
Intervista a tutto campo al nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego: Unità pastorali, Giornate del Laicato e Laboratorio della fede, “più attenzione a vita comunitaria ed elaborazione condivisa”. Sisma, la speranza sulle prossime riaperture. Chiesa in uscita: “allargare la responsabilità e la corresponsabilità, creare occasioni di dialogo, uscire da forme superbe di dogmatismo e di giudizio”. La città sarà “salvata” dai giovani. Territorio e polis: “la politica sempre più sinonimo di corporativismo: associazioni e parrocchie diventino ‘laboratori’ dove possa nascere la passione per il bene comune”
a cura di Andrea Musacci
All’alba di un nuovo anno pastorale, il suo terzo da Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego ha accettato di rispondere ad alcune domande, per analizzare il presente della nostra Diocesi e cercare di immaginare il futuro.
Tra progetti e speranze (e qualche piccola amarezza), un confronto che diventa occasione per fare il punto della situazione, spiegare meglio alcuni concetti importanti e ribadire un principio: “la missione chiede di superare l’abitudinarietà, la ripetitività; chiede ascolto e confronto; chiede il coraggio della proposta”.
LA CHIESA LOCALE
Con emozione e preoccupazione, unite alla gioia e alla speranza, inizio il mio ministero episcopale tra voi e con voi, cari fratelli e sorelle della Chiesa di Ferrara-Comacchio”, queste le sue prime parole a Ferrara, il 3 giugno 2017: che comunità diocesana ha trovato al suo ingresso, e come invece possiamo descriverla oggi?
Ho iniziato il mio cammino nell’Arcidiocesi visitando tutti i parroci. E’ stato un incontro che certamente ha segnalato le preoccupazioni (il terremoto e le sue conseguenze, la denatalità, la poca frequenza ai sacramenti – una persona su dieci mediamente -, la fatica delle famiglie, la distanza di molti giovani…), ma al tempo stesso mi ha regalato gioia e speranza vedendo la dedizione, l’impegno e la serenità nel lavoro pastorale dei nostri sacerdoti e dei laici incontrati nelle parrocchie. Da questo incontro è nata la necessità di lavorare pastoralmente insieme, valorizzando gli organismi di comunione a livello diocesano e parrocchiale, guidati in questi tre anni dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.
Un anno fa veniva ufficialmente istituita la prima Unità Pastorale della nostra Arcidiocesi, quella di Borgovado. Un progetto pensato da alcuni suoi predecessori (Caffarra, Rabitti), ora divenuta realtà concreta. E a breve nasceranno altre Unità Pastorali in Diocesi…
L’unità pastorale è la nuova forma di vita comunitaria che non sostituisce le parrocchie, ma le valorizza dentro un unico progetto pastorale che ha al centro la Liturgia, la catechesi e la carità. La debolezza della parrocchia, di molte parrocchie oggi nell’esercizio dei compiti istituzionali, la solitudine più che la mancanza dei sacerdoti, il numero esiguo di fedeli in alcuni contesti, rendono necessarie forme di vita comunitaria dove valorizzare le diverse età della vita, la collaborazione, i tempi del riposo, la condivisione delle risorse, ecc. Con le unità pastorali sono tre i livelli organizzativi e di vita comunitaria della Diocesi: la parrocchia, l’unità pastorale, il Vicariato. Ad ognuno di questi luoghi corrispondono delle responsabilità pastorali.
Sul laicato di Ferrara-Comacchio: che impressione ha avuto dal percorso dell’anno pastorale scorso (le tre Giornate del Laicato e anche tutti i passaggi di discussione e di elaborazione intermedi)? L’anno prossimo torna il Laboratorio della fede, da Lei sostenuto, e richiesto a gran voce da molte laiche e laici: come si affiancherà e integrerà alle Giornate del Laicato?
La ripresa delle Giornate del laicato ha permesso di avere un luogo di confronto e di elaborazione importante, anche un luogo più ampio del “consigliarsi” nella Chiesa, espressione delle diverse realtà associative e dei movimenti. Il frutto di queste Giornate – che continueranno e affiancheranno anche il lavoro del Consiglio pastorale diocesano – sono state numerose proposte, tra le quali si è scelto di continuare e rafforzare il “Laboratorio della fede”. Il “Laboratorio” è un luogo di formazione, direi quasi un luogo “catecumenale” di riscoperta della propria fede, cercando di legarla alla vita personale e a quella della comunità.
“Questa nostra Cattedrale, la cui facciata coperta oltre che l’interno, portano i segni di sofferenza e le piaghe del terremoto”, sono ancora sue parole all’ingresso in Diocesi: due anni dopo ci troviamo con la Cattedrale completamente chiusa, con altre chiese importanti inagibili (penso ad esempio a San Paolo, a San Domenico, solo per citarne due). La sofferenza, dunque, continua. Qual è la situazione generale in Diocesi?
La sofferenza per la chiusura della Cattedrale e di tante nostre chiese parrocchiali e non continua, ma è unita anche alla speranza che le risorse messe a disposizione dallo Stato attraverso la Regione e, nel caso della Cattedrale, anche dal Ministero dei beni culturali, possano superare i rallentamenti burocratici, che comprendiamo in alcuni casi anche necessari, per velocizzare i tempi della riapertura di beni che sono importanti non solo per la comunità cristiana, ma anche per lo sviluppo economico e culturale, turistico della città. Ferrara non può prescindere, per il suo sviluppo, dalla cura di beni che sono risorse fondamentali oltre che “patrimonio dell’umanità”. Speriamo che nell’arco di due anni possa essere riaperta la Cattedrale e altre venti chiese. Sabato 7 settembre, con grande concorso di folla, ma anche con una significativa collaborazione tra Parrocchia e Diocesi, abbiamo riaperto il Santuario della Madonna della Pioppa a Ospitale di Bondeno, un luogo di fede caro a tutta la zona del ferrarese e del mantovano.
Il prossimo anno pastorale verrà “inaugurato” dal Mese Missionario straordinario e dal Sinodo per l’Amazzonia. Vuole dare un messaggio alla comunità diocesana in vista di questi due importanti appuntamenti?
Il Mese missionario straordinario indetto da Papa Francesco vuole stimolare a considerare la missione una dimensione fondamentale di ogni Chiesa. “La Chiesa è evangelizzazione” scriveva già San Paolo VI nell’Evangelii Nutiandi e ha ripetuto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. La missione chiede di superare l’abitudinarietà, la ripetitività; chiede ascolto e confronto; chiede il coraggio della proposta. La missione è compito e responsabilità di tutti nella Chiesa e non passa solo attraverso le parole, ma riguarda soprattutto la testimonianza della vita, gli stili di vita cristiana coerenti. Il Sinodo dell’Amazzonia ci ripropone concretamente la missione attraverso l’attenzione a un luogo di povertà da una parte, ma anche di ricchezza in ordine alla salvaguardia del creato, tema al centro dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Al tempo stesso, il Sinodo dell’Amazzonia propone anche alcuni interrogativi, sui quali rifletteranno i padri sinodali, in ordine alla vita delle Chiese in America Latina.
IL TERRITORIO E LA CITTA’ DI FERRARA
“Guardo a questa città e a tutte le comunità della Diocesi con il desiderio di raggiungere tutti, anche chi è lontano e guarda altrove per trovare le ragioni della propria vita”, spiegava sempre due anni fa al suo ingresso: chi sono i lontani, coloro che “guardano altrove” che ha avuto modo di incontrare in questo primo biennio? A chi pensa in particolare? La nostra Chiesa locale in che modo ha tentato di incontrarli, farsi loro compagni di viaggio?
La categoria dei “lontani”, che richiama un bellissimo testo di don Primo Mazzolari degli anni ’50, è stata ripresa anche da Papa Francesco. Lontani sono coloro che non entrano nelle nostre chiese, non frequentano le nostre comunità, perché non credono più, ma anche perché si sono allontanati per l’incoerenza e la debolezza della nostra testimonianza. Lontani sono pure coloro che si sentono “diversi”, “perfetti” rispetto a chi vive anche del limite, del peccato; e vivono separati, creandosi una loro “chiesa”. Lontani sono anche quelli che si vergognano per una loro situazione di vita e non hanno il coraggio di partecipare alla vita della comunità. Lontano è chi viene assorbito dal lavoro, dallo studio e non ha tempo per altro. Allargare la responsabilità e la corresponsabilità nella missione, creare occasioni di dialogo e di incontro (con i centri di ascolto, il nuovo consultorio, la visita alle famiglia, gli incontri a scuola con gli studenti, la partecipazione a una festa…), uscire da forme superbe di dogmatismo e di giudizio, sono state le iniziative che hanno cercato di più l’accostamento dei lontani.
“La Chiesa è aperta a tutti, con una preferenza per i più deboli, i sofferenti”, disse ancora in quel discorso del 2017. E, ricordo, a partire dalla visita alla Caritas diocesana, e in tante altre occasioni, come non hai mancato di ricordare che la Chiesa – come una madre, come un padre – naturalmente pone un’attenzione particolare – nella sua urgenza e gravità – ai figli che più soffrono (di una sofferenza fisica, psicologica, spirituale, economica ecc.), a chi è solo. Questa sua riflessione – centrale nel magistero dello stesso Papa Francesco – è stata spesso fraintesa o strumentalizzata a fini politici, mediatici, o per mero pregiudizio, dentro e fuori la Chiesa. Perciò le chiedo: si “pente” di aver calcato troppo il discorso sull’attenzione agli ultimi (penso ai migranti poveri e discriminati, ma non solo)? Perché questo suo messaggio non è arrivato a tutti (anche a molti cattolici)? Se potesse tornare indietro, lo comunicherebbe in maniera differente?
Saremo giudicati sull’amore, sulla carità; in Paradiso – lo ricorda Matteo 25 – ci si va così. E’ un’esigenza teologica e non sociologica la scelta preferenziale dei poveri, a cui Papa Francesco dedica pagine molto belle nell’Evangelii Gaudium. E’ un’esigenza faticosa, perché siamo segnati dall’egoismo, dall’individualismo, dalla voglia di avere di più, di lasciare fuori di casa “questi o quelli”, traviati da un’identità intesa come salvaguardia di sé più che apertura all’incontro. Alcune mie parole al riguardo sono state travisate, usate ideologicamente, contrapposte per interessi di parte, tuttavia ciò che ho detto lo ridirei tutto allo stesso modo e, forse, se dovessi ripeterlo – come mi ha suggerito un’anziana ottantenne che ho incontrato in una parrocchia – calcherei ancora di più la mano su questa scelta preferenziale dei più poveri, segno della verità della e nella Chiesa.
Uno sguardo su Ferrara attraverso la lente delle giovani generazioni: una città spesso denigrata da vari fronti, ma che negli ultimi anni è cresciuta in diversi ambiti: penso al mondo degli studenti universitari, ai tanti “poli” in crescita (Spazio Grisù, ad esempio), alle tante iniziative sociali, culturali, dal basso animate da giovani. Senza dimenticare, naturalmente, il fermento – spesso silenzioso – ma vivo e contagioso dei giovani delle nostre parrocchie e delle nostre associazioni diocesane. Insomma, Ferrara sarà “salvata dai ragazzini”?
I ragazzi e i giovani sono il presente, ma anche il futuro della città. Gli universitari, soprattutto di alcune regioni del Sud, sono sempre di più, mentre i nostri sempre meno, alla luce anche della denatalità crescente in città e, soprattutto, nella campagna ferrarese. Una città della cultura, qual è Ferrara, non può che attrarre i giovani e per questo occorre dare largo spazio alle iniziative artistiche, musicali e culturali in genere. Una città dello sport non può accontentarsi solo della grande SPAL, ma – dal CUS ai campi di calcio di quartiere e parrocchiali – promuovere il gioco, rendere sempre vivi alcuni quartieri spenti o occupati da chi ha altri interessi, è una seconda prospettiva importante. Una città ricca di esperienze giovanili nate dalla fede – come i campi IBO, o Mani tese, o Emmaus, o i campi scuola dell’ACI o di altre associazioni e movimenti – e di nuove esperienze di servizio civile, di accoglienza dei giovani provenienti da altri Paesi, di volontariato è una nuova importante prospettiva di lavoro con le giovani generazioni. Cultura, sport e gioco, esperienze di volontariato sono tre luoghi importanti per un lavoro con le giovani generazioni in città, ma anche tre luoghi per coniugare fede e vita cristiana.
160 anni fa nasceva Grosoli, 60 anni fa moriva Sturzo. Cosa manca alla politica italiana (e ferrarese), per riacquistare una fiducia autentica e duratura: figure capaci di sintesi e profondità, radicali e al tempo stesso capaci di essere ponti? Luoghi di formazione e di comunità come un tempo erano ad esempio i partiti?
Ritengo che per creare interesse verso la città, per formare alla politica, serva che alcuni luoghi associativi, le stesse parrocchie, diventino “laboratori” in cui il dialogo, il confronto, le esperienze facciano crescere le persone con “l’interesse” – come diceva don Milani – per il bene comune, con la passione per gli altri. In politica si sta tornando al corporativismo, a difendere i propri interessi, arrivando anche a falsificare la verità su alcuni temi (uno fra tutti l’immigrazione), a dimenticare il cammino che ha portato alla Democrazia nel nostro Paese. Una persona si forma anche alla politica – come si sono formati il nostro Grosoli, don Sturzo, La Pira, Lazzati, Dossetti…- nella misura in cui resta legata a una comunità e antecede – Grosoli ha dilapidato per questo le sue sostanze – il bene comune al bene personale.
Infine, durante questo primo biennio a Ferrara, quali situazioni o parole l’hanno maggiormente amareggiata e quali invece le hanno dato particolare gioia?
Nella nostra vita ascoltiamo parole dure, ma vere, che ci fanno riflettere e ci aiutano a crescere; incontriamo anche parole false, che ci feriscono, soprattutto se nascono dalla volontà di fare il male; incontriamo situazioni difficili per le quali non abbiamo parole e situazioni belle, anche dolorose – come nel recente viaggio a Lourdes – che ti fanno amare la vita, ma anche la Chiesa che sei stato chiamato a guidare. Sofferenza e gioia inevitabilmente si mescolano. Certamente le parole che fanno più male sono sempre quelle false.
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 13 settembre 2019
http://lavoce.e-dicola.net/it/news
Da una vita normale, scandita dalle ore a scuola, trascorse nel caldo nido della comunità, con i propri famigliari, nel negozio del padre, fino a venire a conoscenza, dal giornale, di essere diversi, dunque degni di esclusione dal consorzio umano. E di conseguenza dover sopportare derisione, odio, l’essere considerati simili a bestie, degni di un disprezzo del quale non provar vergogna. Cesare Finzi, nato nel 1930 a Ferrara, cardiologo in pensione, faentino d’adozione, ha vissuto tutto questo, e da anni è impegnato a raccontare la sua testimonianza di vita soprattutto ai più giovani (testimonianza lasciata anche in un libro, “Il giorno che cambiò la mia vita”). Ma la commozione, il dolore traspaiono intatti dalla voce e dagli occhi.
La costruzione di un’Unità Pastorale è un cammino lento e lungo, non scevro da fatiche e frustrazioni. Lo sanno bene gli oltre 50 parrocchiani che il 6, 7 e 8 settembre si sono riuniti nei tre monasteri presenti dentro il territorio dell’Unità Pastorale Borgovado (della quale sono instancabili promotori), per la Tre giorni di inizio anno. Il primo compleanno della prima UP di Ferrara e dell’Arcidiocesi è stato festeggiato nel modo migliore: spendendo buona parte del fine settimana a pregare e discernere insieme sul presente e il futuro di una comunità tutta da inventare. Dopo gli incontri di venerdì 6 (dalle Carmelitane) e di sabato 7 (dalle Benedettine) – di cui parliamo nel box e nell’articolo qui a fianco -, nel pomeriggio di domenica 8 il Monastero del Corpus Domini di via Campofranco ha ospitato il momento unitario dell’Assemblea (per la sintesi dei gruppi di discussione), preceduto dall’ora media e al termine del quale si è condiviso la Messa per la festa di S. Gregorio Magno. La scarsità di giovani, e – autocritica ricorrente – la mancanza di proposte per loro (oltre che per le giovani famiglie, in particolare quelle in difficoltà) è stato uno dei temi maggiormente dibattuti. I giovani, però, si è riflettuto “vanno innanzitutto incontrati e ascoltati nei luoghi che abitualmente frequentano, anche al di fuori dell’UP e confrontandoci con quei loro coetanei che già hanno esperienza di organizzazione di iniziative”. Pensando invece ai più piccoli, è emersa l’importanza di superare gradualmente le rigide appartenenze parrocchiali all’interno dell’UP, facendoli sentire a casa anche nelle altre “vecchie” comunità di Borgovado. Fra le proposte – nate dalla volontà comune di creare momenti informali di dialogo, conoscenza e fraternità – quella del pranzo domenicale mensile in cui ritrovarsi come comunità dell’Unità Pastorale, della Messa comunitaria o della recita insieme, in date stabilite, dei vespri; o, ancora, di organizzare cineforum, sia ad hoc per i giovani sia per tutti, o incontri con testimoni di impegno civile e di fede, ad esempio sul tema della mafia, della droga o dell’ecologia. Condivisa anche l’idea che una fascia d’età “trascurata” sia quella dei 40enni-50enni, persone spesso da tempo lontane dalla comunità ecclesiale, ma delle quali si può, anzi si deve tentare di intercettare il bisogno spirituale e di relazioni autentiche. Ciò che è emerso, e che si nota frequentando questa comunità, è di come nell’arco di questo primo anno di vita, tanti nuovi legami siano nati e tanti altri si siano rinsaldati o approfonditi. E ancora, come alcuni parrocchiani che un anno fa si erano allontanati, in quanto contrari al cambio di sacerdoti, siano ritornati. Anche questi sono da considerarsi in un certo senso “lontani”, e quindi nuovamente da coinvolgere. Un lavoro, questo verso i “lontani”, e in generale quello di una comunità ecclesiale, che richiede, come dicevamo, costanza e pazienza, non formule preimpostate da applicare su un “corpo” già definito. I fedeli di Borgovado ne sono consapevoli, convinti che ciò che più conta non è un’ottima organizzazione ma “l’amore reciproco, l’ascolto, il chiedere al Signore di cambiarci il cuore”. Per evitare di cambiare tutto per non cambiare nulla.
Ha riflettuto sugli stili di vita cristiana dentro la comunione missionaria il diacono Marcello Musacchi, invitato dall’UP Borgovado a intervenire nel pomeriggio di sabato 7 settembre nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine. Dopo l’ora media e prima che i gruppi di discussione dei laici si riunissero, Musacchi ha relazionato sul tema del nuovo anno pastorale, in attesa della Lettera dell’Arcivescovo. “Per tanto tempo nella Chiesa – sono parole di Musacchi – si è pensato che prima bisognava costruire la ‘cittadella’ della parrocchia, quindi fare comunione, per poi proporre la missione”. Col tempo si è compreso come invece l’atteggiamento giusto sia l’esatto contrario: “prima dobbiamo trascendere i nostri egoismi e le nostre abitudini (fare missione, ndr), per poi camminare insieme, creando comunione. La dimensione popolare non si struttura dalla delimitazione dei confini, ma dal vivere le stesse esperienze, nel comune discernimento e alla luce della Parola”. “La missione, infatti – ha proseguito -, è costitutiva dell’essere Chiesa, non è un angolino della pastorale. Non si tratta quindi di fare manutenzione ma di esplorare un nuovo stile di vita, un nuovo modo di essere, partendo dalle situazioni particolari per cercare in ognuna di mettere la Parola. Bisogna superare ogni forma di proselitismo e di autoreferenzialità e mettersi con le persone, nella loro singolarità, sulla loro strada, come Gesù con i discepoli di Emmaus”. Senza dimenticare che la missione ha anche un altro versante, oltre a quello dell’ad gentes: quello dell’intra gentes, cioè “l’attenzione anche all’interno delle nostre comunità”. Tutto ciò deve quindi farci riflettere su “quali sono le nostre vocazioni” e se riusciamo a convertirci, di continuo, “ripensando l’importanza del nostro sacramento del battesimo. Se i laici sono corresponsabili dell’evangelizzazione, allora tutto ciò che vivono diventa elemento di evangelizzazione. Anche in questa UP servono laici sostenuti davvero dalla grazia di Dio, ognuno con la propria vocazione, portatori di misericordia e di speranza, dove speranza non c’è”. In conclusione, dunque, “l’Unità Pastorale non significa spostare semplicemente i paletti dei confini, ma avere diverse risorse da usare per la missione, attraverso la quale la Chiesa si ricostituisce” in modo dinamico. Riprendendo un’espressione di Evangelii Gaudium 87, “l’UP dev’essere una ‘carovana solidale’ ”.
Il cinema italiano dimostra di avere ancora registi coraggiosi, capaci di saper proporre, in maniera originale, tematiche forse da molti considerate desuete, ma che appartengono alla cultura e al senso comune di intere popolazioni. Uno di questi artisti sempre più rari è Pupi Avati, bolognese d’origine ma legatissimo al nostro territorio, da lui immortalato in varie pellicole, fra cui “La casa dalle finestre che ridono”. Una fascinazione per la quiete arcaica e desolata della campagna del basso ferrarese, mai sopita, tanto da convincerlo ad ambientarci la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, da lui stesso presentata in anteprima il 22 agosto a Comacchio (dove il film è stato girato) e sei giorni dopo, il 28, al Cinema Apollo di Ferrara. La pellicola, ambientata nell’autunno del 1952, racconta delle indagini sull’omicidio di un adolescente, Emilio (foto in basso), giovane deforme, incarnazione del maligno per alcuni, vittima di feroce superstizione, per altri. L’assassino è il 14enne Carlo (foto in alto), amico di Paolino, quest’ultimo morto in circostanze misteriose legate, pensano in molti, proprio alla presenza di Emilio. Tra profanazioni, riti e gesta sempre ambiguamente a cavallo tra fede cristiana e credenze popolari, la vicenda si dipana tra i confini offuscati del bene e del male.
La serata ferrarese, capace di richiamare circa 500 persone, si è svolta nella Sala 1 del Cinema di piazza Carbone, alla presenza, fra gli altri, dell’Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego e del Vicario Generale mons. Massimo Manservigi, oltre che dell’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli, che ha fatto un breve saluto iniziale. “In passato ho diretto diversi film ‘consolatori’ su vita, famiglia, amicizia, ma questo non è così”, ha esordito Avati prima della proiezione. Richiamando una scena del film, ha spiegato come assomigli “a quei momenti della giornata in cui i bambini, dopo aver giocato, e magari bisticciato, nel pomeriggio in cortile, all’imbrunire sentono di dover ‘fare la pace’. Perché il buio fa paura, a tutti”. “Un film, questo – ha proseguito -, che mi ha permesso di tornare in questo ‘non luogo’, che è anche un ‘non tempo, una terra meravigliosa che va da Ferrara verso nord, fino al Po, dove la modernità non ha ancora avvilito il territorio, rimasto padrone”. Dove, di conseguenza, “dominano gli archetipi primordiali, come la paura”, rappresentata, in un flashback del film, da un bambino chiuso per punizione dal padre al buio in un armadio. Scena che rimanda anche al finale stesso. Ma è il male il protagonista della pellicola: “l’ho visto, tanto, e l’ho vissuto dentro di me – ha confessato Avati -, l’ho commesso e lo continuo a commettere, ad esempio nel godere degli insuccessi dei colleghi. Ma esiste anche un male superiore, più grave: il male per il male”, quello gratuito, “e spesso chi lo compie è anche più apprezzato a livello pubblico”. Dopo la proiezione, il regista ha raccontato alcuni aneddoti sui due giovani protagonisti, Filippo Franchini, che interpreta Carlo, e Lorenzo Salvatori, nel ruolo di Emilio. Il primo, “lo scelsi a Rovigo, fra 70 ragazzini presentatisi al provino: fin da subito, spiegando il film, sembrava capire tutto, guardandomi dava la sensazione che comprendesse meglio di me le cose di cui parlavo. Mi colpì molto questo suo sguardo perturbante”. Infine, Avati ha accennato alla possibilità di un seguito del “Signor Diavolo” – visto anche il finale volutamente aperto – se non addirittura a una vera e propria “sagra del male”.
“C’è una forza che abita la nostra anima. Opposta al desiderio di bene. La nostra cultura dominante dimentica queste battaglie dell’anima, tende a dimenticare che abbiamo un’anima”: così scriveva un mese fa il poeta Davide Rondoni sul Carlino nazionale, all’indomani del duplice omicidio volontario di due giovani nel bergamasco, in seguito a una “banale” lite dentro una discoteca. Un rammarico, quello per l’abbandono del discorso sul maligno, condiviso da Pupi Avati, che non ha perso occasione, nemmeno nel suo intervento all’Apollo di Ferrara del 28 agosto, di lamentare come la stessa Chiesa “non parli più del diavolo”. In ogni caso, la visione tradizionalistica del cineasta bolognese, nella sua ultima pellicola l’ha portato a un ritorno al passato, a quella fase pre-consumistica (e in parte pre-moderna) in un angolo di Occidente non ancora del tutto contaminato dal progresso, dove quindi, a suo dire, è ancora possibile riscoprire tanto il sacro quanto il “profano” nella sua veste demoniaca. Sacro e demoniaco che, quindi, per Avati, possono essere riconosciuti solo in una società antica, in spazi a-temporali, in quel tempo incantato, sospeso, che si vuol credere incorrotto, mitico, anche se così non è. Oggi, invece, sembra dire il regista, il conflitto tra Bene e Male non ha più corpi, parole per essere espresso. L’agone fondamentale è stato dimenticato.





“Queste ‘lettere’ sono un compendio delle mie esperienze, del mio cammino, del tentativo di comprendere la realtà e di provare a raccontarla. Questo libro è come un parapetto dal quale mi sporgo, verso un futuro che non so come sarà: davanti a me, davanti a noi, avremo o un precipizio o la capacità di creare un’altra strada, una speranza, per un’umanità risanata”. La profondità e la limpidezza del ragionamento sono doti che a Raniero La Valle, giornalista e scrittore protagonista degli ultimi 50 anni, non sono mai mancate. E anche adesso, a 88 anni, dimostra di possederle, impegnato com’è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro, uscito i primi di giugno, “Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila” (Gabrielli ed., 2019). La terza tappa delle presentazioni, dopo quelle di Cremona e Verona, è stata a Ferrara, nella sala conferenze della parrocchia di Santa Francesca Romana, con la moderazione del giornalista Francesco Comina. Dopo il saluto del Vescovo mons. Perego e la presentazione di Alessandra Mambelli di Pax Christi Ferrara (che ha organizzato insieme al CEDOC), La Valle ha affrontato diversi temi centrali del nostro tempo, mai perdendo uno sguardo globale sugli eventi. “Noi tutti siamo su un ciglio, in un passaggio d’epoca. Chiediamoci: dove stiamo andando? Verso un futuro di compimento, una terra promessa oppure verso la catastrofe? Per rispondere a ciò, dobbiamo innanzitutto cercare di prendere coscienza di cosa sta accadendo, operazione non facile in un mondo dove i media sono spesso creatori di false parole e di false interpretazioni. Vedo che accadono cose inaudite, mai successe”, è stata la sua disamina: “i naufraghi vengono lasciati morire in mare e l’aiutarli viene considerato reato; i banchieri di tutto il mondo sono uniti, mentre i poveri divisi e i popoli frantumati; è possibile, con nuove tecnologie, generare vita umana non più dal corpo di una donna, arrivando così a cambiare la natura stessa dell’essere umano; non solo le guerre continuano, ma molte provocano morti da una parte sola; un operaio può guadagnare 400 volte di meno rispetto a un dirigente di azienda; mezza ricchezza mondiale è in mano all’1% degli abitanti di tutta la terra; la crisi ecologica porta a trasformazioni ambientali mai viste, o che non avvenivano da millenni”. Un’analisi radicale che può apparire apocalittica, ma non lo è, per chi, come La Valle, ha attraversato il Novecento, ha combattuto tante “buone battaglie” e “ha conservato la fede”. “E’ importante – ha proseguito – anche reinterrogare la nostra storia, così dominata dall’odio, dove la disuguaglianza veniva teorizzata come naturale, la guerra per secoli considerata il principio ordinatore fra i popoli, fino arrivare agli orrori della prima metà del Novecento, e ai genocidi che continuano nel mondo. Nella seconda metà del secolo scorso si è tentati di uscire da questa spirale, cercando di dar vita a organismi e a un diritto universali, ma commettendo l’errore di dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ ”. Ora, invece – è il compito che vale una vita – “bisogna progettare un futuro che sia davvero diverso, comprendendo che le soluzioni non possono essere solo politiche o giuridiche, ma che è necessario rimettere in gioco tutte le dimensioni dell’uomo, comprese quelle religiosa e filosofica”. Inoltre, con Levinas, dovremmo “rimettere al centro non tanto l’io, l’individuo, ma l’altro, il suo volto, un volto da riconoscere e da amare”. Citando la seconda lettera di S. Paolo ai corinzi, La Valle ha riflettuto su come questa centralità della relazione sia fondata su quella di Dio con gli uomini, con “lo scambio” che ha fatto con noi: “Cristo si è fatto peccato al posto dell’uomo, prendendolo su di sé. Questo dobbiamo fare noi stessi, figlie e figli suoi, assumere la sofferenza e il dolore dell’altro, metterci al posto dell’altro”. Il ragionamento di La Valle è quindi proseguito ponendo l’attenzione sull’idea di un costituzionalismo mondiale, sull’importanza cioè di “iniziare a vedere l’intera famiglia umana come un soggetto politico, storico, un nuovo soggetto costituente, dove i poveri e i scartati possono essere i protagonisti di questo riscatto”. Fare ciò significa dar vita a “un’ecologia integrale, salvare l’uomo e la terra insieme, e che l’uomo salvi Dio, nel senso di salvarlo dalle sue false rappresentazioni, così diffuse nella storia, e ancora oggi, quelle di un dio violento e vendicativo. Dobbiamo tornare alla politica, non c’è alternativa – sono ancora sue parole -, che significa tornare ai partiti, ma non nella vecchia concezione del termine, come soggetti intenti a occupare lo Stato e le istituzioni: penso, invece, a partiti della società, che davvero riescano a raccogliere le istanze e i bisogni reali delle persone, non le paure fittizie, come avviene oggi nei confronti dei migranti. Abbiamo bisogno di un ‘partito della terra’, cioè che abbia la terra come punto di riferimento, da valorizzare come strumento di produzione primario e al tempo stesso da custodire, un partito che parli la parola dell’unità dei popoli, del cambiamento e della giustizia, che sappia essere positivo, concreto, veritiero, che non abbia come fine il potere, la vittoria, ma che assuma le speranze comuni, il comune destino”, fatto di persone che sappiano “cogliere i segni di bene che ci sono”. Le riflessioni conclusive, La Valle – anche incalzato da alcune domande – le ha dedicate, innanzitutto, al tema del katecon, termine che in San Paolo indica la resistenza al “mistero dell’anomia”, cioè alla perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. Una resistenza ancora necessaria ma da attuarsi “mentre le cose accadono, senza aspettare che si arrivi a nuove violenze e genocidi”. Infine, un pensiero al Santo Padre – complimentandosi della lodevole iniziativa del ritrovo mensile, nella parrocchia ospitante, del “Gruppo di preghiera per Papa Francesco”: “il Papa è oggetto di un attacco durissimo da una parte interna alla Chiesa, per questo va difeso e sostenuto, è importante resistere assieme a lui”.