Sono i tutori volontari (a Ferrara una 50ina), adulti formati che accompagnano fino ai 18 anni (e spesso oltre) giovani stranieri non accompagnati, evitando loro di cadere nelle fauci della criminalità
Punti di riferimento fondamentali per minori stranieri non accompagnati (MSNA), con alle spalle un vissuto di violenza e abbandono, e un pungolo per l’intera comunità ospitante affinché tutta intera diventi accogliente nei confronti di questi giovani. Non è per nulla irrilevante – men che meno in questo periodo, con le conseguenze del DL Sicurezza – il ruolo dei tutori volontari che affiancano e rappresentano legalmente fino ai 18 anni ragazze e ragazzi migranti accolti nella comunità SPRAR Minori di Ferrara. Di questo si è discusso la mattina di sabato 23 marzo nella Sala consiliare del Municipio di Ferrara in occasione del seminario “Tutori nel tempo. Rappresentare e sostenere i minori stranieri soli nella nostra città”. L’incontro, moderato dal responsabile Ufficio stampa del Comune, Alessandro Zangara, ha visto come primo intervento quello di Clede Garavini, Garante dell’infanzia e dell’Adolescenza dell’Emilia-Romagna (figura che promuove la formazione dei tutori volontari per MSNA in Regione), la quale ha spiegato come in Regione al 31 dicembre 2018 i MSNA censiti isono 792 (è la terza regione in Italia dopo Sicilia e Lombardia), e attualmente sono circa 20 in meno. Solo due anni fa erano 1081, e sono diminuiti per il calo degli sbarchi che impedisce loro di arrivare in Italia, costringendoli a rimanere in Libia. Di questi, il 92,7% sono maschi e circa l’85% ha 16 o 17 anni. Nella nostra Regione sono 111 le comunità attrezzate per accoglierli, ai quali è offerta, tra le possibilità, di essere seguiti da un tutore volontario (che sono nominati dal Giudice tutelare e dal Tribunale per i minorenni, prima di prestare giuramento), che “per loro possono essere un punto di riferimento importante, anche in quanto rappresentanti della comunità locale, oltrechè una grande risorsa per la stessa, in quanto promotori di partecipazione e stimolo per le istituzioni”. Nelle comunità dove sono accolti, i MSNA studiano, imparano la lingua italiana, fanno laboratori manuali, formazione lavoro, tirocini formativi e attività esterne. Fra le criticità riscontrate dalle comunità stesse, vi sono “la difficoltà ad acquisire del tutto l’autonomia, la difficoltà ad accedere a tirocini lavorativi, quella a ricongiungersi con i propri famigliari all’estero”. Fra le proposte, invece, la Garavini ha sottolineato il “favorire maggiormente la loro inclusione, soprattutto con i coetanei già residenti, sensibilizzare i servizi sociali, promuovere l’accesso al mondo del lavoro, valorizzare le procedure per il ricongiungimento famigliare e promuovere la formazione di più tutori”. Da settembre 2017 a dicembre 2018 sono state oltre 300 le domande ricevute per partecipare a corsi di formazione per tutori volontari, che sono in prevalenza donne (73%), hanno meno di 45 anni (il 43%) – mentre il 15% ha invece fra i 25 e i 35 anni – e quasi 2/3 di loro sono laureati. A Ferrara e provincia, invece i MSNA sono 29, 15 sono le tutele volontarie avviate ad altrettanti MSNA, con più di 50 tutori volontari formati. Elena Buccoliero, sociologa e giornalista, referente dell’Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara oltre che giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, ha raccontato come sono nati a Ferrara i primi corsi per diventare tutori volontari, con il coinvolgimento, oltre che dell’ASP e del CSV, anche di Daniele Lugli – che è intervenuto -, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna negli anni 2008-13 con un impegno specifico per promuovere la tutela volontaria. “Già nel 2011 – ha spiegato – abbiamo iniziato ad occuparci nello specifico di MSNA, cercando di rispondere alla loro esigenza di libertà e sviluppo come persone”. Alcuni passaggi “storici” sono nel febbraio 2016 la prima nomina di una tutrice a favore di una bambina italiana e, nel novembre dello stesso anno, la nascita dell’associazione – prima in Regione di questo tipo – “Tutori nel tempo”, che contava 13 soci fondatori, ai quali se ne sono poi aggiunti 18. A nome dell’Associazione sono intervenuti Paola Mastellari e Massimo Sartori, che hanno posto l’accento sull’importanza di “accompagnare qualcuno che è in una situazione di bisogno, creando nel tempo un rapporto di fiducia, mettendosi in relazione diretta con la persona, in un rapporto di prossimità, per prevenire eventualmente anche situazioni di marginalità sociale”. A seguire, sono intervenuti Marco Orsini della coop. CIDAS, Valentina Dei Cas (Asp Ferrara), Giordano Barioni, che nell’Istituto don Calabria di Ferrara coordina la comunità SPRAR Minori (oggi SIPROIMI), con “una decina di operatori che seguono i ragazzi lungo l’intera giornata, pulendo i loro fiumi di rabbia e le loro frustrazioni. Dopo le tante violenze e i soprusi subiti – ha proseguito -, per avere fiducia in noi adulti ci vuole tempo, pazienza, continuando a dialogare con loro, ad accompagnarli, dandogli orizzonti. Per questo è importante il contributo dell’intera città”. Dopo il giornalista Sergio Gessi, Rita Canella ha letto una lettera indirizzata al Ministro degli Interni sul futuro dei MSNA dopo il DL Sicurezza, tema sul quale si è soffermata Paola Scafidi, avvocato esperto di immigrazione: “il principale motivo di preoccupazione è rappresentato dall’abolizione dell’istituto della protezione umanitaria, che riconosceva il permesso di soggiorno per un ventaglio ampio di motivazioni, tra cui la minore età e la possiblità di un buon percorso di integrazione, mentre il DL Sicurezza riduce fortemente le possibilità per ottenere il permesso, considerando solo casi più specifici, più limitati, più rigidi, aumentando così inevitabilemnte il numero di irregolari sul nostro territorio”. Un’altra conseguenza è che i minori che hanno ricevuto il permesso di soggiorno, quando compiranno il 18esimo anno di età, non potranno essere più seguiti. Senza dimenticare come il “Decreto Minniti-Orlando” del 2017 prevede che “per i migranti che hanno fatto ricorso contro un diniego per la richiesta di asilo venga soppressa la possibilità del secondo grado”. Infine, ha preso la parola prima Giuseppe Spadaro, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bologna, che ha ricordato come “accoglienza e solidarietà siano valori scritti nella nostra Costituzione, e punti di riferimento anche per i giudici”, e poi l’Assessore Chiara Sapigni che ha proposto, per aiutare i MSNA, di “alzare il limite d’età fino alla quale debono essere seguiti”, e ha invitato “le aziende del territorio a inserirli in percorsi di formazione lavorativa. Come dimostrato anche da testimonianze video proiettate durante la mattinata – ha concluso -, il ripetere ‘rimandiamoli a casa loro’ crea in questi ragazzi un clima di pesantezza e di paura che non meritano”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 29 marzo 2019
Quattro passi nell’arte ferrarese, alla scoperta di chi, materialmente fa arte. E tutto nell’ambito di un progetto che, fisicamente, intende “scardinare” alcune porte, e, metaforicamente, alcuni pregiudizi riguardo alla Ferrara artistica.
Il primo pubblicitario? E’ un frate francescano vissuto tra il 1380 e il 1444, che, ideando un “marchio” religioso, ha dimostrato capacità di sintesi comunicative da far invidia ai grafici di oggi. Su questo interessante legame tra antico e contemporaneo verterà l’incontro dal titolo “Da san Bernardino da Siena alla grafica digitale: sei secoli di evoluzione”, in programma giovedì 21 marzo alle ore 17 nel Museo di Casa Romei a Ferrara (via Savonarola, 30).
Una storia del sangue risparmiato, non del sangue versato. Un taglio diverso della Resistenza, un’opposizione alle barbarie nazifasciste fatta di piccoli grandi gesti personali e collettivi che hanno intessuto – quando ancora pesanti erano le tenebre oscuranti il cielo della libertà – tanti fili di pace e di nonviolenza. Diversi sono stati gli spunti e gli aneddoti nel terzo incontro del ciclo “Raccontare la storia, raccontare storie. Incontri con gli autori. Nonviolenza in azione”, organizzato da Daniele Lugli alla libreria Feltrinelli di Ferrara. Martedì 12 marzo Raffaele Barbiero, operatore del Centro per la Pace di Forlì, ha presentato il suo libro “Resistenza nonviolenta a Forlì” (ed. Risguardi, 2015). Per resistenza nonviolenta, ha spiegato l’autore, si intende “qualsiasi azione che non avesse comportato uccisione o ferimento di persone, o mancato rispetto della dignità della persona”. Qualcosa che richiede non poco “coraggio” e non meno “creatività”. Barbiero ha illustrato innanzitutto le azioni di boicottaggio e sabotaggio, quali ad esempio il fumare – in pieno conformismo autarchico – una semplice pipa inglese, o indossare sul lavoro un simbolo politico com’è un nastro rosso, invitare le giovani donne a non rendersi dispponibili in alcun modo agli occupanti tedeschi e ai loro vassalli italiani. Ancora, in maniera ancora più rischiosa e organizzata, il sottrarre macchinari, bestiame o derrate alimentari all’avversario, sabotare il trasporto di merci, disertare la chiamata militare. Altre “armi” nonviolente erano quelle dello sciopero, per conquiste lavorative o per solidarietà a compagni/e arrestati/e, della propaganda attraverso giornali, volantini, manifesti, poesie e canzoni, tutte rigorosamente clandestine, oppure il supporto e il soccorso agli alleati e ai partigiani stessi. “Senza tutto ciò – ha spiegato ancora l’autore – la resistenza armata non avrebbe avuto la stessa efficacia, e non avrebbe potuto velocizzare la Liberazione, risparmiando così tanti morti e feriti”. Non dimenticando che la prima, elementare, forma di opposizione nonviolenta consiste semplicemente nel non obbedire a un ordine ingiusto di un potere ingiusto. Un ambito, quello della Resistenza nonviolenta, che, si spera, in futuro possa essere indagato in modo organico anche riguardo al territorio ferrarese.
“Ferrara città aperta? Contro ogni forma di razzismo, per l’accoglienza, il dialogo interculturale, l’inclusione sociale” è il nome scelto per l’incontro svoltosi la sera di venerdì 15 marzo nella sala macchine della Factory Grisù di via Poledrelli. L’appuntamento, organizzato dalle Assemblee Civiche “Il Battito della Città”, “La Città che Vogliamo” e “Addizione Civica”, ha visto alternarsi diversi relatori, ferraresi e non, ognuno in prima linea nel rendere le parole accoglienza, dialogo e inclusione, pratiche quotidiane per le quali impegnarsi in prima persona. Le testimonianze sono state intramezzate da alcune letture di Fabio Mangolini, che ha esposto il “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica” di Alexander Langer, e dai brani della cantautrice Sakina Al Azami. Il primo a prendere la parola è stato Guido Barbujani, docente dell’Università di Ferrara, genetista e scrittore, che ha spiegato come da un punto di vista scientifico sia privo di senso parlare di razze, nonostante i tentativi da parte della scienza in epoca moderna di arrivare a una classificazione. “Tutte le differenze che esistono tra gli esseri umani fanno parte dell’1X1000, mentre il 99,9% ce lo abbiamo in comune”, ha commentato. Adam Atik, Presidente di “Cittadini del mondo”, ha poi riflettuto sull’“importanza di instaurare un rapporto con le persone straniere e con i migranti, e di non guardare solo i dati e le statistiche, quindi di un lavoro di cittadinanza attiva, mettendoci ognuno in prima persona per risolvere le situazioni di degrado”. E’ stato poi proiettato un video realizzato dall’associazione “Occhio ai media” sui casi di razzismo in Italia, sul cui aumento lo scorso luglio l’UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha espresso “profonda preoccupazione”. Un esempio concreto di partecipazione solidale dal basso sono le Cucine Popolari di Bologna, nate nel 2014, dirette da Roberto Morgantini, recentemente insignito dal Presidente Mattarella del titolo di Commendatore della Repubblica. Attualmente sono tre, una quarta aprirà a breve ma l’obiettivo è di arrivare a sei, quanti sono i quartieri del capoluogo emiliano. “E’ più di una mensa, è una mensa-comunità” – ha spiegato Morgantini – che dà più di 200 pasti al giorno, “cercando di coinvolgere l’intera cittadinanza”, tra cui scuole e parrocchie. Il cibo è anche “strumento per creare inclusione e una fitta rete di relazioni e di scambi”. Altre iniziative presenti nelle Cucine sono una piccola libreria, il “caffè sospeso”, ma anche altri “sospesi” come può essere un giornale quotidiano o un biglietto per il teatro, perché la persona ha bisogno anche di socialità, cultura e informazione. “La parola chiave è apertura, intesa come accoglienza e contaminazione tra culture e identità”, ha proseguito: “non sottraiamo le persone a questa bellezza, altrimenti viene meno il senso stesso della vita”. Ha preso poi la parola Leaticia Ouedraogo, 21 anni, originaria del Burkina Faso, studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca’ Foscari, diventata famosa un anno fa per aver risposto con una lettera diventata virale a un anonimo che sulla parete di uno dei bagni dell’Ateneo aveva scritto: “Onore a Luca Traini. Uccidiamoli tutti sti negri”, accompagnato dalla svastica nazista e dalla croce celtica fascista. “Voglio parlarti, capire perché tu mi voglia uccidere – era un passaggio della lettera -, visto che sono negra. Sono impaurita, non perché io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?”. “Spesso mi sento ’l’altro’ di qualcuno – ha spiegato Leaticia a Grisù -, nelle nostre città troppo volte assediate da odio e paura: ma ognuno di noi purtroppo può essere ’l’altro’ di un’altra persona”. La seconda parte della serata è proseguita con le testimonianze di buone pratiche di accoglienza e inclusione nella nostra città: sono intervenuti Viera Slaven (Ufficio Immigrati Cgil di Ferrara), sull’importanza di raccontare di come vivono le badanti, Marco Orsini (coop. Cidas) sull’affiancamento familiare dei ragazzi stranieri, Domenico Bedin (Viale K), Malek Fatoum (“Occhio ai media”), Marzia Marchi (insegnante Cpia e tutrice volontaria MSNA) ed Elena Buccoliero (Responsabile ufficio Diritti dei Minori – Comune di Ferrara).
Cogliere le essenze del reale per dischiudere orizzonti. Abitare luoghi abbandonati, disvelandoli attraverso la fotografia, ridonando loro senso, nuova bellezza. E’ questa, fin dalla prima edizione, la filosofia che orienta gli ideatori del Riaperture Photofestival, diretto da Giacomo Brini, che torna quest’anno (dal 29 al 31 marzo e dal 5 al 7 aprile) scegliendo come filo rosso il tema del “Futuro”. Una delle novità è la “riapertura”, per l’occasione, della grande area, abbandonata dal 1997, comprendente su via Cisterna del Follo la Caserma “Pozzuolo del Friuli” e, su via Scandiana, la “Cavallerizza”, il grande capannone in stile Liberty un tempo deposito di veicoli, viveri, armi e munizioni della vicina Caserma. Di quest’ultima verrà utilizzato il piano terra per la biglietteria (l’altra sarà a Grisù), il cortile per ospitare una delle mostre, e il percorso che conduce alla stessa “Cavallerizza”. Un progetto, quello di “Riaperture”, che ogni anno aiuta a riflettere innanzitutto sulla questione della rigenerazione degli spazi urbani, di come potersene riappropriare per farli tornare luoghi vivi e creativi di socialità. Un festival, questo, che intende dunque scardinare portoni chiusi attraverso i chiavistelli dell’arte, e “paradossalmente” inaugurato con una mostra en plein air, “Displacement”, bi-personale con foto e testi rispettivamente di Giovanni Cocco e Caterina Serra, esposta lungo via Mazzini a Ferrara dal 16 marzo al 28 aprile, con il sostegno di Comune di Ferrara, Commercianti di via Mazzini, Coop Alleanza 3.0 e IBS+Libraccio, libreria che nel pomeriggio di sabato 16 ne ha ospitato la presentazione, moderata da Eugenio Ciccone e con l’intervento dello stesso Brini. La mostra – che costringe i passanti ad alzare lo sguardo (metaforicamente, il senso primo dell’arte), guardando con occhi nuovi una via ai più molto familiare – racconta attraverso corpi e luoghi il senso di spaesamento che da anni vivono i tanti abitanti de L’Aquila, costretti da una gigantesca operazione speculativa a vivere in una sorta di “non luogo”, quelle 19 “new town” costruite fuori dalla città storica. “Cittadini – ha spiegato Giovanni Cocco – che hanno perso la loro città, e quest’ultima, perdendoli, ha perso la propria anima”. Riguardo al progetto, nato nel 2013, “con gli aquilani fotografati abbiamo instaurato prima un rapporto personale, fatto di tanti pranzi e cene insieme, di dialoghi e confronti. Siamo stati a L’Aquila, in diversi momenti, tra il 2014 e il 2015”. “Abbiamo trovato una città buia, deserta, abbandonata” – ha spiegato invece Caterina Serra – e, parallelamente, fuori dalla stessa, “queste new town, spazi senza memoria, appartenenza, luoghi privi di segni del proprio vissuto, dove le persone possano riconoscersi ed esprimersi, dove le identità scompaiono a vantaggio di una crescente omologazione”. Citando il filosofo Mark Fisher e le sue riflessioni sulla depressione di massa tipica delle società neoliberiste, la scrittrice ha denunciato come questo progetto di sradicamento di migliaia di persone “spostate” in queste città fantasma – dove vi sono ben quattro nuovi centri commerciali, iniziati a costruire fin subito dopo il sisma – non a caso abbia portato a un aumento significativo del consumo di antidepressivi e di alcool. Oltre alla Caserma e a Via Mazzini, gli altri luoghi del festival saranno Factory Grisù (ex Caserma Vigili del Fuoco), Palazzo Prosperi Sacrati, Palazzo Massari, Salumaia dell’Hotel Duchessa Isabella e il Negozio di via Garibaldi 3. Questi invece i nomi dei fotografi protagonisti: oltre a Cocco, Gianni Berengo Gardin (che a Factory Grisù in via Poledrelli 21 porta “Venezia e le Grandi Navi”), Francesco Cito, Elinor Carucci, Simon Lehner, Claudia Gori, Mattia Balsamini, Fabio Sgroi, Eugenio Grosso, Tania Franco Klein, Ettore Moni, Claudio Majorana, Zoe Paterniani, Marika Puicher. Infine, diversi saranno anche gli workshop ai quali potersi iscrivere.
Da una piccola ragazza bionda a milioni di giovani in ogni angolo del pianeta. Proprio quel pianeta messo così a dura prova dall’atteggiamento predatorio e scellerato di coloro che dovrebbero, al contrario, esserne i custodi. Greta Thunberg, 16enne svedese, che soffre di disturbi autistici (Sindrome di Asperger, per la precisione), dallo scorso 20 agosto ha scelto, ogni venerdì, di non andare a scuola per mettersi con un cartello davanti al Parlamento svedese per chiedere a governi e multinazionali, almeno, la riduzione delle emissioni di gas serra. Una piccola goccia che presto ha inondato il mondo intero, arrivando lei stessa a intervenire durante la Cop 24 di Katowice in Polonia, la Conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite, e ricevendo, da parte di un gruppo di deputati norvegesi, la candidatura al premio Nobel per la pace. Uno tsunami ecologista che ha reso storica la giornata del 15 marzo scorso: quasi 1700 città sparse in 200 Paesi, sono stati “sommersi” dall’onda verde composta soprattuto da giovani, perlopiù adolescenti. A Ferrara sono stati quasi 2mila i partecipanti alla manifestazione “Fridays for Future” (questo il nome scelto): una manifestazione giovanile così grande da diversi anni non si vedeva nella nostra città, forse mai si è vista per un tema come quello ecologico. I partecipanti si sono ritrovati alle ore 9 in piazza Municipale, per poi dar vita a un lungo corteo lungo corso Giovecca, per arrivare infine a piazzale Medaglie d’oro. Una giornata preparata già da alcune settimane, in particolare dal 4 marzo quando, nel chiostro di S.Maria delle Grazie in via fossato di Mortara, studenti, associazioni e singoli cittadini si sono trovati per discutere dei temi e per gli aspetti organizzativi della manifestazione.
Seguire e servire, ma anche saper ascoltare e soprattutto comprendere a pieno la parola del Cristo. In questi atti fondamentali, forse, le donne erano maggiormente capaci rispetto ai maschi. Sì, perché alla Sua sequela non vi erano solo uomini. E’ questa la provocazione centrale dell’incontro dal titolo “I discepoli e le discepole di Gesù”, che ha visto Piero Stefani e Silvia Zanconato confrontarsi tra loro venerdì 15 marzo nella Sala Agnelli della Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara. L’appuntamento, moderato da Francesco Lavezzi, rientra nel ciclo di incontri dal titolo “Maestri” a cura dell’istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.
L’importanza di “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Amare usare un linguaggio vivace e appassionato Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle teologhe italiane) per tentare di spiegare e di riflettere insieme a chi l’ascolta, su cosa sia la santità. Lo ha fatto anche nel pomeriggio di sabato 9 marzo nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, nella giornata conclusiva dell’Ottavario di S. Caterina Vegri, dedicato appunto al tema della santità e della bellezza. Nel suo intervento dedicato in particolare all’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (GE), la Simonelli ha voluto innanzitutto omaggiare S. Caterina Vegri, richiamando la sua “pietas verso la fragilità dei corpi e dei volti”. Da qui il collegamento con la Misericordia, tema quanto mai centrale nel pontificato di Francesco, scandito, non solo in GE, dal tema della gioia (“Evangelii Gaudium”), della letizia (“Amoris Laetitia”), e della lode (“Laudato si’”). “Il documento ha un cuore biblico, rappresentato dalle Beatitudini – ha spiegato -, ma vi è anche un cuore del cuore stesso, la cosiddetta regola del volto, che ha come bussola Mt 25, 45: “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Torna quindi la sopracitata “pietas davanti al corpo” del prossimo, come, ad esempio, può essere quello dei “naufraghi, che è quasi come stare davanti a una reliquia, a un ex-voto”, e da qui il legame col periodo quaresimale, “nel quale ognuno è chiamato a un cammino penitenziale, a porsi in ginocchio davanti alle ’reliquie’ del corpo del Signore”. Da ogni pagina di GE emerge proprio questa “spiritualità di santità”, intesa come “profondità evangelica di forma di vita”. Ricorrente è, innanzitutto, il discorso sui cosiddetti “santi della porta accanto” (GE 6-9): “Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati”, scrive Francesco. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio […]. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità ‘della porta accanto’, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’ ”. Questa “santità di tutte e di tutti”, una “santità feriale”, è possibile incontrarla “nella quotidianità di una vita buona”. L’idea, dunque, è che la strada sia “luogo di santità”, luogo di uscita verso il prossimo, e al tempo stesso (una cosa non esclude l’altra) lo è anche “la casa”, la prossimità familiare. Una santità, questa, come accennato, “leggera ma non superficiale, nel senso che non si tratta di un lavoro al ribasso”, e che, anzi, può arrivare – ma non necessariamente – al “martirio”. E’ anche – ha proseguito la relatrice – una “santità diffusa in un mondo che, certo, è teatro di un dramma ma anche luogo dove possiamo sentire la sintonia con le nostre sorelle e i nostri fratelli, respirare la santità ovunque, anche in persone che chiamano Dio in un altro modo, o che non lo chiamano proprio”. Possiamo perciò “fiutare il buon profumo della santità, a prescindere dal nome con la quale è chiamata”, scoprendo quella “trama condivisa di santità sparsa nel mondo, che attraversa tutti”. Infine, la santità è anche quella “dei piccoli particolari” (GE 144) e non può non essere “santità della comunità, intesa come salute della nostra vita comune, matrice nella quale sanamente si può sviluppare la santità di ognuno. Ciò, naturalmente, non toglie l’influsso dello Spirito – ha concluso la Simonelli -, ma è importante per capire che non solo questo agisce, ma anche lo spirito condiviso”.
Martedì 5 marzo nella Libreria Feltrinelli è stato presentato il libro “La critica della violenza di Andrea Caffi”, con relatore Alberto Castelli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Ferrara, che ne ha curato la riedizione, e che ha dialogato con Daniele Lugli, organizzatore del ciclo di incontri “Raccontare la storia, raccontare storie. Nonviolenza in azione”. Chi era Andrea Caffi (1887-1955)? Nato a San Pietroburgo, in una famiglia italiana, fin da giovane conosce da vicino le condizioni di sfruttamento dei lavoratori e dei contadini nella Russia zarista. Partecipa, da socialista non bolscevico, alla Rivoluzione russa del 1905, viene arrestato e condannato a tre anni di reclusione. Trascorsi alcuni anni a Berlino, dove studia filosofia, si trasferisce a Firenze e poi a Parigi, e partecipa al primo conflitto mondiale. Torna poi in Russia, dove critica la violenza e l’autoritarismo dei bolscevichi, e per questo viene incarcerato. Nel 1923 è di nuovo in Italia, ma tre anni dopo, per via della dittatura fascista, è costretto a fuggire in Francia. Nel tempo consolida una visione sempre più pacifista e nonviolenta, contro l’autoritarismo sovietico e la democrazia liberale dell’epoca. “Penso che alcune idee esposte da Hannah Arendt in ’Sulla rivoluzione’ – ha spiegato Castelli – le siano state ispirate da Caffi, anche se lei, com’era sua abitudine, non citava quasi mai le sue fonti. Quella di Caffi – ha proseguito – era una critica feroce della violenza e dei metodi rivoluzionari bolscevichi: per lui l’uso della violenza organizzata non era mai funzionale all’idea di una società autentica. Pane, libertà e pace, secondo Caffi, aumentano quando aumenta la sfera dei cosiddetti rapporti spontanei, umani, non gerarchici, la sfera della socievolezza, la vera ’società’, come la definiva. Idea – ha concluso – maturata pensando soprattutto ai gruppi dei primi cristiani nelle catacombe dell’Impero”.