
Suor Linda Pocher è intervenuta a Casa Cini: «Gesù modello di cura che supera i generi. Ripensare il ruolo delle donne nella Chiesa»
Lo scorso 26 febbraio Casa Cini, Ferrara, ha ospitato la nuova lezione della Scuola diocesana di teologia per laici, lezione sul tema “Liberare la comunicazione dal potere”.Relatrice è stata suor Linda Pocher, Figlia di Maria Ausiliatrice, laureata in filosofia, dottoressa in teologia dogmatica, socia dell’Associazione Teologica Italiana e co-autrice, fra l’altro, del libro “Smaschilizzare la Chiesa? Confronto critico sui Principi di H.U. Von Balthasar”, scritto con Lucia Vantini e Luca Castiglioni.
Papa Francesco ha parlato del «linguaggio nuovo della cura», legata in particolare alla maternità.Ma sono tre le obiezioni/domande di sr Pocher a questa concezione: in che senso la cura è un «linguaggio nuovo»? Secondo: «è sbagliato idealizzare la maternità». Terzo: «in ogni relazione educativa, soprattutto in quella materna, si nasconde una relazione di potere». Nel riflettere su questi tre punti, la relatrice ha innanzitutto spiegato come la cura sia «lo stile di Gesù: Egli si è preso cura delle persone e ha lasciato che altre persone si prendessero cura di lui». Nell’ultima cena, istituzione dell’Eucarestia, «lo stesso Suo nutrire è un gesto di cura», in esso Gesù offre il proprio corpo e sangue «come fa una madre: la gravidanza è infatti l’unico caso in cui un essere umano si nutre a livello biologico del corpo di un altro», della madre appunto.E ciò Gesù «chiede anche ai suoi discepolo di farlo». Così, «comportandosi come una madre, Gesù rompe la distinzione fra i generi» e per questo dopo San Paolo potrà dire: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Ogni persona – maschio o femmina – è chiamato a «comunicare attraverso il linguaggio della cura, a maturare questa dimensione. Dimensione che è diventata anche etica, «etica della cura», solo nel XX secolo, quando alle donne è stato permesso di iniziare a proporlo in ambito scientifico/accademico. La cura, poi, è un linguaggio nuovo perché «il Vangelo è sempre nuovo», Gesù è sempre una novità, una lieta notizia. La stessa parola, quindi, «non è strumento di potere se lascia spazio all’altro, all’ascolto dell’altro: per prendermi cura di un’altra persona devo mettermi innanzitutto in suo ascolto». Il Regno di Dio «si manifesta quando le persone sono guarite e quindi diventano capaci di amare sé e gli altri».
Ma relazioni nate come cura possono facilmente trasformarsi in «relazioni di potere in quanto asimmetriche: si pensi alla relazione madre-figlio, o con un superiore/una superiora in un ordine religioso o in Seminario». Qui possono nascere anche «forme di abuso». Per questo, sr Pocher ha citato la filosofa Luigina Mortari, la quale mette in guardia dall’assolutizzazione/idealizzazione di una relazione di cura:«il rischio è di non riuscire più a interpretare correttamente la realtà». Per Mortari la relazione più a rischio è quella madre-figlio, la seconda quella tra infermiere e malato (sì asimmetrica ma non di sangue), mentre quella di amicizia se vissuta autenticamente è la migliore, «la più libera e gratuita». Tutto ciò, senza dimenticarci che «dobbiamo innanzitutto prenderci cura di noi stessi, poi dell’ambiente in cui viviamo e quindi degli altri». Invertire l’ordine è nocivo per sé e per gli altri.
Infine, sollecitata da una domanda proveniente dal pubblico, suor Pocher ha riflettuto sulla questione del diaconato e del sacerdozio femminile: «nella società di oggi – ha detto la relatrice – non esistono più ambiti di azione solo maschili o solo femminili». Inoltre, «non è vero che nella storia della Chiesa non siano mai esistite donne ordinate, anche se queste diaconesse erano solo al servizio di donne» (ma appunto, erano altre epoche); è poi vero che gli apostoli erano tutti maschi ma «questi non c’entrano col sacerdozio perché i primi presbiteri o vescovi ordinati risalgono al III secolo»; e ricordiamo che «dalle lettere di Paolo emergono alcune donne alla guida di comunità cristiane». Contro l’ordinazione diaconale o sacerdotale femminile, vi è poi l’obiezione che Cristo era un maschio «ma tutti – uomini e donne – siamo stati creati a immagine del Figlio e rappresentare Cristo non significa essere uguali a lui in aspetti come quello legato al genere». Sr Pocher ha poi citato l’art. 60 del Documento finale del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2024), dove fra l’altro è scritto: «In forza del Battesimo, uomini e donne godono di pari dignità nel Popolo di Dio. Eppure, le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa (…). Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo. Anche la questione dell’accesso delle donne al ministero diaconale resta aperta e occorre proseguire il discernimento a riguardo (…)». Parole su cui riflettere.
Andrea Musacci
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 marzo 2026
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Chi, passeggiando in una delle vie del centro storico di Ferrara, non ha mai notato, seppur distrattamente, un’immagine mariana su un muro, vegliare dall’alto? A questa silenziosa ma affascinante presenza anche nella nostra città è dedicato il volume, in uscita i primi di giugno, dal titolo “Per le vie di Ferrara. Edicole devozionali mariane e simboli religiosi” di Daniela Fratti (Faust Edizioni, collana ‘Centomeraviglie’), che ha il patrocinio dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, dell’Associazione De Humanitate Sanctae Annae e del Soroptimist International (Club di Ferrara). Il saggio verrà presentato martedì 11 giugno alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, alla presenza dell’autrice, di Diane Yvonne Ghirardo (University of Southern California) e di Giovanni Lamborghini (Archivista della nostra Arcidiocesi). Trent’anni fa vennero censite 137 immagini mariane in tutto il territorio cittadino, entro e fuori le mura, mentre per questo volume l’autrice ha scelto di rimanere all’interno, individuandone 84 (nella foto in alto: via Porta San Pietro, 59, Madonna con bambino; a dx: via Saraceno, 7-9, Madonna con Bambino). Di particolare interesse sono i risvolti sociali e di rapporti di genere rappresentati dalla scelta nei secoli – dal Seicento perlopiù, ma anche successivamente -, di dislocare queste immagini in diversi punti della città. “Le immagini sacre della Madonna a Ferrara […] – scrive la Ghirardo nella prefazione- rimangono punti di riferimento, simboli della sacralizzazione delle vie, degli incroci e degli edifici di una città della Val Padana”. L’autrice individua in queste edicole dedicate alla B. V. Maria, “spazi particolari del femminile e cioè luoghi che offrivano accoglienza a un genere tenuto ai margini della società”. Le donne, dunque, “potevano nei quartieri, in presenza di edicole sacre, assentarsi da casa per periodi brevi, proprio per rendere omaggio alla Madonna”, sfuggendo a quella sottomissione e segregazione subita per secoli. Una marginalizzazione riguardante ad esempio la “separazione delle donne nella navata destra delle chiese grazie a un telo disteso, dall’altare all’entrata, per renderle invisibili agli sguardi maschili”, o nelle processioni dove alle donne era imposto di procedere “separate dagli uomini”. L’autrice analizza inoltre “i confini che le donne in gravidanza erano tenute a rispettare fino a parto avvenuto, per poi indicare gli altri luoghi della geografia femminile nella Ferrara moderna”. Inoltre – prosegue la Ghirardo – “le donne rimaste vedove potevano ritirarsi in convento oppure, già nel Quattrocento, nelle case delle vedove ancora visibili in via Mortara. Infine, le donne meno fortunate e costrette a darsi alla prostituzione si raccoglievano, fin dai primi anni del Cinquecento, in una zona compresa tra Via delle Volte e Palazzo del Paradiso. Quando invece l’anzianità non permetteva più di svolgere alcuna attività – sono ancora sue parole – c’era la possibilità di entrare nel monastero delle Convertite vicino a Piazza Ariostea, consegnando tutti i propri beni e ricevendo in cambio un luogo dove dormire e mangiare. Alle donne non era nemmeno permesso di andare a fare gli acquisti; questo compito toccava ai mariti, ai cortigiani, o ai garzoni con istruzioni precise su quello che dovevano procurare, compresi, in particolare, i tessuti con i quali poi le stesse donne avrebbero cucito, o fatto cucire, i vestiti per sé e le loro famiglie. Solo le donne venute dalle campagne a Ferrara per vendere i loro prodotti agricoli al mercato e le lavandaie percorrevano le strade della città, anche se solo brevemente. Le altre donne che si fossero avventurate per le vie di Ferrara – nel Quattrocento e successivamente – nella migliore delle ipotesi rischiavano di essere bersagliate con feci di cavallo, anche in faccia. […] I rischi aumentavano quando una donna si trovava da sola nei campi, ad esempio per pascolare il bestiame o svolgere altre attività campestri. In questi casi si rendeva vulnerabile al rapimento e allo stupro”. Un aspetto surreale è, poi, che “qualunque violenza contro l’immagine riceveva una punizione severa, e cioè la morte. Per le donne invece – sono ancora parole della Ghirardo – , allora come adesso, le sanzioni contro chi le percuoteva, le rapiva o perfino le uccideva, erano minori, semmai fossero previste. Sia la chiesa che le consuetudini sociali e gli statuti locali permettevano infatti ai mariti e ai padri di percuotere le femmine nel caso fosse stato ‘necessario’ per esercitare il dovuto controllo sulle donne”.
Seguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.
Il genio artistico delle donne protagonista nella nostra città. Venerdì 8 marzo alle 18 inaugura la nuova collettiva nella galleria “Fabula Fine Art” di via del Podestà, 11. “L’ingegno di Eva” è il nome del progetto curato da Lucio Scardino che vede esposte opere di dieci donne dal 1912 fino al 2019: Giovanna Baruffaldi, Adriana Bisi Fabbri, Nedda Bonini, Maria Chailly, Leonor Fini, Laura Govoni, Beryl Hight, Mimì Quilici Buzzacchi, Ada Santini, Priscilla Sclavi.