
Intervista a tutto campo al nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: Unità pastorali, Giornate del Laicato e Laboratorio della fede, “più attenzione a vita comunitaria ed elaborazione condivisa”. Sisma, la speranza sulle prossime riaperture. Chiesa in uscita: “allargare la responsabilità e la corresponsabilità, creare occasioni di dialogo, uscire da forme superbe di dogmatismo e di giudizio”. La città sarà “salvata” dai giovani. Territorio e polis: “la politica sempre più sinonimo di corporativismo: associazioni e parrocchie diventino ‘laboratori’ dove possa nascere la passione per il bene comune”
a cura di Andrea Musacci
All’alba di un nuovo anno pastorale, il suo terzo da Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego ha accettato di rispondere ad alcune domande, per analizzare il presente della nostra Diocesi e cercare di immaginare il futuro.
Tra progetti e speranze (e qualche piccola amarezza), un confronto che diventa occasione per fare il punto della situazione, spiegare meglio alcuni concetti importanti e ribadire un principio: “la missione chiede di superare l’abitudinarietà, la ripetitività; chiede ascolto e confronto; chiede il coraggio della proposta”.
LA CHIESA LOCALE
Con emozione e preoccupazione, unite alla gioia e alla speranza, inizio il mio ministero episcopale tra voi e con voi, cari fratelli e sorelle della Chiesa di Ferrara-Comacchio”, queste le sue prime parole a Ferrara, il 3 giugno 2017: che comunità diocesana ha trovato al suo ingresso, e come invece possiamo descriverla oggi?
Ho iniziato il mio cammino nell’Arcidiocesi visitando tutti i parroci. E’ stato un incontro che certamente ha segnalato le preoccupazioni (il terremoto e le sue conseguenze, la denatalità, la poca frequenza ai sacramenti – una persona su dieci mediamente -, la fatica delle famiglie, la distanza di molti giovani…), ma al tempo stesso mi ha regalato gioia e speranza vedendo la dedizione, l’impegno e la serenità nel lavoro pastorale dei nostri sacerdoti e dei laici incontrati nelle parrocchie. Da questo incontro è nata la necessità di lavorare pastoralmente insieme, valorizzando gli organismi di comunione a livello diocesano e parrocchiale, guidati in questi tre anni dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.
Un anno fa veniva ufficialmente istituita la prima Unità Pastorale della nostra Arcidiocesi, quella di Borgovado. Un progetto pensato da alcuni suoi predecessori (Caffarra, Rabitti), ora divenuta realtà concreta. E a breve nasceranno altre Unità Pastorali in Diocesi…
L’unità pastorale è la nuova forma di vita comunitaria che non sostituisce le parrocchie, ma le valorizza dentro un unico progetto pastorale che ha al centro la Liturgia, la catechesi e la carità. La debolezza della parrocchia, di molte parrocchie oggi nell’esercizio dei compiti istituzionali, la solitudine più che la mancanza dei sacerdoti, il numero esiguo di fedeli in alcuni contesti, rendono necessarie forme di vita comunitaria dove valorizzare le diverse età della vita, la collaborazione, i tempi del riposo, la condivisione delle risorse, ecc. Con le unità pastorali sono tre i livelli organizzativi e di vita comunitaria della Diocesi: la parrocchia, l’unità pastorale, il Vicariato. Ad ognuno di questi luoghi corrispondono delle responsabilità pastorali.
Sul laicato di Ferrara-Comacchio: che impressione ha avuto dal percorso dell’anno pastorale scorso (le tre Giornate del Laicato e anche tutti i passaggi di discussione e di elaborazione intermedi)? L’anno prossimo torna il Laboratorio della fede, da Lei sostenuto, e richiesto a gran voce da molte laiche e laici: come si affiancherà e integrerà alle Giornate del Laicato?
La ripresa delle Giornate del laicato ha permesso di avere un luogo di confronto e di elaborazione importante, anche un luogo più ampio del “consigliarsi” nella Chiesa, espressione delle diverse realtà associative e dei movimenti. Il frutto di queste Giornate – che continueranno e affiancheranno anche il lavoro del Consiglio pastorale diocesano – sono state numerose proposte, tra le quali si è scelto di continuare e rafforzare il “Laboratorio della fede”. Il “Laboratorio” è un luogo di formazione, direi quasi un luogo “catecumenale” di riscoperta della propria fede, cercando di legarla alla vita personale e a quella della comunità.
“Questa nostra Cattedrale, la cui facciata coperta oltre che l’interno, portano i segni di sofferenza e le piaghe del terremoto”, sono ancora sue parole all’ingresso in Diocesi: due anni dopo ci troviamo con la Cattedrale completamente chiusa, con altre chiese importanti inagibili (penso ad esempio a San Paolo, a San Domenico, solo per citarne due). La sofferenza, dunque, continua. Qual è la situazione generale in Diocesi?
La sofferenza per la chiusura della Cattedrale e di tante nostre chiese parrocchiali e non continua, ma è unita anche alla speranza che le risorse messe a disposizione dallo Stato attraverso la Regione e, nel caso della Cattedrale, anche dal Ministero dei beni culturali, possano superare i rallentamenti burocratici, che comprendiamo in alcuni casi anche necessari, per velocizzare i tempi della riapertura di beni che sono importanti non solo per la comunità cristiana, ma anche per lo sviluppo economico e culturale, turistico della città. Ferrara non può prescindere, per il suo sviluppo, dalla cura di beni che sono risorse fondamentali oltre che “patrimonio dell’umanità”. Speriamo che nell’arco di due anni possa essere riaperta la Cattedrale e altre venti chiese. Sabato 7 settembre, con grande concorso di folla, ma anche con una significativa collaborazione tra Parrocchia e Diocesi, abbiamo riaperto il Santuario della Madonna della Pioppa a Ospitale di Bondeno, un luogo di fede caro a tutta la zona del ferrarese e del mantovano.
Il prossimo anno pastorale verrà “inaugurato” dal Mese Missionario straordinario e dal Sinodo per l’Amazzonia. Vuole dare un messaggio alla comunità diocesana in vista di questi due importanti appuntamenti?
Il Mese missionario straordinario indetto da Papa Francesco vuole stimolare a considerare la missione una dimensione fondamentale di ogni Chiesa. “La Chiesa è evangelizzazione” scriveva già San Paolo VI nell’Evangelii Nutiandi e ha ripetuto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. La missione chiede di superare l’abitudinarietà, la ripetitività; chiede ascolto e confronto; chiede il coraggio della proposta. La missione è compito e responsabilità di tutti nella Chiesa e non passa solo attraverso le parole, ma riguarda soprattutto la testimonianza della vita, gli stili di vita cristiana coerenti. Il Sinodo dell’Amazzonia ci ripropone concretamente la missione attraverso l’attenzione a un luogo di povertà da una parte, ma anche di ricchezza in ordine alla salvaguardia del creato, tema al centro dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Al tempo stesso, il Sinodo dell’Amazzonia propone anche alcuni interrogativi, sui quali rifletteranno i padri sinodali, in ordine alla vita delle Chiese in America Latina.
IL TERRITORIO E LA CITTA’ DI FERRARA
“Guardo a questa città e a tutte le comunità della Diocesi con il desiderio di raggiungere tutti, anche chi è lontano e guarda altrove per trovare le ragioni della propria vita”, spiegava sempre due anni fa al suo ingresso: chi sono i lontani, coloro che “guardano altrove” che ha avuto modo di incontrare in questo primo biennio? A chi pensa in particolare? La nostra Chiesa locale in che modo ha tentato di incontrarli, farsi loro compagni di viaggio?
La categoria dei “lontani”, che richiama un bellissimo testo di don Primo Mazzolari degli anni ’50, è stata ripresa anche da Papa Francesco. Lontani sono coloro che non entrano nelle nostre chiese, non frequentano le nostre comunità, perché non credono più, ma anche perché si sono allontanati per l’incoerenza e la debolezza della nostra testimonianza. Lontani sono pure coloro che si sentono “diversi”, “perfetti” rispetto a chi vive anche del limite, del peccato; e vivono separati, creandosi una loro “chiesa”. Lontani sono anche quelli che si vergognano per una loro situazione di vita e non hanno il coraggio di partecipare alla vita della comunità. Lontano è chi viene assorbito dal lavoro, dallo studio e non ha tempo per altro. Allargare la responsabilità e la corresponsabilità nella missione, creare occasioni di dialogo e di incontro (con i centri di ascolto, il nuovo consultorio, la visita alle famiglia, gli incontri a scuola con gli studenti, la partecipazione a una festa…), uscire da forme superbe di dogmatismo e di giudizio, sono state le iniziative che hanno cercato di più l’accostamento dei lontani.
“La Chiesa è aperta a tutti, con una preferenza per i più deboli, i sofferenti”, disse ancora in quel discorso del 2017. E, ricordo, a partire dalla visita alla Caritas diocesana, e in tante altre occasioni, come non hai mancato di ricordare che la Chiesa – come una madre, come un padre – naturalmente pone un’attenzione particolare – nella sua urgenza e gravità – ai figli che più soffrono (di una sofferenza fisica, psicologica, spirituale, economica ecc.), a chi è solo. Questa sua riflessione – centrale nel magistero dello stesso Papa Francesco – è stata spesso fraintesa o strumentalizzata a fini politici, mediatici, o per mero pregiudizio, dentro e fuori la Chiesa. Perciò le chiedo: si “pente” di aver calcato troppo il discorso sull’attenzione agli ultimi (penso ai migranti poveri e discriminati, ma non solo)? Perché questo suo messaggio non è arrivato a tutti (anche a molti cattolici)? Se potesse tornare indietro, lo comunicherebbe in maniera differente?
Saremo giudicati sull’amore, sulla carità; in Paradiso – lo ricorda Matteo 25 – ci si va così. E’ un’esigenza teologica e non sociologica la scelta preferenziale dei poveri, a cui Papa Francesco dedica pagine molto belle nell’Evangelii Gaudium. E’ un’esigenza faticosa, perché siamo segnati dall’egoismo, dall’individualismo, dalla voglia di avere di più, di lasciare fuori di casa “questi o quelli”, traviati da un’identità intesa come salvaguardia di sé più che apertura all’incontro. Alcune mie parole al riguardo sono state travisate, usate ideologicamente, contrapposte per interessi di parte, tuttavia ciò che ho detto lo ridirei tutto allo stesso modo e, forse, se dovessi ripeterlo – come mi ha suggerito un’anziana ottantenne che ho incontrato in una parrocchia – calcherei ancora di più la mano su questa scelta preferenziale dei più poveri, segno della verità della e nella Chiesa.
Uno sguardo su Ferrara attraverso la lente delle giovani generazioni: una città spesso denigrata da vari fronti, ma che negli ultimi anni è cresciuta in diversi ambiti: penso al mondo degli studenti universitari, ai tanti “poli” in crescita (Spazio Grisù, ad esempio), alle tante iniziative sociali, culturali, dal basso animate da giovani. Senza dimenticare, naturalmente, il fermento – spesso silenzioso – ma vivo e contagioso dei giovani delle nostre parrocchie e delle nostre associazioni diocesane. Insomma, Ferrara sarà “salvata dai ragazzini”?
I ragazzi e i giovani sono il presente, ma anche il futuro della città. Gli universitari, soprattutto di alcune regioni del Sud, sono sempre di più, mentre i nostri sempre meno, alla luce anche della denatalità crescente in città e, soprattutto, nella campagna ferrarese. Una città della cultura, qual è Ferrara, non può che attrarre i giovani e per questo occorre dare largo spazio alle iniziative artistiche, musicali e culturali in genere. Una città dello sport non può accontentarsi solo della grande SPAL, ma – dal CUS ai campi di calcio di quartiere e parrocchiali – promuovere il gioco, rendere sempre vivi alcuni quartieri spenti o occupati da chi ha altri interessi, è una seconda prospettiva importante. Una città ricca di esperienze giovanili nate dalla fede – come i campi IBO, o Mani tese, o Emmaus, o i campi scuola dell’ACI o di altre associazioni e movimenti – e di nuove esperienze di servizio civile, di accoglienza dei giovani provenienti da altri Paesi, di volontariato è una nuova importante prospettiva di lavoro con le giovani generazioni. Cultura, sport e gioco, esperienze di volontariato sono tre luoghi importanti per un lavoro con le giovani generazioni in città, ma anche tre luoghi per coniugare fede e vita cristiana.
160 anni fa nasceva Grosoli, 60 anni fa moriva Sturzo. Cosa manca alla politica italiana (e ferrarese), per riacquistare una fiducia autentica e duratura: figure capaci di sintesi e profondità, radicali e al tempo stesso capaci di essere ponti? Luoghi di formazione e di comunità come un tempo erano ad esempio i partiti?
Ritengo che per creare interesse verso la città, per formare alla politica, serva che alcuni luoghi associativi, le stesse parrocchie, diventino “laboratori” in cui il dialogo, il confronto, le esperienze facciano crescere le persone con “l’interesse” – come diceva don Milani – per il bene comune, con la passione per gli altri. In politica si sta tornando al corporativismo, a difendere i propri interessi, arrivando anche a falsificare la verità su alcuni temi (uno fra tutti l’immigrazione), a dimenticare il cammino che ha portato alla Democrazia nel nostro Paese. Una persona si forma anche alla politica – come si sono formati il nostro Grosoli, don Sturzo, La Pira, Lazzati, Dossetti…- nella misura in cui resta legata a una comunità e antecede – Grosoli ha dilapidato per questo le sue sostanze – il bene comune al bene personale.
Infine, durante questo primo biennio a Ferrara, quali situazioni o parole l’hanno maggiormente amareggiata e quali invece le hanno dato particolare gioia?
Nella nostra vita ascoltiamo parole dure, ma vere, che ci fanno riflettere e ci aiutano a crescere; incontriamo anche parole false, che ci feriscono, soprattutto se nascono dalla volontà di fare il male; incontriamo situazioni difficili per le quali non abbiamo parole e situazioni belle, anche dolorose – come nel recente viaggio a Lourdes – che ti fanno amare la vita, ma anche la Chiesa che sei stato chiamato a guidare. Sofferenza e gioia inevitabilmente si mescolano. Certamente le parole che fanno più male sono sempre quelle false.
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019
http://lavoce.e-dicola.net/it/news
“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.
“Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore”. Che grande e umile esempio è ancora per noi M. L. King, che non usava la fede come arma contundente contro l’avversario, ma come sprone al servizio verso i fratelli e le sorelle (bianchi/e o neri/e), riserva aurea di forza e di abbandono al Signore, orizzonte sempre presente nel suo cuore e nel suo agire ma mai muro posto nei confronti dell’altro, mai confine blindato col quale dividere il mondo.
Nella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943 muore, dopo giorni di violenze e sevizie di ogni tipo, Norma Cossetto, giovane studentessa nata 23 anni prima a Visinada, nell’entroterra istriano, oggi località croata. Il suo nome già negli anni immediatamente successivi alla Liberazione diviene simbolo delle violenze e dei massacri ai danni della comunità italiana locale dell’Istria e della Venezia Giulia nel biennio ’43-‘45, colpita da arresti arbitrari, processi sommari, fucilazioni, sepolture in fosse comuni e infoibamenti ad opera dei partigiani locali titini. Circa un migliaio furono i morti, non necessariamente fascisti, ma anche antifascisti (socialisti, cattolici, liberali). Ma la pietà non deve morire. Mai. E con essa mai dovrebbe venir meno il rispetto per i morti, come nel caso di Norma perlopiù giovani e innocenti. Pietà e rispetto che vengono meno quando da una parte si strumentalizza la morte di questa povera ragazza ergendola a “martire fascista”, usurpandone così il nome, e dall’altra quando si considera la sua una “morte di serie B” solo perché figlia di un gerarca del regime mussoliniano.
Nel pomeriggio dello scorso 19 gennaio il Monastero delle Clarisse di Ferrara ha ospitato l’incontro di presentazione (con una 50ina di presenti) della ricerca condotta da Caritas Italiana e rivista “Il Regno”, dal titolo “Immigrazione. Il fattore sfiducia degli italiani”, organizzato con il patrocinio della Caritas e della Migrantes diocesane. Sono intervenuti Gianfranco Brunelli (Direttore della rivista “Il Regno”) e Guido Armellini (Chiesa Metodista di Bologna), introdotti e moderati da Piero Stefani (redattore de “Il Regno” e rappresentante del Segretariato Attività Ecumeniche). Quest’ultimo ha spiegato come il tema immigrazione e quello ecumenico siano tra loro correlati per tre ragioni fondamentali: “le realtà ecclesiali, cattoliche e non, sono sempre più multietniche” al loro interno; “le diverse Chiese sono sempre più impegnate nell’ambito dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti; non tutti i membri delle stesse Chiese, però, sono favorevoli ad accogliere”. Ciò provoca ferite, fratture importanti all’interno delle comunità. “E’ sempre più forte il rifiuto dell’immigrazione – ha spiegato Brunelli -, domina spesso la paura dell’immigrato, e l’immigrazione viene vista solo come problema e non anche come opportunità”. Il primo dato che emerge dalla ricerca in questione riguarda il numero di migranti nel nostro Paese, dunque “il problema della percezione del fenomeno, spesso sovrastimato”, ha spiegato. La realtà italiana, infatti, “non è particolarmente esposta al problema dell’immigrazione, anche in rapporto alla popolazione totale, ma la percezione diffusa è diversa, e associa l’immigrato prevalentemente all’irregolare”. Risulta inoltre come “percentualmente i cattolici fra gli immigrati rispecchiano all’incirca la media della popolazione italiana”, e che, altro dato che emerge, “meno si è colti più si avverte come grave il problema immigrazione”. Riguardo al tema della sicurezza, il fenomeno migratorio, ha spiegato ancora Brunelli, “non è tanto percepito come minaccia personale, ma a partire da un sentimento sociale e culturale diffuso da molto tempo: in uno Stato considerato da molti come corrotto, i cittadini non si sentono tutelati nella loro sicurezza”. Un altro orrendo pregiudizio, “seppur non particolarmente diffuso nel nostro Paese, ma ancora esistente è quello “contro gli ebrei”. “L’integrazione non può non passare attraverso un’assimilazione governata politicamente, cioè che risponda tanto al bisogno di migranti quanto a quello di sicurezza. Al contrario, il rifiuto aumenta solo l’immigrazione illegale e incontrollata”. Armellini ha improntato il suo ragionamento principalmente sull’importanza delle “opere” per far progredire il cammino ecumenico, che “ha senso se si traduce in servizio agli esseri umani, soprattutto i più deboli. La Chiesa Metodista di Bologna, ad esempio, organizza corsi di italiano per stranieri, ed è arrivata a contare una 70ina di insegnanti e più di 400 studenti. Conoscendo queste persone, abbiamo ad esempio ’scoperto’ come prima della caduta di Gheddafi, avvenuta nel 2011, mole persone emigravano in Libia per lavorare. Dopo la sua caduta – ha proseguito – , il Paese è caduto nelle mani di bande di criminali, e, come ormai purtroppo è stato ripetutamente accertato, finiscono in veri e propri lager, sono costretti ai lavori forzati, subiscono violenze, stupri, a volte vengono ammazzati per nulla”. “La percezione della realtà di diversi italiani sul tema immigrazione è totalmente distorta. La clandestinità – ha poi spiegato, riprendendo un concetto di Brunelli -, è causata da leggi ben precise, a partire dalla Bossi-Fini, che ha prodotto una massa di persone inesistenti a livello anagrafico. La risposta, quindi, consiste nel legalizzare, non nell’aumentare l’area della clandestinità, come invece fa il Decreto Salvini”. “In Italia, poi, putroppo, la religione cristiana da molti viene vissuta come un’identità da difendere”. Armellini ha citato un passo dal capitolo 29 del primo libro delle Cronache. Si sta per costruire il tempio, il popolo porta immense donazioni a questo scopo. Il Re Davide nel suo discorso a un certo punto dice: “Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza” (1 Cr 29, 13-15). Insomma, “la terra non è nostra, noi siamo di passaggio, nessun territorio è di nostra proprietà, e quindi non possiamo decidere chi ci deve stare e chi no”. Tre sono i progetti ecumenici attivi organizzati anche dalle Chiese protestanti italiane: il primo, “Essere Chiesa insieme”, per superare le singole etnie; i “corridoi umanitari”, che da febbraio 2016 hanno permesso a più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa, di approdare in modo sicuro in Italia; infine, “Welcoming Europe”, raccolta firme proposta da un arcipelago di chiese, associazioni, reti cristiane e laiche per depenalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri (simili ai corridoi umanitari) e riaprire i flussi migratori. E’ possibile firmare fino a fine febbraio 2019 (
Riflessioni a margine della mostra “Vogliamo tutto 1968-2018”, esposta fino al 20 gennaio a Ferrara grazie al Centro Culturale Umana Avventura e a Gioventù Studentesca. Un racconto emblematico dell’essere umano, delle sue lotte e del suo cammino, partendo dal desiderio personale per arrivare al sogno di un mondo migliore
«Rimettersi in cammino» partendo dalla tradizione e dal valore dell’eguaglianza, contro la «desertificazione del “noi” e la cosificazione causata dal dominio delle tecnoscienze». “Il futuro della tradizione” è stato il titolo dell’incontro che ha visto protagonista Fausto Bertinotti, Presidente della Fondazione “Cercare Ancora”, ieri mattina al Meeting dell’Amicizia fra i popoli, in programma fino a oggi alla Fiera di Rimini. L’incontro, introdotto e moderato da Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze, ha visto Bertinotti rispondere anche alle domande di quattro ragazzi.
