Addio Rosa Maria Benini Esposito, pittrice del sacro, del del dolore, della smisurata bellezza

5 Ago

12809673_1295209447162993_8649917662683506056_nHo da poco appreso della morte della pittrice Rosa Maria Benini Esposito. L’avevo conosciuta personalmente, a lei avevo dedicato diversi articoli su “la Nuova Ferrara” e su “la Voce di Ferrara-Comacchio”. Ne ricordo la dolcezza, la femminilità cadenzata in modo originale dal suo lungo corpo, da quelle gambe e braccia longilinee che sembravano rami. Ricordo la sua lentezza, l’affanno della vecchiaia, che non facevano, però, venir meno una bellezza, una signorilità innata, istintiva, una simpatia spontanea e sempre inaspettata.

Ho avuto l’onore diverse volte di visitare il suo studio, e una volta anche la sua casa, dove conservava diverse sue opere.

La sua prima esposizione risale a più di quarant’anni fa, nel 1975, alla “Galleria Valadier 71” di Roma. Fu allieva e amica di Gastone Ghigi in arte “Silvan”, del quale non si stancava mai di parlare con immutata dolcezza.

Posto qui sotto alcune foto che scattai l’anno scorso nel suo studio.

Andrea Musacci

Ferrara, sfratto tragico, antiquario 77enne uccide moglie, figlio e si toglie la vita (“Avvenire”, 05 agosto 2017)

5 Ago

Museo d’estate, che idea: «caldo, ma ne vale la pena»

3 Ago

In Pinacoteca sale senza climatizzatore a 30°, le finestre aperte non bastano. I visitatori: interessati a storia e arte, non alle spiagge. Più fresco l’Archeologico

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Una famiglia in visita alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara

«Certo, è molto caldo, ma ne vale la pena». Il ritornello dei visitatori nei musei cittadini quando fuori, nelle ore centrali di ieri, la temperatura si aggirava ferocemente intorno ai 40°, è sempre lo stesso.
«Veniamo da Perpignan, a pochi chilometri dal confine spagnolo. È la quinta volta che visitiamo Ferrara». Baptiste, Marion, Franck, Sophie e Aimée sono una famiglia francese, una coppia con tre figli adolescenti. Riposano nel loggiato di Palazzo Diamanti dopo aver visitato la Pinacoteca Nazionale. Non sono interessati né alle Alpi né alle spiagge, ma ad ammirare alcune storiche città italiane. «Il caldo c’è ma in Francia è uguale», ci spiegano, anche se per un attimo restano scossi quando gli diciamo che a Ferrara sono previsti anche 42°. Matteo è di Roma ma vive a Parigi con la moglie Marta e le figlie Gilda e Bianca di 15 e 13 anni. Ferrara è una delle tappe del viaggio estivo in Italia, e la nostra Pinacoteca uno dei tasselli per conoscere meglio la storia e l’arte del Bel Paese. Nel corridoio che ospita anche la biglietteria, e in alcune sale, non sono presenti impianti di climatizzazione, per cui le temperature superano forse i 30°, rendendo non facile il lavoro dei dipendenti e dei volontari, e la stessa conservazione delle opere. Alcune finestre restano semiaperte nel, quasi vano tentativo, di far filtrare un po’ d’aria. Prima di avere temperature decenti, però, bisognerà aspettare settembre 2018, quando si concluderanno i lavori postsisma sul complesso Diamanti. Lo scorso ottobre, invece, sono state riaperte le sale del ‘500, le più antiche, ospitanti l’esposizione “La pittura di Ferrara ai tempi dell’Ariosto”. Il lungo lavoro di restauro ha previsto anche la realizzazione di un impianto di climatizzazione che rende mite il clima interno. In tutto, tra le ore 13 e le 14, sono entrati una dozzina di visitatori, su un totale di 42 dalle 8.30, in piena media del periodo, che vede picchi domenicali di 80 accessi.
Visitiamo anche il Museo archeologico nazionale di via XX settembre, dove alle 14 di ieri si registrano appena 8 visitatori e una temperatura nelle sale del piano nobile di circa 27 gradi. I visitatori in questo periodo prediligono la mattina, con le sue temperature leggermente inferiori. Una coppia, Donatella e Bruno da Treviso, appassionati di musei, ha sfidato il caldo rifugiandosi nelle fresche sale tra i reperti di Spina. Alcuni visitatori, infine, cercano un po’ di refrigerio anche sulle panchine in marmo sotto la galleria dei rosai e sotto alcuni dei monumentali cedri nel lato sud dello splendido giardino di Palazzo Costabili.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 03 agosto 2017

Buskers Festival, Gualandi espone il suo manifesto fatto di citazioni e richiami al passato

2 Ago
Manifesto Buskers Gualandi-2017

La locandina del Ferrara Buskers Festival 2017 realizzata da Claudio Gualandi

Un’immagine che richiama la storia e i simboli di Ferrara, dello stesso Festival e della Grande Mela. Il tutto armonizzato dalla creatività di Claudio Gualandi. La locandina realizzata per la 30° edizione del Ferrara Buskers Festival segna l’importante ritorno del noto grafico dopo 11 anni.

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Claudio Gualandi

«Sono stato io – ci spiega – a richiedere di poter progettare un’immagine fotografica», in passato scelta compiuta per le locandine delle edizioni del 2008, 2009, 2010 e 2013. Lo scatto, realizzato da Luca Pasqualini, immortala un giovane in piedi su una bicicletta, un one man band “armato” di diversi strumenti musicali. «Nell’immagine – prosegue Gualandi – autocito il mio manifesto dei Buskers del 1991», dove un grazioso personaggio ispirato alla ballerina di Fortunato Depero danza con sullo sfondo un Castello estense che richiama quello realizzato da Mimì Qulici Buzzacchi nel 1933 per la “Rivista di Ferrara”.

Manifesto Buskers Gualandi-1991

La locandina del Ferrara Buskers Festival 1991 realizzata da Gualandi

Nell’immagine pensata per quest’anno il busker è un 30enne (coetaneo quindi del festival) che porta sul taschino del gilet la stessa ballerina della locandina del 1991. E poi c’è una mela, simbolo di New York, città ospite, e richiamo al periodo d’oro di Ferrara, quand’era capitale europea per la produzione del frutto, apice raggiunto con la rassegna Eurofrut nel 1965, ’67 e ’69. lnoltre il giovane sul colletto della camicia porta una spilla a forma di mela rossa, con scritto “I love NY”.

I richiami al passato proseguono con i ricordi dei fasti rinascimentali, quando, per citare il motto dell’artista Andrea Amaducci, “Ferrara 500 anni fa era New York”, piccola grande mela, centro della civiltà europea e non solo. Periodo d’oro citato nelle lenti degli occhiali da sole indossati dal ragazzo, nei quali si vede, come riflessa, l’immagine del Castello.

 Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 02 agosto 2017

“(Th)ink” di Xu Ke in mostra a Cloister

2 Ago

3398_276cab2eafcbc3bafdce01963c6c0090L’antica tradizione della pittura cinese interpretata in modo informale da un artista al debutto in Italia. Si intitola “(Th)ink – Storie di inchiostri” la mostra personale di Xu Ke, che inaugura oggi alle 18.30 nella Galleria d’arte Cloister in via Corso Porta Reno, 45 a Ferrara.
Le opere di Xu Ke, nato a Shanghai nel 1958, sono frutto di una ricerca raffinata, che attinge all’antica arte calligrafica, di cui ne cerca l’essenza, traducendola in un linguaggio contemporaneo. Al centro del suo lavoro vi è la ricerca della risonanza dello spirito, uno dei Sei Principi della pittura cinese stabiliti nel V secolo.
I suoi strumenti appartengono a questa tradizione: inchiostro, pennelli, carta di riso e seta. Cresciuto artisticamente nel contesto della Grande Rivoluzione Culturale, Xu Ke si avvicina alla pittura studiando e copiando i poster della propaganda sovietica. È però anche profondamente affascinato dalla secolare tradizione della pittura cinese di paesaggio e dalla sua tecnica shui-mo (acqua e inchiostro).
La mostra, organizzata con l’associazione culturale Yuanfen e con la galleria Fqprojects di Shanghai, è visitabile fino a fine mese da lunedì a sabato dalle 9 alle 19.30.

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 1° agosto 2017

“Riflessi” di eterno nelle opere di Patricia Glee Smith

28 Lug

20376077_1847700428580556_4340113540558150975_n.jpgFino a domani, sabato 29 luglio, nella Galleria d’Arte Cloister è possibile visitare, a ingresso libero e gratuito (orario continuato 9-19.30), la mostra “Riflessi” di Patricia Glee Smith.

Come scrive la stessa artista statunitense, “sono interessata ai singoli momenti e frammenti della vita e al loro aspetto eterno, alla bellezza inaspettata, all’imperfezione di oggetti sorpresi in un momento di riposo. Sono affascinata dall’idea dell’interconnessione fra tutte le cose. Isolo le singole immagini dal loro contesto, le sottolineo, le amplifico, le rendo monumentali”.

Andrea Musacci

Sakura, i colori e le atmosfere del Giappone per tre giorni a Ferrara

25 Lug

logo sakuraIn pieno solleone a Ferrara sbarca il…Sol Levante. Dopo il successo, sofferto e insperato, del debutto svoltosi nel settembre 2015 nel Palazzo della Racchetta, da venerdì 28 a domenica 30 luglio la nostra città ospiterà la seconda edizione della biennale Sakura Festival, rassegna artistico-culturale dedicata al Giappone e al rapporto tra il Paese orientale e la storia di Ferrara.

Nelle sotterranee Sale Imbarcadero del Castello Estense di Ferrara, le organizzatrici Grazia Guberti della Business Consulting & Event Design Srls (che curò la prima edizione) e Marianna Petronelli, pittrice, proporranno un ampio programma composto, tra l’altro, da esibizioni di danza e canto tradizionali, rituali tipici come la cerimonia del tè e la vestizione del Kimono tradizionale, oltre a pratiche come l’Ikebana, o le arti marziali. Ma non mancheranno anche laboratori interattivi, per grandi e piccoli, di calligrafia, etegami ed origami. Ed è proprio Grazia Guberti a raccontare (e raccontarsi) alla Nuova in vista della tre giorni.

Quale obiettivo si pone il Sakura?

«Il Festival ha come obiettivo principale quello di mettere in luce un evento storico svoltosi nel periodo rinascimentale con protagonisti la Corte Estense e il Giappone, facendo incontrare due culture tanto diverse ma al tempo stesso simili, attraverso differenti espressioni artistiche».

Il Sakura ha quindi un forte legame con Ferrara e la sua storia…

«Certo, si tratta di una storia lunga 430 anni, iniziata il 22 giugno 1585, quando giunsero nella nostra città tre giovani giapponesi con il loro seguito, ospitati per alcuni giorni alla corte di Alfonso II d’Este e Margherita di Gonzaga. I tre facevano parte di una missione, organizzata dalla Compagnia dei Gesuiti in Giappone al fine di far visita all’allora pontefice, Papa Gregorio XIII, e all’intera penisola italiana. Altro episodio che lega l’Italia al Giappone è la visita di Hasekura Rokuemon nell’anno 1615».

Quali sono le novità più rilevanti rispetto alla prima edizione?

«Sicuramente la location che si presta per ovvi motivi storici a tutto quello che è stato motore della prima edizione! Altro punto di forza saranno i nuovi espositori che cercheranno di coinvolgere i visitatori nella scoperta di questi due meravigliosi mondi. Infine, vi sarà un percorso di storie e leggende che trasporteranno le persone in realtà spesso sconosciute…»

Tutto ciò in un’ottica multidisciplinare…

«Esatto, vi saranno momenti ludico-ricreativi aperti a tutti i visitatori, ma anche teatro, musica, artigianato, senza dimenticare lo sport. Saranno tre giornate indimenticabili, grazie all’impegno di tante persone coordinate da me e Marianna Petronelli».

Com’è nata la collaborazione tra voi due?

«Ci siamo conosciute alcuni anni fa in occasione della prima edizione del Sakura, e da quel momento due persone molto diverse tra loro, come siamo noi due, si sono unite sempre di più: da lì è nata davvero una collaborazione forte, fondata su obiettivi comuni, ma soprattutto un’amicizia reale».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara il 24 luglio 2017

«Chiesi a mio zio Michelangelo di fare il postino»

11 Lug

A dieci anni dalla morte di Antonioni la nipote Elisabetta scava nei ricordi

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Michelangelo Antonioni

«L’ultima volta che ho incontrato mio zio Michelangelo è stato a Roma nel febbraio 2007, pochi mesi prima della sua morte. A me e mio marito regalò un suo catalogo d’arte, la cui dedica all’interno, lo ricordo ancora, scrisse con un pennarello color oro». Si conclude così il racconto che Elisabetta Antonioni ci regala del suo rapporto affettuoso col grande regista. Siamo in prossimità del decennale della morte avvenuta il 30 luglio 2007. Non è certo la prima volta che Elisabetta – Presidente dell’Associazione “Michelangelo Antonioni”, senza fini di lucro – si presta a rendere pubblici frammenti di vita di Michelangelo, ma ogni volta, in modo spontaneo, ne sgorgano di nuovi, con immutata nostalgia per quello zio la cui celebrità non lo ha reso “scomodo” nella vita della nipote, ma, al contrario, è continuo motivo d’orgoglio. Sì, perché ad Elisabetta interessa raccontare «dell’Antonioni uomo più che dell’Antonioni regista, di cui persone più titolate di me continuano a scrivere».
«L’idea dell’Associazione – ci spiega – è nata per il bisogno di conservare la sua memoria. Finché era in vita ho scelto di rimanere in disparte, e lui stesso non voleva che noi famigliari entrassimo nel mondo del cinema. Anche ora voglio che al centro ci sia lui, non io». Un amore spassionato, quasi filiale, la lega a Michelangelo. «Conservo ancora la sua racchetta da tennis marca SAIL degli anni ‘30, il tagliacarte, il piatto regalatoci per le sue nozze con Letizia Balboni. E poi ho le lettere che inviava a me o ai suoi genitori. Sua mamma morì poco prima che io nascessi, quindi leggerle è per me anche un modo per riscoprire i miei nonni». Già, i nonni, Elisabetta Roncagli e Ismaele Antonioni, rimasti sempre nel cuore di Michelangelo. «Pochi anni prima di morire, nel 2004, quando dovemmo sistemare la tomba di famiglia, ricordo quanto ci tenesse a essere sepolto accanto ai genitori alla Certosa». Non meno profondo era il legame col fratello Carlo Alberto, padre di Elisabetta, morto nel ‘99: «provava affetto e ammirazione per Michelangelo – ci spiega –, non fu mai invidioso, anzi si rattristava con lui. Ricordo il giorno dell’ictus di Michelangelo (nel dicembre 1985, ndr), quella telefonata drammatica tra loro due: mio zio iniziò a balbettare, e non capivamo perché».
Due personalità simili sono quelle di Elisabetta e Michelangelo Antonioni: riservate, fin schive, ma ironiche e capaci di grande affetto e gratitudine. «Ci volevamo molto bene – prosegue Elisabetta – ma non eravamo tipi da “smancerie”, a parte quella volta negli anni ’60, in cui in una lettera mi scrisse: “sai che ti voglio bene…e se non lo sai te lo dico…”. Mi stupì molto perché non esplicitava mai le sue emozioni. Ricordo anche quando lo invitai al mio matrimonio. Mi rispose: “non credo al matrimonio, vengo solo perché è il tuo”».
Come spesso accade, pescare nei ricordi dell’infanzia significa attingere a memorie ancor più cariche di significato. «Da bambina gli dicevo: “non fare il regista, non ci sei mai! Non potresti fare il postino, così ti posso avere sempre qui?”. Insomma, “detestavo” il suo lavoro perché lo allontanava da me. Ma lui mi rispondeva: “È la mia vocazione, non potrei fare altro”».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Nuova Ferrara l’11 luglio 2017

Mons. Perego, dal “Betlem” una preghiera e la vicinanza al dramma del piccolo Charlie

6 Lug
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Mons. Gian Carlo Perego

«Chiedo al Signore di esservi vicini, che riusciate sempre più a essere una famiglia, e che possiate leggere sempre dentro la sofferenza una particolare presenza e vicinanza di Dio».
Con questa preghiera Mons. Gian Carlo Perego la scandito la sua prima visita alla Casa di Riposo e Casa Protetta “Betlem”di Ferrara. Questa mattina l’Arcivescovo alle ore 9 ha celebrato la Santa Messa nella chiesa interna alla struttura, che poi ha visitato accompagnato dal Direttore Mons. Guerrino Maschera.
Nell’omelia Perego è partito proprio da Betlem, «la più piccola città d’Israele, ma al tempo stesso il luogo dove nasce il Salvatore». Prendendo spunto poi dalla prima lettura del giorno (Gen 21, 5-20), il Vescovo ha affrontato la tragica vicenda che vede al centro il piccolo Charlie Gard, bambino inglese di pochi mesi. «Agar e suo figlio vengono abbandonati ma si affidano al Signore, che non li lascia soli ma li sostiene. Oggi questa preghiera di sostegno la rivolgiamo per Charlie, che è vicino alla morte: è una preghiera che il Papa chiede a tutta la Chiesa di pronunciare, e da questo luogo di sofferenza anche noi vogliamo essere vicini ai due genitori che stanno soffrendo per loro figlio, la cui vita si sta spegnendo davanti ai loro occhi, non vedendo la possibilità di una cura. La preghiera, che sale anche da qui, possa essere di consolazione e di aiuto a questa famiglia. Come Agar e suo figlio sono sostenuti da Dio Padre, cosi lo siano i genitori di Charlie».
“Ascolta o Dio sempre il grido del povero”, recita il Salmo 33, nella liturgia di ieri. Un grido che proviene da «coloro che soffrono, che sono in difficoltà, che si sentono soli, abbandonati».
Spesso, però, non basta invocare il Signore se non sappiamo riconoscerlo e accoglierlo nella nostra vita. CosÌ Mons. Perego – riprendendo il Vangelo del giorno (Mt 8, 28-34), nel quale molte persone non “riconoscono” alcuni miracoli di Gesù, che, anzi, invitano ad allontanarsi – ha spiegato come «tante volte non abbiamo occhi per vederlo, e così rischiamo di non riconoscere la sua presenza, a causa del nostro egoismo e della nostra chiusura. Ciò può avvenire anche quando c’è sofferenza e solitudine».
Citando anche San Giovanni Paolo II, l’Arcivescovo ha spiegato come, invece, è fondamentale comprendere che «la sofferenza è una delle esperienze in cui il Signore si rende più vicino. Basti pensare alla Croce, mezzo di salvezza. Il dolore è un luogo importante per credere e continuare a credere».
Le ultime parole Mons. Perego le ha rivolte alla Madre di Dio, testimone silenziosa e fedele della sofferenza del figlio. «Spesso Maria la invochiamo come l’Addolorata, e questa di Maria Addolorata è una delle figure più belle da implorare ogni volta che fatichiamo a vivere la sofferenza, che fatichiamo a comprenderla».

Andrea Musacci

Pubblicato su la Voce di Ferrara-Comacchio il 05 luglio 2017

San Basilide, Messa in carcere a Ferrara

2 Lug
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Annalisa Gadaleta

Nella mattinata di venerdì 30 giugno nel parchetto all’interno della Casa Circondariale di Ferrara si è svolta l’annuale Santa Messa nell’anniversario di San Basilide, patrono del Corpo di polizia penitenziaria e del Corpo degli agenti di custodia.
Queste le autorità presenti alla funzione, insieme alle educatrici e ad alcuni volontari: il Direttore della Casa Circondariale Paolo Malato e la Comandante della Polizia Penitenziaria di Ferrara Annalisa Gadaleta, il Prefetto Michele Tortora, il Questore Antonio Sbordone, l’Assessore del Comune di Ferrara Roberto Serra, il Presidente del Tribunale Rosaria Savastano, Giovanni Franceschini del COFA, Stefania Carnevale, Garante provinciale dei Detenuti, Andrea Firrincioli, Comandante Provinciale dei Carabinieri, Filippo Ruffa, Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, Paolo Francesconi della Polizia Provinciale, Marcello Marighelli, Garante regionale dei detenuti e Sergio Mazzini, Presidente comunale AVIS.
San Basilide, nativo di Alessandria d’Egitto, morto circa nel 202 d.C., era un semplice soldato dell’esercito romano, una sorta di guardia carceraria. Incaricato di portare la cristiana Potamiena al patibolo perché aveva rifiutato di abiurare la propria fede cristiana, eseguì sì l’ordine, ma durante il trasporto impedì che la vittima venisse oltraggiata dalla folla. Questa semplice accortezza commosse l’ormai prossima santa, la quale promise che, giunta in Paradiso al cospetto di Dio, avrebbe interceduto per lui. Pochi giorni dopo Basilide si dichiarò cristiano, fu messo in prigione, dove fu anche battezzato, e il giorno successivo venne decapitato.
Don Domenico Bedin, che ha celebrato la Santa Messa insieme al Cappellano del carcere Mons. Antonio Bentivoglio, nella sua omelia, prendendo come esempio il martirio di San Basilide, ha spiegato come «se vogliamo essere punti di riferimento per gli altri, esercitando un compito delicato come quello della guardia carceraria, dobbiamo compiere innanzitutto un rinnovamento interiore, crescendo nelle virtù della giustizia, della carità e della pace».
Annalisa Gadaleta, alla fine della funzione, dopo aver letto la preghiera dedicata a San Basilide, ha voluto ringraziare i presenti e sottolineare «il senso di misericordia e carità cristiana» del Santo protettore, mentre Paolo Malato ha ricordato come quest’anno ricorra il bicentenario del Corpo di Polizia Penitenziaria.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” il 02 luglio 2017