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Sr. Elena Ester, che ha scelto di “stare nel grembo di Dio”

3 Giu

La mattina del 1° giugno nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara si è svolta la celebrazione per la professione temporanea di una giovane novizia

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna tappa indimenticabile del cammino vocazionale di una novizia. La mattina del 1° giugno scorso sr. Elena Ester ha professato i “voti semplici” nel Monastero delle clarisse del Corpus Domini di via Campofranco. Particolarmente emozionante il momento della consegna del velo, della Regola e del crocifisso alla giovane suora. Nell’omelia, Fra Enzo Maggioni – ministro provinciale dei frati minori francescani del Nord Italia, che ha presieduto la liturgia – ha preso le mosse da una domanda apparentemente scontata: “tutti nasciamo in un grembo caldo e accogliente, quello materno, e al tempo stesso siamo nel grembo della storia, di un tempo nel quale ci è dato vivere”. Siamo anche in un grembo più grande, “in Dio, che ci ha creati per puro dono, per pura grazia, la matrice originaria di ognuno è un dono assoluto, immeritato”. Per questo possiamo fare “esperienza di essere dentro una vita bella, che non viene dal nulla, ma da un dono e va verso un dono”. La vita è dunque questa “gestazione, questo processo che ci porta a essere davvero noi stessi, sempre alla luce di Gesù Cristo”. Solo da qui può scaturire quella “speranza vera, che nessuno può toglierci, anche se, certo, il cammino è faticoso”. Per questo è importante non dimenticarsi di porci davanti al Signore pregando così: “Signore, i tuoi desideri sono i miei”, cercando cioè di essere “in comunione con Lui”. “Le nostre sorelle, anche quelle di questo Monastero – ha concluso -, hanno il compito di rendere evidente ciò che è importante per ognuno, cioè di renderci attenti alla dimensione della fede, senza abbandonarci al materialismo oggi così diffuso”. Prima della conclusione della Messa, sr. Elena Ester ha salutato e ringraziato tutti i presenti. A seguire, vi è stato un piccolo rinfresco nel giardino del Monastero.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

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Sperimentare insieme linguaggi nuovi per testimoniare Cristo

3 Giu

Il 1° giugno alla Città del Ragazzo si è svolta la terza e ultima tappa della Giornata del Laicato dell’anno pastorale: dal prossimo autunno, torna il Laboratorio della Fede e prende avvio la “Bottega della Parola”, fucina di progetti da realizzare a livello diocesano. L’intervento del nostro Arcivescovo sul tema della missione

pubblico

Conoscersi, prendere consapevolezza, discernere insieme e fare proposte per l’intera Chiesa locale. Questi i momenti che hanno scandito nel corso dell’anno il lungo e complesso lavoro di ricerca e progettazione comunitaria delle laiche e dei laici nella nostra Arcidiocesi. Un cammino fatto di diversi incontri, e di tre tappe fondamenali, le giornate del Laicato svoltesi il 29 settembre il 9 febbraio e il 1° giugno scorsi. Giorgio Maghini, uno degli organizzatori della Giornata del Laicato (GdL) ha posto fortemente l’accento sulla “sperimentazione” di linguaggi e forme nuove dell’evangelizzazione, “per cercare di dare alle verità eterne un linguaggio comprensibile alle realtà di oggi”. I frutti del lavoro di un anno riguardano innanzitutto “un metodo”, utile affinché “l’attitudine all’ascolto reciproco potesse avvenire in maniera ordinata”. Il secondo frutto – ha proseguito Maghini – è rappresentato dalle 180 proposte emerse dalle schede raccolte nella GdL del 9 febbraio scorso, mentre gli altri due, non meno importanti, “da una maggiore conoscenza di quanta vita c’è nella nostra Diocesi, e dalla consapevolezza dello spirito di servizio della GdL nei confronti delle realtà della nostra Diocesi”. Tutto ciò all’interno di una cornice magisteriale che riconosce al laicato il suo ruolo dentro la Chiesa e, di conseguenza, il suo “diritto-dovere” di partecipare e non più delegare: da alcuni documenti del Concilio Vaticano II a “Evangelii Gaudium” (si pensi ad esempio al n. 41), oltre alle due lettere pastorali di mons. Perego, in attesa della terza per il prossimo anno, nella quale centrale sarà il tema della vocazione dei laici. E, sempre pensando al prossimo anno, in autunno prenderà avvio in Diocesi la nuova Scuola di teologia pastorale, che si è scelto di intitolare a Laura Vincenzi, e della quale parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

Cos’è emerso dalle schede dei laici

Un primo tema frequente in diverse schede riguarda l’ambito della comunicazione della fede: a tal proposito, una proposta ricorrente è stata quella di promuovere gruppi sulla Parola di Dio. In generale, ha spiegato ancora Maghini, “siamo chiamati a uno sforzo comunicativo maggiore e più incisivo, a pensare anche a strumenti diversi o a migliorare quelli già esistenti”. Inoltre, è importante che “la nostra comunicazione dialoghi maggiormente con il resto della comunicazione del territorio della Diocesi, evitando un’ottica di contrapposizione”. Due sono le proposte di lavoro presentate, base della progettazione pastorale del 2019/2020: la prima rigurarda la ripresa dell’esperienza del Laboratorio della fede, già svoltosi lo scorso anno, un progetto di formazione e discussione comunitaria richiesto a gran voce da molti laici. Necessarie sono alcune modifiche: innanzitutto decntrarlo maggiormente (in modo che non sia solo cittadino), attuarlo in collaborazione con realtà diocesane già esistenti, e che concretamente sia luogo di lavoro corresponsabile tra laici e consacrati. L’altra proposta è quella della “Bottega della Parola”, una fucina di progetti concreti – per ora solo ipotizzati – per (ri)tradurre in linguaggi sempre nuovi la Parola di Dio. Una ventina i progetti scelti fra i tanti proposti nelle schede: percorsi condivisi tra parrocchie e insegnanti di religione, la partecipazione a eventi di “volontariato” non diocesani, laboratori di teatro per raccontare la fede e la tradizione della Chiesa, momenti di festa aperti a tutti, non solo ai membri della comunità ecclesiale, percorsi tra le riccheezze artistiche del nostro territorio, un concorso di arte sacra per giovani artisti; e ancora, incontri interculturali e interreligiosi, una commissione mista per pensare a nuove forme liturgiche, scuole di formazione politica e sociale, o nell’ambito della comunicazione. Chiunque lo desideri, può rendersi disponibile a collaborare al Laboratorio della fede o alla “Bottega della Parola” inviando una mail a gdlcollaboro@gmail.com.

Uno stile cristiano fondato sulla missionarietà: l’intervento di mons. Perego

Fare sintesi dell’anno pastorale che sta per concludersi, anche grazie alle riflessioni emerse dalla GdL, e al tempo stesso gettare le basi per il prossimo. Su questo si è concentrato mons. Perego nel suo intervento alla Giornata del Laicato del 1° giugno, anche in vista della Tre giorni del clero in programma nei giorni successivi, e di cui parleremo nel prossimo numero. Gli stili di vita cristiani saranno al centro del prossimo anno pastorale, tema centrato in modo forte sul concetto di missionarietà: “la Chiesa della comunione e della corresponsabilità – ha spiegato il Vescovo – non interpreta questi stili di vita solamente all’interno di essa, ma anche e soprattutto all’esterno, per generare qualcosa di nuovo nella società”. Non a caso, il prossimo anno pastorale prenderà avvio in ottobre, scelto come Mese missionario straordinario dal Santo Padre in occasione dei 100 anni dalla Lettera Apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV, dedicata proprio all’“attività svolta dai missionari nel mondo”. Una questione, quella della missionarietà, più che mai necessaria in un periodo storico come il nostro, dove, in particolare in Occidente e si pensi anche, nello specifico, alla nostra Chiesa locale, “scarseggiano sempre più missionari, fidei donum, seminaristi” e in generale sacerdoti. Senza però dimenticare, dall’altra parte, i tanti laici che scelgono di vivere periodi di volontariato in varie parti del mondo, o i tanti sacerdoti che sempre più, soprattutto dall’Africa, si trasferiscono nelle Diocesi italiane. Contro la tentazione di alcuni cristiani di chiudersi, il Papa propone dunque un rinnovato spirito missionario, tanto nelle nostre città quanto in altri Paesi, con il Mese straordinario e con l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, in programma dal 6 al 27 ottobre prossimi. “Il tema della missionarietà – ha proseguito il Vescovo – caratterizzerà inoltre il prossimo quinquennio della Chiesa italiana”. Ma una nuova presenza missionaria esige “una nuova forma della missione e della vita della Chiesa, forma che prende spunto dalle esperienze che troviamo negli Atti degli Apostoli. La missione – sono ancora parole di mons. Perego – nasce quindi dal superamento della tentazione della sterilità pastorale, dell’autoreferenzialità, della nostalgia del passato fine a se stessa. Spesso fatichiamo a ripensare noi stessi, il nostro essere Chiesa, a ripensarci insieme, proprio in ordine alla missione, a immaginare una forma diversa della Chiesa. Questa nuova forma ecclesiale, perciò, non richiede solo un cambio delle strutture fisiche, ma anche e soprattutto delle strutture mentali di ognuno: la GdL serve proprio ad aiutare questa trasformazione”. Dalla GdL, sempre nel solco dell’“Evangelii Gaudium”, per mons. Perego è emersa dunque “l’importanza della soggettività del popolo di Dio e l’evangelizzazione come scelta pastorale fondamentale”, scelta che, per essere autentica, “deve mutare il volto delle nostre parrocchie e delle nostre comunità”, che non devono essere introverse ma estroverse, rivolte al “bene dell’intera comunità”, non solo di quella ecclesiale, “ritornando sempre alla novità di Gesù Cristo, accompagnando le persone, ogni persona, nel rispetto della dignità e in uno spirito di solidarietà”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 giugno 2019

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L’immaginario mariano lungo le strade di Ferrara

20 Mag

Nel volume “Per le vie di Ferrara”, Daniela Fratti analizza 84 edicole mariane, riflettendo in profondità anche sui significati e sui risvolti sociali e nei rapporti di genere legati a questa forma devozionale

Microsoft Word - scheda 10Chi, passeggiando in una delle vie del centro storico di Ferrara, non ha mai notato, seppur distrattamente, un’immagine mariana su un muro, vegliare dall’alto? A questa silenziosa ma affascinante presenza anche nella nostra città è dedicato il volume, in uscita i primi di giugno, dal titolo “Per le vie di Ferrara. Edicole devozionali mariane e simboli religiosi” di Daniela Fratti (Faust Edizioni, collana ‘Centomeraviglie’), che ha il patrocinio dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, dell’Associazione De Humanitate Sanctae Annae e del Soroptimist International (Club di Ferrara). Il saggio verrà presentato martedì 11 giugno alle ore 17 nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, alla presenza dell’autrice, di Diane Yvonne Ghirardo (University of Southern California) e di Giovanni Lamborghini (Archivista della nostra Arcidiocesi). Trent’anni fa vennero censite 137 immagini mariane in tutto il territorio cittadino, entro e fuori le mura, mentre per questo volume l’autrice ha scelto di rimanere all’interno, individuandone 84 (nella foto in alto: via Porta San Pietro, 59, Madonna con bambino; a dx: via Saraceno, 7-9, Madonna con Bambino). Di particolare interesse sono i risvolti sociali e di rapporti di genere rappresentati dalla scelta nei secoli – dal Seicento perlopiù, ma anche successivamente -, di dislocare queste immagini in diversi punti della città. “Le immagini sacre della Madonna a Ferrara […] – scrive la Ghirardo nella prefazione- rimangono punti di riferimento, simboli della sacralizzazione delle vie, degli incroci e degli edifici di una città della Val Padana”. L’autrice individua in queste edicole dedicate alla B. V. Maria, “spazi particolari del femminile e cioè luoghi che offrivano accoglienza a un genere tenuto ai margini della società”. Le donne, dunque, “potevano nei quartieri, in presenza di edicole sacre, assentarsi da casa per periodi brevi, proprio per rendere omaggio alla Madonna”, sfuggendo a quella sottomissione e segregazione subita per secoli. Una marginalizzazione riguardante ad esempio la “separazione delle donne nella navata destra delle chiese grazie a un telo disteso, dall’altare all’entrata, per renderle invisibili agli sguardi maschili”, o nelle processioni dove alle donne era imposto di procedere “separate dagli uomini”. L’autrice analizza inoltre “i confini che le donne in gravidanza erano tenute a rispettare fino a parto avvenuto, per poi indicare gli altri luoghi della geografia femminile nella Ferrara moderna”. Inoltre – prosegue la Ghirardo – “le donne rimaste vedove potevano ritirarsi in convento oppure, già nel Quattrocento, nelle case delle vedove ancora visibili in via Mortara. Infine, le donne meno fortunate e costrette a darsi alla prostituzione si raccoglievano, fin dai primi anni del Cinquecento, in una zona compresa tra Via delle Volte e Palazzo del Paradiso. Quando invece l’anzianità non permetteva più di svolgere alcuna attività – sono ancora sue parole – c’era la possibilità di entrare nel monastero delle Convertite vicino a Piazza Ariostea, consegnando tutti i propri beni e ricevendo in cambio un luogo dove dormire e mangiare. Alle donne non era nemmeno permesso di andare a fare gli acquisti; questo compito toccava ai mariti, ai cortigiani, o ai garzoni con istruzioni precise su quello che dovevano procurare, compresi, in particolare, i tessuti con i quali poi le stesse donne avrebbero cucito, o fatto cucire, i vestiti per sé e le loro famiglie. Solo le donne venute dalle campagne a Ferrara per vendere i loro prodotti agricoli al mercato e le lavandaie percorrevano le strade della città, anche se solo brevemente. Le altre donne che si fossero avventurate per le vie di Ferrara – nel Quattrocento e successivamente – nella migliore delle ipotesi rischiavano di essere bersagliate con feci di cavallo, anche in faccia. […] I rischi aumentavano quando una donna si trovava da sola nei campi, ad esempio per pascolare il bestiame o svolgere altre attività campestri. In questi casi si rendeva vulnerabile al rapimento e allo stupro”. Un aspetto surreale è, poi, che “qualunque violenza contro l’immagine riceveva una punizione severa, e cioè la morte. Per le donne invece – sono ancora parole della Ghirardo – , allora come adesso, le sanzioni contro chi le percuoteva, le rapiva o perfino le uccideva, erano minori, semmai fossero previste. Sia la chiesa che le consuetudini sociali e gli statuti locali permettevano infatti ai mariti e ai padri di percuotere le femmine nel caso fosse stato ‘necessario’ per esercitare il dovuto controllo sulle donne”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 24 maggio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

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“Conosco il dolore dei migranti: ecco perché ho scelto di salire sulla nave che li soccorre”

6 Mag

Don Mattia Ferrari, sacerdote modenese, racconta a “la Voce” la sua recente esperienza sull’imbarcazione “Mare Jonio” di “Mediterranea”: “siamo una grande famiglia, anche atei e agnostici partecipano alla Messa”

don mattia da solo

Il 1° maggio, mentre lo contattiamo, la nave “Mare Jonio” sta pattugliando la zona SAR compresa tra le città libiche di Zuara e Sabratha a una distanza compresa tra le 30 e le 35 miglia nautiche dalla costa libica, dopo essere salpata il giorno prima dal porto siciliano di Marsala. Lui è don Mattia Ferrari, 25 anni, sacerdote da circa un anno incardinato nella Diocesi di Modena-Nonantola. Tempo fa l’equipaggio della nave (lunga 37 metri e larga 9 che può tenere a bordo un centinaio di persone) di “Mediterranea Saving Humans”, aveva espresso il desiderio di avere un sacerdote a bordo nelle sue missioni per stazionare tra Italia e Libia permettendo di salvare centinaia di migranti che, disperati, fuggono da guerra e violenze. Da lì è nata l’idea di far salire don Mattia, da diversi anni impegnato nell’aiuto agli ultimi, in particolare nell’accoglienza e l’inclusione di migranti. Classe 1993, originario di Formigine (MO), don Mattia è vicario parrocchiale di Nonantola (a un’ora di macchina da Ferrara), Redù e Rubbiara, della stessa Unità Pastorale con anche Bagazzano. Entrato in seminario a 18 anni, appena dopo il diploma al liceo classico “Muratori” di Modena, è stato ordinato sacerdote il 26 maggio 2018. Ma la sua vicinanza ai migranti nasce molto prima. Con alcuni di loro ha partecipato, tra l’altro, a Ferrara il 3 giugno 2017 alla cerimonia d’ingresso nella nostra Arcidiocesi di mons. Perego, nelle vesti di accompagnatore dell’“Emilia-Romagna’s Brothers and Sisters S. Josephine Bakhita”, gruppo composto da una 40ina di rifugiati, richiedenti asilo e migranti provenienti dalle Diocesi di Bologna, Modena, Parma e Faenza. “La mia salita a bordo della ’Mare Jonio’ – spiega a “la Voce” – nasce da tre fattori concomitanti: innanzitutto dall’incontro fra Luca Casarini (uno dei capimissione di ‘Mediterranea’, ndr) e l’Arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, nel corso del quale quest’ultimo ha appoggiato convintamente “Mediterranea” (“Sono con voi”, ha detto). In quell’occasione, Casarini espresse il desiderio di avere un sacerdote a bordo, e Lorefice appoggiò convintamente la proposta. Siccome – prosegue don Mattia – da due anni sono amico dei centri sociali bolognesi ‘Tpo’ e ‘Labas’, che tramite l’associazione ‘Ya Basta’ fanno parte di ‘Mediterranea’, e siamo amici proprio grazie alla comune fraternità con i migranti, i ragazzi hanno chiesto a me di essere il prete a bordo della nave. Non potevo rifiutare, perché ho molti amici migranti, avendo toccato con mano il loro dolore e la sofferenza che hanno passato in Libia e in mare, dove hanno visto morire amici e parenti”. “Due anni fa – sono ancora sue parole – ‘Ya Basta’ e ‘Labas’ accolsero Yusupha, un giovane migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto. Bussammo alla loro porta, e loro lo accolsero con gioia. Grazie a loro Yusupha è rinato, ha ripreso a vivere con dignità, perché si è sentito amato”. “I miei stessi parrocchiani – ci spiega ancora – hanno accolto positivamente questa mia decisione, alcuni di loro sono stati anche commossi. Debbo ringraziare i miei confratelli, don Alberto Zironi e don Riccardo Fangarezzi, che stanno supplendo alla mia assenza”. Ora una nuova comunità galleggiante ha accolto, seppur per un periodo limitato, don Mattia: “siamo come una grande famiglia”, prosegue. “Cuciniamo, sistemiamo la barca. Io non rinuncio alle mie preghiere: il breviario, la Messa e il rosario”. E, soprattutto, insieme, “teniamo monitorato il mare con i binocoli” per individuare eventuali navi colme di persone in fuga dall’inferno libico. E proprio il 2 maggio, riferisce “Mediterranea”, una motovedetta della cosiddetta “guardia costiera Libica” ha compiuto un’“operazione di cattura e deportazione in zona di guerra di 80 persone che erano a bordo di un gommone bianco a 65 miglia a nord di Al Khoms”. “Un’assoluta violazione di tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani, la cattura di persone in fuga da guerra e riportate in zona di conflitto”, peraltro sotto osservazione e con comunicazioni tramite canale Vhf, di un aereo di Malta Air Force. Tornando a don Mattia, la fratellanza tra i membri dell’equipaggio e il sacerdote si esplica anche con gesti semplici ma non scontati: “Alla Messa domenicale – che, come le altre, celebro su dei tavoli allestiti nei container – partecipano tutti, anche gli atei e gli agnostici, che sono maggioritari rispetto ai cattolici. Da parte loro è un bellissimo segno di riconoscimento verso il Vangelo e la Chiesa”. Tutti i volontari si sono resi disponibili. Le letture, il salmo, la preghiera dei fedeli: a ognuno il suo compito. “Abbiamo avuto modo di fare anche alcuni dialoghi spirituali, sulla fede e sul Vangelo, molto profondi e molto arricchenti anche per me”. E’ il racconto di una vera e propria Chiesa in uscita, che letteralmente prende il largo, perché sa che ogni luogo è luogo di evangelizzazione, di incontro con l’altro, di prossimità al povero, ai derelitti e ai dimenticati. Don Mattia è rappresentazione plastica di questa Chiesa che abbandona i porti sicuri, nei quali forte è la tentazione di rifugiarsi, che non getta l’àncora, ma salpa con le donne e gli uomini di buona volontà, con i samaritani del mare, spesso dileggiati e insultati, disprezzati alla stregua dei trafficanti che combattono. Mentre queste persone con la carne dei poveri non ci giocano, ma anzi tentano, nonostante tutto, di salvar loro la vita, strappandogli da quell’inferno d’acqua nel quale si è trasformato il Mediterraneo, mare di pace troppo spesso divenuto mare di morte.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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“C’è bisogno di una rivoluzione culturale: muoviamoci, affinché vinca la vita”

6 Mag

Difendere i beni comuni come diritti fondamentali: l’intervento di padre Alex Zanotelli a Ferrara. Lo stretto legame tra neoliberismo, migrazioni e crisi ecologica

z8Una sala gremita – più di 150 persone – ha assistito a Ferrara la sera di giovedì 2 maggio all’intervento di padre Alex Zanotelli. Il missionario comboniano è stato invitato dall’associazione “Il Battito della città” in occasione dell’incontro “Beni comuni a Ferrara. Ripubblicizzare acqua e rifiuti”, svoltosi nella Sala Macchine della Factory Grisù di via Poledrelli 21. La serata, introdotta e moderata da Marcella Ravaglia, ha visto anche gli interventi di Paolo Carsetti (Forum italiano Movimenti per l’Acqua) e Natale Belosi (Rete regionale Rifiuti zero). Fin da subito i presenti hanno capito che non si sarebbe trattato dell’intervento dal “pulpito” di un “esperto” ma della testimonianza umile e concreta di chi lo “scandalo” della povertà e delle enormi disuguaglianze le vive, conoscendone cause, conseguenze e drammi. “Al rione Sanità di Napoli [dove abita dal 2002, ndr] sono in missione. Normalmente si pensa che un missionario va a convertire nel luogo della sua missione: io invece mi sento un convertito. I poveri mi hanno convertito sia a Korogocho in Kenya sia a Napoli”. “Viviamo in un sistema economico-finanziario – soprattutto finanziario – che non fa che aumentare le disuguaglianze”, è stato il suo affondo, poggiante su dati incontrovertibili. Dal Rapporto Oxfam 2019, intitolato “Bene pubblico o ricchezza privata?”, emerge infatti come l’1% più ricco del Pianeta detiene quasi la metà della ricchezza aggregata netta totale (il 47,2%, per la precisione), mentre 3,8 miliardi di persone, pari alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare appena sullo 0,4%. Disuguaglianze enormi, accompagnate anche da profondi sprechi. “Le migrazioni – ha proseguito p. Zanotelli – sono il frutto amaro di questo sistema profondamente ingiusto, un sistema che rimane tale anche grazie all’enorme produzione di armi, soprattutto quelle atomiche. Nel 2017 – sono ancora sue parole -, è andato in acquisti di armamenti qualcosa come 1739 miliardi di dollari. Se li spendessimo per scuole, ospedali, cultura e molto altro, trasformeremmo il mondo in un paradiso terrestre”. Per far comprendere come le migrazioni siano una stretta conseguenza di questo sistema ingiusto e predatorio, p. Zanotelli ha spiegato come “una delle conseguenze più enormi della crisi climatica sarà di rendere ampie zone dell’Africa inabitabili a causa dell’aumento della temperatura, e questo provocherà migrazioni ben più consistenti nei prossimi decenni”. Viviamo dunque, ha proseguito, “in un sistema economico-finanziario fortemente militarizzato che pesa enormemente sull’ecosistema”. A proposito della questione ecologica, p. Zanotelli cita più volte la “Laudato si’ ”, “un testo straordinario”. “La prima vittima della crisi ecologica – sono ancora sue parole – sarà proprio l’acqua, che sarà sempre più scarsa e quindi sempre più essenziale. Per questo i potentati economici continuano a metterci le mani sopra, perché sanno che è davvero ‘l’oro blu’. Ma questa appropriazione è la negazione di un diritto umano fondamentale, quello dell’accesso a un bene primario per la sopravvivenza, perché solo chi avrà i soldi sufficienti potrà comprarla. Acqua e aria sono beni comuni fondamentali, senza i quali non possiamo vivere”, e non possono quindi essere oggetto di profitto e speculazione. “Ognuno di noi come cittadino, e come comunità – è stato il suo appello – può e deve fare qualcosa, denunciando tutto ciò, attivandosi”, e anche attraverso il consumo critico, “ad esempio nella scelta dell’abbigliamento, e della stessa banca, informandoci su come investe i soldi, oltre a limitare fortemente i consumi stessi”. “C’è bisogno di una rivoluzione culturale per uscire da questa situazione, dobbiamo muoverci. E’ questione di vita o di morte: diamoci da fare, perché vinca la vita”.

“Se non diciamo ‘no’ qui e ora, salta la nostra umanità”: in un libro il j’accuse di p. Zanotelli contro il razzismo

copertina libro zanotelli“Prima che gridino le pietre. Manifesto contro il nuovo razzismo” è il nome dell’ultimo libro di p. Alex Zanotelli, uscito sei mesi fa per “ChiareLettere” con la curatela di Valentina Furlanetto. Un libro che fra i tanti meriti ha, oltre quello della chiarezza espositiva, quello di smontare attraverso episodi e dati, storici e di cronaca, diversi luoghi comuni sulle migrazioni contemporanee, ampliando lo sguardo sulla storia di colonialismi e sopraffazione di cui è triste protagonista il mondo occidentale. Migranti di oggi: lo 0,4% della popolazione europea… “Era facile donare per l’Africa o fare donazioni a distanza quando l’Africa era lì, lontana”, scrive il missionario nel libro. “Era facile dire ‘italiani brava gente’, ma ora che questa gente viene a casa nostra ci rivela che siamo razzisti”. E’, però, “semplicemente ridicolo parlare di invasione”. Sono i dati a smentire certa propaganda: secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono 65 milioni, l’86% dei quali è ospitato nei Paesi più poveri. Appena il 14% si trova nel ricco Occidente. In Europa gli abitanti sono più di 500 milioni e gli immigrati arrivati negli ultimi sei anni sono meno di due milioni (lo 0,4%). “Eppure ne abbiamo una paura terribile”, scrive p. Zanotelli. “L’Europa ha perso la coscienza, la memoria e l’umanità. Ci preoccupiamo di difendere i nostri valori ‘cristiani’ di fronte ad altre religioni, ma quei valori li stiamo tradendo da soli”. Poco dopo scrive: “Dio non è neutrale, Dio è schierato profondamente. Dio è il Dio degli oppressi, degli schiavi, dei poveri perché Dio non può tollerare sistemi che opprimono e schiavizzano. Nell’esperienza dell’Esodo Dio libera un gruppo di schiavi dal più potente impero di allora. Dio li libera perché diventino una comunità alternativa all’impero. Dio sogna per il suo popolo un’economia di uguaglianza”. Nel libro l’autore denuncia alcuni dei tanti casi di razzismo e violenza contro stranieri avvenuti negli ultimi mesi in Italia, la campagna diffamatoria contro le ONG che salvano i migranti nel Mediterraneo, i patti scellerati fatti con la Libia e con la Turchia. Ai quali si sono aggiunti i diversi casi di chi sull’accoglienza dei migranti nel nostro Paese ci ha lucrato – di cui parla nell’Appendice la Furlanetto -, gestendo i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) col solo fine di massimizzare i propri profitti. Un sistema di “accoglienza” disumanizzante per i migranti e che ha prodotto veri e propri ghetti, permettendo ad alcuni disonesti (tra cui mafiosi, si veda l’inchiesta “Mafia Capitale”) di lucrare. Ciò che invece ha funzionato è stato il sistema SPRAR, gestito non dalle Prefetture, ma dai Comuni, molto più incentrato sull’accoglienza e l’inclusione, un modello da difendere come qualsiasi progetto di accoglienza diffusa.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

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Gli infiniti volti della bellezza

6 Mag

Il 4 e 5 maggio a Ferrara la pioggia non ha fermato l’atteso festival “Francescana…mente”

1In una piazza assolata (prima della pioggia proseguita fino alla fine), fra Patrizio presidia una piccola tenda accampata davanti al gigantesco Duomo chiuso. Una minuscola oasi dove, chi lo desidera, può ripararsi più dal frastuono dei mille impegni quotidiani che dal sole, per ritrovare un filo interiore, attraverso una preghiera, una lettura della Parola, una meditazione. Da questo angolino di 4 metri quadri, sabato pomeriggio, parte idealmente il racconto di “Francescana…mente”, organizzato in diversi punti della città di Ferrara il 4 e 5 maggio. Il festival è stato organizzato da Frati Francescani, Sorelle Clarisse, Ordine Francescano secolare, Ufficio Catechistico, Ufficio Comunicazioni Sociali, Servizio Insegnamento Religione Cattolica, Servizio per la Pastorale Giovanile diocesani. Nel pomeriggio di sabato – oltre ai banchetti dei francescani della Basilica di Sant’Antonio e a quelli con in vendita oggetti sacri realizzati dalle Monache Clarisse di Ferrara – la Sala Estense si riempie lentamente ma in modo costante, per accogliere le prime iniziative. Marcello Musacchi dell’Ufficio Catechistico diocesano, introduce l’evento prima di passare la parola a padre Celso, il quale pone l’accento sull’opportunità data di “riscoprire tracce di bellezza e santità lasciate, nei secoli, dai diversi francescani, per avvertire insomma il profumo di primavera che San Francesco ha donato alla Chiesa e a tutte le città che ha visitato”. Angiolina Gallani, Ministra dell’Ordine Francescano Secolare di Ferrara, ha poi preso la parola per spiegare come l’Ordine di cui fa parte, fondato da San Francesco, sia nato a Ferrara nel XIII secolo per “valorizzare il desiderio di santità di molte persone non consacrate”, desiderose di “cercare la persona vivente e operante di Gesù Cristo, cercando di mettere in pratica, nonostante i limiti, i suoi insegnamenti”. A seguire, il gruppo danza “L’Unicorno” della contrada di Santa Maria in Vado ha eseguito alcune danze e balli della corte estense, intervallate da letture di passi del Boiardo. Dopo un breve intervento di don Fabio Ruffini su San Bernardino da Siena e il simbolo IHS da lui ideato, fra Giovanni ha introdotto le spassose e argute filastrocche di Bruno Tognolini, scrittore e poeta, dal ’99 al 2011 autore dei testi per “La melevisione”. Insieme a lui sul palco, canti e musiche delle bambine e dei bambini degli Istituti Alda Costa, Manzoni, Dante Alighieri, Don Milani, Mosti, Perlasca, Sant’Antonio, San Vincenzo, e di Pontelagoscuro, Vigarano Mainarda e Mirabello, oltre alla Scuola di Danza “Luisa Tagliani’’ e alla Scuola dell’Ospedale di Cona. A seguire, si è esibito il Coro Piccoli cantori di San Francesco. La sera ha visto, sempre in Sala Estense, il concerto rock “Tu sei bellezza” a cura di fr. Matteo Della Torre & co., mentre nella Basilica di San Francesco p. Luciano Bertazzo ha relazionato sul tema “Francesco e i suoi fratelli: una storia ferrarese”, con intervalli musicali a cura di Rosanna Ansani e Giorgio Zappaterra. P. Bertazzo ha spiegato come la presenza dei francescani a Ferrara risalga al 1219, grazie a una scoperta di mons. Antonio Samaritani. Nei secoli, grazie anche agli estensi, si è estesa la presenza della fraternità, fortemente impegnata sui temi della pace, della lotta all’usura e della predicazione. La serata è proseguita nella Chiesa del Suffragio con “Luce nella notte”, adorazione eucaristica con e per i giovani. Domenica 5, invece, la giornata è iniziata con il saluto del Sindaco Tiziano Tagliani: “la vera bellezza – ha spiegato – ha sempre caratteri positivi, ispira le cose migliori, non dev’essere, come spesso purtroppo accade, associata a qualcosa di frivolo”. Prima delle esibizioni (teatrali, letterarie, di danza e musicali) di alcune Scuole Superiori cittadine (Licei Ariosto, Roiti, Carducci, oltre a Einaudi e Dosso Dossi), e a visite guidate ai luoghi francescani della città, è intervenuto fr. Pietro Maranesi. Quest’ultimo ha richiamato l’idea di S. Francesco secondo cui tutto nel creato rimanda a “una Bellezza altra, a un Oltre”, ed è quindi una bellezza “che Dio dona gratuitamente a ognuno. L’importante è cercare di reimparare a stupirci di questo dono”. La mattinata si è conclusa con la Messa nella Basilica di San Francesco presieduta da mons. Gian Carlo Perego, che nell’omelia ha riflettuto su come “la ricerca della bellezza per un cristiano significa anzitutto la scoperta dell’altro, del femminile e del diverso”, oltre al saper “guardare il creato come un dono, ed è frutto della generazione, oltre a essere pro-esistenza, un’esistenza per gli altri”. Nel pomeriggio sono stati tre gli incontri: in Castello (Sala dei Comuni) il teologo fr. Maranesi e don Cesare Giovanni Pagazzi hanno riflettuto su “La bellezza del dialogo, via della fratellanza, nell’VIII Centenario dell’incontro di San Francesco con il Sultano”, al quale sono seguite testimonianze missionarie dal Venezuela (a cura di fra Valerio). Per fr. Maranesi il vero dialogo significa “mettersi accanto all’altro, condividerne le sorti, senza pretendere nulla, senza pretendere una sua conversione, riconoscendolo come fratello o sorella, col mio stesso desiderio di verità e di bellezza”. Don Pigazzi, invece, partendo dal dialogo di Paolo VI con gli artisti contemporanei, ha ragionato su come la bellezza sia “il giusto equilibrio tra forma e forze”: se dominano le prime, si scade “nel formalismo, nell’idealizzazione”, se dominano le seconde, nel “romanticismo”. Il legame fraterno è dunque quello “fatto di non sole forme” ma di una bellezza che è uno “scompiglio di forze da riconoscere e affrontare”: il vero dialogo, di conseguenza significa “spalancare l’abisso della propria anima”, è dunque un “dramma”, e proprio in ciò sta la sua bellezza. Infine, in Sala Estense vi è stato il concerto della Banda “Rulli Frulli” di Finale Emilia, mentre nel Coro del Monastero Corpus Domini, “ ‘Che la canzone di voi si possa cantare. Lucrezia Borgia a cinquecento anni dalla morte” è stato l’evento con narrazione, lettura di brani documentari (da parte di Luisa Cattaneo e Fabio Mangolini) e interventi musicali (legati in buona parte alla corte estense) a cura di Piero Stefani e il coro da camera Euphonè diretto da Silvia Marcolongo. Per tutta la durata del festival nella sala Dosso Dossi (via Bersaglieri del Po, 25) sono stati esposti i contributi multimediali degli studenti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

La pace è degli inquieti: riflessioni tra don Tonino Bello e don Primo Mazzolari

15 Apr

Difficile legare tra loro pace e inquietudine. Eppure quello che i due sacerdoti ci hanno insegnato, è che la prima è qualcosa da ricreare e ricercare di continuo, insieme, nelle differenze. Di questo e altro ha parlato anche Sergio Paronetto (Pax Christi) l’8 aprile a Ferrara. La sua ultima pubblicazione si intitola “Primo Mazzolari e Tonino Bello. L’inquietudine creativa della pace”

don tonino 2“Tra voi è stato un vescovo-servo, un pastore fattosi popolo, che davanti al tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente. Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante ad ogni mondanità”. Proprio un anno fa a Molfetta Papa Francesco pronunciava queste parole nell’omelia della Messa celebrata durante la visita pastorale in Puglia in omaggio e in memoria di don Tonino Bello (1935-1993). Parole che hanno la capacità di sintetizzare l’essenza della testimonianza del Vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi-Ruvo e Presidente di Pax Christi dal 1985, sulla cui vita ha riflettuto, la sera dell’8 aprile scorso nel Seminario di Ferrara, Sergio Paronetto, Presidente del Centro Studi nazionale di Pax Christi, per il secondo e ultimo incontro di “A scuola del Concilio”. Introdotto da don Francesco Viali, Direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della pace (che ha organizzato i due incontri insieme ad Azione Cattolica e in collaborazione con Pax Christi, Acli, Agesci, Masci, Ferrara Bene Comune e Rinascita Cristiana), il relatore ha spiegato come “la pace non è qualcosa di cui si gode, ma qualcosa che si crea, che si deve creare e ricreare di continuo. La pace non è uno status, un godimento, ma un cammino, un travaglio”. Richiamando anche le beatitudini evangeliche, Paronetto ha riflettuto su come “la pace non designa una condizione, una perfezione, ma un movimento, indica il partire, l’uscire”, non l’approdo ma “il camminare, l’esodo, l’essere svegli, lo stare in piedi, manifestando con umiltà, serenità ma con decisione ciò in cui si crede”. La sostanza della pace è dunque un impasto di “impegno quotidiano, carità, trasformazione, ricerca, esplorazione, interrogativi”. La parola del beato, come quella del mite, quindi, “può essere decisa senza essere violenta, com’è stata ad esempio quella di Oscar Romero”, ucciso per la sua testimonianza di pace, per la sua denuncia degli abusi e delle violenze del Potere, durante la Consacrazione. E proprio sul legame tra Eucarestia e denuncia misericordiosa anche delle “strutture di peccato”, don Bello in una delle sue riflessioni disse: “la comunità eucaristica, come Gesù, deve essere sovversiva e critica verso tutte le miopi realizzazioni di questo mondo. Noi tra le opere di misericordia corporale abbiamo sempre insegnato che bisogna consolare gli afflitti, ma non abbiamo mai invertito l’espressione dicendo che bisogna affliggere i consolati. Tu devi essere una spina nel fianco della gente che vive nelle beatitudini delle sue sicurezze. Affliggere i consolati significa essere voce critica, coscienza critica, additatrice del non ancora raggiunto. Ecco la forza sovversiva. Ecco la memoria eversiva della pasqua di cui parla padre Turoldo”. (in “Affliggere i consolati. Lo scandalo dell’Eucaristia”). In modo affine, il sacerdote e partigano cremonese don Primo Mazzolari (1890-1959) su “Adesso” – quindicinale da lui fondato nel ’49 – del 1 settembre 1950 scriveva: “per amare e servire davvero il povero non basta la comunione eucaristica perché essa è l’introduzione e la preparazione alla quotidiana e totale comunione con il fratello”. Tutto ciò che è contenuto nella parola “pace” – relazione, amore, cura della persona e del creato, cittadinanza attiva, disarmo, giustizia, solidarietà, accoglienza – per don Bello ha la propria radice in un “Dio che è pluralità – in quanto trinità, struttura di tutto ciò che è, concetto presente anche nel pensiero di Adriana Zarri – e convivialità delle differenze, contro l’indifferenza e i muri anche di oggi”, ha spiegato Paronetto. La pace, dunque, da intendere come “cammino permanente: è beato chi è perennemente inquieto, quell’inquietudine profonda – sono ancora parole di Paronetto – che anima un credente quando cerca di testimoniare ciò in cui crede. La pace non è dunque stasi ma fatica”. La Chiesa per don Bello deve cercare la pace, non la sua “sistemazione pacifica”, “non il plauso dei potenti” (citato in “Alla finestra la speranza”). Riemergono alla memoria anche le parole del card. Carlo M. Martini pronunciate nel 1987 all’apertura ella prima Cattedra dei non credenti: “Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. Io chiedevo – sono ancora parole del card. Martini – non se siete credenti o non credenti ma se siete pensanti o non pensanti. L’importante è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate”. “Non vedete – scriveva don Bello – quanta gente lavora per il Regno di Dio? Non vi accorgete di quanta gente, pure apparentemente fuori dai nostri perimetri cristiani (atei, miscredenti) assume la solidarietà, la gratuità, la lotta per la pace come criteri supremi della propria vita morale?”. Secondo il Vescovo di Molfetta, per la pace bisognerebbe alzare la voce, contrapporsi, opporsi in modo costruttivo e civile. Don Mazzolari in un articolo su “Adesso” parlava di “dovere cristiano di gridare”, “un gridare che si porta dietro un mondo di speranza” (lettera a Ferdinando Durand, 15 maggio 1940). Un grido nonviolento e misericordioso necessario per richiamare allo stretto legame tra pace e giustizia (“Il frutto della giustizia sarà la pace”, Isaia 32, 17), un grido che è costato, a profeti come don Bello e don Mazzolari, calunnie e accuse: “don Tonino – ha spiegato Paronetto a Ferrara – veniva criticato e preso in giro, ad esempio perché ospitava famiglie bisognose. Anche oggi le persone generose vengono derise ed etichettate come ‘buoniste’. Don Tonino veniva tacciato di essere ingenuo, di disonorare così l’ambiente sacro dell’Episcopio. Riceveva poca solidarietà dalle autorità civili ed ecclesiastiche, e, a volte, anche minacce e intimidazioni da ambienti mafiosi. Inoltre, non usava l’anello episcopale, non voleva farsi chiamare ’eccellenza’: voleva il ‘potere dei segni’, non amava i ‘segni del potere’ ”.

Il libro di Paronetto

don mazzolari“Primo Mazzolari e Tonino Bello. L’inquietudine creativa della pace” è il nome del saggio di Sergio Paronetto uscito lo scorso ottobre (MnM edizioni – Pax Christi). Lo scopo del libro, l’autore lo spiega brevemente così: “Vorrei offrire ai giovani pensosi, a credenti, ad agnostici e a non credenti, la testimonianza di due volti di pace”. Volti da lui definiti nel testo come “cuori inquieti e menti fervide. Contemplativi e attivi, ‘contemplattivi’ direbbe don Tonino. Testimoni della pace come beatitudine e tormento. Nella semplicità del loro tratto sono personalità di grande cultura. Nella loro umanità, credenti appassionati. Persone votate alla denuncia del male (ingiustizia, povertà, incultura, guerra) e all’annuncio del bene (pace, giustizia, solidarietà). Concreti e sognatori”, “credenti credibili”. Due figure tra loro vicine anche nel linguaggio, “simile a quello di papa Francesco. Carico di critiche sofferte e veraci a ogni forma di clericalismo. L’idea della fedeltà all’essenziale li espone, a volte, al rischio dell’inconprensione, alla polemica dei benpensanti di ogni appartenenza e di ogni colore”. La missione di una vita: “quella dei poveri, come quella di Dio – scrive a tal proposito don Mazzolari su “Adesso” il 31 gennaio ’49 – è una esistenza scomodante. […]. Sono parecchie le cose che non vorremmo che fossero. Ne nomino alcune, le più ingombranti, le più certe, purtroppo: la morte, il dolore, i poveri, Dio”. Ciò che li accomuna è anche l’idea di pace come “pienezza biblica, inquietudine creativa, dono e conquista, tormento straziante e sereno”, scrive Paronetto. In “Tu non uccidere”, don Mazzolari riflette su come il cristiano sia “un uomo di pace, non un uomo in pace”, e, nello stesso libro, il sacerdote cremonese scrive ancora: “se la guerra è un peccato, nessuno ha il diritto di dichiararla, nemmeno un’assemblea popolare. Se la guerra è un peccato, nessuno ha il diritto di comandare altri uomini di uccidere i fratelli”. “I miliardi che vanno nelle spese militari sono tolti ai poveri”, scrive invece su “Adesso” del 15 gennaio 1956. Due uomini di Chiesa accomunati dunque dalla fede, dalla nonviolenza, da una “passione credente” scrive sempre Paronetto, e dalla “scelta evangelica dei poveri”. Su quest’ultimo aspetto, sul fatto che “i poveri sono scomodi” (“Adesso”, 1 agosto 1954) don Mazzolari ha scritto pagine stupende, usando parole sferzanti ma mai moraliste né paternaliste. Convinto che non basta parlare dei poveri, ma bisogna incontrarli (“i poveri si abbracciano, non si contano”, “Adesso”, 15 aprile 1949), insisteva sulla necessità di dar loro la parola, che significa innanzitutto “un saper vedere. Il nostro egoismo fabbrica il povero, poi non lo vede. […] Chi non vede il povero come può dargli la parola?”. (“Adesso”, 15 febbraio 1949). Il povero, invece, “è una protesta continua contro le nostre ingiustizie” (“Adesso”, 15 maggio 1949), perciò è necessario “sostituire nei sacerdoti e nei cristiani la mentalità giuridico-borghese con quella evangelica” (“Adesso”, 1 agosto 1954). Non dimenticando mai che ognuno è povero, nel senso di peccatore, di mancante, di anelante alla ricchezza piena di Dio: “io sono il povero; ogni uomo è il povero!” (“Adesso”, 15 giugno 1949). 

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

Violenza sulle donne, un problema anche religioso

8 Apr

Un libro e un Osservatorio interreligioso – presentati a Ferrara lo scorso 5 aprile dalla loro ideatrice, Paola Cavallari – intendono stimolare discussioni e pratiche nuove sulle relazioni di genere anche dentro la Chiesa

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“Non solo reato, anche peccato: religioni e violenza sulle donne” (Effatà editrice, Cantalupa Torino 2018, pp. 144), è il nome dell’interessante e corale volume da poco disponibile nelle librerie e presentato anche a Ferrara (nella Sala dell’Arengo del Palazzo Municipale) lo scorso 5 aprile, con l’intervento della curatrice Paola Cavallari che ha interloquito con Francesco Lavezzi. Il volume raccoglie riflessioni di donne e uomini, credenti e non credenti, sul tema del rapporto fra i generi e sulla correlazione di questo con la violenza maschile sulle donne.

Un Appello, tre tavoli e un Osservatorio

La maturazione recente di questo percorso decennale, inizia quattro anni fa con la stesura del patto intitolato “Contro la violenza sulle donne. Un appello alle chiese cristiane in Italia”, nato nel mondo evangelico e siglato da rappresentanti di dieci denominazioni cristiane il 9 marzo 2015 a Roma. Nel testo, fra l’altro vi è scritto: “il luogo principale dove avviene la violenza sulle donne è la famiglia: questo è un fatto accertato e grave. Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano”. Più avanti: “le comunità cristiane in Italia sentono urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un’azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società”. Un limite dell’Appello, scrive la Cavallari nell’introduzione al volume, risiede però nel fatto che “non ospita alcun interrogativo sulla corresponsabilità storica delle istituzioni religiose nell’aver condiviso, legittimato e trasmesso un’antropologia e una visione politica che delle violenze sessiste sono state matrici”. Un appello, inoltre, purtroppo caduto nel vuoto, fatta eccezione per singole personalità di diverse confessioni cristiani e per il SAE – Segretariato Attività Ecumeniche di Bologna, che nei mesi di maggio del 2016, 2017 e 2018 ha organizzato nel capoluogo felsineo tre tavole rotonde interreligiose sul tema della connessione tra religioni e violenze contro le donne. “La cultura secolarizzata dell’Occidente dà per lo più scontato che le religioni siano istituti nemici delle donne”, ma “ciò è coraggiosamente smentito nella costellazione delle forme del femminismo cristiano, ebraico, islamico che si autocomprendono come saperi/pratiche non scissi dalla fede, e riconoscono i doni dello Spirito come nutrimento e fonte di libertà, per donne e uomini. E’ questa la logica cui l’Osservatorio si ispira”, scrive sempre la Cavallari nel libro, riferendosi all’Osservatorio Interreligioso contro la violenza sulle donne, nato lo scorso marzo. “Il nostro Osservatorio è dunque molto inclusivo – ha spiegato a Ferrara -, e si sta costituendo in gruppi territoriali”. Già attivi sono quelli dell’Emilia-Romagna, di Milano, del Trentino Alto Adige, di Cosenza e di Roma. “Nella nostra stessa Regione – ha proseguito – chiederemo alle diverse comunità ecclesiastiche o religiose che affrontino seriamente il problema, creando anche Commissioni specifiche sul tema della violenza maschile contro le donne e dell’identità di genere. La Chiesa Battista ha già iniziato a lavorare in questa direzione. Per ora siamo andati a parlare in alcuni istituti scolastici, cerchiamo di allargare il dibattito sulla stampa e abbiamo incontrato alcuni pastori, pastore e Vescovi, come quello di Bologna, mons. Zuppi. Per me è stata una vera e propria chiamata – ha confessato la Cavallari – quella che mi ha spinto a organizzare i tavoli, poi a dar vita all’Osservatorio e a curare il libro. E a una chiamata di questo tipo non si può sfuggire, non la si può non raccogliere… . Tutte le donne delle diverse confessioni religiosi – sono ancora sue parole – devono allearsi tra loro nella ricerca della libertà e di quella dignità a loro rubata, nei secoli, dagli uomini, e molto spesso anche dalle stesse donne, che hanno interiorizzato un certo senso di inferiorità. E’ importante quindi che le donne sentano il bisogno di studiare, ricercare, approfondire”.

Per una rilettura delle Sacre Scritture

copertina non solo reatoCome scrive lei stessa nel volume, l’intento di questo progetto consiste anche nel far comprendere come le offese alla dignità femminile non siano questioni “confinabili nell’etica, ma assolutamente intrinseche alla sostanza teologica”. Da qui l’importanza – riconosciuta in tutti i contributi del volume – di una diversa traduzione, interpretazione o legittimità assegnata ad alcuni passi o episodi delle Scritture, in particolare veterotestamentari, nei quali è esplicita e giustificata una concezione oppressiva della donna, e la violenza sulla stessa. “Sto lavorando a una pubblicazione su Eva – ha spiegato la Cavallari – nella quale intendo dare un’interpretazione alternativa, più positiva di questa figura”. In Genesi 2,18 è scritto: “Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. “Aiuto”, secondo l’autrice, non indica, come spesso è stato interpretato, “qualcosa di servile, ma di molto importante, tanto che spesso nelle Scritture il termine è riferito a quello che Dio stesso dà ai suoi figli”. E’ infatti traducibile anche come “un aiuto che gli stia di fronte”, “evidenziando così ancor di più la parità, la simmetria tra uomo e donna, tra un ‘io’ e un ‘tu’”.

Necessità di un’autocritica

Se la riflessione e l’azione sono naturalmente tese nel presente e verso il futuro, fondamentale è una presa di coscienza totale di ciò che è stato, quindi anche degli abomini e delle violenze – fisiche e non – perpetrate, giustificate o nascoste nelle comunità ecclesiali, e di ciò che ancora avviene al loro interno. “Le chiese o comunità religiose – scrive ancora la Cavallari nell’introduzione al volume – non possono più persistere nel peccato di omissione, nell’ignorare il grido di dolore (come ebbe a dire il Cardinal Martini) che le donne innalzano; non possono sottrarsi con l’indifferenza, la banalizzazione, il paternalismo, con la riproposizione di una visione idealizzata – disincarnata, ingannevole – della donna. Inoltre non si domandano come mai la violenza si esercita soprattutto tra le pareti domestiche, in quei ‘focolari familiari’ che dovrebbero essere la cifra di una cellula benedetta”. La denuncia prosegue poi in modo ancor più netto: “le comunità religiose per lo più sono sorde, proprio loro che dovrebbero essere per eccellenza i luoghi di ascolto e accoglimento. Le donne violate e poi non credute avvertono un’immensa solitudine. I centri antiviolenza, e quasi mai le comunità religiose, forniscono quell’ascolto che fa sì che la donna abusata si senta non più delegittimata e finalmente riconosciuta”. “Siamo in una fase – ha spiegato a Ferrara – nella quale qualcosa si sta scardinando, anche nei confronti della stessa sessualità”, riferendosi ad esempio ad alcune riflessioni di Papa Francesco nella recente Esortazione “Christus Vivit” (n. 261).

Una liberazione di tutte/i

cavallari lavezzi“La cosiddetta teologia femminista è liberante non solo per le donne ma per tutti, anche per gli stessi uomini, e in particolare per tutte le minoranze e per tutte le classi subalterne”, ha tenuto a sottolineare la Cavallari, “non si desidera certo sostituire il potere degli uomini con quello delle donne”. Nel libro scrive a riguardo: “le donne non chiedono ciò per rivalsa, per crudeltà, per vendicarsi, o per scalzare gli uomini rimpiazzandoli negli spazi di potere – come viene maliziosamente insinuato; ma chiedono ciò che gli stessi cammini sapienzali e gli itinerari di fede hanno indicato per la vera conversione e il ristabilimento della giustizia”.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 12 aprile 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio

(foto Francesca Brancaleoni)

A confronto sul santo precursore dei pubblicitari

18 Mar

Il 21 marzo a Casa Romei Claudio Gualandi e Andrea Sardo parleranno di San Bernardino da Siena e di grafica digitale

3398_d25a9abb2842dedef7ca93347ecb3289Il primo pubblicitario? E’ un frate francescano vissuto tra il 1380 e il 1444, che, ideando un “marchio” religioso, ha dimostrato capacità di sintesi comunicative da far invidia ai grafici di oggi. Su questo interessante legame tra antico e contemporaneo verterà l’incontro dal titolo “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”, in programma giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30).
Relatori saranno il grafico e illustratore Claudio Gualandi e Andrea Sardo, Direttore di Casa Romei. L’incontro è legato all’esposizione “Romei e gli altri. Scene di vita ferrarese nelle illustrazioni di Claudio Gualandi” esposta nel Museo di via Savonarola fino al prossimo 24 marzo.
Ma qual è il “logo” ideato da San Bernardino da Siena, che gli è valso, nel ’56, il titolo di patrono dei pubblicitari italiani e nel ’62 di quelli francesi? Si tratta del celebre trigramma IHS che campeggia su una delle facciate esterne di Casa Romei, sul rosone centrale della chiesa di Santo Stefano e in tanti altri edifici di Ferrara, di Italia e non solo.
Si tratta di un sole raggiante con al centro il trigramma, ovvero le prime tre del nome Gesù in greco, su campo azzurro. Il sole rappresenta Cristo, mentre i raggi sono dodici (come gli Apostoli) serpeggianti e otto (come le Beatitudini) diretti.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Nuova Ferrara” il 18 marzo 2019

Perché si parla poco di Maddalena e delle altre discepole di Gesù?

18 Mar

Una lettura di genere su chi seguiva il “Maestro” Gesù: Piero Stefani e Silvia Zanconato ne hanno discusso in Biblioteca Ariostea

donne vangeloSeguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

La chiamata

“Due, innanzitutto – ha esordito Stefani – sono i tipi di chiamata di Gesù: la prima, nel Vangelo di Marco, rivolta ai primi quattro discepoli (due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), avviene all’inizio, nel primo capitolo (Mc 1, 14-20: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”), e i chiamati “lo seguono solamente, senza rispondergli a parole, anche se Lui li invita a seguirlo pur non avendo alcuna autorità dimostrata”. I quattro, quindi, “escono dalla propria condizione lavorativa, di pescatori, dalle proprie ‘strutture etiche’” (lavoro e famiglia). Nel Vangelo di Luca, invece, successivo come elaborazione a quello di Marco, “è come se chi scrive sentisse maggiormente la necessità di accreditare Gesù come autorità. Per questo, la chiamata dei quattro avviene dopo la cosiddetta ‘pesca miracolosa’”(Lc 5, 1-11). In entrambi i casi, comunque, “il luogo della predicazione è aperto, pubblico e non sacrale”. Riguardo alle discepole, invece, ha spiegato la Zanconato, i loro nomi, al contrario dei maschi, “non sono ben attestati, ma oggi si può dire con sicurezza che vi erano anche donne alla sequela di Cristo, anche se i Vangeli non riportano la loro chiamata in modo esplicito”. Oltre che in Luca (Lc 8, 1-3), è soprattutto nel capitolo 15 del Vangelo di Marco che si parla di donne che “facevano parte a pieno titolo della cerchia di Gesù”: “C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15, 40-41). “Si può dire che fossero discepole – ha spiegato la Zanconato – perché si usano i termini tipici del discepolato ebraico, ‘seguire’ e ‘servire’. Inoltre, è scritto che sono con Lui fin dalla Galilea, “quindi dall’inizio della sua predicazione”, e fino a Gerusalemme: “è Gesù stesso a chiedere ai discepoli, e solo a loro, di seguirlo fino a lì”.

La non-comprensione

Ma il seguirlo fisicamente non è sempre accompagnato a una piena comprensione. “Una non-comprensione, quella delle parole di Gesù – ha spiegato Stefani – da parte dei discepoli, che si accentua soprattutto col preannuncio della passione, morte e Resurrezione. Il loro è quindi un non-comprendere innanzitutto chi è davvero Gesù”. Quest’ultimo, comunque, a parziale “discolpa” dei discepoli “era anti-dogmatico, itinerante, a volte dava interpretazioni spiazzanti della Legge”, ha invece commentato la Zanconato: insomma, “non era semplice essere suoi discepoli, starci dietro implicava un allenamento esistenziale non irrilevante”. Inoltre, Gesù usa spesso le parabole, “forme comunicative non sempre così chiare nel loro significato”, ma utili per “‘costringere’ chi lo ascolta a sperimentare nuovi metodi di ragionamento, di comprensione del reale non scontati. Il discepolo/la discepola deve quindi allenarsi a osservare la realtà da più punti di vista, a porsi domande, a farsi sollecitare dagli interrogativi di Gesù”. Una sola volta, però, nei Vangeli, non è Lui a insegnare o a porre domande, ma un’altra persona, donna e pagana, che gli chiede di guarire la figli indemoniata: “Egli rispose: ‘Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. ‘È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni’” (Mt 15,21-28). Insomma, la donna, perlopiù ‘pagana’, risponde a tono a Gesù “perché comprende il significato profondo delle sue parole – ha proseguito la relatrice -, e in un certo senso gli fa cambiare idea, facendo emergere la Sua Misericordia. Gesù è quindi capace di flessibilità mentale, dimostando davvero di credere in ciò che insegna”. “La sua itineranza, inoltre – ha aggiunto Stefani -, implica insufficienza, sentirsi bisognosi dell’aiuto degli altri, perlopiù delle donne”.

Fra Pietro e Maria Maddalena

Su queste due figure in particolare si sono concentrati i due relatori nella parte finale dell’incontro. “Pietro è sicuramente presentato, fra i dodici, come il primo – sono parole di Stefani -, ma non è indicato in modo chiaro come successore. Inoltre, è colui che maggiormente non-comprende le parole di Gesù, il quale lo chiama addirittura ‘Satana’ (‘tentatore’)”. “Interessante sarebbe riflettere meglio sul primato – quasi mai riconosciuto – di Maria Maddalena”, ha proseguito invece la Zanconato. Questa donna era insieme a Maria e a san Giovanni sotto la Croce (Gv 19,25-27), ed è la prima a vederlo risorto (Gv 20,11-18). “Nella storia però si è tentato purtroppo di etichettarla come prostituta, come peccatrice, rimuovendone volontariamente il primato”. Recentemente è stato il Santo Padre a riconoscere, anche se in parte, il suo ruolo fondamentale: il 3 giugno 2016 la Congregazione per il Culto Divino ha infatti pubblicato un decreto con il quale, “per espresso desiderio di papa Francesco”, la celebrazione di santa Maria Maddalena (che ricorre il 22 luglio), memoria obbligatoria, è stata elevata al grado di festa liturgica. Un passo decisivo, anche se di strada ce n’è ancora tanta da fare.

Andrea Musacci

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 marzo 2019

La Voce di Ferrara-Comacchio