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“L’ingegno di Eva” in mostra a Fabula

7 Mar

3398_b09f404a4fe16a958f4a66b7c616fa3aIl genio artistico delle donne protagonista nella nostra città. Venerdì 8 marzo alle 18 inaugura la nuova collettiva nella galleria “Fabula Fine Art” di via del Podestà, 11. “L’ingegno di Eva” è il nome del progetto curato da Lucio Scardino che vede esposte opere di dieci donne dal 1912 fino al 2019: Giovanna Baruffaldi, Adriana Bisi Fabbri, Nedda Bonini, Maria Chailly, Leonor Fini, Laura Govoni, Beryl Hight, Mimì Quilici Buzzacchi, Ada Santini, Priscilla Sclavi.

Scardino, da cosa sono accomunate queste dieci donne?
Dall’abilità nel fare arte, nell’arco di un secolo, usando le tecniche più disparate, dal disegno all’arazzo, dall’olio all’installazione plastica.

Il loro essere artiste in che modo rappresenta la volontà di autodeterminazione femminile?
Ad esempio neò rapporto con i mariti, spesso critici d’arte, come Giannetto Bisi, Nello Quilici o Andreotti che ne hanno seguito e condiviso le ricerche.
Poi, ad esempio, c’è il caso della zitella Chailly, la quale si sentiva un po’ soffocata a Ferrara, e andava a insegnare disegno in un istituto religioso del Cairo…

Questa mostra rappresenta un pezzo di storia delle donne nel ‘900, fino ad oggi?
Sì, certamente, partendo dalla grafica caricaturale di Adriana Bisi Fabbri di un secolo fa, in linea con le ricerche del grande cugino Umberto Boccioni, per giungere alle installazioni del 2018 della Govoni.

Ferrara è terra prediletta del genio artistico femminile?
Sì è no… Ferrara è stata epicentro d’arte, ma alcune di queste artiste hanno preferito trasferirsi a Milano (Bisi) o a Roma (Quilici) o vi sono semplicemente transitate (Leonor Fini), o ancora, hanno scelto di insegnare in altri luoghi, come la Bonini.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 7 marzo 2019

Alex Langer, rivoluzionario gentile

4 Mar

Un “profeta controvoglia” che sapeva riflettere, e vivere, con speranza e realismo, difficili situazioni di convivenza interetnica, come nel suo Sud Tirolo o nei Balcani degli anni ’90. Criticando chi usa le proprie “bandiere contro qualcuno”

langer1Nel leggere i tanti scritti di Alexander Langer, sembra di respirare un’aria pura, così diversa dalle tribune asfittiche di oggi, da una politica fatta di grida, cinismo, rincorsa del consenso “usa e getta”. Langer era proprio il contrario di tutto ciò, nella sua vita ha messo in opera quel principio anticompetitivista del “più lento, più profondo, più dolce”. Il suo dinamismo, la sua irrequietezza non facevano mai venir meno né lo “scandalo” delle sue denunce etiche e sociali, né la sua mitezza. Lui stesso ha scritto: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle maggiori ricchezze gli incontri, già familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere”.

Un impegno concreto e totale

Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22 febbraio 1946, raccontando della propria adolescenza, scrive: “il primo ideale universale che riesce a convincermi e a coinvolgermi è quello cristiano. […] Leggo, rifletto, prego. ‘Mi impegno’, sentendo questo impegno come cosa molto seria. Cerco di lavorare in senso ecumenico. […]. Magari per sensi di colpa, magari per sensibilità sociale cristiana, magari per istinto di giustizia sento molto interesse ‘per i poveri’ e per questioni sociali”. Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico e incontra Valeria Malcontenti che sposerà nel 1985. Del periodo fiorentino scrive: “Incontro Giorgio La Pira, mio professore; Ernesto Balducci, che ogni settimana tiene una lezione sul Concilio, al cenacolo […]. L’incontro più profondo è con don Milani e la sua Scuola di Barbiana, per la quale insieme a una vecchia ebrea austroboema, Marianna Andre, tradurrò in tedesco Lettera a una professoressa”. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico, e nel 1967 con altri giovani intellettuali fonda il mensile “Die Brucke”. Fa l’insegnante, il servizio militare, poi lavora tra gli immigrati in Germania. Collabora al quotidiano Lotta Continua e in Sudtirolo, nel ’78, viene eletto consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra (verrà poi rieletto nell’83 e nell’88). Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento dell’81 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, coi quali nell’89 viene eletto deputato al Parlamento europeo. Fra le sue mille battaglie, la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, nel ’91 l’impegno come presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Decide di interrompere la propria vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.

Razzismo, radici, convivenza

Esattamente 30 anni fa, sul numero del 1° marzo 1989 di “Nigrizia”, Langer scriveva: “E’ una brutta bestia, quella che sta nascendo o rinascendo in giro per l’Europa, in forme aperte o sottili, ma sempre pericolose e qualche volta subdole. Parlo del razzismo”. Più avanti: “Come negare […] che la presenza di tante persone che dai loro paesi fuggono per miseria o per ragioni di persecuzione politica crea degli effettivi imbarazzi e delle vere difficoltà nei paesi ospitanti?”. Per ragioni anche storiche, “siamo poco abituati all’idea che la multiformità etnica e culturale di una società, di una città, di una regione possa essere una ricchezza anziché una condanna e un fardello negativo”. Sottolineava quindi il “ritorno di fiamma dell’idea di nazione e di compattezza etnica: un modo come un altro per sottrarsi al peso della complessità, inseguendo la pretesa semplificazione”. Un facile profeta, dunque, del nostro presente: “sarà inevitabile che gli squilibri indotti [da un sistema iperindustrializzato e consumistico] sull’intero pianeta – sono ancora sue parole – spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna – anzi, la loro sopravvivenza – ‘a casa nostra’, dopo che abbiamo reso invivibile ‘casa loro’. Perché meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aerei e oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro?”. Ma il suo non era uno sterile e retorico pessimismo (da lui stesso più volte criticato): “Per la prima volta nella storia si può – forse – scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza”. 25 anni fa sulla rivista “Arcobaleno” esce forse il suo scritto più celebre, “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”, nel quale emerge come il suo punto di vista fosse sempre quello di una persona immersa nel reale. “La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”, scrive, aggiungendo: “ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio”. Detto questo, “l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza”. “Occorre sviluppare una complessa arte della convivenza”, ad esempio “offrendo momenti di ‘intimità’ etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica”. “Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l’organizzazione etnica della comunità […]. Ma è evidente – sono ancora sue parole – che se si vuole favorire la convivenza più che l’(auto-)isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico […]. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all’interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica”. Per questo, proponeva di “favorire l’esistenza di ‘zone grigie’, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione”, dando spazio a “persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione, […dedicandosi alla] esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”. Persone-ponti, queste, “capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”. Da qui la proposta dei “gruppi misti inter-etnici”, “un coraggioso laboratorio pioneristico”, un progetto tanto semplice quanto troppe volte complesso da realizzare, ma fattibile, necessario, sempre più urgente. In Langer, però, si badi bene, forte era l’attaccamento viscerale nei confronti della propria terra d’origine, nonostante il suo approccio cosmopolita: le radici le intendeva come “ciò che ci permette di sentirci a casa, di ciò che ci permette di sentirci parte di generazioni, di storia, di tradizione, di cultura, anche di prospettiva di senso”. Ma purtroppo sul bisogno di radici “si specula con tante forme di integralismo”, e dunque “la comunità locale deve essere la ragionevole alternativa su cui coltivare le radici senza abusi ideologici”, senza “un’ipervalutazione del noi”, evitando di usare “bandiere di identificazione” come “bandiere contro qualcuno”.

Giona dei giorni nostri

Mite e tenace era Langer, dicevamo all’inizio. Sempre al servizio, sempre in prima linea, spronava e attuava alla “semplicità” nel modo di vivere, che non significa “semplificare” un mondo così complesso. “In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del ‘gratuito’, di ciò che si può usare ma non comperare”, scriveva. Negli appunti per una relazione del 1991, dedicata a don Tonino Bello, cita Giona, definendolo “profeta controvoglia”, con un’ironia mista a sofferenza: “troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio […]. Quanta distanza dai tanti profeti autoinvestiti! Si capisce che Giona non corra per alcuna nomination, ma anzi cerchi di sottrarsi. Si ha fame di verità, di profeti il cui messaggio sia più importante del latore”. E’ così, oggi più che mai il nostro mondo ha fame di verità e al tempo stesso di profeti che la vivano. Langer era uno di questi.

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A Ferrara un incontro per conoscerlo meglio

Un “saggio e un profeta”, capace di “intrecciare tra loro sapienza e realismo”. Era questo Alexander Langer, ricordato in un incontro pubblico svoltosi nella Libreria Feltrinelli di Ferrara (in via Garibaldi) lo scorso 26 febbraio. L’appuntamento, introdotto da Anna Quarzi dell’ISCO, era il primo del ciclo di presentazioni librarie curate da Daniele Lugli, dal titolo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione” (con il patrocinio dell’Istituto di Storia Contemporanea, del Movimento Nonviolento e del Comune di Ferrara), incontro nel quale è stato presentato il volume “Alexander Langer. Una buona politica per riparare il mondo”, a cura di Marzio Marzorati e Massimo “Mao” Valpiana. “Cosa resta nell’oggi delle idee di Langer?”, si è interrogato quest’ultimo, al quale Lugli ha aggiunto: “e noi, quanto siamo attuali rispetto alle sue idee profetiche?”. “Langer – ha spiegato Lugli – non si limitava alla conoscenza delle cose, ma si impegnava per tentare di cambiarle con proposte concrete, guardando in profondità nei processi e sottolineando la complessità e la diversità come ricchezze, su una base di uguaglianza di fondo”. “Di lui, come di don Milani – ha spiegato Valpiana -, si potevi dire: ‘è una persona vera’, con lui il confronto era sempre costruttivo, in lui avvertivi che c’era della verità”. I prossimi incontri del ciclo sono i seguenti: martedì 5 marzo, “Critica della violenza”, di Andrea Caffi, a cura di Alberto Castelli; martedì 12 marzo, “Resistenza nonviolenta a Forlì”, di Raffaele Barbiero; martedì 19 marzo, “Diario di un obiettore. Strapparsi le stellette nel ’68”, di Enzo Bellettato; martedì 26 marzo “Silvano Balboni era un dono. Ferrara 1922-1948: un giovane per la nonviolenza dall’antifascismo alla costruzione della democrazia”, di Daniele Lugli. Il ciclo ha valore legale di corso di aggiornamento e formazione per insegnanti e studenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Tramite Isacco, Dio chiede a ognuno di prendersi cura della fragilità del prossimo”

4 Mar

E se il figlio di Abramo e Sara fosse un disabile mentale? La teoria di don Gianni Marmorini presentata al Corpus Domini di via Campofranco

5Non certo una boutade ma un’ipotesi seria, ampiamente meditata, importante tanto per i possibili risvolti teologici quanto (e soprattutto)per quelli pastorali ed esperenziali. Il pomeriggio di domenica 3 marzo il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato la presentazione del libro di don Gianni Marmorini, “Isacco, il figlio imperfetto” (edito da La Claudiana, importante casa editrice protestante), presente insieme a Lidia Maggi, pastora battista e biblista. Piero Stefani ha introdotto e moderato il dibattito tra i due citando innanzitutto un’intuizione di Rita Levi Montalicini, pensatrice laica, secondo la quale “dove tutto è perfetto, non vi può essere ricerca, possibilità di miglioramento”. Ma di certo non la pensavano così Sara e Abramo, genitori di Isacco, “il figlio atteso tanto”, ha esordito la Maggi, ma che, quando nasce, provoca in loro “un riso sarcastico, e nessun sentimento di gioia o di gratitudine”. L’imperfezione di Isacco risiede nel fatto che potebbe essere “attraversato da una fragilità” particolare, e per questo ha “una personalità poco marcata, oltre a essere nato da genitori troppo anziani e che hanno tra loro un rapporto di stretta parentela”. Senza pensare poi al fatto che Abramo, come le altre persone, “non gli rivolge quasi mai la parola, ignorandolo per tanti anni”. Si può insomma dire che Isacco è “un debole, l’unico che non riesce a trovarsi in modo autonomo la propria moglie, è un personaggio sempre agito dagli altri, mai protagonista. Ciò che è sconvolgente è proprio questo, ha riflettuto ancora la Maggi: che “la promessa di Dio passa attraverso un figlio che non corrisponde al desiderio di chi tanto l’ha voluto”. Da qui l’importanza di sviluppare una “teologia della disabilità”, dove quest’ultima “non è addomesticata o ignorata ma può trovare accoglienza, essere custodita”. Ed è proprio questo il grande merito del volume di don Marmorini. Come lui stesso ha spiegato, “la mia ipotesi è che Isacco avesse una forma di disabilità mentale: decisi di scrivere questo libro quando, nell’esporre questa ipotesi a una coppia con una figlia disabile, si commossero. Dio nella Bibbia non ha mai fede nell’uomo perfetto, esemplare, privo di dubbi (si pensi ad esempio ad Adamo, Caino e allo stesso Abramo)”, ha proseguito, “ma accetta l’imperfezione” degli esseri umani. Il testo biblico non è fatto, come molti credono, “di eroi o di icone, ma di persone che vivono errori e fallimenti”. Nel capitolo 22 di Genesi (dove vi è narrato il sacrificio, o legatura, di Isacco) Dio “non chiede all’uomo (tramite Abramo) di sacrificare il proprio figlio, di usare violenza, di pensare alla fede come a una prova muscolare, ma di imparare ad accettarne l’imperfezione, prendendosene cura, e così con ogni persona, perché nessuno può e potrà mai essere all’altezza delle nostre aspettative”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Ha senso parlare di mito nel mondo di oggi?

25 Feb

Lo scorso 23 febbraio Paolo Pasini ha relazionato nel primo dei quattro incontri organizzati dai “Ricostruttori” nella Cascina di Santa Caterina fuori Ferrara. Per comprendere meglio noi stessi, in un dialogo sempre aperto fra diverse forme di pensiero

sdrCome distinguere i miti buoni da quelli cattivi? Ma soprattutto, ha ancora senso parlare di “mito” in una società desacralizzata come la nostra? A partire da queste domande, nel pomeriggio del 23 febbraio scorso Paolo Pasini ha sviluppato la propria riflessione sul tema“Raccontare il mito. Come orientarsi tra miti che ingannano e miti che fanno crescere”. Si è trattato del primo dei quattro incontri del ciclo dal titolo “Il mito. Una chiave per entrare in noi stessi. Riflessioni, analisi, stimoli”, in programma nella sede de “I Ricostruttori”, Cascina Santa Caterina, sullo stradone del Gallo, 2. Una 50ina di presenti ha assistito alla relazione di Pasini partecipando anche con diversi interrogativi e spunti di riflessione. Il relatore ha avviato la propria relazione partendo da decine di migliaia di anni fa, nel Paleolitico, e da alcune pitture rupestri pervenuteci che dimostrano come già l’homo neanderthalensis e l’homo sapiens “riuscissero a pensare simbolicamente, dunque a creare miti”. Per Pasini si può dire che “il primo pensiero avuto da un essere umano è stato simbolico, è un pensiero magico, che nasce dalla paura e dalla meraviglia, dal terrore e dallo stupore”. Nel suo excursus storico è poi passato al periodo della filosofia greca, presocratica e postsocratica: già da Anassimandro “il pensiero filosofico – ha spiegato – inizia a prendere le distanze dal mito, a metterlo in discussione, privilegiando sempre più il logos rispetto al mythos, quindi preferendo un concatenamento di ragionamenti, un’argomentazione razionale rispetto a un tentativo di comprensione simbolica”. Il logos filosofico, rafforzatosi con Platone e Aristotele, considera il mito “ciò di cui non si può trovare qualcosa di più vero”, qualcosa di “non preciso”, al massimo di “quasi esatto”. L’assimilazione del mito al falso, al non vero, si è invece intensificata con la rivoluzione scientifica e soprattutto nel periodo illuministico, quando la ragione e la scienza venivano viste – con le dovute sfumature interne alle varie correnti di pensiero – come “mezzi per liberare l’uomo dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, quindi anche dal mito”. Kant, pensatore illuminista, sceglierà una posizione già maggiormente critica rispetto a una mentalità razionalista, ammettendo che esiste tutta una sfera di conoscenza – sull’anima, su Dio, sull’universo – “che la ragione non può comprendere”, e sulle quali, perciò, esiste un margine di soggettività maggiore rispetto al campo delle cosiddette scienze empiriche. In questo solco creato dal kantismo si inserirà successivamente il romanticismo, rivalutando “come fondamentali per il pensiero e per cercare le ragioni del vivere, l’amore e i sentimenti, la fede e la religione, l’arte e lo stesso mito”. Passando al XX secolo, sarà Ernst Cassirer a ridare ulteriore importanza al pensiero mitico come “basilare per lo sviluppo successivo del metodo scientifico e delle varie forme di conoscenza”. Ma è il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer e il suo pensiero ermeneutico, per Pasini, ad avere nel Novecento un ruolo fondamentale contro ogni forma di positivismo o dogmatismo. L’ermeneutica – scrive in “Verità e metodo” (1960) – non riguarda la “costruzione di una conoscenza certa, che soddisfi all’ideale metodico della scienza; e tuttavia anche qui si tratta di conoscenza e di verità. Nella comprensione di ciò che è trasmesso non si comprendono solo dei testi, ma si acquistano delle idee e si conoscono delle verità”. “Tutto nella realtà va quindi interpretato – ha spiegato Pasini -, necessita continuamente di essere interpretato”, disvelato nel suo senso. Il rapporto della persona col reale è dunque “una ricerca continua”, un muoversi perennemente in “un universo ermeneutico, per sua natura perciò aperto”. In questa continua apertura, inoltre – e ciò è fondamentale nel pensiero gadameriano – non cambia solo il reale e la nostra coscienza dello stesso, ma “noi stessi, lo stesso soggetto che vive un’esperienza di verità”. Quest’idea di ricerca e apertura è un ottimo antidoto “contro ogni forma di chiusura e di narcisismo, usando sempre il senso critico e nella consapevolezza dei propri limiti di essere umano – anche, possiamo dire, nei confronti di Dio”. Un rischio e una scoperta continui per smascherare – ha concluso Pasini – anche i falsi miti. E qui il richiamo finale è a un passo del Vangelo (Mt 7, 15-17): “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi”. Gli altri tre incontri del ciclo sono in programma, sempre alle ore 17, sabato 2 marzo (“Dal mito di sè al contatto con sè. Come superare blocchi e timori per una piena realizzazione di sè”, con Silvia Donati), sabato 9 marzo (“Alla ricerca dell’immortalità. Il mito della salute”, con Silvia Braghini) e sabato 16 marzo (“Parzival. Attraverso la riscoperta del mito medievale del Graal, un percorso verso l’unificazione interiore e la libertà di spirito”, con Simone Sacchier).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quella piccola comunità di detenuti italiani negli Stati Uniti

18 Feb

“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry. Fra i prigionieri a Letterkenny, anche 9 ferraresi

Alcuni prigionieri dell'82ma compagnia e un ufficiale americano al centro in terza fila, a LetterkennyLetterkenny è un nome che forse ai più non dirà molto, ma che 75 anni fa è diventato, a pieno diritto, luogo di memoria per gli italiani. E’ infatti il nome del campo che tra il ’44 e il ’45 ospitò – in modo più che dignitoso – più di 1200 soldati provenienti dal nostro Paese (del 321° battaglione di cooperatori), perlopiù catturati nell’ultima fase della campagna di Tunisia.
“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania, 1944-1945” (Il Mulino, 2018) è il nome del volume a cura di Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry (soci dell’Associazione per la memoria dei prigionieri italiani a Letterkenny – AMPIL) che ricostruisce questo scorcio di storia del secolo scorso. Attraverso un lungo e certosino lavoro di ricerca – utilizzando soprattutto documenti di archivio, consultati presso i National Archives a Washington, gli Archivi militari italiani e l’Archivio Segreto Vaticano -, i due hanno contattato oltre 440 famiglie, che gli han fornito diari, lettere, memorie (spesso inedite), racconti orali e fotografie di loro membri detenuti nel campo a Chambersburg, a due ore di auto da Washington, fra cui gli unici reduci, il gaetano Giovanni Serpe ed Edoardo Quintarelli di Pescantina (VR).
1milione e 200mila furono i soldati italiani fatti prigionieri nella Seconda guerra mondiale, dei quali la metà catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre e gli altri dagli Alleati. Fra quest’ultimi, 125mila furono catturati dagli statunitensi, 51mila dei quali furono inviati negli USA, e qui divisi in 140 campi. Per trasferire i prigionieri italiani negli Usa, gli americani utilizzarono soprattutto navi EC-2 del tipo “Liberty”, per un viaggio di circa 20 giorni alla fine del quale sbarcavano nel porto di New York Citi, Boston o Norfolk/Newport News in Virginia. Da qui, attraverso treni passeggeri, venivano portati nei campi di detenzione.
Cooperatori volontari
Le ragioni per cui molti prigionieri scelsero di cooperare con gli americani furono diverse: “la maggior parte – è scritto nel libro – pensava che l’adesione fosse un dovere militare, dal momento che l’Italia, caduto il fascismo, aveva deciso di aiutare gli Alleati”. Altri prigionieri pensavano invece “che convenisse collaborare anche per guadagnare un po’ di soldi”, o, nel caso di fascisti, “per cercare di far dimenticare il loro passato politico”. Importante fu il contributo di questi circa 1200 soldati italiani all’economia bellica americana, in quanto fornirono la propria manodopera, utilissima in un periodo nel quale gli uomini erano sui vari fronti del conflitto.
L’esistenza dei detenuti cooperatori italiani, seppur limitata negli spostamenti e fatta di molto lavoro, era invidiabile rispetto al trattamento riservato normalmente a persone detenute: vi erano, infatti, diversi momenti di svago, come ad esempio escursioni turistiche, feste da ballo e altre attività ludiche e sociali. Ciò, soprattutto all’inizio provocò, com’è ben spiegato nel libro, un forte risentimento nei loro confronti da parte delle comunità indigene, che non comprendevano il perché di questi benefici elargiti a stranieri, perlopiù detenuti.
Il ruolo della Chiesa Cattolica americana
“Due altri aspetti – è scritto nel libro – resero unica la prigionia dei soldati italiani negli Stati Uniti: la presenza di circa 4 milioni di italoamericani e di una Chiesa cattolica ricca e organizzata”. I primi aiutavano i prigionieri sia con doni materiali e visite nei campi, sia facendo pressioni sulle autorità fossero trattati al meglio. Invece, “i sacerdoti e i cappellani cattolici, alcuni dei quali italiani o di origini italiane, fornirono il conforto religioso, aiuti materiali e operarono quali intermediari nella corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia”. I detenuti cooperatori di Letterkenny, come gli altri prigionieri italiani negli USA, furono molto assistiti dai War Relief Services (WRS) della National Catholic Welfare Conference, l’organizzazione assistenziale dei vescovi americani, nonché dal Vaticano stesso e dalla Delegazione Apostolica a Washington. “La fede – scrivono gli autori nel volume – era importante per aiutare molti prigionieri a sopportare i lunghi periodi di internamento e la Chiesa Cattolica iniziò a occuparsi dei militari italiani fin dal momento del loro arrivo negli Stati Uniti”.
Storica fu la visita di mons. Amleto Giovanni Cicognani, allora Delegato Apostolico negli USA, al campo di Letterkenny il 22 ottobre 1944. Nell’occasione, celebrò la Messa (nella quale cresimò 16 soldati), distribuì ai detenuti 1100 copie de “Il mio Messale della Domenica”, 100 copie del Nuovo Testamento (con dedica), molti crocifissi e rosari. Lasciò inoltre, come dono principale di Pio XII, la somma di 500 dollari da spendere per i bisogni collettivi del battaglione. Non mancava, tra i prigionieri, appartenenti ad altre confessioni, come Sebastiano Ganci, membro della Chiesa cristiana pentecostale.
Poco tempo dopo la visita di mons. Cicognani, venne approvato un progetto di costruzione di un grande edificio, con 500 posti a sedere, che doveva servire come sala riunioni, cappella, teatro e biblioteca. Nel genanio ’45, però, i detenuti diedero avvio alla costruzione di una chiesa, con campanile, per evitare che le liturgie si svolgessero in un ambiente polivalente. Domenica 13 maggio 1945, mons. Cicognani tornò per la seconda volta a Letterkenny per consacrare l’edificio religioso.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Quando Boldini vestiva un’intera epoca

18 Feb

Civettuole ed esili sono le donne raffigurate dal pittore ferrarese, in mostra fino al 2 giugno a Palazzo dei Diamanti: figure inquiete e impettite, in un grande progetto espositivo che omaggia lo splendore della moda

boldiniNon arte e moda ma la moda in quanto arte, immagine di un’epoca a cavallo di due secoli, nella fanciullezza della modernità, quando nobiltà e alta borghesia si affiancano – convivendo – l’un altra, sempre tese – tra ozio e bellezza, vizio ed edonismo – nella ricerca di una perfezione.
C’è questo e molto altro nel nuovo progetto espositivo di Palazzo dei Diamanti, “Boldini e la moda”, inaugurato lo scorso 15 febbraio e visitabile fino al prossimo 2 giugno. La mostra è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna – Museo Giovanni Boldini di Ferrara, e a cura di Barbara Guidi (che diversi anni fa ha studiato le lettere del pittore custodite nel Museo di Ferrara a lui dedicato, studio sfociato in una tesi di dottorato e in una pubblicazione da parte di Ferrara Arte Editore) con la collaborazione di Virginia Hill. Un percorso affascinante nella femminilità (ma non solo, anche nella distaccata e oziosa signorilità maschile dell’epoca), composto da quasi centrotrenta opere e che riunisce dipinti, disegni e incisioni di Boldini e dei colleghi Degas, Manet, Sargent, Seurat, Blanche ed Helleu ad un’accurata selezione di abiti d’epoca, libri e accessori preziosi.
“Affermatosi nella Parigi tra Otto e Novecento – scrivono i curatori -, crocevia di ogni tendenza del gusto e della modernità, Boldini ha immortalato la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque. Il suo talentuoso pennello ha consegnato alla posterità le immagini dei protagonisti di quell’epoca mitica – da Robert de Montesquiou a Cléo de Mérode alla marchesa Casati – concorrendo a fare di loro delle vere e proprie icone glamour”.
Si passa così, nel percorso espositivo, dal nero, simbolo di eleganza, mistero e lutto, a tinte più chiare e più dolci, al bianco e al rosa. A svettare dalle pareti sono le ormai note, ma mai banali, muse del Boldini, esili e slanciate figure femminili dai visi scarni ma vivi, furbi e ammalianti, sempre distintamente tesi in una sottile provocazione (“lei regala il desiderio di lentamente morire sotto il suo sguardo” scriveva Baudelaire a metà ’800 in “Il desiderio di dipingere”). Le loro bocche piccole, rosse e sottili, o quegli incarnati dolcemente rosei, quasi infantili, non fungono da mero sfondo ai lussuosi e incantevoli abiti. I loro stessi sguardi magneticamente intelligenti, consapevolmente vivaci, sono gli sguardi di chi percepisce un’atmosfera, anzi di chi “veste” un’intera epoca, di una storia che muta e della quale pare già sentirsi protagonista, diva, icona. “Quegli occhiolini sottili e terribili – scriveva ancora Baudelaire in “La camera doppia” -, li riconosco per la loro spaventosa malizia! Essi affascinano, soggiogano, divorano lo sguardo di chi li contempla imprudente”.
Fra questi corpi minuti e astuti – dove a tratti spuntano improvvisi sparuti sprazzi di rosso a dire una recondita passione – spicca come eccezione la “Signora in rosa sul divano” (1895 ca.), languida e morbida, abbandonata su una poltrona, tutt’altro che impettita ma anzi travolta, forse, dal sonno, e quasi sfumata nei contorni già inquieti dello stile tipico del pittore ferrarese. Uno stile, questo che lo renderà celebre, dinamico e nervoso ma che – non ci si stupisca – richiama, al di là delle apparenze, un movimento anche interiore, un’inquietudine, moto amplificato, per altri versi, nel cammino espositivo, dai numerosi specchi, fonte di spaesamento e di (ça va sans dire…) vanitoso sdoppiamento.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Un ferrarese vittima dell’orrore delle foibe

11 Feb

La vicenda del Maresciallo di Finanza Antonio Farinatti è raccontata in un libro appena pubblicato: l’uomo, originario di Migliaro, rimase a Parenzo (vicino Trieste) nonostante l’arrivo delle feroci milizie di Tito

farinatti1 copia“Antonio Farinatti. L’eroe di Parenzo” è il nome del volume – appena edito da La Carmelina – che racconta la vita del Maresciallo di Finanza originario di Migliaro, ucciso dai partigiani di Tito per infoibamento nell’ottobre del ’43. Il testo, a cura di Gerardo Severino e di Federico Sancimino, ha il patrocinio del Comune di Ferrara e del Museo Storico Guarda di Finanza – Comitato di Studi Storici, e il patrocinio e il contributo del Comitato Provinciale di Ferrara dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (il cui presidente Flavio Rabar ha scritto l’introduzione al volume) e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Antonio Farinatti nasce il 7 febbraio 1905 a Migliaro da Romolo e Pasqua Bonora. Lascia presto la scuola, mettendosi a lavorare come carpentiere e iscrivendosi alla Sezione locale del Partito Nazionale Fascista, partecipando anche alla Marcia su Roma. Nel febbraio ’23 invia la domanda di arruolamento nel Corpo della Regia Guardia di Finanza. L’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Verona, in uno dei Battaglioni di formazione delle Fiamme Gialle. Un anno dopo, finito il corso, è promosso a guardia. Da qui, è costretto a spostarsi, per anni, in diverse località: a Piedicolle, Legione di Venezia, oggi territorio sloveno, poi Porto Nogaro (UD), Cortina, a Caserta per frequentatre il corso di allievo sottoufficiale, quindi, una volta divenuto Sotto brigadiere, a Cernobbio, sul Lago di Como, e nel ’27 a Piazzola, nelle vicinanze, dove conosce la futura moglie, Luigia Giulia Della Torre. L’anno dopo viene trasferito a Predazzo (TN), Maslianico, Bormio. Nel frattempo nasce la prima figlia Maria detta “Titti”. Farinatti torna al Sud, a Maddaloni (CE), Palermo e in provincia di Caltanissetta, per poi risalire al nord, a Firenze e a Cesenatico. Nel ’34 si sposa con Luigia a Cernobbio, e l’anno dopo si trasferiscono a Bellaria, a Ravenna e poi nel Comune di San Pietro del Carso, allora sotto Trieste, dove nel ’39 nasce la seconda figlia Stefania, detta “Neni”. Nel ’40 è nella vicina Postumia e viene promosso al grado di Maresciallo Ordinario, mentre nel ’41 è a Parenzo, a metà strada tra Pola e Trieste, e viene poi promosso al grado di Maresciallo Capo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, l’Istria e la Dalmazia diventano terra di nessuno: iniziano le vendette slave contro gli italiani, innanzitutto finanzieri (parte dei quali nel ’45 si schiereranno apertamente con i partigiani italiani), carabinieri, Guardie di Pubblica Sicurezza e membri della Milizia Volontaria per la Sicurezza dello Stato, ma anche responsabili di uffici pubblici, insegnanti e sacerdoti, fascisti e antifascisti, uomini e donne, giovani e anziani. La IV Armata del Maresciallo Tito fa ingresso a Trieste il 1° maggio ’44: per un mese gli italiani vengono prelevati dalle loro case, molti finiranno nelle foibe o nei campi di concentramento titini. Molte saranno anche le confische, le requisizioni e violenze di ogni genere. Farinatti è tra i finanzieri che rimangono a Parenzo anche dopo l’armistizio dell’8 settembre, seppur cosciente dei seri rischi che corre. Il 14 dello stesso mese, i miliziani slavi arrivano a Parenzo, occupandola: “i giorni che seguirono – è scritto nel libro – portarono in città lutti e tragedie di ogni genere, ascrivibili a quella che agilmente può essere definita una ‘brutale rappresaglia militare’ ”. Il 19 iniziano i fermi e gli arresti di italiani (in tutto furono 84), prelevati con l’inganno, lasciando spesso i famigliari nell’attesa, illusoria, che avrebbero presto fatto ritorno. Fra questi, Norma Cossetto (ne parliamo a pag. 11). Farinatti viene prelevato dalla sua abitazione, davanti alla moglie e alle figlie, la notte tra il 20 e il 21 settembre ’43 da alcuni partigiani titini, e portato nella prigione adibita nel Castello Montecuccoli di Pisino, località ad alcune decine di km da Parenzo. Nell’ultima lettera, spedita alla moglie, prima di essere infoibato, Farinatti scrive (la data è 27 settembre ’43): “[…] Come tu ben puoi immaginare, il mio pensiero è sempre rivolto a voi. Vi vedo sempre davanti agli occhi e siete sempre nel mio cuore e nel mio pensiero. Noi qui siamo trattati molto bene. Il vitto è sano e sufficiente”. La mattina del 4 ottobre insieme ad altri dieci prigionieri viene trasferito a Vines, dove vi è una foiba: “giunta l’oscurità – è scritto nel volume – sotto la luce dei fari degli automezzi ebbe dunque luogo la ‘mattanza’, secondo un rituale ormai noto. Il Maresciallo Farinatti, con i polsi legati da uno spesso filo di ferro e accoppiato ad altre due vittime, fu gettato nella sottostante foiba (profonda circa 146 metri)”. Solo il 25 ottobre il suo corpo viene riportato in superficie e riconosciuto dalla moglie, grazie al particolare di un lembo di camicia indossata dal marito. Il 23 novembre 2006 il Direttore del Museo Storico della Finanza, l’allora Tenente Gerardo Severino, propone una ricompensa al Merito Civile per Farinatti: con Decreto del 24 luglio 2007, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, gli conferisce la Medaglia d’Oro.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Un “super-fondo” con gli archivi parrocchiali della nostra Diocesi

4 Feb

L’Archivio Storico da il via al progetto per meglio tutelare e valorizzare la memoria della nostra Arcidiocesi

sdrUn “super fondo” che si svilupperà per circa 600 metri lineari negli ambienti al primo piano del Palazzo Arcivescovile di Ferrara. E’ questo l’enorme lavoro che spetta all’Archivio Storico della nostra Diocesi e che nei prossimi mesi, o meglio anni, vedrà in prima linea i due archivisti Giovanni Lamborghini e Riccardo Piffanelli.
Il progetto consiste nell’incameramento degli archivi delle parrocchie della nostra Arcidiocesi, per la loro salvaguardia e valorizzazione nella trasparenza. Un obiettivo che la nostra Arcidiocesi considera fondamentale, anche per dar seguito al Documento del ’97 “La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici” della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, e all’“Intesa relativa alla tutela dei beni culturali di interesse religioso appartenenti a enti e istituzioni ecclesiastiche”, sottoscritta nel 2015 da CEI e Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Da tre anni la nostra Arcidiocesi ha aderito al progetto CEI-AR, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, rivolto a tutte le diocesi e agli enti ecclesiastici che intendono realizzare interventi di riordino e inventariazione dei propri archivi. Inoltre, In base al censimento di tutti gli archivi parrocchiali della nostra diocesi – effettuato fra il 2001 e il 2003 dalla Soprintendenza archivistica per l’Emilia-Romagna – è nota la descrizione dei singoli fondi (le serie principali, gli estremi cronologici, la consistenza, l’ubicazione precisa e lo stato di conservazione).
I fondi archivisti parrocchiali contengono, fra l’altro, gli atti di nascita e di battesimo, i registri dei battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni, dei morti, carteggi riguardante l’attività pastorale e l’amministrazione parrocchiale, registi di amministrazione della chiesa e del beneficio ecclesiastico, l’inventario delle suppellettili ed, eventualmente, negli archivi aggregati, documenti relativi all’Azione Cattolica parrocchiale, a Confraternite e Pie Unioni.
“A breve – ci spiegano Lamborghini e Piffanelli – inizieremo i sopralluoghi nelle parrocchie, che dureranno alcuni mesi, per poi analizzare i vari archivi”. In una prima fase, verranno incamerati gli archivi presenti nelle canoniche non abitate e gli archivi di evidente valore storico-culturale a rischio di vario genere (ad esempio se gli edifici che li ospitano hanno subito danni particolari in seguito al sisma del 2012), poi, in una seconda fase, gli archivi in buono stato conservativo custoditi in parrocchie abitate e quelli di scarso interesse storico-culturale.
Su 169 parrocchie totali in diocesi, risulta che le parrocchie non abitate con archivi di altissimo o alto valore storico-culturale sono 63, mentre le parrocchie e quasi parrocchie non abitate a rischio dispersione di documentazione sono 21. Per questo, la prima fase dovrebbe prevedere l’incameramento di 84 archivi. Delle restanti 87 parrocchie, abitate e con archivi in buono stato conservativo o di scarso interesse storico-culturale, 22 potranno continuare a conservare i rispettivi archivi, ad esempio in quanto di recente costruzione (si pensi, per citarne due in città, alla Parrocchia dell’Immacolata Concezione di Ferrara, o alla Beato Giovanni Tavelli da Tossignano). La seconda fase dovrebbe, perciò, prevedere un primo sopralluogo archivistico e un futuro incameramento per 65 archivi.
“Pensiamo sia importante superare l’idea che gli archivi siano qualcosa di nicchia”, ci spiegano ancora Lamborghini e Piffanelli, considerandoli invece un bene prezioso da “valorizzare nella massima trasparenza possibile e seguendo un regolamento ben preciso. Tutti potranno accedere agli archivi, previa richiesta motivata, che sarà poi vagliata dal Vicario Generale”. Un altro serio problema, proseguono i due, “riguarda poi le sottrazioni di documenti dagli archivi, avvenute in passato. Ora però – spiegano – saremo pronti a denunciare eventuali mancanze che emergeranno”, grazie anche alla collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e con la Soprintendenza regionale. Ci auspichiamo – sono ancora loro parole – che tutti i parroci collaborino con noi. Non si tratta di far venir meno il loro ruolo di responsabili delle comunità parrocchiali affidatagli, ma di pensare che, anche per le generazioni future, è importante che tutte le carte siano conservate e valorizzate: queste, infatti, arricchiscono solo se vengono condivise in modo serio”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 febbraio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

La magia di Difilippo in mostra al Carbone

28 Gen

difilippoNon un diario quotidiano, ma un grande libro delle memorie, una grande opera composta da diversi capitoli. Reperti e relitti del mare, della terra, dell’opera dell’uomo che sembrano cercare un’armonia, per contrasto, con foglie d’oro e d’argento, cristalli, fiori di ficus, di papiro, foglie di noci, di magnolie, di pannocchie di granoturco, di alberi tropicali o di zone marine. C’è questo e molto altro nel’l’immobile magia delle opere di Domenico Difilippo, esposte nella personale “Pagine e Memorie di un Racconto Intimo”, fino al 3 febbraio in parete alla Galleria del Carbone di Ferrara (in vicolo del Carbone, 18/a). Oggetti naturali e artificiali come sospesi, galleggianti sullo schermo della memoria. Non un diario, dicevamo, ma nemmeno una raccolta scientifica, un inventario da laboratorio. Non vi è il freddo classificare del collezionista, il fine non è ordinare in modo maniacale pezzi etichettati. Ciò che anima mani e cuore dell’artista è invece una forte affezione spirituale, la passione di chi conosce il peso specifico della memoria personale. Gli oggetti essicati, sbiaditi e arrugginiti sembrano contraddire questo immanente desiderio di perpetuità. Ma la singolarità di ogni frammento esposto – in un dialogo misterioso con l’icona “femminea”, marchio ormai inconfondibile dell’artista – rappresenta già di per sè un momento insostituibile dell’esistenza dello stesso, dunque un tentativo, attraverso l’arte, di renderlo eterno.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Il maestro? Un testimone sempre in ricerca

28 Gen

Al via il ciclo di incontri di Istituto Gramsci e Istituto di Storia Contemporanea

maestro1

“Cosa autorizza una persona a istruire un’altra?”. Da questa domanda “inquietante”, ha preso le mosse la riflessione alla base del ciclo di incontri del 2019 organizzato dall’Istituto Gramsci e dall’ISCO-Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. La rassegna “Maestri” è stata presentata venerdì 25 gennaio nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di via delle Scienze a Ferrara. Dopo l’introduzione di Davide Pizzotti (vicedirettore dell’Isco) e i saluti del Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, ha preso la parola il Direttore del Gramsci, Fiorenzo Baratelli. “Mettersi in ascolto di testi classici può essere importante per evitare sia di essere inghiottiti dal passato in modo acritico e passivo, sia per superare un’idea di libertà sradicata e delirante rispetto all’eredità di cui ognuno deve farsi carico dei beni della cultura e della sapienza”, è scritto nel testo introduttivo. Così, “il classico – ha riflettuto Baratelli – è colui che, al tempo stesso, è profetico e necessario al presente”, è oltre la contemporaneità e “fuori dal tempo”. Prendendo le mosse dal sopracitato e “inquietante” interrogativo, Baratelli ha riflettuto su come “il vero maestro non fornisce modelli, ma offre una testimonianza, quindi agisce soprattutto sul metodo, sollecitando la volontà dell’allievo, contro l’inerzia del conformismo, presente in tutte le società”. Proseguendo, “il maestro deve riuscire a trasmettere passione per la ricerca della verità, e deve rinnovare nell’allievo lo stupore, la meraviglia per la conoscenza e per la vita”. Deve, quindi, “generare potenzialità, aprire possibilità anche diverse da quelle che lui stesso possiede”. Per l’allievo vale, specularmente, la celebre frase di Goethe: “Quello che erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. I maestri, dunque, “nascono ogni volta che vi sono domande di senso, che si sente il bisogno di un rinnovato ethos pubblico”. Successivamente, Piero Stefani e Magda Iazzetta hanno letto testi tratti da “Maestro, dove abiti?”, a cura dello stesso Stefani, e intervallate da musiche di W. A. Mozart e J. S. Bach eseguite dalla violinista Lucilla Rose Mariotti. Nel testo, Stefani ha riflettuto sulla coerenza, “che è sempre del testimone, non sempre del maestro”, e a tal proposito ha citato il passo evangelico Mt 23, 1-3: “Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”. In conclusione, si può dire che il corretto rapporto tra maestro/testimone e allievo/discepolo sta, come la vita stessa, “in un cammino di ricerca condiviso, anche se è sempre personale”, chiamando così in ballo la responsabilità e la creatività di ognuno.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019