L’impegno del cristiano non può non partire dall’ascolto e dal dialogo col mondo: il 9 febbraio si è svolta la seconda Giornata diocesana del laicato
Uno stile di vita improntato all’ascolto e alla relazione, che segua le vie della piccolezza e della povertà: sono questi i contorni delineati dal nostro Arcivescovo mons. Gian Carlo Perego nella sua lunga e articolata relazione tenuta in occasione della seconda Giornata del laicato dell’anno pastorale in corso. Un momento che ha rappresentato uno snodo importante della riflessione, ma che al tempo stesso è voluto essere un momento di confronto fondato sulla concretezza, sulla condivisione di esperienze reali, di percorsi di vita laicali premessa per nuovi e arditi orizzonti, per proposte da attuare a partire dal prossimo anno pastorale. Non a caso, un’altra parola fondamentale del percorso dei laici di Ferrara-Comacchio è “sperimentazione”, quindi qualcosa fatto tanto di ricerca quanto di verifica sul campo. Il pomeriggio di sabato 9 febbraio è stata la Città del Ragazzo di Ferrara a ospitare, dopo l’appuntamento del 29 settembre scorso, circa 150 persone, le quali, dopo la riflessione del Vescovo, si sono suddivise in una ventina di gruppi per discutere e confrontarsi sull’ascolto del mondo, della Parola, e su nuove esperienze ecclesiali da immaginare. “Passione e bellezza. Testimoni di un cammino comune” è stato il tema scelto, sul quale ha impostato il proprio intervento mons. Perego, dopo la presentazione di don Paolo Valenti.
Uno stile di vita bello e appassionato
L’Arcivescovo ha ripreso il tema della Lettera pastorale, “Esercizi di comunione, esercizi di corresponsabilità”, anticipando al tempo stesso la traccia del prossimo anno pastorale, incentrato sullo stile di vita cristiano, del quale accenna nella parte conclusiva della stessa Lettera pastorale. “La domanda che ci poniamo – ha spiegato – è: come queste due parole, passione e bellezza, incrociano la vita della Chiesa e dei credenti?” Innanzitutto, nelle Scritture vediamo come Dio la bellezza la soffia sulla donna e sull’uomo, che quindi rappresentano al meglio la bellezza divina. Ma la bellezza si può anche perdere, perché segnata dal male, dal peccato”. Così, “Dio non si presenta con una bellezza meramente esteriore, ma con passione, cioè con un interesse per la donna e per l’uomo, con sofferenza”. Passione e bellezza le incontriamo naturalmente nella stessa vita di Gesù: “Gesù ama, ammira le persone, vive con loro”, sono ancora parole di mons. Perego. “La Sua divinità è a volte riconosciuta, ma i suoi stessi discepoli a volte non comprendono la bellezza della passione che vivrà”, passione e morte in croce che sono “l’atto più bello, perché dono totale”. Sarà lo Spirito Santo nella Pentecoste (Atti 2,1-11) a rappresentare questo “supplemento di amore, di bellezza per i discepoli”, per poter riconoscere Gesù Risorto. “La Pentecoste, quindi – per il Vescovo -, aiuta a scoprire la bellezza della diversità, nell’altro, nel diverso, la simpatia col mondo in tutte le sue espressioni, aiuta a saper soffrire coi fratelli e a dar la vita per loro. Per un laico, questo si traduce nel rendere migliore il mondo nel quale vive e agisce, attuando la bellezza di Cristo, che è quindi attenzione per l’alterità, e per il creato. La bellezza, insomma, è pro-esistenza, cioè l’esistere per gli altri, la vita vissuta in amore, in un dono continuo”. Un impegno totale, questo, “fatto tanto di contemplazione quanto di azione”. Ne consegue che la passione per un laico è “la scelta di vita, la decisione, l’impegno sul quale investire i propri talenti, la propria formazione, informazione, è dedizione con e per l’altro, fino a dare la vita per lui”, ha scandito ancora mons. Perego. E’ questo, dunque, “uno stile di vita bello e appassionato, contrario a un apostolato senz’anima, cioè appunto senza bellezza né passione”.
La Chiesa
Il Vescovo ha quindi proseguito spiegando come la Chiesa sia “il luogo dove il laico può crescere in questo cammino fatto di passione e bellezza, per evitare che Dio non diventi una mera idea”: nello specifico, ciò può avvenire “nella liturgia, se è vissuto come luogo di partecipazione, contemplazione e di nutrimento, nella catechesi permanente” e, infine, ma non meno importante, “nella carità, intesa come dono, gratuità, condivisione, in cui l’altro diventa la misura della tua vita. La scoperta, quindi, di Dio e dell’altro, porta la persona ad aver bisogno di una comunità – ha proseguito -, e a cercare nella responsabilità condivisa la forza del cambiamento”. Per questo, è inevitabile come il necessario discernimento sia “discernimento sociale”, calato in un tempo e in un luogo.
Mons. Perego ha poi citato “Gaudium et spes”, 44: “È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta”. Da qui l’importanza dell’“ascolto del mondo” (come detto, una delle domande su cui i laici hanno riflettuto nei diversi gruppi), anche oggi, quando vi è ancora “un problema di linguaggio da intrerpretare e da riconoscere, linguaggio che deve diventare ricerca del bello, non indifferenza o imbarbarimento”. Questo ascolto è già di per sè uscita, e “uscendo fuori il laico cristiano si confronta con la relazione, con l’amore e l’odio del mondo, con la grazia e col peccato, con la prossimità e con la distanza. Contro ogni forma “di narcisismo e di individualismo, per non piantare tende sui nostri monti (citando l’episodio della Trasfigurazione, Luca 9, 28-3, ndr), Chiesa e mondo sono dunque, in relazione tra loro, luoghi del discernimento della persona”, ha spiegato ancora il Vescovo. Altri criteri fondamentali di questa presenza e di questo discernimento, sono quelli della “piccolezza e della povertà, che sono vie credibili, in quanto trasformano le relazioni”, e quello del “dialogo, che solo può costruire il futuro, elemento importante e che va accompagnato al criterio della nonviolenza, elemento di passione nella storia della Chiesa, che ha portato molte persone a un impegno profondo”. Riprendendo le due parole chiave dell’anno pastorale in corso, mons. Perego si è quindi domandato: “chi è il laico cristiano, uomo di comunione e di corresponsabilità? E’ il testimone, la cui testimonianza è umile e appassionata, culturalmente attrezzata (che non significa che sia dotto, ma intelligente, cioè capace di comprendere la realtà), non mero ripetitore, quindi non clericale, ma mosso da un’intima esigenza”. Il Vescovo ha concluso la sua riflessione citando un passo delle “Confessioni” di Sant’Agostino (Libro X, par. 27): “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace”. La bellezza va quindi cercata anche dentro di sé, “in noi che siamo stati fatti a immagine e somiglianza di Dio, e la passione si alimenta solo nella contemplazione della bellezza del Signore, che è appunto anche la bellezza della persona”.
Andrea Musacci
Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 febbraio 2019
(Foto di Francesca Brancaleoni)
Un “super fondo” che si svilupperà per circa 600 metri lineari negli ambienti al primo piano del Palazzo Arcivescovile di Ferrara. E’ questo l’enorme lavoro che spetta all’Archivio Storico della nostra Diocesi e che nei prossimi mesi, o meglio anni, vedrà in prima linea i due archivisti Giovanni Lamborghini e Riccardo Piffanelli.


Per la XXX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei è stato scelto come tema il libro di Ester. Per l’occasione il 23 gennaio, a Casa Cini (via Boccacanale di Santo Stefano, 24/26 a Ferrara) don Paolo Bovina ha dialogato con Piero Stefani sul tema “Ester: le sorti ribaltate”, introdotti dal diacono Marcello Panzanini, Direttore dell’Ufficio diocesano ecumenismo e dialogo interreligioso. Assente per impegni imprevisti il rabbino Luciano Caro.
“Se la Chiesa non mi dà un senso, a cosa ‘serve’?”. Potremmo partire da questo interrogativo, raccolto da don Rossano Sala, Segretario del recente Sinodo sui giovani, per dimostrare ulteriormente ciò che, fortunatamente, da tempo ormai è sempre più consuetudine ripetere: non tutti i giovani sono passivi, amorfi, ma ognuno a modo suo nutre dentro di sé un bisogno autentico di qualcosa di più rispetto a ciò che può offrirgli una società senza slanci ideali, senza principi fraterni, senza bellezza. Don Sala ha il dono di saper narrare egregiamente il “corpo a corpo” fra giovani e Chiesa, fatto di abbandoni, critiche, lamenti, ma anche di affetto, mutualità, convivialità. Non a caso, quindi, la sera del 17 gennaio scorso l’aula magna del Seminario Arcivescovile di via G. Fabbri a Ferrara ha fatto fatica a contenere tutte le persone accorse (circa 200) da ogni angolo della Diocesi, per l’incontro dal titolo “La Chiesa una casa per i giovani?”, organizzato dall’Ufficio diocesano per la vita consacrata, Azione Cattolica e Agesci. Dopo la presentazione da parte di don Luigi Spada, Direttore dell’Ufficio organizzatore, il canto “Su ali d’aquila” e la proiezione di un breve filmato con interviste ai giovani sul Sinodo a loro dedicato, ha preso la parola don Sala. “Dal Sinodo siamo usciti col cuore rinnovato – ha esordito -, abbiamo vissuto una Chiesa che si prende a cuore, senza paura, la realtà dei giovani. Ci siamo messi ad ascoltare i 34 giovani presenti (uditori e uditrici, ma che sono potuti anche intervenire. ndr), facendo quindi un cammino di umiliazione. I loro interventi sono stati quelli più concreti, propositivi e gioiosi. Il Papa, ad esempio, si è commosso mentre ascoltava la testimonianza di un ragazzo”, Safa Al Abbia, rappresentante della Chiesa caldea irachena. Cosa chiedono, dunque, i giovani alla Chiesa? Secondo indagini, “in Europa più della metà di loro semplicemente non chiede nulla, altri invece alla Chiesa chiedono che si tenga a debita distanza da loro”. Fra le cause di questa indifferenza e di questo rifiuto, vi è “l’identificazione di tanti uomini di Chiesa come abusatori (sessuali e/o di coscienza), il fatto che molti sacerdoti vengono ritenuti impreparati a stare coi giovani”, e infine, ma non meno importante, il fatto che molte ragazze e ragazzi si sentono ‘passivi’ nella Chiesa e “usati finché c’è bisogno di loro”. Quello che chiedono è innanzitutto, quindi, di essere protagonisti, e che, sono ancora parole di don Sala, “la liturgia sia qualcosa di vivo, ad esempio con omelie che intercettino la loro esistenza”. Vi è, poi, fra i giovani “una richiesta di spiritualità, di qualcosa cioè che riesca a perforare il piano meramente orizzontale della loro vita, dandole un senso, cercando così di capire la propria vocazione”. Se la Chiesa non mi dà questo, a cosa ‘serve’?, si chiedono, giustamente, molti di loro. “Dalla Chiesa non si aspettano qualcosa che possono trovare anche altrove”. Proseguendo, “i giovani alla Chiesa chiedono che non li giudichi senza prima averli ascoltati: non vogliono educatori perfetti ma che gli raccontino come hanno affrontato le loro fragilità, come sono riusciti a trasformare le loro ferite in feritoie”. Don Sala ha proseguito soffermandosi sulla persona di Papa Francesco, molto amato dai giovani, e col quale don Sala ha collaborato a stretto contatto: “il Pontefice ama i giovani, ripone sinceramente molta fiducia in loro, è una persona di grande umanità che comunica molta pace, una profonda spiritualità”. Così, seguendo anche il suo esempio, “la Chiesa nel Sinodo ha imparato a essere ottimista, speranzosa e propositiva nei confronti delle ragazze e dei ragazzi”. La prima parte dell’intervento del relatore si è conclusa per lasciare spazio ai giovani presenti: durante la serata, infatti, vi era la possibilità di inviare brevi messaggi via WhatsApp sui temi affrontati. Fra le tante riflessioni e domande raccolte da don Paolo Bovina vi erano queste: “la Chiesa si preoccupa più di essere autorità, invece che stare fra gli ultimi”, “bisognerebbe valorizzare maggiormente la figura del padre spirituale”, “dalla Chiesa non vogliamo rimproveri o sensi di colpa ma che ci aiuti, grazie al Vangelo, a valorizzare la bellezza”, “perché per molti è difficie credere?”, “Perchè fate fatica a darci fiducia?”. Riprendendo un insegnamento della comunità di Taizè, don Sala ha proseguito spiegando come “non dobbiamo portare Dio ai giovani, perché Dio è già presente nelle loro vite. Dobbiamo invece creare le condizioni perché Dio si risvegli nel loro cuore. Per questo ci vuole molta pazienza – in questo l’educatore è simile all’agricoltore – e l’umiltà di capire che siamo tutti in cammino, siamo una Chiesa-famiglia”. Infine, sul tema della fiducia, emerso dai quesiti inviati dai giovani presenti, il relatore ha spiegato come “la fiducia è vita, la stessa esistenza quotidiana è fatta di tanti piccoli atti di fiducia nei confronti degli altri. Oggi però domina la legge del Grande Fratello (’non fidarsi di nessuno’; il riferimento è al noto programma televisivo ma potrebbe applicarsi anche al romanzo orwelliano, ndr), non quella del Vangelo, che ci chiede di essere sale della terra, di essere profezia di fraternità.
San Sebastiano è una figura che ancora oggi continua a ispirare tantissimi artisti. Lo sa bene il critico e curatore Lucio Scardino, che da diversi anni colleziona opere di artisti ferraresi e non dedicate al “santo con le frecce”. 34 (33 iniziali + 1 aggiunta in corsa) di queste opere sono in mostra a Ferrara fino al 31 gennaio nella sede di Cloister (doppia entrata, da corso Porta Reno, 45 o da via Gobetti), per la 33esima esposizione organizzata dall’attiva galleria guidata da Alessandro Davi. Non a caso, il 20 gennaio ricorre la solennità di San Sebastiano (256-288), militare romano e martire sotto Diocleziano. Giovane dal corpo virile e atletico, simbolo di bellezza e di sacrificio, il santo ha lo sguardo che punta dritto negli occhi di chi lo guarda, come nella tela di Nannini (recentemente esposta anche a Fabula Fine Art), o è il busto in bianco e nero con venatura rossa di Lenzini, oppure la scultura della Grilanda con due sole frecce conficcate nelle carni. In Orsatti, invece, di San Sebastiano vi è una maestosa testa di profilo con l’elmo, senza dardi a dilaniarlo. Quella delle frecce mancanti, o non “visibili”, ricorre in altre opere, come nel dipinto di Filippini (col santo disteso e privo dei segni delle ferite) o in quello della Benini, col giovane disteso e di schiena, in piedi (Coluzzi) o seduto (Tassini), ad accentuare l’intento metaforico della sofferenza dell’uomo, dell’artista, trascendente il dolore fisico. In Artosi, al contrario, le frecce vi sono eccome, e ne colpiscono il viso, mentre Gualandi, che nel suo stile tipico inserisce il soggetto nel contesto storico-urbano ferrarese, rappresenta, nel disegno stesso, una mostra dedicata al santo. Farolfi (foto) sceglie, invece, di rappresentare, con estremo realismo, una ferita netta sul costato del santo, un piccolo squarcio che ricorda quella del Cristo “invasa” dal dito scettico di san Tommaso nella tela del Caravaggio. Infine, in Ribertelli, il santo, nell’elasticità agonistica di un atleta, le frecce sembra schivarle, quasi ponendole sotto il suo controllo. La mostra è visitabile da lunedì a sabato dalle ore 9 alle 19.30. Questi i nomi di tutti gli artisti in mostra: Enrico Artosi, Giorgio Balboni, Gianni Bellini, Rosamaria Benini, Carlo Bertocci, Flavio Biagi, Gianni Cestari, Franco Coluzzi, Matteo Faben, Matteo Farolfi, Alfredo Filippini, Renzo Gentili, Luca Ghetti, Gianfranco Goberti, Laura Govoni, Alberta Grilanda, Claudio Gualandi, Pietro Lenzini, Terry May, Pietro Moretti, Duilio Nalin, Matteo Nannini, Santo Nicoletti, Impero Nigiani, Paolo Orsatti, Stefano Rubertelli, Andrea Samaritani, Marco Spaggiari, Emanuele Tasca, Andrea Tassini, Antonio Torresi, Giuliano Trombini, Giglio Zarattini, Luca Zarattini.
Una grande domanda riempie le “Lettere” che Laura Vincenzi – giovane tresigallese morta nel 1987 a 23 anni per un male incurabile, dopo quasi tre anni di sofferenza – scrive al fidanzato Guido Boffi. E’ la grande domanda che da sempre tormenta ogni persona, di ogni latitudine, di ogni epoca, al di là della propria fede e dei propri convincimenti personali. E’ la domanda sul grande mistero del male. Ma ciò che spiazza è la risposta che una ragazza come Laura dà. Una risposta disarmante che è accettazione e affidamento a Dio.