ai suoi capricci, al volto di colui che decide, per tacito “assenso”, dell’inizio e della fine di un movimento politico. Un abbandono pericoloso, una deresponsabilizzazione che molto facilemente si tramuta, nelle folle, in rancore generalizzato. Un culto “paganeggiante” del capo che, inoltre, contraddice ogni sana concezione della laicità della politica intesa come riconoscimento dell’altro nella sua differenza e come azione umana, terrena, quindi di per sé non assolutizzabile, se non con il rischio di rivivere tragedie purtroppo note. Le folle sono per loro natura anonime e il loro stare insieme non è mai permanente ma sempre occasionale: sono il contrario, dunque, della prossimità e della continuità come condizioni basilari per un’azione sinodale (un noi che non soffochi il rapporto io-tu) in una società complessa e sradicata com’è l’attuale. Una corretta elaborazione collettiva del pensiero – che non elimini le sfumature, ma le mantenga come possibilità aperte, seppur momentaneamente minoritarie – è la migliore risposta a questa “alleanza” tra il capo e le folle. E’ la riscoperta del discernimento collettivo e del valore della mediazione. In “Lumen Fidei” Papa Francesco, parlando del popolo d’Israele e della Chiesa, fa un ragionamento interessante: “la mediazione – scrive – non [è] un ostacolo, ma un’apertura: nell’incontro con gli altri lo sguardo si apre verso una verità più grande di noi stessi”. Bisognerebbe, dunque, ricostruire “case”, luoghi, anche e soprattutto fisici, accoglienti, d’incontro, di dialogo, di discussione e dunque di proposta, tra simili, come alveari, come reti, più orizzontali che verticali nella loro gestione. L’essere simili è, infatti, un concetto da riscoprire, un giusto equilibrio tra l’unità e la diversità, in quanto al tempo stesso vive della tensione tra il riconoscimento di ciò che è uguale (e che quindi accomuna, rende affini) e ciò che è differente. A un livello superiore, la naturale conseguenza dovrebbe essere l’unione tra loro di queste “case”, dando così vita a una “rete di reti”: una forma federativa, pluralista e dinamica, che eviti tanto il settarismo quanto l’inconsistenza identitaria. “Il modello non è la sfera – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” 236 -, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”.

Una passione mite e prudente

Naturalmente, un ragionamento di questo tipo è impensabile senza una trasformazione profonda delle relazioni interpersonali. A tal proposito, si potrebbe ripartire dalla riscoperta della prudenza (sorella della necessaria lentezza, com’era nel lentius, profundius, dulcius di Alexander Langer) – intesa come capacità di ascolto e di decantazione dei conflitti tra appartenenti la stessa “casa” o la stessa rete – e dalla mitezza, essenziale per saper mediare senza svilire nessuno dei soggetti interessati e nessun principio basilare. Come scrive Bobbio, “il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Prudenza e mitezza non sono per nulla sinonimi di tiepidezza, dunque non sono alternative a una rinnovata passione civica, per la vita delle persone e per il futuro delle comunità alle quali ci si dedica; uno slancio, non solo emotivo, ma che tenti il più possibile di toccare la carne degli altri, i loro sentimenti, le domande sui destini personali e collettivi. Una passione mite e prudente, dunque: possibile, anzi necessaria, e già presente. Ma quando c’è, che non va né sbandierata né svilita ma semplicemente lasciata essere e fatta fruttare.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

Cinquecento anni dalla morte di Raffaello, il genio che ha rivoluzionato la pittura

3 Feb

Martedì 4 febbraio a Ferrara conferenza del professor Andreoli per raccontare la vita e il percorso artistico del grande urbinate

La_Fornarina,_por_RafaelUn’esistenza tanto misteriosa quanto posata, una personalità – al tempo stesso raffinata e passionale – artefice di alcuni dei capolavori assoluti della storia dell’umanità.
E’ Raffaello Sanzio, morto esattamente cinque secoli fa, il 6 aprile 1520, Venerdì Santo, secondo alcuni lo stesso giorno della sua nascita 37 anni prima (tra l’altro, sempre in un Venerdì Santo, e sempre, secondo Vasari, alla stessa ora notturna). Un decesso causato da una febbre probabilmente malarica, o conseguenza di “eccessi amorosi” (sempre secondo il Vasari).
In ogni caso, non sembrano mai smisurate le parole che a Raffaello dedicò, 300 anni dopo, Eugène Delacroix quando lo definì “manifestazione terrena di un’anima che dialoga con gli dei”. Bellezza e mistero sono le cifre del “divino”: così era chiamato l’artista nato a Urbino da Màgia Ciarla e dal pittore di corte Giovanni de’ Santi, suo maestro prima di un altro “gigante” come Perugino e, di conseguenza, di Piero della Francesca. Attraverso quest’ultimo, Raffaello si impadronì di un senso spaziale razionalizzato fino all’estremo, e, attraverso il primo, di un linguaggio classicistico, anche se non ancora del tutto maturo.
Difficile non esorbitare nelle espressioni con Raffaello: a 15 anni era già un artista completo, e due anni dopo comparve con i connotati dell’artista autonomo (magister) nei documenti del contratto per la pala di san Nicolò da Tolentino destinata alla chiesa di Sant’Agostino di Città di Castello.
Bellezza e semplicità, grazia ultraterrena e armonia saranno i tratti della sua arte immortale. Quando poi, poco più che ventenne, si trasferirà prima a Firenze e poi a Roma (dove rimarrà fino alla morte), andrà oltre, ben oltre, i primi insegnamenti ricevuti: l’articolazione spaziale nelle sue opere si farà più moderna, il suo stile ancora più personale e sperimentale, attingendo, tra l’altro, da Leonardo e Michelangelo.
A 25 anni è nella Città Eterna, chiamato da Giulio II per partecipare, insieme ad altri, alla decorazione delle Stanze vaticane: sono gli anni della definitiva affermazione non solo nella contemporaneità ma nella storia, attraverso un innovativo linguaggio artistico basato su una rinnovata classicità, su un ideale di bellezza che inonderà i secoli successivi, in pittura come in architettura. L’urbinate ebbe, infatti, un ruolo decisivo nell’ispirare la nascita del Manierismo e influenzò in particolare gran parte della pittura del XVI secolo, i classicisti del ‘600 (Carracci, Reni, Caravaggio, Velázquez e Rubens), i neoclassici del ‘700 o maestri dell‘800 come Ingres e il sopracitato Delacroix, e del secolo scorso come Dalì, Picasso e De Chirico.
L’arte in Raffaello è dunque una continua ricerca compositiva aspirante al perfetto, al “Bello”: il pittore, dopo di lui, non potrà più essere un mero “imitatore” della natura, ma – attraverso la sua mente – colui che la depura dell’imperfetto per arrivare a una bellezza ideale, trascendente: l’uomo rinascimentale, insomma, è più che mai al centro dell’universo, ne è signore nel saperne delineare l’equilibro, l’ordine e la suprema – forse illusoria – armonia.

Anche la nostra città ha deciso di celebrare l’anniversario della morte di Raffaello. E’ infatti stato calendarizzato per martedì pomeriggio, 4 febbraio, un primo appuntamento, un excursus alla scoperta della sua vita e del suo percorso artistico. La conferenza tenuta da Alberto Andreoli (professore del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe) è in programma alle 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze, 17 a Ferrara). L’incontro, ad ingresso libero e aperto a tutti gli interessati, è realizzato dalla Società Dante Alighieri, comitato di Ferrara.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” del 2 febbraio 2020

Giovani e impegnate: le volontarie di “Islamic Relief” nella nostra città

27 Gen

L’incontro con i musulmani nella nostra città passa anche dalla ONG “Islamic Relief”: 50 i giovani attivi a Ferrara dal 2015. Abbiamo incontrato tre di loro (Khadija Lahmidi, Nadia Ziani e Malek Fatoum) per parlare di dialogo e identità

di Andrea Musacci

IMG_20200121_145451I loro hijab (i veli), uno bianco e uno nero, circondano volti al tempo stesso vivaci e posati, abituati al confronto e “pazienti” nel sopportare le troppe domande di chi, come il sottoscritto, le interroga su questioni riguardanti la loro identità. Identità, quella di Khadija Lahmidi e Nadia Ziani, chiara ma non esclusiva, e che le due ragazze vivono prevalentemente, dal 2018, nel gruppo ferrarese della ONG “Islamic Relief” (IR), organizzazione benefica nata nel 1984 nel Regno Unito e oggi operante in 40 Paesi in tutto il mondo per fornire acqua, cibo, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione, nonché per portare aiuto in caso di catastrofi (ad esempio, in Australia nei recenti casi di incendi o in Italia nel 2009 durante il terremoto in Abruzzo). Nadia, marocchina ma nata in Italia, originaria del vicentino, frequenta il IV° anno di Medicina a Ferrara, mentre Khadija, nata in Marocco e trasferitasi in Italia quando aveva 6 anni, è impegnata in una cooperativa sociale di Sermide, località dove vive, ed è iscritta a Giurisprudenza nella nostra città.

malekUna delle fondatrici del gruppo di IR a Ferrara è invece Malek Fatoum, nata e cresciuta nella nostra città da genitori di origine tunisina, iscritta alla Facoltà di Ingegneria e impegnata anche nell’associazione “Occhio ai media”: “sei anni fa – ci racconta – io e mia sorella Amira veniamo in contatto con una volontaria del gruppo di Bologna che ci racconta di questa realtà di cui fa parte e noi, affascinate dall’idea, decidiamo di fondare un gruppo anche nella nostra città facendo passaparola tra amici e conoscenti”. A Ferrara IR attualmente conta una cinquantina di giovani aderenti che si ritrovano solitamente, ci spiega ancora Malek, “una volta mese (in sale della parrocchia di Sant’Agostino o in altre messe a disposizione dal Comune) per programmare e organizzare eventi di raccolta fondi umanitari e per gestire attività utili all’intera comunità, come per esempio il doposcuola per i bambini che hanno bisogno di supporto nella preparazione dei compiti”. Riguardo agli eventi pubblici, “l’ultimo da noi organizzato – ci raccontano Khadija e Nadia – si è svolto lo scorso novembre, una cena solidale alla quale hanno partecipato non solo islamici”. Sì, perché IR, nonostante la sua ispirazione ben precisa, è aperta a chiunque ne condivida i valori di fratellanza e solidarietà. Tanti, però, “sono i pregiudizi nei confronti dell’islam, dettati perlopiù dalla paura, lo sperimento anche nella mia Facoltà”, ci spiega Khadija. Ma si può vedere il bicchiere mezzo pieno: “dallo scorso dicembre noi studenti musulmani possiamo pregare in un’aula interna alla biblioteca del Dipartimento, grazie all’interessamento del Direttore Negri”. Il confronto con i “non musulmani” per loro sarebbe impensabile senza il continuo dialogo interno a IR: “tra volontari – sono ancora parole di Khadija – ci ritroviamo liberamente per ragionare e dialogare su tematiche riguardanti la nostra appartenenza di fede. Non vogliamo, infatti, ripetere meccanicamente le cose che abbiamo imparato, come alcuni musulmani fanno”. Limite, quest’ultimo – le spiego -, purtroppo anche di non pochi cattolici. “Ognuno è libero di usare il proprio intelletto, il proprio senso critico – interviene Nadia -, non bisogna accettare le cose passivamente. Ad esempio, io porto il velo dal 2016, ma prima ho voluto approfondire perché molte donne musulmane fanno questa scelta. Per me indossarlo è un semplice atto di modestia e di pudore, simile a quello di Maria di Nazareth, e serve a fare in modo che l’attenzione di chi mi guarda non cada sulle mie forme fisiche ma sulle mie virtù. Sapendo, comunque – prosegue -, che l’abito non fa il monaco, e che quindi non basta indossare il velo per essere virtuose”. “E’ vero, non ha senso indossarlo solo per tradizione – ci spiega Khadija -, io lo porto dall’età di 17 anni: per me è una forma di testimonianza”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

 

Hassan Samid: “aumentiamo i momenti di incontro e preghiera fra cattolici e musulmani”

27 Gen

33 anni, di origine marocchine, Hassan Samid dirige l’Associazione della comunità musulmana di via Traversagno a Ferrara: “da noi in aumento i giovani e gli studenti”

di Andrea Musacci

hassan samidGiovane, maschio e lavoratore: è questo l’identitkit della maggioranza dei musulmani che settimanalmente frequentano la moschea di via Traversagno a Ferrara, zona Mizzana. Con un aumento, negli ultimi anni, di richiedenti asilo subsahariani. A spiegarcelo è Hassan Samid, 33 anni, nato in Marocco e trasferitosi in Italia coi genitori quando aveva sei anni, dal 2017 (e appena rinconfermato per un altro biennio) presidente dell’Associazione “Centro di cultura islamica di Ferrara e provincia” che dirige la comunità. L’Associazione nasce nel ’98 ma i primi gruppi di musulmani nella nostra città risalgono a circa 40 anni fa, ritrovandosi prima in una sede in via Scandiana, poi in un’altra in Foro Boario, e infine nel 2011 con il trasferimento nell’ex capannone industriale di via Traversagno, acquistato e trasformato grazie anche al finanziamento di 100mila euro da parte della Qatar Charity, e con la mediazione dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia). Ricordiamo che altre comunità musulmane nel nostro territorio sono in via Oroboni (un Centro guidato dall’Associazione Pakistani ferraresi), in zona Barco, a Portomaggiore, Argenta, Bondeno, Copparo e Cento. “Normalmente – ci spiega Samid – circa 150/180 persone frequentano la preghiera del venerdì, e oltre 200 nei venerdì festivi o durante il mese del ramadan. Generalmente sono nordafricani, albanesi, subsahariani e mediorientali. L’età media è inferiore ai 40 anni, con una prevalenza di uomini rispetto alle donne”, prosegue. “Principalmente sono lavoratori, ma non pochi sono studenti e studentesse”. Gli chiediamo se negli anni ha visto cambiare il tipo di persone che frequentano la moschea: “sì, c’è stato un aumento notevole di ragazzi subsahariani richiedenti asilo. Anche se da un anno circa ne vediamo umeno, forse per certe politiche che hanno messo in crisi i sistemi di accoglienza. Sono in aumento anche gli studenti universitari nordafricani”. Nella sede, oltre alle cinque preghiere quotidiane e alla preghiera e sermone del venerdì, viene insegnata ai bambini la lingua araba (“attualmente abbiamo tre classi con circa 20 studenti ciascuna”), oltre a lezioni religiose rivolte a uomini e donne. Inoltre, ci spiega ancora Samid, “si rivolgono spesso a noi persone bisognose: cerchiamo di aiutarle con le pochissime risorse a disposizione, dando la priorità a famiglie con figli piccoli o malati”. Per quanto riguarda i rapporti con la città, sono buoni da diversi anni, e ottime sono le relazioni con la parrocchia di Mizzana e con quella di Sant’Agostino. “Tanto piacere – commenta ancora Samid – ci ha fatto l’anno scorso il messaggio che mons. Perego ha rivolto ai musulmani di Ferrara in occasione del ramadan. L’incontro tra cattolici e musulmani del 4 febbraio a Casa Cini è importante – conclude – perché oggi più che mai c’è bisogno di momenti come questo. Il documento di Abu Dhabi (siglato un anno fa dal Papa e dal Grande Imam, ndr) contiene riflessioni importanti, che tocca a noi sviluppare e rendere vive. Se poi guardiamo la cronaca e la dialettica politica nel nostro Paese, ci rendiamo conto che eventi come questo assumono un’importanza ulteriore, anche se le comunità religiose devono riuscire nel difficile intento di rendere queste occasioni patrimonio di tutta la cittadinanza”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

Settimana ecumenica: fratelli e sorelle in Cristo, “trattiamoci con gentilezza”

27 Gen

“Ci trattarono con gentilezza” (At 28, 2) è il versetto evangelico scelto quest’anno a livello nazionale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nella nostra Arcidiocesi dopo il primo incontro svoltosi il 18 gennaio nel Monastero del Corpus Domini – con l’intervento del biblista Carmine Di Sante sul tema “Straniero nella Bibbia” -, dal 22 al 25 si sono svolti gli altri quattro appuntamenti di preghiera, con meditazioni di volta in volta delle diverse confessioni. Conclusione il 26 nella chiesa di Santo Stefano con la Domenica della Parola

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ stata la la Chiesa Battista di via Carlo Mayr – guidata dal pastore Emanuele Casalino – a ospitare il primo dei quattro momenti di preghiera della Settimana di unità dei cristiani nella nostra Diocesi, sul tema “Forza: spezzare il pane per il viaggio”. Padre Oleg Vascautan (alla guida della locale comunità Ortodossa moldava), ha tenuto la meditazione: come emerge dal Vangelo del giorno (la moltiplicazione dei pani e dei pesci), “a Gesù interessa la persona nella sua interezza, corpo, anima e spirito, nulla di noi andrà peso”, e Lui stesso “ci indica l’importanza dell’impegno personale, del sporcarsi le mani” (“Voi stessi date loro da mangiare”): insomma, “ci chiede il dono totale di noi stessi”. In conclusione, “il pane rappresenta l’essenziale, il nutrimento vitale, e perciò ha la precedenza rispetto a ogni ragionamento sulla libertà”.

La chiesa di S. Chiara in corso Giovecca a Ferrara è già di per sè crocevia ecumenico, ospitando liturgie della nostra chiesa e di quella ortodossa rumena. Proprio quest’ultima il 23 gennaio ha curato il secondo incotnro ecumenico della Settimana, col canto dell’Inno Akathistos della tradizione ortodossa. E’ toccato invece al pastore battista Emanuele Casalino proporre la meditazione del giorno: l’immagine del banchetto “snobbato” dai benestanti ma partecipato da “i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” rappresenta “la scelta iniziale di Dio a favore degli umili, degli emarginati, dei disperati e degli stranieri”: Gesù, infatti, è venuto per la salvezza di ognuno, ma “innanzitutto e soprattutto per gli ultimi”. Questo “invito alla conversione” ci interroghi sempre, per evitarci ogni presunto “privilegio” di eletti.

La competizione è alla radice della nostra divisione” tra sorelle e fratelli cristiani: “usciamone con l’umiltà e l’amore”. Partendo dal Vangelo del giorno, le Monache Carmelitane Scalze di Ferrara hanno iniziato la propria meditazione il 24 gennaio nel terzo incontro della Settimana ecumenica. Nella chiesa del monastero di via Borgovado, le consorelle hanno sottolineato l’importanza, sempre alla sequela di Gesù, dell’“abbassamento”, del “farsi piccoli”: così, e solo così, possiamo “accoglierLo nella carne dei fratelli, soprattutto dei più umili”, “affidandoci a Lui, imparando a donare amore”. E solamente in questo modo potremmo, appunto, superare quella “pietra d’inciampo rappresentata dalla divisione fra noi cristiani”.

Una cinquantina i presenti all’ultimo incontro della Settimana ecumenica, svoltosi nel pomeriggio di sabato 25 gennaio nella Basilica di San Francesco a Ferrara. Erano presenti, oltre a mons. Massimo Manservigi (Vicario generale) e Marcello Panzanini (Ufficio ecumenico diocesano), Luciano Sardi (Chiesa Battista), padre Vasile Jora (ortodossi rumeni), padre Igor Onufrienko (ortodossi russi) e padre Oleg Vascautan (ortodossi moldavi). Nella meditazione, mons. Manservigi, commentando il Vangelo del giorno, ha posto l’accento innanzitutto sul camminare “dando attenzione agli altri, in particolare ai malati”, senza “chiudere gli altri come in un sepolcro”, “nella tomba del pregiudizio, ma dando sempre un’altra possibilità”, “prendendoci cura degli altri”. “Il Signore ci chiede di non escludere nessuno”: il suo è “un amore immenso, sconfinato e folle”.

Il 26 gennaio maratona con la Parola di Dio

PinoCosentino (2)Quale modo migliore per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che quello di leggere insieme il Vangelo? Il 26 gennaio si è svolta per la prima volta in tutta Italia la Domenica della Parola, indetta per volontà del Santo Padre Francesco. A Ferrara la sera del 26 le varie confessioni cristiane si sono ritrovate nella chiesa di Santo Stefano per la lettura a più voci del Vangelo secondo Matteo. Questi i lettori che si sono alternati: rappresentanti dell’Ufficio famiglia diocesano, alcuni giovani studenti universitari, Gianni Cucinelli (Chiesa Battista), Padre Ioan Batea (Patriarcato Ortodosso di Bucarest), Padre Vasyl Verbitzskyy (Chiesa Greco-Cattolica Ucraina), Anna De Rose (Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII), Cristina Ferrari (Azione Cattolica), Rosanna Ansani, Beppe Graldi (Focolarini), coniugi Miglioli, Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Francesca Ferretti (AGESCI), un rappresentante MASCI, Nicola Martucci (Azione Cattolica), un rappresentante del Movimento Rinascita Cristiana e Chiara Ferraresi (Azione Cattolica). Infine, ricordiamo che mons. Perego ha celebrato la S. Messa delle ore 18 nella Basilica di S. Francesco: al termine della liturgia, ha consegnato una copia della Bibbia ad alcune persone, in rappresentanza delle espressioni della nostra Diocesi: due coniugi catechisti, una bisnonna di Azione Cattolica, una famiglia originaria del Camerun, un giovane scout, una religiosa, due insegnanti, una coppia di fidanzati e un diacono.

Andrea Musacci

Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quella “bellezza inaudita” che ancora riesce a inquietarci

27 Gen

Una meditazione a partire dall’ultimo libro di don Marco Pozza, “Il balzo maldestro”, uscito il 17 gennaio e presentato a Ferrara: desiderio, dolore e speranza nell’essere umano, tra Vangelo e vita quotidiana

religion-3443282_1920

di Andrea Musacci

“Ave Maria piena di grazia: me la immagino così la Madre di Dio, stracolma di grazia, come un vaso che trabocca”. Don Marco Pozza, cappellano del carcere “Due palazzi” di Padova, sa come stravolgere una tranquilla serata invernale. Lo ha fatto, ancora una volta, lo scorso 20 gennaio nel Seminario di Ferrara, invitato dal Serra Club locale a parlare del suo libro-intervista a Papa Francesco (intitolato proprio “Ave Maria”) e della sua ultimissima fatica, “Il balzo maldestro” (San Paolo ed., 2020), uscito appena tre giorni prima, il 17. Due grandi pensieri ricorrono nelle parole di don Pozza, come anche nel libro: quello sull’importanza del saper cogliere l’inatteso, e quello sul sapersi affidare. L’inatteso è quello che Maria di Nazareth vive con l’annuncio dell’angelo, posta davanti alla decisione più difficile della storia, da cui è dipesa la salvezza di ognuno. Ma è anche, per collegarsi al secondo pensiero, l’inaspettata conversione di Antonio, detenuto a Padova, che ha saputo abbandonarsi a Dio, per uscire dal proprio personale inferno. Ed è, infine, la semplicità (per nulla banale) di quel madonnaro napoletano, ateo, che don Pozza ha incontrato, e che a lui, sacerdote, ha rinsegnato, ancora una volta, l’amore per il Cielo e per quella ragazza “stracolma” di grazia.

Sequestro e nuovi orizzonti

Torna sempre, nell’ultimo libro di don Marco Pozza, una contraddizione feconda: quella fra la passione per la sua terra vicentina, di cui spesso fa memoria, e l’amore per quei “nuovi orizzonti” che, a volte inconsapevolmente, tutti sogniamo. Con un continuo omaggio a “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), e usando spesso la metafora del sequestro e del riscatto per spiegare la caduta dell’uomo (appunto rapito da Satana ma riscattato da Dio tramite il Figlio), don Pozza amalgama con la sua scrittura inebriante, Incarnazione e realtà detentiva, poesia e cristianesimo, tristezza e ironia liberante.

In attesa dell’in-atteso

C’è sempre spazio per un’attesa, grande e vibrante, nell’essere umano, “insaziabile mendicanza” come lo definiva don Giussani. C’è, dietro l’angolo, sempre la possibilità di un incontro inatteso, che in tutto o in parte – in forme e in tempi strani – in qualche modo ci spiazza, ci destabilizza. La nostra attesa, quindi, in ogni caso non può mai essere inerte: “L’uomo non cambia a forza di ragionamenti – scrive don Pozza -, ma spinto dall’urto inatteso di un incontro, dall’attrazione di qualcuno che, davanti, faccia strada, apra una strada assieme a lui. […] L’opposto è sotto gli occhi: è la creatura destinata a seccarsi nel banale”, nell’inedia dell’ordinario. A volte, invece, il dis-ordine, l’an-archia è libertà, cioè semplice negazione di un ordine etero-imposto. In attesa del riscatto definitivo, scrive l’autore, “il mondo conobbe cos’è l’attesa”, un’attesa dolorosa: “perduta la grazia […] è andato spegnendosi il desiderio, che è diventato voglia”. Voglia di possesso, quindi falso anelito, adulterata apertura all’altro che è anche uno pseudo vedere, un non-riconoscimento di sé e del prossimo. “Appari a me, Signore, perché tutto è molto faticoso quando si perde il gusto di Dio”, scrive Saint-Exupéry in “Cittadella”. “Chi è attaccato alla vita – sono invece parole di Sergio Quinzio nel suo ultimo libro-intervista – possiede il senso della catastrofe che sovrasta, ma insieme spera che al di là di essa potrebbe finalmente manifestarsi una giustizia, una bontà delle cose”. “La mia voce verso Dio: io grido aiuto! / Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, / nella notte le mie mani sono tese e non si stancano; / l’anima mia rifiuta di calmarsi” (Salmo 77 [76]): quest’inquietudine ci spinge vertiginosamente in alto, non per compiacerci in machiavelliche astrazioni, ma per tendere all’Oltre, al non-ancora detto, al non-dicibile. Al tempo stesso, però, ci immerge ancor più profondamente in noi stessi.

Sovracoperta Il balzo maldestro.indd

Quel desiderio che non ci fa dormire

Grazie a Dio – è proprio il caso di dirlo – non esiste dunque nulla di “oggettivo”, di già dato, di non necessitante di comprensione, accoglienza e ri-elaborazione. Se così non fosse, non esisterebbe sapere umano, perché non esisterebbe libertà di interpretazione, di comprensione delle cose. Se tutto fosse già de-finito, non esisterebbe spazio per la curiosità, il desiderio, per dare senso al reale: non esisterebbe la libertà, quindi nemmeno l’umano. “Solo due tipi di uomini – scrive don Giussani ne “Il senso religioso” – salvano interamente la statura dell’essere umano: l’anarchico e l’autenticamente religioso. La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé”. La bellezza, scrive don Pozza, è “nascosta apposta per accenderci di desiderio. Per ridestare il desiderio di Lui”. L’importante è il cammino, il mettersi in cammino: “Viandante, sono le tue orme / il sentiero e niente più; / viandante, non esiste il sentiero, / il sentiero si fa camminando”, scriveva il poeta Machado. E anche De Andrè in “Khorakhanè” cantava della “stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Appunto sapendo – per dirla con Giovanni Raboni – che “una storia / si fa da sola, e che è empio o almeno incauto / scriversi il finale”. “Lo stupore è stimolo alla scoperta – ci dice don Pozza -, una specie d’insonnia per chi ne viene contagiato”, mentre “essere soddisfatti […] è avere carenza di desiderio […]. Insegnare il fervore, dunque, è fare manutenzione dell’umano”. Abituiamoci quindi a non sentirci mai appagati: “il desiderio metafisico – scriveva Levinas – desidera ciò che sta al di là di tutto quello che può semplicemente completarlo”. Chi ha nostalgia di infinito non è fatto né per avere poltrone troppo comode, né orecchie troppo anestetizzate, né cuori troppo fiacchi per opporsi ai cattivi sentimenti delle masse, ai tiepidi conformismi dettati dalla paura; ma nemmeno per avere muri, per loro natura ciechi.

“Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”: l’Assurdo che può riempirci

Oltre 40 anni fa Francisco “Chico” Buarque si domandava cantando: “Ah, che sarà […] Quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà / Quel che non ha rimedio ne mai ce l’avrà / Quel che non ha misura…”. Citando da Saint-Exupéry quando parla di quelle anatre domestiche attirate dal volo libero delle anatre selvatiche, scrive don Pozza: “il cristianesimo, per me, è tutto qui: custodito in questo ‘balzo maldestro’ provocato dal passaggio di una Presenza […] il cui sguardo provoca ancora oggi, nelle anime cui transita accanto, delle ‘strane maree’ ”. Un salto – per dirla con Kierkegaard – in cui il “già” è fatto di fibre di pane e di carne tra loro amalgamate: “che il Cielo piantasse tenda quaggiù nessuno poteva immaginarlo: era troppo”, sono ancora parole di don Pozza. “E’ bellezza inaudita, inaspettata, fuori misura”. Ma è così la stessa persona, per sua natura in-stabile, dunque sempre tesa all’Eccedente, a quel “cielo nuovo” e a quella “terra nuova” (Ap 21, 1). “Tutte le volte che intendiamo la fede come una conoscenza acquisita o garantita – diceva Quinzio -, siamo già fuori dell’orizzonte della fede”. Quindi dell’umano. È quel che purtroppo fa Mazzarò, ricco possidente siculo, protagonista di una novella del Verga – “La roba” -, quando nel finale, sapendo di dover presto lasciare questa terra, dice: “Roba mia, vientene con me!”. Un desiderio piccolo: Mazzarò con il suo – che è il nostro – sguardo distorto, si fa ingannare dalle cose, ingigantendo ciò che è misero e a breve scadenza, e non vedendo ciò che è già, seppur non-ancora (del tutto). Possiamo, dunque, sognare molto di più, sperare speranze sempre più grandi. Come scrisse Aldo Moro nella sua ultima lettera alla moglie prima di essere ucciso: “vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 31 gennaio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio

 

Siamo tutti stranieri perché siamo tutti ospiti sulla terra

27 Gen

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è iniziata il 18 gennaio con la riflessione del biblista Carmine Di Sante: “ognuno è bisognoso di essere accolto dall’altro”. Altro che “dischiude sempre un diverso rapporto con la verità”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa fragilità, il suo riconoscimento e il conseguente senso di gratitudine: una triade che, se applicata anche nelle piccole cose del quotidiano, può cambiare il mondo, perché a beneficiarne sarebbero, innanzitutto, il rapporto di ognuno con se stesso e quindi i rapporti interpersonali. E’ stato un pomeriggio fruttuoso quello svoltosi nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara lo scorso 18 gennaio. Il primo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto il biblista Carmine Di Sante intervenire su un tema a lui caro, a cui ha dedicato anche quello che è forse il suo libro più celebre: “Lo straniero nella Bibbia”. Dopo l’introduzione di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che ha ricordato anche Maria Vingiani, fondatrice del SAE e pioniera dell’ecumenismo, morta il 17 gennaio a 98 anni -, ha preso la parola Di Sante. Nella sua sfaccettata e affascinante riflessione ha preso le mosse principalmente dal Pentateuco, e dal rapporto fra Dio e gli israeliti, “popolo straniero” (perché a lungo ha vissuto fuori dalla propria patria) e “oppresso”. Da qui, l’analisi della cosiddetta “stranieritudine” da intendere in senso ampio come possibilità di ogni rapporto con l’altro, di ogni relazione interpersonale. Nella stessa Bibbia, l’altro da me dev’essere accolto, e questa è un’idea che ricorre molto spesso nelle Scritture (per fare un esempio: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» – Lv 19,34). “Straniero che – ha affermato il biblista – ci permette di dischiudere un diverso rapporto con la verità”. Quest’accoglienza, inoltre, di per sé esclude ogni tentazione di inglobare, possedere l’altro. L’alterità di quest’ultimo, perciò, riguarda “la fragilità costitutiva di ogni essere umano”, il suo connaturato “essere nel bisogno”, la condizione del mortale in quanto tale, “di chi vive la solitudine, la tristezza, la fame e la disperazione. Tutto ciò richiede dunque non un mero riconoscimento della sua condizione ma che si vada incontro a lui a piene mani, con affetto e prossimità”. Di Sante ha dunque analizzato la “stranieritudine” anche un livello ulteriore, quello più strettamente teologico: “se la terra è di Dio – sono sue parole -, ogni essere umano può abitarci sia come straniero sia come inquilino, sia come sedentario sia come viandante”: insomma, se la terra appartiene a Dio, “allora ne siamo tutti ospiti”. In un senso ‘passivo’, sentirsi ospitati significa sentirsi “accolti, custoditi” – quindi il riferimento è a un bisogno primario di ognuno, che porta a “un senso di stupore e meraviglia, di gratitudine nei confronti di chi ci ospita”. Questa gratitudine, però, se sincera, non può farci diventare passivi approfittatori dell’altrui ospitalità ma “attivi nel desiderio di restituire, ri-donare quel che abbiamo ricevuto”. E’ questo, secondo Di Sante, il significato della giustizia: “l’ospitalità attiva è dunque, nel senso più profondo, giustizia”, è un’azione attiva e concreta che trasforma i rapporti interpersonali, e “dà significato”, più in generale, “al diritto e alla politica”. Inoltre, se si assume questa concezione di ospitalità, non si può non riflettere anche sulla questione ecologica in modo differente. Diverse le riflessioni e gli interrogativi sollecitati dal pubblico (erano una cinquantina i presenti), che hanno permesso al relatore di declinare il tema dell’incontro, ad esempio, anche in riferimento alle questioni delle radici e della paura nei confronti dello straniero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 gennaio 2020

http://lavoce.epaper.digital/it/news

La Voce di Ferrara-Comacchio