Il 23 novembre nella libreria “Libraccio” di Ferrara sono intervenuti la sorella Ilaria e l’avvocato Anselmo: “metodi mafiosi, ce la fanno pagare anche se abbiamo dimostrato che l’hanno ammazzato”. La storia in un libro
Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.
La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 novembre 2019
Il paradosso di un papa che fa dell’apertura, dell’incontro con l’altro, della prossimità al diverso e della sinodalità le cifre del proprio pontificato, riuscendo effettivamente spesso a mostrare il volto del Dio-Misericordia, ma che si trova sempre più con forti opposizioni interne ed esterne alla Chiesa. Questa dolorosa antinomia è ottimamente analizzata nell’ultima fatica del giornalista Marco Politi, “La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Laterza, 2019), da lui stesso presentata lo scorso 16 novembre nella libreria “Libraccio” di piazza Trento e Trieste a Ferrara (foto in basso). L’appuntamento è il primo del ciclo di incontri “Conversazioni. Il tempo dell’ascolto” organizzato da Confcooperative Ferrara, il cui Direttore ha introdotto la presentazione moderata da Andrea Mainardi e alla quale erano presenti anche il Vescovo mons. Perego e il Vicario mons. Manservigi. Un libro, quello di Politi, che affronta tutti i temi caldi del pontificato bergogliano, attraverso un approccio critico ma fraterno al Santo Padre. Non a caso, un ampio capitolo è dedicato alle terribili vicende riguardanti i casi di scandali e abusi sessuali (su minori, suore e seminaristi) dentro la Chiesa da parte di sacerdoti e vescovi. Tra tolleranza zero, opposizioni in Vaticano o nelle Diocesi coinvolte, ritardi, contraddizioni e tentativi di insabbiamenti, per Politi questo tema è “l’11 settembre del pontificato” di Francesco. “Il papa – scrive – sperimenta la violenza della guerra civile interna alla Chiesa”.
La tristezza nel non poter ancora aprire al pubblico la “casa” di via Mazzini, 95, ma, dall’altra parte, la gioia di inaugurare una mostra in quella che è ormai, e sempre più, la seconda casa per la comunità ebraica ferrarese, il MEIS. Lo scorso 12 novembre nel Museo di via Piangipane a Ferrara è stata inaugurata la mostra dal titolo “Ferrara ebraica”, aperta in occasione del Premio letterario “Adelina della Pergola” istituito dall’ADEI WIZO (Associazione Donne Ebree d’Italia) e della Conferenza annuale dell’AEJM (l’associazione che riunisce i musei ebraici di tutta Europa), svoltasi proprio nella nostra città dal 17 al 19 novembre. Per l’occasione, è intervenuto anche il Sindaco Alan Fabbri, ed erano presenti, fra gli ospiti, il presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, il Rabbino di Ferrara Rav Luciano Meir Caro, il Rabbino capo di Bologna Rav Alberto Sermoneta e il Vicario mons. Massimo Manservigi in rappresentanza della nostra Arcidiocesi. L’esposizione, visitabile fino al 1° marzo 2020, e che segue “Il Rinascimento parla ebraico” (esposta fino al 15 settembre), vede il contributo fondamentale della curatrice del MEIS Sharon Reichel, dell’architetto Giulia Gallerani e del regista Ruggero Gabbai che ha firmato le interviste (a Marcella Ravenna, Rav Luciano caro, Baruch Lampronti, Marcello Sacerdoti, Josè Bonfiglioli, Andrea Pesaro e Alessandro Zarfati Nahmad) e il documentario installati nel percorso espositivo. La mostra è un omaggio a un pezzo fondamentale della storia della nostra città, a una parte dell’identità di tutti noi che ancora vive e vuole vivere. Le prime notizie di insediamenti ebraici in città si hanno, infatti, a partire dal XII secolo, ma pare che i primi ebrei fossero arrivati attorno all’anno 1000. La maggiore fioritura della comunità risale al Quattrocento, quando le zone di residenza degli ebrei si spostano da via Centoversuri a via dei Sabbioni, oggi via Mazzini, e via San Romano. Nel 1485 il romano Ser Mele acquista l’attuale edificio comunitario di via Mazzini, uno dei più antichi d’Europa ancora in uso. Il suo lascito testamentario alla comunità prevede il divieto di alienazione e la condizione che l’edificio ospiti per sempre un luogo comune riservato al rito. Sorgono infatti in via Mazzini tre sinagoghe, quella italiana, oggi trasformata in sala sociale, quella tedesca e quella fanese. “Noi siamo molto contenti che vengano ad abitare qua con le loro famiglie…perché sempre saranno benvisti e trattati in tutte le cose che potremo e ogni die più se ne conteranno di essere venuti a Casa nostra”: fu questo l’invito che Ercole I d’Este rivolgeva nel 1492 agli ebrei esuli dalla Spagna. Come non ricordare, poi, il medico e filosofo Isacco Lampronti (1679-1756), ma anche, dall’altra parte, l’isolamento nel ghetto costruito nel 1627 quando Ferrara era sotto lo Stato Pontificio. E poi l’impegno risorgimentale e per l’Unità d’Italia, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, le persecuzioni e le deportazioni, e infine la Liberazione. Il percorso espositivo accoglie i visitatori con un plastico dell’ex ghetto ebraico ferrarese. Troviamo quindi il Talled (scialle di preghiera) appartenuto al rabbino Leone Leoni, schiaffeggiato dai fascisti il 21 settembre 1941 durante la devastazione da parte delle camicie nere del Tempio farnese e di quello tedesco. E poi, ancora, libri di preghiere, oggetti rituali, l’armado ligneo per conservare la Torah (Aron Ha-Qodesh), candelabri, un corno di montone per il richiamo alla preghiera (shofar del XX secolo), la corona (Atarah), i puntali (rimmonim) per il rotolo sacro, il manto (meil), alcune medaglie, i mantelli che riprendono, in alcune parti, il rosso ferrarese, oltre a testi di Silvano Magrini, storico, autore della storia ebraica ferrarese, nonno di Andrea Pesaro. Un altro pezzo pregiatissimo è l’enciclopedia talmudica, il cosiddetto “Timore di Isacco”, di Isacco Lampronti. Una sezione è poi dedicata all’Eccidio del Castello (di cui è ricorso il 76esimo anniversario lo scorso 15 novembre) con disegni e tempere di Mario Capuzzo, donati il Giorno della Memoria del 2009 da Sonia Longhi alla Comunità Ebraica per il futuro MEIS. Come ricordò lei stessa nell’occasione, la mattina del 15 novembre 1943 – all’età di 8 anni – mentre andava a scuola si trovò davanti il cadavere di un uomo davanti al muretto del Castello. La notte prima i fascisti erano andati a prelevare il padre, l’avvocato Giuseppe Longhi, che solo per l’intervento di un ministro fascista ebbe salva la vita, ma visse per lunghi mesi con la paura di essere deportato. Anche il pittore Mario Capuzzo la mattina del 15 novembre 1943 passò davanti al muretto e schizzò su un foglio, di straforo, camminando, la scena del massacro. Schizzi che divennero apunto i quattro disegni poi donati da Capuzzo a Longhi. Infine, due buone notizie: all’ingresso del MEIS uno schermo proietta il trailer de “Il giardino dei Finzi-Contini” di Tamar Tal-Anati e Noa Karavan-Cohen, film documentario che uscirà a breve. Seconda notizia, lo scorso 28 ottobre il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha annunciato: “il lavoro per recuperare i 25 milioni di euro necessari per il completamento del progetto edilizio del Meis è a buon punto. Spero di poter dare l’annuncio in un tempo ragionevolmente breve”. I soldi in questione erano stati bloccati dal primo Governo Conte.
La criminalità organizzata nigeriana presente anche sul nostro territorio può essere definita “mafia”? Da questo interrogativo ci si è mossi la mattina del 16 novembre scorso nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara per l’incontro intitolato “Mafia nigeriana? Analisi del fenomeno, cronaca giornalistica e approfondimenti”, organizzato da Comune di Ferrara, Centro di Mediazione e Ufficio Stampa del Comune, Associazione Libera, Avviso Pubblico, Ordine dei Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna, parte del programma della Festa della Legalità e della Responsabilità. Dopo la consegna della targa a Laura Breda come “cittadina responsabile”, i saluti del Vicario del Prefetto Pinuccia Niglio e del vice Sindaco e Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi – non presente in Sala durante gli interventi successivi (e nessun altro componente della Giunta ha presenziato all’iniziativa), è iniziato l’ampio e acceso dibattito (moderato da Alessandro Zangara), al quale avrebbe dovuto partecipare anche Isoke Aikpitanyi – prima ad aver denunciato pubblicamente la Tratta di donne dalla Nigeria (di cui lei stessa è stata vittima), che aiuta altre donne che vivono questa situazione -, assente per problemi di salute. “La mafia si distingue da un’organizzazione criminale di altro tipo in quanto governa i processi di produzione e commercio di merci illegali” (che siano droga, esseri umani o altro), ha esordito Federico Varese, criminologo e docente. “Certo – ha aggiunto – in un’organizzazione criminale ci possono essere grumi di mafiosità senza poter essere questa definita mafiosa”. “Inoltre, se è vero – ha proseguito – che le migrazioni vanno governate, esse non sono però di per sè il germe che fa proliferare le mafie”. Secondo il sociologo Leonardo Palmisano e lo scrittore e giornalista Sergio Nazzaro è “l’aumento della domanda da parte dei consumatori di droga e prostitute a portare allo sviluppo delle criminalità organizzate”. Riguardo alla cosiddetta “mafia nigeriana”, per Palmisano si tratta di “un sistema criminale molto forte e radicato nel Paese d’origine, diventando negli anni una vera e propria potenza globale” e che può contare – a differenza delle mafie italiane, sempre più vecchie – di “molta manovalanza giovane, spesso purtroppo addirittura di minorenni”. Nazzaro ha posto poi l’accento sul fatto (di cui si parla poco) che è interesse di molti – delle mafie italiane, oltreché di alcuni politici – di parlare solo della criminalità più visibile (tipo lo spaccio al dettaglio), in mano perlopiù ai nigeriani: questo “per aizzare l’odio contro il nero e perché le mafie si occupano, ormai in tutta Italia, di grandi affari, preoccupandosi di infiltrarsi nel potere politico e in quello economico-finanziario, e concedendo appunto ai nigeriani la criminalità di strada”, quella più esposta e più “sporca”. “Alcuni politici – ha denunciato Nazzaro – speculano continuamente sulla criminalità nigeriana ma non si interessano di quella italiana, perché, banalmente, quest’ultima non porterebbe consenso”. Diverso il punto di vista di Mirabile, il quale si è concentrato più su come in realtà “da 25 anni, non da ieri, esiste in Italia la mafia o criminalità organizzata nigeriana”, che nel mondo (dati Interpol) ha qualcosa come “circa 100mila affiliati. Seppur la stragrande maggioranza di nigeriani in Italia siano persone oneste”, secondo Mirabile è importante porre l’accento sulle “rimesse di denaro, soprattutto tramite Money Transfer”, che “parte di loro spediscono in Nigeria finanziando anche il terrorismo” (tesi, questa, poi smentita da Palmisano). “Attenzione – sono ancora sue parole – anche a una minoranza di associazioni nigeriane solo apparentemente pacifiche e trasparenti”. La mattinata si è conclusa con l’intervento di due cronisti locali, Daniele Predieri della “Nuova Ferrara” e Federico Malavasi de “Il resto del Carlino”. Secondo Predieri, la “mafia” nigeriana “da alcuni politici nella nostra città è stata banalizzata e strumentalizzata, quando invece forze dell’ordine e inchieste giudiziarie non usano mai il termine ‘mafia’ riguardo appunto a questa organizzazione criminale” che, non v’è dubbio, “è molto pericolosa, verticistica, ma non ha una cupola, altrimenti probabilmente i vari casi di risse tra bande in zona GAD non sarebbero mai accaduti”. Parere sostanzialmente condiviso da Malavasi che si è chiesto, poi, se comunque si può parlare di fenomeno “mafiogeno” riguardo a questo tipo di criminalità.
Entrando nella chiesa di San Benedetto capiterà a molti di buttare l’occhio al secondo confessionale sul lato destro. Lì, per tanti anni, don Gianalfredo Deponti confessava chiunque lo desiderasse. Il giorno delle sue esequie è vuoto e spento, l’unico a essere acceso è quello dal lato opposto, occupato da don Giuseppe. Ma non inganni quest’immagine di assenza e di silenzio: “Donde” era, è e rimarrà sempre presente in quel luogo, col suo calore a scaldare i cuori delle tante persone che ha amato e dalle quali tanto è stato amato. Intere generazioni, nei suoi lunghi 56 anni di permanenza nella comunità ferrarese, che hanno riconosciuto in lui non solo un pezzo fondamentale della storia salesiana nella nostra città, ma soprattutto una guida, un fratello, un amico. Nonostante il giorno e l’orario lavorativi, la chiesa di San Benedetto era colma mercoledì 6 novembre per i suoi funerali: persone non solo di San Benedetto, tanti i confratelli, fra cui l’ex parroco don Luigi Spada e don Enrico Castoldi, vicario ispettoriale dei Salesiani emiliano-lombardi, le Piccole Suore degli Anziani Abbandonati del Barco e le Suore della Carità dell’Istituto San Vincenzo. Sulla bara ai piedi dell’altare, la sua stola, una sciarpa della contrada di San Benedetto e un cartello realizzato dai nipoti con una foto e una scritta, “ciao zio!”. Una cinquantina i presbiteri presenti per la celebrazione presieduta dal nostro Arcivescovo, e, in prima fila, Angelo, uno dei quattro fratelli di don Gianalfredo, che era il primo (gli altri sono Ambrogio, Virginio, Filippo, tutti scomparsi). Dodici i nipoti (di cui sette vivono a Ferrara, gli altri tra la provincia di Como e di Bergamo), e svariati i pronipoti. Uno dei nipoti ha assistito lo zio anche l’ultima notte, culmine di un anno lungo e tormentato, l’ultimo della sua esistenza terrena, costellato da tanti ricoveri in ospedale, ma anche dall’affetto dei famigliari, dei confratelli, della sua comunità. Per dare l’idea di quanto “Donde” fosse amato da tutti, segnaliamo come fossero presenti anche “Eugenio”, signore di origini africane che in molti conoscono perché staziona spesso davanti al Caffè del Corso di via Bersaglieri, angolo corso Giovecca, e persone come Roberto, che, ci spiega, da oltre trent’anni non frequenta la parrocchia, ma qui è cresciuto grazie anche a persone come “Donde”. Dopo il saluto di don Paolo Salmi (“don Gianalfredo ci stimola a fare della nostra vita un grande dono”) e quello di mons. Perego (“la sua vita ha profumato di resurrezione: questa resurrezione è il dono che oggi il Signore fa a lui”), nell’omelia lo stesso parroco ha raccontato: “quando all’una di notte di Ognissanti ti ho visto nel letto”, da poco spirato, “ho avuto un flsahback di quando aprivo la porta della tua camera dove riposavi e sbirciavo per vedere se dormivi tranquillamente. Eri stato tu stesso a dirmi: ‘ogni tanto passa a guardarmi…’: in entrambe le occasioni avevi il viso sereno. L’amore di Dio – ha proseguito – ti ha raccolto e ti depositerà nel posto che ti spetta: di questi posti, ce ne sono per ognuno di noi. Anche se fragili, infatti, Dio ci chiama. Anche tu, Donde, eri fragile, avevi i tuoi difetti, avevi un bel caratterino: non molto tempo fa ti dissi scherzando: ‘fai il furbo…ti stiamo un po’ viziando eh…’, e tu col tuo sorriso un po’ furbetto mi risposi: ‘me lo hanno già detto…’. Don Deponti – sono ancora parole di don Salmi – aveva cercato di farsi ‘tutto a tutti, per poterne salvare in qualche modo alcuni’ (1 Cor 9, 22)”. Tanti i ricordi che emergono: i suoi tanti viaggi a Lourdes – 49, per la precisione – con l’Unitalsi (presente in massa), “viaggi nei quali non smetteva di confessare nemmeno in treno”. E poi le cartoline che mandava ai parrocchiani dalla località francese, o le chiamate dalla montagna, dall’amata Frassenè, “solo per sapere come stai…”, o per gli auguri di compleanno – “se li segnava tutti”, ci ricorda Sandro, un parrocchiano. “Aveva fatto esperienza dell’amore di Dio e voleva comunicarlo a chiunque”, ha proseguito il parroco. “E ci ha insegnato anche la preghiera: aveva sempre il rosario fra le dita, legato al polso, o disperso – ma sempre ritrovato… – fra le lenzuola del suo letto. Ti dico ‘arrivederci’, ma tu ci diresti ‘ciao!’”. Nella parte conclusiva della celebrazione il parroco ha letto il messaggio fatto recapitare dal Vescovo di San Marino, il ferrarese mons. Andrea Turazzi: “carissimo don Gianalfredo, ho tanti motivi di gratitudine nei tuoi confronti. Don Deponti era salesiano al 100% e al 100% presbitero della Chiesa di Ferrara-Comacchio. Di lui mi colpì soprattutto il suo linguaggio nuovo, il suo stile. Prima di lasciare Ferrara, un giorno guardavamo insieme i ragazzi giocare nell’oratorio: ricordo che in lui non vi era mai un sospiro o una nostalgia, ma sempre la stessa passione per la gioventù”. A seguire, i saluti di tre nipoti, Chiara (“Grazie Signore per averci donato zio Donde. Ricordo la sua pazienza e la sua capacità di leggere i cuori, la sua disponibilità e la sua capacità di saper sdrammatizzare”), Giovanni e Stefano. Chiara ci ha consegnato anche questo ricordo: “ ‘Signore aiutami a essere come Tu vuoi che io sia’: quando andavo da lui mi diceva di rivolgere a Dio questa preghiera, di guardare a Lui come un padre misericordioso che mi guida e mi aiuta sempre a scegliere la via giusta. E lo zio DonDe l’aveva fatta, la volontà di Dio: come fratello, come sacerdote, come insegnante, come zio. Uno zio importante DonDe, c’è sempre qualcuno che sa chi è, che lo conosce. Una volta una persona mi chiese: ‘com’è avere uno zio sacerdote?’, io risposi: ‘normale’, ma non è vero: è speciale, è super avere uno zio come DonDe! Sapere che in ogni momento potevi contare su di lui, che sicuramente ‘non’ avrebbe pregato per te! Così diceva scherzando: ‘oggi nella messa non ho pregato per te’. E io so che anche oggi da lassù, con il suo sorriso lui continua a ‘non’ pregare per noi”. Daniela Bonfieni, amministratrice della parrocchia, ha preso a sua volta il microfono: “Ciao Donde, o monello, come ogni tanto ti definivi. Grazie di tutto per quello che hai fatto per la mia famiglia da quasi 50 anni, da quel giorno di marzo che sei entrato nella nostra vita per la perdita dei nostri papà [il padre di don Gianalfredo e quello della signora Daniela – ci spiega – sono morti lo stesso giorno del marzo 1970, ndr]. Grazie per essere stato il papà che a me e a Dario è mancato fin da piccoli e per essere stato il nonno di Sara, come ogni tanto ti chiamava. Sono certa che continuerai la tua missione da lassù, sempre discretamente vicino. Ci mancherai tanto, per le nostre chiacchierate, per le tue sgridate, per le tue telefonate…per tutto. Ciao Donde”. Anche un’altra parrocchiana, Carmela Rotola, ha scelto di rivolgere un saluto: “è stato per me e per tanti un riferimento, un ottimo consigliere”. Alla fine, un canto di gioia, suggello di questo “evento pasquale”: il canto dedicato a don Bosco “Padre, maestro ed amico”, oltre a “Gabriel’s Oboe” del maestro Morricone, seguiti da un commosso applauso. Don Deponti è stato tumulato alla Certosa, in un loculo a parte: per essere sepolto nella cappella dei salesiani dovrà attendere l’anno prossimo, quando verranno riesumate le salme di due confratelli.
Potrebbe essere l’inizio di un giallo storico, ambientato tra la penombra di una biblioteca antiquaria di Vienna e la nebbia della pianura cremonese, con protagonista un prelato italiano e un antico testo del XVI secolo. A differenza di un thriller, però, non vi sono stati trafugamenti o vendite clandestine. E’ la storia del diario franco, o incunabolo (un volume stampato con caratteri mobili) sulla Battaglia di Agnadello, tra gli eserciti francese e veneziano, del 14 maggio 1509, ritrovato nel 2008 dal nostro Arcivescovo mons. Perego in una biblioteca di Vienna. Si tratta di un testo originale scritto in tedesco antico – e in caratteri gotici – stampato a Norimberga e probabilmente tradotto da un testo francese smarrito. Volume che dieci anni fa è diventato parte del patrimonio del piccolo comune, dove mons. Perego è cresciuto prima di entrare nel Seminario di Cremona. Nel suo breve testo introduttivo, il nostro Arcivescovo spiega: “segnalai il ritrovamento al presidente della Cassa Rurale dott. Giorgio Merigo, invitando a considerare con il Consiglio la possibilità di acquistare e donare il prezioso documento al Comune di Agnadello, in occasione dell’approssimarsi del 500° anniversario della Battaglia (2009)”. Così è avvenuto, e il testo è stato successivamente anche tradotto in italiano: “Agnadello e la sua battaglia. Il diario franco-tedesco”, si intitola il volume a cura di Pierina Bolzoni, edito grazie a Pro Loco Agnadello, Comune di Agnadello e BCC Caravaggio Adda e Cremasco, e presentato lo scorso 5 novembre alla presenza dello stesso Arcivescovo ad Agnadello, presso la sala Don Tabaglio della banca BCC. Come ci spiega lo stesso mons. Perego, nel quinto anno delle scuole superiori vinse un concorso nazionale con una ricerca storica dedicata proprio alla Battaglia del 1509. Ma in questa vicenda, la nostra città è legata anche per un altro aspetto, meno nobile: nell’incunabolo, il cronista parla di 17-18mila morti, un numero altissimo per l’epoca (anche maggiore rispetto a quello indicato da altri cronisti): il motivo risiede nell’utilizzo di nuove micidiali armi da fuoco, le bombarde, vendute ai francesi dal Ducato di Ferrara guidato da Alfonso I d’Este.
Totalità o infinito? Uno spazio chiuso, (pre) definito dell’essere o un’apertura sempre possibile tra volti, nella loro irriducibile differenza? L’ambivalenza su cui da sempre si fonda il pensiero occidentale è stata centrale nella ricerca di Emmanuel Levinas (Kaunas, Lituania 12 gennaio 1905 – Parigi, 25 dicembre 1995) (foto al centro), filosofo ebreo su cui l’8 novembre ha relazionato Giuliano Sansonetti. L’occasione era, nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, l’ultimo appuntamento del ciclo di incontri dedicato ai “Maestri”, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea (ISCO). Sansonetti ha dedicato la prima parte del proprio intervento a Remo Bodei, scomparso il giorno prima, che a Ferrara era intervenuto nel gennaio 2016 invitato proprio dal Gramsci e dall’ISCO, nello stesso luogo, sul tema della democrazia, introdotto, come in questo caso, da Piero Stefani. Tornando a Levinas, Sansonetti ha spiegato come egli ritenesse fondamentale “trovare un punto di incontro tra l’eredità ebraica e il pensiero greco, le due tradizioni fondamentali dell’Occidente, quindi in un certo senso tra profezia e filosofia”. A tal proposito, riferendosi a Monsieur Chouchani (foto in alto a dx), ricordò come egli rese impossibile, per sempre, “un approccio dogmatico e fideistico al Talmud”, convincendosi dunque che “non esisteva uno spartiacque tra pensiero teologico e filosofico”. Ma le basi – o parte di esse – del pensiero occidentale, sono, per Levinas, la causa profonda di una concezione filosofica, quindi anche politica, dogmatica e illiberale: “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo” è il titolo di un suo saggio uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit”, edito e tradotto in Italia grazie a Giorgio Agamben. Qui Levinas analizza il pensiero filosofico classico occidentale: il nazismo, secondo il filosofo, “non è qualcosa di accidentale nella storia e nella cultura tedesca, ma le sue radici sono interne alla storia dell’Occidente”. Sua caratteristica precipua è “l’incatenamento dello spirito al corpo”, all’elemento meramente biologico, un “risveglio di sentimenti elementari”, viscerali, violenti. La causa profonda di ciò, ha proseguito Sansonetti, risiede nel fatto che per Levinas “la filosofia occidentale sia una filosofia del neutro, dell’essere, quindi di una dimensione spersonalizzante, in cui ciò che ha valore è appunto l’essere indistinto e non l’ente”, il singolo, la persona con la sua individualità. Secondo Levinas questo porta a una deresponsabilizzazione del soggetto, mentre “ognuno di noi può essere responsabile solo nei confronti dell’altro”, rappresentato simbolicamente dal “volto”. “L’etica, quindi, e non la metafisica, dev’essere considerata la filosofia prima”: la seconda, infatti, nella tradizione greca, è intesa come “pensiero della totalità, del perfettamente definibile”, a cui Levinas contrappone “l’infinito, dato appunto dal volto, concetto assente nel pensiero greco” (“Totalità e infinito” è il titolo della sua opera più celebre, edita nel 1961). “Dal concetto di totalità – sono ancora parole di Sansonetti -, nascono quindi i totalitarismi, vale a dire società organiche dove tutto è definibile, ordinabile e controllabile, società chiuse”. Il rapporto etico autentico, al contrario, in Levinas, “è il rapporto faccia a faccia”, un rapporto tra volti: “prima ancora della conoscenza dell’altro, è necessario un rapporto con lo stesso, col suo volto, per evitare che l’altro diventi una proiezione di noi stessi”, e non, come invece è, una diversità irriducibile, verso la quale è necessario innanzitutto e soprattutto “l’ascolto (l’ebraismo, non a caso, si fonda sull’ascolto della Parola di Dio), e quindi il rispondere”. Infine, il volto, per Levinas, è nella sua essenza, “sguardo”: solo dallo sguardo, che identifica ogni volto, ogni persona, “può nascere il linguaggio, quindi il discorso e la responsabilità”, che, appunto, è sempre nei confronti di un altro.
“Dio mi ha liberato dalla prigione”, spiega Eli, 39 anni, alcolista, che una sera, appena ha visto un sacerdote venire da lei e dagli altri “invisibili”, gli ultimi degli ultimi nelle città brasiliane, per aiutarli, pur non conoscendolo, gli è corso incontro e lo ha abbracciato. Quel sacerdote è don Roberto Sibani, che da 25 anni a Parauapebas, nello Stato brasiliano del Parà, porta avanti il progetto del “Cammino di fraternità”, in aiuto alle diverse realtà di povertà e di sofferenza estreme. L’estate scorsa ha trascorso i consueti due mesi nel Parà, fra giugno e agosto. Anche quest’anno, per finanziare alcuni progetti specifici, dallo scorso 31 ottobre fino al prossimo 29 novembre organizza il Mercatino della Fantasia nel Mercato coperto di via Boccacanale di S. Stefano a Ferrara (entrata da via del Mercato, 7, sotto il porticato), dedicato in particolare ai “moradores de rua”, letteralmente “coloro che vivono per strada”, i “senzatetto”.
Si è conclusa nel tardo pomeriggio del 25 ottobre scorso la prima parte della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, iniziata il 10 ottobre con l’inaugurazione e che ha visto come tappa intermedia l’incontro del 18 ottobre con un ricordo del sacerdote-artista a cura di Angelo Andreotti. Il finissage dell’esposizione delle opere degli otto creativi – Francesco Bendini, Nicola Bizzarri, Carmela De Falco, Andrea Di Lorenzo, Victor Fotso Nyie, Francesco Levoni, Lilit Tavedosyan e Livia Ugolini – è stata anche l’occasione per presentare il catalogo dell’iniziativa, un libretto, documentativo delle opere e degli apparati, con testi dell’Arcivescovo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. Quest’ultimo – Presidente della Giuria – ha introdotto il finissage, presentando anche il catalogo stesso, prima di passare la parola al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi: “qui a Casa Cini stiamo ripartendo – ha spiegato quest’ultimo -, cercando di strutturare iniziative soprattutto per i giovani. Vorremmo anche che questa sede diventasse la sede naturale della Biennale dedicata a don Patruno”. Inoltre, ha proseguito, “come Arcidiocesi portiamo avanti il progetto del Museo diocesano, che verrà realizzato dopo la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile, e che comprenderà anche una sezione di arte moderna e contemporanea – quindi anche con opere di don Patruno – e, ci piacerebbe, una sezione specifica di giovani artisti”. Dopo il saluto del Direttore di Casa Cini, don Paolo Bovina, ha ripreso la parola Cerioli, il quale ha spiegato come la copertina del catalogo rechi un’opera dello stesso Patruno, “Scrittura-Muro”, un acrilico e gessetti su tela del 1982 facente parte della collezione della Fondazione CariCento, organizzatrice della Biennale. “Viste le tante richieste di giovani artisti da tutta Italia (dal Friuli alla Puglia) di potervi concorrere, dopo la I edizione – sono ancora sue parole – abbiamo scelto di allargare il raggio di provenienza dei partecipanti, passando dalle province dov’è presente CariCento – Ferrara, Bologna, Modena – all’intero territorio nazionale. Infine, uno sguardo al catalogo: è lo stesso Cerioli nel testo introduttivo a spiegare come l’intervento di mons. Perego “in più momenti ha permesso di agevolare un percorso non facile ma necessario per adattare gli ambienti di un monumento storico a spazio espositivo e per riportare don Franco a Casa Cini”. Lo stesso Arcivescovo nel suo contributo spiega come Casa Cini sia “un luogo che respira ancora, anche per le opere conservate – a partire dal grande Cristo – la passione e l’intelligenza artistica di don Franco: arte al servizio della fede, arte al servizio della Liturgia, arte al servizio dell’uomo”. Ricordando il tema di questa terza edizione – “Realismi” -, scrive ancora mons. Perego, le opere degli otto artisti “aiutano a consolidare la realtà, nei suoi volti, nei suoi drammi, nei suoi spazi, fonte e luogo di ispirazione. Come è stato per don Franco, che nelle sue opere ha saputo interpretare fede, cultura sempre strettamente legata alla realtà, anche se trasfigurata”. Nel terzo contributo, la Fiorillo, membro della Giuria, spiega invece come il fatto di scomettere sugli under 30 abbia come obiettivo quello di “interpretare lo spirito di curiosità, di attenzione e di accoglienza con il quale Patruno ha sempre guardato ai giovani e altresì ai fatti della vita”. L’appuntamento è al prossimo 14 dicembre, quando la mostra degli otto artisti di questa III edizione troverà casa presso il Museo MAGI ’900 di Pieve di Cento, e lì vi rimarrà fino al 12 gennaio 2020.