Comacchio, cuore dell’Emilia profonda, luogo arcano e terribile, protagonista dell’ultima pellicola del regista, da lui presentata il 28 agosto a Ferrara. Una sconvolgente riflessione sul male, tra infanzia, fede e superstizione
a cura di Andrea Musacci
Il cinema italiano dimostra di avere ancora registi coraggiosi, capaci di saper proporre, in maniera originale, tematiche forse da molti considerate desuete, ma che appartengono alla cultura e al senso comune di intere popolazioni. Uno di questi artisti sempre più rari è Pupi Avati, bolognese d’origine ma legatissimo al nostro territorio, da lui immortalato in varie pellicole, fra cui “La casa dalle finestre che ridono”. Una fascinazione per la quiete arcaica e desolata della campagna del basso ferrarese, mai sopita, tanto da convincerlo ad ambientarci la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, da lui stesso presentata in anteprima il 22 agosto a Comacchio (dove il film è stato girato) e sei giorni dopo, il 28, al Cinema Apollo di Ferrara. La pellicola, ambientata nell’autunno del 1952, racconta delle indagini sull’omicidio di un adolescente, Emilio (foto in basso), giovane deforme, incarnazione del maligno per alcuni, vittima di feroce superstizione, per altri. L’assassino è il 14enne Carlo (foto in alto), amico di Paolino, quest’ultimo morto in circostanze misteriose legate, pensano in molti, proprio alla presenza di Emilio. Tra profanazioni, riti e gesta sempre ambiguamente a cavallo tra fede cristiana e credenze popolari, la vicenda si dipana tra i confini offuscati del bene e del male.
La serata ferrarese, capace di richiamare circa 500 persone, si è svolta nella Sala 1 del Cinema di piazza Carbone, alla presenza, fra gli altri, dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e del Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, oltre che dell’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli, che ha fatto un breve saluto iniziale. “In passato ho diretto diversi film ‘consolatori’ su vita, famiglia, amicizia, ma questo non è così”, ha esordito Avati prima della proiezione. Richiamando una scena del film, ha spiegato come assomigli “a quei momenti della giornata in cui i bambini, dopo aver giocato, e magari bisticciato, nel pomeriggio in cortile, all’imbrunire sentono di dover ‘fare la pace’. Perché il buio fa paura, a tutti”. “Un film, questo – ha proseguito -, che mi ha permesso di tornare in questo ‘non luogo’, che è anche un ‘non tempo, una terra meravigliosa che va da Ferrara verso nord, fino al Po, dove la modernità non ha ancora avvilito il territorio, rimasto padrone”. Dove, di conseguenza, “dominano gli archetipi primordiali, come la paura”, rappresentata, in un flashback del film, da un bambino chiuso per punizione dal padre al buio in un armadio. Scena che rimanda anche al finale stesso. Ma è il male il protagonista della pellicola: “l’ho visto, tanto, e l’ho vissuto dentro di me – ha confessato Avati -, l’ho commesso e lo continuo a commettere, ad esempio nel godere degli insuccessi dei colleghi. Ma esiste anche un male superiore, più grave: il male per il male”, quello gratuito, “e spesso chi lo compie è anche più apprezzato a livello pubblico”. Dopo la proiezione, il regista ha raccontato alcuni aneddoti sui due giovani protagonisti, Filippo Franchini, che interpreta Carlo, e Lorenzo Salvatori, nel ruolo di Emilio. Il primo, “lo scelsi a Rovigo, fra 70 ragazzini presentatisi al provino: fin da subito, spiegando il film, sembrava capire tutto, guardandomi dava la sensazione che comprendesse meglio di me le cose di cui parlavo. Mi colpì molto questo suo sguardo perturbante”. Infine, Avati ha accennato alla possibilità di un seguito del “Signor Diavolo” – visto anche il finale volutamente aperto – se non addirittura a una vera e propria “sagra del male”.
Volti, simboli e richiami del demoniaco: un’analisi del film
“C’è una forza che abita la nostra anima. Opposta al desiderio di bene. La nostra cultura dominante dimentica queste battaglie dell’anima, tende a dimenticare che abbiamo un’anima”: così scriveva un mese fa il poeta Davide Rondoni sul Carlino nazionale, all’indomani del duplice omicidio volontario di due giovani nel bergamasco, in seguito a una “banale” lite dentro una discoteca. Un rammarico, quello per l’abbandono del discorso sul maligno, condiviso da Pupi Avati, che non ha perso occasione, nemmeno nel suo intervento all’Apollo di Ferrara del 28 agosto, di lamentare come la stessa Chiesa “non parli più del diavolo”. In ogni caso, la visione tradizionalistica del cineasta bolognese, nella sua ultima pellicola l’ha portato a un ritorno al passato, a quella fase pre-consumistica (e in parte pre-moderna) in un angolo di Occidente non ancora del tutto contaminato dal progresso, dove quindi, a suo dire, è ancora possibile riscoprire tanto il sacro quanto il “profano” nella sua veste demoniaca. Sacro e demoniaco che, quindi, per Avati, possono essere riconosciuti solo in una società antica, in spazi a-temporali, in quel tempo incantato, sospeso, che si vuol credere incorrotto, mitico, anche se così non è. Oggi, invece, sembra dire il regista, il conflitto tra Bene e Male non ha più corpi, parole per essere espresso. L’agone fondamentale è stato dimenticato.
Alla ricerca del Bene e del Male
La ricerca da parte di Furio Momenté – funzionario ministeriale incaricato delle indagini sull’omicidio di Emilio, dentro gli intrecci del potere democristiano del secondo dopoguerra – sembra rappresentare la ricerca di una verità non solo procedurale, e non strumentale, ma ben più profonda, appunto sul Bene, sul Male e sul loro conflitto. Il suo (il nostro?) bisogno di affondare nelle viscere del reale – sembra dirci Avati – viene seppellito nei sotterranei di una chiesa vuota, dove nessuno può e potrà sentirne le grida, quel monito a non disperderci nelle frivolezze della mondanità, ma a temere il male/il Male, e a non cercare piccoli beni, ma ad anelare al Bene, sempre.
Davide contro Golia…
Nella pellicola, l’esile Carlo uccide il rude e corposo Emilio con una pietra lanciata da una fionda, colpendolo in un occhio. La sequenza richiama la lotta biblica fra il giovane Davide e il filisteo Golia, raccontata nel libro di Samuele: «Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse prontamente al luogo del combattimento incontro al Filisteo. Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa» (1 Samuele 17,48-51).
Emilio, verro demoniaco o vittima del mondo?
Nonostante le apparenze, raffinata nella sua consapevolezza è la persistente, e crescente, ambiguità su quali figure (Emilio, Carlo, le suore, i sacerdoti…) il Male abiti davvero nella vicenda raccontata ne “Il signor Diavolo”. Nella prima parte del film, è Emilio a essere presentato come incarnazione del maligno: a dimostrarlo sarebbero, oltre la sua ferocia gratuita, la stessa conformazione fisica, malformata e ferina. I denti enormi, i peli spessi e duri lo mostrano, infatti, agli occhi dei compaesani come mezzo uomo e mezzo maiale, nato – pensano in molti – dall’unione carnale fra una donna e un verro. Non a caso, il maiale è tradizionalmente simbolo di lussuria e ingordigia, e dagli stessi ebrei e musulmani considerato animale impuro. Nel Vangelo, due sono i passi nei quali il maiale è richiamato come simbolo di degradazione: il primo, in Matteo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Mt 7,6 ). Sbranamento, forse non casualmente citato dal regista nel modo in cui Emilio uccide – o si insinua che abbia ucciso – la neonata sorellastra. L’altro passo è parte della parabola del figliol prodigo, prima del ritorno al padre/Padre: «quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava» (Lc 15, 14-16). Il maiale è, infine, simbolo positivo se associato a sant’Antonio Abate, in quanto il suo grasso era usato dai suoi discepoli per curare l’ergotismo detto “il male di s. Antonio” o “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster).
«Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo» (da “Emilio”, J. J. Rousseau, 1762)
La stessa etimologia del nome “Emilio” suggerisce alcune riflessioni. Un primo significato, immediato, è quello che richiama l’ “abitante dell’Emilia”, per cui il personaggio del film incarnerebbe perfettamente lo spirito perturbante e cupo delle nostre zone. Sempre a livello etimologico, Emilio (aemulus) significa “il rivale”, “il competitore”, “l’emulo”, quindi “l’Avversario”, l“’Antagonista”, “il Nemico”, tutti significati dell’ebraico sāṭān. Il nome richiama anche la celebre opera “Emilio” di J. J. Rousseau, nella quale il filosofo svizzero assume la vita di Emilio come modello pedagogico per dimostrare come l’educazione a contatto con la natura preservi il giovane da alcuni pericoli e corruzioni della civiltà. Nel film del regista bolognese, perciò, Emilio è l’esatto opposto del “buon selvaggio” (se ci concediamo una semplificazione del pensiero rousseauiano). Oppure, seguendo la versione della madre del giovane, era naturalmente buono, ma ha perso il senno a causa degli elettroshock subiti da bambino nel volerlo curare dall’epilessia. Sarebbe dunque la civiltà, e la sua scienza “moderna”, come suggerisce la frase sopracitata dell’opera di Rousseau, ad averlo deformato e corrotto. Seguendo questa versione, Emilio ne “Il signor Diavolo” è dunque il diverso, il debole, vittima del male incarnata non in una singola persona, ma nel “peccato” delle persone accecate, chi dalle supersitizioni pseudo religiose, chi, specularmente, dalla superbia di certo scientismo.
«Il concavo cielo sfavilla» (da “X agosto”, Giovanni Pascoli, 1896)
Ricordi dell’infanzia fanno riaffiorare alla mente “X agosto”, poesia di Giovanni Pascoli. È Carlo stesso a leggerla, durante i compiti scolastici pomeridiani, dopo l’uccisione del verro e prima della morte del padre. Scelta per nulla casuale del regista, vien da pensare: la poesia, infatti, è dedicata dal Pascoli al padre ucciso da due sicari, in circostanze che richiamano fortemente la morte misteriosa del padre di Carlo, in particolare in questi versi: «Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; / e restò negli aperti occhi un grido / portava due bambole in dono… / Ora là, nella casa romita,/ lo aspettano, aspettano in vano: / egli immobile, attonito, addita / le bambole al cielo lontano». Così, invece, si conclude, la poesia di Pascoli: «E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!». Una nota di speranza presente anche nella pellicola di Avati, ma che fatica a mostrarsi: non emergono, infatti, nel film, figure luminose, volti santi, ma tutto sembra inghiottito da una penombra soffocante, ogni cosa si dissolve in queste valli che paiono sconfinate, dove Dio non sembra abitare.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 settembre 2019
http://lavoce.e-dicola.net/it/news






“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.
“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.
La nuova personale di Marcello Darbo dal titolo “Fragile. Maneggiare con cura” – che inaugura venerdì 14 giugno alle ore 18 nello studio dell’artista (via Vittoria, 22/b) – raccoglie una quindicina di opere su cartone, sfruttando in alcuni casi i diversi lati del supporto per dar vita a veri e propri “polittici”. Darbo torna a esporre dopo “Carne italiana” dell’estate 2017 e “Rifugi di Umanità”, esposta nel 2016 nella Casa d’arte “Il vicolo” a Bondeno. Una gestualità, quella di Darbo, spesso rapida, decisa, un tocco quasi impetuoso, espressione di una forte tensione interiore, di chi non intende disperdere l’energia ma cerca di concentrarla, così da far emergere l’essenziale. Da questa grazia che innerva la mano dell’artista, di rendere con poche pennellate corpi umani disadorni ma mai impersonali, emerge una moltitudine che solo a uno sguardo superficiale può apparire seriale. Al contrario, l’invito è ad abbandonarsi all’incedere di queste figure – spesso nette nella propria virilità o femminilità, e perlopiù monocrome –, a questa costellazione carnale, per notare, di ognuna, l’ineliminabile alterità. Solo così, forse, si può in qualche modo far emergere l’essenza della condizione umana, senza fronzoli o inganni, ma ammirandone la natura caduca, al tempo stesso cruda e sobria. In questo risiede il fascino di questa esposizione: coinvolgere l’osservatore perché si appassioni a questi corpi fragili, ai loro movimenti e alle loro forme, lasciando che l’immaginazione e l’inconscio aggiungano storia, dinamicità, densità e bellezza. Simili a primitivi ammiratori di incisioni rupestri, proviamo dunque a farci prossimi a questi segni con occhi vergini, a denudarci di inutili sovrastrutture mentali per coglierne a pieno l’armonia, la voluttà, la commovente fragilità.
Paesaggi spettrali, incantati, composizioni di macchie dove una luce flebile, malata, spegne i contorni. Di estremo interesse l’ultima mostra personale del pittore Daniele Cestari, visitabile a Ferrara nella Sala Mediolanum in via Saraceno, 18/24 fino al 21 giugno. “Altri paesaggi” è il titolo del progetto espositivo dove atmosfere rarefatte convivono, come scrive il curatore Lucio Scardino nel catalogo, con strati di “fogli lacerati, spartiti musicali, registri contabili, frontespizi di vecchi libri, appunti manoscritti con bella calligrafia”. In parete è possibile ammirare ambienti naturali onirici, come evaporanti, che sembrano perdere la propria consistenza per divenire rappresentazione di un’inquietudine recondita. O le montagne, che ricordano quelle “incantate” di Michelangelo Antonioni nella propria metafisicità. Un’intuizione riuscita, dunque, quella di Cestari, capace di donare un’aura malinconica alle opere. Una malinconia, però, essa stessa indefinita, non mirata a un oggetto particolare, fonte di una vaga nostalgia, che avvolge in un senso di tedio e spaesamento profondi, difficilmente vincibili. Infine, un terzo “blocco” di tele – oltre a quello delle pianure e delle montagne – è rappresentato da alcuni monumenti della città di Ferrara (omaggiata anche con un’opera dedicata a San Giorgio e il drago): porte e portoni antichi, simboli arcani, inviti misteriosi ad accedere non in un luogo ma in una dimensione altra.