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A Ferrara per tornare a respirare, a Kiev per resistere e sperare

24 Mar
Galina, Vyacheslav e i figli

Famiglie divise dalla guerra. A Ferrara, nella sede dell’Associazione Nadiya abbiamo  parlato con Galina, scappata con i figli di 6 e 7 anni. A Kiev ha lasciato il marito Vyacheslav, in attesa di essere chiamato a combattere. Lo abbiamo contattato per farci raccontare il dramma in corso

di Andrea Musacci

Galina e i figli in salvo a Ferrara

Kiev così lontana, Kiev mai stata così vicina. Vicina nel cuore, nelle viscere di una donna, di una moglie, di una madre. Vicina nello strazio che vive il cuore di Galina, una delle donne che fino a un mese fa vivevano una vita normale, in una grande capitale europea. E che ora sono qui a Ferrara, a oltre 2mila km di distanza, con i due figli piccoli, sperduti, spaventati pur non del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo. Consapevolezza che invece ha lei, nei suoi occhi che presto si bruciano di lacrime. 

Conosciamo Galina il 17 marzo. Siamo in piazza Saint Etienne a Ferrara, di fianco alla chiesa di Santo Stefano. È da poco terminato uno dei corsi di italiano che l’Associazione Nadiya sta organizzando per i profughi provenienti dall’Ucraina. Roberto Marchetti alla fine della lezione domanda chi vuole lasciare una testimonianza per il nostro giornale. Tante le persone che si defilano, le teste che si abbassano, per pudore, tristezza. Galina invece dice: «io voglio raccontare cosa succede».

Arrivata lo scorso 6 marzo a Ferrara insieme ai figli Nazar di 7 anni e Tania di 6, nella Kiev sotto le bombe ha lasciato il marito Vyacheslav e una sorella. Col marito, ci spiega, si sentono quotidianamente tramite Viber o Skype, lui le invia anche immagini della città martoriata. In lei si capisce che combattono il bisogno di sapere e il dolore di conoscere quel che accade. Galina a deciso di venire a Ferrara perché qui sua madre lavora da oltre 10 anni. Lei e i bambini sono stati accolti dalla famiglia dove la madre lavora come badante.

«Alle 4.15 del mattino del 24 febbraio – ci racconta – la Russia ha iniziato a bombardare Kiev. Non ce l’aspettavamo. Abbiamo visto passare i razzi sopra le nostre case. Noi viviamo al 18° piano di un edificio di 22 piani, nel quartiere Darnyts’kyi», zona est di Kiev.

Il 3 marzo lei e i bambini hanno lasciato la città, pagando un privato perché li portasse fino a Ternopil. Un viaggio durato 19 ore. 

«Siamo stati un giorno in un parcheggio sotterraneo insieme a tante altre persone.  I genitori come me uscivano ogni tanto per comprare da mangiare. Poi per alcune ore siamo stati ospitati in un alloggio, prima che alcuni volontari ci portassero al confine con la Polonia. Ci tengo tanto a ringraziare le persone che ci hanno aiutato e quelle che ci hanno accolte». 

«Mio marito è rimasto a Kiev a fare la resistenza», prosegue Galina. «Mi racconta che lì la gente ha paura, si nasconde nei sotterranei, è terrorizzata dalle bombe e dai residui degli ordigni che cadono. Ma iniziano ad aver paura di andare anche nei sotterranei perché temono che le case possano crollare». 

«Non vorrei – conclude – che Kiev finisse come Mariupol o Kharkiv. Le persone nella mia città sono molto depresse dopo settimane di bombardamenti, pensano di morire, gli sembra di non avere vie d’uscita».

Vyacheslav aspetta di arruolarsi a Kiev

Prima mi invia le foto da Kiev dei palazzi dilaniati dalla furia russa. Poi mi inizia a scrivere su WhatsApp, Vyacheslav, marito di Galina, tre settimane fa ha dovuto farla partire con i bambini per un Paese lontano, il nostro. 

Le sue parole decide di anticiparle con le foto e i video della devastazione nel distretto di Podolsky e in quello di Lukyanovka, e dell’orrore dei corpi dilaniati a Mariupol.

«Sto aspettando di essere convocato per arruolarmi nell’esercito – ci spiega –, sono pronto per combattere». «Qui a Kiev in molti sono pronti ad arruolarsi ma attualmente non ci sono abbastanza armi per tutti. In ogni caso se i russi invadono la città, dobbiamo tutti combattere. Anch’io». 

Vyacheslav mi spiega che si è laureato al Dipartimento militare, ed è impiegato come contabile, anche se naturalmente ora la sua azienda è chiusa. Ora che la sua famiglia è dovuta scappare, vive con la madre di 82 anni nel suo appartamento nel Distretto di Nyvok a Kiev. «È anziana, non è riuscita a lasciare la città e in ogni caso non avrebbe voluto abbandonare la sua casa».

«Qui spesso i russi bombardano la città dalle 3 alle 8 del mattino, ogni giorno c’è il coprifuoco. L’azione della nostra difesa aerea è molto dura, Irpin e Gostomel sono vicine», rispettivamente a 50 e 70 km dalla capitale. «Il nostro Paese ha bisogno di una difesa aerea più imponente e di altri aerei perché la gente sta molto soffrendo sotto le bombe. Mariupol e Kharkiv sono state praticamente distrutte».

«Le nostre giornate le trascorriamo in casa, esco solo per comprare l’acqua e altri beni essenziali. All’inizio – prosegue – spesso ci rifugiavamo nel seminterrato della nostra casa, ma ora quando le sirene suonano non scappiamo nemmeno più, rimaniamo in casa. Tante persone, però, sono scappate nella metropolitana e ora vivono lì».

Vyacheslav poi mi racconta di suo figlio di 15 anni, avuto dal suo primo matrimonio. Lui vive con la madre e la nonna a Kherson, città occupata dai russi. «Mio figlio mi racconta che l’esercito russo bombarda i rifugi antiaerei dove le persone si rifugiano, quando l’esercito ucraino ha attaccato le loro truppe».

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 marzo 2022

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Nadiya a Ferrara, assistenza a tutto tondo

17 Mar
Corso di italiano nella sede dell’Associazione Nadiya (14 marzo 2022)

Crisi Ucraina: accoglienza di nuclei famigliari, corsi di italiano, aiuto per ogni tipo di pratica e assistenza psicologica

Non un grande momento per festeggiare i primi 20 anni di vita. L’Associazione Nadiya di Ferrara è da settimane in prima linea nell’assistenza e nell’accoglienza delle donne ucraine. In totale, in questi anni Nadiya ha assistito 2974 persone, di cui ben 1959 ucraine.

Lo scorso 12 marzo, come ci spiega Roberto Marchetti, fondatore dell’Associazione, «abbiamo accolto sei persone da Kiev, due donne entrambe con due figli. Le ospitiamo a Porotto in un appartamento che abbiamo preso in affitto». Per ora sono 700 i profughi ucraini arrivati a Ferrara.

In termini di accoglienza di donne straniere in condizioni di difficoltà lavorative o con problemi di salute, Nadiya vanta una certa esperienza: in via Frescobaldi, 54 gestisce una Casa di accoglienza composta da 6 monolocali avuti in affitto dal Comune dove attualmente ospita 6 profughe nigeriane, alcune badanti malate o in difficoltà e due persone fuori convenzione. 

«Questa casa di accoglienza – ci spiega Marchetti – non è solo d’aiuto per le donne ospitate ma anche per le famiglie dove queste hanno svolto badantato e che non possono più tenerle con sé. Siamo anche in contatto con i reparti di ematologia e oncologia di Cona, che ci avvisano quando una donna gravemente malata non ha più speranze di sopravvivere. A quel punto, anche se non è per nulla facile, la avvisiamo chiedendole se vuole rimanere ospite della nostra struttura o preferisce tornare nel suo Paese d’origine». 

Alcune donne vengono accolte in questa Casa perché non possono permettersi neanche un appartamento in affitto. Per avere la pensione ci vogliono almeno 20 anni di badantato, e spesso alcune badanti svolgono appena 4 ore al giorno di servizio, insufficienti per avere una pensione dignitosa. Spesso capita anche che in Ucraina non abbiano versato i contributi.

Tornando ai profughi giunti in questa settimana a Ferrara dall’Ucraina, l’Associazione li aiuta anche per l’iscrizione a scuola dei bambini e dei ragazzi, con un corso di italiano (foto del 14 marzo) tenuto da Marchetti con un’interprete bilingue loro ospite, oltre che per le pratiche legate alle vaccinazioni o di altro tipo. Inoltre, Nadiya promuove una serie di incontri di gruppo liberi e gratuiti gestiti da uno psicologo-psicoterapeuta, con l’obiettivo di aiutare gli ucraini in questo drammatico momento che vede tanti loro familiari sotto le bombe. Finora sono stati due gli incontri, il 4 e l’11 marzo. Si sta valutando se proseguire in questa modalità oppure organizzarne anche per i profughi arrivati in città.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 18 marzo 2022

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Nessuno può toglierci la nostra umanità, ci insegna Etty Hillesum

9 Mar

La mostra dalle Clarisse presentata il 1° marzo: «dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano, la positività nel reale»

Nulla ci viene strappato per sempre. Se immersi nell’orrore e nella miseria di un campo di concentramento, questa certezza è possibile solo grazie a un’assurda e smisurata fede.

È la fede di cui era piena Etty Hillesum, ebrea olandese deportata ad Auschwitz, dove muore il 30 novembre 1943 all’età di 29 anni. Di questo legame intimo con l’Assoluto, Etty lasciò traccia in un lungo Diario e in diverse Lettere (edite in Italia da Adelphi).

Fino al 9 marzo è possibile avvicinarsi al cammino di fede e di umanità di Etty grazie alla mostra realizzata dal Meeting di Rimini nel 2019 ed esposta nel coro del Monastero del Corpus Domini di Ferrara. La mostra è visitabile ogni pomeriggio dalle 15.30 alle 17.45. Per le visite guidate è possibile contattare Elisabetta Urban (cell. 351-5512283) o Giorgio Irone (3348045353), due giovani del CLU – Comunione e Liberazione Universitari di Ferrara. Negli stessi orari è possibile visitare la cappella del forno, alle ore 18 partecipare al Vespro e alle 18.30 alla Celebrazione Eucaristica. 

La mostra è stata presentata la sera del 1° marzo, davanti a una 40ina di persone, da uno dei curatori, il giornalista e scrittore Gianni Mereghetti, affiancato da Elisabetta Urban e Giorgio Irone. Proprio dal CLU è nata l’idea di portare l’esposizione dalle Clarisse. Una proposta nata grazie al fatto che da un po’ di tempo gli universitari di CL la Scuola di Comunità la svolgono proprio nel Monastero di via Campofranco.

Quello spiraglio di positività sempre da scoprire

Qualsiasi cosa accada non ci possono togliere nulla, non possono toglierci la nostra umanità: «questo pensava, viveva Etty Hillesum», ha spiegato Mereghetti.

«Etty ci insegna il metodo dell’ascoltare la realtà, per comprendere le cose vere», nella loro verità. «Un ascolto possibile solo nel pieno coinvolgimento».

Nel 1941 avviene l’incontro decisivo della propria vita, quello con lo psico-chirologo Julius Spier. È lui che la aiuterà ad ascoltarsi nel profondo, «ad aprirsi all’altro e a Dio in maniera autentica». Da qui la certezza che dentro la realtà «c’è sempre qualcosa di positivo, uno spiraglio di positività. Dobbiamo sempre cercare di scoprire questo debordare dell’umano». Di conseguenza, il compito che d’ora in poi si darà, sarà quello di «dissotterrare nel cuore dell’altro la positività della vita, di disseppellire Dio».

Nel campo di transito di Westerbork, dove Etty lavorerà come assistente sociale prima di essere deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello Mischa, «non troverà solo miseria e disperazione» ma anche, nelle persone lì costrette, «un desiderio di bene e una grande umanità». Un “ascolto”, anche questo, fatto col cuore, tipico di chi «ha sempre vissuto l’impatto col reale, non difendendosi da esso ma vivendolo fino in fondo».

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 marzo 2022

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Da San Benedetto al Fermilab di Chicago: la storia di Giulio Stancari

9 Feb

FERRARESI NEL MONDO / quarta parte. Da 13 anni il noto laboratorio di fisica delle alte energie ha tra i suoi collaboratori un ferrarese. Che ha “esportato” la passione per i cappelletti…

Il Fermilab di Batavia, vicino Chicago, è uno dei principali laboratori statunitensi di fisica delle alte energie, gestito da un consorzio internazionale di università. Dedicato all’italiano Enrico Fermi – che a Chicago ha lavorato ed è morto -, dal 2008 ha tra i suoi collaboratori più fidati un ferrarese, Giulio Stancari, diplomatosi al Monti, laureatosi a Ferrara e per tanti anni impegnato nella parrocchia cittadina di San Benedetto. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso di vita che lo ha portato negli USA, dove vive con la moglie Michelle, anche lei scienziata, e dalla quale ha avuto Nicholas, 18 anni e Arianna, 21, studentessa di biochimica all’Università del Minnesota a Minneapolis.

Cresciuto a Sambe

Dopo aver frequentato l’asilo delle suore di Corso Porta Po, la scuola elementare Canonici in Corso Biagio Rossetti e le scuole medie alla Boldini, alle superiori ha studiato come ragioniere programmatore all’Istituto Tecnico Vincenzo Monti per poi iscriversi alla Facoltà di Fisica dell’Università di Ferrara.

«Oltre alla fisica – ci spiega -, ho diverse altre passioni. Innanzitutto la musica, ma anche la fotografia, la letteratura e il podismo. Devo moltissimo a genitori, parenti ed insegnanti per avermi dato un ampio spettro di interessi da perseguire. Ho iniziato a strimpellare con gli amici di Sambe e poi ho studiato chitarra classica presso la scuola dell’Orchestra Gino Neri. Ora continuo a suonare con gli amici, soprattuto musica folk e rock, e a studiare chitarra classica e jazz. La parrocchia di Sambe – prosegue – è stata una parte importante della mia vita. Sono immensamente grato a quell’ambiente per essere stato una seconda famiglia e per aver forgiato alcune delle amicizie più importanti, che durano tuttora».

Da Ferrara all’Illinois

Nel 1994 inizia a viaggiare negli USA per partecipare ad esperimenti di fisica delle particelle assieme ad altri studenti e ai professori dell’Università di Ferrara presso il Fermilab, dove rra il 1998 e il 2000 completa il dottorato lavorando come ricercatore. Nel 2001 torna in Italia e tra il 2001e il 2008 lavora come ricercatore nella sezione ferrarese dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e nei Laboratori Nazionali di Legnaro, vicino Padova. Il nostro Paese lo lascia nel 2008, prima come professore con un incarico congiunto alla Idaho State University e al Jefferson Lab in Virginia e poi, dal 2009, di nuovo al Fermilab. «Ho lasciato l’Italia sia per motivi professionali che familiari, e per il desiderio di conoscere culture diverse. Occupandomi di fisica delle particelle e degli acceleratori, volevo essere vicino agli apparati sperimentali e agli esperti del settore. Dal punto di vista personale, essendo mia moglie americana, volevamo, assieme ai nostri figli, avere l’esperienza di vivere sia in Italia che negli Stati Uniti».

Dal 2009 risiede a Geneva, in Illinois, cittadina di circa 20mila abitanti sul fiume Fox, una 50ina di chilometri a ovest rispetto al centro di Chicago. Fisico sperimentale presso il Fermilab, Stancari qui dirige un piccolo gruppo di ricerca che si occupa di fisica degli acceleratori di particelle. Nel corso degli anni si è occupato di diverse aree della fisica, dalle particelle elementari alla fisica nucleare e all’ottica quantistica. 

«Nel quotidiano – ci spiega -, il mio lavoro comprende vari aspetti: lo sviluppo di modelli matematici, il progetto di esperimenti, le misure in laboratorio, l’analisi statistica dei dati, la scrittura di articoli, la supervisione di studenti, oltre a compiti amministrativi e partecipazione in vari comitati».

I cappelletti negli States

Gli chiediamo cosa di Ferrara è rimasto più nel suo cuore: «innanzitutto la famiglia: mio fratello, i miei zii e i miei cugini. Avendo perso i genitori abbastanza presto, ai parenti devo moltissimo. Quando si è lontani ed è difficile viaggiare, come in questo periodo, si perdono tante occasioni per condividere tappe importanti della vita, sia tristi che allegre. Poi mi mancano gli amici, i compagni di scuola e i compagni di avventure all’università. Con molti si è mantenuto un bel rapporto e cerchiamo di trovarci ancora quand’è possibile.

Di Ferrara mi mancano i cappelletti, il gelato del K2, le passeggiate in centro, Corso Ercole I° d’Este con la nebbia, le corse sulle Mura, le caldarroste in piazza, i concerti di Capodanno della Gino Neri, le espressioni in dialetto e mille altre piccole gioie. Inoltre, «come avevamo introdotto la tradizione americana del tacchino per il Ringraziamento con amici e parenti a Ferrara, abbiamo anche esportato qui negli Stati Uniti la tradizione dei cappelletti fatti in casa la vigilia di Natale».

Come per molti, anche per Stancari, la pandemia ha impedito il ritorno in Italia. «L’ultima volta che sono stato in Italia è stato tra dicembre 2019 e gennaio 2020. Spero di tornarci in vacanza quest’estate. Normalmente, tornavo in Italia una o due volte l’anno».

Andrea Musacci

(Gli altri racconti di ferraresi nel mondo sono usciti nei tre numeri precedenti)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022

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«Sinodo, cammino da aprire a chi è fuori. Ma le difficoltà sono tante»

9 Feb

L’incontro dei Coordinatori diocesani: confronto tra una 40ina di persone. Sabato 12 febbraio la Giornata del Laicato dedicata al Sinodo

Da Vigarano a Comacchio, da Pontelagoscuro a Santa Maria Codifiume. Gli estremi della nostra Diocesi si sono toccati per una sera, in occasione del secondo incontro dei Coordinatori del Sinodo.

Una bella immagine di comunione, di desiderio di confrontarsi, di guardarsi negli occhi e lasciarsi interrogare. Il 4 febbraio una 40ina di persone si sono collegate con don Michele Zecchin, Responsabile per il Sinodo in Diocesi, e con altri presenti nella chiesa di Sant’Agostino.

Don Zecchin ha introdotto illustrando brevemente alcune delle tappe dei prossimi mesi, a partire da quattro incontri nel periodo quaresimale che vedranno coinvolti l’Associazione Viale K, i Ricostruttori nello Spirito, Comunione e Liberazione e la Città del Ragazzo. Appuntamenti di cui vi parleremo in modo più dettagliato più avanti.

Circa a metà aprile, poi, dovrebbe avvenire la consegna dei risultati dei vari gruppi di lavoro, di cui il Coordinamento diocesano farà una sintesi che invierà, come tutte le Diocesi, ai Vescovi italiani. Sintesi che, ha proposto Cecilia Cinti, può essere anche inviata ai gruppi e diffusa nell’intera Diocesi (proposta, questa, subito confermata da don Zecchin).

Il percorso sinodale, pur andando avanti, di certo non procede senza ostacoli. I motivi sono diversi e intuibili: l’emergenza sanitaria che rallenta e rende difficili gli incontri, la disaffezione diffusa verso la Chiesa, le divisioni e le incomprensioni all’interno della Chiesa stessa. Ma il Sinodo – come ha detto Patrizia Trombetta dell’equipe sinodale – «è un’esigenza, un’urgenza. Dobbiamo cercare di suscitare entusiasmo e speranza nelle persone». 

Invito raccolto: «stiamo vivendo una bella esperienza di confronto tra parrocchiani dell’Unità pastorale», ha riferito don Luciano Domeneghetti di Ostellato. «C’è voglia di raccontarsi ed è importante riscoprire la bellezza del dialogare e del ritrovarsi, soprattutto in presenza. C’è sconforto ma anche desiderio di un cammino di comunione». Importante è che «questo confronto non arrivi solo agli “addetti ai lavori”: la percezione è che coloro che non vivono un cammino di fede, non siano dentro questo dinamismo». 

«Nell’Unità pastorale Borgovado – ha spiegato Daniela Salvi – abbiamo pensato di concentrarci su due categorie: le famiglie giovani che si stanno avvicinando alle parrocchie, e i giovani che sono passati nelle nostre parrocchie ma che poi le hanno lasciate, non trovando altrove alternative, luoghi di speranza». 

Un’altra “categoria” di persone da cercare di riavvicinare è quella dei genitori dei bambini del catechismo, «la maggior parte dei quali non frequenta la Chiesa», ha riflettuto Rita da Pilastri-Burana. «Anche noi stiamo cercando di avvicinare questi genitori», ha spiegato don Stefano Zanella della parrocchia cittadina dell’Immacolata. «Abbiamo pensato di fare un incontro con loro dopo avergli inviato alcune domande» sulla Chiesa e sulla fede, «per poi rifletterci insieme».

Un sempre difficile rapporto tra il “dentro” e il “fuori” la Chiesa, quindi, dove spesso gli stessi confini sono labili. Una tensione ben descritta da Alberto Mambelli di S. Caterina Vegri (UP dei Borghi fuori le Mura): «dobbiamo essere coscienti dell’importanza del dialogo innanzitutto fra noi nella Chiesa, per poi aprirci di più all’esterno». Apertura che significa anche «comunicazione, integrata e più incisiva», come sottolineato da Alberto Lazzarini, e rapporto con le forze sociali, economiche e del volontariato, come emerso dagli interventi di Enrico Ghetti (S. Maria Codifiume), don Zecchin e di altri.

Sempre nella consapevolezza che i “lontani” non si raggiungono con le riunioni o i grandi eventi, ma col contatto personale, al massimo con piccoli gruppi nei quali potersi conoscere e sentirsi liberi di parlare e di mettersi in gioco.

Andrea Musacci

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” dell’11 febbraio 2022

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Carlos Montanari, ingegnere ferrarese da una vita a Buenos Aires

2 Feb
Carlos Montanari con la moglie

FERRARESI NEL MONDO / terza parte. Nel 2000 fu tra i costruttori delle Torres El Faro, le più alte dell’Argentina, Paese dov’è nato. Tifoso del Boca Juniors, la sua famiglia gestiva la trattoria “Al vintiùn” in via Carlo Mayr: «che nostalgia per i cappellacci...»

Italiano, anzi ferrarese, ma nato a Buenos Aires nel difficile secondo dopoguerra.

È la storia di Carlos Alberto Montanari, nato nel 1951 da Leonella Bizzotto e Rinaldo Montanari, sposato con Graciela Lopez dal 1980 e padre di due figlie, Luciana Carla, nata nel 1984 (Architetta) e Maria Florencia, nata nel 1988 (Ingegnera del software).

È lui a raccontarci la sua storia famigliare dove, però, il legame con la città è rimasto sempre molto forte. «Finita la seconda guerra mondiale, mio padre Rinaldo, nato a Ferrara il 16 luglio 1924, si trasferisce a Roma nel ‘29 con i suoi genitori (Carlo Alberto 1892-1981 e Alice Zampini 1897-1976, nata a Rovigo), e sua sorella Maria Luisa 1920-2020. Mio nonno Carlo Alberto (nato a Ferrara nel borgo San Giorgio) non trova lavoro, così una sorella di mia nonna gli trova un impiego come portinaio in un palazzo in via Marsala dietro la Stazione Termini. Mio nonno era uno degli otto figli di Tommaso Montanari (Masin), e Anna Faghetti». Una stirpe di ferraresi doc. «Mio nonno ha fatto il soldato nella guerra del 1914 e nel 1939 e mi ha insegnato a suonare l’ocarina…».

Con una punta di commozione mal celata, Carlos ci spiega come fosse «gente molto povera di soldi ma miliardaria di affetti, amore e tante altre cose che il denaro non può comprare.

Il padre Rinaldo – che si fermerà alle Elementari – fa una scelta ancora più drastica di quella del nonno: «nel 1946 emigra a Buenos Aires perché in Italia dopo la guerra non era facile trovare un lavoro e una sicurezza economica». Due anni dopo lo raggiunge tutta la famiglia: Carlo Alberto, Alice, Maria Luisa con sua figlia Mirella Masti, nata a Roma.

Il lavoro nelle costruzioni, tradizione di famiglia

A Buenos Aires il nonno Carlo inizia a lavorare nei cantieri, svolgendo la mansione di ferraiolo in una ditta specializzata in cemento armato di due fratelli piacentini, Pietro e Lino Bertoncini. Carlos ripercorre i loro racconti del periodo della guerra, vissuto da partigiani. Nel 1955 anche il padre Rinaldo inizia a lavorare per loro, in mansioni di ufficio. Ci lavorerà fino al 1969, quando morirà per cancro a soli 44 anni. Carlos, 18enne, una volta finite le scuole, segue la tradizione di famiglia e inizia a lavorare con i fratelli Bertoncini, iscrivendosi nel frattempo a Ingegneria all’Università Tecnologica Nazionale (Universidad Tecnológica Nacional) di Buenos Aires. Nel ’79 si laurea e continua a lavorare con i Bertoncini fino al 1996, anno di chiusura dell’impresa.

Da lì inizia una nuova vita, una nuova storia. «Allora ho compreso che fosse arrivato il momento di aprire una mia impresa con altri due ingegnieri, Giulio Cesare Leonardi e Osvaldo Gabriel Pugliese, oltre a un quarto socio, Julian Alles, oggi scomparso. La ditta si chiamava INGEPLAM S.A. che sta per “Ingegneri Pugliese, Leonardi, Alles e Montanari”. In quattro anni siamo cresciuti molto, al punto tale che nel 2000 abbiamo realizzato due grattacieli di 170 m di altezza, chiamati Torres El Faro a Puerto Madero, Buenos Aires». Non due torri qualsiasi, ma le più alte dell’intera Argentina, con 46 piani di appartamenti e un’altezza di 170 metri.

«Era il nostro primo cantiere importante», prosegue Carlos. «Poi, abbiamo realizzato molti altri grattacieli e palazzi, fino alla grave crisi economica del 2008 a causa della quale la nostra impresa è andata in crisi. Ma senza piangere né lamentarci, abbiamo incominciato da capo. Oggi, abbiamo un’altra ditta, Orqui Construcciones S.A., che sta andando bene».

La trattoria in via Carlo Mayr

Ma l’esistenza di Carlos rimarrà sempre intrecciata alla storia di Ferrara. «I fratelli di mio nonno Carlo gestivano una trattoria in via Carlo Mayr 21 a Ferrara», dove ora c’è l’Osteria Rosafante. «Si chiamava “Al vintiùn” (“Il ventuno”)». Mara Montanari, una cugina di Carlos, lavorò in questa storica trattoria di famiglia, dai 12 ai 34 anni d’età. Ai fornelli c’erano le sorelle del nonno.

«Nel 1974 ho trascorso 15 giorni a Ferrara. Non ho mai mangiato così bene in vita mia: il pane, il grana, i cappelletti, e tante altre cose che mi hanno riportano alla mia infanzia, dove la domenica si mangiavano cappelletti, cappellacci, passatelli e altri tipi di pasta. Tutti a lavorare dal sabato per mangiare la domenica. In Italia, poi, sono tornato nel 1980 e nel 2015».

Carlos ci lascia perché ha un appuntamento importante con una sua grande passione, il calcio: «vado a vedere in tv la partita del Boca Juniors, squadra che tifo da quando ero bambino». È la squadra più forte di Buenos Aires insieme al River Plate. Ma il saluto che ci consegna, prima di lasciarci è inequivocabile del suo legame, indelebile, con Ferrara: «Forza Spal!».

Andrea Musacci

(I primi due racconti di ferraresi nel mondo sono usciti nei due numeri precedenti)

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 4 febbraio 2022

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«La mia nuova vita nel Vietnam»: la storia di Luca Azzolini

20 Gen
Luca Azzolini insieme a un suo amico vietnamita

FERRARESI NEL MONDO /prima parte. Luca Azzolini, 27 anni, insegna inglese nel  Vietnam, oltre a scrivere poesie in dialetto ferrarese. È il primo racconto che vi proponiamo di ferraresi con la valigia, generazioni diverse che per scelta o per necessità hanno deciso di rifarsi una vita lontano dall’Italia. Tra gioia e nostalgia

A cura di Andrea Musacci
L’amore per le lingue orientali, il sogno di partire per terre lontane, dall’altra parte del mondo e, insieme, la nostalgia insuperabile per Ferrara. Luca Azzolini, 27 anni, poliglotta con una passione per il continente asiatico, da oltre due anni vive in Vietnam, per la precisione a Haiphong, importante città portuale e commerciale nel nord-est del Paese. È lui a raccontare a “La Voce” la sua storia di emigrato.

«Sono nato a Ferrara nel 1994 e fin dalle Elementari mi sono sentito attratto da studi umanistici e linguistici, in particolare per la scrittura, soprattutto fino ai primi anni del liceo». In questo periodo nasce il suo interesse per le lingue occidentali prima, e quelle orientali poi. «Il Liceo classico Ariosto mi ha dato la possibilità, con i suoi diversi indirizzi di studio, di approcciarmi, oltre alla lingua inglese, anche allo spagnolo e al francese. All’età di 15 anni, grazie anche al web, mi appassiono alla lingua e cultura giapponese, dalla quale mi trovo presto “assuefatto”, in un certo senso, ma non in maniera esclusiva: come l’amore per l’inglese mi aveva spinto a scoprire altre lingue europee, il giapponese mi apre una sorta di finestra sulle lingue dell’Asia orientale». Decide così di studiare lingue all’università, con il giapponese come lingua principale, iscrivendosi alla Ca’ Foscari di Venezia. Qui «seguo corsi di giapponese, ma anche di coreano e cinese mandarino, entro in contatto ravvicinato per la prima volta, tramite una conferenza, con il Vietnam, Paese in via di sviluppo collocato nel Sudest asiatico, con una ben nota tragica storia di guerra conclusasi nel 1975 con la ritirata statunitense dalla città di Saigon, ma di molto meno noto (almeno a molti italiani) pacifico presente di stabile crescita economica e imprenditoriale. Un Paese spesso definito “piccolo”, sebbene la sua superficie superi di una manciata di kilometri quadrati quella complessiva del nostro Stivale». La decisione di vivere in Vietnam, però, non era ancora matura, e prima della laurea magistrale in giapponese si reca due volte nel Sol Levante.


Nel Vietnam

«Il desiderio di poter avviare una carriera lavorativa e poter fare esperienza formativa di alcuni mesi all’estero – prosegue Luca -, alla fine della Magistrale mi fa scegliere di espandere le mie conoscenze del continente asiatico. Desideravo crescere dentro, dimostrando a tutti e a me stesso di potermela cavare da solo in un Paese di cui non conoscevo ancora la lingua se non a livello marginale, e di cui dovevo ancora imparare molto della cultura». Influirà, su questa scelta, se non in maniera decisiva, anche la difficoltà di trovare un’occupazione stabile in Italia.

Conclusa la Laurea Magistrale e seguendo l’esempio di alcuni amici partiti per un tirocinio lavorativo all’estero tramite un’organizzazione studentesca, l’AIESEC, chiede di essere collocato in Vietnam. «Dopo un primo colloquio via Skype con un’azienda con sede a Haiphong, sono stato assunto dalla stessa, un English Center, ossia una scuola pomeridiana privata dove i bambini migliorano il proprio inglese studiando tramite giochi e attività. Il mercato degli English Center è tutt’altro che trascurabile in questo Paese asiatico». L’apprendimento della lingua inglese ricopre, infatti, «un ruolo fondamentale per la società, sempre più competitiva, ma che trova sempre più imprescindibile per l’inserimento nel mondo del lavoro la conoscenza di questa lingua, tanto distante dalla propria». Arriva a Haiphong il 13 dicembre 2019. «Da allora non sono mai tornato a casa», ci racconta con amarezza. «Le frontiere sono state chiuse appena è iniziata la pandemia, eccetto per lavoratori altamente qualificati sponsorizzati da aziende molto facoltose».

«Dopo poco dal mio arrivo, svolgo un colloquio con una seconda agenzia, che recluta insegnanti stranieri per insegnare l’inglese nelle scuole pubbliche, con esito positivo. Attualmente e da quando sono arrivato nel Paese insegno, quindi, per un centro di inglese chiamato “New Star English” e, da dicembre 2020, in diverse scuole elementari, medie e asili della provincia di Haiphong». Attualmente, come molti, è costretto a insegnare on line.La pandemia continua a rendere estremamente complicato qualsiasi viaggio internazionale, e impossibile quindi, al momento, per Luca un eventuale rientro in Vietnam. Per questi motivi, «gli iniziali sei mesi di durata prevista della mia esperienza si sono trasformati ormai in quasi due anni di permanenza nel Paese, ma anche in tante esperienze di vita e di crescita personale. È forse superfluo dire che, nonostante il mio amore per il Vietnam, manchi un po’ tutto di casa: la famiglia e gli amici in primis, ma anche la nostra cucina, i sapori e i profumi della nostra terra, insieme a tante piccole abitudini della nostra quotidianità, e che ogni qualvolta che trovi qualcosa di italiano qui, mi senta riempire d’orgoglio e di nostalgia».


Scrittore dialettale: «le radici sono ciò di cui siamo fatti dentro»

Il legame con Ferrara è rappresentato anche da un profondo amore per il suo dialetto: «ho sempre provato un certo attaccamento nei suoi confronti, essendo il principale mezzo linguistico di espressione della generazione dei miei nonni. L’argomento della mia tesi di laurea magistrale (un confronto sociolinguistico del panorama dialettale giapponese con quello italiano), tuttavia, ha contribuito a far maturare in me una coscienza più profonda circa il suo attuale stato di crescente disuso, e alla responsabilità di ognuno perché possa venire trasmesso alle generazioni future, rappresentando la “prova vivente” della nostra storia e dell’immenso patrimonio culturale del nostro Paese. La produzione letteraria è soltanto una delle necessità del nostro dialetto al fine di farlo sopravvivere a queste generazioni quasi esclusivamente italofone, loro malgrado, al fine di modificare un atteggiamento linguistico profondamente negativo nei suoi confronti, in cui la popolazione risulta spesso convinta che “il dialetto è volgare”, esclusivamente per l’uso scurrile che molti ne fanno».

Questi motivi lo hanno spinto, durante e dopo la stesura della tesi, a produrre alcuni componimenti in ferrarese, «per dare il mio modesto contributo alla sua sopravvivenza, e ad entrare in contatto con i membri del “Cenacolo di cultura dialettale ferrarese” Al Tréb dal Tridèl, al quale il nostro dialetto a mio avviso deve davvero molto». Luca, anche se saltuariamente, continua a scrivere poesie in dialetto ferrarese. Un altro modo per superare, sublimandola nell’arte letteraria, la mancanza della sua amata terra estense.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 21 gennaio 2022

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Filippo de Pisis flâneur del sacro

13 Gen
Filippo de Pisis

Il grande pittore e scrittore ferrarese raccontato attraverso un suo lato poco noto, quello di fervente cattolico. Membro di una famiglia profondamente religiosa, nei suoi libri racconta la sua fede, a un tempo mistica e popolare. La visione del Corpus Domini, l’ex voto alla Madonna e la richiesta dell’Eucarestia in punto di morte

di Andrea Musacci

Eccentrico e vanesio, omosessuale e libertino, instancabile viaggiatore senza quiete. A chi non verrebbero in mente queste definizioni per caratterizzare la personalità di Filippo de Pisis (al secolo Luigi Filippo Tibertelli), pittore e scrittore nato a Ferrara l’11 maggio 1896 nella casa al numero 61 di via Mortara, da Giuseppina Donini, di origini bolognesi, e dal nobiluomo Ermanno, terzo di sette fratelli (sei maschi e una femmina, Filippo era il terzo).

Eppure, Filippo, di famiglia cattolica, ha serbato sempre nel proprio cuore la fiamma della fede, quel fascino per il Mistero, il legame con Cristo e con la sua Chiesa. Una fede, la sua, legata molto alla memoria, ai genitori, alla sua Ferrara. Fede che non perderà mai. Una fede viscerale, fatta di radici, di nostalgia, di intensa commozione.

Nella Ferrara piccolo-borghese e perbenista – anche nel suo anticlericalismo di inizio Novecento – Filippo dava scandalo col suo abbigliamento stravagante, volutamente provocatorio, che sicuramente denotava una personalità incandescente, sensibile fino allo stremo, bisognosa di vivere di un’intensità e di una pienezza che valessero tutto il dolore, il senso di vergogna, tutti gli scherni subiti in un’intera esistenza. Un’incomprensione vissuta fin dall’adolescenza, ma che in lui non represse quel senso di incomprensione del Mistero eterno che è nelle cose, e di desiderio non di comprenderlo, ma di viverlo.

Una storia dentro la Chiesa

Il padre Ermanno appartiene alla nobiltà vaticana, da giovane era stato cameriere segreto di cappa e spada del pontefice Leone XIII, ed è patrono dell’Istituto delle Povere Figlie delle S.S. Stimmate. In quegli anni di già forte anticlericalismo, Filippo inizia a sentirsi un diverso. E in più lui e la sua famiglia vengono mal giudicati da molti cattolici critici verso l’amico Giovanni Grosoli che tenta di superare il non expedit papale. Luigi Filippo, chiamato Gigi in famiglia, non frequenta scuole pubbliche o collegi, ma i suoi studi, come quelli dei suoi fratelli, sono affidati ad alcuni precettori (tra cui mons. Campi del Seminario di Ferrara) che ne curano l’educazione a casa. Ernesta, l’unica sorella, di appena un anno maggiore di lui, ha una notevole importanza nella sua formazione.

L’educazione religiosa che riceve è totale. Fra i giochi dei bambini, c’è un altarino in miniatura con cui lui e i fratelli possono simulare una celebrazione. Attorno al 1904 inizia a disegnare sotto la guida del professor Odoardo Domenichini. Nell’autunno 1906 la famiglia Tibertelli lascia il palazzo di via Mortara e trasferisce la propria residenza a Palazzo Calcagnini, di proprietà del conte Grosoli, in via Montebello, 33. Qui quest’ultimo, dopo la morte della moglie, ci viveva solo con la madre e gli bastava un appartamento al pianterreno, dove in altri tempi abitò il cardinale Calcagnini. Grosoli è anche presidente dell’Arciconfraternita delle Stimmate, a cui la famiglia era molto legata. Lo stesso Filippo, «non mancava mai di intervenire all’annuale processione, in cui sfilava incappucciato e con un cero in mano» (1) e compie ricerche sull’Arciconfraternita.

Fuori da casa, Filippo frequenta le Case del Popolo, istituzione fondata da Grosoli per riunire in un’unica sede le associazioni cattoliche della città. Grosoli fonda anche l’Unione Giovanile Cattolica, movimento meno confessionale dell’allora Azione Cattolica, alla quale Filippo si iscrive. Il conte lo considera un figlio adottivo e una nuova leva della cultura cattolica ferrarese e italiana. Per questo, inizia a fargli scrivere nei giornali locali di sua proprietà. A Ferrara il giovane Filippo tiene le sue prime conferenze, prima su argomenti religiosi e poi sull’antica cultura ferrarese. Famigliarizza un po’, in questo ambiente, con Italo Balbo, di umile famiglia cattolica: «veniva a trovarlo per farsi fare i temi d’italiano e per giocare a palline con tutti noi», ricorda il fratello (2).

Come racconta Zanotto (3), da adolescente scrive per sé dei “Propositi morali” come questo: «Esser puro e non macchiare la mia coscienza e la purezza dell’anima con schifose macchie di colpe abominevoli». Negli anni successivi, allontanandosi dal cattolicesimo, scrive “Le visioni di un agnostico”, opera filosofica di carattere esoterico.

Epifanie ferraresi

Ne “La città dalle 100 meraviglie” (4), pubblicato per la prima volta a Roma nel 1923, ma ambientato nella Ferrara del 1917 e degli anni immediatamente successivi, prima del trasferimento nella capitale, de Pisis racconta di questo suo legame viscerale con la “città metafisica”. La residenza dei de Pisis in via Montebello si trova di fronte alla chiesa di Santo Spirito, allora retta dai Frati Minori: «Rinchiudendo il battente del portone del palazzo dove abito – scrive – ò visto la chiesa secentesca chiara sotto il cielo nuvoloso, tenera, patetica, parallelepipeda. Una leggera vertigine forse mi à preso e il desiderio di sole occiduo, e, sotto l’androne, delle grosse scale rosse e bianche e dei pali alzati contro le pareti, con le ombre nere precise mi ànno incantato come uom nuovo sulla terra. Ho fatto in fretta gli scalini perché sentivo quasi la testa girarmi» (5).

Racconta il fratello Pietro (6): «Da nostro padre aveva anche ereditato il sentimento religioso rimastogli sempre vivo, che lo spingeva sovente a entrare in chiesa a godersi l’ombra delle navate, la luce rossastra delle candele accese sugli altari, il profumo dell’incenso sempre presente nell’aria, e tutto l’apparecchio sacro che stimola la mistica pietà». «Stamattina, prima chiara e azzurra di questo autunno clemente, sono entrato nella linda chiesina delle Cappuccine. Non c’era nessuno», scrive Filippo riferendosi alla chiesa di Santa Chiara in corso Giovecca (7).

O, nella non lontana chiesa di San Carlo, scrive ancora (8), «il pellegrino, il sognatore guarda e il cuore gli si gonfia, il respiro gli si fa affannoso. Egli sente che la vita è sogno e contemplazione per chi voglia dimenticare il gramo corpo e forse, senza accorgersene, si getta in ginocchio sul gradino di marmo rosso di Verona o sulla tomba illagrimata e mestissima di qualche antico e si mette a pregare. E le campane suonano nella città triste». Flânuer del sacro, de Pisis nello stesso libro racconta anche dei «rosei ippogrifi leonini del duomo» che «mi guardano talora con grandi occhi rotondi sporgenti, dilatati in un loro vago millenario dolore. Con la loro solidità massiccia mi confortano».

Un’altra apparizione lo coglie sulle Mura cittadine: «in un ardente pomeriggio estivo (i castani d’India son tutti verdi e fioriti) in un viale più deserto, sulle mura di “Porta degli Angeli”, ti capita invece di trovare un foglietto rigato di quaderno dove con grafia chiara, femminile, un po’ torta, trovi scritto: Lezione 5° – (Il tempo e il modo della Risurrezione)» (9). Seguono gli appunti da lui meticolosamente trascritti. «Tu quasi non credi ai tuoi occhi. Quelle parole profetiche e misteriose ti sembrano riecheggiare intorno nell’aria pulita. Il rosignuolo canta monotono nella siepe, e la cicala trilla e i piccoli coleotteri nascosti fra l’erba tenera e i fiorini colorati, ma a te sembra che squillino trombe lucenti nel sole, sopra il grande campo dei morti, sopra i pennoni della Certosa rossa e solenne. Trombe che vengono a scuotere gli spiriti dal letargo (gli uomini dormono nelle loro camere buie sui letti sfatti), a scuotere dalle fondamenta la città pentagona. A glorificare il tuo spirito che vigila».

Il Corpus Domini: «O antiche processioni, tornate…»

Ma una visione in particolare dice della profonda affezione di de Pisis a Cristo e alla sua Chiesa, come Mistero, sacramento, storia concreta: «Nella via più lunga e maestosa della “città nobile” (Corso Ercole I d’Este, ndr)» De Pisis nota a lato del marciapiede «alcuni pezzi di marmo bianco con un vuoto parallelepipedo nel mezzo; servivano per infiggervi le aste che reggevano il telone per la solenne processione del Corpus Domini». Memorie antiche che rievoca nella propria fantasia. Egli rivive la processione del SS. Corpo e Sangue di Cristo «fra nugoli d’incenso e tremolar di torce accese», «crani e barbe lucenti, tremule bocche oranti, la porpora del Cardinale e l’oro dell’ostensorio e delle cappe ricamate e il bianco dei rocchetti inamidati». «Hai tanto bisogno – prosegue –, in quest’aria vile e cieca, d’amore, di canti, di fede, di credere in qualcosa almeno, di risentire sia pure l’aria patetica e implorante del Te Deum o del Vexilla che ti fasci l’anima dolcemente, come la carezza della madre: perché, senza spirito, l’uomo non vive e la carne, anche satollata, infine si ribella, perché non si vive, in questa città metafisica e religiosa, senza canti e senza campane».

«O antiche processioni, tornate», continua con forte struggimento: «non solo il poeta, ma l’uomo buono, che si macera per l’amore che non trova, vi invoca; oh, antiche processioni, tornate e tu torna o Cristo almeno in immagine a benedire il tuo popolo, così egli creda, fermamente creda per la sua salvezza che Tu sei vivo e presente, nella specie del Pane consacrato e lanci la sua voce a benedirti

“O vivo Pan del Ciel Gran Sacramento!”

“Insegnami, o Signore, a portare la tua Croce, perché essa sia, più che peso, sostegno”.

“Magnìficat ànima mea Dòminum

et exultavit spìritus meus in Dèo salutàri meo…

…Fecit potentiam in brachio suo; dispèrsit superbo mente cordis sui”.

Qual canto più puro, più solenne, più consolante?» (10).

Ho voluto citarlo quasi integralmente per renderne quanto possibile l’intensa passione mistica. È una visione che forse de Pisis attinge anche dalla memoria delle processioni annuali davanti a S. Spirito ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio. Riflettendo sul Risorgimento subito dopo scrive: «Sangue e lotta dunque ci vuole per redimere il mondo!? Ma sangue che lavi, che purifichi, non sangue che sia seme d’odio». E ripensa alla visione del Corpus Domini: «e tu, lo scettico, il frigido, l’ironista, ti trovi ad aver gli occhi pieni di lagrime e un brivido per tutta la persona…».

L’ex voto a Rimini

In uno dei suoi frequenti momenti di depressione in cui si sente «anche più misero e tristo del solito» (11) – nel settembre 1941, mentre è in villeggiatura a Rimini -, gli viene un’idea: «dipingere una specie di tavoletta votiva, come quelle che si vedono nei santuari attorniare l’immagine venerata della Vergine (…). In alto la Vergine sul dolce sfondo di cielo che apre il mantellone, pronta nella sua infinita misericordia ad accogliere anche il più indurito peccatore, purché sinceramente pentito; ai suoi piedi io in ginocchio a mani giunte indossando la veste di confratello della S. S. Stimmate (antica e gloriosa confraternita di Ferrara alla quale ò l’onore di appartenere)». Già si vede «come un povero bimbo derelitto, sotto il grande manto. Quasi mi venivano le lacrime agli occhi». La tavoletta non solo la realizzerà – inserendoci anche il suo amato pappagallo Cocò – ma la donerà al vicino convento di Santa Maria delle Grazie dei frati minori di S. Antonio: «pensai di regalarla (già più volte il gentile direttore mi aveva chiesto qualcosa) al piccolo museo annesso a un convento di un santuario celebre su un ridente colle, non lungi dalla città. Allora il demone della fantasia (…) si destò. Bisogna organizzare una processione!». L’opera si ispira al “Polittico della Misericordia” di Piero della Francesca (1445-1462 ca.).

Questa sua tavoletta, “Ex voto alla Madonna delle Grazie” (“Mater Dei ora pro me”) era griffata, nel retro, Philippus De Pisis fecit in Arimino A. D. MCMXLI – Mater Dei ora pro me. Donato per p. al Museo delle Grazie VII.IX-1941. Purtroppo, però, fu rubata dal Museo nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1985. Fu un furto mirato, in quanto null’altro fu sottratto. Non fu mai più ritrovata. L’opera fu anche esposta nella 2^ Mostra nazionale d’arte sacra contemporanea – Premio Fratelli Canova a Bologna, dal 1° ottobre al 1° novembre 1956 (12).

Eucarestia in punto di morte

Una fede sincera, umile, quella di de Pisis, con venature mistiche. Espressa nel silenzio non per paura del giudizio altrui, ma nella consapevolezza che fosse qualcosa di tanto bello, puro e vero che andasse preservato, di cui prendersi cura senza vanti.

Una fede schietta e profonda, fatta di un immaginario artistico-popolare attinto a piene mani, a occhi sgranati nelle chiese semibuie e silenti della sua Ferrara, città non più pontificia ma in cui l’eco di secoli di forte e chiara religiosità si propaga ancora negli animi come il suo, che alla grettezza del materialismo non volevano cedere. Una religiosità, quella di de Pisis, che mai scade nella piaggeria o nell’intellettualismo, che sempre si immerge nel grande mare della pietà, del perdono (la stessa pietà che chiedeva agli altri), dell’anelito che vorrebbe farsi grido d’amore a Dio, e lo diventa, ma senza dare inutile scandalo, continua prova di sé.

Il 17 aprile 1948, quand’è già malato, scrive: «Aiutami o Signore a portar la mia croce perché essa sia più che peso, sostegno». Negli ultimi tempi si sente sempre più depresso, dice di meditare anche il suicidio. Una depressione che l’ha sempre accompagnato e che da giovane gli fa scrivere pensando alla sua vecchiaia: «Mi figurerò in qualche chiesa taciturna fresca d’estate, tepida d’inverno e aspetterò con l’animo scarnito e con la bocca amara la fine» (13).

«Un giorno dei suoi ultimi (circa due mesi dopo sarebbe morto) – scrive il fratello Pietro (14) – lo trovai insieme con padre Favero (o Favaro?), venuto a porgergli i saluti di padre Poggeschi che, prima d’entrare nella Compagnia di Gesù, era stato pittore a Parigi; stavano recitando la poesia “Benedizione”, dedicata alla mamma (…). Alla fine, gli occhi velati di tenere lacrime, Gigi disse che avrebbe desiderato accostarsi all’Eucaristia invaso da quei ricordi». Per la madre, dopo la sua morte, fa celebrare ogni anno una Messa di suffragio.

Affetto da un’irreversibile malattia psichica, de Pisis viene internato spesso in manicomio. Polinevrite è ciò che gli viene diagnosticato. Per tutta la vita deve fare i conti con questo disturbo che lo conduce alla morte il 2 aprile 1956. I funerali religiosi vengono celebrati a Milano e dopo la salma viene trasportata a Ferrara, dove arriva alla Certosa. Il 5 aprile avviene il funerale solenne nella sua città, con il feretro portato a spalla dagli allievi del Dosso Dossi. Pochissime persone assistono alle esequie.

(1) “Filippo de Pisis ogni giorno”, Sandro Zanotto, Neri Pozza, Vicenza, 1996.

(2) “Mio fratello de Pisis”, Pietro Tibertelli de Pisis, Guarnati, Milano, 1957.

(3) “Filippo de Pisis ogni giorno”, op. cit.

(4) “La città dalle 100 meraviglie”, Filippo de Pisis, Abscondita, Milano, 2009.

(5) Ibid.

(6) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

(7) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(8) Ibid.

(9) Ibid.

(10) Ibid.

(11) “Confessioni”, Filippo de Pisis, Le lettere, Firenze, 1996.

(12) Fonte: Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori, Bologna.

(13) “La città dalle 100 meraviglie”, op. cit.

(14) “Mio fratello de Pisis”, op. cit.

Pubblicato su “La Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 gennaio 2022

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Solidi viandanti in cerca dell’Altrove

5 Gen

Fino al 6 marzo al PAC di Ferrara è possibile ammirare la mostra di Sergio Zanni “Volumi narranti”

di Andrea Musacci


«Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 16 febbraio 1936)


Epica Etica Etnica Pathos: viene in mente il titolo di un album dei CCCP ammirando le opere di Sergio Zanni. Sì, perché nelle sue magnifiche creazioni ci sono le quattro categorie fondamentali di un’arte che non si sfalda in astrusi concettualismi ma rimane “pesante”, “novecentesca” e per questo autentica, capace di colpire gli occhi e la mente di chi la guarda senza inutili astuzie.

Si intitola “Volumi narranti” la mostra inaugurata il 18 dicembre scorso al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Ferrara e visitabile fino al 6 marzo dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Zanni, classe ’42, si forma all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e dagli anni Sessanta sceglie di passare, anche se non in maniera esclusiva, dalla pittura alla scultura. Nel ’73 si tiene la sua prima personale al Centro Attività Visive del Palazzo dei Diamanti. Dal ’67 al ’95 ha insegnato all’Istituto d’arte “Dosso Dossi” di Ferrara e nel 2011 ha partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.


Timore dell’assoluto

Della ponderosità delle sue creazioni, dicevamo. Il peso del corpo, in una società come la nostra, dematerializzata e quindi transumana (termine usato dallo stesso Zanni), è una forma di difesa e di speranza. È una pesantezza, quella delle sue sculture, che richiama l’assoluto, il maestoso, l’incommensurabile. Ammirandole, si viene come catturati dal loro misterioso stare. Timore e tremore, un eterno senza mutamento, una verticalità vertiginosa. I particolari dove risiede l’espressività – il volto, le mani – sono ridotti, miniaturizzati rispetto al busto e alle gambe. Come una coltre oscura i cappotti avvolgono la massa del corpo. Le figure, dunque, stagliandosi come enigmi perturbanti, sembrano oltrepassare l’umano strettamente inteso, senza assurgere, però, del tutto al divino che pur richiamano. 


Basi solide e forti

Da questo senso di deferenza che le figure trasmettono, ne viene, però, un primo riflesso positivo. Gli uomini che paiono piantati nel terreno, ben saldi e identificabili, hanno una storia, possiedono corpi levigati dalla vita e dalle esperienze. Come zia Jole e zio Gabriele, famigliari di cui Zanni racconta nel catalogo della mostra, che in lui richiamano il dolore e la bellezza dell’infanzia, figure forti e cariche di passato, il cui ricordo ridona anima e sangue, pone un legame forte con la terra, con la tradizione. Un equilibrio, quello antico da lui stesso narrato, oltre che rappresentato nelle sue creazioni, fermo ma non passivo.


Fragilità e Desiderio

Sono corpi ingombranti, infatti, ma anche “deformi”, sproporzionati, volutamente imperfetti. Ciò li rende tutt’altro che simili a sfingi, gelidi oracoli, ma corpi desideranti. Sono pesanti ma paiono leggerissimi, quasi volatili, sostenuti da un vento, da uno spirito ignoto. Come in sogno, vivono le contraddizioni tra le proporzioni e nelle forme, nei simboli oscuri, negli occhi commoventi perché tanto irreali da sembrare troppo reali. Questi giganti malinconici e meditabondi, sempre ambigui nel loro oscillare tra terrore e dolcezza, sembrano a un tempo serafici e sconsolati, riflessivi e placidi. In sé serbano chissà quali ricordi e chissà quale avvenire possibile. Ma nel nulla che sembra circondarli, c’è un punto, di là dall’orizzonte, invisibile e forse inaccessibile, che cercano, e che rende i loro occhi pieni di uno struggente Altrove.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022

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Paesaggi dell’anima nelle opere di Emidio De Stefano

5 Gen

La Galleria del Carbone ospita una retrospettiva dell’artista scomparso nel marzo 2020

L’ambivalenza e la profondità delle opere di Emidio De Stefano non smettono mai di stupire. L’artista originario di Oria, vicino Brindisi, legato a Ferrara per oltre 30 anni, è omaggiato con una mostra retrospettiva dal titolo “Paesaggi” ospitata dal 18 dicembre al 6 gennaio nella Galleria del Carbone. Un’occasione per ammirare opere di diversi periodi realizzati dall’artista deceduto nel marzo 2020.

Una mostra fortemente desiderata dalla moglie Simona Rizzardi e dalla figlia Camilla per questa personalità che a Ferrara ha lasciato un segno indelebile in tre decenni di insegnamento all’Accademia “San Nicolò” di Ferrara e come Presidente del Club “Amici dell’arte”. De Stefano, classe 1950, a Oria ha compiuto studi classici per poi partire per Roma dove, negli anni ’70, ha vissuto come artista di strada iniziando a fare ritratti sulla gradinata di Piazza di Spagna e frequentando i pittori di via Margutta (Schifano, Tardia – morto lo scorso novembre -, Guttuso). Poi ha vissuto a Firenze, Venezia, Parigi, Monaco di Baviera, Lido degli Estensi (dove ha conosciuto Remo Brindisi), e ha studiato all’Accademia di Belle Arti a Ravenna. A Ferrara si è trasferito negli anni ’90 e qui ha deciso di rimanere. 

Una pittura di paesaggio, la sua, originale e per nulla leziosa, da uno stile figurativo a uno sempre più complesso, che si avvicina anche all’astratto. Un vero viaggio nel paesaggio dell’anima. La sua anima di uomo dedito alla ricerca del bello e allo spirito della sua amata e struggente terra salentina. Una tecnica introspettiva, quella di De Stefano, che denota una forte affezione a quelle radici ineliminabili, che come solchi segnano, nel bene e nel male, l’esistenza di una persona. Moti profondi vissuti con intensità per anni, radici non assenti ma invisibili nei suoi paesaggi. La realtà sensibile non possiede nessuna presunta “oggettività”. L’interpretazione – in questo caso dell’artista – è inevitabilmente soggettiva, creatrice, svelatrice non di un già dato, ma di alcuni riflessi dell’interiorità dell’artista stesso. Artista che, quindi, inevitabilmente informa di sé il reale. Una realtà, dunque che, come nel caso dei “Paesaggi” di De Stefano, è immagine, sguardo, proiezione imprevedibile delle sue idee, delle sue emozioni, del suo inconscio. L’artista, quindi, non a caso, più che creativo, è creatore: non crea un’immagine, ma una realtà. Così è, ad esempio, in De Stefano per quelle stesure monocrome, quei “campi di colore” che ricordano Rothko. Campi di colore che forse, nel caso dell’artista salentino, erano anche “campi di dolore”, bagnati come sono da quella luce bassa e tesa, nelle cromie così accese o in quelle pesantemente cupe.

Come quel campo infuocato di rosso, terra che arde di sangue, di vita e che pare difficile da attraversare, simile a certi dipinti di Andrew Wyeth per quel taglio dal basso che rende minuscolo e inafferrabile il luogo desiderato. Ma quelle lunghe crepe che sembrano non finire mai, più che abissi sono fughe che guidano, nella loro luce dorata, il viandante. Così, anche nelle tele verticali, il senso di vertigine di quel cielo, pur luminoso ma lontano, non rappresenta uno scacco per chi guarda ma un invito a seguirlo strabordante oltre la tavola, al di là di tutto. Al di là delle nuvole.

Andrea Musacci

Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 7 gennaio 2022

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