“Una persecuzione durissima con la complicità di molti italiani”

28 Gen

In occasione del Giorno della Memoria, il 22 gennaio al MEIS Fabio Isman ha parlato delle leggi razziali nel nostro Paese e della complicità di molti italiani nel rendere la vita impossibile a migliaia di connazionali ebrei

leggi-razziali-fasciste-1030x615-2Quando si parla del periodo delle leggi razziali, è importante parlare delle sofferenze patite da ciascuno dei 50mila ebrei in Italia, dei rischi che correvano, da ciò che gli è stato portato via (tutto), da ciò che gli è stato restituito dopo (poco), e del fatto che il Parlamento non ha mai chiesto loro scusa”. Non ha usato giri di parole Fabio Isman, giornalista e saggista (che in passato si è occupato tanto anche di terrorismo), lo scorso 22 gennaio al MEIS di Ferrara in occasione della presentazione del suo libro “1938. L’Italia razzista” (Il Mulino, 2018). Le leggi razziali in Italia, precedute da un censimento – una vera e propria schedatura “essenziale per chi dopo andrà a prelevarli per deportarli nei campi di concentramento” -, e anticipate da una violenta campagna antisemita, esclusero gli ebrei dalla scuola, dal lavoro, dalla vita civile e sociale. Isman ha compiuto una capillare ricerca in diversi archivi sul territorio nazionale (ma “il lavoro sarebbe infinito…”, ha spiegato lui stesso) per portare a galla informazioni, aneddoti, storie di persone in carne e ossa sentitesi all’improvviso stranieri indesiderati nel luogo dove vivevano, tranquillamente, da cittadini. “La persecuzione contro di loro – ha spiegato Isman – in Italia non è stata, come dicono alcuni, ‘all’acqua di rose’, ma durissima, ed è iniziata non nel ’43, ma nel ’38”. E’ infatti, pubblicato il 14 luglio del ’38, col titolo “Il fascismo e i problemi della razza”, su “Il Giornale d’Italia”, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza. Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, il Manifesto diviene la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista. Tra i firmatari vi è il medico Nicola Pende (al quale è ancora intitolato un Istituto Comprensivo, il Gramsci-Pende, a Bari). Pend nel ’38 sostenne pubblicamente “la necessità di evitare il matrimonio con individui di stirpe semitica, come sono gli ebrei, i quali non appartengono alla progenie romano-italica, e soprattutto dal lato spirituale, differiscono profondamente dalla forma mentis della nostra razza”. E’ di pochi mesi successivo – del 17 novembre – la promulgazione del decreto governativo n. 1728, “Provvedimenti per la difesa della razza italiana” – anche se sono 420 in totale, fino al 1945, le norme e i decreti razzisti emanati in Italia, “che il re sottoscrisse senza vergogna. Queste norme razziste – ha proseguito lo scrittore – sono state l’anticamera della Shoah”. Insomma, “molti italiani non erano affatto ‘brava gente’ ”, e lo dimostrano, ad esempio “le istanze ai prefetti, dove nostri connazionali chiedevano, per citarne una, se potevano occupare appartamenti requisiti dopo il ’38 a ebrei”, senza nessun scrupolo al riguardo. Nel ’39 nasce l’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare (Egeli), con sede a Roma e guidato da un presidente e da un consiglio d’amministrazione nominati direttamente da Mussolini, chiuso definitivamente solo nel 1997. “Agli ebrei presero tutto – sono ancora parole di Isman -, non si contano le ruberie e le razzie ai loro danni, con schedatura dei loro beni di una minuzia straordinaria. Dopo il censimento, gli ebrei dovevano autodenunciarsi alle autorità, dichiarando di appartenere alla ‘razza ebraica’ ”. “Papa Pio XI fu uno dei pochi oppositori alle leggi razziali, ma molti dei parroci erano assolutamente favorevoli”, ha proseguito. “Pio XI scrisse un’enciclica contro fascismo e nazismo, mai pubblicata dal suo successore, la trovarono sul suo comodino quando morì”. Si tratta di Humani generis unitas (Sull’unità del genere umano), che conteneva una condanna categorica dell’antisemitismo, del razzismo e della persecuzione degli ebrei. Fu invece pubblicata l’enciclica di Pio Xi del ’31, “Non abbiamo bisogno”, a difesa dell’Azione Cattolica, dove il Pontefice scrive: “[il fascismo è] una vera e propria statolatria pagana, non meno in contrasto con i diritti naturali della famiglia che con i diritti soprannaturali della Chiesa”. Isman ha poi proseguito sottolineando ad esempio come le discriminazioni antiebraiche iniziarono dalle scuole: “prima vennero espulsi infatti insegnanti e studenti, alcuni di loro finirono ad Auschwitz, come Enrico e Luciana Finzi”, iscritti al Liceo classico “Giulio Cesare” di Roma, deportati ad Auschwitz il 16 ottobre 1943, e mai tornati. “Espulsi dalle scuole furono anche i libri di testo di 114 autori ebrei. Grazie alle norme razziali – proseguendo -, gli ebrei venivano ad esempio anche tolti dagli elenchi telefonici, non potevano più praticare più l’arte fotografica…”. “Oltre 40 ebre italiani” non resistettero a questo clima d’odio assurdo, e si suicidarono. Tra questi, Giuseppe Jona, medico veneziano, dal giugno 1940, anche se non ebreo praticante, alla guida della comunità israelitica locale. Dopo l’8 settembre 1943 scelse di rimanere a Venezia come riferimento per chi non voleva o non poteva fuggire. Di fronte alla richiesta delle autorità tedesche di consegnare una lista aggiornata degli ebrei rimasti in città, Jona il 14 settembre redasse il proprio testamento, lasciando gran parte dei suoi beni ad opere sociali e caritatevoli, e tre giorni dopo si tolse la vita, dopo aver distrutto ogni documento in suo possesso che potesse rivelare l’identità e il domicilio degli ebrei veneziani. Fra alcune altre storie da non dimenticare, citate da Isman, vi è quella del primo deportato italiano, Renzo Carpi, mantovano residente a Bolzano, e quella di Renato Terracina, fra i 4.450 ebrei che si sono salvati garzie all’accoglienza trovata in 180 strutture ecclesiali cattoliche.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Musica è memoria: le danze ebraiche di 150 bambini in piazza a Ferrara

28 Gen

3“Le musiche…interrotte. Musica, canti e passi nella Memoria” è il nome dell’evento svoltosi nella tarda mattinata di domenica 27 gennaio in piazza Municipale a Ferrara. Organizzata dall’associazione Musijam col patrocinio del Comune di Ferrara, ha visto come protagonisti circa 150 studenti e studentesse dell’Istituto Comprensivo “C. Govoni” (nello specifico, della Scuola secondaria Tasso e della Scuola primaria Poledrelli) accompagnati dall’Orchestra del Baluardo diretto da Elio Pugliese e dal Vocal Ensemble sotto la guida di Marco Ferrazzi. “Nei tre mesi di preparazione delle danze, i bambini coinvolti – ci spiega Patrizia Pazi di Musijam – hanno risposto con gioia ed entusiasmo, in particolare quelli stranieri, grazie all’aiuto di Isabella Gallesini”. Si tratta di tre danze tradizionali ebraiche (…), che in genere fanno riferimento all’area centro-orientale europea, in Yiddish o ebraico antico, con musiche medievali, moderne, non senza contaminazioni contemporanee. “Un evento, ci spiega ancora la Pazi, che vuol essere un momento di inclusione e dialogo importante, per far memoria e per costruire qualcosa di diverso nella solidarietà e nella comunione”. “Abbiamo cercato di evitare un – comprensibilissimo – approccio ’luttuoso’ al Giorno della Memoria – spiega invece Pugliese -, cercando di spostare l’attenzione sulla quotidianità della comunità ebraica – dove l’orchestra e la danza erano due elementi fondamentali -, cercando di riportarla in vita”.
In piazza Municipale, dopo un brano cantato in apertura, sono state eseguite tre musiche danzate e altrettante solo cantate.

Andrea Musacci

(foto Francesca Brancaleoni)

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Racconto, nascondimento, preghiera: il libro di Ester

28 Gen

La Giornata del dialogo fra ebrei e cristiani ha visto Casa Cini ospitare un incontro pubblico su uno dei libri dell’Antico Testamento. Un testo paradigmatico della storia del popolo ebraico e del rapporto con Dio

esterPer la XXX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei è stato scelto come tema il libro di Ester. Per l’occasione il 23 gennaio, a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara) don Paolo Bovina ha dialogato con Piero Stefani sul tema “Ester: le sorti ribaltate”, introdotti dal diacono Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano ecumenismo e dialogo interreligioso. Assente per impegni imprevisti il rabbino Luciano Caro.
Il Libro di Ester è parte sia della Bibbia ebraica sia di quella cristiana, e scritto originariamente in ebraico, è composto da 10 capitoli, che raccontano la storia della giovane ebrea Ester – orfana, cugina di Mardocheo (Mordechai) e venerata come santa dalla Chiesa Cattolica nella ricorrenza del 1° luglio – che viene scelta come moglie dal re persiano Assuero. Ester salverà il popolo ebraico dai complotti del malvagio Aman, poi considerato l’antisemita per eccellenza.
Una musica ha introdotto l’evento, quella dell’oratorio Ester del compositore Lidarti (1730-1795), attivo presso la Sinagoga portoghese di Amsterdam. Come ha spiegato innanzitutto Piero Stefani, il libro non racconta fatti storici – “non scorre inchiostro ma sangue” – e dà origine alla festività di Purim.
Nella versione ebraica del libro “non compare mai la parola ‘Dio’ (come anche nel Cantico dei Cantici): questo è il primo e più impotante ‘nascondimento’ del libro, è come se Dio fosse nascosto (anche se Dio non può essere nascosto del tutto, altrimenti sarebbe totalmente ignoto)”. Anche i nomi dei due protagonisti, Ester e Mardocheo, secondo Stefani, “hanno dei ’nascondimenti’: sono innanzitutto due nomi non ebraici, che alludono a divinità babilonesi, ed Ester in ebraico indica il nascondersi, quindi è ’la nascosta. Infatti, una volta scelta in moglie dal re Assuero non svela la sua identità, è una cripto-ebrea. Il cugino Mardocheo, invece, rivela il suo ebreo nel rifiuto di prostrarsi davanti al potente Aman”. Ritenuto questo atteggiamento un insulto, Aman decide di eliminare Mardocheo e tutto il suo popolo.
Mardocheo comunica a Ester il decreto di sterminio e la sollecita a intervenire in favore di se stessa e del suo popolo, che risulta come “elemento perturbativo, e quindi l’unico modo per normalizzarlo viene considerato quello di eliminarlo”. Ester, in preda all’angoscia, cerca rifugio presso il Signore, pregandolo a lungo. Digiunerà insieme al cugino (così nasce il Purim, festa che segue a un digiuno), trovando così la forza di rivolgersi al re – il presentarsi a lui senza permesso significava essere condannati a morte – per convincerlo a non mettere in atto l’editto contro gli ebrei. “Riuscirà dunque a salvare il suo popolo – ha proseguito Stefani – attraverso la propria vita, non attraverso la propria morte, come invece avviene per i martiri”.
“Ma Dio dov’è in questo libro, dov’è la sua azione?”, si è chiesto il relatore. “E’ nella trama stessa del libro, che alla fine si svela con una sua coerenza interna”.
Stefani ha dunque concluso il proprio intervento con alcuni interessanti aneddoti a voler dimostrare come, in ultima analisi, la vendetta non faccia comunque parte della tradizione ebraica. Riguardo allla festività di Purim, – nella quale tra l’altro è tradizione consumare dei biscotti tipici chiamati le “orecchie di Aman” -, nel Talmud babilonese il rabbino Rava commenta che un uomo è obbligato a bere tanto da diventare incapace di accorgersi se sta maledicendo Aman o benedicendo Mardocheo. Ciò, ha spiegato Stefani, significa che nella sacralità della festività “scompare l’idea della vendetta. Insomma, meglio raccontare (’scorre più inchiostro che sangue’, ndr) e bere (festeggiare) che agire” (con violenza).
Della versione greca del libro si è invece occupato don Paolo Bovina, Direttore di Casa Cini. “Mentre nel testo ebraico Dio non viene mai nominato – ha spiegato -, in quello greco Dio viene nominato 50 volte, entra in scena per primo ed è Lui che ribalta le sorti. Il testo greco, inoltre, rispetto a quello ebraico ha 107 versetti in più, anche se la trama non cambia, e sei sezioni, aggiunte a cerchi concentrici, rispetto alla parte centrale del libro, il cuore”. Così, le sei aggiunte riguardano due sogni (all’inizio e alla fine), due editti (poco dopo l’inizio e poco prima della fine), e, a ridosso della parte centrale del libro, due preghiere. “Proprio la preghiera, nella versione greca – ha proseguito don Bovina -, è ciò che cambia tutta la vicenda, perché è una preghiera a Dio e non al falso-dio, il re. Il popolo ebraico vive per la propria fedeltà a Dio, sempre sotto la cappa del rischio di essere sterminato per questo. Vi è quindi, sempre, persecuzione, perciò bisognerebbe sempre combattere. Ci si affida invece a Dio, a cui si è fedele, come fa Ester nella sua preghiera, fatta con le parole e con tutto il corpo”, quindi rivolta “con umiltà e povertà di spirito”. La stessa Ester che, successivamente, “non avrà più paura a riconoscersi come parte della ’famiglia’ ebraica, del suo popolo, della sua tradizione”.
In conclusione, don Bovina ha rivolto un pensiero alla Shoah, in prossimità del Giorno della Memoria, ragionando su come “il pregare non significhi ’Dio, agisci al mio posto’, ma ’Dio dammi la luce e la forza’ ”. Così, “Dio ha posto un limite al male, ma prima di raggiungere quel limite, c’è tutta la nostra libertà e tutta la nostra responsabilità, che sono grandi, e che quindi non vanno mai prese alla leggera”.

Andrea Musacci

La Voce di Ferrara-Comacchio

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019

Matteo e Nicola Nannini in mostra a Ferrara

26 Gen

Una bi-personale famigliare è la nuova intuizione espositiva di Lucio Scardino per la galleria d’arte Fabula Fine Art di Ferrara. “Bottega di famiglia. Dipinti e grafiche di Nicola e Matteo Nannini” è il titolo della mostra esposta in via del Podestà, 11 dal 31 gennaio al 5 marzo.
Come scrive il curatore nel catalogo, “i fratelli Nannini: ultimi maestri di una tradizione figurativa, che però reinventano in chiave tutt’altro che accademica, frequentando musei e librerie, sale cinematografiche e laboratori ma immergendosi appieno nella vita quotidiana, nel paesaggio padano e veneto, nelle mestiche e nelle chine che rifiutano le elaborazioni computerizzate oggi tanto care a parecchi loro colleghi”.

nicola nannini

Nicola Nannini

Nicola Nannini, classe 1972, vive e lavora tra Cento e il Veneto. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con il massimo di voti e la lode. E’ docente di pittura presso l’Accademia di Belle Arti “Cignaroli” di Verona. Ha allestito mostre personali lungo tutta la Penisola e all’estero (Ungheria, Olanda, Inghilterra) ed esposto in vari musei pubblici e fondazioni culturali.
Sempre per usare le parole di Scardino, “Nicola fer¬ma sulla tela il tempo ma non lo cristallizza in vacui formalismi para-fotografici, rende l’atmosfera vibrante dei piccoli paesi che attendono l’arrivo del treno per squarciare l’afa estiva, oppure le ore dell’alba, in cui stanno per giungere gli ambulanti che ne animeranno il mercato.”.

matteo nannini

Matteo Nannini

Matteo Nannini, invece, classe 1979, vive e lavora tra Sant’Agostino e Cento. Ha frequentato il Liceo Artistico “Arcangeli” di Bologna e si è diplomato con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Insegna presso la Scuola di Artigianato Artistico a Cento da quando aveva 20 anni.
Talentuoso quanto il fratello, Matteo ha esposto nell’ultimo ventennio in svariate personali, collettive, fiere d’arte ed eventi culturali in varie città della pianura padana, ma anche all’estero (da Budapest ad Am¬sterdam, da Londra a Shangai, da Rotterdam a L’Aia). Dal 2012 l’artista ha quindi cominciato a proporsi al pubblico quale illustratore e fumettista, con tavole e graphic novel di soggetto poliziesco e dal sapore fortemente ironico. Assai significativo in tal senso è il personaggio del detective J.W.Wiland, da lui creato e al quale ha già dedicato quattro volumi, da lui scritti e disegnati. Nel 2016 ha fondato la “Nannini Editore”, marchio editoriale e portale on line dedicato alla grafica, all’illustrazione e ai “comics”. A Fabula espone sensuali nudi femminili, senza però evitare di confrontarsi con il vedutismo. Infine, le amatissime tavole originali del detective J.W.Wiland.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 26 gennaio 2019

 

“Perché fate fatica a darci fiducia?”

21 Gen

La sera del 17 gennaio, dialogo a Ferrara fra don Rossano Sala e i giovani della nostra Diocesi sul rapporto tra Chiesa e nuove generazioni

ragazze2“Se la Chiesa non mi dà un senso, a cosa ‘serve’?”. Potremmo partire da questo interrogativo, raccolto da don Rossano Sala, Segretario del recente Sinodo sui giovani, per dimostrare ulteriormente ciò che, fortunatamente, da tempo ormai è sempre più consuetudine ripetere: non tutti i giovani sono passivi, amorfi, ma ognuno a modo suo nutre dentro di sé un bisogno autentico di qualcosa di più rispetto a ciò che può offrirgli una società senza slanci ideali, senza principi fraterni, senza bellezza. Don Sala ha il dono di saper narrare egregiamente il “corpo a corpo” fra giovani e Chiesa, fatto di abbandoni, critiche, lamenti, ma anche di affetto, mutualità, convivialità. Non a caso, quindi, la sera del 17 gennaio scorso l’aula magna del Seminario Arcivescovile di via G. Fabbri a Ferrara ha fatto fatica a contenere tutte le persone accorse (circa 200) da ogni angolo della Diocesi, per l’incontro dal titolo “La Chiesa una casa per i giovani?”, organizzato dall’Ufficio diocesano per la vita consacrata, Azione Cattolica e Agesci. Dopo la presentazione da parte di don Luigi Spada, Direttore dell’Ufficio organizzatore, il canto “Su ali d’aquila” e la proiezione di un breve filmato con interviste ai giovani sul Sinodo a loro dedicato, ha preso la parola don Sala. “Dal Sinodo siamo usciti col cuore rinnovato – ha esordito -, abbiamo vissuto una Chiesa che si prende a cuore, senza paura, la realtà dei giovani. Ci siamo messi ad ascoltare i 34 giovani presenti (uditori e uditrici, ma che sono potuti anche intervenire. ndr), facendo quindi un cammino di umiliazione. I loro interventi sono stati quelli più concreti, propositivi e gioiosi. Il Papa, ad esempio, si è commosso mentre ascoltava la testimonianza di un ragazzo”, Safa Al Abbia, rappresentante della Chiesa caldea irachena. Cosa chiedono, dunque, i giovani alla Chiesa? Secondo indagini, “in Europa più della metà di loro semplicemente non chiede nulla, altri invece alla Chiesa chiedono che si tenga a debita distanza da loro”. Fra le cause di questa indifferenza e di questo rifiuto, vi è “l’identificazione di tanti uomini di Chiesa come abusatori (sessuali e/o di coscienza), il fatto che molti sacerdoti vengono ritenuti impreparati a stare coi giovani”, e infine, ma non meno importante, il fatto che molte ragazze e ragazzi si sentono ‘passivi’ nella Chiesa e “usati finché c’è bisogno di loro”. Quello che chiedono è innanzitutto, quindi, di essere protagonisti, e che, sono ancora parole di don Sala, “la liturgia sia qualcosa di vivo, ad esempio con omelie che intercettino la loro esistenza”. Vi è, poi, fra i giovani “una richiesta di spiritualità, di qualcosa cioè che riesca a perforare il piano meramente orizzontale della loro vita, dandole un senso, cercando così di capire la propria vocazione”. Se la Chiesa non mi dà questo, a cosa ‘serve’?, si chiedono, giustamente, molti di loro. “Dalla Chiesa non si aspettano qualcosa che possono trovare anche altrove”. Proseguendo, “i giovani alla Chiesa chiedono che non li giudichi senza prima averli ascoltati: non vogliono educatori perfetti ma che gli raccontino come hanno affrontato le loro fragilità, come sono riusciti a trasformare le loro ferite in feritoie”. Don Sala ha proseguito soffermandosi sulla persona di Papa Francesco, molto amato dai giovani, e col quale don Sala ha collaborato a stretto contatto: “il Pontefice ama i giovani, ripone sinceramente molta fiducia in loro, è una persona di grande umanità che comunica molta pace, una profonda spiritualità”. Così, seguendo anche il suo esempio, “la Chiesa nel Sinodo ha imparato a essere ottimista, speranzosa e propositiva nei confronti delle ragazze e dei ragazzi”. La prima parte dell’intervento del relatore si è conclusa per lasciare spazio ai giovani presenti: durante la serata, infatti, vi era la possibilità di inviare brevi messaggi via WhatsApp sui temi affrontati. Fra le tante riflessioni e domande raccolte da don Paolo Bovina vi erano queste: “la Chiesa si preoccupa più di essere autorità, invece che stare fra gli ultimi”, “bisognerebbe valorizzare maggiormente la figura del padre spirituale”, “dalla Chiesa non vogliamo rimproveri o sensi di colpa ma che ci aiuti, grazie al Vangelo, a valorizzare la bellezza”, “perché per molti è difficie credere?”, “Perchè fate fatica a darci fiducia?”. Riprendendo un insegnamento della comunità di Taizè, don Sala ha proseguito spiegando come “non dobbiamo portare Dio ai giovani, perché Dio è già presente nelle loro vite. Dobbiamo invece creare le condizioni perché Dio si risvegli nel loro cuore. Per questo ci vuole molta pazienza – in questo l’educatore è simile all’agricoltore – e l’umiltà di capire che siamo tutti in cammino, siamo una Chiesa-famiglia”. Infine, sul tema della fiducia, emerso dai quesiti inviati dai giovani presenti, il relatore ha spiegato come “la fiducia è vita, la stessa esistenza quotidiana è fatta di tanti piccoli atti di fiducia nei confronti degli altri. Oggi però domina la legge del Grande Fratello (’non fidarsi di nessuno’; il riferimento è al noto programma televisivo ma potrebbe applicarsi anche al romanzo orwelliano, ndr), non quella del Vangelo, che ci chiede di essere sale della terra, di essere profezia di fraternità.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Si è fidata di Dio anche nel buio più totale: per questo Laura è una santa”

21 Gen

Una “santa in mezzo a noi”, che “sapeva riconoscere gli attimi di vera felicità come assaggi di eternità”: questa è stata Laura Vincenzi. Il 18 gennaio a Tresigallo si è svolta la prima presentazione della riedizione delle sue “Lettere”, con l’intervento di Guido Boffilaura 3

La presenza di una persona cara che non è più in mezzo a noi, continua a manifestarsi con la forza delle sue parole, nel ricordo vivo della sua voce, dei suoi occhi, del suo sorriso. Così è in modo straordinariamente forte, per Laura Vincenzi. La presentazione della nuova edizione delle sue “Lettere di una fidanzata” (Editrice AVE, 2018) – svoltasi per la prima volta il 18 gennaio a Tresigallo nella Casa della Cultura-Biblioteca Comunale (grazie ad Azione Cattolica diocesana, AC Tresigallo, Associzione “Amici di Laura”, Biblioteca comunale Tresigallo e col patrocinio del Comune di Tresignana) – ha permesso ad amici, famigliari, o semplicemente suoi ammiratori, di ritrovarsi davvero nel suo sorriso, nei suoi “occhi di cielo”, nel misticismo così concreto delle sue parole scritte all’allora fidanzato Guido Boffi. Circa 150 i presenti, accolti dai saluti di Anita Arlotti, responsabile della biblioteca e dalla presentazione di Miriam Turrini, che – nel ripercorrere brevemente la sua vita e la diffusione della sua testimonianza di fede – ha voluto sottolineare come “Laura ha saputo affrontare la malattia con grande tenacia e perseveranza, volendo continuare a vivere la propria quotidianità”. Ricordiamo che la prima edizione delle “Lettere” di Laura uscì per una piccola casa editrice, Luciani, mentre la seconda, nel 2000, per “Città Nuova”. Dopo una lunga pausa, nel 2012 l’allora presidente diocesano di Azione Cattolica Fausto Tagliani ha voluto riprendere il lavoro di studio su Laura, permettendo di arrivare, nel dicembre 2016, all’apertura della causa di beatificazione, e successivamente alla mostra a lei dedicata, “peregrinante” nella nostra Diocesi e non solo. Le letture di alcuni brani delle lettere, a cura di Gian Filippo Scabbia, con l’accompagnamento alla chitarra di Roberto Berveglieri (che ha eseguito anche una musica scritta apposta per Laura), hanno intervallato l’intervento di Guido Boffi, che ha curato la riedizione: “questo volume – ha spiegato – è al tempo stesso un libro antico e nuovo. Venti o trent’anni fa non esistevano smartphone o social network, ma la vita e le parole di Laura si diffosero comunque, affascinando molte persone. Spesso capita che nei momenti di prova, di sofferenza, le risorse calino, ci si chiuda agli altri e a Dio. Al contrario, nonostante la sofferenza, Laura scelse di avviare un percorso affettivo, dimostrandosi aperta, leale, disponibile con chiunque ne avesse bisogno. Io e Laura – ha proseguito – nel sentimento che ci univa, abbiamo scoperto di più di una relazione a due: fin dagli inizi, infatti, la percezione era che il rapporto che ci legava fosse qualcosa di più rispetto a noi. L’altro – abbiamo compreso – è un luogo meraviglioso per tirar fuori il meglio di sé. Soprattutto oggi che nel rapporto di coppia sembrano spesso dominare la vanità e l’appagamento di sé, è importante comprendere come nell’aprirti all’altro, ti accorgi che oltre a voi due c’è un Altro, Dio, che ti fa tirar fuori le risorse migliori, che non immaginavi di avere”. Così, Laura, anche dopo l’amputazione del piede, “non si è chiusa agli altri e a Dio, ma ha percepito questa relazione, questo sentimento con Lui, la Sua presenza: si è fidata di Dio, anche nel buio più totale, ha continuato a vedere il faro oltre la prua della propria nave, proseguendo in quella direzione. Ciò non significa che non abbia avuto timore, ma questo le ha fatto sentire il bisogno di un quotidiano esercizio spirituale, costante e continuo, che ha compiuto fino all’ultimo, per tenere a bada paure, e per rimanere aperti agli altri e all’Eterno”. “Laura – ha proseguito Guido commovendo i presenti – era una persona trascendente”, la sua era dunque davvero una “visione escatologica, che va oltre, ma che al tempo stesso non le impediva di vivere il presente, riconoscendo gli attimi di vera felicità come assaggi di eternità”. Laura è dunque stata “una santa nel riuscire a percepire sempre la vicinanza profonda di Dio. In lei quindi non vi era una semplice buona indole, ma qualcosa di più. Questo dimostra anche che i santi sono ‘a portata di mano’, e che hanno le nostre stesse paure”. L’ultima riflessione Boffi ha voluto dedicarla ai possibili destinatari del messaggio di Laura: “penso che possa arrivare non solo ai malati, ma avere un impatto positivo forte anche su chi ha grandi carenze spirituali, su chi ha il deserto nel cuore”. In generale, però, “può aiutare tutti noi a migliorarci, per cercare di conquistare un posticino nel cuore di Dio”. Testimonianze di amici e famigliari La serata è stata ulteriormente arricchita da alcune spontanee brevi testimonianze e riflessioni di persone presenti. Annamaria Valenti ha spiegato: “la conobbi a un campo di Azione Cattolica Ragazzi, io ero responsabile diocesana ACR e lei una delle bambine che partecipavano al campo”, mentre la sorella di Laura, Silvia (presente insieme ai genitori Odo e Luisa e ai fratelli Paolo e Giorgio), ha preso la parola per testimoniare come “anche per noi famigliari le sue lettere in un certo senso sono state una scoperta. Era una ragazza semplicissima e normalissima, ma non conoscevamo tutto il suo lavoro interiore. Leggendo le sue parole, mi viene da paragonarla a un’atleta che si prepara a scalare una montagna, e, una volta arrivata in cima, respira aria pura. Anch’io, leggendo le sue lettere, ho avuto la sensazione di respirare aria pura”. E’ poi intervenuta una signora che ha conosciuto la storia di Laura grazie alla tappa della mostra a lei dedicata nella diocesi di Bologna. “Mi sono sentita travolta dalla sua gioia e dalla sua speranza, Laura mi ha davvero attratta a sé”, sono state le sue parole. Ha quindi preso la parola Patrizio Fergnani: “vorrei sottolineare anche la grande capacità di scrittura e di riflessione di Laura. Il padre conserva tutto il suo materiale, dal primo quaderno delle elementari. Laura non è solo un ricordo ma una presenza reale”. Infine, è intevenuto Fausto Tagliani: “la scoperta importante, soprattutto per la Chiesa di Ferrara-Comacchio, è proprio questa: che i santi sono in mezzo a noi”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“Questa è per noi la Chiesa”: in un libro le parole dei giovani

21 Gen

Alberto Galimberti, giornalista comasco, è l’autore del libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” nel quale fa idealmente dialogare tra loro giovani credenti e non credenti

libro galimbertiCome volti di un poliedro, parole di uno stesso discorso, nervi nella stessa carne. Così sono le storie, raccontate in prima persona, di giovani “qualsiasi” che Alberto Galimberti, acuto giornalista comasco, ha scelto come protagonisti del suo libro “È una Chiesa per giovani? Proviamo ad ascoltarli” (Ancora 2018, 142 pagg.). Dare la parola ai giovani è per sua natura “un rischio”, a maggior ragione in un periodo storico nel quale, in particolar modo nel nostro Paese, scrive Galimberti, i giovani sono spesso descritti come “inetti, inermi e insipienti. Nichilisti, sprecati e sdraiati”. Ma la domanda di senso è insita nel cuore di ogni persona, così anche loro non bisogna darli persi nel tentativo di “scovare il senso della propria esistenza”. L’autore va in cerca di questi giovani, per stanarli, perché trovino il coraggio di esporsi. A differenza dell’ordine nel volume, potremmo accennare alle loro storie tracciando idealmente una linea che parta dall’approccio più critico verso la religione e la Chiesa, per arrivare a coloro che, seppur nel non scontato cammino, hanno scelto di seguire Cristo. Certi del fatto che la Verità stia anche nella sua ricerca, grazie alla quale il soggetto già viene trasformato. “Tavola rotonda” sulla fede Marco è ateo, a 18 anni scopre di avere un tumore, ma guarisce, si laurea, lavora, fa volontariato in un reparto di pediatria. Da bambino credeva “in un concetto stereotipato di dio”, a 15 anni lascia la Chiesa. L’esperienza del male fisico non scalfirà la sua convinzione. Quando scopre il tumore, “la primissima cosa che ho fatto è stato maledirlo [a Dio]”. E ancora è così: “Un bambino di due mesi può morire di leucemia. Dov’è il vostro Dio? Perché tace? Perché lo permette? Se esistesse, questo non sarebbe un Dio, sarebbe un mostro”. Mentre per Davide la Chiesa “più è indifendibile, più moraleggia”, “giudica senza voler essere giudicata”, per Fabio e Sara, conviventi, credenti non praticanti, ciò che allontana dalla Chiesa, spiega lei sono soprattutto “gli atteggiamenti contraddittori rispetto al Vangelo osservati all’interno della comunità parrocchiale”. Inoltre, “i divieti moralistici [..] non aiutano a dialogare con i ragazzi che vivono in una società nella quale la sessualità non è più un tabù, ma un aspetto che va approcciato con responsabilità e coscienza”. Proseguendo, Chiara e Luca, marito e moglie, vogliono una Chiesa “aperta e misericordiosa”, mentre Ivan racconta così la propria conversione: “ho avvertito un senso di pace e di serenità. Come essere al posto giusto al momento giusto, né troppo in anticipo né troppo in ritardo. Un dono. Cioè una cosa ricevuta inaspettatamente”. Gabriele, diacono in attesa di diventare sacerdote, confessa: nella scelta “mi ha guidato questo pensiero: ‘Non io, ma Dio’ ”. Maria Grazia, insegnante e cantante di musica cristiana, invece, racconta come anni prima “durante un incontro, nel momento di adorazione, ho sentito la presenza del Signore. Stavo pregando e ho percepito di essere accompagnata. Di essere voluta bene”. Incontriamo anche Francesca, già vicepresidente dell’Azione Cattolica di Milano, che, fra i problemi della Chiesa, considera l’“organizzazione gerarchica” e la “distanza anagrafica tra i consacrati […] e i giovani”, mentre Giulio, esperto di comunicazione, apprezza l’“approccio aperto e inclusivo” di Papa Francesco, Vi è, infine, Laura, che spiega: “nella fede ho sempre trovato il mio riparo, la comprensione che altrove non c’era. Io credo in Lui, Lui crede in me. Lui con le sue certezze, io con i miei dubbi. Lui con la sua forza, io con le mie debolezze. Eppure so che mi ama”. La parola agli “esperti” Nel libro vi è spazio anche a personalità che, a vario titolo, affrontano le tematiche giovanili, e nello specifico, le dinamiche interne al mondo cattolico. Così incontriamo innanzitutto Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, che coordina il “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. Per lui la Chiesa dovrebbe “essere accompagnatrice dei giovani nel loro percorso di vita, nel loro discernimento”, “dovrebbe compiere questo sforzo: non scaricare la colpa sui giovani che non le vanno incontro; ma lei, la Chiesa, dovrebbe dirigersi verso di loro”, chiedendosi ciò che “vuole e può dare ai giovani per aiutarli a dare più senso e valore alle loro vite”. Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante, spiega: “il cuore di tutto è rimettere al centro l’unicità di ogni ragazzo, come soggetto di possibilità inedite”. “I giovani – sono ancora sue parole – sono scettici di fronte a qualsiasi forma strutturata di fede, ma perché troppo spesso li educhiamo alla fede come dovere e non come rapporto reale d’amore, che come ogni rapporto richiede riti che lo proteggano”. Si passa poi a Franco Garelli, sociologo, esperto di religioni nelle società contemporanee, per il quale ad impedire un avvicinamento dei giovani alla Chiesa sono “una serie di ostacoli dottrinali, culturali, morali o ecclesiali, quali la difficoltà ad accettare le norme della Chiesa in campo etico, i cattivi esempi forniti dagli uomini del sacro, l’idea che vi sia una sola verità esclusiva, un’interpretazione del Vangelo non all’altezza dei tempi, una predicazione sorda al vissuto quotidiano”. “Una fede religiosa – spiega -, se vuole essere all’altezza delle sfide della modernità, deve essere abitata da senso critico, più frutto di una scelta che di una costrizione, interiormente fondata, rispettosa delle altrui convinzioni”. Le conclusioni sono invece affidate al dialogo con Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e Antropologia all’Università Cattolica di Milano, la quale nel delineare alcune delle qualità dell’attuale pontefice, ragiona sui caratteri che la stessa Chiesa dovrebbe possedere: essere “più tattile e corporea”, e meno astratta, semplice e profonda al tempo stesso. “Bergoglio – spiega la Giaccardi – è consapevole dell’ambivalenza della natura umana: c’è un mondo ideale che non esisterà mai, e c’è un mondo reale, concreto, dove bene e male si mescolano, in cui bisogna accompagnare il primo per vincere il secondo”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

“La risposta al rifiuto delle migrazioni? Legalità e progetti condivisi”

21 Gen

Presentato a Ferrara il Rapporto Caritas – “Il Regno” sull’immigrazione: l’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono anche discorsi ecumenici. L’unità tra fratelli e sorelle cristiane può combattere la percezione capovolta della realtà

1Nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato l’incontro di presentazione (con una 50ina di presenti) della ricerca condotta da Caritas Italiana e rivista “Il Regno”, dal titolo “Immigrazione. Il fattore sfiducia degli italiani”, organizzato con il patrocinio della Caritas e della Migrantes diocesane. Sono intervenuti Gianfranco Brunelli (Direttore della rivista “Il Regno”) e Guido Armellini (Chiesa Metodista di Bologna), introdotti e moderati da Piero Stefani (redattore de “Il Regno” e rappresentante del Segretariato Attività Ecumeniche). Quest’ultimo ha spiegato come il tema immigrazione e quello ecumenico siano tra loro correlati per tre ragioni fondamentali: “le realtà ecclesiali, cattoliche e non, sono sempre più multietniche” al loro interno; “le diverse Chiese sono sempre più impegnate nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti; non tutti i membri delle stesse Chiese, però, sono favorevoli ad accogliere”. Ciò provoca ferite, fratture importanti all’interno delle comunità. “E’ sempre più forte il rifiuto dell’immigrazione – ha spiegato Brunelli -, domina spesso la paura dell’immigrato, e l’immigrazione viene vista solo come problema e non anche come opportunità”. Il primo dato che emerge dalla ricerca in questione riguarda il numero di migranti nel nostro Paese, dunque “il problema della percezione del fenomeno, spesso sovrastimato”, ha spiegato. La realtà italiana, infatti, “non è particolarmente esposta al problema dell’immigrazione, anche in rapporto alla popolazione totale, ma la percezione diffusa è diversa, e associa l’immigrato prevalentemente all’irregolare”. Risulta inoltre come “percentualmente i cattolici fra gli immigrati rispecchiano all’incirca la media della popolazione italiana”, e che, altro dato che emerge, “meno si è colti più si avverte come grave il problema immigrazione”. Riguardo al tema della sicurezza, il fenomeno migratorio, ha spiegato ancora Brunelli, “non è tanto percepito come minaccia personale, ma a partire da un sentimento sociale e culturale diffuso da molto tempo: in uno Stato considerato da molti come corrotto, i cittadini non si sentono tutelati nella loro sicurezza”. Un altro orrendo pregiudizio, “seppur non particolarmente diffuso nel nostro Paese, ma ancora esistente è quello “contro gli ebrei”. “L’integrazione non può non passare attraverso un’assimilazione governata politicamente, cioè che risponda tanto al bisogno di migranti quanto a quello di sicurezza. Al contrario, il rifiuto aumenta solo l’immigrazione illegale e incontrollata”. Armellini ha improntato il suo ragionamento principalmente sull’importanza delle “opere” per far progredire il cammino ecumenico, che “ha senso se si traduce in servizio agli esseri umani, soprattutto i più deboli. La Chiesa Metodista di Bologna, ad esempio, organizza corsi di italiano per stranieri, ed è arrivata a contare una 70ina di insegnanti e più di 400 studenti. Conoscendo queste persone, abbiamo ad esempio ’scoperto’ come prima della caduta di Gheddafi, avvenuta nel 2011, mole persone emigravano in Libia per lavorare. Dopo la sua caduta – ha proseguito – , il Paese è caduto nelle mani di bande di criminali, e, come ormai purtroppo è stato ripetutamente accertato, finiscono in veri e propri lager, sono costretti ai lavori forzati, subiscono violenze, stupri, a volte vengono ammazzati per nulla”. “La percezione della realtà di diversi italiani sul tema immigrazione è totalmente distorta. La clandestinità – ha poi spiegato, riprendendo un concetto di Brunelli -, è causata da leggi ben precise, a partire dalla Bossi-Fini, che ha prodotto una massa di persone inesistenti a livello anagrafico. La risposta, quindi, consiste nel legalizzare, non nell’aumentare l’area della clandestinità, come invece fa il Decreto Salvini”. “In Italia, poi, putroppo, la religione cristiana da molti viene vissuta come un’identità da difendere”. Armellini ha citato un passo dal capitolo 29 del primo libro delle Cronache. Si sta per costruire il tempio, il popolo porta immense donazioni a questo scopo. Il Re Davide nel suo discorso a un certo punto dice: “Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza” (1 Cr 29, 13-15). Insomma, “la terra non è nostra, noi siamo di passaggio, nessun territorio è di nostra proprietà, e quindi non possiamo decidere chi ci deve stare e chi no”. Tre sono i progetti ecumenici attivi organizzati anche dalle Chiese protestanti italiane: il primo, “Essere Chiesa insieme”, per superare le singole etnie; i “corridoi umanitari”, che da febbraio 2016 hanno permesso a più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa, di approdare in modo sicuro in Italia; infine, “Welcoming Europe”, raccolta firme proposta da un arcipelago di chiese, associazioni, reti cristiane e laiche per depenalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri (simili ai corridoi umanitari) e riaprire i flussi migratori. E’ possibile firmare fino a fine febbraio 2019 (http://welcomingeurope.it/).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 25 gennaio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Potere o liberazione? Il ’68 e le sue contraddizioni

14 Gen

68.6Riflessioni a margine della mostra “Vogliamo tutto 1968-2018”, esposta fino al 20 gennaio a Ferrara grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca. Un racconto emblematico dell’essere umano, delle sue lotte e del suo cammino, partendo dal desiderio personale per arrivare al sogno di un mondo migliore

[Qui e qui le pagine con l’articolo]

“Vogliamo tutto”, la libertà e il potere, vogliamo desiderare di un desiderio grande e desiderare fino al rischio di perdere noi stessi. Sembravano dire questo i giovani che negli anni Sessanta hanno stravolto il secolo breve, invertendone la rotta, modificando per sempre il senso della storia, tanto in Occidente quanto in Oriente. Una mostra, esposta e presentata per la prima volta al Meeting di Rimini (che ne è anche l’ideatore e il realizzatore) nell’agosto del 2018, è visitabile nelle Grotte del Boldini di Ferrara fino al 20 gennaio grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca.

Tra Prometeo e Sisifo

Quando il desiderio viene liberato, tutto sembra possibile: finalmente, negli anni ’60, la persona riacquista una nuova centralità, dopo le sbornie dittatoriali, collettiviste, dopo il conformismo – positivo e negativo – dei partiti e dei sindacati di massa, nel mondo cattolico e in quello laico, dopo le adunate oceaniche e le truppe delle due ecatombi mondiali. Una volontà di essere soggetti che viene inglobata nell’universo mercificante del consumo. L’“io” viene illusoriamente posto al centro: ma è un “io” indistinto, a-personale, falso. Un “io” promesso a chiunque abbia sufficienti capacità economiche, che “torna al centro” proveniendo in molti casi dalla miseria, e dal conseguente anonimato. Il benessere del cosiddetto boom economico individua i soggetti più facili da attirare, i giovani, vale a dire coloro che meno rispetto agli adulti hanno vissuto la povertà e meno hanno introiettato retaggi e costumi tradizionali. E, soprattutto, sono coloro che hanno un futuro, sono dunque le potenziali basi sulle quali il potere può ricostruirsi, può investire a lungo termine. Ma i giovani, in positivo, sono anche coloro che possiedono una maggiore spinta creatrice, una speranza recondita, naturale, inevitabile per chi desidera che il domani sia migliore dell’oggi, che il futuro sia una promessa di gioia e non un incubo. “La modernità – si legge in uno dei pannelli esposti al Boldini – crea spazi di libertà e di affermazione personale, intercettando bisogni e introducendo nuovi desideri, che chiedono soddisfazione”. La liberazione del desiderio è dunque arma a doppio taglio:necessaria, insita nella natura dell’uomo, per non soffocarlo, per non anestetizzarlo, ma al tempo stesso orizzonte ignoto, rischio. La società “consumistica” fornisce una risposta al bisogno di affermazione dell’individuo, al suo desiderio. Ma è una risposta pericolosa, in quanto promette “una vita riempita di ‘cose’ ” – com’è scritto in mostra -, la sua è una finta razionalità. Questo tipo di società sottovaluta il rischio legato al possesso, la smania, per sua natura insaziabile, di accumulazione di beni. Al tempo stesso il consumismo crea anche un universo simbolico forte, prorompente, affascinante, e dà vita a un’illusione di comunità, quella dei consumatori, appunto, accomunati dal marchio, dall’esperienza (che si presenta sempre come la definitiva in termini di godimento e di soddisfazione). Una nebulosa di individui fra i quali non vi può essere vera relazione, vera condivisione. Ma questa illusione simbolica e d’appartenenza fa in modo che il consumo non crei solo cose, ma persone, dimostrando, comunque, di riconoscere che ciò che tende a ridurre a oggetto, oggetto non è. Celebre è la definizione di “consumismo” espressa negli anni Cinquanta dall’economista americano Victor Lebow, in un articolo intitolato “Price competition in 1955”: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo”. Infatti, scriveva Herbert Marcuse ne “L’uomo a una dimensione” del ’64, “in questa società l’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali”. “Abitudini, tradizioni e valori sono messi in discussione”, è scritto nell’esposizione, e “i beni superflui si sono trasformati in necessari”. Uno dei simboli di questo benessere e di questa, perlopiù illusoria, sensazione di appartenenza mai vista prima, è la televisione. Anche qui, il desiderio iniziale, di fondo, è positivo, naturale: il desiderio di conoscenza, il bisogno di sapere, di capire, antidoto alla paura dell’ignoto, desiderio istintivo di “controllo”, di superare il timore – atavico? – di essere esclusi, di finir relegati ai margini della società, della vita, della storia. “Vogliamo il pane ma anche le rose”, recitava uno slogan pronunciato da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista statunitense, nel 1912. Cosa c’è dunque di male in questo? Lo diceva anche Cristo (Mt 4, 1-4): «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». È l’essere umano, eterno Prometeo, che sempre più si ribella alla schiavitù dell’immobile dipendenza, entrando, però, nella dipendenza di un nuovo potere. Un nuovo potere che lo assoggetta in un circolo vizioso, trasformandolo, dunque, anche in un eterno Sisifo, che desidera, e desiderando si pone in movimento e in relazione, cerca soddisfazione, e la trova. Ma il desiderio rinasce sotto forme al tempo stesso sempre nuove e sempre identiche. E la relazione con l’altro, con l’Altro, si perde, evapora nel rapporto – non relazionale – con le cose e con quell’universo simbolico affascinante ma terribile, perché privo di volto, di storia. Promessa di libertà e al tempo stesso assurdità elevata a dovere, non affrontata ma vissuta, passivamente inalata (non più anelata). Com’è scritto nella mostra, “qual è la vera natura del desiderio? La ‘mancanza ad essere’ ”, che, appunto, il consumismo illude di soddisfare, incanalando pensieri, energie, sogni in un turbinio di simboli e cose che non fanno che scalfire appena la crosta del cuore umano.

“Ti fa rivoltare il cuore…”

“Siamo giovani […]. Abbiamo uno spirito sufficientemente libero per ribellarci ad ogni imposizione, per non venderci al conformismo in cambio della tranquillità e del quieto vivere. Sfuggiamo ad ogni compromesso come dal peggior nemico” (Rivista “Milano studenti”, 1958) Su questo terreno nasce la contestazione del ’68, da quei giovani stanchi di un mondo nel quale il fine ultimo deciso, anzi imposto, è quello del benessere, dell’opulenza, del narcisismo feroce e solitario, anti-comunitario, che è, certo, anche bellezza, ma al tempo stesso zavorra che impedisce un volo più grande. I giovani, è chiaro, si ribellano anche contro il mondo antico, fatto di autoritarismo, di comunità vissute come stantie e soffocanti, di regole viste come rigide, assurde, di sovrastrutture che occultano l’essenza del vivere, annacquandola. La rivoluzione tanto desiderata era già avvenuta, soprattutto nel linguaggio, nell’abbigliamento. I figli del mito americano, mentre lo vivono, lo mettono in discussione. I “prodotti” del mito si ribellano al padre e al suo presente già deciso, cercando un diverso equilibrio fra individuo e comunità, fra libertà e appartenenza, sognando un avvenire più vero, più umano, consci, almeno all’inizio, che l’unica strada stia nella ricerca continua. In questo, a tratti, la mostra si dimostra forse eccessivamente ingiusta nella critica che rivolge in particolare all’“avanguardia” degli studenti americani (Students for a Democratic Society), autori nei primi anni ’60 del Manifesto di Port Huron.

In generale, si cerca di sostituire i miti di plastica del consumo con miti in carne e ossa, seppur lontani, fra i quali “Che” Guevara, Mao Tse-Tung, Martin Luther King. Si cerca un’immedesimazione e al tempo stesso un sogno, quindi qualcosa che non finisca per appiattire sul già dato, sul presente, sul consueto. Anche qui, la questione si mostra ambivalente: da una parte vi è un desiderio collettivo di riconoscersi a livello globale, di dare carne e sangue al principio di fratellanza universale; dall’altra parte, vi è il rischio – molto concreto – che il modello diventi un nuovo idolo, un nuovo oggetto alienante. Una sintesi, dunque, che non si realizzerà mai pienamente. Ma il tentativo è stato fatto, ed è sincero, la sua radice è autentica.

Il convitato di pietra

Scuola e università sono tra i primi bersagli di quest’onda, di questa rivoluzione immaginata sotto l’effigie del “Che”. Si rivendica una pedagogia che sia – insieme – relazione, trasmissione e sviluppo della capacità di ragionamento. Come detto in modo simile per la tv, il desiderio di conoscenza, il scoprirsi essere “intelligenti” significa pensarsi ed essere pensati come persone, non come meri ricettori passivi. “Cercarsi un fine”, scriveva don Lorenzo Milani nella Lettera a una professoressa. “Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo”. Al contrario, scrive ancora il sacerdote di Barbiana, la scuola “non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Ed essere persona significa anche, nella libertà e nella creatività, nel genio irripetibile di ognuno, coniugare corpo e anima, spirito e materia, teoria e prassi. Non solo scuola e università, ma l’intero convitato di pietra delle istituzioni – Stato, partito, Chiesa, sindacato, famiglia – incombe, viene evocato dai giovani per distruggerne la falsa sacralità. Sarà, in effetti, per queste strutture, l’inizio della fine, di un’agonia che, se non li ucciderà del tutto, di certo li sconvolgerà, “obbligandoli” a ripensarsi, a ridefinirsi. Anche nel mondo cattolico ci si interroga, sospinti e interpellati dal trambusto culturale e di costume di questi anni. La stessa appartenenza ecclesiale è messa in discussione, è dunque affrontata, “semplicemente” interpellata (anche se in realtà è tutt’altro che semplice), attraverso un atto di discernimento, personale e collettivo, per poter vedere meglio, dunque per meglio comprendere, individuando cosa trattenere e cosa non, sentendo “l’esigenza di tornare al nucleo essenziale del messaggio cristiano”.

Il lato oscuro

La speranza di un’intera generazione, nata dal desiderio, si trasformerà, però, anche in un “tentato suicidio”: dalle lotte per la pace, dalla genuinità e dalla gioia, parte del Movimento approderà alla violenza, a un nuovo conformismo, a nuove ideologie, a un nuovo odio. Chi, in cuor suo manifestava e lottava con nel cuore una brama di potere, di comando, chi ha lasciato che il desiderio si corrompesse in volontà di controllo degli altri a lui “prossimi”, e di annullamento dei “lontani”, “deviò” dallo spirito originario del ’68. “Se non si grida evviva la libertà umilmente / Non si grida evviva la libertà”, dice P. P. Pasolini ne “La rabbia”. “Se non si grida evviva la libertà ridendo / Non si grida evviva la libertà. / Se non si grida evviva la libertà con amore / Non si grida evviva la libertà. / Voi, figli dei figli gridate / con disprezzo, con rabbia, con odio evviva la libertà. / Perciò non gridate evviva la libertà. / Questo sappiate, figli dei figli. / Che gridate evviva la libertà con disprezzo, con rabbia, con odio”. E’, questo, dunque, il lato oscuro del ’68, presente ma non totalizzante, che non fa venir meno quelli positivi, sacrosanti, di liberazione del desiderio, di ricerca di una più autentica convivialità (nelle differenze). Un naturale diritto come quello di parola e di espressione integrale (non solo verbale) viene conquistato, con tutte le contraddizioni e gli errori che si porta dietro il cammino e la lotta. Ma è un risultato che non si può dare per scontato. La mostra non riconosce del tutto questa conquista fondamentale, non rende del tutto merito a questa proficua e vitale lotta contro l’autoritarismo, contro il “si è sempre fatto così” applicato a ogni ambito della vita, dal mondo educativo e culturale a quello ecclesiale, passando per quello politico, familiare, e così via. Ma soprattutto, il grande assente del progetto espositivo è, purtroppo, il movimento operaio (che, ricordiamo, vide fra i suoi protagonisti anche parte del laicato cattolico) con le sue fondamentali lotte intraprese soprattutto nel biennio ’68-’69.

“Non abbiamo bisogno del potere”

Così si intitola un pannello della mostra, ed è forse qui la chiave del ’68 originario: un processo che non abbia “fini” ai quali sacrificare ogni mezzo possibile, ma che comprenda che il potere non va conquistato ma disseminato ovunque, in ogni coscienza, in ogni corpo, in ogni cellula della società. Che si costruiscano un presente e un avvenire nei quali si ottengano i diritti che spettano a ognuno, senza che siano elargiti dall’alto. Una società, dunque, dove non ci sia più nessuno che possa “concedere” dall’alto a qualcun’altro in basso. E che non si sostituisca, nei posti di potere, i “cattivi” coi “buoni”, i “vecchi” coi “giovani”. “Ti troverai – scriveva Pasolini ne “La poesia della tradizione” rivolgendosi a quella gioventù – a usare l’autorità paterna in balia del potere / imparlabile che ti ha voluta contro il potere, / generazione sfortunata!”. Dal ’68 possiamo, quindi, salvare una concezione assembleare, fondata sulla corresponsabilità, sul discernimento come processo continuo, partecipato e non finalistico. Proprio nel ’68 moriva Aldo Capitini, padre italiano del movimento nonviolento, che nel suo ultimo scritto, “La forza dei piccoli gruppi”, datato 6 ottobre 1968, scriveva: il movimento nonviolento “distingue due fasi nel potere, e la prima è il potere senza governo, quel potere di tutti che in tanti modi può essere, attivamente e coordinatamente, rafforzato dai nonviolenti mediante l’incoraggiamento a prender posizione, a controllare, a collegarsi, a formare comunità, a sacrificarsi”.

“Si risponde camminando”

In uno degli ultimi pannelli della mostra vi è scritto: “L’intensa stagione del Sessantotto ha generato trasformazioni profonde. Il quadro che ne esce è in chiaroscuro. La società è più libera, ma è anche instabile e inquieta. I giovani sono ancora alla ricerca di punti di riferimento non alienanti, che non tradiscano il desiderio di autenticità e di pienezza”. Ci sentiamo di concordare, sapendo però che “l’ instabilità e l’inquietudine” sono necessarie, sono segno di vita, rivolta contro l’atarassia. È sempre preferibile l’essere (la ricerca del proprio modo di essere persona) al non-essere della passività, dell’accettazione di forme propinate come “oggettive” di essere uomo o donna, cittadino/a, cristiano/a, giovane, padre o madre. “Allo scetticismo – scriveva ancora Capitini nel ’68 – si risponde camminando”. La mostra si conclude con questo interrogativo essenziale: “come si fa a cambiare davvero il mondo? E come si fa a vivere insieme e a condividere il destino comune? Ad ogni generazione si ripropone l’alternativa: prendere sul serio tali domande, oppure liquidarle magari con qualche risposta troppo facile, per sentirsi assolti dal compito di individuare la strada che ci permetta di avere una vita più piena e di contribuire alla costruzione di un mondo migliore”. Perché, come scrisse Capitini nel sopracitato scritto, “deve diventare assurdo che ci sia un escluso, un mancante, un misero”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

“Che cosa avevo fatto di male? Ebrea, la mia sola colpa era di essere nata”

14 Gen

“Ho fatto ‘la scelta’, mentre molti rimasero indifferenti”. La straziante storia nel lager di Auschwitz che la senatrice a vita Liliana Segre l’11 gennaio a Ferrara ha raccontato a più di 700 studenti della nostra provincia

[Qui e qui le pagine con gli articoli]

1“Ho fatto la scelta dolorosa di raccontare, finché ne avrò la possibilità, l’orrore che ho vissuto e visto”. Rammentare, raccontare, rielaborare, per anni, giorni infiniti, sempre con la stessa domanda, “perché?”, scandita come una nenia, un mistero, un grido eterno a Dio. Così ha fatto e sempre farà Liliana Segre, 88 anni, senatrice a vita, che ha avuto, com’è lei stessa a dire, “una sola colpa, quella di essere nata”. Lei, in quanto ebrea, non avrebbe dovuto nascere, come tutti gli ebrei e le ebree al mondo, secondo il principio malefico dal quale partiva tutta la macchina di terrore, sterminio e desolazione messa in piedi dal regime nazista, con la complicità – mai denunciata abbastanza – degli alleati (o meglio: servi), tra cui l’Italia. Quello strazio la Segre ha chiesto di poterlo raccontare, come fa ormai da diversi anni, anche agli studenti di Ferrara e provincia, presenti in 718 al Teatro Nuovo in piazza Trento e Trieste a Ferrara la mattina dell’11 gennaio scorso. L’incontro, organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS, con il supporto dell’Istituto di Storia Contemporanea, è il primo pensato in vista del Giorno della Memoria 2019. All’arrivo in sala, tutti in piedi ad applaudirla, e lei, anche se di sfuggita, si è fermata a tratti per stringere la mano di alcuni ragazzini chiedendo i loro nomi. “Siete i miei nipoti ideali, ascoltatemi come se fossi una nonna”, ha esordito la Segre, una delle poche persone ancora vive a portare marchiato sull’avambraccio sinistro il numero assegnatole ad Auschwitz, il 75190. Nata a Milano il 10 settembre 1930, la Segre ha perso la madre, Lucia Foligno, quando non aveva nemmeno un anno. “Ero una bambina qualunque, felice, figlia unica in una famiglia italiana da 500 anni e profondamente inserita nel tessuto di Milano. Un giorno a tavola – era l’anno in cui avrei dovuto iniziare la terza elementare – mi dicono che sono stata espulsa da scuola. Penso di aver fatto qualcosa di molto grave. Dico: ‘perché?’, un ‘perché?’grave, che ripetevo con gli occhi pieni di lacrime. Ma anche i miei famigliari non riuscivano a trovare una risposta. Che cosa avevo fatto di male? Sono qui perché ancora non ho trovato una risposta. Da allora la vita diventa diversa, in casa mia vengono i poliziotti, ci perquisiscono, trattandoci come nemici della patria. Mia nonna mostrava loro le foto dei suoi figli soldati nella prima guerra mondiale”, per impietosirli. “Cambio dunque scuola, mi iscrivono a una privata. I parenti che ci fanno visita cercano di convincerci a fuggire in America con loro, ma i miei non vogliono, pensano che le cose si sarebbero aggiustate. Non vogliono lasciare la loro Italia. Per i bombardamenti, poi, anche noi nel ’42 ci spostiamo nelle campagne fuori Milano, ma non posso andare alla scuola pubblica. I miei coetanei mi chiedevano il perché. Io, che ho imparato a mentire, rispondo loro: ‘devo curare mio nonno’ ”. La dignità della senatrice Segre si è manifestata anche così: raccontando come si impara il male, lo si assorbe, prima incominciando a mentire, poi a diffidare, poi, come dirà, a non provare compassione per gli altri. E’ stato quindi, il suo, anche un forte mea culpa. Il suo insegnamento sta anche, però, nel far capire che si può scegliere la pietà e la vita. “Mio nonno – ha proseguito – era molto malato: io ero per lui, e lui per me. L’anno dopo lui e mia nonna vengono deportati, gasati e bruciati, per la sola colpa di essere nati”. Dopo l’8 settembre del ’43 “inizia la caccia a ogni uomo, donna, bambino o neonato ebreo. I tedeschi iniziano prelevando gli anziani dalle case di riposo. Vorrei ricordare però di quei giorni anche i ‘giusti’, anche se furono pochi, coloro che, rischiando di essere fucilati, salvarono molti ebrei: fecero la scelta”, dice proprio così la Segre. “La scelta è ciò che distingue l’uomo dall’indifferente, che è come una pecora che si fa guidare da un pastore”. Tra questi giusti, vi sono anche le due famiglie cattoliche che mi nascondono nella loro casa, e io, ingenua, e capricciosa, non voglio, però, lasciare la mia famiglia. Successivamente con mio padre tentiamo di scappare in Svizzera, ma dopo il confine ci accolgono uomini senza scrupoli, che fanno mercato delle persone, come gli scafisti di oggi. Appena arrivati, ci portano al Comando, dove il Comandante ci guarda con enorme disprezzo, come vigliacchi traditori della nostra patria. Ci rimanda allora indietro, veniamo arrestati e portati in carcere. Qui non faccio che piangere e chiedere ancora ‘perché?’. Il carcere può essere duro per un criminale adulto, provate a immaginare per una 13enne innocente. La mia sola colpa era quella di essere nata. Violetta Silvera, altra ebrea nella mia cella, mi consola. Ci portano poi prima nel carcere di Como e poi in quello di San Vittore a Milano. Ero con mio padre, nella cella 202 del 5° raggio: è l’ultima ‘casina’ che condivido con lui, che subirà, come gli altri, percosse e torture. Quando tornava in cella, ci abbracciavamo: ormai, per lui, ero come una madre, una sorella, cercava consolazione in me, non il contrario”. Qui inizia il viaggio all’inferno. “Un giorno ci dicono che dobbiamo partire per ‘ignota destinazione’: siamo in 605, ne torneranno appena 22. Ci portano nella stazione dei treni di Milano dove scopriamo che ci sono binari sotterranei, segreti, fatti apposta per la deportazione. Ci fanno salire su un carro bestiame, senza luce né acqua, solo con un secchio per i bisogni – eravamo una 50ina di persone -, un po’ di paglia. Si sente un forte odore di urina, di paura, di morte. Dopo una settimana arriviamo al campo di Auschwitz. Il viaggio – di solito si raccontano troppo poco i viaggi verso i campi di concentramento – si può dividere in tre fasi: all’inizio tutti piangono disperati. Poi c’è la fase in cui gli uomini religiosi in certi momenti si riuniscono per lodare Dio, con canti lenti, melodiosi, stupendi. Io che non ero e non sono religiosa, li guardavo con invidia perché li consideravo molto fortunati ad avere almeno il sostegno della fede. Nella terza fase, negli ultimi due giorni, non vi erano né pianti né preghiere, ma il silenzio, essenziale per chi sta per morire, unica cosa possibile, un silenzio potente, indimenticabile. Al nostro arrivo ad Auschwitz, però, viene sostituito dai rumori osceni, i fischi, latrati, comandi dei soldati nazisti. Uomini che facevano parte di quell’immenso sterminio preparato da anni, a tavolino, e del quale tutti furono responsabili, politici, imprenditori, artigiani…tanti ‘uomini di buona volontà’ che hanno messo su un ‘teatro dell’orrore’. Ma io ricordo tutto, l’odore della carne umana bruciata, le persone che ho visto morire, i mucchi di cadaveri ischeletriti fuori dal crematorio, le esecuzioni. Non posso tacere, anche se a volte sul web mi scrivono cose del tipo: ‘Vecchia schifosa, perché non muori?’. Ho fatto la scelta dolorosa, il sacrificio di raccontare finché ne avrò la possibilità. Gli uomini vengono divisi dalle donne, lascio la mano di mio padre – non ci saremmo più rivisti. Allontanandoci, mi raccomanda di stare vicino a una donna, la signora Morais, che però non rientrava nel gruppo di 31 donne (tra cui io) e di una 70ina di uomini momentaneamente ‘graziati’ dai nazisti: la sera stessa era cenere nel vento. Rimango sola, non conosco nessuno, vedo una ciminiera – non so ancora che è il crematorio -, file interminabili di baracche, fucili, filo spinato, migliaia di donne ischeletrite e rasate, che trasportano pietre. ‘Dove sono – penso – è un incubo, ora mi sveglio! Perché? Perché? Perché?’. Vediamo qualcosa di impossibile, il nostro era lo ‘stupore per il male altrui’ ”, per usare le parole di Primo Levi ne ‘La tregua’. “Non ti capaciti che hai davanti centinaia di uomini, i soldati nazisti, che non hanno fatto la scelta (di essere umani, ndr), ma che sono persone orribili. Un giorno vengo scelta come schiava in una fabbrica di munizioni Union, della Siemens, all’interno del campo. Divento uno scheletro vestito di stracci. Per tre volte in un anno passo la selezione (che i soldati nazisti compivano per scartare quelle secondo loro da uccidere perché non più in grado di lavorare, ndr). Ci denudavano e mettevano in fila, ispeziondandoci davanti e dietro, ci controllavano i denti come fossimo bestie. E io ero ‘grata’ se facevano ancora il segno ‘sì’, a significare che non mi avrebbero ucciso: ero stata orribile, vigliacca, spaventosa perché l’operaia francese, Jeanine, per la quale facevo l’inserviente portandole i canestri di acciaio grezzo, era stata scartata, dunque gasata – aveva 21 anni -, in quanto il giorno prima in un incidente si era tranciata due falangi. Io, troppo contenta del fatto che mi permettevano ancora di vivere, non avevo nemmeno considerato il fatto che lei invece veniva esclusa. Per il senso di colpa, il suo nome è quello che più volte ho ripetuto nel corso della mia vita. I nazisti erano riusciti, allora, nell’intento di farmi diventare una persona orribile, una lupa”, senza umanità. “A inizio ’45 iniziamo la ‘marcia della morte’, in seguito all’avvicinamento dell’Armata Rossa. Durante il tragitto, chi cadeva, veniva fucilato all’istante con un colpo alla testa. Io non sono mai caduta, ce l’ho messa davvero tutta, una gamba davanti all’altra. Non dite mai ‘non ce la faccio più’ – scandisce rivolta agli studenti -, se vogliamo siamo fortissimi, dovete trasformare la marcia della morte in marcia della vita, della vita che vi aspetta. E abbiate coraggio, orgoglio, non seguite i bulli: chi fa il bullo da grande può diventare un kapò. Lungo la strada – ha poi ripreso il racconto -, nemmeno un tedesco si era impietosito. A volte succhiavamo gli ossi da loro spolpati. Arrivati nel campo di Ravensbruck, eravamo amebe, ectoplasmi, senza più forme femminili, non sentivamo più niente. Il 1° maggio 1945 vengo liberata”. E’ stata una dei 25 italiani di età inferiore ai 14 anni deportati nei lager nazisti a sopravvivere, su un totale di 776. “Di colpo sentiamo un accenno di primavera, e immaginate dopo un anno di campo e quella marcia, che impressione può fare, come un miracolo, avevamo voglia pure di sentire il sapore dell’erba. Arriviamo poi in Francia dove un gruppo di abitanti, vedendoci, prova pietà per noi: è la prima volta dopo anni… Eravamo talmente ridotte male, che non capivano che eravamo giovani. Un giorno vedo passare un comandante delle SS, una persona terribile, che per camuffarsi si veste in borghese e butta le proprie armi per terra. Io, nutrita di odio e di vendetta, penso: ‘adesso mi chino, prendo la sua pistola e gli sparo’. In quel momento sono molto tentata dal farlo. Ma in un attimo capisco che non sono come lui, che ho scelto la vita. Da quel momento sono stata, e sono ancora, una donna libera e di pace”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 gennaio 2019

(foto Francesca Brancaleoni)