Tag Archives: Chiesa Cattolica

Dramma e salvezza: a San Giacomo Apostolo l’arte del gesuita Anselmo Perri

29 Set

“Nzermu. Accesa è la notte. Una biografia per immagini” è il progetto (mostra e documentario) che inaugura il 30 settembre all’Arginone. Ecco chi era l’artista-religioso 

di Andrea Musacci

Un piccolo crotonese, un operaio del Sud più povero che cerca fortuna nelle fabbriche del Nord e vi trova, invece, Cristo. Fra le nebbie delle nostre terre e i fumi delle industrie chimiche, Anselmo “Nzermu” Perri cercava una via a lui consona per fondare una società socialista, e invece trovò molto di più, quella fiamma della fede che non si spegne. E la troverà, lui pittore, anche attraverso la forma artistica, una passione che mai lo abbandonerà.

A questo gesuita speciale, tornato alla Casa del Padre nel dicembre 2021, l’Ufficio Comunicazioni Sociali (UCS) della nostra Arcidiocesi insieme all’Associazione “Amici di Nzermu” (nata nel 1986 e presieduta da Giovanni Dalle Molle) dedica un progetto espositivo che verrà inaugurato il 30 settembre alle ore 20.30 nella chiesa di S. Giacomo Apostolo a Ferrara. Per l’occasione, il Vicario Generale e Direttore dell’UCS mons. Massimo Manservigi presenterà il suo nuovo documentario “Nzermu accesa è la notte”. Ma chi era padre Anselmo?

DA OPERAIO MILITANTE AD ARTISTA E UOMO DI DIO

Anselmo Perri nasce nel 1931 a Strongoli, nel crotonese, in una famiglia numerosa e in una terra arida di possibilità di riscatto. «Già da ragazzo – racconta nel documentario “Luci dell’anima” di Luigi Boneschi – dipingevo di notte perché mia madre non vedeva bene questa mia eccessiva passione. Dalla “Domenica del Corriere” amavo copiare le famose tavole». Dopo aver lavorato come operaio a Crotone, nel ’49 si trasferisce a Ferrara, dove lavora alla Montecatini, e poi a Ravenna. Il suo lavoro è strettamente connesso con la militanza politica e sindacale comunista. «La mia prima abitazione a Ferrara fu in un’ex caserma bombardata (l’ex Caserma “Gorizia”, ndr), dove c’erano in genere ex sfollati, prostitute. E anche lì quindi avevo difficoltà a dipingere di giorno, perché l’ambiente non me lo consentiva». Nel 1956, la sua prima mostra personale, al “Ridotto” del Teatro Comunale di Ferrara.

Ma è a inizio degli anni ’60 che matura in lui la conversione che lo porterà nel ’63 a entrare nella Compagnia di Gesù. Una scelta per nulla scontata. A quei tempi, da molti – racconta – «la Chiesa era vista come nemica del popolo. Entrando nella Compagnia di Gesù constatai che non era assolutamente vero quello che si diceva dei preti». In fabbrica vi erano due gesuiti come cappellani. «Ricordo bene che una volta un mio collega operaio mi disse: “vedi che quei due non fanno niente…”, e io gli risposi: “piuttosto che diventare prete mi sparo!”». Ma nel tempo «dentro di me maturava un desiderio profondo di volermi dedicare in modo diverso alle persone». Anselmo constata che i due gesuiti «erano persone oneste, rette e molto aperte, io pensai quindi che bisognava convertirli al comunismo. Ma la cosa si è verificata in modo inverso…». Dopo un periodo trascorso in Brasile come missionario dal ’65 al ‘67, va a Urbino, Napoli (dal ’68 al ’71, dove studia teologia e viene ordinato sacerdote), Ferrara e poi definitivamente a Bologna (dagli anni ’70), dove fonda la “Comunità Giovanile” nella “Casa Cavanna” dei gesuiti in via Guerrazzi (oggi sede del Centro Astalli e del Centro Poggeschi), dove dagli inizi degli anni ’90 pone anche una Vetrina Figurativa con le sue opere, senza intenti commerciali. In questa Comunità autogestita, Perri ospiterà prima gli operai meridionali emigrati al Nord, poi i giovani extracomunitari (soprattutto georgiani) venuti per studiare, ma anche ex tossici. Una Comunità speciale dove ogni ospite si abitua a una vita sobria, fatta di condivisione, in pieno spirito evangelico. 

Fra le sue varie mostre in Italia e all’estero (fra le quali due in Georgia), nella primavera del ‘92 Perri ha esposto una sua personale a Casa Cini, curata da don Franco Patruno e con il contributo di Angelo Andreotti, mentre nel 2012 ha portato la sua “Scintille di un unico fuoco”, con catalogo, su più sedi tra Ferrara e Ro Ferrarese. Quest’ultima venne curata da Giovanni Dalle Molle, che nella sua “Casa di Ro” ha allestito una sala espositiva permanente con le opere di padre Perri, e che da lui venne accolto, giovane studente, proprio a “Casa Cavanna”.

IL DOCUMENTARIO E LA MOSTRA A S. GIACOMO APOSTOLO

Il documentario “Accesa è la notte” – come ci spiega il suo autore – intende essere «una riflessione su Nzermu, a poca distanza dalla morte, quasi a caldo, attraverso alcune testimonianze di chi l’ha conosciuto e amato, con l’intento di dare qualche spunto per la comprensione della ricca e articolata figura di un uomo, artista e religioso, che ha cercato un dialogo tutto suo con l’intera umanità, in un tempo segnato da migrazioni apocalittiche, disorientamento e sofferenza di proporzioni bibliche». L’iniziativa parte dagli “Amici di Nzermu” per rilanciare la sua figura e la sua produzione artistica immeritatamente poco conosciuta, presentandola al grande pubblico, e portando l’evento di Ferrara anche in altre città (fra cui Bologna, Roma e Crotone).

Il documentario e il relativo progetto espositivo rappresentano, dunque, un tentativo di «fare sintesi della personalità di padre Perri oltre la sua esistenza terrena». Esistenza, la sua, come cammino in cui rappresentazione artistica e ricerca di Dio arrivano ad incontrarsi per intrecciarsi e mai più lasciarsi. Da questo abbraccio, e da una provocazione di Dalle Molle, nasce la sfida di portare l’arte di padre Perri all’interno di una chiesa. Sfida raccolta dalla nostra Arcidiocesi e in particolare dall’UCS.

Un progetto, “Accesa è la notte”, pensato anche per le scuole e in generale per i giovani, ai quali lo stesso padre Perri era particolarmente legato, lasciando, nei commossi ricordi di molti ragazzi da lui accolti a “Casa Cavanna”, la parola “padre” a lui rivolta come segno di profonda gratitudine.

NELL’“ERRARE” DEI SEMPLICI ABITA LA SALVEZZA

Era un’arte antiborghese, quella di padre Perri, una sorta di teologia resa attraverso la creazione artistica. Nel catalogo della mostra alla Porta degli Angeli, lui stesso critica l’arte informale, definendola «un alto, geniale artigianato mentale, con funzione estetica ornamentale», «come lo è un geniale tappeto». L’arte autentica, invece, ha come scopo quello di «fotografare in modo impietoso, con crudo “realismo”, l’instabilità del nostro tempo». 

Ambienti cupi, ma come attraversati da un fuoco sempre vivo, dominano le sue tele, ricche – nelle varie fasi – delle cromìe aride e infuocate o di quelle – via via, dopo la sua conversione – sempre più lucenti. La vita è quel flusso che le attraversa, è la fiamma dello Spirito. Sui volti, nei corpi, il segno dell’ingiustizia, della passione. Il sangue, in un vortice eterno, avvolge le figure, apparentemente inghiottite nel loro smarrimento, ma in realtà mai del tutto perdute, sempre in ricerca, in un cammino costante, in quella condizione che appartiene a ogni donna e a ogni uomo perché, come diceva lui stesso, «siamo tutti clandestini sulla terra», in attesa di abitare nella casa del Padre.

La dimensione esistenziale di queste folle inquiete è la stessa vissuta nella carne dall’immigrato Anselmo. Un’esperienza di sofferenza trasfigurata nelle sue opere drammatiche che risaltano per la forte espressività. Come ha dichiarato nel sopracitato documentario di Boneschi, «il modello al quale ho sempre guardato – nel passato inconsapevolmente, oggi con delle chiarezze dentro di me – sono i semplici. I semplici sono quelli destinati a essere salvati, a salvarsi».

Questo vagare sofferto – oggi come ieri – è quello di un popolo smarrito, della persona che vive la perdita – della propria terra, delle sicurezze che credeva immutabili -, e che in questo errare, però, incontra sempre una nube di luce che su di lui vigila e un volto, quello di Cristo, nel quale ritrovarsi, accolti da quella Promessa che non delude.

Pubblicato sulla “Voce” del 29 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Mons. Mosconi Vescovo a Comacchio, tra miseria e Verità nella Carità

15 Set

Il nuovo volume di Alberto Fogli racconta l’episcopato in quella che nei primi anni ’50 era una delle Diocesi più povere d’Italia.Il ritratto di un pastore che ha lasciato il segno

di Andrea Musacci

Le cene durante il Concilio con Montini e Ratzinger, il rischio di finire in un campo di concentramento, il pranzo assieme a 400 poveri. Sono solo alcuni aneddoti riguardanti mons. Natale Mosconi, Vescovo di Comacchio dal 1951 al 1954 e poi di Ferrara fino al 1976. 

Questa complessa personalità è delineata nell’ottimo libro in uscita dal titolo “Natale Mosconi. Il vescovo del paludoso Delta Padano e della riforma agraria” (Ediz. San Paolo, 2023). Il volume di Alfredo Alberto Fogli, con la prefazione del nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, come si evince dal titolo si concentra sul Mosconi Vescovo di Comacchio (dove tornò dal ’69 come Amministratore Apostolico). Un triennio particolarmente intenso quello nell’allora «Diocesi più povera d’Italia», iniziato con l’avvio della bonifica da parte dell’Ente Delta Padano di un territorio di 21.000 ettari che darà lavoro a numerosi braccianti agricoli locali e veneti. Da qui, il problema della casa, del lavoro, delle scuole e degli asili per questa povera gente. La riforma agraria come necessità, e poi, sempre nel ’51, la tremenda alluvione nel Polesine. E la nascita del Settimanale della Diocesi, “La Croce”.

VERITÀ E CARITÀ TRA LORO FUSE

Fogli nel suo volume riflette in modo particolare su come nell’episcopato di Mosconi fossero fra loro intrecciate Verità e Carità: «sapeva soffrire per la povertà della sua gente, povertà alla quale non riusciva a rassegnarsi ed era inflessibile nei confronti della mancanza di Carità e dell’indifferenza verso la Verità rivelata (“Caritas in Veritate” cinquant’anni prima!..). La sua formazione lo vedeva molto vicino alle posizioni pastorali di don Primo Mazzolari». Mons. Mosconi era «specialmente e sopra tutto, un assertore e difensore della verità cristiana, che riteneva l’unica via per salvare l’uomo e la Società dalla inevitabile disgregazione morale e spirituale». L’analisi dei mali della società contemporanea era spesso impietosa: il mondo attuale – scriveva il Vescovo – «è un mondo di infermi che non conoscono le loro infermità. Sono anime ammalate ingannate da Satana, dai sensi, dalle ideologie del mondo. Bisogna salvarle queste povere anime, ma per salvare le anime bisogna soffrire con le anime». Ancora una volta, dunque, nessun altezzoso distacco ma tanto la franchezza quanto la com-passione di un Vescovo. «Lavorerò», «pregherò» e «soffrirò con voi», disse al suo arrivo a Comacchio.

CONTRO IL FASCISMO

La personalità e il coraggio dell’annuncio di certo non mancavano nemmeno al giovane Mosconi, prete nella Diocesi di Cremona. Nel 1936 viene incaricato della direzione del Settimanale della Chiesa locale. Fin da subito, scrive parole dure contro il nazismo. «Mosconi scrive come parla: martellante, su un’opinione pubblica sempre più divisa tra consenso e dissenso. Inevitabile lo scontro con il regime fascista di Farinacci. Donde le polemiche, le diffide, ed i minacciati sequestri che giungono nel 1937». Tra i suoi collaboratori vi è don Primo Mazzolari: «due penne di primo piano del cattolicesimo cremonese. Giornalisti scomodi e rocciosi. Il primo sequestro del settimanale avviene il 5 marzo 1937». 

Fogli cita un ricordo dell’ex segretario particolare di Mosconi, una confidenza dello stesso Vescovo: «dopo gli inutili interventi e sequestri del settimanale diocesano, Farinacci aveva deciso l’arresto e l’internamento in campo di concentramento del direttore Mosconi. L’intervento deciso e determinato del card. Ildefonso Schuster risolse la spiacevole situazione. Ma don Natale deve lasciare la direzione del giornale. Anche parte del clero cremonese lo vuole. La parte più collusa con il regime». E negli anni della guerra (1940-45) don Mosconi sarà protagonista della Resistenza dei cattolici cremonesi al regime fascista e alla repubblica di Salò.

MISERIA E DIGNITÀ DI UN POPOLO

«Va in una terra di grande miseria quale lei non ha mai visto. Situazione cancrenosa. La gente di Comacchio non ha più speranza. Non crede nella solidarietà sociale». Con queste parole schiette, Pio XII assegna l’incarico a mons. Mosconi. Scrive Fogli: «qui mancavano attività commerciali, artigianali e industriali. Tutto si riduceva all’agricoltura, per lo più gestita da grosse società, e alla pesca valliva e marina. Ma anche questa opportunità di lavoro risultava precaria e saltuaria e anche poco pagata. Le valli erano gestite da Consorzi e dal Comune offrendo ai più, lavoro di tipo stagionale. Il pesce era il cibo dei poveri i quali, per sfamare le loro famiglie spesso numerose, ricorrevano alla pesca di frodo». In molte zone della Diocesi comacchiese «scarseggiavano persino l’acqua e l’elettricità. Le abitazioni erano misere, malsane e insufficienti per il numero dei componenti la famiglia. È così che questa parte del mondo ferrarese veniva accostata alle zone più povere del meridione italiano». 

Per questo, mons. Mosconi sul Bollettino diocesano parla di «terra di missione»: «perché la parrocchia dove esiste non influisce che in piccolissima proporzione sulla massa degli abitanti; per l’abbandono pauroso in cui tante zone sono state lasciate; per la mancanza di quel minimum di fattori di civiltà che sono insieme elementi essenziali di vita: acqua e case e imprese».

Da qui, nascerà anche l’idea di un nuovo seminario, inaugurato «non con taglio di nastri, ma con un pranzo offerto a quattrocento poveri perché un seminario nato dalla carità doveva inaugurarsi con un atto di amore ai poveri». E lo stabile del vecchio seminario decide di trasformarlo in un orfanotrofio per i ragazzi di sesso maschile di età compresa fra i 6 e i 14 anni (ne esisteva già uno per le bambine).

Mosconi, inoltre, «appoggia il progetto di bonifica delle terre vallive e preme perché parta presto. Si impegna a fondo perché l’acqua potabile arrivi in tutte le famiglie sia pure attraverso una forma primaria di approvvigionamento. Favorisce lo sviluppo di una nuova coscienza sociale improntata alla reciproca solidarietà in cui ciascuno si senta prossimo secondo il dettato evangelico. Predica contro i cattivi costumi sociali e contro le strutture che li sostengono senza mai condannare le singole persone». E difende la riforma agraria, una riforma «capace di cambiare una strana situazione che vedeva alcune multinazionali, autentiche proprietarie dei terreni coltivabili, lasciare fuori da ogni prospettiva di miglioramento economico e da possibilità di un lavoro a conduzione in proprio, migliaia di agricoltori». Un esperimento concreto di «civiltà contadina cristiana», con borgate rurali dove ci fossero, oltre le case, chiesa, asilo, scuola, bar e sede della cooperativa.

DAI “NO” A PAOLO VI AL MOCCOLO DEI BAMBINI

«Temperamento focoso e inquieto, mai domo, molto severo con sé stesso e con gli altri. Esigente e volitivo come nessuno. Determinato fino alla testardaggine. Autorevole e a volte autoritario fino all’antipatia ma sempre disposto a scusarsi se comprendeva di avere umiliato qualcuno». Così, Alberto Fogli abbozza il carattere del Vescovo Mosconi, in un volume dove non mancano anche aneddoti interessanti. Come quelli sul rapporto con Montini/Paolo VI: «Una stima talmente profonda che – afferma l’ex segretario di Mosconi, mons. Guido Rossi – durante il Concilio li vedeva a cena insieme due volte la settimana. (…) Una stima che si espresse da parte di papa Paolo VI, prosegue mons. Rossi, con l’offerta dell’incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Mons. Mosconi declinò l’offerta affermando che lui era fatto per essere vescovo diocesano e non per la Curia. Nel 1965, poi, papa Montini gli offrì la cattedra arcivescovile di Torino. Mosconi accettò ma a condizione di non essere nominato cardinale. E ciò impedì il suo trasferimento». Ancora mons. Rossi raccontava: «durante lo svolgimento del Concilio don Ratzinger venne a pranzo almeno dieci volte da mons. Mosconi presso le Carmelitane di Monte Mario dove soggiornavamo». «Un giorno don Joseph mi disse: “ha un arcivescovo intelligentissimo, di una cultura rara”». 

Ma in quelle cene romane con due futuri Pontefici c’era lo stesso Mosconi capace di “abbassarsi” – anche letteralmente – ai più piccoli. Scrive Fogli: «spesso, passando per le vie di Comacchio (o di altre località diocesane), gli piaceva intrattenersi con le persone, specie anziane, ammalate, povere e con ragazzi e bambini. Non di rado notava questi ultimi con vestiti in disordine, scarpe slacciate e moccolo al naso. Allora si fermava, distribuiva loro qualche caramella e prima di riprenderli, si coricava ad allacciare le scarpe e a soffiare loro il naso ed a correggerli amabilmente con un gesto affettuoso, accorto e un po’ accorato». 

Pubblicato sulla “Voce” del 15 settembre 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

8×1000, strumento fondamentale per tener vive le comunità 

9 Set

Intervista all’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, delegato per il Sovvenire della Conferenza Episcopale Emilia-Romagna: argine contro la povertà, risorsa per cultura e parrocchie. I lavori previsti in Diocesi

Mons. Perego, l’8xmille è un importante gesto di corresponsabilità. Perché in questo periodo storico è ancora più decisivo per le nostre comunità?

«L’8xmille per le nostre Chiese è stato uno strumento di corresponsabilità di tutti nelle attività pastorali, di religione e di culto e di carità, ma anzitutto un gesto di libertà definitiva della Chiesa dallo Stato, secondo il dettato Costituzionale. In questi anni, poi, attraverso anche la firma dell’8xmille – che ricordo non è una tassa – ogni cittadino credente ha potuto sentirsi protagonista nella vita e nelle attività della Chiesa…

Leggi l’articolo integrale qui: https://lavocediferrara.it/

Pubblicato sulla “Voce” dell’8 settembre 2023

(Foto Francesco Zizola)

«Intransigente nella fede e universale nell’amore»: Don Giovanni Minzoni, prete da riscoprire

6 Lug

Una sera di fine agosto del 1923 ad Argenta i fascisti uccidono barbaramente il parroco don Giovanni Minzoni. Ritratto di un uomo che ha scelto di dedicare la propria vita a Cristo e, quindi, sempre capace di chinarsi davanti al dolore delle persone. In ogni “trincea” in cui ha vissuto

di Andrea Musacci

Può capitare che alcune vicende decisive nell’esistenza di una persona portino i suoi biografi a costruirne, più o meno in buona fede, un ritratto non sempre aderente alla vita reale della persona stessa. Il rischio di ridurre personalità complesse a ruoli, pur nobili ma parziali, è dunque spesso dietro l’angolo.

Così è accaduto anche per don Giovanni Minzoni, sacerdote ravennate, parroco di Argenta fino alla morte, avvenuta per mano degli squadristi di Italo Balbo nel 1923. Una vita, la sua, scandita certamente da fasi differenti (Seminario-primi anni da prete; in trincea; anni ad Argenta), fra le quali è possibile individuare una chiara maturazione umana e spirituale. Può essere superficiale, però, non intravedere tra le varie fasi un filo rosso, segno del suo carattere sempre forte ed entusiasta, idealista ma non astratto, le cui inquietudini giovanili – pur nell’acerbità – sono nient’altro che quelle di un uomo che non cerca infingimenti rispetto alla condizione umana e, nello specifico, al proprio tempo. 

AMORE PER LA VERITÀ

Pur nella mancanza, nel periodo in Seminario e nei primissimi anni ad Argenta, prima della guerra, di un contatto diretto e quotidiano con la realtà concreta del suo popolo, don Giovanni dimostra nel suo Diario una lucidità non scontata verso la società nella quale è chiamato a vivere. Così, l’arroganza di un sapere tecno-scientifico slegato dalla realtà – oggi così drammaticamente attuale – era già ùin nuce: «Quante volte l’uomo chiede ad una scienza vana chi è Dio e quali siano le prove della sua esistenza, mentre poi la risposta la può dare solo la vita, ossia l’anima che compie il suo dovere, che lotta per il bene e vive e succhia tutto ciò che è puro! La scienza è una cosa troppo unilaterale in un problema così vitale» (8 aprile 1909).

E ancora: «Il fosco medio evo quanta luce, quanto più sole non faceva gustare all’ombra delle abbazie ai figli dei nostri avi, a quei figli che uscivano dalle scuole non scienziati, ma uomini» (4 ottobre 1909). La chiarezza delle posizioni non gli mancava nemmeno allora (manca, invece, spesso oggi in alcuni cattolici): «Noi dobbiamo attingere un’unica scienza, quella del Vangelo; l’unica, e non dimentichiamolo mai, che possa convertire la presente società» (18 giugno 1909).

AMORE PER IL PROSSIMO

Non solo una passione astratta, quella di don Minzoni, ma sempre con lo sguardo rivolto ai dolori e alle speranze delle persone: «Gesù è amato dalle anime tribolate (…), poiché egli è il primo martire dell’umanità: martire dell’amore» (13 ottobre 1909).

Il tormento più grande deriva dall’incapacità di vedere l’altro, di amare. Don Minzoni lo sa: riguardo a un giovane socialista «che sente disprezzo per me», scrive nel suo Diario: «Dio mio, se potessi baciarlo in viso quanto sarei felice! Vorrei fargli sentire che sotto questa veste v’è un cuore che ama ed ama fortemente; vorrei fargli sentire quanto io gli sia fratello; vorrei fargli comprendere che se sono intransigente nella fede sono però universale nell’amore!» (22 novembre 1909).

Il 28 dicembre dello stesso anno porta la Comunione a un vecchio morente: «in quell’ampia ma bassa stanza, annerita dal tempo e resa solenne dal rantolo di quell’esistenza che lentamente spegnevasi, ho provato un sentimento che non so esprimere, ma che tuttora sento in cuore, come un’eco dolce e mesta». Nello stesso momento, sente il vagito di un neonato proveniente da un’altra stanza: «la culla e la tomba parlavano il medesimo linguaggio: dolore!… Gesù, sospeso nelle mie mani sacerdotali, benediva ad entrambi!».

LA GUERRA: ORRORE E PIETÀ

La Storia catapulterà don Giovanni nell’inferno della prima guerra mondiale: nel 1916, poco dopo l’incarico ad Argenta, viene arruolato, prima in un ospedale militare di Ancona, poi è lui stesso a chiede di essere inviato al fronte. Lo spirito nazionalista, l’attaccamento alla Patria non fa però mai venir meno i suoi sentimenti più profondamente umani. Il 26 maggio 1918, riguardo al famoso combattimento aereo, avvenuto sul Montello, dove perde la vita l’eroico aviatore Francesco Baracca di Lugo, scrive: «Ai caduti del cielo ho impartito l’assoluzione: certo, in quel momento tragico precipitando nel grande vuoto e nel martirio delle fiamme, lo spirito deve essersi rifugiato in Dio con un grido di preghiera (…). Lì, in disparte, coperto da un telo da tenda, giaceva il martire del dovere (forse, lo stesso Baracca, ndr). Non aveva più forma umana, essendo in parte bruciato ed in parte disfatto. Nessuno si curava di lui; quasi lo calpestavano per vedere lo spettacolo (…). Mormorai una preghiera su quei miseri avanzi, pensai ad un cuore di madre lontana che forse nel presentimento materno già piangeva la sua creatura che precipitando dallo spazio era divenuto figlio del Cielo!».

CRISTO, VERA RISPOSTA AL DOLORE

Don Minzoni rimarrà sempre, al di là delle sue idee politiche e sociali, un sacerdote della Chiesa, colui che, anche nell’orrore della guerra, porta Cristo alle donne e agli uomini.

In una lettera a don Giovanni Mesini, amico e maestro di Ravenna, il 7 giugno 1917, così scrive: «I miei soldati sentono odor di polvere e, senza che io li spinga, vengono essi stessi in cerca del Cappellano. Non più tardi di ieri sera vedevo anche gli ufficiali che mi desideravano sia come amico, sia come sacerdote. Oh, che confessioni ho udito! Piene di lacrime e di propositi santi. Ho pianto io pure mentre cercavo di dire loro quella parola intima, forte e serena che solo può dire la Religione. Li ho baciati ad uno ad uno…speriamo bene (…). Penso a Dio, alla mia coscienza, alla sorte che mi potrà toccare ed ogni sera dico con cuore calmo e rassegnato: Signore sia fatta la vostra piena, paterna, inscrutabile volontà».

E ancora, sul suo Diario il 9 marzo 1918: «Vi sono (…) anime che in questo lungo e doloroso periodo della guerra sono diventate più profondamente religiose: la guerra ha fatto sentire maggiormente Iddio non in base ad un profondo ragionamento, ma attraverso l’onestà e la bontà della vita. Più l’uomo è venuto meno alla serietà, più queste anime sono andate a Dio e in Dio stanno incondizionatamente, perché al di fuori di Dio non trovano conforto».

«LA RELIGIONE NON AMMETTE SERVILISMI, MA IL MARTIRIO»

Tutta la vita, dunque, e anche la drammatica morte di don Minzoni sono sempre nella fede in Cristo Risorto. In un’altra lettera a don Mesini dell’agosto ‘23, così si esprime: «Gli avversari mi fanno colpa dell’influenza spirituale che ho nel paese…ma che debbo farci se il paese mi vuol bene? Come un giorno per la salvezza della Patria offersi tutta la mia giovane vita, felice se a qualche cosa potesse giovare, oggi mi accorgo che battaglia ben più aspra mi attende. Ci prepariamo alla lotta tenacemente e con un’arma che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà. Ritirarmi sarebbe rinunciare ad una missione troppo sacra. A cuore aperto, con la preghiera che spero mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo (…). La religione non ammette servilismi, ma il martirio».

***

Una vita in prima linea

Giovanni entra in seminario nel 1897 (dove entra in contatto con Romolo Murri) e nel 1909 è ordinato sacerdote. Nel ’10 è nominato cappellano ad Argenta, dove rimane fino al ’12 per andare a studiare alla scuola sociale della Diocesi di Bergamo. 

Alla morte del parroco di Argenta nel gennaio 1916, viene designato a succedergli, ma dopo pochi mesi viene chiamato alle armi: prima opera in un ospedale militare di Ancona, ma poi chiede di essere inviato al fronte: vi giunge come tenente cappellano del 255º reggimento fanteria della Brigata Veneto. Durante la battaglia del solstizio sul Piave, viene decorato sul campo con la medaglia d’argento al valore militare. Al termine del conflitto torna ad Argenta e diviene parroco di San Nicolò, dove promuove la costituzione di cooperative tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria, il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschili e femminili. Grazie all’incontro con don Emilio Faggioli, si convince della validità dello scoutismo, per cui fonda un gruppo scout in parrocchia. Contrasta l’Opera Nazionale Balilla e l’Avanguardia giovanile fascista. 

La sera del 23 agosto 1923 viene ucciso a bastonate da alcuni squadristi facenti capo all’allora console di milizia Italo Balbo.

***

Zuppi ad Argenta

Mercoledì 23 agosto alle ore 18 nel Duomo di Argenta si svolgerà la Commemorazione solenne del centenario del Martirio di don Giovanni Minzoni.

Concelebra il Presidente della CEI Card. Matteo Maria Zuppi.

Iniziativa organizzata dalla Parrocchia di Argenta in collaborazione col Comune di Argenta.

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 luglio 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pontelagoscuro, parrocchia come casa della comunità

1 Lug

8xmille alla Chiesa Cattolica, una firma che fa bene: ecco le sale parrocchiali di Pontelagoscuro, cuore della comunità. Dopo quasi 25 anni dalla loro costruzione, siamo andati a vedere come vengono utilizzate dalla parrocchia e dall’intero paese

A cura di Andrea Musacci

Un ambiente non è mai solo uno spazio da riempire, dove accumulare oggetti ed esperienze. È la rappresentazione plastica dell’anima di una comunità. A maggior ragione se questo luogo è il cuore delle attività di una parrocchia come quella di Pontelagoscuro.

È passato quasi un quarto di secolo da quando la comunità parrocchiale di “Ponte” ha inaugurato i nuovi spazi realizzati grazie al contributo 8xmille alla Chiesa Cattolica

Leggi l’articolo integrale qui: https://lavocediferrara.it/pontelagoscuro-parrocchia-come-casa-della-comunita00/

A Comacchio 500 persone per la Festa del Corpo e Sangue di Cristo

12 Giu

La Diocesi unita in processione: Il racconto di una serata indimenticabile. Una marea di persone, i momenti salienti, le preghiere delle comunità, i volti  della Chiesa

di Andrea Musacci

Pane di vita, pane frutto della terra, pane che illumina il mondo e lo redime. Corpo e Sangue che passa per le vie della città, fra i canali, portando speranza fra le angustie della gente, nelle sofferenze e nei rimpianti nascosti dietro gli usci delle case. 

Quelle case della città di Comacchio che la sera dell’8 giugno scorso ha accolto, dopo tanti anni, la Festa diocesana del Corpus Domini. Una luce nelle tenebre del mondo, nelle vie – segnate dai ceri degli oltre 500 presenti – di una città che fa della bellezza e dell’orgoglio della sua storia la sua cifra, nonostante le contraddizioni. Ma che ancora una volta ha dimostrato un profondo senso di comunità e una forte devozione.

SANTA MESSA NELLA CONCATTEDRALE

La serata è iniziata con il corteo dei sacerdoti (una 70ina, oltre a una 20ina fra diaconi e accoliti) dal teatrino parrocchiale fino alla Concattedrale dove mons. Gian Carlo Perego ha presieduto la Solenne Concelebrazione prima dell’inizio della processione. Un’organizzazione complessa per un evento preparato nei minimi dettagli sotto la supervisione di don Giuliano Scotton aiutato in particolare da due giovani parrocchiani, Giulia Stella e Fabio Bellotti, che hanno anche fatto le due letture della Messa.

Messa che vedeva nelle prime file, oltre alle autorità militari (e due carabinieri in alta uniforme in rappresentanza davanti all’altare), il Comandante della Capitaneria di porto di Porto Garibaldi, l’Assessora di Comacchio Rosanna Cinti, la Sindaca di Goro Maria Brugnoli, rappresentanti di varie associazioni, come la Consulta Popolare San Camillo, “Insieme per l’infanzia” (che gestisce la Materna del Duomo), Conferenza femminile S. Vincenzo de Paoli, Unitalsi Comacchio, Unitalsi Ferrara, Azione Cattolica, Orsoline del Duomo e le sorelle dell’Opus Mariae Reginae della Parrocchia del Rosario. Il servizio liturgico è stato curato da un gruppo di ministranti del Duomo e da Carlo Leone e Aronne Feletti, accoliti della parrocchia. La Celebrazione ha visto i canti del Coro San Cassiano della Concattedrale e di alcuni coristi di altre parrocchie.

I tanti sacerdoti presenti sono stati distribuiti soprattutto nelle due cappelle laterali all’altare (davanti agli altari della Madonna del Buon Consiglio e di San Giuseppe).

LA PROCESSIONE E LE PREGHIERE

Dopo la Messa, al via il lungo corteo col Santissimo portato dall’Arcivescovo sotto il baldacchino sostenuto dagli Scout Europa – gruppo Comacchio 1 di Aula Regia. La processione, scandita dalle musiche della Banda di Cona, ha visto le letture dei testi ripresi dal Congresso Eucaristico di Matera dello scorso settembre, letti dai delegati diocesani che hanno partecipato al Congresso stesso.

Durante il corteo, che ha visto la presenza di numerosi drappi rossi alle finestre, ci sono state tre “fermate”, nelle quali mons. Perego ha impartito la benedizione: al mare e alle valli di Comacchio (dal ponte di San Pietro venendo da via Spina), alla città di Comacchio (dai Trepponti), e davanti al Municipio, luogo simbolo della comunità.

Ricordiamo che il corteo ha attraversato le vie Zappata, Spina, Trepponti, p.tta Barboncini, via Agatopisto, della Pescheria, Muratori, piazza V. Folegatti, p.tta U. Bassi, piazza XX Settembre.

Per l’occasione, è stato chiesto a ogni gruppo, associazione e movimenti presente nella nostra Arcidiocesi di scrivere un’intenzione di preghiera da leggere durante la processione.

Le intenzioni di preghiera sono state redatte per l’occasione da alcune associazioni e movimenti della nostra Arcidiocesi: Associazione “Suor M. Veronica del SS. Sacramento”, MASCI, AGESCI, Comunione e Liberazione, CVX SS. Pietro e Paolo. Fra le preghiere, quella per i giovani («perché con coraggio prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero»), per i movimenti («possano crescere nell’amore a Cristo, nella fedeltà alla Chiesa, nella testimonianza di fede»), i governanti, per la Chiesa «popolo in cammino».

LE PAROLE DEL VESCOVO

La festa dell’8 giugno ha rappresentato anche la conclusione del cammino del Biennio Eucaristico nella nostra Diocesi, iniziato il 28 marzo 2021 con l’apertura dell’anno giubilare a S. Maria in Vado in occasione del 850° anniversario del miracolo eucaristico del Sangue prodigioso. Lo ha ricordato lo stesso mons. Perego nella sua omelia, nella quale così ha riflettuto: «La nostra vita vede troppe relazioni già segnate dalla fretta, dall’improvvisazione, dall’occasionalità. L’adorazione eucaristica ci ricorda che a tavola, in Chiesa con il Signore e con i fratelli e le sorelle siamo a casa, in famiglia. Regaliamoci questi incontri di adorazione. È stato un dono che questo biennio sia stato attraversato dalla pandemia – ha proseguito -, in cui anche la lontananza dall’Eucaristia in alcune occasioni ci ha ridato il gusto del pane di vita, aiutandoci a sentire ancora più presente il Signore e a soffrire la sua assenza. Ora continuiamo il nostro cammino sulle strade del mondo, nelle nostre città e nei nostri paesi in compagnia del Signore, facendo nostro l’invito dei primi cristiani: “senza la Domenica non possiamo vivere”, “senza l’Eucaristia non possiamo vivere”, in attesa della Domenica senza tramonto, della vita eterna».

«L’Eucaristia è un dono, un dono da non sprecare», ha detto in un altro passaggio. «Troppe volte l’abitudine di accostarci all’Eucaristia non ci aiuta a coglierne l’importanza “per la vita del mondo”. Il mondo ha fame. Non manca solo il pane sulla tavola a tante persone, ma manca anche la consapevolezza del dono del pane di Vita.  L’Eucaristia è pane di vita».

«L’Eucaristia – sono state ancora sue parole – non è un dono esclusivo, ma per tutti, per tutti coloro che desiderano incontrarlo, ma anche per tutti coloro che restano lontani. Nella processione eucaristica ricordiamo questo desiderio del Signore di incontrare tutti. L’Eucaristia educa la Chiesa e noi cristiani ad essere veramente “cattolici”, cioè capaci di essere aperti a tutti. L’Eucaristia è una porta aperta sul mondo».

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 16 giugno 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

La filosofia nel Santo Rosario: padre Giuseppe Barzaghi a Ferrara

24 Apr

I Misteri e la dialettica, un rapporto originale. Incontro il 4 maggio a Casa Cini

di Andrea Musacci

Cosa c’entra la filosofia con il Santo Rosario? Come questi due mondi possono incontrarsi? 

Su questo il prossimo 4 maggio rifletterà padre Giuseppe Barzaghi (foto), Direttore dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna, sacerdote domenicano, saggista e docente di Teologia. L’appuntamento è per le ore 18.30 a Casa Cini, Ferrara. Si tratta dell’ultimo dei tre incontri del ciclo “Il cuore non basta. Filosofia e fede oggi: un legame da riscoprire”, organizzato dalla Scuola di Teologia per laici “Laura Vincenzi” e coordinato dal prof. Maurizio Villani. I primi due incontri si sono svolti il 23 febbraio con Anna Bianchi (Università Cattolica di Milano) su “Fides et ratio” e il 16 marzo con lo stesso Villani su “Percorsi fenomenologici sulle religioni”. 

Il titolo dell’incontro di p. Barzaghi riprende, invece, quello di un suo noto libro, “Il riflesso. La filosofia dove non te l’aspetti o il rosario filosofico” (ESD Edizioni Studio Domenicano, collana Anagogia, ottobre 2018.)

La dialettica porta alla Gloria

Per un approccio integrale al sapere, occorre trovare una visione sintetica – scrive padre Barzaghi nel suo libro – nel senso di «tecnicità dell’operazione teoretica» e di «visione che raccoglie tutto, anche i rimasugli. I rimasugli sarebbero lo scarto», ciò che per l’uomo di scienza è opinabile.

La struttura più conforme è quella dialettica: tesi, antitesi e sintesi (che non è mera somma, ma oltrepassamento degli elementi, loro superamento nella relazione). Anzi: Positio, Oppositio, Compositio. Ma questo metodo, questa struttura si può applicare anche per i Misteri della nostra fede: la positio è rappresentata dai cinque misteri gaudiosi, l’oppositio dai cinque misteri dolorosi, la compositio dai cinque misteri gloriosi. Così, ognuna delle tre parti si divide in cinque tappe, proprio come le cinque decine del Rosario. Questa l’originale intuizione del domenicano.

Misteri gaudiosi (Positio)

Praepositio: lo stupore, la meraviglia da cui nasce la filosofia. Ovvero, la meraviglia di Maria durante l’Annunciazione. Dispositio: la Visitazione di Maria ad Elisabetta, «l’abbandono di qualsiasi presupposto», «l’umiltà di chi non sa». Propositio: proporre una nuova idea: la Nascita di Gesù. Suppositio: la Presentazione di Gesù al Tempio. Ovvero, proporre la nuova idea ma in modo riflesso. Expositio: Ritrovamento di Gesù tra i dottori nel Tempio: l’interrogare di Gesù.

Misteri dolorosi (Oppositio)

Depositio: l’agonia, la lotta, l’agone: Gesù nel Getsemani. Contrappositio: il primo atto della lotta: la Flagellazione di Gesù. Interpositio: la Derisione di Gesù. Impositio: la salita di Gesù al Calvario. Decompositio: «l’addormentarsi in Dio, nella nebbia della non conoscenza».

Misteri gloriosi (Compositio)

Superpositio: «il risvegliarsi in Dio, la Resurrezione di Gesù», cioè «considerare da un punto di vista assoluto». Transpositio: avere quindi uno sguardo più ampio e pieno: l’Ascensione di Gesù Cristo. Circumpositio: lo sguardo pieno porta a un pieno coinvolgimento: lo Spirito agisce dall’interno. Appositio: coinvolgimento anche sensibile: l’Assunzione di Maria Vergine in cielo in anima e corpo. Infine, Diapositio: «In Paradiso c’è la perfetta compositio», scrive p. Barzaghi. La diapositio è «la Gioia, filtrata dal Dolore, e che si consu(m)ma, cioè arriva a perfezione, nella Gloria». «Che cos’è il meraviglioso della Gloria? È l’atto nel quale gioia e dolore sono la stessa cosa. E questa è la commozione, la compassione e la consolazione», sono ancora sue parole. È il «meraviglioso senza perché»: «si tratta di una identificazione, come se l’addormentarsi in Dio nel risvegliarsi in Dio implicasse una fusione».

Dallo stupore iniziale, “crudo”, naturale si arriva dunque alla mistica, passando per la speculazione.

***

Si chiede ai partecipanti iscritti in presenza di comunicarlo alla Segreteria dell’Istituto. Gli incontri saranno anche disponibili (in diretta e come registrazioni) sulla piattaforma YouTube dell’Ufficio Comunicazioni diocesano.

Per informazioni e iscrizioni contattare la Segreteria: Tel. 0532 242278 

segreteria@stlferraracomacchio.ithttp://www.stlferraracomacchio.it

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 28 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

«Per gli ucraini il disarmo vorrebbe dire piena distruzione»: Massimo Faggioli sulla guerra

3 Apr

«La pace viene dopo aver fatto la resistenza, la resistenza non è la pace». Sbaglia, quindi, chi in Italia, compresi molti cattolici, «vorrebbe il disarmo dell’Ucraina contro l’invasore russo: significherebbe una resa, e porterebbe a una distruzione dell’Ucraina». Così Massimo Faggioli, storico delle religioni e docente dell’Università di Villanova (Pennsylvania, USA), intervenendo il 31 marzo all’incontro “Guerra ucraina e cristianesimo”, per il ciclo “Anatomia della pace”. L’incontro, svoltosi on line, è stato organizzato da Istituto Gramsci Ferrara e Isco Ferrara, ed è reperibile sulla pagina Facebook dello stesso Istituto Gramsci.

Secondo Faggioli – intervistato da Francesco Lavezzi -, «spesso nel dibattito all’interno del cattolicesimo italiano non si è colta la rottura che questa guerra ha portato, e che invece ha fatto emergere la rielaborazione della memoria della Resistenza in Italia sotto l’emblema della pace. Ma la resistenza – ha proseguito – vuol dire anche resistenza attiva, con l’uso della forza quando non ci sono altre risorse». Tanti cattolici, invece, propongono il disarmo anche per gli ucraini, «una soluzione velleitaria, che significherebbe la distruzione» del Paese. La stessa Chiesa cattolica, secondo Faggioli, deve continuare a «essere operatrice di dialogo e di pace», ma «a volte non ci sono alternative: la resa dell’Ucraina sarebbe una sorta di suicidio collettivo». I laici cattolici «devono prendere decisioni», a volte «le meno peggio», spesso dolorose. Ma «il primo dovere è quello di difendere chi non si può difendere». Da notare, inoltre, come l’Ucraina negli ultimi decenni «abbia fatto molto più i conti col proprio passato, anche filonazista», rispetto alla Russia che, al contrario, «glorifica il proprio passato imperiale». Oggi l’Ucraina è guidata da Zelensky, «un presidente ebreo», ed è «sempre più multiculturale».

Il dibattito nella Chiesa

Faggioli ha anche ragionato su come la guerra russo-ucraina stia spaccando tanto il mondo cattolico quanto quello ortodosso. «Si tratta di un evento che rompe una certa situazione, o illusione, sull’Europa, che anche il mondo cattolico si era fatto: quello di un quadro stabile e pacificato». Quadro che aveva portato anche alla «de-europeizzazione e de-occidentalizzazione» tipica del papato di Francesco. «La guerra russo-ucraina – secondo Faggioli – sicuramente sta facendo ragionare molti cardinali su quale pontificato possa essere il più adatto» nel post Francesco, «viste anche le difficoltà di quest’ultimo a volte nell’interpretare il conflitto».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Francesca Brancaleoni)

Sacramento e abbandono: Marina Salamon a Ferrara

3 Apr

La sera del 30 marzo a Casa Cini è intervenuta la nota imprenditrice. In dialogo con Piero Stefani e coi presenti, è emersa la  complessità di una vita tra fede, carriera e famiglia

di Andrea Musacci

Per don Lorenzo Milani era centrale l’aspetto sacramentale oppure quello caritatevole/pastorale? Era un esponente ante litteram della “Chiesa in uscita” o, semplicemente, un sacerdote della Chiesa pre Concilio Vaticano II, che cercava, ogni giorno, di incarnare il Vangelo?

Da questi dilemmi, escono, da decenni, accesi dibattiti. Uno di questi, si è svolto la sera del 30 marzo a Casa Cini, Ferrara, in occasione dell’ultimo incontro della Cattedra dei credenti organizzata dalla Scuola di teologia “L. Vincenzi” e coordinata da Piero Stefani. Proprio quest’ultimo ha dialogato con Marina Salamon, personalità eclettica del mondo imprenditoriale italiano, verve da ragazzina e forza da matriarca.

Anelli e catene: il dono, il denaro, la profezia

«Vengo da una famiglia borghese e non credente ma amante di don Milani, che diventava quindi un anello di congiunzione», ha esordito Salamon. Un anello, dunque, il primo che la tenne legata, per alcuni anni, alla Chiesa. Poi ne vennero altri, gli scout («ho avuto il grande dono di incontrare Dio attraverso lo scoutismo e S. Francesco d’Assisi»), Comunione e Liberazione, con quella Jeep comprata coi primi soldi guadagnati e donata a un amico ciellino missionario in Africa.

«La mia fede è un dono» ma ho passato parte della mia vita a sentirmi fuori posto, a essere considerata irregolare, per i figli che ho avuto fuori dal matrimonio e i miei due divorzi alle spalle». Quegli anelli, segno di profonda unione e di libertà, sono diventati catene da cui liberarsi. 

Marina inizia dunque la propria carriera imprenditoriale: da lì il successo, la ricchezza, la fama. Ma sempre senza diventarne schiava. Sì, perché le catene possono anche essere quelle del guadagno, della ricchezza e della sua ostentazione. «Da tanti anni faccio filantropia, ma solo da alcuni rifletto su come possa diventare metadone, cioè possa aiutare a tenere la propria coscienza a posto. Non amo la ricchezza che diventa simbolo del lusso, ostentazione», sono ancora sue parole. «Il denaro dovrebbe essere solo uno strumento e invece troppo spesso ho visto ricchi farsi del male perché non sapevano usarlo». Denaro che, «come ci insegna la Parabola dei talenti, non è davvero nostro», e quindi è da restituire e reinvestire.

Da qui, una riflessione sul mondo di oggi, dove ostentazione e speculazione dominano. «Il tema della finanziarizzazione è serio, grave, incombente, le disuguaglianze aumentano ma bisogna ancora tentare di creare nuove possibilità. Per questo, c’è bisogno di profezia, e di una profezia incarnata nel fare». Per Salamon, pensando anche alle lotte di queste settimane in Francia, «dobbiamo ridefinire l’impegno, l’utilità sociale e il senso del lavoro: perché lavoriamo? Per costruire quale società?». Il suo pensiero è quindi andato alla lettera che don Milani nel ’50 a San Donato a Calenzano scrisse a Pipetta, giovane comunista, suo “compagno” di battaglie, ma che ammonisce così: «Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”». È questa la profezia, il non sentirsi mai appagati, il «saper andare oltre», il sapere che c’è sempre Qualcosa che ci supera. 

Sempre capaci di rimetterci davanti a Dio

Questo suo bisogno – di don Milani, e di Salamon – di andare sempre oltre il presente, la concretezza così velocemente tramutabile in grettezza, è stato ripreso da Piero Stefani, che ha posto l’accento sulla «spiritualità “tridentina”» di don Milani, nella quale «centrali erano i sacramenti e un’idea del peccato molto forte».

Ai suoi ragazzi di Barbiana una volta disse: «Per me che l’ho accettata, questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica l’Espresso (settimanale laico di sinistra, ndr). L’assoluzione dei peccati me la dà un prete. Se uno vuole il perdono dai peccati si rivolge al più stupido, arretrato dei preti pur di averla. (…). In questa religione c’è fra le tante cose, importantissimo, fondamentale, il sacramento della confessione dei peccati. Per il quale, quasi per quello solo, sono cattolico. Per avere continuamente il perdono dei miei peccati. Averlo e darlo». Don Milani era quindi, per Stefani, «il rappresentante di un cattolicesimo che non c’è più».

«Sento spesso il bisogno di rimettermi davanti a Dio – ha risposto Salamon -, perché quando senti la spaccatura dentro di te fra intelligenza e libertà, logica e desiderio di bene, di ciò hai bisogno, e solo di ciò: per questo, don Milani amava la Confessione». Senza, però, «rifugiarsi nei sacramenti» ma vi aderiva per appartenere alla Chiesa, «altrimenti penso avrebbe spaccato tutto… . Non credo, quindi – ha proseguito Salamon – che la sacramentalizzazione fosse centrale in lui». E a maggior ragione oggi, i sacramenti sono ancora fondamentali ma «dobbiamo anche riscoprire il bisogno, di ognuno, di sentirsi accolto, di potersi fidare e abbandonare all’altro».

Un dialogo, con Stefani e col pubblico, conclusosi con la commozione di Marina Salamon. Lacrime di dolore, le sue, per la giovane nipote morta suicida, e per il ricordo dei sei figli perduti in gravidanza. Ma anche lacrime di riconoscenza, segno sacro. Come segni sono quelle piccole chiese gotiche di cui Marina è sempre alla ricerca, e quel Santuario parigino della Medaglia Miracolosa tante volte sfiorato e solo dopo tanto tempo davvero “visto”, come una rivelazione. Un luogo dove potersi abbandonare, dove vedere – col cuore – sacramento e carità uniti oltre ogni falsa separazione.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 aprile 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio

(Foto Pino Cosentino)

«La fede è dei testimoni: ecco il mio don Milani». Intervista a Marina Salamon

24 Mar
Don Lorenzo Milani con alcuni dei suoi ragazzi di Barbiana

Sono gli incontri che cambiano la vita, che ci riaprono allo Spirito. Marina Salamon ci racconta della fede giovanile, e di quella ritrovata da adulta. Una fede più che mai incarnata

di Andrea Musacci

Per chi nutre ancora dubbi sulla possibilità, in una sola anima, di unire un forte senso del sacro con una mentalità imprenditoriale, uno slancio all’Assoluto con le ultime statistiche demografiche, si ricreda. 

Marina Salamon, nella sua personale esperienza incarna questa aspirazione. O almeno ci prova, data l’umiltà che dimostra pur avendo alle spalle una vita di successo nel mondo dell’impresa: nata nel 1958 a Tradate (Varese), è diventata imprenditrice quand’era ancora universitaria, fondando “Altana”, azienda leader nel settore di abbigliamento per bambini. Nei primi anni ’90 assume il controllo della società di ricerche di mercato “Doxa” mentre nel 2014 diventa azionista di maggioranza di “Save the Duck”, azienda che produce piumini senza fare uso di penne d’oca. Oggi tutte le sue attività fanno parte della holding “Alchimia”, impresa che opera nel settore della compravendita immobiliare. Nel ’94, per qualche mese, ha fatto anche parte della Giunta di Venezia guidata da Massimo Cacciari. Salamon ha quattro figli (da due padri diversi), una figlia in affido e attualmente assieme al marito Paolo Gradnik (col quale vive a Verona) ospita due famiglie ucraine. 

Giovedì 30 marzo alle ore 20.30 interverrà a Casa Cini a Ferrara (via Boccacanale di Santo Stefano, 24) per il terzo e ultimo incontro della “Cattedra dei credenti” coordinata da Piero Stefani con la Scuola di teologia per laici “Laura Vincenzi”. Tema dell’incontro, “Un’imprenditrice alla scuola di don Milani”.

L’abbiamo contattata per rivolgerle alcune domande.

Marina, com’è nata la sua fede cristiana, dove ha attinto? 

«Vengo da una famiglia non credente, ma grazie a mia nonna, che amavo molto, feci comunque i sacramenti. Quel che però ha fatto la differenza, è stata la mia esperienza negli scout, a partire dai 10 anni. Mio padre Ennio teneva ai valori dello scoutismo, perché anche lui era stato uno scout cattolico, anche se poi è diventato agnostico. È stata un’esperienza meravigliosa, fondante sia per la mia fede che per i miei valori: mi ha insegnato a riconoscere Dio nella creazione, mi ha tenuta attaccata a Dio attraverso San Francesco d’Assisi, anche negli anni in cui sono stata lontana dalla Chiesa. Poi, tra i 14 e i 16 anni, ho frequentato Gioventù Studentesca (movimento interno a CL, ndr), un’altra esperienza per me importante, grazie anche a molti amici di CL che mi sono rimasti amici dopo la mia uscita dal movimento. Le loro testimonianze di vita, legate alla missionarietà, mi hanno aiutato molto». 

Da adulta, invece, quali testimoni l’hanno accompagnata nella fede?

«Ne ho incontrati diversi, ma ne cito tre su tutti, in ordine cronologico: mons. Gianfranco Ravasi, che ho conosciuto grazie a mio padre, il quale non sempre ha condiviso le mie scelte di vita come imprenditrice. Parlò di me a mons. Ravasi, che iniziò a invitarmi a presentare i suoi libri. Un giorno mi disse: “penso che tu non sia così male…”».

Il secondo testimone?

«A un incontro del Forum Ambrosetti, nei primi anni del 2000, fu invitato l’allora card. Joseph Ratzinger. Ci arrivai carica di pregiudizi, ma con dentro una forte domanda sulla fede. Sono rimasta assolutamente affascinata dalla sua intelligenza – proprio nel senso di saper leggere oltre l’apparenza – e dalla sua umiltà. In vita mia non avevo mai visto una combinazione così dei due aspetti: da lui, il carisma usciva prepotentemente, smontando tutto quel che avevo dentro». 

Per quale motivo in particolare? 

«Nel mio mondo imprenditoriale, spesso ciò che conta è esibirsi ed esibire. Ratzinger, invece, era come un monaco eremita del Medioevo…». 

L’ultimo testimone che voleva citare?

«Salvatore Martinez (Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo, ndr), a capo di un movimento a cui non appartengo e non ho appartenuto, ma che in periodi di crisi della mia vita, ad esempio per la separazione col mio ex marito, mi ha preso per mano, invitandomi ad alcuni pellegrinaggi: io, “irregolare” in quanto divorziata, partii quindi con loro a Gerusalemme, poi a Lourdes. Insomma, nell’epoca delle beauty farm e della new age, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci prenda per mano e ci accompagni. Senza rigide appartenenze ecclesiali». 

Marina Salamon

In una recente intervista, parla dei momenti di studio e preghiera che si ritaglia nella sua pur intensissima vita, per affrontare quelle «ardue domande che si fanno strada in ognuno di noi ed esigono risposta»: a cosa si riferiva?

«Le ardue domande non riguardano l’esistenza di Dio, su cui non ho dubbi, ma il come riuscire a tenere insieme l’insegnamento del Vangelo con le scelte di lavoro, con la famiglia e la vita in genere. Appena riesco, quindi, mi “prenoto situazioni” per poter meditare e studiare: pellegrinaggi, ritiri spirituali o periodi in conventi dove vado senza pc, solo con libri, quaderno e penna. Sono stata, ad esempio, a Bose e a Camaldoli. E sono iscritta, assieme a mio marito, all’Istituto di Scienze Religiose di Verona – dove sto lavorando a una tesi su don Milani -, oltre a frequentare un Master in dialogo interreligioso a Venezia».

Riguardo a don Lorenzo Milani, che cosa della sua testimonianza l’ha colpita e ancora considera importante?

«Avevo 10 anni quando trovai in casa la prima edizione di “Lettera a una professoressa”: già da giovane mi provocava in ciò che mi era più scomodo, è questo era per me commovente, sapeva davvero muovermi il cuore. Capii che non potevo accontentarmi dei miei privilegi, che erano stati soprattutto culturali, venendo da una famiglia colta e aperta al mondo. Don Milani sa invece essere duro come il Vangelo del giovane ricco». 

Come iniziò a concretizzarsi questo suo bisogno di cambiamento?

«Facendo caritativa con CL: andavamo a casa degli immigrati meridionali, case senza pavimento e coi bagni in bugigattoli esterni. Anni dopo conobbi Pietro Ichino (noto giuslavorista, ndr), citato da don Milani come “pierino”, perché i due si conobbero quando Pietro era piccolo. Anche lui mi raccontò come il sacerdote gli cambiò la vita».

“Un’imprenditrice alla scuola di don Milani”: che cos’ha imparato, e che cosa, ancora, impara da lui?

«L’amore per la vita e la valorizzazione di ogni persona. Nel mio caso, soprattutto nelle mie aziende. L’economia, però, si è pesantemente finanziarizzata, e questo ha avuto un impatto su tante scelte delle mie aziende, che a volte ho vissuto con grande angoscia, come una ferita». 

Non è possibile trovare un punto di equilibrio tra persona e finanza? 

«Lo sto cercando in ogni mia scelta. Mi son sempre sentita un genitore nei confronti di tutte le persone che lavorano con me: genitore nei termini di responsabilità nei loro confronti. Ma nei prossimi anni – ne sono convinta, basta leggere le statistiche – l’Italia andrà in crisi, con forti ripercussioni sociali. Il calo demografico è troppo forte, non c’è possibilità di invertire questa tendenza, se non in futuro».

A livello educativo, di trasmissione della fede e dei valori, qualcosa però si può sempre fare. Su questo, cosa può dirci don Milani oggi?

«Don Milani era ed è un profeta e quindi va ascoltato: da giovanissima pensavo fosse troppo “di sinistra”, ma dopo capii che mi sbagliavo. Quando, ad esempio, ai sindacalisti diceva che, una volta conclusa la lotta al fianco dei lavoratori, sarebbe tornato nella sua chiesa, intendeva dire che i valori della fede vanno ben oltre quelli secolari, politici. Dovremmo quindi ripartire da valori forti e chiari, scomodi ma profetici: la Chiesa innanzitutto ha questo compito, questa grande responsabilità educativa».

La Chiesa, però, è sempre più minoranza…

«Non è un problema, anzi può essere positivo: il mondo viene cambiato dalle idee e dai testimoni che le incarnano».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 marzo 2023

La Voce di Ferrara-Comacchio