
Le inedite “Memorie” dell’artista sono pubblicate nel catalogo della mostra esposta nel Castello Estense. Scritte negli ultimi anni di vita, le pagine trasudano sconforto riguardo alla volgare e violenta modernità. Ma Ferrara, col suo incanto, lo confortava nel dolore
di Andrea Musacci
Che con la vecchiaia si acquisti (quasi sempre) saggezza e ponderatezza, si sa, per certi versi è fisiologico. Che le ombre della morte diventino più dense e ampie è un’altra inevitabile certezza. Ma che il rifugio estremo del cuore e della coscienza nel proprio passato diventi fortino, questo può dipendere da fattori psicologici ed esistenziali non del tutto sondabili. Nel caso di Giovanni Battista Crema, pittore ferrarese di fama nazionale, morto nel 1964, un documento autobiografico inedito ci permette perlomeno di indagare e di riflettere sulla sua torsione solitaria e pessimista, incline alla fuga dal presente verso il tempo trascorso.
“Memorie inutili di un sopravvissuto” è il titolo di questo testamento scritto dall’artista tra il 1953 e il 1960, e che ora i suoi nipoti Annalisa, Giovanni Andrea e Silvia Crema hanno permesso di pubblicare nel catalogo della mostra inaugurata il 1° maggio nel Castello Estense di Ferrara. “Giovanni Battista Crema. Oltre il divisionismo” – questo il titolo dell’esposizione visitabile fino al 29 agosto – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, e curata da Manuel Carrera e Lucio Scardino. Le opere provenienti da collezioni civiche (quella di Ferrara ospita 22 dipinti e diverse opere su carta) e private mostrano bene il percorso di Crema dal socialismo degli anni giovanili all’unione di realismo e simbolismo della maturità.
La modernità fa crollare le certezze
Nato a Ferrara il 13 aprile 1883 nel Palazzo Crema in via Cairoli, figlio di una famiglia benestante, a 14 anni inizia a prendere lezioni di disegno e pittura presso Angelo Longanesi-Cattani, per poi trasferirsi due anni dopo a Napoli per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nel 1903 – dopo un periodo a Bologna – Crema si trasferisce a Roma insieme alla madre rimasta vedova e si unisce al movimento artistico dei giovani capitolini, fra cui Balla, Boccioni e Severini. Qui emerge un suo realismo “moralista” e un divisionismo sentimentale.
Le sue “Memorie” iniziano proprio nel segno del lutto e della distruzione nella “città eterna”. Nei primi anni ’50 i figli hanno fatto costruire la nuova casa sul terreno di quella precedente, demolita dopo averli ospitati per 40 anni: «Mi sembrava che insieme a quelle pietre (…) – scrive – crollasse la ragione stessa di vivere ancora». L’immagine della casa che crolla è l’immagine del crollo delle certezze, dei muri che definivano un’epoca, una cultura. La modernità, Crema, la sente arrivare nei primi del ‘900, il «secolo più onestamente rivoluzionario»: un tempo – scrive ancora – rappresentato «dall’invadenza della burocrazia e dalla catalogazione dell’individuo», posto «continuamente sotto il controllo dello Stato», sia in quello delle democrazie occidentali, sia nelle dittature nazista, fascista e sovietica.
«La smania morbosa di velocità» è un altro tratto che a suo parere contraddistingue il moderno, «verso una completa superficialità». Altro che progresso, sembra dirci, il nuovo, in realtà, è dominato da quegli «istinti ancestrali di tempi primitivi».
«Il mondo all’improvviso sembrò malato di innovazione a tutti i costi»
«Con la facilità che i moderni mezzi di diffusione consentono, si possono lanciare, e si lanciano indiscriminatamente, tutte le idee più assurdamente inconsistenti o più diabolicamente tendenziose». Crema la chiama la «demoniaca propaganda del nuovo per il nuovo ad ogni costo», una sorta di «collettivismo intellettuale» nemico della «mente libera e capace di indagine», che è «bene supremo, un immenso dono di Dio», necessario per riconoscere e difendere, pur nella sempre necessaria originalità, «quel patrimonio di sapere e di spiritualità».
La critica al futurismo e al fascismo è conseguente: del regime Crema condanna la «violenza brutale e sanguinosa», il capovolgere «la cultura incoraggiando tutti quegli estremismi» fondati «sulla ingenua illusione del capo», creatori dell’«Arte Fascista, ad onore e gloria del dittatore».
E a proposito dell’arte, la critica va anche ad ogni avanguardia e astrattismo: «Ho sempre creduto (…), e credo – scrive –, che (…) la rappresentazione debba avere tutti i requisiti della verosimiglianza», «correttezza» ed «eleganza» a favore dell’«economia armonica dell’opera». Il rifiuto di “adattarsi”, per moda o convenienza, per compiacere e far carriera «come continuamente ho fatto, significava accettare il boicottaggio e l’isolamento».
Ma la violenza del potere moderno si esplica anche nella guerra. Durante il primo conflitto mondiale, arruolato nella fanteria, Crema subisce gravi ferite e rimane invalido. Durante il secondo, viene arruolato dal Ministero in Marina per documentare la vita militare. «Ogni nuovo ritrovato della scienza di questa terribile, calamitosa, barbarica meraviglia – sono ancora sue parole –, è immediatamente sfruttato in applicazioni belliche, sicché, lo sforzo di cervelli superiori, anziché al bene degli uomini è orientato esclusivamente a creare i più orrendi mezzi di distruzione».
Pur con una certa dose di elitarismo e di complottismo («sorge spontaneo il dubbio che vi sia alla base una qualche forza oscura e potente», scrive), il suo umanesimo si pone dunque a difesa della «dignità umana e dell’individualismo inesauribile», della prevalenza dello «spirito intimo della civiltà individuale» sulle pur «preziose conquiste» tecnologiche. Da qui, la vicinanza alle lotte del mondo del lavoro e la difesa romantica, estrema, dei secoli passati.
La «vecchia e silenziosa casa natale»
Ferrara, col suo «romanticismo decadente, un po’ manierato», «simile al sogno inverosimile di un poeta», incarna per Crema quel passato fatto di gloria e di magia. L’artista tornerà più volte nella città natia per esporre – ad esempio nel ’20 in Arcivescovado e nel ’25 in Castello -, ma il pensiero, in queste “Memorie” degli ultimi anni, torna all’infanzia. A fine ‘800, ricorda, «la vita scorreva tranquilla», Ferrara «forse era un po’ monotona» ma nella «vecchia e silenziosa casa natale» Crema vede il luogo dei sentimenti più veri. Il passato rivive, nel profondo disagio del presente, come claustro immacolato, grembo dove il tempo sapeva cullare con parvenza di placida immobilità.
«La città sembrava sonnecchiare, pigra, nella luce violacea delle sue nebbie autunnali – scrive ancora Crema –, per risvegliarsi, lenta, quando il tardo sole di primavera aveva disciolte le nevi abbondanti…». L’artista ricorda ad esempio quando «passavamo, verso sera, sotto la Cattedrale e guardavamo accendersi, nel pulviscolo bluastro della nebbia, i due lumi votivi che, all’Ave Maria di ogni giorno che tramonta, la pietà di qualcuno, morto da secoli, fa ardere ancora in onore della Santa Vergine». E ancora, «la grande piazza, sul fianco della Chiesa Madre», «i ponti levatori della turrita dimora ducale», la «casa di Marfisa la bionda». «Un ambiente di fiaba ariostesca», dunque, abitato da fantasmi e dalle favole della nonna, «materiate di poesia». Ma al tempo stesso, la città nella quale inizia a vedere le «prime modeste lampadine elettriche» che squarciano delicatamente quella «nebbia trasparente», che diventerà, più avanti, «nebbia pesante» di inquietudini foriere di guerra, di violenza e di lutti. Lutti che colpiranno diverse volte Crema, che perderà precocemente la moglie (nel ’46) e il figlio (nel ‘57).
Questa violenta cupezza mai lo abbandonerà, tanto che nelle “Memorie” sembra vincere il disincanto: «la felice canzone che trillava nel cuore giovinetto si è tramutata in un disperato singhiozzo (…). Ora non ci attende più nulla». Ma l’ultimissima parola è donata alla speranza: «In fondo al cuore – conclude – rimane sempre viva, come una lampada votiva, una piccola luce che è la perenne tradizione della stirpe».
Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 maggio 2021










E’ normale avere paura della paura? Su un tema spesso banalizzato mediaticamente ma che richiama l’essenza dell’essere umano, ha riflettuto a Ferrara il filosofo Salvatore Natoli. Lo scorso 31 gennaio nella Biblioteca Ariostea di Ferrara è stato invitato dall’Istituto Gramsci e dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara per aprire il ciclo di undici incontri sul tema “Sfidare le paure”. Il prossimo appuntamento è in programma alle ore 17 del 28 febbraio con Marco Bertozzi che relazionerà sul tema del ciclo, analizzando diversi pensatori, da Hobbes a Canetti. La lectio magistralis di Natoli è stata preceduta dal saluto dell’Assessore Alessandro Balboni (al posto del Sindaco Fabbri, invitato ma non presente), dall’introduzione di Anna Quarzi, alla guida dell’Istituto di Storia Contemporanea cittadino, che ha moderato l’incontro, e dal breve intervento di Fiorenzo Baratelli, Direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara: “la paura non va intesa solo in senso negativo – ha spiegato quest’ultimo -, ma come parte sostanziale della condizione umana, di per sé precaria: non bisogna, quindi, vergognarsi di aver paura, anche perché può essere stimolo per l’azione e per la creatività”. E’ vero, però, che la paura può anche rendere passivi, “può paralizzare”. Di sicuro – ha proseguito -, le paure peggiori sono quelle vissute nella solitudine”. La soluzione ad esse, citando anche Spinoza, può risiedere nel cercare il più possibile di usare la ragione “per comprenderne le cause, affrontandola razionalmente” e in maniera consapevole. “E’ vero – ha esordito Salvatore Natoli -, la paura è qualcosa che la natura ha predisposto per l’autoconservazione, ed è quindi un dispositivo in sé positivo”. Dopo aver brevemente riflettuto su alcune delle forme della paura – il timore, l’ansia -, Natoli si è soffermato sull’angoscia, “causata dal sentimento della nostra precarietà esistenziale, dal fatto che siamo esseri mortali, per natura esposti al nulla”. Per questo la paura “non va sottovalutata” e nemmeno, dall’altra parte, “strumentalizzata” per fini di soggezione. Riguardo a quest’ultimo aspetto, il relatore ha analizzato come il potere, nei secoli, si sia sempre servito della paura per asservire i propri sudditi: il modello hobbesiano, in particolare, è fondato sullo scambio fra la protezione che il potere sovrano concedeva ai propri cittadini (per la propria sicurezza, per la propria sopravvivenza), e l’obbedienza che questi li dovevano. Analizzando il controllo del consenso, anche in epoche più recenti, Natoli ha riflettuto su come il potere “non possa agire solo sulla paura, ma anche sulla speranza, facendo promesse: una volta, però, che le promesse si rivelano illusioni, allora il potere si autogiustifica e parallelamente ritorna a far leva sui timori delle masse”. Questo è “facilitato” anche dal fatto che i governati, vivendo lo spaesamento – non sapendo, cioè, a un certo punto chi “incolpare” delle mancate promesse non realizzate -, tendono sempre ad affidarsi all’“uomo forte”. Analizzando, poi, più nello specifico, la società contemporanea, Natoli ha accennato ai lati positivi della globalizzazione, ad esempio nel progressivo superamento delle differenze tra centro e periferie. Affrontando quindi il delicato tema delle migrazioni (e delle mistificazioni propagandistiche ad esso legate), le paure – più o meno indotte – nate in conseguenza di questa ridefinizione centro-periferia, “vanno affrontate non creando ghetti, ma attraverso l’accostamento e l’ascolto dello straniero”: la conoscenza dell’altro unita alla presenza viva e attiva degli abitanti negli spazi pubblici, con anche la trasformazione delle città sempre più in senso policentrico e a politiche neo-welfariste, sono tutti fattori che, secondo Natoli, aiutano a prevenire o comunque ad affrontare le paure legate alla convivenza col “diverso”: il concetto paradigmatico delle società del futuro, infatti, secondo il filosofo, sarà quello di “ibrido”. In conclusione, dunque, “solo un approccio razionale, scientifico collettivo” può presentarsi come l’antidoto migliore alle paure, e dar vita, unito a una “generosità” sempre più rara, a una politica che torni a essere degna di questo nome.
Gli spostamenti consistenti, improvvisi e sempre più frequenti di consensi elettorali da uno schieramento all’altro, ai quali ormai da diversi anni siamo abituati (anche nelle ultime Regionali), dovrebbero farci essere più cauti nel gioirne o rammaricarcene (a seconda della propria appartenenza politica). Il discorso, infatti, è serio (con tratti di gravità) e chiama in causa le forme e le modalità stesse della creazione di comunità politiche (in senso largo) sempre meno stabili. L’aleatorietà del consenso ricorda l’immagine evangelica della casa costruita “sulla sabbia”. Interrogarsi, quindi, sul cosa possa significare oggi – in una società “liquida”, se non “gassosa” come la nostra – costruire “sulla roccia”, è più che mai necessario. Innanzitutto – senza nessuna nostalgia per organizzazioni partitiche spesso ultraverticistiche e rigide (anche se non sono state solamente questo) – si potrebbe ragionare su quali possano essere nuove forme organizzative non fondate sull’inconsistenza del volto del proprio leader (o presunto tale): volto, nella sua specificità politica, il più delle volte più virtuale che reale.