Negli ultimi anni sono quasi 20mila gli insegnanti emigrati dal Sud al Nord Italia per poter lavorare: ne abbiamo incontrati alcuni impiegati nelle scuole di Ferrara, per farci raccontare come vivono questa situazione. Inoltre, in vista delle festività natalizie, nuova denuncia per l’aumento ingiustificato dei prezzi dei treni
Quel che da un lato è un indubbio reciproco arricchimento, ormai perlopiù pacifico e consolidato, dall’altro rappresenta una sofferenza per tante persone, per chi deve partire e per chi rimane, lasciando spesso a centinaia di chilometri di distanza, mogli, mariti, figli, genitori e amici. E’ l’ormai crescente spopolamento che interessa diverse aree del nostro Meridione, in direzione Nord Italia, semplicemente per lavoro. Abbiamo scelto di parlarne raccogliendo un po’ di dati e alcune testimonianze di una categoria specifica, quella delle insegnanti “costrette” dal Sud a venire nella nostra provincia per poter lavorare nel mondo della scuola.
I dati
E’ a partire dagli anni ’90 che il fenomeno delle migrazioni dal Sud al Nord Italia sembra riprendere intensità dopo i grandi flussi degli anni ’50 e ’60 (dove i picchi furono tra il ’55 e il ’63 e tra il ’68 e il ’70). Gianfranco Viesti, economista all’Università di Bari, ha individuato il 1999 come l’anno della svolta, quando 160.000 persone si sono trasferite dal Mezzogiorno al Centro-Nord, mentre sono state circa 84.000 quelle che hanno compiuto il percorso inverso, con un saldo negativo dunque di oltre 75.000 unità. Dati poi confermati in modo costante negli anni successivi. Le regioni più colpite da questo “esodo” dei giorni nostri sono la Calabria, la Campania e la Basilicata. Una delle caratteristiche di questa nuova emigrazione è la forte componente giovanile. Dal Rapporto SVIMEZ 2019 su “L’economia e la società del Mezzogiorno”, emerge come le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime, 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). “La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”, è scritto nel Rapporto. “Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali”. Leggendo i dati ISTAT sul 2017, sono le regioni del Centro-nord a registrare negli ultimi venti anni flussi netti sempre positivi provenienti dal Mezzogiorno: in particolare, l’Emilia-Romagna ha accumulato fino al 2017 un guadagno netto di popolazione di oltre 311 mila unità. Ancor più drammatici – emerge ancora dall’analisi della SVIMEZ – sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise.
Insegnanti con la valigia
Nel libro “In cattedra con la valigia. Gli insegnanti tra stabilizzazione e mobilità. Rapporto 2017 sulle migrazioni in Italia” (Donzelli editore, 2017), a cura di Michele Colucci e Stefano Gallo, viene spiegato come negli ultimi anni sono quasi 20mila gli insegnanti precari che si sono spostati da Sud a Nord, con una prevalenza della componente femminile, e con migrazioni di lungo raggio. Nella sola provincia di Salerno – per citare un dato emblematico e aggiornato a quest’anno – ci sono ben 7.360 docenti titolari o precari in servizio in Regioni del nord come Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte o Veneto.

Col cuore sempre a casa
Nella nostra provincia nell’anno scolastico 2019/2020 per la scuola ci sono 3.434 posti comuni e 476 di sostegno. Sei insegnanti di origini meridionali residenti a Ferrara facenti parte di questo “esercito”, hanno deciso di raccontarsi a “la Voce”: sono cinque donne e un uomo, quasi tutti laureati, attualmente impiegati al CPIA (Il Centro per l’Istruzione degli Adulti), all’IPSIA di Ferrara e nella scuola primaria paritaria San Vincenzo. Insegnano italiano, matematica, religione, sostegno, sono equamente divisi tra di ruolo e precari. Hanno contratti che vanno dalle 18 alle 20 ore settimanali. Si sono trasferiti al Nord Italia prevalentemente negli ultimi anni, ma qualcuno già dal 2001, provenendo dalle province di Foggia, Taranto, Palermo e Agrigento. In quasi tutti i casi, il primo incarico in una scuola del nord è stato anche il primo in assoluto. Nei loro paesi d’origine hanno lasciato affetti, famiglia e amici. Una di loro si sfoga: “negli anni il distacco è diventato sempre più duro, così come la consapevolezza che se ci fossero state le possibilità lavorative anche dalle mie parti, probabilmente sarei già tornata al Sud, dove la vita scorre diversamente. Ma, di questi tempi, l’importante è tenersi stretto un lavoro ovunque e qualunque sia”. A casa riescono a tornare, nel migliore dei casi ogni 20 giorni, nel peggiore 1 volta all’anno, con tutte le sfumature intermedie. “Con gli anni per mia scelta sono rimasta a Ferrara – ci spiega un’altra insegnante -, ma le mie radici sono in Puglia. Le festività scolastiche per me significano tornare nel posto che considero ‘casa mia’ anche dopo piu di 20 anni, perché il legame con le proprie radici resta forte”.
Un salasso per tornare
Anche in vista delle imminenti feste natalizie, abbiamo domandato loro la spesa media che normalmente devono affrontare per tornare dai propri cari: si va dai costi più alti – in aereo nei periodi festivi circa 400 euro, in pullman 200, verso la Sicilia – a prezzi più contenuti ma comunque rilevanti, vista anche la frequenza media: 100-200 euro ogni volta. Nelle scorse settimane, Federconsumatori ha presentato un report sui salassi che i pendolari devono subire per poter tornare – che siano studenti o lavoratori – a casa durante le festività natalizie: “Il viaggio in treno da Roma a Reggio Calabria il 23 dicembre – ha denunciato – costa il 144% in più rispetto al costo applicato l’8 novembre”. Il biglietto Alta velocità di Trenitalia passa da circa 44 euro a 112 euro, con, tra l’altro, pochissimo guadagno di tempo. Secondo il report, per la tratta Roma-Bari (Alta velocità) il biglietto andata passa da 39,90 euro (weekend 8-10 novembre 2019) a 61,00 euro (Natale 23-12-2019 / 07-01-2020) quello del ritorno costa 61,00 euro invece di 52,90 euro; Firenze-Reggio Calabria (Alta velocità) passa da 105,80 euro a 136,00 euro, stesso prezzo per il ritorno (invece di 99,80 euro). Firenze-Bari (Alta velocità) passa da 80,80 euro a 111,00 euro, come per il ritorno (contro 87,80 euro). Considerando studenti e lavoratori che vivono a Bologna, per loro scendere a Bari costa 123,00 euro invece di 65,90, e lo stesso salire nel periodo natalizio costa come scendere (invece di 69,90 euro). Non solo, dunque, spesso “costretti” a trasferirsi al Nord per lavorare o per studiare – vista anche la rilevante emorragia di docenti e studenti universitari dal Meridione al Nord -, ma pure penalizzati – e non poco – nelle spese di viaggio, senza dimenticare i costi alti degli affitti. Tutte difficoltà che non rendono certo facile la vita di queste persone, vera struttura portante di tante nostre scuole. Concludiamo con le toccanti parole di un’altra insegnante che ha scelto, pur nell’anonimato, di confrontarsi con noi: “Sono trascorsi tanti anni e l’essere lontana dalla mia famiglia, dalla mia terra, dai miei affetti più cari non è semplice. Se oggi mi trovo a vivere a Ferrara, a lavorare come insegnante e ad avere incontrato nel mio cammino realtà e persone – ognuna delle quali mi ha arricchito la vita – è grazie all’opportunità della mia famiglia, dei miei genitori che mi hanno sempre appoggiata e sostenuta in tutte le mie scelte. Nonostante la nostra distanza e la mia mancanza sono sempre nei miei pensieri e nel mio cuore”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 dicembre 2019
“Il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: affidiamo allora l’insegnamento delle religioni a un non-cattolico…”. “La nostra idoneità, però, è sinonimo di affidabilità: l’IRC è scelto anche da non credenti o musulmani”. Sono alcuni stralci dell’interessante dibattito sul tema dell’educazione religiosa nella scuola pubblica organizzato dall’Associazione Evangelica CERBI di Ferrara lo scorso 29 novembre nella Biblioteca Ariostea di Ferrara. “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”, il titolo dell’iniziativa, la seconda e ultima del breve ciclo dopo quello del 21 novembre sulla famiglia. Il primo intervento è stato di Lidia Goldoni (Presidente del Comitato Insegnanti Evangelici Italiani – CIEI), che ha citato gli articoli 7 e 8 della nostra Costituzione, dove sono affrontati i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica e il tema dell’uguaglianza delle altre religioni davanti alla legge. “Quest’ultime – ha detto – sono poste in posizione di svantaggio rispetto a quella cattolica”. Ingiustizia ancor maggiore oggi, “con l’aumento di credenze e visioni, religiose e non. Lo Stato dovrebbe invece fungere da arbitro imparziale, difendendo il pluralismo, non finanziando l’ora di religione cattolica, e ponendola almeno fuori dall’orario curricolare, rendendola così davvero facoltativa. Invece – ha proseguito – si ‘appalta’ alla scuola pubblica la formazione delle nuove generazioni, compito che spetterebbe innanzitutto alla famiglia”. Tornando all’ora di religione cattolica, la relatrice ha proposto tre spunti di riflessione. Il primo: “è vero che Italia e Europa hanno radici cristiane, e che l’arte e la cultura sono intrise di cattolicesimo. Ma quest’anima cristiana e cattolica si apprende già studiando le altre materie” (storia, geografia, storia dell’arte, letteratura ecc.). Secondo: ”il cattolicesimo è una radice della nostra cultura, ma non l’unica: lo sono, ad esempio, la classicità greca e quella latina, o il giudaismo, la cultura araba, le altre confessioni cristiane”. Terzo: “perché non pensare a un non-cattolico che possa insegnare le religioni?”. Paolo Gioachin (Insegnante di Religione Cattolica) ha invece citato l’accordo del 1985 tra Stato e Chiesa che modifica il Concordato, in particolare l’articolo 9, comma 2, dov’è scritto che lo Stato “continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche”, garantendo però “il diritto di scegliere” o no questo insegnamento. In questo modo,“si rispettano pluralismo e laicità”, dando vita a quella scuola “aperta a tutti” di cui parla l’art. 34 della Costituzione. Inoltre, ancora per Gioachin, “l’IRC risponde a un servizio per gli alunni, per lo sviluppo della persona umana: la religione va conosciuta, anche oggi. Riconosco – ha poi aggiunto -, che non sempre esistono attività alternative per chi non sceglie l’ora di religione cattolica”. Tre le riflessioni finali di Gioachin: “se è vero che l’IRC sembra la ‘lunga mano’ della Chiesa nella scuola pubblica, quindi un’ingerenza, dall’altra la richiesta di ‘idoneità’ degli insegnanti è garanzia di affidabilità”. Seconda: “l’IRC è un ’gancio’ tra dentro e fuori la realtà scolastica”, e comunque “non è frequentata solo da cattolici” ma anche da non credenti o appartenenti ad altre religioni. Infine: “è possibile ragionare insieme su come ampliare/riformare l’IRC, in vista dei mutamenti demografici della società, soprattutto in termini di pluralismo religioso?”. L’ultimo intervento è spettato a Mauro Presini (insegnante elementare): “è stato un insopportabile gesto di propaganda – ha esordito -, una strumentalizzazione, il fatto che la Giunta di Ferrara abbia comprato crocifissi da mettere nelle scuole. E non è sufficiente la risposta ’si è sempre fatto così’, perché una scelta può essere sbagliata, e quindi va modificata, e perché la scuola e la società sono molto cambiate negli ultimi decenni. Credo sia molto importante – sono ancora sue parole – che nella scuola si parli di religioni, ma sapendo che esistono diverse spiritualità”.
E’ abbastanza recente, del 2013, la legge n. 119 che, per la prima volta nel nostro ordinamento, fa riferimento esplicito alla “violenza basata sul genere”, quella, cioè, sulla donna in quanto tale. Solo a ridosso del nuovo millennio, nel 1996, a livello legislativo i reati di violenza sessuale non sono più definiti “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, ma contro la persona. Non stupisca dunque se anche quest’anno, in particolare in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (in programma il 25 novembre) siano state tante, anche nella nostra provincia, le iniziative di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi dati, presentati la scorsa settimana dalla Polizia di Stato nel report nazionale “Questo non è amore”, dimostrano non solo come il problema esista e abbia una sua specificità rispetto ad altre forme di violenze, ma anche come sia un fenomeno, rimanendo nel nostro Paese, in continuo aumento. In Italia i femminicidi passano, infatti, dal 37% sul totale delle vittime di sesso femminile del 2018, al 49% nel periodo gennaio-agosto 2019. Il 67% di queste vittime è straniero. In aumento anche le donne vittime di violenza, che passano dal 68% del 2016 al 71% del 2019. A colpire è anche un altro dato che emerge dal report: nell’82% dei casi, chi fa violenza su una donna è il marito, il compagno, un familiare o conoscente. Il luogo domestico, quella sfera privata che sempre dovrebbe essere sinonimo di libertà e luogo degli affetti, spesso purtroppo si trasforma in spazio di assoggettamento, “regno protetto” dove si scatenano dinamiche ambivalenti di cura e manipolazione.
Violenza sulle donne, la parola a don Alessio Grossi del Consultorio “InConTra”: prevenzione, formazione e sostegno. A breve aprirà lo Sportello per la tutela dei soggetti vulnerabili, fra cui donne e minori vittime di abusi o violenze
“Sono sotto scorta dei Carabinieri, forse l’unica in Italia ad averla per un caso come il mio. Questo perché il mio ‘aguzzino’, seppur ritenuto socialmente pericoloso, è stato messo in libertà vigilata per ‘buona condotta’ in carcere”. Lei è Lucia Panigalli, 63 anni, sopravvissuta a un femminicidio a Vigarano Mainarda nel maggio 2010, e lui è Mauro Fabbri, per 18 mesi suo compagno, che tentò di ucciderla prima con diverse coltellate, poi con calci sul volto e sulla testa. Fu il figlio di lei a salvarla. Ma Fabbri, dal 29 luglio scorso, è in libertà vigilata, costringendo così la donna a vivere non solo con le conseguenze del trauma (tra cui recentemente, l’amnesia globale transitoria) ma anche con la paura di rincontrarlo e che lui le faccia ancora del male (nonostante la lettera “rassicurante” inviatale lo scorso ottobre). Per il tentato femminicidio, il giudice condannò Fabbri a 8 anni e mezzo di carcere, pena poi ridotta per “buona condotta” dell’uomo, il quale in carcere tentò, dopo pochi mesi, di commissionare l’omicidio della donna (in cambio di soldi e mezzi) ad un sicario bulgaro, Radev Stanyo Dobrev, che lo denunciò (ma l’uomo, 48 anni, è oggi a processo per tentato omicidio in concorso, aggravato dalla premeditazione). Secondo l’art. 115 del Codice Penale, però, Fabbri non è da ritenere ulteriormente colpevole, poiché “le intenzioni” – così è scritto – non sono perseguibili. La Panigalli ha raccontato la propria storia la mattina del 22 novembre nella Sala Consiliare del Municipio di Ferrara per un seminario organizzato in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” del 25 novembre. Dopo la seconda sentenza, ha spiegato, “per due settimane mi sono chiusa in casa a piangere per la rabbia e lo sconforto. Lo Stato – denuncia – con la sua assurda sentenza mi ‘costringe’ a farmi uccidere”. Ricordiamo che sollevò – giustamente – molte polemiche anche l’intervista “accusatoria” che le rivolse Bruno Vespa lo scorso settembre a “Porta a porta”. “Per me – ha spiegato ancora a Ferrara la donna – non esiste futuro finché la situazione rimarrà questa. Faccio tutto quel che faccio per dovere civile e per dare un senso a una vicenda che un senso non ha. La nostra relazione – ha spiegato – non era durata tanto per due adulti, c’eravamo lasciati di comune accordo, non avevamo figli né proprietà da dividerci. Sono contenta di fare testimonianza, ma per me ogni volta è dura riaprire questo pentolone di dolore e di schifezze e rimangiarlo: io ormai sono questa cosa, non riesco a non pensarci. Gli unici momenti in cui non ci penso sono quelle due ore quando vado a ballare. A volte mi vien da dire – ha detto con sconforto – che comunque mi sento la responsabilità di non aver riconosciuto il malessere di quell’uomo – perché un uomo che fa quello che ha fatto non sta bene. Dobbiamo però continuare ad amare gli uomini se lo meritano, e da madri educarli e dar loro il buon esempio. Ma a voi donne, soprattutto giovani, dico: state attente, non ritenetevi mai al sicuro”. Ma non finisce qui: “ci sono anche le frasi orribili che mi son sentita rivolgere, del tipo ‘cos’hai fatto per farlo arrabbiare così tanto?’ ”. E poi c’è un’altra calunnia, specifica, che Mauro Fabbri disse fin da subito. E che ora, denuncia la Panigalli, “sono venuta a sapere che alcuni, nei bar, pubblicamente, ripetono, come chiacchiera: che lui avrebbe tentato di uccidermi perché non gli avrei restituito dei soldi che mi aveva prestato. Ma non è assolutamente vero, non ho ricevuto in prestito da lui nemmeno una lira. Ci mancherebbe, sono una donna ‘orgogliosa’, faccio fin fatica a farmi offrire un caffè da un uomo. E, in ogni caso, questo avrebbe giustificato un femminicidio?”. Infine, spiega, “andrebbero modificate le norme su come viene concessa in tanti casi la libertà anticipata, i termini della ‘buona condotta’, ci vorrebbe maggior comunicazione tra uffici giudiziari e tribunale di sorveglianza, e bisognerebbe comunicare alle vittime se il loro ‘aguzzino’ è uscito in anticipo ed è in libertà vigilata: io l’ho saputo solo per vie traverse”.
Il tema della famiglia, con tutto quello che comporta in termini di educazione e genitorialità, è sempre più fonte di contrasti e diversità di vedute che spesso nocciono a tutti. Anche per questo l’Associazione Evangelica Cerbi di Ferrara ha scelto di dedicare il primo di due incontri del mese di novembre a questo ambito. L’iniziativa si è svolta lo scorso 21 novembre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Al tavolo dei relatori, Giacomo Ciccone (Presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana), Chiara Mantovani (Scienza&Vita Ferrara) e Paola Bastianoni (psicologa e docente dell’Università degli Studi di Ferrara, da tanti anni impegnata nella tutela, diritti e protezione dei minori). Quel che ne è venuto fuori è un dibattito schietto e ricco di argomentazioni, com’è, d’altra parte, nello stile dei relatori. Anzi, delle relatrici, in quanto sono state in particolare Mantovani e Bastianoni a confrontarsi – e a “scontrarsi” – in modo anche diretto su alcuni aspetti particolarmente controversi e delicati, come quello riguardante il rapporto tra genitorialità e generatività. Nulla comunque che non rientri nella normale dialettica, e che anzi va senz’altro a favore del chiarimento delle rispettive posizioni e del tentativo di incontro e di riconoscimento dell’altro. Dopo la presentazione da parte di Alfonso Sciasci (Associazione Evangelica CERBI di Ferrara), organizzatore delle due iniziative, ha preso la parola Ciccone, proponendo un breve excursus storico della sovranità nella modernità occidentale, e dimostrando, a suo dire, come questa si contraddistingua per una “tendenza assolutista, totalizzante o comunque verticistica, del potere”, e quindi del rapporto tra Stato e corpi intermedi. A questa visione dominante, Ciccone ha contrapposto la teoria del teologo tedesco riformato, morto nel 1638, Johannes Althusius, secondo cui la politica è sostanzialmente “relazione”, è “l’arte del consociare unità già esistenti”, una sorta di “eco-logia” che riguarda dunque non solo il potere sovrano ma anche, e soprattutto, i corpi intermedi, tra cui appunto la famiglia. Da qui – ha spiegato Ciccone – nasce la teoria della “sovranità delle sfere” o della “responsabilità differenziata”, che si distingue anche dal concetto di sussidiarietà di matrice cattolica, la quale conterrebbe “una certa dose”, negativa, “di gerarchizzazione”. La stessa idea di famiglia, nei modelli di pensiero dominanti – religiosi o laici – è anch’essa proposta come “assolutista, mentre noi, pur partendo da un’idea religiosa, siamo convinti si debba arrivare a una concezione ‘laica’ ”. La famiglia, infatti, ha spiegato il relatore, è “il nucleo fondamentale della società, un’entità pre-giuridica e pre-politica, per cui possiede diritti che non debbono essere assegnati da un sovrano superiore, ma semplicemente riconosciuti”. L’articolo 29 della Costituzione italiana (che inizia così: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) si muove appunto in quest’ottica. Dall’articolo 29 della nostra Carta Costituzionale ha preso le mosse anche Mantovani: “lo sguardo della fede, diverso da quello sociologico – ha esordito -, chiede di vedere cos’è il bene, il bene per tutti, quindi il bene comune”. Per questo ha citato due affermazioni contenute nei lavori preparatori alla Costituzione di altrettanti padri costituenti cattolici, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro. Nello specifico, il primo parlava di “diritti primordiali della famiglia”, il secondo la definiva “limite dello Stato”. “Per questo – ha proseguito Mantovani – nelle leggi dev’esserci, anche riguardo alla famiglia e all’educazione, sempre spazio per la coscienza, per la libertà e la responsabilità individuali. La natura sociale tipica dell’uomo chiede, anche oggi, un luogo dove abitare: la famiglia non è perfetta ma rimane comunque il luogo dove possono essere possibili una vita e un’educazione buone”. Ma la libertà individuale – ha incalzato la relatrice – nell’odierna società “spesso vive un rapporto problematico con il pluralismo di idee e la frammentazione culturale”, per cui, ad esempio, “la fede viene da molti considerata come qualcosa di non-razionale, come deficitaria rispetto ad una applicazione corretta della ragione”, e quindi, a suo dire, in un certo senso “discriminata”. “Mi chiedo quindi – ha concluso -: la società di oggi vuole espellere il cristianesimo dal consesso dei sistemi di valori?”. “Il panorama è complesso, non servono semplicismi ma c’è bisogno comunque di orientarsi”, ha spiegato invece Bastianoni. “La complessità non va vista solo come una nemica, e quella riguardante i modelli famigliari è frutto soprattutto delle trasformazioni avvenute dagli anni ‘60-‘70 del secolo scorso. Trasformazioni che – ha proseguito -, hanno portato a forme di convivenza e di generatività che prima non erano possibili. Basti pensare ad esempio alla possibilità (date dall’adozione e dall’inseminazione artificiale) per coppie sterili di poter accedere a un piano generativo e quindi alla genitorialità”. Per questo, oggi “generatività e genitorialità non sono tra loro più sovrapponibili, ma sono distinte, non coincidono necessariamente”. Inoltre, ha spiegato la relatrice, “non sempre vi è la convivenza tra i membri della famiglia, e fede e appartenenza culturale non sempre sono unici nella famiglia”. Da qui, il fatto che “non esiste più un solo modello famigliare, quello ‘nucleare’, in cui tutti questi aspetti coincidevano tra loro, ma appunto una pluralità”. Si pensi ad esempio, ha proseguito, “alla presenza di una badante nell’assistenza di una persona anziana, a una donna, quindi, che non vive coi propri figli e col proprio marito, ma con un’altra famiglia”, o al caso della vedovanza, per cui succede che una donna svolga, per semplificare, “sia le funzioni di cura sia quelle normative/regolative”. Oppure, come succedeva nel periodo delle guerre mondiali, il fatto che “l’uomo di famiglia fosse al fronte e quindi toccava alla donna la totale educazione dei figli. Nessuno – sono ancora parole della Bastianoni – si sente di dire che quest’ultimo caso abbia portato a privazioni psicologiche negli stessi figli”. Un altro caso, perlopiù del presente, ma simile a quest’ultimo, è quello ad esempio di “una donna che vive sola perché non ha mai voluto sposarsi, ma ha generato dei figli: lei può avere le stesse competenze genitoriali della donna rimasta sola nel periodo di guerra. La buona genitorialità – ha proseguito – non coincide necessariamente con la generatività. La prima è la capacità di accudire e quella di regolare, di dare cioè dei limiti: questa la si apprende prima e a prescindere dall’essere generativi – è presente addirittura nei neonati -, e a prescindere dalla fede, dall’orientamento sessuale e dal ceto sociale”. La complessità, insomma, secondo Bastianoni, “spesso ci crea fatica ma è sbagliato stigmatizzare i diversi modelli famigliari, trattandoli come non idonei”, soprattutto per le “ripercussioni negative” che questo stigma “può portare alle persone, soprattutto ai figli, che vivono in queste famiglie: il riconoscimento sociale è per loro fondamentale”. L’appuntamento è a venerdì 29 novembre, stesso luogo e stessa ora, per il secondo e ultimo incontro del breve ciclo, sul tema “Credere e non credere: libertà e pluralismo nella scuola”. A confrontarsi tra loro saranno Nazareno Ulfo (insegnante ed editore), Paolo Gioachin (insegnante di religione cattolica) e Mauro Presini (insegnante e giornalista).
Una donna “qualsiasi, cortese, misurata” ma capace di una determinazione e di un coraggio fuori dalla norma, dettati dall’amore per il fratello e dal dolore per la sua perdita, nonché dalla rabbia che a causarla sia stato un abuso di potere da parte di forze dello Stato, le quali, in alcuni suoi componenti, hanno tentato in ogni modo di insabbiare tutto, aggiungendo a una sorella e a due anziani genitori, un surplus di dolore gratuito. Appena due settimane fa, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale due carabinieri – Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, il giovane romano trovato morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni dopo essere stato arrestato. Francesco Tedesco, che ammise di aver assistito al pestaggio, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per quella di falso, in quanto accusato di aver manipolato il verbale di arresto. Insieme a lui, per la stessa ragione, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere il maresciallo Roberto Mandolini – che nel 2009 era capo della stazione Appia -, interdetto anche a cinque anni dai pubblici uffici, come Di Bernardo e D’Alessandro, interdetti in perpetuo. Lo scorso 23 novembre il piano superiore della libreria Libraccio di piazza Trento e Trieste a Ferrara era stracolma per la presentazione del libro “Il coraggio e l’amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità” (Rizzoli) di Fabio Anselmo (avvocato della famiglia Cucchi, e, in passato, anche di quella di Federico Aldrovandi e Denis Bergamini) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, quella donna “cortese e misurata” che ha permesso – a caro prezzo – che fosse fatta giustizia per il fratello. “Ho paura, sono molto provata, e lo sono ancora di più i miei genitori”, ha dichiarato a Ferrara: “sono stati dieci anni disumani, devastanti, intollerabili. Non si può chiedere a una famiglia come la nostra di assumersi il ruolo che dovrebbe spettare allo Stato. Mio fratello – ha proseguito – è morto soprattutto di indifferenza e di ‘giustizia’: è stato lasciato morire, ultimo tra gli ultimi. La giustizia l’abbiamo ottenuta per Stefano e per noi ma anche per l’intera collettività e anche per tutti i Carabinieri per bene. Il messaggio quindi che, nonostante tutto, voglio lanciare, è di speranza”. Ancora più amaro l’intervento di Fabio Anselmo: “tanta è stata la rabbia e il senso di impotenza che abbiamo provato”, e “tante le offese ricevute e le menzogne diffuse contro di noi. Quello che è successo alla famiglia Cucchi assomiglia a una specie di ‘messaggio’ mafioso: se ti va male, e non riesci a ottenere giustizia, peggio per te; se ti va bene, ti roviniamo, te la facciamo pagare. E infatti ce la stanno facendo pagare, non veniamo ancora lasciati in pace. E’ come se dicessero a tutti: ‘statevene a casa, lasciate perdere, è meglio per voi’ ”.
La serata era iniziata con l’annuncio, da parte del moderatore Marco Zavagli, dell’ennesima minaccia di morte, poche ore prima, rivolta su Facebook a Ilaria Cucchi. “Attorno al suo corpo sfigurato e denigrato, il potere e la fragilità dello stato di diritto hanno compiuto la loro danza macabra”, sono state invece le parole di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale a UniFe. Se, citando anche Weber, base dello Stato moderno è che “l’autorità ha il monopolio della violenza in cambio dell’assicurazione ad ogni suo cittadino dell’incolumità fisica, questo principio fondamentale con l’omicidio Cucchi è venuto meno: la caserma dei Carabinieri, la cella, l’ospedale, il tribunale sono diventati luoghi di sospensione del diritto”, tipico del peggior incubo a tinte kafkiane. “La potenza dello Stato si è trasformata in una prepotenza che si è scagliata contro l’impotenza del cittadino Cucchi”. Infine, ha preso la parola un altro docente di UniFe, il giurista Francesco Morelli: “vittima è Stefano ma lo sono anche la legalità e il diritto nel nostro Paese”. Inoltre, ha spiegato, “la presunzione di innocenza vale per ognuno e quindi vale anche per lui: non è mai stato condannato per spaccio (naturalmente non si è riuscito, avendolo amazzat prima, a portare a termine il processo a suo carico, ndr), quindi si ’presume’ sia innocente anche sotto questo aspetto. Basta, dunque, chiamarlo ‘spacciatore’ ”.
Italia, 2019. Il 26 settembre appare questa scritta su un muro di Roma: “entriamo senza bussare come nelle soffitte di Amsterdam…perché dobbiamo trovare quella bugiarda di Anna Frank”. A metà ottobre, in Toscana, una madre scopre per caso che il figlio minorenne fa parte di una chat su Whatsapp piena di immagini, testi e video orribili, riguardanti malati di cancro, stupri e violenze di ogni tipo: è l’indicibile, e in questo indicibile vi sono anche frasi antisemite (ad esempio: “gli accendini e gli ebrei dove sono?”, “gli ebrei sono combustibile”). La chat è stata chiamata “The Shoah Party”. Lo scorso 6 novembre il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza di Milano decide di assegnare la scorta a Liliana Segre, internata nel 1944, a 14 anni, in quanto di fede ebraica e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. La motivazione risiede nelle continue minacce ricevute via web dalla senatrice a vita, che, secondo un’analisi dell’osservatorio Antisemitismo del Cdec – Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea – riceverebbe oltre duecento messaggio d’odio al giorno. Sono solo alcuni episodi recenti di odio verso gli ebrei avvenuti nel nostro Paese, fra i tanti, – pensiamo anche a “ebreo, via via!” contro Gad Lerner al raduno di Pontida -, più o meno pubblici, verbali e non, che accadono e spesso non emergono.
Il paradosso di un papa che fa dell’apertura, dell’incontro con l’altro, della prossimità al diverso e della sinodalità le cifre del proprio pontificato, riuscendo effettivamente spesso a mostrare il volto del Dio-Misericordia, ma che si trova sempre più con forti opposizioni interne ed esterne alla Chiesa. Questa dolorosa antinomia è ottimamente analizzata nell’ultima fatica del giornalista Marco Politi, “La solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Laterza, 2019), da lui stesso presentata lo scorso 16 novembre nella libreria “Libraccio” di piazza Trento e Trieste a Ferrara (foto in basso). L’appuntamento è il primo del ciclo di incontri “Conversazioni. Il tempo dell’ascolto” organizzato da Confcooperative Ferrara, il cui Direttore ha introdotto la presentazione moderata da Andrea Mainardi e alla quale erano presenti anche il Vescovo mons. Perego e il Vicario mons. Manservigi. Un libro, quello di Politi, che affronta tutti i temi caldi del pontificato bergogliano, attraverso un approccio critico ma fraterno al Santo Padre. Non a caso, un ampio capitolo è dedicato alle terribili vicende riguardanti i casi di scandali e abusi sessuali (su minori, suore e seminaristi) dentro la Chiesa da parte di sacerdoti e vescovi. Tra tolleranza zero, opposizioni in Vaticano o nelle Diocesi coinvolte, ritardi, contraddizioni e tentativi di insabbiamenti, per Politi questo tema è “l’11 settembre del pontificato” di Francesco. “Il papa – scrive – sperimenta la violenza della guerra civile interna alla Chiesa”.
La tristezza nel non poter ancora aprire al pubblico la “casa” di via Mazzini, 95, ma, dall’altra parte, la gioia di inaugurare una mostra in quella che è ormai, e sempre più, la seconda casa per la comunità ebraica ferrarese, il MEIS. Lo scorso 12 novembre nel Museo di via Piangipane a Ferrara è stata inaugurata la mostra dal titolo “Ferrara ebraica”, aperta in occasione del Premio letterario “Adelina della Pergola” istituito dall’ADEI WIZO (Associazione Donne Ebree d’Italia) e della Conferenza annuale dell’AEJM (l’associazione che riunisce i musei ebraici di tutta Europa), svoltasi proprio nella nostra città dal 17 al 19 novembre. Per l’occasione, è intervenuto anche il Sindaco Alan Fabbri, ed erano presenti, fra gli ospiti, il presidente della Comunità ebraica di Ferrara Fortunato Arbib, il Rabbino di Ferrara Rav Luciano Meir Caro, il Rabbino capo di Bologna Rav Alberto Sermoneta e il Vicario mons. Massimo Manservigi in rappresentanza della nostra Arcidiocesi. L’esposizione, visitabile fino al 1° marzo 2020, e che segue “Il Rinascimento parla ebraico” (esposta fino al 15 settembre), vede il contributo fondamentale della curatrice del MEIS Sharon Reichel, dell’architetto Giulia Gallerani e del regista Ruggero Gabbai che ha firmato le interviste (a Marcella Ravenna, Rav Luciano caro, Baruch Lampronti, Marcello Sacerdoti, Josè Bonfiglioli, Andrea Pesaro e Alessandro Zarfati Nahmad) e il documentario installati nel percorso espositivo. La mostra è un omaggio a un pezzo fondamentale della storia della nostra città, a una parte dell’identità di tutti noi che ancora vive e vuole vivere. Le prime notizie di insediamenti ebraici in città si hanno, infatti, a partire dal XII secolo, ma pare che i primi ebrei fossero arrivati attorno all’anno 1000. La maggiore fioritura della comunità risale al Quattrocento, quando le zone di residenza degli ebrei si spostano da via Centoversuri a via dei Sabbioni, oggi via Mazzini, e via San Romano. Nel 1485 il romano Ser Mele acquista l’attuale edificio comunitario di via Mazzini, uno dei più antichi d’Europa ancora in uso. Il suo lascito testamentario alla comunità prevede il divieto di alienazione e la condizione che l’edificio ospiti per sempre un luogo comune riservato al rito. Sorgono infatti in via Mazzini tre sinagoghe, quella italiana, oggi trasformata in sala sociale, quella tedesca e quella fanese. “Noi siamo molto contenti che vengano ad abitare qua con le loro famiglie…perché sempre saranno benvisti e trattati in tutte le cose che potremo e ogni die più se ne conteranno di essere venuti a Casa nostra”: fu questo l’invito che Ercole I d’Este rivolgeva nel 1492 agli ebrei esuli dalla Spagna. Come non ricordare, poi, il medico e filosofo Isacco Lampronti (1679-1756), ma anche, dall’altra parte, l’isolamento nel ghetto costruito nel 1627 quando Ferrara era sotto lo Stato Pontificio. E poi l’impegno risorgimentale e per l’Unità d’Italia, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, le persecuzioni e le deportazioni, e infine la Liberazione. Il percorso espositivo accoglie i visitatori con un plastico dell’ex ghetto ebraico ferrarese. Troviamo quindi il Talled (scialle di preghiera) appartenuto al rabbino Leone Leoni, schiaffeggiato dai fascisti il 21 settembre 1941 durante la devastazione da parte delle camicie nere del Tempio farnese e di quello tedesco. E poi, ancora, libri di preghiere, oggetti rituali, l’armado ligneo per conservare la Torah (Aron Ha-Qodesh), candelabri, un corno di montone per il richiamo alla preghiera (shofar del XX secolo), la corona (Atarah), i puntali (rimmonim) per il rotolo sacro, il manto (meil), alcune medaglie, i mantelli che riprendono, in alcune parti, il rosso ferrarese, oltre a testi di Silvano Magrini, storico, autore della storia ebraica ferrarese, nonno di Andrea Pesaro. Un altro pezzo pregiatissimo è l’enciclopedia talmudica, il cosiddetto “Timore di Isacco”, di Isacco Lampronti. Una sezione è poi dedicata all’Eccidio del Castello (di cui è ricorso il 76esimo anniversario lo scorso 15 novembre) con disegni e tempere di Mario Capuzzo, donati il Giorno della Memoria del 2009 da Sonia Longhi alla Comunità Ebraica per il futuro MEIS. Come ricordò lei stessa nell’occasione, la mattina del 15 novembre 1943 – all’età di 8 anni – mentre andava a scuola si trovò davanti il cadavere di un uomo davanti al muretto del Castello. La notte prima i fascisti erano andati a prelevare il padre, l’avvocato Giuseppe Longhi, che solo per l’intervento di un ministro fascista ebbe salva la vita, ma visse per lunghi mesi con la paura di essere deportato. Anche il pittore Mario Capuzzo la mattina del 15 novembre 1943 passò davanti al muretto e schizzò su un foglio, di straforo, camminando, la scena del massacro. Schizzi che divennero apunto i quattro disegni poi donati da Capuzzo a Longhi. Infine, due buone notizie: all’ingresso del MEIS uno schermo proietta il trailer de “Il giardino dei Finzi-Contini” di Tamar Tal-Anati e Noa Karavan-Cohen, film documentario che uscirà a breve. Seconda notizia, lo scorso 28 ottobre il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha annunciato: “il lavoro per recuperare i 25 milioni di euro necessari per il completamento del progetto edilizio del Meis è a buon punto. Spero di poter dare l’annuncio in un tempo ragionevolmente breve”. I soldi in questione erano stati bloccati dal primo Governo Conte.
La criminalità organizzata nigeriana presente anche sul nostro territorio può essere definita “mafia”? Da questo interrogativo ci si è mossi la mattina del 16 novembre scorso nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara per l’incontro intitolato “Mafia nigeriana? Analisi del fenomeno, cronaca giornalistica e approfondimenti”, organizzato da Comune di Ferrara, Centro di Mediazione e Ufficio Stampa del Comune, Associazione Libera, Avviso Pubblico, Ordine dei Giornalisti e Fondazione Giornalisti Emilia-Romagna, parte del programma della Festa della Legalità e della Responsabilità. Dopo la consegna della targa a Laura Breda come “cittadina responsabile”, i saluti del Vicario del Prefetto Pinuccia Niglio e del vice Sindaco e Assessore alla Sicurezza Nicola Lodi – non presente in Sala durante gli interventi successivi (e nessun altro componente della Giunta ha presenziato all’iniziativa), è iniziato l’ampio e acceso dibattito (moderato da Alessandro Zangara), al quale avrebbe dovuto partecipare anche Isoke Aikpitanyi – prima ad aver denunciato pubblicamente la Tratta di donne dalla Nigeria (di cui lei stessa è stata vittima), che aiuta altre donne che vivono questa situazione -, assente per problemi di salute. “La mafia si distingue da un’organizzazione criminale di altro tipo in quanto governa i processi di produzione e commercio di merci illegali” (che siano droga, esseri umani o altro), ha esordito Federico Varese, criminologo e docente. “Certo – ha aggiunto – in un’organizzazione criminale ci possono essere grumi di mafiosità senza poter essere questa definita mafiosa”. “Inoltre, se è vero – ha proseguito – che le migrazioni vanno governate, esse non sono però di per sè il germe che fa proliferare le mafie”. Secondo il sociologo Leonardo Palmisano e lo scrittore e giornalista Sergio Nazzaro è “l’aumento della domanda da parte dei consumatori di droga e prostitute a portare allo sviluppo delle criminalità organizzate”. Riguardo alla cosiddetta “mafia nigeriana”, per Palmisano si tratta di “un sistema criminale molto forte e radicato nel Paese d’origine, diventando negli anni una vera e propria potenza globale” e che può contare – a differenza delle mafie italiane, sempre più vecchie – di “molta manovalanza giovane, spesso purtroppo addirittura di minorenni”. Nazzaro ha posto poi l’accento sul fatto (di cui si parla poco) che è interesse di molti – delle mafie italiane, oltreché di alcuni politici – di parlare solo della criminalità più visibile (tipo lo spaccio al dettaglio), in mano perlopiù ai nigeriani: questo “per aizzare l’odio contro il nero e perché le mafie si occupano, ormai in tutta Italia, di grandi affari, preoccupandosi di infiltrarsi nel potere politico e in quello economico-finanziario, e concedendo appunto ai nigeriani la criminalità di strada”, quella più esposta e più “sporca”. “Alcuni politici – ha denunciato Nazzaro – speculano continuamente sulla criminalità nigeriana ma non si interessano di quella italiana, perché, banalmente, quest’ultima non porterebbe consenso”. Diverso il punto di vista di Mirabile, il quale si è concentrato più su come in realtà “da 25 anni, non da ieri, esiste in Italia la mafia o criminalità organizzata nigeriana”, che nel mondo (dati Interpol) ha qualcosa come “circa 100mila affiliati. Seppur la stragrande maggioranza di nigeriani in Italia siano persone oneste”, secondo Mirabile è importante porre l’accento sulle “rimesse di denaro, soprattutto tramite Money Transfer”, che “parte di loro spediscono in Nigeria finanziando anche il terrorismo” (tesi, questa, poi smentita da Palmisano). “Attenzione – sono ancora sue parole – anche a una minoranza di associazioni nigeriane solo apparentemente pacifiche e trasparenti”. La mattinata si è conclusa con l’intervento di due cronisti locali, Daniele Predieri della “Nuova Ferrara” e Federico Malavasi de “Il resto del Carlino”. Secondo Predieri, la “mafia” nigeriana “da alcuni politici nella nostra città è stata banalizzata e strumentalizzata, quando invece forze dell’ordine e inchieste giudiziarie non usano mai il termine ‘mafia’ riguardo appunto a questa organizzazione criminale” che, non v’è dubbio, “è molto pericolosa, verticistica, ma non ha una cupola, altrimenti probabilmente i vari casi di risse tra bande in zona GAD non sarebbero mai accaduti”. Parere sostanzialmente condiviso da Malavasi che si è chiesto, poi, se comunque si può parlare di fenomeno “mafiogeno” riguardo a questo tipo di criminalità.