Dibattito fra candidati il 13 gennaio a Casa Cini organizzato dal Forum Famiglie
Corpi e luoghi della città: interazioni da ridefinire collettivamente
17 DicDel ricchissimo programma del VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, svoltosi a Ferrara dal 12 al 14 dicembre, abbiamo scelto di raccontare alcuni frammenti: quello – a Casa Cini e in Arcivescovado – sulla relazione tra lo sguardo dei migranti e quello degli “indigeni” nella città che condividono, e quello sulle periferie urbane. Con uno spunto interessante sulla Ferrara di oggi, che Scandurra di UniFe spiega a “la Voce”
Le nostre città spesso si trasformano, o vengono vissute come spazi anonimi, freddi, disegnate non sulle persone e i loro bisogni ma seguendo logiche diverse, divenendo così ambienti dove a dominare sono la diffidenza reciproca e l’individualismo. Uno sguardo diverso sulla città è dunque quello che riesce a immaginarla come luogo vivo, non mero spazio utilizzabile, e dunque costruire un futuro differente, fatto anche di incontri, di interazioni tra diversità. Ferrara, dal 12 al 14 dicembre, ha ospitato per la prima volta il VII Convegno Nazionale di Antropologia Applicata, organizzato dalla Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), con l’Università degli Studi di Ferrara e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia (ANPIA), e il patrocinio del Comune. Un’occasione per uscire dall’autoreferenzialità accademica e spendere le competenze acquisite in ambiti specifici di lavoro (accoglienza, scuola, socio-sanitario e altri). Anche l’Istituto “Casa Cini” ha ospitato alcuni incontri, in particolare il 12 quello dal titolo “Luoghi comuni. Uno sguardo sulla città”, legato alle quattro esposizioni fotografiche – sul tema dell’accoglienza dei migranti – che hanno “invaso” i vari ambienti della sede di via Boccacanale: “Luoghi Comuni” (esposta anche al festival di “Internazionale”), con foto delle attività per l’integrazione realizzate dalla coop. CIDAS nell’ambito dei progetti SPRAR/SIPROIMI (per titolari di protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per persone vulnerabili a Ferrara e a Bologna; “A casa loro. Ri-tratti di famiglia”, con foto di Michele Lapini delle famiglie che accolgono i rifugiati nelle loro case, nell’ambito del progetto Vesta; “Futuri Prossimi” (esposta anche al festival di “Riaperture”) che racconta l’idea di passato, presente e futuro delle ragazze e dei ragazzi, tra cui richiedenti asilo e rifugiati, che hanno partecipato al laboratorio organizzato da “Riaperture”, curato da Giacomo Brini; infine, “Bologna d’aMer”, collettiva su Bologna realizzata attraverso gli sguardi di chi giunge da lontano. Maria Luisa Parisi (CIDAS) e Brini hanno illustrato le mostre allo stesso Vescovo mons. Gian Carlo Perego. “E’ un esempio positivo di coesione tra le persone”, ha spiegato Brini, spiegando come “centrale sia il tema del futuro. E’ stato, quello per ‘Riaperture’, un laboratorio umanamente molto importante”. “Il nostro intento – hanno spiegato i rappresentanti di CIDAS – era di incrociare lo sguardo dei migranti col nostro sguardo, il loro sguardo su loro stessi e su noi, sulla città che insieme viviamo. Un altro aspetto importante – hanno proseguito – è stato l’averli aiutati a riappropiarsi delle parole, attraverso la riscoperta di storie e favole tipiche dei loro Paesi d’origine. L’idea è di ricavarne un libro per bambini. Per noi, città e corpi dei migranti sono strettamente intrecciati, preferiamo per questo parlare di ‘interazione’ più che di ‘integrazione’ ”. Mons. Perego, nell’elogiare questi progetti virtuosi di accoglienza diffusa, ha ricordato invece un esempio negativo di accoglienza, quando nel 2014 150 migranti minori furono radunati, appena sbarcati in Italia, tra l’altro senza mediatori culturali, nella scuola “Verdi” di Augusta a Palermo. “Il differenziare volti e storie – ha spiegato – è un passaggio fondamentale, e progetti come i vostri sono molto importanti per valorizzare le capacità di ogni singola persona migrante: loro, infatti, possono rappresentare un vero e proprio tesoro, che sta già trasformando le nostre città, anche per combattere le frequenti falsificazioni: ogni ragazzo ha una storia, una storia che cambia la città. Nella mia lunga esperienza con i migranti – ha concluso -, ho letto circa 15mila testimonianze, e la parola più ricorrente è ‘futuro’. Il loro e il nostro futuro passano quindi anche dall’incontrarci reciprocamente”. Durante l’iniziativa è intervenuto anche Luca Mariotti di CIDASC per spiegare il progetto “Migrantour” svoltosi di recente a Ferrara. Alcuni incontri del Convegno si sono svolti nella Sala del Sinodo del Palazzo Arcivescovile, fra cui quello sul tema “Rifugiati e richiedenti tra spazi urbani e non urbani: processi, dinamiche e modalità di accoglienza in Italia e nel mondo”, per ragionare sul rapporto tra città, urbano/non urbano e forme di vivere migrante dentro e fuori dal sistema di accoglienza. Maria Carolina Vesce, tra gli altri, ha presentato una ricerca-azione sull’accoglienza di persone transessuali e transgender titolari di protezione internazionale a Bologna. “Nello spazio della casa e nei luoghi della città le persone trans esprimono il loro genere ispirandosi a modelli socio-culturali diversi – ha detto Vesce – che l’antropologia può aiutare a comprendere ed esplorare. La sfida sta nel costruire politiche di intervento orientate ai bisogni, che tengano conto delle diverse esperienze di queste persone, dei loro desideri e delle loro aspirazioni”.
“La Ferrara contemporanea andrebbe raccontata dal punto di vista antropologico”
Giuseppe Scandurra dell’Università di Ferrara è stato uno dei tre coordinatori del Convegno di Antropologia Applicata svoltosi nella nostra città. “Ferrara – spiega a “la Voce”- ha una lunga tradizione legata alle scienze sociali, ma non è mai stata raccontata, nella sua contemporaneità, dal punto di vista antropologico”. Una mancanza alla quale lo stesso Scandurra, insieme ad altri colleghi, sta già cercando di porre rimedio: “io, ad esempio, sto portando avanti una ricerca sulla Ferrara degli anni ’70-’80 del secolo scorso”. Citiamo alcuni lavori virtuosi svolti sulla Ferrara contemporanea: nel 2017 UniFe, tramite Mimesis, ha edito il volume “Arte contemporanea a Ferrara”, a cura di Ada Patrizia Fiorillo, che, però, ripercorre il Novecento sotto l’ottica artistico-culturale, non etno-antropologica. Alfredo Alietti, sociologo di UniFe, il 12 dicembre scorso, nell’ambito del Convegno, ha anticipato alcune ricerche di un lavoro sul Grattacielo di Ferrara, e la sera stessa Ferrara Off ha ospitato il collettivo Wu Ming 1 per uno spettacolo dedicato al Delta ferrarese. Insomma, qualcosa si muove, senza dimenticare il progetto “Views 2.0. Narrazioni liquide”, la cui seconda edizione è in programma la prossima primavera.
Raccontare le periferie attraverso le voci di chi le vive: il 12 dicembre a Feltrinelli presentato il libro “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, tra ricerca etnografica e graphic novel
Ambienti periferici di grandi città, spesso oggetto del racconto mediatico/politico come meri quartieri degradati e abbandonati. Due giovani ricercatori hanno invece deciso di raccontarne cinque (lo Zen di Palermo, San Siro a Milano, Tor Bella Monaca a Roma, Arcella a Padova e Bolognina a Bologna) incontrando direttamente chi ci abita, cercando di cogliere la loro relazione con gli spazi urbani che vivono. Da questo è nato il volume “Quartieri. Un viaggio al centro delle periferie italiane”, presentato il 12 dicembre in occasione del Convegno di Antropologia Applicata nella Libreria Feltrinelli di via Garibaldi a Ferrara. I curatori del volume corale, e autori di uno dei cinque racconti, Adriano Cancellieri (sociologo urbano all’Università IUAV di Venezia) e Giada Peterle (che insegna Geografia all’Ateneo patavino), ne hanno discusso con Roberto Roda, per tanti anni Responsabile del Centro Etnografico del Comune di Ferrara. Dopo un’approfondita analisi di quest’ultimo su vari aspetti del volume, ad esempio sul rapporto tra ricerca etnografica, fotografia e graphic novel, ha preso la parola Peterle, per raccontare il lavoro svolto insieme a Cancellieri ad Arcella. Il capitolo sul quartiere di Padova è nato unendo ricerca sul campo, interviste, ricerche etnografiche, partecipazione attiva a certe trasformazioni, e il racconto di tutto ciò attraverso il testo (Cancellieri) e il fumetto/graphic novel (Peterle). “Lo stile realistico usato – ha spiegato la ricercatrice – è stata una scelta ben precisa, come anche l’idea di inserirci noi stessi come personaggi nei racconti, la cui voce narrante è proprio quella del quartiere coi suoi abitanti. Abbiamo anche scelto il cammino come metodo, svolgendo molte interviste camminando, potendo così meglio incontrare le persone interessate”. “All’Arcella di Padova, dove io abito da anni e Giada ha abitato per diverso tempo – ha spiegato Cancellieri – abbiamo cercato di andare oltre due raffigurazioni speculari ma entrambe errate: quella che lo racconta come un quartiere solo degradato, e quello invece che lo presenta come sempre ricco ed effervescente di iniziative”. Un lavoro lodevole, che sarebbe importante svolgere anche in determinate zone della città di Ferrara.
Pubblicati su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 dicembre 2019
Una speranza per i giovani, un futuro per Casa Cini: sulla Biennale “don Patruno”
29 OttIl 25 ottobre a Casa Cini si è svolto il finissage della mostra della Biennale per artisti under 30 dedicata a don Franco Patruno, che dal 14 dicembre sarà esposta al MAGI 900 di Pieve di Cento
Si è conclusa nel tardo pomeriggio del 25 ottobre scorso la prima parte della III edizione della Biennale per giovani artisti dedicata a don Franco Patruno, iniziata il 10 ottobre con l’inaugurazione e che ha visto come tappa intermedia l’incontro del 18 ottobre con un ricordo del sacerdote-artista a cura di Angelo Andreotti. Il finissage dell’esposizione delle opere degli otto creativi – Francesco Bendini, Nicola Bizzarri, Carmela De Falco, Andrea Di Lorenzo, Victor Fotso Nyie, Francesco Levoni, Lilit Tavedosyan e Livia Ugolini – è stata anche l’occasione per presentare il catalogo dell’iniziativa, un libretto, documentativo delle opere e degli apparati, con testi dell’Arcivescovo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. Quest’ultimo – Presidente della Giuria – ha introdotto il finissage, presentando anche il catalogo stesso, prima di passare la parola al Vicario Generale mons. Massimo Manservigi: “qui a Casa Cini stiamo ripartendo – ha spiegato quest’ultimo -, cercando di strutturare iniziative soprattutto per i giovani. Vorremmo anche che questa sede diventasse la sede naturale della Biennale dedicata a don Patruno”. Inoltre, ha proseguito, “come Arcidiocesi portiamo avanti il progetto del Museo diocesano, che verrà realizzato dopo la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile, e che comprenderà anche una sezione di arte moderna e contemporanea – quindi anche con opere di don Patruno – e, ci piacerebbe, una sezione specifica di giovani artisti”. Dopo il saluto del Direttore di Casa Cini, don Paolo Bovina, ha ripreso la parola Cerioli, il quale ha spiegato come la copertina del catalogo rechi un’opera dello stesso Patruno, “Scrittura-Muro”, un acrilico e gessetti su tela del 1982 facente parte della collezione della Fondazione CariCento, organizzatrice della Biennale. “Viste le tante richieste di giovani artisti da tutta Italia (dal Friuli alla Puglia) di potervi concorrere, dopo la I edizione – sono ancora sue parole – abbiamo scelto di allargare il raggio di provenienza dei partecipanti, passando dalle province dov’è presente CariCento – Ferrara, Bologna, Modena – all’intero territorio nazionale. Infine, uno sguardo al catalogo: è lo stesso Cerioli nel testo introduttivo a spiegare come l’intervento di mons. Perego “in più momenti ha permesso di agevolare un percorso non facile ma necessario per adattare gli ambienti di un monumento storico a spazio espositivo e per riportare don Franco a Casa Cini”. Lo stesso Arcivescovo nel suo contributo spiega come Casa Cini sia “un luogo che respira ancora, anche per le opere conservate – a partire dal grande Cristo – la passione e l’intelligenza artistica di don Franco: arte al servizio della fede, arte al servizio della Liturgia, arte al servizio dell’uomo”. Ricordando il tema di questa terza edizione – “Realismi” -, scrive ancora mons. Perego, le opere degli otto artisti “aiutano a consolidare la realtà, nei suoi volti, nei suoi drammi, nei suoi spazi, fonte e luogo di ispirazione. Come è stato per don Franco, che nelle sue opere ha saputo interpretare fede, cultura sempre strettamente legata alla realtà, anche se trasfigurata”. Nel terzo contributo, la Fiorillo, membro della Giuria, spiega invece come il fatto di scomettere sugli under 30 abbia come obiettivo quello di “interpretare lo spirito di curiosità, di attenzione e di accoglienza con il quale Patruno ha sempre guardato ai giovani e altresì ai fatti della vita”. L’appuntamento è al prossimo 14 dicembre, quando la mostra degli otto artisti di questa III edizione troverà casa presso il Museo MAGI ’900 di Pieve di Cento, e lì vi rimarrà fino al 12 gennaio 2020.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° novembre 2019
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“Era accogliente e sempre pieno di interrogazioni”: un ricordo di don Franco Patruno
21 Ott“L’arte per lui era tutt’uno con la vita e col sacerdozio”: il 18 ottobre a Casa Cini Angelo Andreotti ha ricordato don Franco Patruno. Venerdì 25 ottobre, stesso luogo, finissage della Biennale a lui dedicata
Ospitale e attento, compassionevole e sempre teso verso l’altro, soprattutto i giovani. Questo è il don Patruno emerso dalle parole di Angelo Andreotti, Direttore del Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara, e suo ex amico e collaboratore. L’occasione di questa testimonianza pubblica è stato l’incontro svoltosi nel tardo pomeriggio di venerdì 19 ottobre nel Salone di Casa Cini, in occasione dell’esposizione nella sede di via Boccacanale a Ferrara, della III edizione della Biennale d’arte intitolata proprio al sacerdote ferrarese. Ricordiamo che venerdì 25 ottobre avrà luogo il finissage della mostra con opere di otto giovani artisti, evento nel quale verrà presentato anche il catalogo. “Il periodo in cui lo conobbi e passai più tempo con lui fu fra il 1980 e il 1990, tra i miei 20 e 30 anni”, ha raccontato Andreotti. “Allora studiavo filosofia all’Università e scrivevo poesie, ma non sapevo a chi farle leggere. Mi fecero conoscere don Franco e iniziai ad andare in Seminario a trovarlo tutti i sabato, per parlare e discutere di vari argomenti. All’università non avevo trovato un professore che potesse essere per me, giovane, un punto di riferimento”. Gli incontri con don Patruno, al contrario, “mi aprivano mondi dei quali non conoscevo l’esistenza. Oltre ai temi, era molto importante il modo col quale parlavamo: una forma sempre dialogica e serena”. Nella seconda metà degli anni ’80 Andreotti ebbe anche modo di collaborare assiduamente con lui nell’organizzazione delle tante mostre proprio a Casa Cini. Una poesia di Giorgio Caproni è stata poi citata dal relatore, emblematica del suo rapporto col sacerdote, artista e critico d’arte: “Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi né che sia. / Soltanto ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia”. “Di lui – sono ancora parole di Andreotti -, la prima cosa che mi colpì fu la sua accoglienza, il suo sorriso sbilenco, la voce spesso a un tono alto, il suo incedere stesso che era un farsi prossimo. Alla sua gioia trascinante era difficile resistere. Non aveva mai porte chiuse, era una persona davvero ospitale, da lui mi sentivo avvolto e protetto. Amava molto interrogare, provocare, stimolare l’altro – ha proseguito il relatore -, ma sempre con l’attenzione verso chi aveva davanti, che significa ascolto e sguardo, e che è nemica dell’indifferenza e dell’arroganza, ma anzi è un tendere verso, uno sporgersi fuori da se stessi ma al tempo stesso nel profondo di sé”. Inoltre, don Patruno era “sempre generoso e aveva il dono della compassione, che si fondava sulla percezione dell’altro come prossimo a sé, senza compiacimento alcuno”. Numerosi, alla fine dell’incontro, sono stati gli interventi dal pubblico – era presente una quarantina di persone – da parte di chi ha avuto modo di conoscerlo, da allievo e/o da amico: “don Franco – è un po’ quello che è emerso – aveva il grande dono di vedere l’anima delle persone che incontrava, ed era convinto che non esistessero ‘noi’ e gli ‘altri’ ma solo ‘noi’ tutti insieme”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 25 ottobre 2019
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Casa Cini di nuovo luogo d’arte
15 OttFino al 25 ottobre in via Boccacanale di Santo Stefano a Ferrara, le opere di otto giovani artisti per la Biennale dedicata a don Franco Patruno
di Andrea Musacci
Non un evento isolato ma un accompagnamento costante nel tempo e in profondità nel cammino artistico di givoani creativi. Da quattro anni, questo vuol essere la Biennale d’Arte per giovani artisti “don Franco Patruno”, giunta alla sua III edizione e ospitata, come prima fase espositiva, nel luogo a cui la memoria del sacerdote deceduto nel 2007 è maggiormente legata: Casa Cini. Una storia che dunque non viene solo omaggiata, ma resa ancora carne viva, attraverso cuori e mani di una nuova generazione di artisti che – è la speranza – anche da un’esperienza di questo tipo possano iniziare un proficuo iter nel mondo dell’arte. Il concorso, bandito su scala nazionale, è aperto a giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni, e vede la giuria tecnica composta da Gianni Cerioli e Marina Malagodi (rappresentanti della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento), Ada Patrizia Fiorillo (storica dell’arte – Università di Ferrara), Fausto Gozzi (direttore della Pinacoteca Civica di Cento), Massimo Marchetti (critico d’arte) e Valeria Tassinari (curatrice scientifica Museo Magi 900 di Pieve di Cento). Gli artisti sono stati invitati a riflettere sul tema “Realismi”, presentando opere che spaziano dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’installazione fino al video. Sono otto i giovani selezionati per questa terza edizione, ognuno partecipante con un’opera, alla quale però è stato chiesto di affiancarne altre due dello stesso periodo creativo, per poter conoscere ancora meglio il percorso che il giovane sta portando avanti: Francesco Bendini (San Sepolcro,1996) con “Senza titolo”, “Pupazzo” e “L’artista nel suo studio”; Nicola Bizzarri (Bologna,1996) con “Dichiarazione 07-0.2019”, “Senza titolo (oggetto)” e “Senza titolo (Sì! Sì! Sì!)”; Carmela De Falco (Avellino, 1994) con “Walking with laced shoes”, “Untitled (to break)” e “Untitled (home sweet home)”; Andrea Di Lorenzo (Varese,1994) con “Senza titolo”, “Radure” e “Foglie di fico”; Victor Fotso Nyie (Douala, Camerun,1990) con “Bios”, “Bios 2” e “Bios 3”; Francesco Levoni (Bologna,1996) con “Variazioni” e “Untitled 2”; Lilit Tavedosyan (Yerevan – Armenia,1992) con “Senza titolo 1”; Livia Ugolini (Bologna,1989) con “Doppio legame”, “Cari saluti da” e “Lover’s eyes”. Nel tardo pomeriggio di giovedì 10 ottobre, il salone e altri ambienti del primo piano dell’Istituto di cultura di via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara, hamnno ospitato il vernissage dell’esposizione, sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, in collaborazione con il Comune di Cento e con il patrocinio della Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Dopo il saluto da parte del Direttore di Casa Cini don Paolo Bovina, ha preso la parola il curatore Gianni Cerioli: “sono contento di essere riuscito a far tornare don Franco qui a Casa Cini. Questa Biennale è stata pensata da anni per essere ospitata in questo luogo – ha proseguito -, che sta tornando sempre più ad accogliere attività culturali e artistiche”. La Biennale intende essere in un certo senso “la continuazione di quel che don Franco voleva realizzare, cioè un progetto per aiutare i giovani a emergere”.

Opera di Lilit Tavedosyan
Per l’occasione, al primo piano di Casa Cini sono state esposte una decina di opere su carta, fra le meno note, di don Patruno, realizzate negli anni ’70-’80. Massimo Marchetti, per tanti anni amico e collaboratore del sacerdote, ha spiegato come quest’ultimo, personaggio poliedrico e originale, dagli anni ’50, tutti i giorni non riusciva a rinunciare a disegnare. Abbiamo scelto di esporre queste opere, anche perché parte di un ciclo ispirato alla Divina Commedia e alla Sacra Scrittura. I prossimi appuntamenti sono in programma per venerdì 18 ottobre quando alle ore 1730, nel salone di Casa Cini, Angelo Andreotti terrà una conferenza su don Franco Patruno. In occasione del finissage il 25 ottobre alle ore 18, verrà presentato il catalogo della Biennale. Si tratta di un agevole libretto, documentativo delle opere e degli apparati con testi dell’Arcivescovo mons. Giancarlo Perego, di Ada Patrizia Fiorillo e Gianni Cerioli. L’esposizione è visitabile da lunedi a venerdì dalle 09.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, sabato su prenotazione (chiamare il 347-3140278). I tre artisti vincitori riceveranno dalla Fondazione un premio-acquisto di euro 3.000 per l’opera prima classificata, di euro 1.200 per la seconda e di euro 800 per la terza. Le opere entreranno a fare parte della Collezione d’Arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento. Al vincitore verrà poi affidato l’incarico di organizzare una mostra personale a Cento e a Ferrara entro il 2020, dedicata agli sviluppi della sua ricerca artistica.
Chi era don Franco Patruno
Nato a Ferrara il 29 novembe 1938, viene ordinato sacerdote da mons. Natale Mosconi nel 1966, e il suo primo incarico è di cappellano presso la parrocchia di Santa Maria Nuova-San Biagio. Per 9 anni (1966-1975) è assistente dei giovani dell’Azione cattolica e per 16 (1969-1985) direttore dell’Ufficio missionario diocesano. Dal 1971 è responsabile diocesano delle comunicazioni sociali. Il 2 febbraio 1985 è nominato responsabile dell’Istituto di cultura ”Casa Cini”: l’arcivescovo mons. Maverna affidò nel 1984 la responsabilità della Casa a lui e a don Francesco Forini; partito per le missioni in Africa quest’ultimo, don Patruno da allora ha continuato a dirigere le attività culturali dell’Istituto. Critico d’arte e cinema per l’Osservatore Romano, don Patruno ha curato per il quotidiano vaticano la rubrica ”Opinioni” per quanto riguarda le problematiche etiche della comunicazione di massa. Sempre per l’Osservatore Romano ha curato ampie interviste a personaggi del mondo della letteratura, dell’arte e dello spettacolo. Per l’emittente Raisat 2000 ha intervistato Ermanno Olmi, Dacia Maraini, Ezio Raimondi, Andrea Emiliani, Pompilio Mandelli, Aldo Borgonzoni, Franco Farina, Pupi Avati, ed altri. Ha pubblicato diversi contributi sulle problematiche estetiche nel mondo medievale, sull’estetica musicale in Sant’Agostino, sulla poetica delle Avanguardie del Cinquecento ed ha introdotto il catalogo sulle due rassegne di arte sacra in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna per la Casa Editrice Electa. Ha curato il catalogo della rassegna “Chagall e la Bibbia”. Come artista ha esposto in Italia e all’estero. Per i tipi della Book Editore ha pubblicato “Chagall e Matisse: due templi della spiritualità in Provenza”. Ha fatto parte della Commissione per i Beni Culturali e Artistici della Conferenza Episcopale Italiana. Don Patruno ha iniziato a esporre nel 1958 con una rassegna nel chiostro della chiesa di S. Romano di Ferrara dal titolo “Piccola città”. Dopo il periodo trascorso in seminario, ha ripreso ad esporre con tre mostre grafiche alla galleria “La linea” di Ferrara nel 1969, 1970 e 1971. Nel 1974 è stato invitato per una personale al Palazzo dei Diamanti, in occasione del centenario di Ludovico Ariosto, con “Cinquanta personaggi dell’Orlando”. Nel 2000 ha realizzato diversi lavori per l’ “Opera don Calabria” di San Zeno in Monte di Verona di cui soprattutto si ricordano due ampie vetrate per la nuova cappella dell’Adorazione. Nel 2003 fu richiesta la sua partecipazione, con una specifica vetrata, alla Biennale d’Arte Sacra “Stauros” di Santuario San Gabriele di Teramo. Don Franco è stato anche nominato monsignore nel 2006 ed una della sue ultime apparizioni in pubblico fu in quella occasione, quando vennero inaugurati gli affreschi della sacrestia del duomo, dipinti da Paolo Baratella. E’ deceduto il 17 gennaio 2007.
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 ottobre 2019
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Il Dio dell’impossibile e della misericordia: un incontro a Casa Cini
10 GiuSilvia Zanconato e Piero Stefani hanno riflettuto sul Magnificat e sulla parabola del figliol prodigo
“Note di Scrittura. Il canto di una Madre e la festa di un Padre” è il titolo dell’incontro svoltosi la sera del 4 giugno scorso nel salone di Casa Cini a Ferrara. Un appuntamento organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria e per la Cultura, dall’Ufficio Catechistico Diocesano e dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo interreligioso della nostra Diocesi, che ha visto come relatori Silvia Zanconato e Piero Stefani, la prima intervenuta sul tema “Grandi cose, tra memoria e profezia (Lc 1, 46-55)”, dedicato al Magnificat, mentre il secondo su “Riscrivere la parabola: il terzo fratello (Lc 15,11-32)”. Dopo la presentazione da parte di don Paolo Bovina, la Zanconato ha iniziato il suo intervento riflettendo su come “nella Bibbia la parola ‘speranza’ per la prima volta compaia in bocca a Noemi/Mara nel Libro di Rut: chi meglio può capire la speranza se non chi – come lei – non ce l’ha più? E la Bibbia è piena di mancanza, mancanza di figli, di terra, di libertà, di acqua o di cibo, di vita. I suoi personaggi sono spesso fragili, esclusi, scartati, deboli. Tra le categorie dell’impossibile – ha proseguito la Zanconato -, vi è anche quella della sterilità, che è la cifra del non-senso: la speranza, nella Bibbia, risiede in un ventre gravido”. Ma, paradossalmente, la sterilità nel testo biblico può diventare “promessa di futuro, speranza assurda, qualcosa a cui si può solo credere. Così è per Maria e per sua cugina Elisabetta: la prima, grembo acerbo, troppo giovane per diventare madre; la seconda, grembo avvizzito, troppo vecchia per generare”. Con Maria, quindi, si ha “una nuova categoria dell’impossibile: una vergine che partorisce, una nuova impossibilità che con Dio diventa possibile. Maria è beata perché ha creduto alla promessa del Signore, e la abita. Ma ciò che le darà definitiva fiducia – sono ancora parole della relatrice – sarà l’affetto, la benedizione e la fiducia di Elisabetta nei suoi confronti, che le permetteranno di cantare al Signore il Magnificat”. Quest’ultimo è “un canto di liberazione, rivouzionario, che non promette di sostituire un potere all’altro ma ribalta criteri considerati inamovibili. Come lei, altre donne nella Bibbia – Miriam (sorella di Mosè), Deborah, Giuditta – intonano canti ‘rivoluzionari’, sono quindi collaboratrici dell’impossibile, impensabili voci della speranza, vere figlie di Israele che cantano la via di un Dio che compie la sua promessa. Maria, gravida della Parola di Dio, crede in questa promessa, e ora con occhi nuovi, con gli occhi di Dio, può leggere in profondità la storia, può avere speranza”. Sulla cosiddetta parabola del figliol prodigo – chiamata anche del padre misericordioso – si è invece concentrato Stefani. Nel versetto 17 è scritto: “rientrò in se stesso”, cioè il figlio prodigo “non solo ritorna a casa ma prima torna a sè: non è dunque solo un discorso etico, ma un ritorno al padre, un tornare anche all’altro da sè, a un altro che possa avere misericordia di lui. Una volta ritornato, però – ha proseguito Stefani -, non troverà solo misericordia – che presuppone un rapporto a due – ma anche la questione della giustizia, che presuppone sempre un rapporto a tre”, un terzo (un “giudice”): ha cioè a che fare anche col fratello maggiore, che rappresenta gli scribi e i farisei. Fratello maggiore che, a differenza del prodigo, “non uccide la paternità ma la fratellanza (‘questo tuo figlio’ chiama il fratello minore rivolgendosi al padre, v. 30), poi però recuperata dal padre stesso (‘questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita’, v. 32). La parabola si conclude con queste parole. Nel 1907 Andrè Gide ha cercato di immaginare cosa potrebbe accadere successivamente: ne “Il ritorno del figliol prodigo” ipotizza che ci sia “un terzo fratello, molto più giovane rispetto agli altri due, che, come il prodigo, vuole partire, per realizzare ciò che lui non è riuscito a realizzare” e in questo sarà spronato e aiutato dallo stesso fratello.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 14 giugno 2019
Sovranità, Welfare, cittadinanza: l’Europa casa comune da costruire
6 MagTante persone il 3 maggio hanno partecipato a Casa Cini all’incontro dal titolo “L’Europa che vogliamo”
L’Europa non come fredda e distante burocrazia, ma come fusione a caldo di progetti, forze vive, corpi intermedi. E’ questo che emerso in modo forte la sera di venerdì 3 maggio nel salone di Casa Cini a Ferrara, durante l’incontro “L’Europa che vogliamo” organizzato da Ferrara Bene Comune, Movimento Federalista Europeo, Cooperatori salesiani, ACLI, Agesci, Movimento Rinascita Cristiana, Azione Cattolica, Masci e Confcooperative Ferrara. Dopo la presentazione di Chiara Ferraresi, presidente diocesana di AC, è intervenuto Guglielmo Bernabei, presidente di Ferrara Bene Comune, che ha moderato l’incontro. Fra le domande e le suggestioni proposte da Bernabei ai relatori, il tema della sovranità, che “oggi ha senso solo se declinato a livello europeo”, e quello del “baratto” – spesso purtroppo imposto – tra lavoro e diritti. Il primo a prendere la parola è stato Giorgio Anselmi, presidente nazionale del Movimento Federalista Europeo: “oggi l’Europa può dare una risposta all’altezza delle sfide globali solo in quanto tale”, se unita e forte. Centrale per Anselmi dev’essere il principio di sussidiarietà, che permette “l’autonomia e l’interdipendenza di tutti i corpi sociali”, dalla famiglia allo Stato, passando per quelli intermedi. “La federazione europea – ha proseguito – è l’unico modo per dare risposte ai problemi dei cittadini”, in un mondo interdipendente e complesso come quello di oggi. “I singoli Stati non sono più in grado di assicurare a pieno la sovranità, basti pensare alle multinazionali che delocalizzano”, promettendo lavoro e investimenti in cambio di una riduzione dei diritti dei lavoratori, della tassazione e dei vincoli ambientali. L’obiettivo, dunque, è a livello continentale quello di riuscire a “unire diritto e forza”, che hanno senso e legittimità solo se insieme. “L’Europa non può più essere raccontata solo con la sua storia, ma attualizzandola, in quanto per la stragrande maggioranza delle persone, giovani compresi, significa poco o nulla”. Così ha esordito Matteo Bracciali, responsabile Affari Internazionali Acli Nazionali, che ha ripreso e sviluppato il tema della tassazione delle grandi imprese, denunciando i “ricatti” da parte delle multinazionali, e affrontando il tema dei grandi colossi del web (Amazon, Google, Facebook), che riescono a evadere tasse per centinaia di milioni di euro. Un nuovo “Welfare Europe”, dunque, fatto di tante “protezioni” per i lavoratori, di “incentivi alla formazione” e molto altro, è più che mai necessario, e potrebbe legarsi “all’introduzione di una Web Tax e della TTF (Tassa su Transazioni Finanziarie)”. Web Tax e TTF che, per Bracciali, “potrebbero andare a finanziare il welfare aziendale”. L’ultimo intervento è spettato a Niccolò Pranzini del Comitato europeo Scautismo, che, nel ribadire come “l’Europa non sia solo composta da ‘grigi burocrati’ ”, ha citato la propria esperienza di alcuni anni a Bruxelles, per raccontare ad esempio come lavora la Commissione Europea, e come, “assieme a tante cose negative, ho visto persone da tutto il continente incontrarsi e portare avanti progetti” negli ambiti più svariati: “così, non a freddo, si forma una vera cittadinanza europea, e si costruisce una casa comune europea, sogno vivo anche per tanti giovani inglesi, impauriti dai possibili effetti della Brexit”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 10 maggio 2019
Racconto, nascondimento, preghiera: il libro di Ester
28 GenLa Giornata del dialogo fra ebrei e cristiani ha visto Casa Cini ospitare un incontro pubblico su uno dei libri dell’Antico Testamento. Un testo paradigmatico della storia del popolo ebraico e del rapporto con Dio
Per la XXX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei è stato scelto come tema il libro di Ester. Per l’occasione il 23 gennaio, a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara) don Paolo Bovina ha dialogato con Piero Stefani sul tema “Ester: le sorti ribaltate”, introdotti dal diacono Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano ecumenismo e dialogo interreligioso. Assente per impegni imprevisti il rabbino Luciano Caro.
Il Libro di Ester è parte sia della Bibbia ebraica sia di quella cristiana, e scritto originariamente in ebraico, è composto da 10 capitoli, che raccontano la storia della giovane ebrea Ester – orfana, cugina di Mardocheo (Mordechai) e venerata come santa dalla Chiesa Cattolica nella ricorrenza del 1° luglio – che viene scelta come moglie dal re persiano Assuero. Ester salverà il popolo ebraico dai complotti del malvagio Aman, poi considerato l’antisemita per eccellenza.
Una musica ha introdotto l’evento, quella dell’oratorio Ester del compositore Lidarti (1730-1795), attivo presso la Sinagoga portoghese di Amsterdam. Come ha spiegato innanzitutto Piero Stefani, il libro non racconta fatti storici – “non scorre inchiostro ma sangue” – e dà origine alla festività di Purim.
Nella versione ebraica del libro “non compare mai la parola ‘Dio’ (come anche nel Cantico dei Cantici): questo è il primo e più impotante ‘nascondimento’ del libro, è come se Dio fosse nascosto (anche se Dio non può essere nascosto del tutto, altrimenti sarebbe totalmente ignoto)”. Anche i nomi dei due protagonisti, Ester e Mardocheo, secondo Stefani, “hanno dei ’nascondimenti’: sono innanzitutto due nomi non ebraici, che alludono a divinità babilonesi, ed Ester in ebraico indica il nascondersi, quindi è ’la nascosta. Infatti, una volta scelta in moglie dal re Assuero non svela la sua identità, è una cripto-ebrea. Il cugino Mardocheo, invece, rivela il suo ebreo nel rifiuto di prostrarsi davanti al potente Aman”. Ritenuto questo atteggiamento un insulto, Aman decide di eliminare Mardocheo e tutto il suo popolo.
Mardocheo comunica a Ester il decreto di sterminio e la sollecita a intervenire in favore di se stessa e del suo popolo, che risulta come “elemento perturbativo, e quindi l’unico modo per normalizzarlo viene considerato quello di eliminarlo”. Ester, in preda all’angoscia, cerca rifugio presso il Signore, pregandolo a lungo. Digiunerà insieme al cugino (così nasce il Purim, festa che segue a un digiuno), trovando così la forza di rivolgersi al re – il presentarsi a lui senza permesso significava essere condannati a morte – per convincerlo a non mettere in atto l’editto contro gli ebrei. “Riuscirà dunque a salvare il suo popolo – ha proseguito Stefani – attraverso la propria vita, non attraverso la propria morte, come invece avviene per i martiri”.
“Ma Dio dov’è in questo libro, dov’è la sua azione?”, si è chiesto il relatore. “E’ nella trama stessa del libro, che alla fine si svela con una sua coerenza interna”.
Stefani ha dunque concluso il proprio intervento con alcuni interessanti aneddoti a voler dimostrare come, in ultima analisi, la vendetta non faccia comunque parte della tradizione ebraica. Riguardo allla festività di Purim, – nella quale tra l’altro è tradizione consumare dei biscotti tipici chiamati le “orecchie di Aman” -, nel Talmud babilonese il rabbino Rava commenta che un uomo è obbligato a bere tanto da diventare incapace di accorgersi se sta maledicendo Aman o benedicendo Mardocheo. Ciò, ha spiegato Stefani, significa che nella sacralità della festività “scompare l’idea della vendetta. Insomma, meglio raccontare (’scorre più inchiostro che sangue’, ndr) e bere (festeggiare) che agire” (con violenza).
Della versione greca del libro si è invece occupato don Paolo Bovina, Direttore di Casa Cini. “Mentre nel testo ebraico Dio non viene mai nominato – ha spiegato -, in quello greco Dio viene nominato 50 volte, entra in scena per primo ed è Lui che ribalta le sorti. Il testo greco, inoltre, rispetto a quello ebraico ha 107 versetti in più, anche se la trama non cambia, e sei sezioni, aggiunte a cerchi concentrici, rispetto alla parte centrale del libro, il cuore”. Così, le sei aggiunte riguardano due sogni (all’inizio e alla fine), due editti (poco dopo l’inizio e poco prima della fine), e, a ridosso della parte centrale del libro, due preghiere. “Proprio la preghiera, nella versione greca – ha proseguito don Bovina -, è ciò che cambia tutta la vicenda, perché è una preghiera a Dio e non al falso-dio, il re. Il popolo ebraico vive per la propria fedeltà a Dio, sempre sotto la cappa del rischio di essere sterminato per questo. Vi è quindi, sempre, persecuzione, perciò bisognerebbe sempre combattere. Ci si affida invece a Dio, a cui si è fedele, come fa Ester nella sua preghiera, fatta con le parole e con tutto il corpo”, quindi rivolta “con umiltà e povertà di spirito”. La stessa Ester che, successivamente, “non avrà più paura a riconoscersi come parte della ’famiglia’ ebraica, del suo popolo, della sua tradizione”.
In conclusione, don Bovina ha rivolto un pensiero alla Shoah, in prossimità del Giorno della Memoria, ragionando su come “il pregare non significhi ’Dio, agisci al mio posto’, ma ’Dio dammi la luce e la forza’ ”. Così, “Dio ha posto un limite al male, ma prima di raggiungere quel limite, c’è tutta la nostra libertà e tutta la nostra responsabilità, che sono grandi, e che quindi non vanno mai prese alla leggera”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 1° febbraio 2019
Gotti Tedeschi: «La Chiesa ultimo argine contro le degenerazioni della modernità»
17 Mar
Ettore Gotti Tedeschi a Casa Cini
«La Chiesa è l’unico argine rimasto contro le degenerazioni della modernità e a difesa della vita». È stato un intervento breve ma coraggioso e incisivo quello tenuto giovedì scorso, 10 marzo, dall’economista ed ex Presidente IOR Ettore Gotti Tedeschi durante un incontro a Casa Cini. “Difendiamo la vita. Per comprendere il presente e progettare il futuro” era il nome dell’evento pensato in vista della VI Marcia per la Vita in programma l’8 maggio a Roma. L’incontro, organizzato dalla Diocesi, ha visto l’introduzione da parte di Virginia Coda Nunziante, portavoce e organizzatrice dell’evento pro-life.
Parte da quelle che, secondo lui, sono le basi dell’attacco alla vita, Gotti Tedeschi, dai fondamenti teorici che rintraccia nello gnosticismo, ovvero «nell’idea demoniaca di promettere la conoscenza assoluta senza nessun bisogno della grazia divina», quindi della rivelazione cristiana. Da qui, la critica alla teoria del gender, a quella neo-malthusiana, all’ambientalismo e all’animalismo, responsabili, secondo l’economista, di proporre una «svalutazione della dignità umana, rendendo di conseguenza la vita sfruttabile economicamente».

Ettore Gotti Tedeschi
Le eresie che si sono susseguite nel corso della storia sfociano, quindi, in diverse forme negative di modernismo, che tendono a «creare un uomo manipolabile tecnologicamente ed economicamente, e a relativizzare la fede e la dottrina della Chiesa, ormai unica autorità morale rimasta contro questa deriva». In particolare, Gotti Tedeschi ha citato come fondamentali due testi, Caritas in Veritate di Benedetto XVI e Lumen fidei di Papa Francesco.
Infine, Mons. Negri ha concluso puntualizzando come non si possa «vivere la fede senza difendere sempre la vita nel suo valore assoluto, non subordinando, dunque, la novità del cristianesimo alla mentalità mondana».
Andrea Musacci
Domani a Casa Cini conferenza di Gianni Venturi sul tema della misericordia
14 Feb
Il Serra Club di Ferrara in occasione del “Giubileo della Misericordia” organizza per domani sera, alle ore 21, una conferenza del prof. Gianni Venturi. Luogo scelto per l’evento, l’Istituto Casa G. Cini in via Boccacanale di Santo Stefano, 26 a Ferrara. La lectio di Venturi verterà su “Il tema e il concetto della misericordia nella letteratura e nell’arte medievali”.
Gianni Venturi è ordinario di Letteratura Italiana alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, dove si è laureato col prof. Walter Binni, maestro di critica contemporanea. Ha scritto un celebro libro su Cesare Pavese, tratto dalla sua tesi, al quale sono seguite diverse pubblicazioni su D’Annunzio, Morante, De Pisis, Bassani e altri importanti autori del Novecento, oltre che su Ariosto e Tasso. Ha diretto l’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara, ed è Presidente dell’Associazione Amici dei Musei e Monumenti ferraresi, del Comitato per l’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova, e del Comitato Scientifico dell’Istituto di Ricerca per gli studi sul Neoclassicismo di Bassano del Grappa.
La conferenza sarà preceduta alle ore 20 da una Santa Messa nella cappella interna di Casa Cini.
Andrea Musacci
Pubblicato (in versione ridotta) su la Nuova Ferrara il 14 e 15 febbraio 2016