Tag Archives: Ferrara

“Tramite Isacco, Dio chiede a ognuno di prendersi cura della fragilità del prossimo”

4 Mar

E se il figlio di Abramo e Sara fosse un disabile mentale? La teoria di don Gianni Marmorini presentata al Corpus Domini di via Campofranco

5Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ha senso parlare di mito nel mondo di oggi?

25 Feb

Lo scorso 23 febbraio Paolo Pasini ha relazionato nel primo dei quattro incontri organizzati dai “Ricostruttori” nella Cascina di Santa Caterina fuori Ferrara. Per comprendere meglio noi stessi, in un dialogo sempre aperto fra diverse forme di pensiero

sdrCome distinguere i miti buoni da quelli cattivi? Ma soprattutto, ha ancora senso parlare di “mito” in una società desacralizzata come la nostra? A partire da queste domande, nel pomeriggio del 23 febbraio scorso Paolo Pasini ha sviluppato la propria riflessione sul tema“Raccontare il mito. Come orientarsi tra miti che ingannano e miti che fanno crescere”. Si è trattato del primo dei quattro incontri del ciclo dal titolo “Il mito. Una chiave per entrare in noi stessi. Riflessioni, analisi, stimoli”, in programma nella sede de “I Ricostruttori”, Cascina Santa Caterina, sullo stradone del Gallo, 2. Una 50ina di presenti ha assistito alla relazione di Pasini partecipando anche con diversi interrogativi e spunti di riflessione. Il relatore ha avviato la propria relazione partendo da decine di migliaia di anni fa, nel Paleolitico, e da alcune pitture rupestri pervenuteci che dimostrano come già l’homo neanderthalensis e l’homo sapiens “riuscissero a pensare simbolicamente, dunque a creare miti”. Per Pasini si può dire che “il primo pensiero avuto da un essere umano è stato simbolico, è un pensiero magico, che nasce dalla paura e dalla meraviglia, dal terrore e dallo stupore”. Nel suo excursus storico è poi passato al periodo della filosofia greca, presocratica e postsocratica: già da Anassimandro “il pensiero filosofico – ha spiegato – inizia a prendere le distanze dal mito, a metterlo in discussione, privilegiando sempre più il logos rispetto al mythos, quindi preferendo un concatenamento di ragionamenti, un’argomentazione razionale rispetto a un tentativo di comprensione simbolica”. Il logos filosofico, rafforzatosi con Platone e Aristotele, considera il mito “ciò di cui non si può trovare qualcosa di più vero”, qualcosa di “non preciso”, al massimo di “quasi esatto”. L’assimilazione del mito al falso, al non vero, si è invece intensificata con la rivoluzione scientifica e soprattutto nel periodo illuministico, quando la ragione e la scienza venivano viste – con le dovute sfumature interne alle varie correnti di pensiero – come “mezzi per liberare l’uomo dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, quindi anche dal mito”. Kant, pensatore illuminista, sceglierà una posizione già maggiormente critica rispetto a una mentalità razionalista, ammettendo che esiste tutta una sfera di conoscenza – sull’anima, su Dio, sull’universo – “che la ragione non può comprendere”, e sulle quali, perciò, esiste un margine di soggettività maggiore rispetto al campo delle cosiddette scienze empiriche. In questo solco creato dal kantismo si inserirà successivamente il romanticismo, rivalutando “come fondamentali per il pensiero e per cercare le ragioni del vivere, l’amore e i sentimenti, la fede e la religione, l’arte e lo stesso mito”. Passando al XX secolo, sarà Ernst Cassirer a ridare ulteriore importanza al pensiero mitico come “basilare per lo sviluppo successivo del metodo scientifico e delle varie forme di conoscenza”. Ma è il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer e il suo pensiero ermeneutico, per Pasini, ad avere nel Novecento un ruolo fondamentale contro ogni forma di positivismo o dogmatismo. L’ermeneutica – scrive in “Verità e metodo” (1960) – non riguarda la “costruzione di una conoscenza certa, che soddisfi all’ideale metodico della scienza; e tuttavia anche qui si tratta di conoscenza e di verità. Nella comprensione di ciò che è trasmesso non si comprendono solo dei testi, ma si acquistano delle idee e si conoscono delle verità”. “Tutto nella realtà va quindi interpretato – ha spiegato Pasini -, necessita continuamente di essere interpretato”, disvelato nel suo senso. Il rapporto della persona col reale è dunque “una ricerca continua”, un muoversi perennemente in “un universo ermeneutico, per sua natura perciò aperto”. In questa continua apertura, inoltre – e ciò è fondamentale nel pensiero gadameriano – non cambia solo il reale e la nostra coscienza dello stesso, ma “noi stessi, lo stesso soggetto che vive un’esperienza di verità”. Quest’idea di ricerca e apertura è un ottimo antidoto “contro ogni forma di chiusura e di narcisismo, usando sempre il senso critico e nella consapevolezza dei propri limiti di essere umano – anche, possiamo dire, nei confronti di Dio”. Un rischio e una scoperta continui per smascherare – ha concluso Pasini – anche i falsi miti. E qui il richiamo finale è a un passo del Vangelo (Mt 7, 15-17): “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi”. Gli altri tre incontri del ciclo sono in programma, sempre alle ore 17, sabato 2 marzo (“Dal mito di sè al contatto con sè. Come superare blocchi e timori per una piena realizzazione di sè”, con Silvia Donati), sabato 9 marzo (“Alla ricerca dell’immortalità. Il mito della salute”, con Silvia Braghini) e sabato 16 marzo (“Parzival. Attraverso la riscoperta del mito medievale del Graal, un percorso verso l’unificazione interiore e la libertà di spirito”, con Simone Sacchier).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quella piccola comunità di detenuti italiani negli Stati Uniti

18 Feb

“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry. Fra i prigionieri a Letterkenny, anche 9 ferraresi

Alcuni prigionieri dell'82ma compagnia e un ufficiale americano al centro in terza fila, a LetterkennyLetterkenny è un nome che forse ai più non dirà molto, ma che 75 anni fa è diventato, a pieno diritto, luogo di memoria per gli italiani. E’ infatti il nome del campo che tra il ’44 e il ’45 ospitò – in modo più che dignitoso – più di 1200 soldati provenienti dal nostro Paese (del 321° battaglione di cooperatori), perlopiù catturati nell’ultima fase della campagna di Tunisia.
“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” (Il Mulino, 2018) è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry (soci dell’Associazione per la memoria dei prigionieri italiani a Letterkenny – AMPIL) che ricostruisce questo scorcio di storia del secolo scorso. Attraverso un lungo e certosino lavoro di ricerca – utilizzando soprattutto documenti di archivio, consultati presso i National Archives a Washington, gli Archivi militari italiani e l’Archivio Segreto Vaticano -, i due hanno contattato oltre 440 famiglie, che gli han fornito diari, lettere, memorie (spesso inedite), racconti orali e fotografie di loro membri detenuti nel campo a Chambersburg, a due ore di auto da Washington, fra cui gli unici reduci, il gaetano Giovanni Serpe ed Edoardo Quintarelli di Pescantina (VR).
1milione e 200mila furono i soldati italiani fatti prigionieri nella Seconda guerra mondiale, dei quali la metà catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre e gli altri dagli Alleati. Fra quest’ultimi, 125mila furono catturati dagli statunitensi, 51mila dei quali furono inviati negli USA, e qui divisi in 140 campi. Per trasferire i prigionieri italiani negli Usa, gli americani utilizzarono soprattutto navi EC-2 del tipo “Liberty”, per un viaggio di circa 20 giorni alla fine del quale sbarcavano nel porto di New York Citi, Boston o Norfolk/Newport News in Virginia. Da qui, attraverso treni passeggeri, venivano portati nei campi di detenzione.
Cooperatori volontari
Le ragioni per cui molti prigionieri scelsero di cooperare con gli americani furono diverse: “la maggior parte – è scritto nel libro – pensava che l’adesione fosse un dovere militare, dal momento che l’Italia, caduto il fascismo, aveva deciso di aiutare gli Alleati”. Altri prigionieri pensavano invece “che convenisse collaborare anche per guadagnare un po’ di soldi”, o, nel caso di fascisti, “per cercare di far dimenticare il loro passato politico”. Importante fu il contributo di questi circa 1200 soldati italiani all’economia bellica americana, in quanto fornirono la propria manodopera, utilissima in un periodo nel quale gli uomini erano sui vari fronti del conflitto.
L’esistenza dei detenuti cooperatori italiani, seppur limitata negli spostamenti e fatta di molto lavoro, era invidiabile rispetto al trattamento riservato normalmente a persone detenute: vi erano, infatti, diversi momenti di svago, come ad esempio escursioni turistiche, feste da ballo e altre attività ludiche e sociali. Ciò, soprattutto all’inizio provocò, com’è ben spiegato nel libro, un forte risentimento nei loro confronti da parte delle comunità indigene, che non comprendevano il perché di questi benefici elargiti a stranieri, perlopiù detenuti.
Il ruolo della Chiesa Cattolica americana
“Due altri aspetti – è scritto nel libro – resero unica la prigionia dei soldati italiani negli Stati Uniti: la presenza di circa 4 milioni di italoamericani e di una Chiesa cattolica ricca e organizzata”. I primi aiutavano i prigionieri sia con doni materiali e visite nei campi, sia facendo pressioni sulle autorità fossero trattati al meglio. Invece, “i sacerdoti e i cappellani cattolici, alcuni dei quali italiani o di origini italiane, fornirono il conforto religioso, aiuti materiali e operarono quali intermediari nella corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia”. I detenuti cooperatori di Letterkenny, come gli altri prigionieri italiani negli USA, furono molto assistiti dai War Relief Services (WRS) della National Catholic Welfare Conference, l’organizzazione assistenziale dei vescovi americani, nonché dal Vaticano stesso e dalla Delegazione Apostolica a Washington. “La fede – scrivono gli autori nel volume – era importante per aiutare molti prigionieri a sopportare i lunghi periodi di internamento e la Chiesa Cattolica iniziò a occuparsi dei militari italiani fin dal momento del loro arrivo negli Stati Uniti”.
Storica fu la visita di mons. Amleto Giovanni Cicognani, allora Delegato Apostolico negli USA, al campo di Letterkenny il 22 ottobre 1944. Nell’occasione, celebrò la Messa (nella quale cresimò 16 soldati), distribuì ai detenuti 1100 copie de “Il mio Messale della Domenica”, 100 copie del Nuovo Testamento (con dedica), molti crocifissi e rosari. Lasciò inoltre, come dono principale di Pio XII, la somma di 500 dollari da spendere per i bisogni collettivi del battaglione. Non mancava, tra i prigionieri, appartenenti ad altre confessioni, come Sebastiano Ganci, membro della Chiesa cristiana pentecostale.
Poco tempo dopo la visita di mons. Cicognani, venne approvato un progetto di costruzione di un grande edificio, con 500 posti a sedere, che doveva servire come sala riunioni, cappella, teatro e biblioteca. Nel genanio ’45, però, i detenuti diedero avvio alla costruzione di una chiesa, con campanile, per evitare che le liturgie si svolgessero in un ambiente polivalente. Domenica 13 maggio 1945, mons. Cicognani tornò per la seconda volta a Letterkenny per consacrare l’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quando Boldini vestiva un’intera epoca

18 Feb

Civettuole ed esili sono le donne raffigurate dal pittore ferrarese, in mostra fino al 2 giugno a Palazzo dei Diamanti: figure inquiete e impettite, in un grande progetto espositivo che omaggia lo splendore della moda

boldiniNon arte e moda ma la moda in quanto arte, immagine di un’epoca a cavallo di due secoli, nella fanciullezza della modernità, quando nobiltà e alta borghesia si affiancano – convivendo – l’un altra, sempre tese – tra ozio e bellezza, vizio ed edonismo – nella ricerca di una perfezione.
C’è questo e molto altro nel nuovo progetto espositivo di Palazzo dei Diamanti, “Boldini e la moda”, inaugurato lo scorso 15 febbraio e visitabile fino al prossimo 2 giugno. La mostra è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna – Museo Giovanni Boldini di Ferrara, e a cura di Barbara Guidi (che diversi anni fa ha studiato le lettere del pittore custodite nel Museo di Ferrara a lui dedicato, studio sfociato in una tesi di dottorato e in una pubblicazione da parte di Ferrara Arte Editore) con la collaborazione di Virginia Hill. Un percorso affascinante nella femminilità (ma non solo, anche nella distaccata e oziosa signorilità maschile dell’epoca), composto da quasi centrotrenta opere e che riunisce dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei colleghi Degas, Manet, Sargent, Seurat, Blanche ed Helleu ad un’accurata selezione di abiti d’epoca, libri e accessori preziosi.
“Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento – scrivono i curatori -, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell’epoca mitica – da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode alla marchesa Casati – concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour”.
Si passa così, nel percorso espositivo, dal nero, simbolo di eleganza, mistero e lutto, a tinte più chiare e più dolci, al bianco e al rosa. A svettare dalle pareti sono le ormai note, ma mai banali, muse del Boldini, esili e slanciate figure femminili dai visi scarni ma vivi, furbi e ammalianti, sempre distintamente tesi in una sottile provocazione (“lei regala il desiderio di lentamente morire sotto il suo sguardo” scriveva Baudelaire a metà ’800 in “Il desiderio di dipingere”). Le loro bocche piccole, rosse e sottili, o quegli incarnati dolcemente rosei, quasi infantili, non fungono da mero sfondo ai lussuosi e incantevoli abiti. I loro stessi sguardi magneticamente intelligenti, consapevolmente vivaci, sono gli sguardi di chi percepisce un’atmosfera, anzi di chi “veste” un’intera epoca, di una storia che muta e della quale pare già sentirsi protagonista, diva, icona. “Quegli occhiolini sottili e terribili – scriveva ancora Baudelaire in “La camera doppia” -, li riconosco per la loro spaventosa malizia! Essi affascinano, soggiogano, divorano lo sguardo di chi li contempla imprudente”.
Fra questi corpi minuti e astuti – dove a tratti spuntano improvvisi sparuti sprazzi di rosso a dire una recondita passione – spicca come eccezione la “Signora in rosa sul divano” (1895 ca.), languida e morbida, abbandonata su una poltrona, tutt’altro che impettita ma anzi travolta, forse, dal sonno, e quasi sfumata nei contorni già inquieti dello stile tipico del pittore ferrarese. Uno stile, questo che lo renderà celebre, dinamico e nervoso ma che – non ci si stupisca – richiama, al di là delle apparenze, un movimento anche interiore, un’inquietudine, moto amplificato, per altri versi, nel cammino espositivo, dai numerosi specchi, fonte di spaesamento e di (ça va sans dire…) vanitoso sdoppiamento.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Un ferrarese vittima dell’orrore delle foibe

11 Feb

La vicenda del Maresciallo di Finanza Antonio Farinatti è raccontata in un libro appena pubblicato: l’uomo, originario di Migliaro, rimase a Parenzo (vicino Trieste) nonostante l’arrivo delle feroci milizie di Tito

farinatti1 copia“Antonio Farinatti. L’eroe di Parenzo” è il nome del volume – appena edito da La Carmelina – che racconta la vita del Maresciallo di Finanza originario di Migliaro, ucciso dai partigiani di Tito per infoibamento nell’ottobre del ’43. Il testo, a cura di Gerardo Severino e di Federico Sancimino, ha il patrocinio del Comune di Ferrara e del Museo Storico Guarda di Finanza – Comitato di Studi Storici, e il patrocinio e il contributo del Comitato Provinciale di Ferrara dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (il cui presidente Flavio Rabar ha scritto l’introduzione al volume) e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Antonio Farinatti nasce il 7 febbraio 1905 a Migliaro da Romolo e Pasqua Bonora. Lascia presto la scuola, mettendosi a lavorare come carpentiere e iscrivendosi alla Sezione locale del Partito Nazionale Fascista, partecipando anche alla Marcia su Roma. Nel febbraio ’23 invia la domanda di arruolamento nel Corpo della Regia Guardia di Finanza. L’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Verona, in uno dei Battaglioni di formazione delle Fiamme Gialle. Un anno dopo, finito il corso, è promosso a guardia. Da qui, è costretto a spostarsi, per anni, in diverse località: a Piedicolle, Legione di Venezia, oggi territorio sloveno, poi Porto Nogaro (UD), Cortina, a Caserta per frequentatre il corso di allievo sottoufficiale, quindi, una volta divenuto Sotto brigadiere, a Cernobbio, sul Lago di Como, e nel ’27 a Piazzola, nelle vicinanze, dove conosce la futura moglie, Luigia Giulia Della Torre. L’anno dopo viene trasferito a Predazzo (TN), Maslianico, Bormio. Nel frattempo nasce la prima figlia Maria detta “Titti”. Farinatti torna al Sud, a Maddaloni (CE), Palermo e in provincia di Caltanissetta, per poi risalire al nord, a Firenze e a Cesenatico. Nel ’34 si sposa con Luigia a Cernobbio, e l’anno dopo si trasferiscono a Bellaria, a Ravenna e poi nel Comune di San Pietro del Carso, allora sotto Trieste, dove nel ’39 nasce la seconda figlia Stefania, detta “Neni”. Nel ’40 è nella vicina Postumia e viene promosso al grado di Maresciallo Ordinario, mentre nel ’41 è a Parenzo, a metà strada tra Pola e Trieste, e viene poi promosso al grado di Maresciallo Capo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, l’Istria e la Dalmazia diventano terra di nessuno: iniziano le vendette slave contro gli italiani, innanzitutto finanzieri (parte dei quali nel ’45 si schiereranno apertamente con i partigiani italiani), carabinieri, Guardie di Pubblica Sicurezza e membri della Milizia Volontaria per la Sicurezza dello Stato, ma anche responsabili di uffici pubblici, insegnanti e sacerdoti, fascisti e antifascisti, uomini e donne, giovani e anziani. La IV Armata del Maresciallo Tito fa ingresso a Trieste il 1° maggio ’44: per un mese gli italiani vengono prelevati dalle loro case, molti finiranno nelle foibe o nei campi di concentramento titini. Molte saranno anche le confische, le requisizioni e violenze di ogni genere. Farinatti è tra i finanzieri che rimangono a Parenzo anche dopo l’armistizio dell’8 settembre, seppur cosciente dei seri rischi che corre. Il 14 dello stesso mese, i miliziani slavi arrivano a Parenzo, occupandola: “i giorni che seguirono – è scritto nel libro – portarono in città lutti e tragedie di ogni genere, ascrivibili a quella che agilmente può essere definita una ‘brutale rappresaglia militare’ ”. Il 19 iniziano i fermi e gli arresti di italiani (in tutto furono 84), prelevati con l’inganno, lasciando spesso i famigliari nell’attesa, illusoria, che avrebbero presto fatto ritorno. Fra questi, Norma Cossetto (ne parliamo a pag. 11). Farinatti viene prelevato dalla sua abitazione, davanti alla moglie e alle figlie, la notte tra il 20 e il 21 settembre ’43 da alcuni partigiani titini, e portato nella prigione adibita nel Castello Montecuccoli di Pisino, località ad alcune decine di km da Parenzo. Nell’ultima lettera, spedita alla moglie, prima di essere infoibato, Farinatti scrive (la data è 27 settembre ’43): “[…] Come tu ben puoi immaginare, il mio pensiero è sempre rivolto a voi. Vi vedo sempre davanti agli occhi e siete sempre nel mio cuore e nel mio pensiero. Noi qui siamo trattati molto bene. Il vitto è sano e sufficiente”. La mattina del 4 ottobre insieme ad altri dieci prigionieri viene trasferito a Vines, dove vi è una foiba: “giunta l’oscurità – è scritto nel volume – sotto la luce dei fari degli automezzi ebbe dunque luogo la ‘mattanza’, secondo un rituale ormai noto. Il Maresciallo Farinatti, con i polsi legati da uno spesso filo di ferro e accoppiato ad altre due vittime, fu gettato nella sottostante foiba (profonda circa 146 metri)”. Solo il 25 ottobre il suo corpo viene riportato in superficie e riconosciuto dalla moglie, grazie al particolare di un lembo di camicia indossata dal marito. Il 23 novembre 2006 il Direttore del Museo Storico della Finanza, l’allora Tenente Gerardo Severino, propone una ricompensa al Merito Civile per Farinatti: con Decreto del 24 luglio 2007, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, gli conferisce la Medaglia d’Oro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Un “super-fondo” con gli archivi parrocchiali della nostra Diocesi

4 Feb

L’Archivio Storico da il via al progetto per meglio tutelare e valorizzare la memoria della nostra Arcidiocesi

sdrUn “super fondo” che si svilupperà per circa 600 metri lineari negli ambienti al primo piano del Palazzo Arcivescovile di Ferrara. E’ questo l’enorme lavoro che spetta all’Archivio Storico della nostra Diocesi e che nei prossimi mesi, o meglio anni, vedrà in prima linea i due archivisti Giovanni Lamborghini e Riccardo Piffanelli.
Il progetto consiste nell’incameramento degli archivi delle parrocchie della nostra Arcidiocesi, per la loro salvaguardia e valorizzazione nella trasparenza. Un obiettivo che la nostra Arcidiocesi considera fondamentale, anche per dar seguito al Documento del ’97 “La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici” della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, e all’“Intesa relativa alla tutela dei beni culturali di interesse religioso appartenenti a enti e istituzioni ecclesiastiche”, sottoscritta nel 2015 da CEI e Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Da tre anni la nostra Arcidiocesi ha aderito al progetto CEI-AR, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, rivolto a tutte le diocesi e agli enti ecclesiastici che intendono realizzare interventi di riordino e inventariazione dei propri archivi. Inoltre, In base al censimento di tutti gli archivi parrocchiali della nostra diocesi – effettuato fra il 2001 e il 2003 dalla Soprintendenza archivistica per l’Emilia-Romagna – è nota la descrizione dei singoli fondi (le serie principali, gli estremi cronologici, la consistenza, l’ubicazione precisa e lo stato di conservazione).
I fondi archivisti parrocchiali contengono, fra l’altro, gli atti di nascita e di battesimo, i registri dei battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni, dei morti, carteggi riguardante l’attività pastorale e l’amministrazione parrocchiale, registi di amministrazione della chiesa e del beneficio ecclesiastico, l’inventario delle suppellettili ed, eventualmente, negli archivi aggregati, documenti relativi all’Azione Cattolica parrocchiale, a Confraternite e Pie Unioni.
“A breve – ci spiegano Lamborghini e Piffanelli – inizieremo i sopralluoghi nelle parrocchie, che dureranno alcuni mesi, per poi analizzare i vari archivi”. In una prima fase, verranno incamerati gli archivi presenti nelle canoniche non abitate e gli archivi di evidente valore storico-culturale a rischio di vario genere (ad esempio se gli edifici che li ospitano hanno subito danni particolari in seguito al sisma del 2012), poi, in una seconda fase, gli archivi in buono stato conservativo custoditi in parrocchie abitate e quelli di scarso interesse storico-culturale.
Su 169 parrocchie totali in diocesi, risulta che le parrocchie non abitate con archivi di altissimo o alto valore storico-culturale sono 63, mentre le parrocchie e quasi parrocchie non abitate a rischio dispersione di documentazione sono 21. Per questo, la prima fase dovrebbe prevedere l’incameramento di 84 archivi. Delle restanti 87 parrocchie, abitate e con archivi in buono stato conservativo o di scarso interesse storico-culturale, 22 potranno continuare a conservare i rispettivi archivi, ad esempio in quanto di recente costruzione (si pensi, per citarne due in città, alla Parrocchia dell’Immacolata Concezione di Ferrara, o alla Beato Giovanni Tavelli da Tossignano). La seconda fase dovrebbe, perciò, prevedere un primo sopralluogo archivistico e un futuro incameramento per 65 archivi.
“Pensiamo sia importante superare l’idea che gli archivi siano qualcosa di nicchia”, ci spiegano ancora Lamborghini e Piffanelli, considerandoli invece un bene prezioso da “valorizzare nella massima trasparenza possibile e seguendo un regolamento ben preciso. Tutti potranno accedere agli archivi, previa richiesta motivata, che sarà poi vagliata dal Vicario Generale”. Un altro serio problema, proseguono i due, “riguarda poi le sottrazioni di documenti dagli archivi, avvenute in passato. Ora però – spiegano – saremo pronti a denunciare eventuali mancanze che emergeranno”, grazie anche alla collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e con la Soprintendenza regionale. Ci auspichiamo – sono ancora loro parole – che tutti i parroci collaborino con noi. Non si tratta di far venir meno il loro ruolo di responsabili delle comunità parrocchiali affidatagli, ma di pensare che, anche per le generazioni future, è importante che tutte le carte siano conservate e valorizzate: queste, infatti, arricchiscono solo se vengono condivise in modo serio”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

La magia di Difilippo in mostra al Carbone

28 Gen

difilippoNon un diario quotidiano, ma un grande libro delle memorie, una grande opera composta da diversi capitoli. Reperti e relitti del mare, della terra, dell’opera dell’uomo che sembrano cercare un’armonia, per contrasto, con foglie d’oro e d’argento, cristalli, fiori di ficus, di papiro, foglie di noci, di magnolie, di pannocchie di granoturco, di alberi tropicali o di zone marine. C’è questo e molto altro nel’l’immobile magia delle opere di Domenico Difilippo, esposte nella personale “Pagine e Memorie di un Racconto Intimo”, fino al 3 febbraio in parete alla Galleria del Carbone di Ferrara (in vicolo del Carbone, 18/a). Oggetti naturali e artificiali come sospesi, galleggianti sullo schermo della memoria. Non un diario, dicevamo, ma nemmeno una raccolta scientifica, un inventario da laboratorio. Non vi è il freddo classificare del collezionista, il fine non è ordinare in modo maniacale pezzi etichettati. Ciò che anima mani e cuore dell’artista è invece una forte affezione spirituale, la passione di chi conosce il peso specifico della memoria personale. Gli oggetti essicati, sbiaditi e arrugginiti sembrano contraddire questo immanente desiderio di perpetuità. Ma la singolarità di ogni frammento esposto – in un dialogo misterioso con l’icona “femminea”, marchio ormai inconfondibile dell’artista – rappresenta già di per sè un momento insostituibile dell’esistenza dello stesso, dunque un tentativo, attraverso l’arte, di renderlo eterno.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Il maestro? Un testimone sempre in ricerca

28 Gen

Al via il ciclo di incontri di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea

maestro1

“Cosa autorizza una persona a istruire un’altra?”. Da questa domanda “inquietante”, ha preso le mosse la riflessione alla base del ciclo di incontri del 2019 organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’ISCO-Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. La rassegna “Maestri” è stata presentata venerdì 25 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di via delle Scienze a Ferrara. Dopo l’introduzione di Davide Pizzotti (vicedirettore dell’Isco) e i saluti del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, ha preso la parola il Direttore del Gramsci, Fiorenzo Baratelli. “Mettersi in ascolto di testi classici può essere importante per evitare sia di essere inghiottiti dal passato in modo acritico e passivo, sia per superare un’idea di libertà sradicata e delirante rispetto all’eredità di cui ognuno deve farsi carico dei beni della cultura e della sapienza”, è scritto nel testo introduttivo. Così, “il classico – ha riflettuto Baratelli – è colui che, al tempo stesso, è profetico e necessario al presente”, è oltre la contemporaneità e “fuori dal tempo”. Prendendo le mosse dal sopracitato e “inquietante” interrogativo, Baratelli ha riflettuto su come “il vero maestro non fornisce modelli, ma offre una testimonianza, quindi agisce soprattutto sul metodo, sollecitando la volontà dell’allievo, contro l’inerzia del conformismo, presente in tutte le società”. Proseguendo, “il maestro deve riuscire a trasmettere passione per la ricerca della verità, e deve rinnovare nell’allievo lo stupore, la meraviglia per la conoscenza e per la vita”. Deve, quindi, “generare potenzialità, aprire possibilità anche diverse da quelle che lui stesso possiede”. Per l’allievo vale, specularmente, la celebre frase di Goethe: “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. I maestri, dunque, “nascono ogni volta che vi sono domande di senso, che si sente il bisogno di un rinnovato ethos pubblico”. Successivamente, Piero Stefani e Magda Iazzetta hanno letto testi tratti da “Maestro, dove abiti?”, a cura dello stesso Stefani, e intervallate da musiche di W. A. Mozart e J. S. Bach eseguite dalla violinista Lucilla Rose Mariotti. Nel testo, Stefani ha riflettuto sulla coerenza, “che è sempre del testimone, non sempre del maestro”, e a tal proposito ha citato il passo evangelico Mt 23, 1-3: “Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. In conclusione, si può dire che il corretto rapporto tra maestro/testimone e allievo/discepolo sta, come la vita stessa, “in un cammino di ricerca condiviso, anche se è sempre personale”, chiamando così in ballo la responsabilità e la creatività di ognuno.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Racconto, nascondimento, preghiera: il libro di Ester

28 Gen

La Giornata del dialogo fra ebrei e cristiani ha visto Casa Cini ospitare un incontro pubblico su uno dei libri dell’Antico Testamento. Un testo paradigmatico della storia del popolo ebraico e del rapporto con Dio

esterPer la XXX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei è stato scelto come tema il libro di Ester. Per l’occasione il 23 gennaio, a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara) don Paolo Bovina ha dialogato con Piero Stefani sul tema “Ester: le sorti ribaltate”, introdotti dal diacono Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano ecumenismo e dialogo interreligioso. Assente per impegni imprevisti il rabbino Luciano Caro.
Il Libro di Ester è parte sia della Bibbia ebraica sia di quella cristiana, e scritto originariamente in ebraico, è composto da 10 capitoli, che raccontano la storia della giovane ebrea Ester – orfana, cugina di Mardocheo (Mordechai) e venerata come santa dalla Chiesa Cattolica nella ricorrenza del 1° luglio – che viene scelta come moglie dal re persiano Assuero. Ester salverà il popolo ebraico dai complotti del malvagio Aman, poi considerato l’antisemita per eccellenza.
Una musica ha introdotto l’evento, quella dell’oratorio Ester del compositore Lidarti (1730-1795), attivo presso la Sinagoga portoghese di Amsterdam. Come ha spiegato innanzitutto Piero Stefani, il libro non racconta fatti storici – “non scorre inchiostro ma sangue” – e dà origine alla festività di Purim.
Nella versione ebraica del libro “non compare mai la parola ‘Dio’ (come anche nel Cantico dei Cantici): questo è il primo e più impotante ‘nascondimento’ del libro, è come se Dio fosse nascosto (anche se Dio non può essere nascosto del tutto, altrimenti sarebbe totalmente ignoto)”. Anche i nomi dei due protagonisti, Ester e Mardocheo, secondo Stefani, “hanno dei ’nascondimenti’: sono innanzitutto due nomi non ebraici, che alludono a divinità babilonesi, ed Ester in ebraico indica il nascondersi, quindi è ’la nascosta. Infatti, una volta scelta in moglie dal re Assuero non svela la sua identità, è una cripto-ebrea. Il cugino Mardocheo, invece, rivela il suo ebreo nel rifiuto di prostrarsi davanti al potente Aman”. Ritenuto questo atteggiamento un insulto, Aman decide di eliminare Mardocheo e tutto il suo popolo.
Mardocheo comunica a Ester il decreto di sterminio e la sollecita a intervenire in favore di se stessa e del suo popolo, che risulta come “elemento perturbativo, e quindi l’unico modo per normalizzarlo viene considerato quello di eliminarlo”. Ester, in preda all’angoscia, cerca rifugio presso il Signore, pregandolo a lungo. Digiunerà insieme al cugino (così nasce il Purim, festa che segue a un digiuno), trovando così la forza di rivolgersi al re – il presentarsi a lui senza permesso significava essere condannati a morte – per convincerlo a non mettere in atto l’editto contro gli ebrei. “Riuscirà dunque a salvare il suo popolo – ha proseguito Stefani – attraverso la propria vita, non attraverso la propria morte, come invece avviene per i martiri”.
“Ma Dio dov’è in questo libro, dov’è la sua azione?”, si è chiesto il relatore. “E’ nella trama stessa del libro, che alla fine si svela con una sua coerenza interna”.
Stefani ha dunque concluso il proprio intervento con alcuni interessanti aneddoti a voler dimostrare come, in ultima analisi, la vendetta non faccia comunque parte della tradizione ebraica. Riguardo allla festività di Purim, – nella quale tra l’altro è tradizione consumare dei biscotti tipici chiamati le “orecchie di Aman” -, nel Talmud babilonese il rabbino Rava commenta che un uomo è obbligato a bere tanto da diventare incapace di accorgersi se sta maledicendo Aman o benedicendo Mardocheo. Ciò, ha spiegato Stefani, significa che nella sacralità della festività “scompare l’idea della vendetta. Insomma, meglio raccontare (’scorre più inchiostro che sangue’, ndr) e bere (festeggiare) che agire” (con violenza).
Della versione greca del libro si è invece occupato don Paolo Bovina, Direttore di Casa Cini. “Mentre nel testo ebraico Dio non viene mai nominato – ha spiegato -, in quello greco Dio viene nominato 50 volte, entra in scena per primo ed è Lui che ribalta le sorti. Il testo greco, inoltre, rispetto a quello ebraico ha 107 versetti in più, anche se la trama non cambia, e sei sezioni, aggiunte a cerchi concentrici, rispetto alla parte centrale del libro, il cuore”. Così, le sei aggiunte riguardano due sogni (all’inizio e alla fine), due editti (poco dopo l’inizio e poco prima della fine), e, a ridosso della parte centrale del libro, due preghiere. “Proprio la preghiera, nella versione greca – ha proseguito don Bovina -, è ciò che cambia tutta la vicenda, perché è una preghiera a Dio e non al falso-dio, il re. Il popolo ebraico vive per la propria fedeltà a Dio, sempre sotto la cappa del rischio di essere sterminato per questo. Vi è quindi, sempre, persecuzione, perciò bisognerebbe sempre combattere. Ci si affida invece a Dio, a cui si è fedele, come fa Ester nella sua preghiera, fatta con le parole e con tutto il corpo”, quindi rivolta “con umiltà e povertà di spirito”. La stessa Ester che, successivamente, “non avrà più paura a riconoscersi come parte della ’famiglia’ ebraica, del suo popolo, della sua tradizione”.
In conclusione, don Bovina ha rivolto un pensiero alla Shoah, in prossimità del Giorno della Memoria, ragionando su come “il pregare non significhi ’Dio, agisci al mio posto’, ma ’Dio dammi la luce e la forza’ ”. Così, “Dio ha posto un limite al male, ma prima di raggiungere quel limite, c’è tutta la nostra libertà e tutta la nostra responsabilità, che sono grandi, e che quindi non vanno mai prese alla leggera”.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Matteo e Nicola Nannini in mostra a Ferrara

26 Gen

Una bi-personale famigliare è la nuova intuizione espositiva di Lucio Scardino per la galleria d’arte Fabula Fine Art di Ferrara. “Bottega di famiglia. Dipinti e grafiche di Nicola e Matteo Nannini” è il titolo della mostra esposta in via del Podestà, 11 dal 31 gennaio al 5 marzo.
Come scrive il curatore nel catalogo, “i fratelli Nannini: ultimi maestri di una tradizione figurativa, che però reinventano in chiave tutt’altro che accademica, frequentando musei e librerie, sale cinematografiche e laboratori ma immergendosi appieno nella vita quotidiana, nel paesaggio padano e veneto, nelle mestiche e nelle chine che rifiutano le elaborazioni computerizzate oggi tanto care a parecchi loro colleghi”.

nicola nannini

Nicola Nannini

Nicola Nannini, classe 1972, vive e lavora tra Cento e il Veneto. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con il massimo di voti e la lode. E’ docente di pittura presso l’Accademia di Belle Arti “Cignaroli” di Verona. Ha allestito mostre personali lungo tutta la Penisola e all’estero (Ungheria, Olanda, Inghilterra) ed esposto in vari musei pubblici e fondazioni culturali.
Sempre per usare le parole di Scardino, “Nicola fer¬ma sulla tela il tempo ma non lo cristallizza in vacui formalismi para-fotografici, rende l’atmosfera vibrante dei piccoli paesi che attendono l’arrivo del treno per squarciare l’afa estiva, oppure le ore dell’alba, in cui stanno per giungere gli ambulanti che ne animeranno il mercato.”.

matteo nannini

Matteo Nannini

Matteo Nannini, invece, classe 1979, vive e lavora tra Sant’Agostino e Cento. Ha frequentato il Liceo Artistico “Arcangeli” di Bologna e si è diplomato con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Insegna presso la Scuola di Artigianato Artistico a Cento da quando aveva 20 anni.
Talentuoso quanto il fratello, Matteo ha esposto nell’ultimo ventennio in svariate personali, collettive, fiere d’arte ed eventi culturali in varie città della pianura padana, ma anche all’estero (da Budapest ad Am¬sterdam, da Londra a Shangai, da Rotterdam a L’Aia). Dal 2012 l’artista ha quindi cominciato a proporsi al pubblico quale illustratore e fumettista, con tavole e graphic novel di soggetto poliziesco e dal sapore fortemente ironico. Assai significativo in tal senso è il personaggio del detective J.W.Wiland, da lui creato e al quale ha già dedicato quattro volumi, da lui scritti e disegnati. Nel 2016 ha fondato la “Nannini Editore”, marchio editoriale e portale on line dedicato alla grafica, all’illustrazione e ai “comics”. A Fabula espone sensuali nudi femminili, senza però evitare di confrontarsi con il vedutismo. Infine, le amatissime tavole originali del detective J.W.Wiland.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 26 gennaio 2019