In occasione del Giorno della Memoria, l’Eurispes ha reso noto il suo “Rapporto Italia” 2020, nel quale emerge anche un dato inquietante, seppur non del tutto nuovo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, e il 15,6% la nega. Ritornano puntuali, e necessari, dunque, riflessioni su ciò che è stato e sull’utilità di cerimonie e incontri pubblici sempre più simili a stanchi rituali da “consumare” quasi per dovere. La memoria della Shoah, infatti, non può mai diventare “ordinarietà”: “è nella natura delle cose – ricordava Hannah Arendt ne “La banalità del male” – che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando ormai appartiene a un lontano passato”.
Se la memoria è azione
Per noi cattolici la memoria è essenza della nostra fede: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me», sono le parole di Gesù nell’ultima cena (Lc 22, 19). Papa Francesco in “Lumen Fidei” parla della trasmissione della fede nella Chiesa, attraverso la dottrina, la vita e il culto: “La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa”. Per questo, “il credente – scrive il Papa in “Evangelii Gaudium” – è fondamentalmente ‘uno che fa memoria’ “. È su questo “fare” tipico della memoria (del credente e non), che vorrei soffermarmi. Etimologicamente, la memoria è legata alla sollecitudine, e richiama quindi un essere attivo del soggetto, una cura, un’“apprensione”. Hans-Georg Gadamer in “Verità e metodo” definiva la memoria non come una “semplice disposizione o facoltà” ma come qualcosa che appartiene alla “costitutiva storicità dell’uomo”, quindi come qualcosa di non meccanico, ma che presuppone una ricerca da parte del soggetto. “Mèmore” è colui che, attivamente, conserva il ricordo di un fatto, e lo conserva non solo nella mente ma anche nel cuore (oltre che in modo continuo). Memoria è dunque capacità di “ritenere”, nel senso di trattenere qualcosa prendendosene cura, perché ciò che è stato è per sua natura fragile, “corruttibile”: è qualcosa che non si mantiene in vita da sé, ma dev’essere di continuo ravvivato.
L’importanza del discernimento
E’ – inoltre – sempre in un presente che si fa memoria, l’eredità del passato va sempre ri(tradotta) in una situazione diversa. “Quello che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnalo, per possederlo” scriveva Goethe nel Faust. Ritradurre nel presente, quindi, significa fare un’azione di discernimento, letteralmente di “scegliere separando”, tra ciò che va trattenuto e curato, e ciò che invece va non rimosso ma non ripetuto, “ri-tenuto” nel presente. E’ un atto insieme di libertà e responsabilità che non spetta solamente alla collettività ma anche e soprattutto a ogni persona. E per far questo, è necessario rimparare la pazienza: la memoria, infatti, non richiede solo il distacco temporale dai fatti in oggetto, ma un ulteriore periodo necessario per discernere.
Fiducia e speranza, antidoti ai revisionismi
Sempre Gadamer nell’opera sopracitata scriveva: “il ‘ricordo’ (come oggetto) (…) ha in sé qualcosa di prezioso, perché mantiene presente per noi il passato in quanto è una parte di esso che non è passata”. Il passato, dunque, non si perde, ma “rimane presente” grazie al ricordo che lo tiene in vita, non lo fa “passare” del tutto, non lo fa essere “superato”. Nel mantenere i ricordi, naturalmente, le moderne tecnologie legate alla riproduzione di voci e immagini aiutano, e non poco. Ma non sono sufficienti, soprattutto in un’epoca come la nostra contrassegnata da una paura, quella delle cosiddette fake news, una paura “sana” e giustificata ma che ha come propria deformazione quella del “complottismo” come forma di revisionismo: un sospetto che, se diventa ossessione, porta a tragiche e ben note conseguenze. In un’epoca in cui il revisionismo è un pericolo concreto, tornano utili – pur nella loro radicalità – le parole di Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione”: la memoria, scriveva, può essere “sovversiva” perché “richiama il terrore e la speranza dei tempi passati”. Terrore e speranza: per riconoscerli come tali serve lucidità, serve la ricerca storica: seppur ci si muova nell’ambito delle scienze “inesatte”, non tutti possono essere “scienziati”, non tutti possono indagare allo stesso modo ogni documento, ogni segno del passato. Per questo, nella trasmissione della memoria vi è sempre, inevitabilmente, una parte di affidamento, di fiducia nell’onestà e nelle competenze di chi ce l’ha tramandata. Il resto sta a noi, quell’azione fondamentale del “fare” memoria spetta a ognuno, il saper sviluppare il più possibile una capacità di discernimento di ciò che riceviamo. Per questo, appunto, la memoria è sempre un gesto attivo, una scelta, una responsabilità. E la responsabilità è qualcosa di rivolto anche all’avvenire. Papa Francesco nell’enciclica “Lumen Fidei” parla della fede di Abramo come di “un atto di memoria” della promessa fattagli da Dio. Memoria che, però “non fissa nel passato”, scrive il Pontefice, ma “diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via”: la fede è, dunque, “memoria del futuro, memoria futuri”, è “strettamente legata alla speranza”. Una speranza attiva, per impedire che gli orrori del passato non si ripetano più, certi che il male non avrà l’ultima parola.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 febbraio 2020
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Crocifisso sì o no? E l’ora di religione è giusto mantenerla nella sua forma attuale? Su problematiche come queste, particolarmente delicate e complesse, il confronto diretto può aiutare, se non a dare soluzioni definitive, perlomeno a chiarire le rispettive posizioni. E’ quello che è accaduto nel pomeriggio dello scorso 1° febbraio, quando in Sala della Musica di via Boccaleone a Ferrara si è svolto il dibattito, organizzato dall’UAAR Ferrara sul tema “Scuola laica: diritto allo studio ed alla libertà religiosa”. Si sono confrontati – moderati dalla giornalista Tania D’Ausilio – Roberto Grendene (segretario nazionale UAAR), Lidia Goldoni (presidente del Comitato Insegnanti Evangelici in Italia), mons. Vittorio Serafini (direttore del Servizio diocesano Insegnamento della Religione Cattolica) e Paola Lazzari (insegnante di religione cattolica). S. Messa in orario scolastico Ha sollevato non poche polemiche la S. Messa celebrata lo scorso 20 dicembre all’IC Perlasca di Ferrara in orario di lezione. “La normativa non la prevede – ha commentato mons. Serafini -, se non in orari diversi da quelli delle lezioni e se richiesto da genitori o dal Consiglio d’Istituto. Spesso presidi e insegnanti di religione non conoscono le leggi e i regolamenti, per questo lo stesso Vescovo mi ha consigliato di predisporre un vademecum al riguardo”. La scelta è stata giudicata “non pertinente” da Grendene e “inopportuna” da Lazzari. Crocifisso nelle scuole pubbliche “Il crocifisso è segno di generosità e dedizione, per cui non va certo imposto”, ha invece commentato su questo tema mons. Serafini. “Se non è nel cuore, non ha senso appenderlo al muro”. “Una scuola non è più o meno laica se nelle proprie aule accoglie il crocifisso”, è stato invece il commento di Lazzari. “Detto questo, è differente il lasciarlo quando c’è o volerlo appendere laddove non è presente”. “Gesù non ha mai voluto imporre la propria presenza”, è stata la riflessione di Goldoni. “La Chiesa cattolica dovrebbe protestare contro questa strumentalizzazione, contro questo modo empio di usare il crocifisso”. Per Grendene il fatto che nelle scuole pubbliche non siano presenti simboli né religiosi né politici è “di semplice giustizia”. L’ora di religione Al riguardo mons. Serafini ha ribadito come l’ora di religione “è un diritto e riguarda una scelta personale”, e ci ha tenuto a sottolineare come “gli insegnanti di religione normalmente sono seri professionisti, persone molto preparate e la loro competenza, ad esempio nella nostra Diocesi (dove sono un centinaio, ndr), è spesso riconosciuta dai presidi”. Detto questo, “l’ora alternativa non può essere lasciata a casaccio, come purtroppo spesso accade”. “E’ giusto che esista l’ora alternativa – sono state parole di Lazzari – ma l’ora di religione non è né catechismo né indottrinamento: in essa spesso vengono spiegate anche le altre religioni, e i loro legami con altre discipline”. “Noi insegnanti evangelici – è intervenuta Goldoni – proponiamo di usare meglio e in altri modi l’ora alternativa a quella di religione” e “non accettiamo che ad esempio la storia nostra confessione venga insegnata da un insegnante cattolico o comunque non evangelico”. Infine, per Grendene “esistono non pochi casi in cui durante l’ora alternativa o si approfondiscono materie curricolari o si fanno utili proposte formative differenti. In ogni caso, non è giusto che sia il Vescovo a indicare gli insegnanti di religioni, stipendiati dallo Stato”.
Il realismo del sogno e il conseguente perturbante sentimento di una visione notturna: Samuel Moretti è un promettente artista originario di Mesola, che fino al prossimo 23 febbraio espone una serie di incisioni nella Galleria del Carbone di Ferrara. Nel tardo pomeriggio di sabato 1° febbraio, l’inaugurazione della mostra con la presentazione di Laura Gavioli, che ha redatto anche il testo in catalogo (disponibile in Galleria). Nell’esposizione intitolata “La libertà dello sguardo e la persistenza dell’emozione”, è possibile ammirare una ventina di opere a puntasecca di quest’artista classe ’80, diplomato al Conservatorio Frescobaldi e approdato all’arte grazie a Pietro Lenzini. Dieci anni fa il debutto in diverse collettive a Ferrara, Reggio Emilia, Milano. Dal 2010, tante le partecipazioni a collettive e alcune personali. L’anno scorso nella chiesa di Santa Maria della Misericordia a Castel Bolognese ha esposto la sua mostra dal titolo “Percorsi di luce. Le 14 stazioni della Via Crucis”. In parete al Carbone si possono trovare i “luoghi dell’anima” di Moretti: spaccati del bosco della Fasanara, il Castello di Mesola, ma anche alcuni relitti lignei spiaggiati.
E’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.
Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.
Un’esistenza tanto misteriosa quanto posata, una personalità – al tempo stesso raffinata e passionale – artefice di alcuni dei capolavori assoluti della storia dell’umanità.
I loro hijab (i veli), uno bianco e uno nero, circondano volti al tempo stesso vivaci e posati, abituati al confronto e “pazienti” nel sopportare le troppe domande di chi, come il sottoscritto, le interroga su questioni riguardanti la loro identità. Identità, quella di Khadija Lahmidi e Nadia Ziani, chiara ma non esclusiva, e che le due ragazze vivono prevalentemente, dal 2018, nel gruppo ferrarese della ONG “Islamic Relief” (IR), organizzazione benefica nata nel 1984 nel Regno Unito e oggi operante in 40 Paesi in tutto il mondo per fornire acqua, cibo, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione, nonché per portare aiuto in caso di catastrofi (ad esempio, in Australia nei recenti casi di incendi o in Italia nel 2009 durante il terremoto in Abruzzo). Nadia, marocchina ma nata in Italia, originaria del vicentino, frequenta il IV° anno di Medicina a Ferrara, mentre Khadija, nata in Marocco e trasferitasi in Italia quando aveva 6 anni, è impegnata in una cooperativa sociale di Sermide, località dove vive, ed è iscritta a Giurisprudenza nella nostra città.
Una delle fondatrici del gruppo di IR a Ferrara è invece Malek Fatoum, nata e cresciuta nella nostra città da genitori di origine tunisina, iscritta alla Facoltà di Ingegneria e impegnata anche nell’associazione “Occhio ai media”: “sei anni fa – ci racconta – io e mia sorella Amira veniamo in contatto con una volontaria del gruppo di Bologna che ci racconta di questa realtà di cui fa parte e noi, affascinate dall’idea, decidiamo di fondare un gruppo anche nella nostra città facendo passaparola tra amici e conoscenti”. A Ferrara IR attualmente conta una cinquantina di giovani aderenti che si ritrovano solitamente, ci spiega ancora Malek, “una volta mese (in sale della parrocchia di Sant’Agostino o in altre messe a disposizione dal Comune) per programmare e organizzare eventi di raccolta fondi umanitari e per gestire attività utili all’intera comunità, come per esempio il doposcuola per i bambini che hanno bisogno di supporto nella preparazione dei compiti”. Riguardo agli eventi pubblici, “l’ultimo da noi organizzato – ci raccontano Khadija e Nadia – si è svolto lo scorso novembre, una cena solidale alla quale hanno partecipato non solo islamici”. Sì, perché IR, nonostante la sua ispirazione ben precisa, è aperta a chiunque ne condivida i valori di fratellanza e solidarietà. Tanti, però, “sono i pregiudizi nei confronti dell’islam, dettati perlopiù dalla paura, lo sperimento anche nella mia Facoltà”, ci spiega Khadija. Ma si può vedere il bicchiere mezzo pieno: “dallo scorso dicembre noi studenti musulmani possiamo pregare in un’aula interna alla biblioteca del Dipartimento, grazie all’interessamento del Direttore Negri”. Il confronto con i “non musulmani” per loro sarebbe impensabile senza il continuo dialogo interno a IR: “tra volontari – sono ancora parole di Khadija – ci ritroviamo liberamente per ragionare e dialogare su tematiche riguardanti la nostra appartenenza di fede. Non vogliamo, infatti, ripetere meccanicamente le cose che abbiamo imparato, come alcuni musulmani fanno”. Limite, quest’ultimo – le spiego -, purtroppo anche di non pochi cattolici. “Ognuno è libero di usare il proprio intelletto, il proprio senso critico – interviene Nadia -, non bisogna accettare le cose passivamente. Ad esempio, io porto il velo dal 2016, ma prima ho voluto approfondire perché molte donne musulmane fanno questa scelta. Per me indossarlo è un semplice atto di modestia e di pudore, simile a quello di Maria di Nazareth, e serve a fare in modo che l’attenzione di chi mi guarda non cada sulle mie forme fisiche ma sulle mie virtù. Sapendo, comunque – prosegue -, che l’abito non fa il monaco, e che quindi non basta indossare il velo per essere virtuose”. “E’ vero, non ha senso indossarlo solo per tradizione – ci spiega Khadija -, io lo porto dall’età di 17 anni: per me è una forma di testimonianza”.
Giovane, maschio e lavoratore: è questo l’identitkit della maggioranza dei musulmani che settimanalmente frequentano la moschea di via Traversagno a Ferrara, zona Mizzana. Con un aumento, negli ultimi anni, di richiedenti asilo subsahariani. A spiegarcelo è Hassan Samid, 33 anni, nato in Marocco e trasferitosi in Italia coi genitori quando aveva sei anni, dal 2017 (e appena rinconfermato per un altro biennio) presidente dell’Associazione “Centro di cultura islamica di Ferrara e provincia” che dirige la comunità. L’Associazione nasce nel ’98 ma i primi gruppi di musulmani nella nostra città risalgono a circa 40 anni fa, ritrovandosi prima in una sede in via Scandiana, poi in un’altra in Foro Boario, e infine nel 2011 con il trasferimento nell’ex capannone industriale di via Traversagno, acquistato e trasformato grazie anche al finanziamento di 100mila euro da parte della Qatar Charity, e con la mediazione dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia). Ricordiamo che altre comunità musulmane nel nostro territorio sono in via Oroboni (un Centro guidato dall’Associazione Pakistani ferraresi), in zona Barco, a Portomaggiore, Argenta, Bondeno, Copparo e Cento. “Normalmente – ci spiega Samid – circa 150/180 persone frequentano la preghiera del venerdì, e oltre 200 nei venerdì festivi o durante il mese del ramadan. Generalmente sono nordafricani, albanesi, subsahariani e mediorientali. L’età media è inferiore ai 40 anni, con una prevalenza di uomini rispetto alle donne”, prosegue. “Principalmente sono lavoratori, ma non pochi sono studenti e studentesse”. Gli chiediamo se negli anni ha visto cambiare il tipo di persone che frequentano la moschea: “sì, c’è stato un aumento notevole di ragazzi subsahariani richiedenti asilo. Anche se da un anno circa ne vediamo umeno, forse per certe politiche che hanno messo in crisi i sistemi di accoglienza. Sono in aumento anche gli studenti universitari nordafricani”. Nella sede, oltre alle cinque preghiere quotidiane e alla preghiera e sermone del venerdì, viene insegnata ai bambini la lingua araba (“attualmente abbiamo tre classi con circa 20 studenti ciascuna”), oltre a lezioni religiose rivolte a uomini e donne. Inoltre, ci spiega ancora Samid, “si rivolgono spesso a noi persone bisognose: cerchiamo di aiutarle con le pochissime risorse a disposizione, dando la priorità a famiglie con figli piccoli o malati”. Per quanto riguarda i rapporti con la città, sono buoni da diversi anni, e ottime sono le relazioni con la parrocchia di Mizzana e con quella di Sant’Agostino. “Tanto piacere – commenta ancora Samid – ci ha fatto l’anno scorso il messaggio che mons. Perego ha rivolto ai musulmani di Ferrara in occasione del ramadan. L’incontro tra cattolici e musulmani del 4 febbraio a Casa Cini è importante – conclude – perché oggi più che mai c’è bisogno di momenti come questo. Il documento di Abu Dhabi (siglato un anno fa dal Papa e dal Grande Imam, ndr) contiene riflessioni importanti, che tocca a noi sviluppare e rendere vive. Se poi guardiamo la cronaca e la dialettica politica nel nostro Paese, ci rendiamo conto che eventi come questo assumono un’importanza ulteriore, anche se le comunità religiose devono riuscire nel difficile intento di rendere queste occasioni patrimonio di tutta la cittadinanza”.
E’ stata la la Chiesa Battista di via Carlo Mayr – guidata dal pastore Emanuele Casalino – a ospitare il primo dei quattro momenti di preghiera della Settimana di unità dei cristiani nella nostra Diocesi, sul tema “Forza: spezzare il pane per il viaggio”. Padre Oleg Vascautan (alla guida della locale comunità Ortodossa moldava), ha tenuto la meditazione: come emerge dal Vangelo del giorno (la moltiplicazione dei pani e dei pesci), “a Gesù interessa la persona nella sua interezza, corpo, anima e spirito, nulla di noi andrà peso”, e Lui stesso “ci indica l’importanza dell’impegno personale, del sporcarsi le mani” (“Voi stessi date loro da mangiare”): insomma, “ci chiede il dono totale di noi stessi”. In conclusione, “il pane rappresenta l’essenziale, il nutrimento vitale, e perciò ha la precedenza rispetto a ogni ragionamento sulla libertà”.
Quale modo migliore per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che quello di leggere insieme il Vangelo? Il 26 gennaio si è svolta per la prima volta in tutta Italia la Domenica della Parola, indetta per volontà del Santo Padre Francesco. A Ferrara la sera del 26 le varie confessioni cristiane si sono ritrovate nella chiesa di Santo Stefano per la lettura a più voci del Vangelo secondo Matteo. Questi i lettori che si sono alternati: rappresentanti dell’Ufficio famiglia diocesano, alcuni giovani studenti universitari, Gianni Cucinelli (Chiesa Battista), Padre Ioan Batea (Patriarcato Ortodosso di Bucarest), Padre Vasyl Verbitzskyy (Chiesa Greco-Cattolica Ucraina), Anna De Rose (Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII), Cristina Ferrari (Azione Cattolica), Rosanna Ansani, Beppe Graldi (Focolarini), coniugi Miglioli, Leonardo Gallotta (Alleanza Cattolica), Francesca Ferretti (AGESCI), un rappresentante MASCI, Nicola Martucci (Azione Cattolica), un rappresentante del Movimento Rinascita Cristiana e Chiara Ferraresi (Azione Cattolica). Infine, ricordiamo che mons. Perego ha celebrato la S. Messa delle ore 18 nella Basilica di S. Francesco: al termine della liturgia, ha consegnato una copia della Bibbia ad alcune persone, in rappresentanza delle espressioni della nostra Diocesi: due coniugi catechisti, una bisnonna di Azione Cattolica, una famiglia originaria del Camerun, un giovane scout, una religiosa, due insegnanti, una coppia di fidanzati e un diacono.

La fragilità, il suo riconoscimento e il conseguente senso di gratitudine: una triade che, se applicata anche nelle piccole cose del quotidiano, può cambiare il mondo, perché a beneficiarne sarebbero, innanzitutto, il rapporto di ognuno con se stesso e quindi i rapporti interpersonali. E’ stato un pomeriggio fruttuoso quello svoltosi nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara lo scorso 18 gennaio. Il primo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto il biblista Carmine Di Sante intervenire su un tema a lui caro, a cui ha dedicato anche quello che è forse il suo libro più celebre: “Lo straniero nella Bibbia”. Dopo l’introduzione di Marcello Panzanini, alla guida dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che ha ricordato anche Maria Vingiani, fondatrice del SAE e pioniera dell’ecumenismo, morta il 17 gennaio a 98 anni -, ha preso la parola Di Sante. Nella sua sfaccettata e affascinante riflessione ha preso le mosse principalmente dal Pentateuco, e dal rapporto fra Dio e gli israeliti, “popolo straniero” (perché a lungo ha vissuto fuori dalla propria patria) e “oppresso”. Da qui, l’analisi della cosiddetta “stranieritudine” da intendere in senso ampio come possibilità di ogni rapporto con l’altro, di ogni relazione interpersonale. Nella stessa Bibbia, l’altro da me dev’essere accolto, e questa è un’idea che ricorre molto spesso nelle Scritture (per fare un esempio: «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» – Lv 19,34). “Straniero che – ha affermato il biblista – ci permette di dischiudere un diverso rapporto con la verità”. Quest’accoglienza, inoltre, di per sé esclude ogni tentazione di inglobare, possedere l’altro. L’alterità di quest’ultimo, perciò, riguarda “la fragilità costitutiva di ogni essere umano”, il suo connaturato “essere nel bisogno”, la condizione del mortale in quanto tale, “di chi vive la solitudine, la tristezza, la fame e la disperazione. Tutto ciò richiede dunque non un mero riconoscimento della sua condizione ma che si vada incontro a lui a piene mani, con affetto e prossimità”. Di Sante ha dunque analizzato la “stranieritudine” anche un livello ulteriore, quello più strettamente teologico: “se la terra è di Dio – sono sue parole -, ogni essere umano può abitarci sia come straniero sia come inquilino, sia come sedentario sia come viandante”: insomma, se la terra appartiene a Dio, “allora ne siamo tutti ospiti”. In un senso ‘passivo’, sentirsi ospitati significa sentirsi “accolti, custoditi” – quindi il riferimento è a un bisogno primario di ognuno, che porta a “un senso di stupore e meraviglia, di gratitudine nei confronti di chi ci ospita”. Questa gratitudine, però, se sincera, non può farci diventare passivi approfittatori dell’altrui ospitalità ma “attivi nel desiderio di restituire, ri-donare quel che abbiamo ricevuto”. E’ questo, secondo Di Sante, il significato della giustizia: “l’ospitalità attiva è dunque, nel senso più profondo, giustizia”, è un’azione attiva e concreta che trasforma i rapporti interpersonali, e “dà significato”, più in generale, “al diritto e alla politica”. Inoltre, se si assume questa concezione di ospitalità, non si può non riflettere anche sulla questione ecologica in modo differente. Diverse le riflessioni e gli interrogativi sollecitati dal pubblico (erano una cinquantina i presenti), che hanno permesso al relatore di declinare il tema dell’incontro, ad esempio, anche in riferimento alle questioni delle radici e della paura nei confronti dello straniero.