Laura Vincenzi, il male, l’affidamento a Dio-Amore

7 Gen

Perché Dio permette il male? Nelle lettere di Laura Vincenzi la grande domanda di senso pulsa senza infingimenti

[Qui la pagina con l’articolo]

[Qui sul sito della casa editrice AVE, che ha riedito le “Lettere”]

laura grandeUna grande domanda riempie le “Lettere” che Laura Vincenzi – giovane tresigallese morta nel 1987 a 23 anni per un male incurabile, dopo quasi tre anni di sofferenza – scrive al fidanzato Guido Boffi. E’ la grande domanda che da sempre tormenta ogni persona, di ogni latitudine, di ogni epoca, al di là della propria fede e dei propri convincimenti personali. E’ la domanda sul grande mistero del male. Ma ciò che spiazza è la risposta che una ragazza come Laura dà. Una risposta disarmante che è accettazione e affidamento a Dio.
Laura ha risposto alla chiamata personale alla santità, attraverso anche una grande capacità di riflessione, una forte intelligenza relazionale, emotiva, spirituale. Una grande maturità e profondità che le permettono di non eludere il grande “perché?” sul senso del male, sul motivo per il quale un Dio buono, infinitamente buono, lo permetta. Considerando anche che le lettere e le pagine del suo diario, per quanto sincere, non potevano esaurire l’intero ribollimento interiore che ha investito la sua anima, un oceano di non-detto, forse anche di sconforto, di paura, di dubbio.

Le “acque nere” di Laura
“Sto bene attenta e prego per non lasciarmi sopraffare da questi pensieri perché sento che lasciando libero corso a questo ordine di riflessioni arrivo ad un punto in cui perdo il confine tra la realtà e la pura fantasia negativa che, presto, lascia lo spazio all’inedia, alla disperazione, alla totale assenza di speranza: un lasciarsi morire quando ancora sei chiamato alla vita” (Laura, 5 febbraio 1985)

Sono diversi i momenti in cui Laura riflette su questa vita che “già di per sé è tanto breve e faticosa” (19 febbraio 1986). “Senza un atto di affidamento a Dio – scrive – vivrei in una situazione di squilibrio e probabilmente di angoscia in preda alla lotta col tempo, ai calcoli più strani e stupidi e probabilmente realizzerei molto meno, come capita sempre quando ci lasciamo sommergere dalle cose!” (5 novembre 1984). Il 4 febbraio 1985 le viene notificato il tumore, il giorno dopo scrive a Guido: “Sono molto serena […]. Sono allegra e più attenta alla vita”, o il 26 febbraio, due settimane dopo la prima seduta di chemioterapia: “oggi pomeriggio sono la ragazza più felice del mondo”. Ma sempre il 5 febbraio dello stesso anno confida di avere “momenti di sconforto, […] paure”, parla della sua “fragilità”, della sua “paura che il male degeneri al punto tale che non ci sia la possibilità di sposarci e di avere Marco e Chiara [i nomi “assegnati” ai figli che desideravano avere insieme, dopo essersi sposati – così sognavano – a Mottatonda, vicino Tresigallo, ndr] […], la paura di rimanere io stessa bloccata e di non reagire”.

Perché il male?
“Com’è solo l’uomo, come può esserlo! / Tu sei dovunque, / ma dovunque non ti trova. Ci sono luoghi / dove tu sembri assente / e allora geme perché si sente deserto / e abbandonato. Così sono io, comprendimi” (Mario Luzi, “Via Crucis al Colosseo”, 1999)

In “Calvario” – pellicola del 2014 dove le questioni del male, della colpa e della redenzione sono affrontate in modo magistrale -, Frank Harte, medico ateo, racconta al protagonista Padre James questa storia: “agli inizi della carriera, lavoravo a Dublino, arrivò un bambino di 3 anni, l’avevano portato i genitori per una banale operazione. Ma l’anestesista commise un errore e il bambino rimase cieco, sordo, muto. E paralizzato. Per sempre, capisce? Provi a immaginare, pensi a quando quel ragazzino riprese conoscenza, nell’oscurità…lei si sarebbe spaventato, no? Ma come quando si è consapevoli che quella paura prima o poi finirà. Deve finire, per forza, i tuoi non devono essere poi così lontani. Accenderanno la luce e ti parleranno…invece, provi a immaginare: nessuno viene a salvarti, non si accende nessuna luce, sei completamente al buio. Provi a parlare: non ci riesci. Cerchi di muoverti: ma non ci riesci. Allora provi ad urlare, ma niente, sei incapace di sentire le tue stesse urla. Sei come seppellito all’interno del tuo stesso corpo che urla in preda al terrore”.
Emmanuel Carrère ne “Il Regno”, raccontando una vicenda molto simile, si interroga: si può chiedere a Dio “che riempia della sua presenza dolce, rassicurante, colma di amore quel bambino murato vivo? Che illumini le sue tenebre e faccia di quell’inferno inimmaginabile il suo Regno? Altrimenti, cosa resta? Altrimenti, bisogna ammettere che, gratta gratta, la realtà della realtà, l’ultima parola non è il suo amore infinito ma l’orrore assoluto, l’inesprimibile spavento di un ragazzino di quattro anni che riprende coscienza nel buio eterno”. “Tante volte mi faccio e rifaccio la domanda: perché soffrono i bambini? E non trovo spiegazione. Solo guardo il Crocifisso e mi fermo lì”, ha, in un certo senso “risposto” Papa Francesco nel maggio 2017 durante la visita all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova.
Riferendosi a Maria Stefanina Marchi (“Maria di Rero”) – donna anziana, malata e povera di Rero vicino Tresigallo – Laura scrive: “Sappiamo […] che ogni prova ha un senso, che nulla càpita per caso e questa fede ci permette di accettare anche prove che non capiamo […]”. Come scrisse Emmanuel Mounier nel 1933 in una lettera alla moglie Paulette: “le spiegazioni non diminuiscono il grande scandalo della sofferenza. La sua grandezza sta nell’accettazione. Non dobbiamo cercare di sminuirla con le nostre parole…”.
Una personalità inquieta come Cesare Pavese il 29 gennaio 1944 nel suo diario scriverà: “Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del ‘se fosse vero!’. Se davvero fosse vero…”.
L’essere umano è preso fra il desiderio (di) infinito e un finito che lo tiene, lo limita. Laura non mette in dubbio questo desiderio profondo ma sceglie di accettare ciò che non si può cambiare, cercando per quanto possibile di trasformarlo in un sentiero – personale – che conduca al Bene, al Vero, al Bello. “Il Signore chiede tutto – scrive Papa Francesco all’inizio di “Gaudete et Exsultate” -, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”. “Ci sono giovani – scrive Laura nell’aprile ’85 – che si scandalizzano e rifuggono il parlare della morte perché superficialmente la vedono come un argomento tabù (e pensare che la morte è una delle sicurezze, certezze dell’uomo!) e magari si accontentano di una esistenza mediocre specchio della felicità diffusa nella mentalità comune (benessere, salute, ricchezza, ecc…); pensano solo al proprio interesse, una vita che a me pare NON VITA”. “Non c’è nulla in questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! E’ tutto un dono su cui il ’Donatore’ può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”. Sono parole scritte dalla Serva di Dio Sandra Sabattini, la cui vicenda ricorda quella di Laura, in quanto muore il 2 maggio 1984 a 23 anni, vittima di un incidente stradale.

Il Mistero di Dio-Amore
“In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!»” (Lc 7, 11-13)

Un affidamento totale quello di Laura, dunque sconvolgente: “Non vedo l’ora che venga lunedì [giorno dell’amputazione del piede invaso dal tumore, ndr] per passare per così dire all’attacco, perché ormai sono preparata e quindi quel che è da farsi, ben venga (!)” (21 febbraio 1986). E nei giorni immediatamente successivi all’amputazione: “Oggi è una giornata molto serena, come tutte quelle trascorse qui finora, del resto; naturalmente il pensiero di essere a casa domani contribuisce ad alimentare l’allegria” (1 marzo 1986). E ancora: “sono la ragazza più felice del mondo!” (16 marzo 1986). Laura continua quindi a scrivere anche negli ultimi mesi di vita e l’impressione è che, all’avvicinarsi della morte, si infittiscano riflessioni e consigli anche per Guido. Nel proprio cammino interiore Laura arriverà dunque a comprendere come senza il male sarebbe impossibile l’atto di amore, di compassione tra le figlie e i figli di Dio, quel Dio che è Misericordia: “Sì, è vero che la sofferenza unisce: secondo me la sofferenza ci fa toccare nel profondo la nostra povertà, la nostra impotenza e poi ci porta a quell’abbraccio per cui, poveri e sperduti, ci sentiamo più vicini l’uno all’altro, più bisognosi l’uno dell’altro e, così uniti, bisognosi di Dio” (8 aprile 1986).

“Con tutti cerco di essere disponibile e sorridente”
“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne” (Emmanuel Mounier, 3 gennaio 1933)

“Non vivo per laurearmi, per sposarti, per aver dei figli con te, ecc… Vivo ogni tempo della mia esistenza per Amare e servire Dio, amarlo e servirlo: nei fratelli, cioè con il mio fidanzato, la mia famiglia, gli amici, le persone che incontro lungo la mia strada…nelle situazioni della vita: cioè nella mia malattia, nello studio, nel mio fidanzamento con un ragazzo meraviglioso come te…” (25-26 marzo 1986). Laura è stata testimone concreta, non modello astratto, non ‘maestra’ di vita e di fede. Il 9 marzo 1985, periodo nel quale perde i capelli per il primo ciclo di chemioterapia, scrive: “come essere luce, speranza per Guido se anche io sono a volte a terra?”. Anche al Rizzoli di Bologna: “con tutti cerco di essere disponibile e sorridente, soprattutto con le altre persone che si stanno curando” (21 febbraio 1986). Addirittura il 7 marzo 1987, meno di un mese prima della morte, scrive: “Beh, amore mio, spero di non averti annoiato troppo con le mie ‘descrizioni cliniche’ ”.
Le ultime righe che scrive, pochi giorni prima di morire, in una preghiera inviata all’allora Arcivescovo Mons. Luigi Maverna (che vivrà una situazione simile di sofferenza), recitano così: “Dona serenità e pace, Signore, a chi mi vuole bene, in modo particolare al mio fidanzato, a coloro che io non amo abbastanza, a chi soffre nella malattia e nello spirito, a chi è dedito al tuo servizio nella Chiesa come ministro e battezzato, a chi ti cerca, a chi non ti ha ancora incontrato. Amen”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 gennaio 2019

“Compianto laico”: la nuova mostra alla Galleria del Carbone

15 Dic

3“Compianto laico”: questo il titolo della nuova proposta espositiva della Galleria del Carbone di Ferrara. La personale dello scultore Denis Raccanelli inaugura oggi, sabato 15, alle ore 18, nella sede di vicolo del Carbone, 18/a, con presentazione di Lucia Boni. L’artista torna, a distanza di un anno, nel nostro territorio: nel novembre 2017 ha, infatti, inaugurato la sua personale “Lo Specchio d’Argilla” nella Pinacoteca Civica di Bondeno.
Il titolo della mostra al Carbone richiama inevitabilmente un immaginario religioso, cristico, e, in ambito artistico, diverse opere quali il gruppo in terracotta di Niccolò dell’Arca nella chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna e il Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni nella Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli. Anche il nostro territorio ospita alcune opere di questo tipo: nella Pinacoteca Civica di Cento un legno del XV secolo, di artista ignoto, mentre a Ferrara il gruppo in terracotta del Mazzoni (1485) nella chiesa del Gesù di via Borgoleoni, e, nel Monastero di S. Antonio in Polesine, una terracotta di autore ignoto. L’intento del Raccanelli è forse simile, ma diverso l’approccio: non sceglie richiami e simboli sacri, ma “laicamente” affronta – come scrive la Boni nella presentazione – “il senso della compassione, il senso del ‘patire’ insieme, per capire l’altro. Si viene subitaneamente coinvolti da una condizione Umana”. E ancora, “i personaggi di questo teatro non hanno facce deformate, occhi spalancati, mani che coprono gli occhi, ma drappi o abiti consunti che dialogano con le figure e occupano la scena, quasi fossero individui altri.
Esistenze fatte di umori, atmosfere, tensioni tutte interiori. Un mondo che esige cordoglio, dolore collettivo. Un possibile riscatto? Il nostro ascolto”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 15 dicembre 2018

Le “Dissezioni” di Romani in mostra ad Argenta

5 Dic

lorenzo romani

L’alienazione vissuta dall’individuo contemporaneo è al centro della riflessione artistica di Lorenzo Romani, giovane artista ferrarese classe ’88 che al Mercato Coperto di Argenta (in piazza Marconi) espone la sua nuova personale, “Dissezione”. “La mia ricerca attuale si focalizza attorno a paesaggi suburbani o solitari, in cui la presenza umana è assente”, spiega lui stesso. Per l’artista la stratificazione di diversi materiali e tecniche (pittura, stampa fotografica,collage, ecc.) “incide sulla materialità concettuale e fisica di un particolare luogo, oggetto, individuo. Tramite il processo creativo isolo gli elementi reali, trasfigurandoli in una dimensione differente da quella quotidiana”.
In parete ad Argenta fino al 13 gennaio, opere prevalentemente realizzate a tecnica mista su carta e acetato, e un paio di lavori a olio e acrilici su tela.
Una sintesi, quella realizzata da Romani, fra tradizione e originale interpretazione personale, che riesce nel duplice intento, da una parte di riconoscere dignità alla figurazione, dall’altra di scomporre l’immagine, appunto di “dissezionarla”, per rappresentare la poliedricità e la relatività del reale, la molteplicità interpretativa, inevitabile se si osserva più a fondo, abbandonando astratte “oggettività” a cui il linguaggio artistico è per sua natura allergico.
La mostra, inaugurata lo scorso 30 novembre con presentazione di Paolo Volta, è visitabile nei seguenti orari: martedì e mercoledì 9.30-12.30, giovedì, venerdì e sabato 9.30-12.30 15.30-18.30, domenica e festivi 15.30-18.30. Chiuso 25-26 dicembre, 1 gennaio.

Andrea Musacci

“Oltre lo sguardo, più in fondo, più lontano”: “Custode di dune” di Lucia Boni

25 Nov

“Custode di dune” è il nome dell’ultima fatica letteraria di Lucia Boni, edita da Campanotto editore. La poetessa lo presenta il pomeriggio di domenica 25 novembre al MAF-Centro di documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo (via Imperiale, 263).
Ambientato su una spiaggia di fine estate – periodo di nostalgia e di attesa, di sospensione attiva, quasi orante – tra lavoratori del mare e presenze impalpabili ma reali, il “dialogo per due voci in tre scene” di Boni è anche una riflessione sulla parola e sulla poesia (seppur, in questo caso, con una veste teatrale). Nel libro, le parole sono come frutti di mare da pescare, da setacciare, da “intellegere”, letteralmente, da “leggere dentro”, nel profondo, cercando, con le emozioni della ragione e con le ragioni del cuore, di dis-velarli. Un ritmo interiore, dunque, un andamento dell’anima affiora da queste pagine, e di conseguenza l’unico “metodo” (se di metodo si può parlare) per affrontare questo testo, è di abbandonare quanto più possibile la ricerca di una “logica apparente”. “Qualora si riescano a trovare le parole più giuste, perfette, insostituibili – scrive lei stessa -, ciò che si comunica non rivela mai tutto di sé, resta comunque una parte inesprimibile e misteriosa”. E Lucia Boni sembra sfidare il lettore portando il suo ermetismo quasi all’estremo. Ma, non si dimentichi, la poesia non ha le leggi di altre forme comunicative, non deve dimostrare o convincere, ma cambiare lo sguardo dell’interlocutore, accompagnandolo nella sua stessa interiorità, spronandolo a mettere a fuoco ciò che non lo è, “oltre lo sguardo, più in fondo, più lontano”.
Il pomeriggio al MAF, col titolo “La storia siamo noi. Quinto incontro dedicato al maestro Adriano Franceschini”, vede dalle 15, con introduzione di Gian Paolo Borghi, e prima della presentazione di “Custode di dune” a cura di Corrado Pocaterra, le relazioni di Silvia Villani (“Ebrei a Ferrara, una storia lunga otto secoli”) e Laura Graziani Secchieri (“Voci di donne ebree dalle carte di archivio e dai mattoni di Ferrara”).

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 25 novembre 2018

Un omaggio a Pietro Pinna: dodici artisti celebrano il primo obiettore

15 Nov

Prosegue il progetto dedicato al pacifista vissuto a Ferrara. Sabato inaugura la collettiva alla Galleria del Carbone

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Dodici artisti ferraresi rendono omaggio al concittadino (acquisito) Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza al servizio militare del dopoguerra, nel 70esimo anniversario dal suo atto di “rivolta pacifica”.
Inaugura sabato 17 novembre alle ore 18 nella Galleria del Carbone di Ferrara (che spesso ha ospitato iniziative del Movimento Nonviolento) la collettiva – col patrocinio del Comune di Ferrara e dell’Istituto di Storia Contemporanea, visitabile fino al 9 dicembre – con opere di Raoul Beltrame, Maurizio Bonora, Paola Bonora, Riccardo Bottazzi, Daniela Carletti, Gianfranco Goberti, Gianni Guidi, Paolo Pallara, Lorenzo Romani, Paolo Volta, Sergio Zanni, Luca Zarattini. “Un mondo senza bellezza è un mondo senza significato…ci tenevo alla bellezza: fu una perdita molto grande quella”, dice Pinna riferendosi al desolante oltraggio alla sua città, e non solo, portato dal secondo conflitto mondiale. “Ci sono i morti, le sofferenze, ma una sensibilità acuta, per il bello, per l’arte, l’ha accompagnato tutta la vita”, scrive Daniele Lugli, figura storica del Movimento Nonviolento italiano, nel testo introduttivo alla mostra. Nonviolenza e arte trovano così occasione per rendere pubblico il proprio connubio, per dimostrare come “la bellezza salverà il mondo” dalla violenza dei popoli e dei potenti.
Il progetto espositivo al Carbone fa parte di un percorso che parte con la pubblicazione nella primavera del 2017 del libro “Silvano Balboni era un dono”, a cura dello stesso Lugli, prosegue con la doppia esposizione, un anno fa, nel Palazzo Municipale di Ferrara. “Senza Offesa. Strategia di opposizione nonviolenta” e “50 anni di Azione nonviolenta” sono i nomi delle due mostre allestite dalla Galleria del Carbone, e successivamente portate in diverse scuole cittadine (Licei Carducci, Ariosto, Roiti, mentre la prima attualmente è alla Scuola Tasso). Proseguendo, lo scorso 17 ottobre è stato inaugurato il fondo librario intitolato a Pinna, nella Biblioteca Bassani al quartiere Barco. E ora l’esposizione al Carbone – che vedrà un altro momento significato l’8 dicembre quando Fabio Mangolini leggerà brani di Pinna pubblicati nel libro “La mia obbiezione di coscienza” (ed. Movimento Nonviolento) -, e le cui 12 opere di altrettanti artisti verranno pubblicate nel calendario 2019 della Galleria del Carbone, e in un catalogo ad hoc.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 15 novembre 2018

Spettacolo in piazza: un flash mob di danze fino alle ore piccole

1 Set

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Giovedì 30 agosto sul listone in centro a Ferrara una “scheggia di danze popolari”

Una “scheggia” impazzita in piazza a Ferrara. Un tranquillo giovedì sera agostano è stato improvvisamente movimentato grazie a un flash mob di danze folk organizzato da alcuni giovani ferraresi, e non, sul listone, all’altezza del campanile del duomo. In un vortice di musiche popolari – valzer, mazurka, balli francesi e non solo, adattati in chiave contemporanea – una cinquantina di persone, giovani e meno giovani, “tarantolati” provenienti anche da Bologna, Padova e Firenze, hanno dato vita a balli di coppia e di gruppo dalle 22 fino alle 05.30 del mattino. Tanti i curiosi che si sono fermati a osservare questo spettacolo – nel gergo degli ambienti di danza appunto denominato “scheggia” (anzi: “skeggia”), che, come ci spiega Marina, una delle protagoniste, “si svolge in varie città italiane, e non, da alcuni anni”, ma per la prima volta riesce a conquistare l’agorà ferrarese.
L’idea di organizzare una “skeggia” nella nostra città si concretizza di fatto appena due giorni prima, martedì, grazie allo spirito di iniziativa di due ventenni ferraresi, Daniela Bertoni ed Elia Benazzo, che su Facebook lanciano l’evento “Prima Skeggiona folk a Ferrara”, diffondendola nei numerosi Gruppi e Pagine del social dedicati a questi raduni danzanti e a “mazurke klandestine” in tutta la Penisola, dalla Puglia al Piemonte, dal Lazio alla Lombardia, passando per le Marche, la Liguria, il Veneto e la Toscana.
In città più grandi, queste “skegge folk” normalmente riescono a richiamare anche 200-300 persone alla volta, ma Ferrara ha comunque risposto con entusiasmo, non paga di musiche e balli nonostante la settimana del Buskers Festival.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 1° settembre 2018

Pinzini all’ombra del campanile per il Buskers Festival! 23-26 agosto 2018

22 Ago

11954770_536823149798483_4791792682942879682_nPinzini e salame per finanziare l’attività benefica dell’Associazione “Noi per Loro – Opera Mons. Giulio Zerbini onlus”. Anche quest’anno, in occasione del Ferrara Buskers Festival, dietro il campanile della Cattedrale giovedì 23, venerdì 24, sabato 25 e domenica 26, dalle 17 alle 24, l’Associazione diretta da Mons. Antonio Bentivoglio che aiuta i detenuti poveri della Casa Circondariale di Ferrara, propone quattro serate di autofinanziamento. Si potranno gustare, a prezzi economici, gli ottimi pinzini artigianali, fritti e serviti, farciti con salame, prosciutto crudo o zia ferrarese, oppure vuoti, oltre a bibite, birra, ampia scelta di vini, e lotteria con ricchi premi (1 biglietto = 1 euro). Inoltre, un angolo dedicato all’aperitivo (spritz, mojito, prosecco) e un’esposizione di oggetti di artigianato realizzati da un gruppo di detenuti all’interno del carcere di via Arginone.

Il tutto organizzato e portato avanti dai numerosi volontari dell’Associazione e da alcuni ex detenuti del carcere ferrarese. Per accedere nella piazzetta dietro il campanile del Duomo, si può entrare da Via degli Adelardi (di fianco a Felloni Studio), da Via Canonica, o da Piazza Trento e Trieste, 69 (di fianco al campanile).

Qui l’evento su Facebook.

“Qui Quo Quad” ha conquistato la 24 ore di Le Mans

9 Lug

Quattro ferraresi nella selezione che s’è imposta nel roller quad. E il team manager è stato l’estense Stefano Melandri

le mans 1Ci sono anche quattro ferraresi nel team vincitore della 24 ore di pattinaggio a rotelle a Le Mans in Francia. Tra sabato 30 giugno e domenica 1° luglio scorsi si è svolta, infatti, la 19° edizione della “24 Heures Rollers du Mans” ha partecipato anche la squadra “Qui Quo Quad”, formata da 5 bolognesi, 4 ferraresi e un tedesco.
Nella sfida dei roller quad (pattinaggio con i tradizionali pattini a stivaletto con due coppie di ruote) il team italiano, all’esordio nell’importante competizione francese, è risultato vincitore, contro ogni pronostico, su 12 partecipanti, con 149 giri totali compiuti sui 4,185 km del circuito Bugatti, contro i 145 della squadra danese, piazzatasi davanti a quella francese, quest’ultime due rispettivamente vicecampione e campione in carica.
Il team “Qui Quo Quad”, formatosi per l’occasione, era composto dai ferraresi Cinzia Lodi (FEST-Ferrara Skating Team), Monica Breveglieri (FEST-Ferrara Skating Team), Paolo Campi (Skating Club Rovigo) e Davide Cavazzini (Pattinatori Finalesi), dai bolognesi Paolo Bertacci (Pattinatori Bononia), Luca Bagnolini (Pattinatori Bononia), Stefano Civolani (Polisportiva Pontevecchio Bologna) – ex primatisti mondiali -, Paola Cristofori (Polisportiva Pontevecchio Bologna, sei volte campionessa del mondo negli anni ‘80) e Carlo Scalera (Pattinatori Bononia), e dal tedesco Klaus-Dieter Gutschmidt, che all’ultimo ha sostituito un altro ferrarese, Paolo Volta, infortunatosi quattro giorni prima della partenza. La compagine emiliana, classificatasi anche al 68° posto tra le 335 squadre totali (considerando le diverse gare, roller quad, pattini in linea e longboard) – ha visto anche la presenza di un altro ferrarese, il team manager Stefano Melandri.
I concorrenti si sono dunque alternati nel celebre circuito francese sino allo scoccare della 24esima ora dallo sparo iniziale dello starter, avvenuto alle ore 16 del sabato, due ore dopo le qualificazioni, che hanno visto il team italiano piazzarsi al 70esimo posto. Originale la partenza, coi primi frazionisti che compiono uno sprint per conquistare i propri pattini, allineati nel lato opposto della carreggiata, dando così il via alla lunga competizione.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 09 luglio 2018

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I lager libici per migranti e l’Europa corresponsabile

8 Lug

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“L’inferno libico” è il nome scelto per l’ultimo incontro degli Emergency Days 2018, svoltisi nello Spazio Grisù di Ferrara (in via Poledrelli) questa settimana. Ieri pomeriggio, sabato 7 luglio, è stato presentato il libro “Non lasciamoli soli” (Chiarelettere, giugno 2018,  Francesco Viviano e Alessandra Ziniti). Uno degli autori, Francesco Viviano, inviato de “la Repubblica”,  è intervenuto nel dibattito, spiegando come “quando incontri persone che sono state in questi lager in Libia, conosci le loro sofferenze, ti si accappona la pelle. Le loro sono storie allucinanti, la maggior parte tristi, alcune a lieto fine. Poi – ha aggiunto – pensi all’ignavia, all’indifferenza, al massacro da parte di molti, dei nostri governanti, dell’attuale Governo e del precedente, fatta sulla pelle di queste persone, che non sono numeri e non sono carne da macello. Chi fa accordi con criminali come sono questi schiavisti libici, è anch’esso criminale”.

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Viviano ha poi citato la tragica storia, risalente a marzo scorso, del 22enne migrante morto in Sicilia, all’Ospedale Maggiore di Modica, dopo essere sbarcato anoressico, malnutrito, affetto da tubercolosi. E ha raccontato anche la storia del giovane costretto dai suoi aguzzini in Libia a fare il becchino del mare, raccogliendo in tre anni circa 3mila cadaveri, o pezzi di cadaveri, che ha dovuto ispezionare per trovarvi eventuali oggetti preziosi nascosti.

Prima di Giulio Cavalli, scrittore, attore e giornalista, è intervenuto – nel dibattito moderato dallo scrittore Martino Gozzi – Marco Bertotto, Responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere.”Non è vero – ha spiegato – che la presenza in mare delle ONG sia una calamita per le navi con i migranti. Infatti, ora che le loro navi non sono più presenti nel Mediterraneo, le partenze dalla Libia non si sono ridotte. Dall’altra parte, com’è inevitabile, sono aumentati i morti in mare, visto appunto l’assenza delle ONG per i salvataggi. E’ chiaro che il soccorso in mare non è la soluzione – ha proseguito -, ma è necessaria per salvare vite umane. La soluzione sarebbe un piano di canali regolari per far arrivare le persone nel nostro Continente. L’attacco alle ONG, che va avanti da anni – ha poi concluso -, è molto grave perché le associazioni come la nostra si fondano sulla reputazione, e perché questi attacchi sono più in generale un attacco alla solidarietà”.

Andrea Musacci

 

Le varie forme della violenza maschile contro le donne

8 Lug

4Nella seconda giornata degli Emergency Days, svoltisi a Spazio Grisù a Ferrara, mercoledì 4 luglio si è svolto un incontro pubblico sul tema della violenza contro le donne, moderato da Diana de Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano).

Secondo Riccardo Fanciullacci (scrittore e segretario scientifico del Cega dell’Almo Colleggio Borromeo di Pavia), i rapporti tra i due sessi “non si regolano naturalmente, non vanno da sé, e quindi vanno regolati ‘culturalmente’ “. Se da una parte è vero che il movimento delle donne ha segnato “un punto di ritorno”, dall’altra non si può certo dire che la violenza degli uomini sulle donne appartenga al passato.

Celeste Costantino, ex deputata, ha spiegato come in Italia “lo stesso patriarcato, nonostante il movimento femminista, non è stato del tutto superato”, basti pensare, oltre alle violenze e ai femminicidi, “alle ancora forti disuguaglianze nel mondo del lavoro. Insomma, il patriarcato si è trasformato ma esiste ancora”. Anche per questo negli ultimi anni la Costantino ha scelto di compiere un viaggio, chiamato “Restiamo vive”, in una ventina di Centri antiviolenza in tutta la penisola.

Infine, è intervenuto Michele Poli (presidente e coordinatore del Centro di Ascolto uomini maltrattanti di Ferrara) che ha proseguito il ragionamento spiegando come questa violenza rappresenta “il tentativo da parte dell’uomo di ‘riprendere’ il controllo sulla donna”, in quanto la libertà conquistata da quest’ultima per molti maschi equivale a una perdita di potere sulle stesse.

“Nel nostro Centro – ha proseguito – cerchiamo di lavorare sulle cause di questo tipo di violenza. Da noi vengono mediamente un paio di uomini al mese, soprattutto persone che scelgono liberamente di provare un cammino di cambiamento, e che possono imparare non solo a non fare più violenza sulle donne ma loro stessi a vivere meglio, a essere più felici”.

Poli si è soffermato in particolare su due ambiti specifici della violenza maschile sulle donne, la prostituzione (“stupro su donne, perlopiù schiavizzate”) e la pornografia, “con la quale il ‘consumatore’ si abitua/si illude di poter controllare il corpo femminile, e a provare piacere solo attraverso questo controllo”.

Andrea Musacci